sito delle Fraternità Evangeliche

di Gerusalemme di Firenze

                                                                                                   

Le Letture Patristiche

anno liturgico "B"

Quaresima e Tempo Pasquale

 

 

 

Le letture patristiche sono fornite dalle Sorelle delle Fraternità Monastiche di Gerusalemme di Firenze, che con affetto  ringraziamo!

In alcune occasioni potrebbero differire da quelle effettivamente lette durante la Liturgia in Badia.

 

 

 

 

Tempo di Quaresima

 

LE CENERI mercoledì - LODI

 

2a omelia per il primo giorno della Quaresima,

2-3 ; PL 183, 172-174

 

  

« Ritornate a me con tutto il cuore » (Gl 2,12)

 

San Bernardo nel dodicesimo secolo

 

 

         « Convertitevi, dice il Signore, con tutto il cuore ». Fratelli, se egli avesse detto : « Convertitevi » senza aggiungere niente, forse avremmo potuto rispondere : è fatto, puoi prescriverci un’altra cosa. Invece Cristo ci parla qui, se intendo bene, di una conversione spirituale, che non si fa in un solo giorno. Anzi, possa essere compiuta entro questa vita ! Quindi sii attento a quello che ami, a quello che temi, a quello che ti rallegra o che ti contrista, e vedrai che, sotto l’abito religioso, rimani un uomo di mondo. Infatti, il cuore sta nella sua totalità in questi quattro sentimenti, ed è riguardo a loro che si devono intendere queste parole : « Convertitevi al Signore con tutto il cuore ».

 

         Il tuo amore si converta, a tal punto da non amare nulla se non il Signore, oppure da non amare nulla se non per Dio. Anche il tuo timore si rivolga verso di lui, perché ogni timore che ci fa temere qualcosa fuori di lui e non a causa di lui è cattivo. La tua gioia e la tua tristezza si convertano verso di lui ; così da soffrire o rallegrarti soltanto in lui. Quindi se ti affliggi per i tuoi peccati o per quelli del prossimo, fai bene e la tua tristezza è salutare. Se ti rallegri dei doni della grazia, questa tua gioia è santa e puoi gustarla in pace nello Spirito Santo. Devi rallegrarti, nell’amore di Cristo, della prosperità dei tuoi fratelli e compatire le loro sventure secondo questa parola : « Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto » (Rm 12, 15).

 

LE CENERI mercoledì  VESPRI

Contro le eresie III, 20,1 ;

SC 34, 339

 

Il segno di Giona

 

Sant’Ireneo di Lione nel secondo secolo

 

 

         Generoso fu Dio il quale, venendo meno l’uomo, preordinò la vittoria che gli avrebbe resa per mezzo del Verbo. Infatti, poiché « la potenza trionfava nella debolezza » (2 Cor 12,9), il Verbo mostrava la bontà e la magnifica potenza di Dio.

 

         Infatti, come fu per il profeta Giona, è stato lo stesso per l’uomo. Dio ha permesso che costui fosse inghiottito dal mostro marino, non perché scomparisse e perisse totalmente, bensì affinché, dopo esser stato rigettato dal mostro, fosse maggiormente sottomesso a Dio e glorificasse maggiormente colui che gli concedeva tale salvezza insperata. Era anche per condurre gli abitanti di Ninive ad un fermo pentimento e convertirli a colui che poteva liberarli dalla morte, essendo stati loro stessi colpiti dal segno compiuto nella persona di Giona… Allo stesso modo, fin dal principio, Dio ha permesso che l’uomo fosse inghiottito dal grande mostro, autore della disubbidienza, non perché scomparisse e perisse totalmente, bensì perché Dio stava preparando in anticipo la salvezza compiuta dal suo Verbo per mezzo del « segno di Giona ». Questa Salvezza è stata preparata per coloro che avrebbero avuto per Dio gli stessi sentimenti di Giona, e li avrebbero confessati negli stessi termini : « Sono il servo del Signore e venero il Signore Dio del cielo, il quale ha fatto il mare e la terra » (Gn 1,9).

 

         Dio ha voluto che l’uomo, avendo ricevuto da lui una salvezza insperata, risuscitasse dai morti e glorificasse Dio dicendo con Giona : « Nella mia angoscia ho invocato il Signore ed egli mi ha esaudito ; dal profondo degli inferi ho gridato e tu hai ascoltato la mia voce » (Gn 2,3). Dio ha voluto che l’uomo rimanesse sempre fedele a glorificarlo e a rendergli grazie incessantemente per la salvezza ricevuta da lui.

 

giovedì dopo le ceneri - LODI

 

 

Dal Libro di vita di Gerusalemme

 

al Capitolo Preghiera § 19

 

 

         (…) Aspira a pregare continuamente senza stancarti mai. Come il salmista, ponendo sempre il Signore innanzi a te, e come il saggio meditando incessantemente i comandamenti del Signore, sii sempre lieto, prega senza sosta. Per ogni cosa, rendi grazie. Questa è la volontà di Dio su di te, in Cristo Gesù.

 

         Il tuo dovere è venerare e onorare Colui che, come credi, è il Verbo di Dio e per mezzo di Lui il Padre; e non solo in certi momenti particolari, come fanno alcuni, ma continuamente, per tutta la vita e in tutti i modi… La preghiera è un colloquio intimo con Dio e Dio presta continuamente l’orecchio a questa voce interiore…Sì, il vero uomo spirituale prega durante tutta la sua esistenza, perché pregare è per lui uno sforzo di unione con Dio; perciò rifiuta tutto ciò che è inutile, in quanto è già arrivato a quello stato in cui ha già ricevuto, in certa misura, la perfezione, che consiste nell’agire per amore. Tutta la sua vita è una sacra liturgia.[1]

 

         Quando tutto il tuo amore, tutto il tuo desiderio, tutto il tuo sforzo, tutta la tua ricerca, tutto il tuo pensiero, tutto ciò che vivi e di cui parli, tutto ciò che respiri non sarà che Dio, quando l’unità presente del Padre con il Figlio e del Figlio con il Padre sarà passata nella tua anima e nel tuo cuore[2], tu conoscerai allora la gioia incomparabile della preghiera continua e vivrai della vita vera.


 

[1] S. Clemente Alessandrino, Stromata, VII, ed Stählin, Leipzig 1909, p. 27 (trad. dal francese).

[2] S. Giovanni Cassiano, op. cit., Conf. X, VII, P. 425

 

giovedì dopo le ceneri - VESPRI

Opuscula omnia 2,1

 

 

 

« Chiedete…, cercate…, bussate… »

 

San Tommaso d'Aquino nel tredicesimo secolo

 

 

         Quando preghiamo, non conviene preoccuparci di manifestare i nostri desideri a Dio, il quale conosce tutto. Eppure occorre che l’uomo preghi per ottenere una grazia da Dio. La preghiera rivolta a Dio ci rende familiari di Dio, poiché in essa la nostra anima si alza verso di lui, si intrattiene affettuosamente con lui e lo adora in spirito e verità (Gv 4, 23). Questa intimità, acquisita nella preghiera incita l’uomo a rimettersi in preghiera con fiducia. Per questo motivo è detto nel Salmo : « T’invoco » cioè prego con fiducia, « perché mi hai ascoltato, mio Dio » (16, 6). Poiché il salmista è stato ricevuto nell’intimità di Dio in una prima preghiera, prega in seguito con una fiducia accresciuta. Così, nella preghiera rivolta a Dio, l’assiduità o l’insistenza della richiesta non è importuna, bensì piuttosto gradita a Dio : « perché bisogna pregare sempre, dice il vangelo, senza stancarsi » (Lc 8, 1) ; e altrove, il Signore ci invita a chiedere : « Chiedete e vi sarà dato, dice, bussate e vi sarà aperto ».

 

venerdì dopo le ceneri - LODI

 

Sul Padre nostro, 23

(In l'Ora dell'Ascolto p. 1337)

 

 

 

« Se ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te… va’ a riconciliarti con lui »

 

di San Cipriano nel terzo secolo

 

 

         « Con la misura con la quale misurate, sarete misurati » (Mt 7,2). Quel servo che, pur avendo avuto dal padrone il condono di tutto il suo debito non volle usare la medesima bontà con il servo suo compagno, venne chiuso in prigione. Non volle essere indulgente col suo compagno di servitù, e perse la grazia fattagli dal Signore (Mt 18,23). Questo dovere viene ribadito fortemente da Cristo e confermato con tutto il peso della sua autorità. Egli dice : « Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli, perdoni a voi i vostri peccati » (Mc 11,25).

 

         Dio vuole che siamo operatori di pace, concordi e unanimi nella sua casa. Quali ci fece con la seconda nascita, tali vuole che perseveriamo, cioè come rinati. Se siamo figli di Dio, rimaniamo nella pace di Dio ; e coloro che hanno un solo Spirito, abbiano pure un cuor solo e un’anima sola. Dio non accoglie il sacrificio di chi è in discordia, anzi comanda di ritornare indietro dall’altare e di riconciliarsi prima col fratello. Solo così le nostre preghiere saranno ispirate alla pace e Dio le gradirà. Il sacrificio più grande da offrire a Dio è la nostra pace e la fraterna concordia, è il popolo radunato dall’unità del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

 

venerdì dopo le ceneri - VESPRI

 

Discorso 211, 5-6 ; SC 116, p. 169

(Nuova Biblioteca Agostiniana)

 

« Va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello »

 

Sant’Agostino nel quinto secolo

 

          Fratelli, mi rivolgo a tutti voi perché, trovandoci in questi giorni sacri [della Quaresima], non rimangano in piedi le vostre discordie… Forse state parlando nella vostra mente e vi state dicendo: « Vorrei mettermi d'accordo, ma è lui che mi ha offeso… e tuttavia non vuol chiedermi perdono ». Che cosa dirò a costui ?… Bisogna stabilire tra di voi alcuni pacieri…. Tu devi semplicemente essere pronto a perdonargli, proprio pronto a perdonargli con tutto il cuore. Se sei disposto a perdonare, hai già perdonato.

 

Ma hai ancora una cosa che puoi fare : pregare ; prega per lui, perché ti chieda perdono ; poiché sai che va a suo danno se non lo chiede, prega per lui affinché lo chieda. Dì al Signore nella tua preghiera : « Signore, sai che non ho fatto niente contro quel mio fratello … e che il suo peccato nei miei confronti danneggerebbe lui se non mi chiede perdono. Quanto a me ti chiedo di cuore di perdonargli ».

 

Ecco ciò che dovete fare per essere in pace con i vostri fratelli… affinché tutti possiamo far Pasqua con coscienza tranquilla, possiamo celebrare serenamente la passione di colui che, pur non dovendo niente a nessuno, ha saldato il debito al posto dei debitori ; parlo del Signore Gesù Cristo il quale non ha fatto torto a nessuno eppure, per così dire, il mondo intero si è scagliato contro di lui. E invece di esigere gravi punizioni ha promesso dei premi… Abbiamo lui come testimone nei nostri cuori : se abbiamo mancato contro qualcuno, chiediamogli perdono con cuore sincero; se un altro ha mancato nei nostri confronti, siamo pronti a concedere perdono e preghiamo per i nostri nemici.

 

sabato dopo le ceneri - LODI

 

Lettera ai Filippesi 8-12 ; SC 10

(in l’Ora dell’Ascolto p. 1253, 1257, 1262)

 

« Amate i vostri nemici, e pregate per i vostri persecutori »

 

di San Policarpo nel secondo secolo

 

         Restiamo saldamente ancorati alla nostra speranza e al pegno della nostra giustizia, Gesù Cristo, che « portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce. Egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca » (1 Pt 2, 22). Ma per noi sopportò ogni cosa perché vivessimo in lui. Siamo dunque imitatori della sua pazienza e, se dovessimo soffrire per il suo nome, rendiamogli gloria. Questo è l’esempio che egli ci diede in se stesso, e noi vi abbiamo creduto… Rimanete saldi in queste convinzioni e seguite l’esempio del Signore, fermi e irremovibili nella fede. Amate i vostri fratelli e amatevi vicendevolmente. State uniti nella verità, usatevi reciproche attenzioni con la dolcezza del Signore, non disprezzate nessuno…

 

         So bene quale sia la vostra familiarità con le Sacre Scritture e come nulla ignoriate : io stesso non sono da tanto. Mi basta ricordarvi ciò che la Scrittura dice : « Sdegnatevi, ma non peccate » (Sal 4, 5). « Il sole non tramonti sopra la vostra ira » (Ef 4, 26). Beato chi se ne ricorda : e io credo che ciò accade realmente tra voi.

 

         Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, e lo stesso Gesù Cristo Figlio di Dio e sacerdote eterno, vi facciano crescere nella fede e nella verità e in ogni dolcezza, senza collera, nella pazienza e nella longanimità, nella fortezza e nella castità. Il Signore vi conceda di condividere l’eredità dei suoi santi, e lo conceda, insieme a voi, anche a noi e a tutti coloro che, sotto il cielo, crederanno nel Signore Gesù Cristo e in « Dio Padre che lo ha risuscitato dai morti » (Gal 1, 1). Pregate per tutti i credenti. Pregate anche per i re e le autorità e i principi, per coloro che vi perseguitano e vi odiano e per i nemici della croce, perché il vostro frutto sia manifesto in ogni cosa e siate perfetti in lui.

 

sabato dopo le ceneri - PRIMI VESPRI

Omelie sulla lettera ai Romani

L’Ora dell’Ascolto, pp. 884

 

 

Immensa è la bontà di Dio che non risparmiò suo Figlio

 

di San Giovanni Crisostomo, nel quarto secolo

 

 

         «Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? » (Rm 8, 31). Contro il fedele che è attento alla legge di Dio non possono nulla né l’uomo né il demonio, né qualunque altra potenza. Se gli sottrai denaro, prepari il suo guadagno; se parli male di lui, proprio a causa del suo sparlare lo rendi più splendido presso  Dio; se lo riduci alla fame, maggiore sarà la sua gloria e la sua ricompensa; se poi, e questa è giudicata cosa più grave, lo consegni alla morte, gli intrecci la corona del martirio. Che cosa sarà dunque paragonabile a questa vita, in cui niente può colpirlo, se anche coloro che sembrano insidiarlo, non sono meno utili di coloro che lo ricolmano di benefici? Perciò dice: «Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? » (Rm 8, 31).

 

         Poi, non contento di quanto aveva già detto, come massimo segno dell’amore del Padre verso di noi, e che spesso ci ripete, aggiunge anche questo: la morte del Figlio. (…) «Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui? » (Rm 8, 32). Come potrebbe abbandonarci, se non ha risparmiato suo Figlio, ma lo ha dato per tutti noi? Pensa quale bontà fu quella di non risparmiare suo Figlio, ma di consegnarlo alla morte, e di consegnarlo per tutti: per i vili, gli ingrati, i nemici, i bestemmiatori. «Come non ci donerà ogni cosa insieme con lui? » (Rm 8, 32).

 

         Cioè: se ci ha dato suo Figlio, non solo, ma se lo ha dato anche alla morte per noi, di che cosa temi per tutto il resto, dopo che hai ricevuto il Signore? Come puoi dubitare degli altri beni, se possiedi il Signore di ogni bene?

 

Ia settimana di Quaresima - UR Domenica

 

Commento al Primo libro dei Re I, 1

 

 

Fu condotto nel deserto per essere tentato dal diavolo

 

San Gregorio Magno nel sesto secolo

 

 

          L’uomo, creato forte, ma miseramente sconfitto dall’avversario, nella lotta non si mostro uomo, come gli era stato dato di essere. E così, benché fosse stato creato forte, non poteva la natura umana condannata tener testa al nemico vincitore, se questa natura non fosse stata assunta da colui che era al di sopra degli uomini. E così il nostro Creatore si fece nostro campione nella lotta. Ma se si considera la forza che dimostrò, risulta che è stato un uomo. Egli assunse la nostra natura, che diventando in lui vittoriosa, ritrovò la nobiltà con cui era stata creata e nel Redentore la debolezza di questa natura si cambiò in forza, mentre in Adamo la sua forza si era cambiata in debolezza.

 

          Nel deserto, mentre digiunava, si accostò a lui il tentatore, il quale, riprendendo in mano le armi che l’avevano reso vittorioso, scagliò contro di lui le frecce della gola, dell’orgoglio e della superbia, ma in tutto trovò il lui una resistenza invincibile. Con la vittoria rifulse dunque come uomo, poiché vinse il forte angelo ribelle, già vittorioso, affrontandolo, non con la potenza della sua divinità, bensì con la debolezza della sua umanità. Egli, uomo, in questo mondo scacciò l’antico avversario e con la sua morte lo incatenò nell’inferno. E poiché, dopo aver spezzato con la sua morte la potenza dell’inferno, ci ha aperto con la sua risurrezione l’ingresso all’eternità, ci ha mostrato la grandezza della sua forza, non solo vivendo, ma altresì morendo e risorgendo.

 

Ia settimana di Quaresima - VESPRI Domenica

Mc 1, 12-15 

Ritiro predicato al Vaticano 1983

 

  

« Nel deserto rimase quaranta giorni »

 

Cardinale Joseph Ratzinger ora Papa Benedetto Sedicesimo

 

 

         Andando nel deserto, Gesù si inserisce nella storia della salvezza del suo popolo, del popolo eletto. Quella storia inizia, dopo l’uscita dall’Egitto, con una migrazione di quarant’anni nel deserto. In mezzo a questi quarant’anni si trovano i giorni dell’incontro con Dio: i quaranta giorni che Mosè passò sul monte, nel digiuno assoluto, lontano dal suo popolo, nella solitudine della nube, sulla cima della montagna (Es 24,18). Dal cuore di questi giorni sgorga la fonte della Rivelazione. Ritroviamo questa durata di quaranta giorni nella vita di Elia: perseguitato dal re Acab, egli cammina quaranta giorni nel deserto, tornando all’origine dell’alleanza, alla voce di Dio, per una nuova tappa della storia della salvezza (1 Re 19,8).

 

         Gesù entra nella storia. Rivive le tentazioni del suo popolo, le tentazioni di Mosè. Come Mosè, offriva il sacro scambio: essere cancellato dal libro della vita per salvare il suo popolo (Es 32,32). Gesù infatti sarà l’agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo; sarà il vero Mosè che è veramente “nel seno del Padre” (Gv 1,18) faccia a faccia con lui, per rivelarlo. Nei deserti del mondo, è veramente la fonte dell’acqua viva (Gv 7,38), colui che non si limita a parlare, ma è, in persona, la parola di vita: via, verità e vita (Gv 14,6). Dall’alto della croce, ci dà l’alleanza nuova. Vero Mosè, entra mediante la sua risurrezione nella terra promessa, il cui accesso è stato rifiutato a Mosè e, con la chiave della croce, ce ne apre la porta.

 

Ia settimana di Quaresima - LODI Martedì

Mt 6, 7-15

 

No Greater Love

 

 

La preghiera dei figli di Dio

 

Beata Teresa di Calcutta nel ventesimo secolo

 

         Per essere feconda, la preghiera deve venire dal cuore e poter toccare il cuore di Dio. Vedi come Gesù ha insegnato a pregare ai suoi discepoli. Ogni volta che diciamo “Padre nostro”, Dio, ne sono sicura, rivolge lo sguardo sulle sue mani, proprio dove ci ha disegnati: “Ti ho designato sulle palme delle mie mani” (Is 49,16). Egli contempla le sue mani, e ci vede, qua, accucciati fra di esse. Che meraviglia, la tenerezza di Dio!

 

         Preghiamo, diciamo il “Padre nostro”. Viviamolo e allora saremo dei santi. Qui c’è tutto: Dio, io, il prossimo. Se io perdono, allora posso essere santo, posso pregare. Tutto viene da un cuore umile; se avremo tale cuore, sapremo come amare Dio, amare noi stessi e amare il nostro prossimo (Mt 22,37s). Non c’è in questo nulla di complicato, eppure noi complichiamo tanto le nostre vite, gravandole di tanti sovrappesi; una sola cosa conta: essere umili e pregare. Quanto più pregherete, tanto meglio pregherete.

 

         Un bambino non incontra nessuna difficoltà ad esprimere la sua intelligenza candida in termini semplici che dicono molto. Gesù non ha forse fatto capire a Nicodemo che occorre diventare come un bambino (Gv 3,3)? Se pregheremo secondo il Vangelo, permetteremo a Cristo di crescere in noi. Prega dunque con amore, come un bambino, con l’ardente desiderio di amare molto e di rendere amato colui che non lo è.

 

Ia settimana di QuaresimaVESPRI Martedì

Mt 6, 7-15

 

Dal Trattato “Sul Padre nostro “

Liturgia delle Ore

  

Sia fatta la tua volontà

 

di San Cipriano nel terzo secolo

 

          Nella preghiera diciamo: « Sia fatta la tua volontà in cielo e in terra », non tanto perché faccia Dio ciò che vuole, ma perché possiamo fare noi ciò che Dio vuole. Infatti chi è capace di impedire a Dio di fare ciò che vuole? Siamo noi invece che non facciamo ciò che Dio vuole, perché contro di noi si alza il diavolo ad impedirci di orientare il nostro cuore e le nostre azioni secondo il volere divino. Per questo preghiamo e chiediamo che si faccia in noi la volontà di Dio. E perché questa si faccia in noi, abbiamo bisogno della volontà di Dio, cioè della sua potenza e protezione, poiché nessuno è forte per le proprie forze, ma lo diviene per la benevolenza e la misericordia di Dio.

 

          La volontà di Dio dunque è quella che Cristo ha eseguito e ha insegnato. È umiltà nella conversazione, fermezza nella fede, discrezione nelle parole, nelle azioni giustizia, nelle opere misericordia, nei costumi severità. Volontà di Dio è non fare dei torti e tollerare il torto subito, mantenere la pace con i fratelli, amare Dio con tutto il cuore, amarlo in quanto è Padre, temerlo in quanto è Dio, nulla assolutamente anteporre a Cristo, poiché neppure lui ha preferito qualcosa a noi. Volontà di Dio è stare inseparabilmente uniti al suo amore, rimanere accanto alla sua croce con coraggio e forza, dargli ferma testimonianza quando ci battiamo per lui, accettare con lieto animo la morte quando essa verrà per portarci al premio.

 

          Questo significa voler essere coeredi di Cristo, questo è fare il comando di Dio, questo è adempire la volontà del Padre.

 

Ia settimana di Quaresima - LODI  Mercoledì

Lc 11, 29-32

 

2a omelia per il primo giorno della Quaresima,

2-3 ; PL 183, 172-174

 

  « Ritornate a me con tutto il cuore » (Gl 2,12)

 

San Bernardo nel dodicesimo secolo

 

 

         « Convertitevi, dice il Signore, con tutto il cuore ». Fratelli, se egli avesse detto : « Convertitevi » senza aggiungere niente, forse avremmo potuto rispondere : è fatto, puoi prescriverci un’altra cosa. Invece Cristo ci parla qui, se intendo bene, di una conversione spirituale, che non si fa in un solo giorno. Anzi, possa essere compiuta entro questa vita ! Quindi sii attento a quello che ami, a quello che temi, a quello che ti rallegra o che ti contrista, e vedrai che, sotto l’abito religioso, rimani un uomo di mondo. Infatti, il cuore sta nella sua totalità in questi quattro sentimenti, ed è riguardo a loro che si devono intendere queste parole : « Convertitevi al Signore con tutto il cuore ».

 

         Il tuo amore si converta, a tal punto da non amare nulla se non il Signore, oppure da non amare nulla se non per Dio. Anche il tuo timore si rivolga verso di lui, perché ogni timore che ci fa temere qualcosa fuori di lui e non a causa di lui è cattivo. La tua gioia e la tua tristezza si convertano verso di lui ; così da soffrire o rallegrarti soltanto in lui. Quindi se ti affliggi per i tuoi peccati o per quelli del prossimo, fai bene e la tua tristezza è salutare. Se ti rallegri dei doni della grazia, questa tua gioia è santa e puoi gustarla in pace nello Spirito Santo. Devi rallegrarti, nell’amore di Cristo, della prosperità dei tuoi fratelli e compatire le loro sventure secondo questa parola : « Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto » (Rm 12, 15).

 

Ia settimana di Quaresima - VESPRI Mercoledì

Lc 11, 29-32

Contro le eresie III, 20,1 ;

SC 34, 339

 

Il segno di Giona

 

Sant’Ireneo di Lione nel secondo secolo

 

 

         Generoso fu Dio il quale, venendo meno l’uomo, preordinò la vittoria che gli avrebbe resa per mezzo del Verbo. Infatti, poiché « la potenza trionfava nella debolezza » (2 Cor 12,9), il Verbo mostrava la bontà e la magnifica potenza di Dio.

 

         Infatti, come fu per il profeta Giona, è stato lo stesso per l’uomo. Dio ha permesso che costui fosse inghiottito dal mostro marino, non perché scomparisse e perisse totalmente, bensì affinché, dopo esser stato rigettato dal mostro, fosse maggiormente sottomesso a Dio e glorificasse maggiormente colui che gli concedeva tale salvezza insperata. Era anche per condurre gli abitanti di Ninive ad un fermo pentimento e convertirli a colui che poteva liberarli dalla morte, essendo stati loro stessi colpiti dal segno compiuto nella persona di Giona… Allo stesso modo, fin dal principio, Dio ha permesso che l’uomo fosse inghiottito dal grande mostro, autore della disubbidienza, non perché scomparisse e perisse totalmente, bensì perché Dio stava preparando in anticipo la salvezza compiuta dal suo Verbo per mezzo del « segno di Giona ». Questa Salvezza è stata preparata per coloro che avrebbero avuto per Dio gli stessi sentimenti di Giona, e li avrebbero confessati negli stessi termini : « Sono il servo del Signore e venero il Signore Dio del cielo, il quale ha fatto il mare e la terra » (Gn 1,9).

 

         Dio ha voluto che l’uomo, avendo ricevuto da lui una salvezza insperata, risuscitasse dai morti e glorificasse Dio dicendo con Giona : « Nella mia angoscia ho invocato il Signore ed egli mi ha esaudito ; dal profondo degli inferi ho gridato e tu hai ascoltato la mia voce » (Gn 2,3). Dio ha voluto che l’uomo rimanesse sempre fedele a glorificarlo e a rendergli grazie incessantemente per la salvezza ricevuta da lui.

 

Ia settimana di Quaresima - LODI Giovedì

 Libro di Vita di Gerusalemme

Capitolo Preghiera; § 19; p: 28-29

 

 

Dal Libro di vita di Gerusalemme

 al Capitolo Preghiera

 

 

         (…) Aspira a pregare continuamente senza stancarti mai. Come il salmista, ponendo sempre il Signore innanzi a te, e come il saggio meditando incessantemente i comandamenti del Signore, sii sempre lieto, prega senza sosta. Per ogni cosa, rendi grazie. Questa è la volontà di Dio su di te, in Cristo Gesù.

 

         Il tuo dovere è venerare e onorare Colui che, come credi, è il Verbo di Dio e per mezzo di Lui il Padre; e non solo in certi momenti particolari, come fanno alcuni, ma continuamente, per tutta la vita e in tutti i modi… La preghiera è un colloquio intimo con Dio e Dio presta continuamente l’orecchio a questa voce interiore…Sì, il vero uomo spirituale prega durante tutta la sua esistenza, perché pregare è per lui uno sforzo di unione con Dio; perciò rifiuta tutto ciò che è inutile, in quanto è già arrivato a quello stato in cui ha già ricevuto, in certa misura, la perfezione, che consiste nell’agire per amore. Tutta la sua vita è una sacra liturgia.[1]

 

         Quando tutto il tuo amore, tutto il tuo desiderio, tutto il tuo sforzo, tutta la tua ricerca, tutto il tuo pensiero, tutto ciò che vivi e di cui parli, tutto ciò che respiri non sarà che Dio, quando l’unità presente del Padre con il Figlio e del Figlio con il Padre sarà passata nella tua anima e nel tuo cuore[2], tu conoscerai allora la gioia incomparabile della preghiera continua e vivrai della vita vera.


 

[1] S. Clemente Alessandrino, Stromata, VII, ed Stählin, Leipzig 1909, p. 27 (trad. dal francese).

[2] S. Giovanni Cassiano, op. cit., Conf. X, VII, P. 425

 

Ia settimana di Quaresima - VESPRI Giovedì

Mt 7, 7-12

 Opuscula omnia 2,1

 

  

« Chiedete…, cercate…, bussate… »

 

San Tommaso d'Aquino nel tredicesimo secolo

 

 

         Quando preghiamo, non conviene preoccuparci di manifestare i nostri desideri a Dio, il quale conosce tutto. Eppure occorre che l’uomo preghi per ottenere una grazia da Dio. La preghiera rivolta a Dio ci rende familiari di Dio, poiché in essa la nostra anima si alza verso di lui, si intrattiene affettuosamente con lui e lo adora in spirito e verità (Gv 4, 23). Questa intimità, acquisita nella preghiera incita l’uomo a rimettersi in preghiera con fiducia. Per questo motivo è detto nel Salmo : « T’invoco » cioè prego con fiducia, « perché mi hai ascoltato, mio Dio » (16, 6). Poiché il salmista è stato ricevuto nell’intimità di Dio in una prima preghiera, prega in seguito con una fiducia accresciuta. Così, nella preghiera rivolta a Dio, l’assiduità o l’insistenza della richiesta non è importuna, bensì piuttosto gradita a Dio : « perché bisogna pregare sempre, dice il vangelo, senza stancarsi » (Lc 8, 1) ; e altrove, il Signore ci invita a chiedere : « Chiedete e vi sarà dato, dice, bussate e vi sarà aperto ».

 

Ia settimana di Quaresima - LODI Venerdì

Mt 5, 20-26

 

Sul Padre nostro, 23

(In l'Ora dell'Ascolto p. 1337)

 

  

« Se ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te… va’ a riconciliarti con lui »

 

di San Cipriano nel terzo secolo

 

 

         « Con la misura con la quale misurate, sarete misurati » (Mt 7,2). Quel servo che, pur avendo avuto dal padrone il condono di tutto il suo debito non volle usare la medesima bontà con il servo suo compagno, venne chiuso in prigione. Non volle essere indulgente col suo compagno di servitù, e perse la grazia fattagli dal Signore (Mt 18,23). Questo dovere viene ribadito fortemente da Cristo e confermato con tutto il peso della sua autorità. Egli dice : « Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli, perdoni a voi i vostri peccati » (Mc 11,25).

 

         Dio vuole che siamo operatori di pace, concordi e unanimi nella sua casa. Quali ci fece con la seconda nascita, tali vuole che perseveriamo, cioè come rinati. Se siamo figli di Dio, rimaniamo nella pace di Dio ; e coloro che hanno un solo Spirito, abbiano pure un cuor solo e un’anima sola. Dio non accoglie il sacrificio di chi è in discordia, anzi comanda di ritornare indietro dall’altare e di riconciliarsi prima col fratello. Solo così le nostre preghiere saranno ispirate alla pace e Dio le gradirà. Il sacrificio più grande da offrire a Dio è la nostra pace e la fraterna concordia, è il popolo radunato dall’unità del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

 

Ia settimana di Quaresima - VESPRI Venerdì

Mt 5, 20-26

 

Discorso 211, 5-6 ; SC 116, p. 169

(Nuova Biblioteca Agostiniana)

 

« Va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello »

 

Sant’Agostino nel quinto secolo

 

          Fratelli, mi rivolgo a tutti voi perché, trovandoci in questi giorni sacri [della Quaresima], non rimangano in piedi le vostre discordie… Forse state parlando nella vostra mente e vi state dicendo : « Vorrei mettermi d'accordo, ma è lui che mi ha offeso… e tuttavia non vuol chiedermi perdono ». Che cosa dirò a costui ?… Bisogna stabilire tra di voi alcuni pacieri…. Tu devi semplicemente essere pronto a perdonargli, proprio pronto a perdonargli con tutto il cuore. Se sei disposto a perdonare, hai già perdonato.

 

Ma hai ancora una cosa che puoi fare : pregare ; prega per lui, perché ti chieda perdono ; poiché sai che va a suo danno se non lo chiede, prega per lui affinché lo chieda. Dì al Signore nella tua preghiera : « Signore, sai che non ho fatto niente contro quel mio fratello … e che il suo peccato nei miei confronti danneggerebbe lui se non mi chiede perdono. Quanto a me ti chiedo di cuore di perdonargli ».

 

Ecco ciò che dovete fare per essere in pace con i vostri fratelli… affinché tutti possiamo far Pasqua con coscienza tranquilla, possiamo celebrare serenamente la passione di colui che, pur non dovendo niente a nessuno, ha saldato il debito al posto dei debitori ; parlo del Signore Gesù Cristo il quale non ha fatto torto a nessuno eppure, per così dire, il mondo intero si è scagliato contro di lui. E invece di esigere gravi punizioni ha promesso dei premi… Abbiamo lui come testimone nei nostri cuori : se abbiamo mancato contro qualcuno, chiediamogli perdono con cuore sincero ; se un altro ha mancato nei nostri confronti, siamo pronti a concedere perdono e preghiamo per i nostri nemici.

 

Ia settimana di Quaresima - LODI Sabato

Mt 5, 43-48

 

Lettera ai Filippesi 8-12 ; SC 10

(in l’Ora dell’Ascolto p. 1253, 1257, 1262)

 

« Amate i vostri nemici, e pregate per i vostri persecutori »

 

di San Policarpo nel secondo secolo

 

         Restiamo saldamente ancorati alla nostra speranza e al pegno della nostra giustizia, Gesù Cristo, che « portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce. Egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca » (1 Pt 2, 22). Ma per noi sopportò ogni cosa perché vivessimo in lui. Siamo dunque imitatori della sua pazienza e, se dovessimo soffrire per il suo nome, rendiamogli gloria. Questo è l’esempio che egli ci diede in se stesso, e noi vi abbiamo creduto… Rimanete saldi in queste convinzioni e seguite l’esempio del Signore, fermi e irremovibili nella fede. Amate i vostri fratelli e amatevi vicendevolmente. State uniti nella verità, usatevi reciproche attenzioni con la dolcezza del Signore, non disprezzate nessuno…

 

         So bene quale sia la vostra familiarità con le Sacre Scritture e come nulla ignoriate : io stesso non sono da tanto. Mi basta ricordarvi ciò che la Scrittura dice : « Sdegnatevi, ma non peccate » (Sal 4, 5). « Il sole non tramonti sopra la vostra ira » (Ef 4, 26). Beato chi se ne ricorda : e io credo che ciò accade realmente tra voi.

 

         Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, e lo stesso Gesù Cristo Figlio di Dio e sacerdote eterno, vi facciano crescere nella fede e nella verità e in ogni dolcezza, senza collera, nella pazienza e nella longanimità, nella fortezza e nella castità. Il Signore vi conceda di condividere l’eredità dei suoi santi, e lo conceda, insieme a voi, anche a noi e a tutti coloro che, sotto il cielo, crederanno nel Signore Gesù Cristo e in « Dio Padre che lo ha risuscitato dai morti » (Gal 1, 1). Pregate per tutti i credenti. Pregate anche per i re e le autorità e i principi, per coloro che vi perseguitano e vi odiano e per i nemici della croce, perché il vostro frutto sia manifesto in ogni cosa e siate perfetti in lui.

 

Ia settimana di Quaresima - PRIMI VESPRI Sabato

 

Omelie sulla lettera ai Romani

L’Ora dell’Ascolto, pp. 884

  

Immensa è la bontà di Dio che non risparmiò suo Figlio

 

di San Giovanni Crisostomo, nel quarto secolo

 

 

         «Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? » (Rm 8, 31). Contro il fedele che è attento alla legge di Dio non possono nulla né l’uomo né il demonio, né qualunque altra potenza. Se gli sottrai denaro, prepari il suo guadagno; se parli male di lui, proprio a causa del suo sparlare lo rendi più splendido presso  Dio; se lo riduci alla fame, maggiore sarà la sua gloria e la sua ricompensa; se poi, e questa è giudicata cosa più grave, lo consegni alla morte, gli intrecci la corona del martirio. Che cosa sarà dunque paragonabile a questa vita, in cui niente può colpirlo, se anche coloro che sembrano insidiarlo, non sono meno utili di coloro che lo ricolmano di benefici? Perciò dice: «Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? » (Rm 8, 31).

 

         Poi, non contento di quanto aveva già detto, come massimo segno dell’amore del Padre verso di noi, e che spesso ci ripete, aggiunge anche questo: la morte del Figlio. (…) «Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui? » (Rm 8, 32). Come potrebbe abbandonarci, se non ha risparmiato suo Figlio, ma lo ha dato per tutti noi? Pensa quale bontà fu quella di non risparmiare suo Figlio, ma di consegnarlo alla morte, e di consegnarlo per tutti: per i vili, gli ingrati, i nemici, i bestemmiatori. «Come non ci donerà ogni cosa insieme con lui? » (Rm 8, 32).

 

         Cioè: se ci ha dato suo Figlio, non solo, ma se lo ha dato anche alla morte per noi, di che cosa temi per tutto il resto, dopo che hai ricevuto il Signore? Come puoi dubitare degli altri beni, se possiedi il Signore di ogni bene?

 

IIa settimana di Quaresima   UR Domenica

Mc 9,2-10

Omelia 1 per la Trasfigurazione : PL 189, 959-960.

 

 

 

 Il suo volto brillò come il sole

di Pietro il Venerabile  nel dodicesimo secolo

 

  

         Perché stupirsi del fatto che il volto di Gesù sia divenuto come il sole, giacché era lui stesso il Sole ? Era il Sole, eppure restava dissimulato sotto la nube. Ora, la nube si apre, e lui risplende per un istante. Che cosa è questa nube che si apre ? Non è la carne, bensì la debolezza della carne che scompare un momento. È la nube della quale parla il profeta : « Ecco, il Signore cavalca una nube leggera » (Is 19, 1) ; nube della carne che copre la divinità, leggera perché non porta nessun peccato ; nube che dissimula lo splendore divino, leggera perché assunta nello splendore eterno ; nube della quale è detto nel Cantico : « Alla sua ombra, cui anelavo, mi siedo » (Ct 2, 3), leggera perché è la carne dell’Agnello che toglie i peccati del mondo, cosicché il mondo, alleggerito del peso di tutti i suoi peccati, è elevato in alto nei cieli. Il sole, velato di questa carne non è quello che sorge per i malvagi e per i buoni, bensì « il sole di giustizia » (Ml 3, 20) che sorge soltanto per coloro che temono Dio. Rivestito con questa nube di carne, oggi la luce che illumina ogni uomo risplende. Oggi glorifica questa stessa carne, la presenta deificata agli apostoli affinché gli apostoli la rivelino al mondo.

 

IIa settimana di Quaresima VESPRI Domenica

 

 

SULLA TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE

di Sant’Ambrogio nel quarto secolo

 

 

         Fu lo stesso Signore Gesù a volere che salisse sul monte il solo Mosè per ricevere la legge, e tuttavia non senza Gesù. Anche nel vangelo leggiamo che, fra i suoi discepoli, egli rilevò la gloria della sua resurrezione solo a Pietro, Giovanni e Giacomo. Così volle che il suo mistero rimanesse nascosto, e li ammoniva frequentemente di non parlare a chiunque di quel che avevano visto, affinché qualcuno più debole, non essendo in grado di penetrare la forza delle cose sacre per la sua indole incostante, non ne fosse scandalizzato.

 

         Del resto, Pietro stesso non sapeva quel che diceva, credendo di dover preparare tre tende per il Signore e i suoi servi. Quindi non poté resistere al fulgore della gloria del Signore trasfigurato, ma cadde a terra; e caddero anche i figli del tuono Giacomo e Giovanni, e una nube li avvolse; e non furono in grado di rialzarsi finché non venne Gesù che, toccatili, glielo ordinò esortandoli a deporre ogni timore.

 

         Entrarono nella nube per conoscere le cose nascoste e occulte, e udirono la voce di Dio che diceva: “Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto: ascoltatelo” (Mt 17, 5). Che significa “questi è il Figlio mio prediletto”? Vuol dire: Non ingannarti Simone, col credere che si possa attribuire il titolo di Figlio di Dio ai suoi servi. Questi è il Figlio mio: non di Mosè, non di Elia, quantunque l’uno abbia aperto il mare e l’altro abbia chiuso il cielo. Nella parola del Signore tutt’e due vinsero gli elementi della natura, ma essi furono solo strumenti: è invece questi che consolidò le acque, chiuse il cielo con la siccità, e quando volle lo sciolse con le piogge.

 

         Quando si richiede la testimonianza della risurrezione, è consentito il ministero dei servi, ma quando la gloria del Signore risorto si manifesta, allora rimane nascosto lo splendore dei servi. Infatti il sole che sorge copre la moltitudine delle stelle, e tutta la loro luce svanisce dinanzi al sole che illumina il mondo.

 

IIa settimana di Quaresima -  LODI Martedì

Sull'incomprensibilità di Dio, 5, 6-7 : PG 48, 745-746

 

 

 

Chi si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato

di San Giovanni Crisostomo nel quarto secolo

 

         Non c’è umiltà nel considerarsi peccatore, se lo siamo effettivamente. Ma l’umiltà esiste quando uno è consapevole di aver fatto quantità di grandi cose, eppure non ne concepisce alcun’alta opinione di sé ; quando, essendo simile a Paolo fino a poter dire : « Non sono consapevole di colpa alcuna », aggiunge subito : « non per questo sono giustificato » (1 Cor 4, 4) o anche : « Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori e di questi il primo sono io » (1 Tm 1, 15). In questo consiste l’umiltà : a dispetto della grandezza dei nostri atti, abbassarci in spirito.

 

         Dio, però, a motivo del suo amore indicibile per gli uomini, accoglie e riceve non soltanto coloro che si umiliano in questo modo, ma anche coloro che ammettono francamente le loro colpe, e si mostra favorevole e benevolo verso coloro che sono in tali disposizioni. E affinché tu impari quanto è buono non avere un’alta opinione di te stesso, immaginati due carri. A uno, attacca la virtù e la superbia, all’altro, il peccato e l’umiltà. Vedrai il tiro del peccato distanziare quello della virtù, non certo grazie alla propria potenza, ma grazie alla forza dell’umiltà che lo accompagna. E vedrai l’altro sorpassato, non a causa della debolezza della virtù, ma a causa del peso e dell’enormità della superbia. Infatti, come l’umiltà, grazie alla sua immensa forza di elevazione, trionfa della pesantezza del peccato e, per prima, sale al cielo, così la superbia, a causa del suo gran peso e della sua enormità, riesce a spuntarla sull’agilità della virtù e trascinarla facilmente verso il basso.

 

IIa settimana di Quaresima VESPRI Martedì

Mt 23, 1-12

 

  

Il vero timore del Signore

di sant’Ilario di Poitiers nel quarto secolo

 

          “Beato l’uomo che teme il Signore e cammina nelle sue vie”.

 

         Il timore di Dio è tutto nell’amore, e l’amore perfetto perfeziona questo timore.

 

         Il compito proprio del  nostro amore verso Dio è di ascoltarne gli ammonimenti, obbedire ai suoi comandamenti, fidarsi delle sue promesse.

 

         Ascoltiamo dunque la Scrittura che dice : “Ora, Israele, che cosa ti chiede il Signore tuo Dio, se non che tu tema il Signore tuo Dio, che tu cammini per tutte le sue vie, che tu ami e serva il Signore tuo Dio con tutto il cuore e con tutta l’anima,  che tu osservi i comandi del Signore e le sue leggi, che oggi ti do per il tuo bene ?(Dt 10, 12-13).

 

         Molte poi sono le vie del Signore, benché egli stesso sia la via. Ma quando parla di se stesso si chiama via, dando anche la ragione per cui si chiami così : “Perché nessuno può venire  al Padre se non per me(Gv 14, 6).

 

         Bisogna dunque porsi il problema delle molte vie possibili e ponderare molti elementi perché, edotti da molte ragioni, possiamo trovare quell’unica via della vita eterna che fa per noi.

 

         Vi sono infatti vie nella legge, vie nei profeti, vie nei vangeli, vie negli apostoli, vie anche nelle diverse opere dei maestri.

 

         Beati coloro che camminano in esse col timore di Dio.

 

IIa settimana di Quaresima - LODI - mercoledì

 

LIBRO DI VITA

 

Cap. ”Umiltà” § 122

 

IIa settimana di Quaresima - VESPRI Mercoledì

Discorsi, 24 ; PG 85, 282

 

 

 

 Di’ che questi miei figli siedano uno alla tua destra  e uno alla tua sinistra nel tuo Regno

 

Basilio di Seleucia nel quinto secolo

 

         Vuoi vedere la fede di questa donna ? Ebbene considera il momento in cui fa la sua richiesta… La croce è pronta, la Passione imminente, la folla dei nemici già pronta al suo posto. Il Maestro ha parlato della sua morte, i discepoli sono preoccupati :

prima della Passione, tremano alla sua evocazione. Quello che hanno udito li lascia stupefatti ; sono presi da turbamento. Proprio in questo momento, questa madre, staccatasi dal gruppo dei discepoli, domanda addirittura il Regno, e richiede un trono per i suoi figli.

         Cosa dici, donna ? Senti parlare di croce e tu chiedi un trono ? Si tratta della Passione, e tu desideri il Regno ?

Lascia pure i discepoli al loro timore e alla loro preoccupazione del pericolo. Ma di dove ti è mai venuto di domandare tale dignità ? Fra tutto quello che è stato appena detto, cosa ti ha condotta a pensare al Regno ?…

          – “Vedo”, dice, “la Passione, eppure prevedo anche la Risurrezione. Vedo la croce piantata, e contemplo il cielo aperto. Guardo i chiodi, ma vedo anche il trono… Ho sentito il Signore in persona dire : « Siederete anche voi su dodici troni » (Mt 19,28).

Vedo l’avvenire con gli occhi della fede.”

         Secondo me, questa donna è andata fino a precedere le parole del ladrone. Sulla croce, questi pronunciò questa preghiera : « Ricordati di me quando entrerai nel tuo Regno » (Lc 23,42).

Prima della croce, lei ha preso il Regno come oggetto della sua supplica… Che desiderio perso nella visione dell’avvenire ! Ciò che era nascosto dal tempo, la fede lo vedeva.

 

IIa settimana di Quaresima -  LODI Giovedì

Discorso su Lazzaro 2, 5; PG 48, 988-989

 

Lc 16,19-31

 

 Non dimenticate l’ospitalità

di San Giovanni Crisostomo nel quarto secolo

 

         Riguardo a questa parabola, conviene domandarci perché il ricco vede Lazzaro nel seno di Abramo piuttosto che in compagnia di un’altro giusto. È perché Abramo si è mostrato ospitale. Appare quindi accanto a Lazzaro per accusare il ricco di esser stato inospitale. Infatti, il patriarca cercava di trattenere anche semplici passanti per farli entrare nella sua tenda (Gn 18, 15). Il ricco, invece, non aveva avuto che disprezzo per colui che abitava nella propria casa. Eppure, con tutto in denaro che possedeva, aveva i mezzi per garantire la sicurezza del povero. Tuttavia giorno dopo giorno, ha continuato ad ignorarlo, e ha trascurato di porgli aiuto in quanto ne aveva bisogno.

 

         Il patriarca invece, non ha fatto così ! Seduto all’ingresso della tenda, fermava chiunque passasse, come un pescatore getta la rete in mare per prendere del pesce, oppure sovente dell’oro e delle pietre preziose. Così, raccogliendo uomini nella sua rete, successe ad Abramo di accogliere degli angeli e, cosa stupefacente, senza neppure accorgersene.

 

         Ne è rimasto sbalordito Paolo stesso, tanto di indirizzarci questa esortazione : « Non dimenticate l’ospitalità ; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo » (Eb 13, 2).

       

        A ragione, Paolo dice : « senza saperlo ». Se Abramo avesse saputo che coloro che stava accogliendo erano angeli, non avrebbe fatto nulla di straordinario o di stupefacente. Quindi, riceve quest’elogio soltanto perché ignorava l’identità dei viandanti. Infatti egli riteneva uomini ordinari, questi viaggiatori che invitò da lui con tanta generosità. Anche tu sai mostrarti pieno di zelo nell’accogliere un personaggio famoso, il che non merita che si rimanga strabiliati… Invece, riservare un’accoglienza piena di bontà ai primi venuti, alla gente sconosciuta e ordinaria, è proprio insigne e degno di stupore.

 

IIa settimana di Quaresima -  VESPRI Giovedì

Esposizione sui salmi 85, 3 ; CCL 39, 1178

(Nuova Biblioteca Agostiniana)

 

 

La vera ricchezza e la vera povertà

di Sant’Agostino nel quinto secolo

 

         Non fraintendete, fratelli, il mio dire! Le parole: "Dio non china il suo orecchio al ricco" non significano che egli non esaudisce coloro che posseggono oro e argento, famiglia e proprietà, sia che così siano nati o comunque occupino tale posizione sociale. Basta però che si ricordino di quello che dice l'Apostolo: « Ordina ai ricchi di questo mondo di non insuperbire » (1 Tm 6, 17). I possidenti che non insuperbiscono, in Dio sono poveri; e ai poveri, ai miseri, ai bisognosi Dio china il suo orecchio (Sal 85, 1). Sanno infatti che la loro speranza non è nell'oro e nell'argento e neppure nelle altre cose di cui sembrano abbondare nel tempo. Basta che la ricchezza non li porti alla perdizione; basta che non sia loro di ostacolo, dato che di vero giovamento la ricchezza non ne reca... Se uno disprezza in se stesso tutto quello di cui la superbia suole gonfiarsi, è un povero di Dio, e a lui Dio china l'orecchio, perché sa che il suo cuore è umile.

 

 Sicuramente, fratelli, quel povero che giaceva pieno di piaghe dinanzi alla porta del ricco venne portato dagli angeli nel seno di Abramo. Così leggiamo e così crediamo. Invece quel ricco che indossava vesti di porpora e di bisso e ogni giorno banchettava splendidamente fu portato all'inferno in mezzo ai tormenti. Ma forse che quel povero venne preso dagli angeli in grazia della sua miseria, e quel ricco venne gettato ai supplizi per colpa delle sue ricchezze? Dobbiamo comprendere che in quel povero venne premiata l'umiltà, come in quel ricco venne condannata la superbia.

 

IIa settimana di Quaresima - LODI Venerdì

Mt 21, 33-43.45-46     

 

Omelie sul Cantico dei cantici, 3

 

 

Dare frutto in colui che ha dato il suo frutto alla pienezza del tempo

di San Gregorio Nisseno nel quarto secolo

 

         “Il mio diletto è per me un grappolo di cipro nelle vigne di Engàddi” (Ct 1,14)... Questo grappolo divino si copre di fiori prima della Passione, e sparge il suo vino nella Passione... Sulla vigna, il grappolo non mostra sempre la stessa forma, cambia con il tempo: fiorisce, cresce, si gonfia, poi, perfettamente maturo, si trasforma in vino. La vigna promette dunque con il suo frutto: non è ancora maturo a puntino per dare il vino, ma aspetta la pienezza del tempo. Tuttavia, non è totalmente incapace di rallegrarci. Infatti, prima il profumo, incanta l’odorato, nell’attesa dei beni futuri, e seduce i sensi dell’anima con i profumi della speranza. Infatti la sicurezza certa della grazia sperata diviene godimento già per coloro che aspettano con costanza. È lo stesso con l’uva di cipro che promette il vino prima di diventarlo: con il suo fiore – il suo fiore è la speranza – ci dà la sicurezza della grazia futura...

 

         Colui la cui volontà è in sintonia con quella del Signore, perché la “medita giorno e notte”, diviene un “albero piantato lungo corsi d’acqua che darà frutto a suo tempo e le sue foglie non cadranno mai” (Sal 1,1-3). Per questo la vigna dello Sposo che ha messo radici nella terra fertile di Gàddi, cioè nel fondo dell’animo, che viene annaffiata e arricchita dagli insegnamenti divini, produce questo grappolo fiorito e sbocciato nel quale essa può contemplare il suo giardiniere e vignaiolo. Beata questa terra coltivata il cui fiore riproduce la bellezza dello Sposo! Poiché egli è la luce vera, la vera vita e la vera giustizia... e molte altre virtù ancora, se uno, con le sue opere, diviene simile allo Sposo, quando guarda il grappolo della propria coscienza, vi vede lo Sposo stesso. Essa infatti riflette la luce della verità in una vita luminosa e senza macchia. Per questo la vigna feconda dice: “Mette gemme la vite, sbocciano i fiori” (Ct 7,13). Lo Sposo è in persona questo vero grappolo che si mostra attaccato sul legno, il cui sangue diviene una bevanda di salvezza per coloro che esultano nella salvezza.

 

IIa settimana di Quaresima - VESPRI Venerdì

Contro le eresie, IV 36, 2-3 ; SC 100, 883

 

 

La vigna di Dio

di Sant’Ireneo di Lione nel secondo secolo

 

         Plasmando Adamo e eleggendo i patriarchi, Dio ha piantato la vigna del genere umano. Poi l’ha affidata a dei vignaioli mediante il dono della Legge trasmessa da Mosè. L’ha circondata con una siepe, cioè ha delimitato la terra che avrebbero dovuto coltivare. Ha costruito una torre, ha cioè scelto Gerusalemme. E ha mandato loro dei profeti prima dell’esilio in Babilonia, poi, dopo l’esilio, altri ancora, più numerosi dei primi, per ritirare il raccolto e dire loro : « Migliorate la vostra condotta e le vostre azioni » (Ger 7,3) ; « Praticate la giustizia e la fedeltà ; esercitate la pietà e la misericordia ciascuno verso il suo prossimo. Non frodate la vedova, l’orfano, il pellegrino, il misero e nessuno nel cuore trami il male contro il proprio fratello » (Zc 7,9)… ; «  Togliete il male dai vostri cuori… imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso » (Is 1,16)…

 

         Vedete con quali predicazioni i profeti esigevano il frutto di giustizia. Poiché però questa gente restava incredula, da ultimo mandò loro il proprio Figlio, nostro Signore Gesù Cristo, che è stato ucciso e cacciato fuori dalla vigna. Perciò Dio l’ha affidata – non più delimitata bensì estesa al mondo intero – ad altri vignaioli affinché gli consegnassero i frutti a suo tempo… La torre dell’elezione si erge ovunque nel suo splendore, poiché ovunque risplende la Chiesa ; ovunque pure è scavato il frantoio poiché ovunque sono coloro che ricevono l’unzione dello Spirito di Dio

 

         Per questo il Signore, per fare di noi buoni operai, diceva ai suoi discepoli : « Siate ben attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita » (Lc 21,34). « Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese ; siate simili a coloro che aspettano il loro padrone » (Lc 12,35).

 

IIa settimana di Quaresima - LODI Sabato

Lc 15, 1-3.11-32

Discorsi sui salmi, Sal 138,5-6

(Nuova Biblioteca Agostiniana)

 

 

 Quando era ancora lontano il padre lo vide

di Sant’Agostino  nel quinto secolo

 

 

         “Intendi i miei pensieri da lontano; il mio cammino e il mio giacere tu scruti, e tutte le mie vie ti son note” (Sal 138,2-3). Tu hai conosciuto il mio pensiero mentre io mi trovo ancora nell'esilio, prima che raggiunga quella patria. Ripensa a quel figlio più giovane... Il più grande non si allontana ma resta a lavorare nel campo. Rappresenta i santi che vivono nella legge e della legge compiono le opere e osservano i precetti.

In opposta direzione era andata quella porzione dell'umanità che s'era abbandonata all'idolatria. Cosa c'è infatti tanto lontano dal tuo Creatore quanto un idolo che tu stesso ti sei costruito? Ecco dunque il figlio minore. È partito per una terra lontana recando con sé la porzione del suo patrimonio, che, come sappiamo dal Vangelo, consumò rapidamente... Soffrì gli stenti, fu nella tribolazione e nell'indigenza, e in quello stato gli tornò in mente il padre: ebbe voglia di tornare a casa. Disse: “Mi alzerò e andrò dal padre mio”... Ma c'è forse un luogo dove non si trovi colui che avevo abbandonato? Per questo dice il Signore nel Vangelo che il padre “gli andò incontro mentre l'altro tornava”. Certo! quand'era ancora lontano ne aveva penetrato i pensieri. “La mia via e il mio confine tu hai scandagliato”. Qual via, se non la via cattiva che egli aveva battuta abbandonando il padre, quasi che potesse nascondersi all'occhio di colui che l'avrebbe castigato? Ovvero: gli sarebbe forse capitata quella miseria che lo annientò al segno di ridurlo a pascolare i porci, se non l'avesse voluto il Padre, il quale fino a tanto sferzò chi s'era allontanato finché non l'ebbe recuperato vicino?

Dio infatti si prende la rivalsa su tutti i moti del nostro cuore, in qualsiasi direzione ci muoviamo allontanandoci [da lui]. Ecco ora questo fuggiasco, in un certo qual modo scoperto, parlare e dire: “Tu hai scandagliato la mia via e il mio confine”. Il confine da me raggiunto, per quanto avanzato, non era lontano ai tuoi occhi: avevo fatto molta strada ma là dov'ero arrivato tu c'eri ancora. “Tu hai preveduto tutte le mie vie”. Tu le hai previste prima che io le percorressi, prima che ci camminassi; e hai permesso che io mi inoltrassi fra gli stenti per quelle mie vie, suggerendomi insieme, però, che, se mi fosse piaciuto essere esente da fatica, tornassi a percorrere le vie tue... È una confessione che ti faccio: percorrendo la mia via io mi sono allontanato da te; ti ho abbandonato mentre sarebbe stata mia felicità restare con te. Per fortuna però ho avvertito quale sventura sia stata la mia lontananza da te. Se infatti mi fossi trovato bene senza di te, forse avrei ricusato di tornare a te.

 

IIa settimana di Quaresima PRIMI VESPRI - sabato

Guerrico :   "Discorsi", disc 2 sui Rami di Palme 1

                               da "L'Ora dell'Ascolto", 1997

                               Ed. PIEMME - Casale Monferrato (Al)

                        (Adattato per la liturgia)

 

 

Non ci sia per me altro vanto che nella croce del Signore Gesù Cristo

del Beato Guerrico, abate al dodicesimo secolo.

 

          Nulla è più conveniente predicare che Gesù Cristo, e questi crocifisso. Che cosa distrugge i peccati, crocifigge i vizi, nutre e rinsalda le virtù, quanto il ricordo del Crocifisso ?

 

          L'apostolo Paolo parli pure tra i perfetti di una sapienza nascosta, misteriosa ; a me, anche imperfetto agli occhi degli uomini, parli invece di Cristo crocifisso, stoltezza per coloro che si perdono, ma potenza di Dio e sapienza di Dio per me e per coloro che si salvano (Cfr. 1 Cor 1, 23-24). Per me è altissima e purissima filosofia, grazie alla quale mi prendo gioco della presunta sapienza del mondo e della carne.

 

         Quanto mi riterrei perfetto ed esperto nella sapienza, se fossi trovato un autentico discepolo del Crocifisso, "il quale per opera di Dio è diventato per  noi" non solo "sapienza e giustizia", ma anche "santificazione e redenzione !" (1 Cor 1, 30).

 

         Se dunque sei crocifisso con Cristo, allora sei sapiente, sei giusto, sei santo, sei libero. Non è sapiente chi, innalzato da terra con Cristo, cerca e gusta le cose di lassù ?

 

         Può non essere giusto, colui nel quale e stato distrutto il corpo del peccato perché non sia più servo del peccato ? Non è santo chi offre se stesso come ostia viva, santa, gradita a Dio ? O non è libero, colui che il Figlio di Dio ha liberato e che, per la libertà della sua coscienza, ha fiducia di poter fare sua quella libera affermazione del Figlio : "Viene il principe del mondo ; egli non ha nessun potere su di me" (Gv 14,30) ?

 

         Davvero presso il Crocifisso è la misericordia e grande la redenzione (Cfr. sal 129, 7) ; egli che ha redento Israele da tutte le sue colpe, meritando di fuggire, libero, le calunnie del principe di questo mondo. Dicano pertanto i riscattati del Signore, che egli liberò dalla mano del nemico e radunò da tutti i paesi, dicano - ripeto - con la voce e lo spirito del loro Maestro : "Quanto a me, non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo" (Gal 6, 14).

 

IIIa settimana di Quaresima UR Domenica

 

Tratto sul vangelo di Giovanni, 15,6-7

(Nuova Biblioteca Agostiniana)

 

Per te ha dato tutto

di Sant’Agostino nel quinto secolo

 

         Gesù, stanco per il viaggio, stava così a sedere sul pozzo. Era circa l'ora sesta. Cominciano i misteri. Non per nulla, infatti, Gesù si stanca; non per nulla si stanca la forza di Dio… E' per te che Gesù si è stancato nel viaggio. Vediamo Gesù pieno di forza, e lo vediamo debole; è forte e debole: forte perché « in principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio »… Vuoi vedere com'è forte il Figlio di Dio? « Tutto fu fatto per mezzo di lui, e niente fu fatto senza di lui » (Gv 1,1-2); e tutto senza fatica. Chi, dunque, è più forte di lui che ha fatto tutte le cose senza fatica? Vuoi vedere ora la sua debolezza? « Il Verbo si è fatto carne e abitò fra noi » (Gv 1,14).

La forza di Cristo ti ha creato, la debolezza di Cristo ti ha ricreato. La forza di Cristo ha chiamato all'esistenza ciò che non era, la debolezza di Cristo ha impedito che si perdesse ciò che esisteva. Con la sua forza ci ha creati, con la sua debolezza è venuto a cercarci. E' con la sua debolezza che egli nutre i deboli, come la gallina nutre i suoi pulcini: « Quante volte - dice a Gerusalemme - ho voluto raccogliere i tuoi figli sotto le ali, come la gallina i suoi pulcini, e tu non l'hai voluto! » (Lc 13,34)

Così era Gesù, debole e stanco per il cammino. Il suo cammino è la carne che per noi ha assunto. Perché, come potrebbe muoversi colui che è dovunque e che da nessuna parte è assente? Se va, se viene, se viene a noi, è perché ha assunto la forma della carne visibile. Poiché dunque si è degnato di venire a noi apparendo in forma di servo per la carne assunta, questa stessa carne assunta è il suo cammino. Perciò « stanco per il cammino », che altro significa se non affaticato nella carne? Gesù è debole nella carne, ma tu non devi essere debole; dalla debolezza di lui devi attingere la forza, perché « la debolezza di Dio è più forte degli uomini » (1 Cor 1,25). La sua debolezza è la nostra forza.

 

IIIa settimana di Quaresima VESPRI  Domenica

 

 

Discorsi, 46

Sta scritto : ‘‘La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti’’. Voi invece ne avete fatto una spelonca di ladri

  di Giovanni Taulero nel quattordicesimo secolo

 

         Il nostro Signore entrò nel Tempio e, con l’aiuto di una sferza, scacciò fuori dal Tempio tutti coloro che compravano e vendevano e disse : « La mia casa sarà chiamata casa di preghiera. Voi invece ne avete fatto una spelonca di ladri ». Quale tempio è questo, divenuto una spelonca di ladri ? È l’anima e il corpo dell’uomo, i quali sono ben più realmente il tempio di Dio, di tutti i templi mai edificati (1 Cor 3,17 ; 6,19).

         Quando il Nostro Signore vuole entrare in questo tempio, lo trova mutato in una spelonca di ladri e in un luogo di mercato. Chi sono questi mercanti ? Sono coloro che danno quello che hanno –

il libero arbitrio – per ciò che non hanno – le cose di questo mondo. Quanto il mondo intero è pieno di tali mercanti ! Ce ne sono fra i sacerdoti e i laici, fra i religiosi, i monaci e le monache. Che vasto argomento di ricerca per chi volesse studiare come tanta gente sia così piena della propria volontà !… Dappertutto non vi si trova altro se non natura e volontà propria ; tanti sono coloro che cercano in ogni cosa il proprio interesse. Se volessero, invece, concludere con Dio un contratto, donandogli la loro volontà, che felice affare farebbero !

         Occorre che l’uomo voglia, segua, cerchi Dio in tutto quello che fa ; e quando avrà fatto tutto questo – bere, dormire, mangiare, parlare, ascoltare – lasci allora interamente le immagini delle cose, cosicché il suo tempio rimanga vuoto. Una volta che il tempio sarà vuotato, una volta che ne avrai scacciato questa frotta di ladri, cioè le immagini che lo ingombrano, potrai essere una casa di Dio (Ef 2,19), ma non prima, qualunque altra cosa tu faccia. Avrai allora la pace e la gioia del cuore, e nulla potrà più turbarti, nulla di ciò che ora ti preoccupa senza sosta, ti deprime e ti fa soffrire.

 

IIIa settimana di Quaresima LODI Martedì

 

Mt 18, 21-35

 

Perdonate e vi sarà perdonato

di sant’Agostino, nel quinto secolo

 

 

 

            Due sono le opere di misericordia che ci liberano, e che lo stesso Signore ha brevemente esposto nel vangelo: “Perdonate  e vi sarà perdonato; date e vi sarà dato (Lc 6, 37-38). La prima   si riferisce al perdono; l’altra si riferisce alla concessione di un bene. E anche questo riguarda il perdono. Tu hai bisogno di essere perdonato quando pecchi, e nello stesso tempo hai qualcuno a cui perdonare. La concessione di un bene te la chiede un mendicante, ma anche tu sei mendicante di Dio. Tutti infatti quando preghiamo siamo mendicanti di Dio: stiamo davanti alla porta del grande Padre di famiglia, ci prostriamo, supplichiamo, piangiamo, desiderando ricevere qualcosa che è Dio stesso. Che ti domanda il mendico? Il pane. E tu cosa chiedi a Dio se non Cristo che dice: “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo?” (Gv 6, 51). Volete essere perdonati? Perdonate: “Perdonate e vi sarà perdonato (Lc 6, 37). Volete ricevere? “Date e vi sarà dato (Lc 6, 38). Se infatti consideriamo i nostri peccati e passiamo in rassegna quanto abbiamo commesso con le opere, con l’udito, col pensiero, in innumerevoli modi, non so se possiamo dormire in pace.

Ogni giorno dunque chiediamo, ogni giorno pregando ci rivolgiamo a Dio perché ci ascolti, ogni giorno ci prostriamo dicendo: “Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori(Mt 6, 12). Quali debiti? Tutti o una parte? Risponderai: Tutti. Così fa’anche tu col tuo debitore. Stabilisci dunque questa norma, dichiara questa condizione; perciò quando preghi ricordati di questo patto per poter dire:

Rimetti a noi, come noi rimettiamo ai nostri debitori (Mt 6, 12).

 

IIIa settimana di QuaresimaVESPRI Martedì

Mt 18, 21-35

 

 

Va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello

di San Cesario di Arles nel sesto secolo

 

         Sapete quello che diremo a Dio nella preghiera prima di giungere al momento della comunione : « Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori. » Preparatevi dunque dentro di voi a perdonare, poiché state per incontrare queste parole nella preghiera. Come le direte ? Forse non le direte ? In definitiva, questa è proprio la mia domanda : Direte queste parole, sì o no ? Detesti tuo fratello e pronunci : « rimetti a noi come noi rimettiamo. » Evito queste parole, dici. Però, allora, stai veramente pregando ?  State ben attenti, fratelli. Fra poco, pregherete : perdonate con tutto il cuore !

         Vuoi fare, tu, un processo al tuo nemico ? Fa’ prima il processo del tuo cuore. Di’ a questo tuo cuore : smetti di odiare. Ora, siccome non vuoi perdonare, la tua anima si rattrista quando le dici : « smetti di odiare ». Ebbene, rispondile :  « perché ti rattristi, anima mia ? perché su di me gemi ? Spera in Dio » (Sal 41,6). Sei a disagio, sospiri, il tuo male ti ferisce, non riesci a disfarti dell’odio. Spera in Dio, è lui il medico. E’ stato appeso alla croce per te, senza tuttavia arrivare alla vendetta. E tu, stai cercando proprio la tua vendetta, poiché è questo il senso del tuo rancore. Guarda il tuo Dio sulla croce. Soffre per te, affinché il suo sangue diventi il tuo rimedio. Vuoi vendicarti ? Guarda il Cristo crocifisso, ascoltalo pregare : « Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno » (Lc 23, 34).

         Forse dirai : lui poteva fare questo, io no. Sono uomo e lui è Dio. Non puoi imitare Cristo ? Perché allora l’Apostolo Pietro ha scritto :  « Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme » ( Pt 2, 21) ?

         Perché l’Apostolo Paolo ci scrive : « Fatevi imitatori di Dio, quali figli carissimi » (Ef 5, 1) ? Perché il Signore stesso ha detto « Imparate da me, che sono mite e umile di cuore » (Mt 11, 29) ? Tergiversiamo, cerchiamo delle scuse quando pretendiamo che sia impossibile ciò che non vogliamo fare… Fratelli miei, non accusiamo Cristo di averci dato comandamenti troppo difficili, impossibili da attuare. In tutta umiltà, diciamogli piuttosto, insieme con il Salmista : « Tu sei giusto, Signore, e retto nei tuoi giudizi » (Sal 118, 137).

 

IIIa settimana di Quaresima LODI Mercoledì

 

Mt 5, 17-19

 

 

Cristo si è fatto pontefice misericordioso

di S. Cirillo di Alessandria nel quarto secolo

 

 

          Cristo si e fatto pontefice misericordioso. Egli non solo non protese dagli uomini nessuna pena in riparazione dei peccati, ma anzi li giustificò mediante la grazia e la misericordia; inoltre fece di noi degli adoratori in spirito e ci pose apertamente davanti agli occhi la verità con chiarezza, cioè quell’autentico modo di vivere onesto, palesemente indicato nel sublime messaggio evangelico.

 

         Non additò la verità condannando i comandamenti mosaici o distruggendo gli antichi decreti; ma piuttosto trasformando la lettera della legge, che era solo un’ombra di ciò che era significato dalle figure, in culto e adorazione in spirito e verità.

 

         Perciò diceva apertamente: “Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno dalla legge, senza che tutto sia compiuto”(Mt 5, 17-18).

 

         Chi trasforma le immagini in realtà non le distrugge, ma le perfeziona. Come fanno i pittori, che non cancellano i precedenti tocchi con cui hanno disposto i vari colori ma li stendono per rendere l’immagine più chiara e visibile,, così fece Cristo, precisando quelle rozze immagini fino alla perfezione della verità.

 

IIIa settimana di Quaresima VESPRI Mercoledì

 

 

Liberati per essere figli

di sant’Ireneo di Lione nel secondo secolo

 

 

         “Se la vostra giustizia non sarà superiore a quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli”. In che cosa consisteva questa superiorità? In primo luogo nel credere non solo nel Padre, ma anche nel Figlio suo ormai manifestato, perché questi è colui che conduce l’uomo alla comunione e all’unione con Dio. In secondo luogo consisteva nel non limitarsi a dire, ma anche fare – quelli infatti dicevano, ma non facevano -, e nell’astenersi non solo dalle opere cattive, ma anche dal desiderio di esse. Ora, insegnando questo, egli non andava contro la Legge, ma completava la Legge e faceva penetrare in noi le prescrizioni della Legge. Avrebbe contraddetto la Legge, se avesse comandato ai suoi discepoli di fare tutto ciò che la Legge proibiva. Invece il prescrivere di astenersi non solo dalle opere che la Legge proibisce, ma anche dal desiderio di esse non è l’atteggiamento di chi contraddice, né di chi abolisce la Legge, ma di chi la completa o la  estende.

 

         La Legge, infatti, essendo stata emanata per i servi, educava l’anima per mezzo delle cose esteriori e corporali, trascinandola come con une catena alla sottomissione ai precetti, affinché l’uomo imparasse ad obbedire a Dio; mentre il Verbo, liberando l’anima, le insegnò a purificare il corpo da sé volontariamente. Fatto questo, inevitabilmente furono abolite le catene della schiavitù, alle quali ornai l’uomo si era abituato, e l’uomo seguì Dio senza catene, ma si dilatarono i precetti della libertà e crebbe la sottomissione al Re, affinché nessuno, volgendosi indietro, si mostrasse indegno di colui che lo ha liberato: infatti la pietà e l’obbedienza verso il padrone di casa sono le stesse per i servi e per i figli, ma i figli hanno une confidenza più grande, perché il servizio della libertà è più grande e più glorioso della docilità della servitù.

 

IIIa settimana di Quaresima LODI - giovedì

Omelie sul libro di Giosuè, 15,1-4 ; SC 71, 331,345

 

Il combattimento spirituale

 di Origene nel terzo secolo

 

         Se le guerre [dell’Antico Testamento] non avessero simboleggiato le guerre spirituali, ritengo che i libri storici dei giudei non sarebbero mai stati trasmessi ai discepoli di Cristo, lui che è venuto per insegnare la pace. Mai sarebbero stati trasmessi dagli apostoli come lettura da fare nelle assemblee. A cosa infatti avrebbero potuto servire tali descrizioni di guerre per coloro che hanno sentito dire da Gesù : « Vi do la mia pace, vi lascio la mia pace » (Gv 14,27), per coloro ai quali è stato ordinato da Paolo : « Non fatevi giustizia da voi stessi » (Rm 12,19) e « Perché non subire piuttosto l’ingiustizia ? Perché non lasciarvi piuttosto privare di ciò che vi appartiene ? » (1 Cor 6,7)

 

         Paolo sa benissimo che non abbiamo più da fare battaglie materiali ; invece occorre combattere con ogni sforzo, nel nostro animo, contro i nostri nemici spirituali. Come farebbe il capo di un esercito, egli dona questo precetto ai soldati di Cristo : « Rivestitevi dell’armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo » (Ef 6,11). E affinché potessimo attingere, agli atti degli antichi, come a modelli per le guerre spirituali, ha voluto che ci fosse letto nell’assemblea il racconto delle loro imprese. Così, se saremo spirituali, noi che impariamo che la « legge è spirituale » (Rm 7,14), ci avvicineremo a tale lettura delle « cose spirituali in termini spirituali » (1 Cor 2,13). Così possiamo considerare attraverso quelle nazioni che hanno combattuto visibilmente Israele, quale è la potenza di queste nazioni di nemici spirituali, di questi « spiriti del male che abitano nelle regioni celesti » (Ef 6,12), che sollevano guerre contro la Chiesa del Signore, nuovo Israele.

 

IIIa settimana di Quaresima VESPRI Giovedì

Omelia mariana ; SC 72

 

Il dito di Dio

 Sant’Amedeo di Lausanne nel dodicesimo secolo

 

 

         « Mi venga in aiuto la tua mano ! » (Sal 118, 173). Il Figlio unico del Padre, per mezzo del quale egli ha creato tutte le cose, è chiamato la mano di Dio. Questa mano ha operato quando si è incarnata, non soltanto nel fatto che non ha causato a sua madre nessuna ferita, ma anche, secondo la testimonianza del profeta, addossandosi le nostre malattie, caricandosi delle nostre sofferenze (Is 53, 4).

 

         Sicuramente, questa mano, piena di rimedi diversi, ha guarito ogni malattia. Ha respinto ogni causa di morte ; ha risuscitato dei morti ; ha frantumato le porte degli inferi ; ha incatenato l’uomo forte e gli ha strappato via l’armatura ; ha aperto il cielo ; ha elargito lo Spirito di amore nei cuori dei suoi. Questa mano libera i prigionieri e dona la vista ai ciechi ; rialza coloro che sono caduti ; ama i giusti e custodisce i forestieri ; accoglie l’orfano e la vedova. Strappa dalla tentazione coloro che sono in pericolo ; ristora, riconfortandoli, coloro che soffrono ; ridà gioia agli afflitti ; ripara sotto la sua ombra coloro che faticano ; scrive per coloro che vogliono meditare la sua Legge ; tocca e benedice il cuore di coloro che pregano ; li rafforza nell’amore, per mezzo del suo contatto ; li fa progredire e perseverare nella sua azione. Infine, li conduce alla patria ; li riporta al Padre.

 

         Infatti, si è fatta carne per attirare l’uomo attraverso l’Uomo, per riportare, nel suo amore, la pecora smarrita al Padre onnipotente e invisibile. Poiché questa pecora, avendo lasciato Dio, era caduta « nella carne », era necessario che questa mano, fatta uomo, venisse a sollevarla « dalla sua carne » per riportarla al Padre, nello Spirito di amore.

 

IIIa settimana di Quaresima LODI Venerdì

Mc 12,28b-34

Tratto da "L'Ora dell'Ascolto"...p. 2063-2064

 

Questa è la via sulla quale camminò Cristo

da un antico discorso sull'amore di Dio e del prossimo.

 

 

     Amerai dunque il tuo Dio e amerai il tuo fratello, poiché «chi ama il suo fratello dimora nella luce e non v'è in lui occasione d'inciampo» (1 Gv 2, 10).

      Amatevi quindi, fratelli carissimi, amate gli amici, amate i nemici. Che cosa perderete cercando di amare molti? Ascoltiamo il Signore, che nel vangelo dice: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13, 34-35). Guardate come ha amato il Signore stesso, che ci comandò di amarci a vicenda. Amò i giudei che lo perseguitavano come nemici. Predicò ai discepoli il regno dei cieli. Essi lo ascoltarono e, lasciata ogni cosa, lo seguirono; e disse loro: Se farete ciò che io vi comando, non vi chiamo più servi, ma amici (cfr. Gv 15, 14. 15). Erano dunque suoi amici quelli che obbedivano fedelmente ai suoi comandi. Pregò per loro quando disse: «Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato siano dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che mi hai dato prima della creazione del mondo» (Gv 17, 24).

 

       Ma forse che pregò per gli amici e non nominò i nemici?

 

     Ascolta e impara. Durante la sua stessa passione, vedendo i giudei incrudelire contro di lui e gridare da ogni parte che fosse crocifisso, invocò a gran voce il Padre e gli disse: «Padre perdonali, perché non sanno quello che fanno» (Lc 23, 34). Come se dicesse: la loro malizia li ha accecati; la tua clemenza li perdoni. E la sua invocazione al Padre non fu vana, perché in seguito molti giudei credettero e, divenuti credenti, bevvero quel sangue che crudelmente avevano versato e divennero suoi seguaci quelli che erano stati i suoi persecutori.

 

     È questa la strada su cui camminò il Cristo. Seguiamolo, per non essere inutilmente chiamati cristiani.

 

IIIa settimana di Quaresima VESPRI Venerdì

 

 

Mc 12, 28b-34

 

Non c’è altro comandamento più importante di questi

di sant’Agostino nel quinto secolo

 

 

            Non crediate, fratelli, che il Signore dicendo: “Vi do un coman-damento nuovo: Che vi amiate a vicenda”, abbia dimenticato quel comandamento più grande, che è amare il Signore Dio nostro con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente. Potrebbe infatti sembrare che abbia detto di amarsi a vicenda quasi non calcolando quel comandamento: come se, invece, l’ordine che dava non rientrasse nella seconda parte di questo precetto dove è detto: “Amerai il prossimo tuo come te stesso”. È infatti su questi due comandamenti che poggiano la Legge e i Profeti. Ma per chi li intende bene, ciascuno dei due comandamenti si ritrova nell’altro; perché chi ama Dio, non può non tener conto del suo precetto di amare il prossimo; e chi ama il prossimo di un amore sincero e santo, chi ama in lui se non Dio? Questo amore, che si distingue da ogni espressione di amore mondano, il Signore lo caratterizza aggiungendo: come io ho amato voi. Che cosa, infatti, se non Dio, egli ha amato in noi? Non perché già lo possedessimo, ma perché lo potessimo possedere; per condurci, là dove Dio sarà tutto in tutti.

 

IIIa settimana di QuaresimaLODI Sabato

Lc 18, 9-14

Moralia, 76

 

Una breccia aperta

di San Gregorio Magno nel sesto secolo

 

           Con quale attitudine il fariseo, che saliva al Tempio per farvi la sua preghiera, e aveva fortificato la cittadella della sua anima, si disponeva a digiunare due volte la settimana e pagare le decime di quanto possedeva. Dicendo « O Dio, ti ringrazio » , è ben chiaro che aveva messo in atto tutte le precauzioni immaginabili per premunirsi. Ma lascia una breccia aperta ed esposta al suo nemico aggiungendo : « Che non sono come questo pubblicano ». Così, con la vanità, ha concesso al suo nemico di poter entrare nella città del suo cuore, che pur tuttavia egli aveva chiuso con i chiavistelli dei suoi digiuni e delle sue elemosine.

 

         Tutte le altre precauzioni sono dunque inutili, quando rimane in noi qualche apertura attraverso la quale il nemico possa entrare… Questo fariseo aveva vinto la gola con l’astinenza ; aveva superato l’avarizia con la generosità… Ma quanti sforzi in vista di questa vittoria sono stati annientati da un solo vizio ? dalla breccia di una sola colpa ?

 

         Per questo, bisogna non soltanto pensare a praticare il bene, ma anche vegliare con cura sui nostri pensieri, per tenerli puri nelle nostre opere buone. Perché se sono fonte di vanità o di superbia nel nostro cuore, combattiamo allora soltanto per vana gloria, e non per la gloria del nostro Creatore.

 

IIIa settimana di QuaresimaPrimi Vespri Sabato

(Lib. 10, 43. 68-70; CSEL 33, 278-280)
Dalle «Confessioni»

 

Cristo è morto per tutti

di sant'Agostino nel quinto secolo

 

      Il vero mediatore, che la tua segreta misericordia ha rivelato agli umili e che hai inviato perché dal suo esempio imparassero, fra l`altro, la stessa umiltà, quel «mediatore fra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù», apparve come elemento di congiunzione tra i malfattori mortali e il giusto immortale, lui mortale con gli uomini, giusto con Dio. Ora la ricompensa della giustizia è la vita e la pace. Per questo Cristo con la giustizia, che lo accomunava a Dio, eliminò la morte che, per sua libera scelta, lo accomunava con gli empi giustificati

     Quanto ci hai amati, o Padre buono, che non hai risparmiato il tuo unico Figlio, ma lo hai dato per noi peccatori! (cfr. Rm 8, 32).

     Come ci hai amati, quando per noi «egli che non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con te, si fece obbediente fino alla morte e alla morte di croce» (Fil 2, 6. 8)! Proprio lui, l'unico libero fra i morti, «che ha il potere di offrire la propria vita e il potere di riprenderla di nuovo» (Gv 10, 18)!      Per noi è vincitore e vittima davanti a te, vincitore proprio perché vittima. Per noi è sacerdote e sacrificio davanti a te, sacerdote proprio perché sacrificio. Egli da schiavi ci ha resi tuoi figli, nascendo da te, servendo a noi.

     Con tutta ragione pongo in lui una sicura speranza che tu, o mio Dio, guarirai tutte le mie infermità, per mezzo di colui che sta alla tua destra e «intercede per noi» (Rm 8, 34). Spaventato dai miei peccati e dal cumulo della mia miseria, avevo ventilato in cuor mio e meditato il ritiro nella solitudine. Ma tu me l'hai impedito e mi hai spronato con queste parole: «Egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro» (2 Cor 5, 15).

     Ecco, Signore, io getto in te ogni mio pensiero perché io viva, «perché io veda le meraviglie della tua legge» (Sal 118, 18).

 

IVa settimana di Quaresima - UR Domenica

Contro le eresie V,15,2-4 ; SC 153, 205-211

 

 

Il cieco nato

 di Sant’Ireneo di Lione nel secondo secolo

 

 

         Agendo in favore del cieco nato, non semplicemente con una parola bensì con un’azione il Signore gli ha reso la vista. Non ha agito in questo modo senza ragione o per caso, ma per fare conoscere la Mano di Dio che, in principio, aveva plasmato l’uomo. Perciò quando i suoi discepoli gli hanno domandato per colpa di chi, sua o dei suoi genitori quest’uomo era nato cieco, il Signore ha dichiarato : « Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio ».  Queste « opere di Dio », sono prima la creazione dell’uomo. Infatti la Scrittura ce la descrive proprio come un’azione : « Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo » (Gen 2,7). Per questo il Signore sputò per terra, fece del fango con la saliva, e plasmò il fango sugli occhi del cieco. Mostrava così in quale modo ebbe luogo la creazione originale, e per coloro che erano in grado di capire, manifestava la Mano di Dio che aveva plasmato l’uomo con la polvere…

 

         E poiché, in questa carne plasmata in Adamo, l’uomo era caduto nella trasgressione e quindi aveva bisogno del lavacro di rigenerazione (Tt 3,5), il Signore ha detto al cieco nato, dopo aver spalmato il fango sui suoi occhi : « Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe ». Gli concedeva nello stesso tempo il rimodellare e la rigenerazione operata dal lavacro. Perciò, dopo essersi lavato, « tornò che ci vedeva », affinché potesse riconoscere colui che lo aveva rimodellato e imparasse allo stesso tempo chi fosse il Signore che gli aveva reso la vista…

 

         Così colui che, in principio, aveva plasmato Adamo e al quale il Padre aveva detto : « Facciamo l’uomo, a nostra immagine, a nostra somiglianza » (Gen 1,26), proprio lui, in persona si è manifestato agli uomini alla fine dei tempi e ha rimodellato gli occhi di questo discendente di Adamo.

 

IVa settimana di Quaresima - VESPRI Domenica

Gv 3, 14-21

 

 

 

Accogliamo la Luce e diventiamo discepoli del Signore

 di Clemente Alessandrino nel terzo secolo

 

«I comandi del Signore sono limpidi, danno luce agli occhi» (Sal 18,9). Ricevi Cristo, ricevi la vista, ricevi la luce per conoscere a un tempo Dio e l'uomo. È più desiderabile il Verbo dal quale siamo illuminati «dell'oro, di molto oro fino; più dolce del miele e di un favo stillante» (Sal 18,11). E come potrebbe non essere desiderabile, dal momento che ha portato verso la luce la mente avvolta dalle tenebre e ha reso più luminosi e più acuti gli occhi dell'anima?

 

Se non ci fosse il sole, la notte sarebbe diffusa dovunque nonostante tutte le stelle; così, se non avessimo conosciuto il Verbo e non fossimo stati da lui illuminati, saremmo come galline nutrite al buio per poi subire la morte.

Apriamo dunque alla luce per possedere Dio. Accogliamo la luce per diventare discepoli del Signore. Egli infatti lo ha promesso al Padre: «Annunzierò il tuo nome ai miei fratelli, ti loderò in mezzo all'assemblea» (Sal 21,3). Esaltalo, e poi parlami di Dio tuo Padre: le tue parole apportano salvezza. Il tuo cantico mi insegnerà che nel cercare Dio, finora sono andato errando.

Quando invece sei tu, o Signore, a condurmi alla luce e per tuo mezzo trovo Dio e da te accolgo il Padre divento tuo erede, perché non ti sei vergognato di chiamarmi fratello (cfr. Eb 2,11).

 

Guardiamoci dal dimenticare la verità, allontaniamo da noi l'ignoranza e, dissipate le tenebre che offuscano come nube i nostri occhi, contempliamo il vero Dio elevando per prima cosa verso di lui questa acclamazione: salve, o luce! Infatti, a noi che eravamo sepolti nelle tenebre e avvolti nell'ombra della morte, è apparsa la luce del cielo, più pura del sole e più gioiosa di questa vita. Questa luce è la vita eterna e di essa vivono tutte le cose che ne partecipano.

 

Clemente ALESSANDRINO:

da "Esortazione ai pagani" C. 11

Tratto da "L'Ora dell'Ascolto"...p. 2065

 

IVa settimana di Quaresima - LODI Martedì

Gv 5, 1-16

 

Discorsi, 124  

(Nuova Biblioteca Agostiniana)

  

« Vuoi guarire ? »

Sant’Agostino nel quinto secolo

 

 

I miracoli di Cristo erano per noi figura di qualcosa che è in relazione con la salvezza eterna...; quella piscina è un segno di quanto il verbo del Signore ci ha dato. Dico in breve: quell'acqua era il popolo Giudaico; i cinque portici, la Legge. Mosè scrisse infatti cinque libri. Perciò, quell'acqua era chiusa all'interno da cinque portici, così come quel popolo era chiuso entro i limiti della legge. L'agitarsi dell'acqua è la Passione del Signore in mezzo a quel popolo. Chi vi scendeva veniva sanato; soltanto uno, perché egli appunto è l'unità. Quali che siano gli uomini che si turbano della passione del Signore, sono superbi; non vogliono discendere, non sono risanati. “Ed io - dice - giungerò a credere in un Dio incarnato, in un Dio nato da donna, in un Dio flagellato, crocifisso, morto, ferito, sepolto? Lungi da me che io creda questo di Dio: è indegno”.

 

Parli il cuore, taccia l'alterigia. Al superbo l'umiltà sembra indegna del Signore, perciò da quelli che sono tali la sanità si allontana. Non montare in superbia: scendi, se vuoi essere risanato. La pietà doveva inorridire se mai il Cristo incarnato si riteneva soggetto a mutamento. Ma ora la verità ti rende valido che sussiste immutabilmente il tuo Dio; non temere, il suo essere non viene meno; e proprio per lui neppure tu cessi di esistere. Sempre uguale a se stesso, nasce da donna, ma nella carne... Fu arrestato, legato, flagellato, oltraggiato, infine crocifisso, ucciso, ma nella carne. Perché ti fa inorridire? Il Verbo del Signore dura sempre. Chi disprezza questa condizione di umiltà in Dio, non vuole per sé la guarigione dal tumore micidiale della superbia.

 

Di conseguenza, il Signore Gesù Cristo, per mezzo della sua carne, ha fatto bene sperare della nostra carne. Ha preso infatti su di sé ciò che su questa terra ci era comunemente noto, cioè che quaggiù si verifica estesamente e in continuità: nascere e morire. Sovrabbondante sulla terra il nascere e il morire, risorgere e vivere per l'eternità non aveva luogo quaggiù. Vi trovò vili ricompense terrene, vi recò quelle del cielo straniere sulla terra.

 

IVa settimana di QuaresimaVESPRI Martedì

Einführung in das Christentum, 1969

 

Gesù, Nuovo Adamo

 del Papa Benedetto Sedicesimo

  

 

       In ogni nascita miracolosa dell’antica alleanza, nel momento delle svolte decisive della storia della salvezza…, il senso dell’avvenimento è sempre lo stesso : la salvezza del mondo non è dovuta all’uomo, alla sua forza ; occorre che l’uomo lasci che essa gli venga offerta ;  non può riceverla se non come un dono gratuito. La nascita verginale di Cristo è innanzi tutto un messaggio riguardo al modo in cui la salvezza ci raggiunge – nella semplicità di un dono che va accolto, quale dono assolutamente gratuito dell’amore che riscatta il mondo. « Prorompi in grida di giubilo e di gioia, tu che non hai provato i dolori del parto, perché più numerosi sono i figli dell’abbandonata che i figli della maritata, dice il Signore » (Is 54,1). In Gesù, Dio ha deposto in mezzo all’umanità sterile e disperata, un nuovo inizio, che non è il prodotto della nostra storia, bensì un dono dall’alto.

 

       Se ogni uomo costituisce già una novità ineffabile, se egli rappresenta una creatura di Dio unica nella storia, quanto più Gesù è, in persona, la novità vera. Non procede dalla radice propria dell’umanità ma dallo Spirito di Dio. Per questo egli è l’ « Adamo nuovo » (1 Cor 15,47), una nuova umanità comincia con lui… La fede cristiana confessa che Dio non è prigioniero della sua eternità, limitato a ciò che è meramente spirituale. Al contrario, può agire qui, oggi, nel cuore del mio universo ; vi ha agito effettivamente in Gesù, nuovo Adamo, nato dalla Vergine Maria mediante la potenza creatrice di Dio, il cui Spirito, in principio, aleggiava sulle acque (Gen 1,2) creando l’essere a partire dal non essere.

 

IVa settimana di Quaresima - LODI Mercoledì

 

Conferenza del 13/06/1933

 

 

«Sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto»

 San Massimiliano Kolbe nel diciannovesimo secolo

 


         Dio, nel suo operare, vuole sempre servirsi di strumenti… Dio, che ci ha dato la volontà libera, vuole che lo serviamo, in quanto strumenti, mediante l’accordo della nostra volontà con la sua, come lo fece sua Madre quando disse : « Sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto ». La parola « avvenga di me » deve sempre risuonare sulle nostre labbra, perché fra la volontà dell’Immacolata e la nostra volontà, deve sempre esistere una sintonia perfetta. Cosa allora conviene fare ? Lasciamoci guidare da Maria, e non avremo nulla da temere.

 

IVa settimana di Quaresima - VESPRI Mercoledì

 

 

L’Annunciazione e la nascita dell’universo

 di Anastasio di Antiochia nel sesto secolo

 

 

     In quel giorno Gabriele fu inviato a portare alla Vergine il lieto annuncio della nascita estranea a corruzione e ad annunciarle che per mezzo suo la salvezza sarebbe stata offerta alle genti. Mentre la salutava, il verbo si fece carne, per ricreare la creatura corrotta dal peccato insinuatosi insieme ai discorsi del malvagio serpente. era necessario, infatti, era necessario che la carne corrotta dal sibilare del serpente, mediante il saluto dell’angelo ritornasse all’incorruttibilità e, come attraverso una donna era sopraggiunta la morte, così era necessario che attraverso una donna fosse elargita la salvezza. Tutti siamo morti a causa di quella donna che era stata ingannata dal piacere; ma a causa di questa siamo stati restituiti alla vita. E non abbiamo ricevuto soltanto quei beni che avevamo perduto, ma dei beni molto più grandi e preziosi; une mente umana con li può concepire, l’occhio non è in grado di contemplare la bellezza e l’udito non li può sopportare.

 

     Celebriamo questo giorno solenne, questa festa, che commemora l’annunciazione della santa e veneranda Vergine, ma che ricorda anche la nascita dell’intero universo, perché tutte le cose sono state rifatte nel loro ordine e il precedente disordine ha ricevuto il suo ordinamento. Colui che ci ha creato, infatti, per amor nostro è diventato simile a noi, ha rinnovato la sua antica immagine che era stata corrotta e le ha restituito una straordinaria bellezza, quasi gridando a noi queste parole:  «Poiché oggi siete stati creati e vi siete lasciati attrarre alla perdizione e alla morte, oggi io il Creatore, per amor vostro, mi lascio plasmare per riportarvi alla vita di prima per mezzo di questa mai carne, che è stata ora modellata, affrontando la morte e mettendola a morte come si conviene».

 

IVa settimana di Quaresima - LODI Giovedì

Gv 5, 31-47 

 

dimostrazioni, n°21 ;

SC 359, 822

  

« Se credeste a Mosè, credereste anche a me »

 Sant’Afraate nel terzo secolo

 

 

         Mosè è stato perseguitato, come Gesù è stato perseguitato. Questi, appena nato, fu nascosto per non essere ucciso dai suoi persecutori; Gesù, appena nato, è stato spinto a fuggire in Egitto, perché Erode, suo persecutore, non lo uccidesse. Nel giorno in cui nacque Mosè, i bambini furono annegati nel fiume; alla nascita di Gesù, hanno ucciso i bambini di Betlemme e dei dintorni. A Mosè, Dio disse: “Sono morti quanti insidiavano la tua vita” (Es 4,19) e, in Egitto, l’angelo disse a Giuseppe: “Alzati, prendi con te il bambino e va’ nel paese d’Israele, perché sono morti coloro che insidiavano la vita del bambino” (Mt 2,20). Mosè fece uscire il suo popolo dalla schiavitù del Faraone; Gesù salvò tutti i popoli dalla schiavitù di Satana... Quando Mosè immolò l’agnello, i primogeniti di Egitto furono uccisi; quando fu crocifisso, Gesù divenne l’agnello vero... Mosè fece scendere la manna per il suo popolo; Gesù diede il suo corpo ai popoli. Mosè rese dolci le acque amare con il legno; Gesù rese dolce la nostra amarezza, essendo crocifisso sul legno. Mosè fece scendere la Legge per il popolo; Gesù diede dei Testamenti ai popoli. Mosè vinse Amalek stendendo le mani; Gesù vinse Satana con il segno della croce.

 

         Mosè fece scaturire l’acqua dalla pietra per il popolo; Gesù mandò Simon Pietro a portare il suo insegnamento ai popoli. Mosè toglieva il velo dal suo volto per parlare con Dio; Gesù tolse il velo che era sul volto dei popoli, perché udissero e ricevessero il suo insegnamento (1 Cor 3,16). Mosè impose la mano sugli anziani e ricevettero il sacerdozio; Gesù impose la mano sui suoi apostoli e ricevettero lo Spirito Santo. Mosè salì  sul monte e morì; Gesù salì in cielo e sedette alla destra del Padre.

 

IVa settimana di Quaresima - VESPRI Giovedì

Gv 5, 31-47

 

Commento sul Diatèsaron, I, 18-19 ; SC 121, 52-53

(In l'Ora dell'Ascolto p. 1408)

 

 « Voi scrutate le Scritture… ; ebbene, sono proprio esse che mi rendono testimonianza »

 Sant’Efrem Siro nel quarto secolo

 

         La parola del Signore è un albero di vita che, da ogni parte, ti porge dei frutti benedetti. Essa è come quella roccia aperta nel deserto, che divenne per ogni uomo da ogni parte, una bevanda spirituale. Essi mangiarono, dice l’Apostolo, un cibo spirituale e bevvero una bevanda spirituale (1 Cor 10,3 ; Es 17,1).

 

         Colui al quale tocca una di queste ricchezze non creda che non vi sia altro nella parola di Dio oltre a ciò che egli ha trovato. Si renda conto piuttosto che egli non è stato capace di scoprirvi se non una sola cosa fra molte altre. Dopo essersi arricchito della parola, non creda che questa venga da ciò impoverita. Incapace di esaurirne la ricchezza, renda grazie per l’immensità di essa. Rallégrati perché sei stato saziato, ma non rattristarti per il fatto che la ricchezza della parola ti supera.

 

         Colui che ha sete è lieto di bere, ma non si rattrista perché non riesce a prosciugare la fonte. È meglio che la fonte soddisfi la tua sete, piuttosto che la sete esaurisca la fonte. Se la tua sete è spenta senza che la fonte sia inaridita, potrai bervi di nuovo ogni volta che ne avrai bisogno. Se invece saziandoti seccassi la sorgente, la tua vittoria sarebbe la tua sciagura. Ringrazia per quanto hai ricevuto e non mormorare per ciò che resta inutilizzato. Quello che hai preso o portato via è cosa tua, ma quello che resta è ancora tua eredità.

 

IVa settimana di Quaresima - LODI Venerdì

Gv 7, 1-2.10.25-30 

 

Commento al vangelo di Giovanni,

XIX, 12 ; PG 14, 548

 

 

« Nessuno riuscì a mettergli le mani addosso, perché non era ancora giunta la sua ora »

 Origene nel terzo secolo

 

         Cercare Gesù è per lo più in vista di un bene, poiché è come cercare il Verbo, la verità e la sapienza. Direte però che le parole « cercare Gesù » sono a volte pronunciate riguardo a coloro che gli vogliono del male. Per esempio : « Cercarono di arrestarlo, ma nessuno riuscì a mettergli le mani addosso, perché non era ancora giunta la sua ora »... Egli sa da chi si allontana e accanto a chi rimane, anche quando non si è lasciato trovare, affinché cercandolo, lo troviamo nel momento favorevole. L’Apostolo Paolo dice a coloro che non possiedono ancora Gesù e non l’hanno ancora contemplato: “Non dire nel tuo cuore: Chi salirà al cielo? Questo significa farne discendere Cristo; oppure: Chi discenderà nell’abisso? Questo significa far risalire Cristo dai morti. Che dice dunque la Scrittura? Vicino a te è la parola, sulla tua bocca e nel tuo cuore” (Rm 10, 6-8).

 

         Nel suo amore per gli uomini, quando il Signore dice: “Voi mi cercherete” (Gv 8,21), fa intravvedere le cose del Regno di Dio, affinché coloro che lo cercano non lo cerchino fuori da sè dicendo “Eccolo qui o: eccolo qua”. Il Vangelo dice loro: “Il Regno di Dio è in mezzo a voi” (Lc 17,21). Finché teniamo il seme della verità deposto nella nostra anima, e i suoi comandamenti, il Verbo non si allontana da noi. Invece se il male si diffonde in noi per corromperci, ci dirà Gesù: “Io vado e voi mi cercherete, ma morirete nel vostro peccato” (Gv 8,21).

 

IVa settimana di Quaresima - VESPRI Venerdì

Gv 7, 1-2.10.25-30 

Commenti al vangelo di Giovanni,

omelia 28

 

« Non era ancora giunta la sua ora »

 Sant’Agostino nel quinto secolo

 

Ora si avvicinava la festa dei Giudei, detta delle Capanne. I fratelli di Gesù gli dissero: Parti di qui e vattene nella Giudea perché anche i tuoi discepoli vedano le opere che fai... E Gesù disse loro: “Il mio tempo non è ancora giunto, il vostro invece è sempre pronto” (Gv 7, 2-6)... La parola del Signore quindi: Il mio tempo non è ancora giunto, era la risposta al loro consiglio di gloria: il tempo della mia gloria non è ancora giunto. Notate come è profonda la sua risposta. Essi lo esortano a cercare la sua gloria, ma egli vuole che l'esaltazione sia preceduta dalla umiliazione e intende giungere alla gloria percorrendo la strada dell'umiltà. Quei discepoli che volevano sedersi uno alla sua destra e l'altro alla sua sinistra (Mc 10,37), cercavano anch'essi la gloria; miravano alla meta, ma non vedevano la via; il Signore li richiamò alla via, onde potessero con sicurezza raggiungere la patria. Eccelsa è la patria, umile è la via. La patria è la vita di Cristo, la via è la sua morte; la patria è lassù ove Cristo dimora presso il Padre, la via è la sua Passione...

 

Cerchiamo dunque di essere retti di cuore: il tempo della nostra gloria non è ancora giunto. Diciamo a coloro che, come i fratelli del Signore, amano il mondo: “Il vostro tempo è sempre pronto, mentre il nostro non è ancora giunto”. Osiamo dir questo anche noi. Dal momento che noi siamo il Corpo di nostro Signore Gesù Cristo, siamo sue membra, e con animo grato riconosciamo in lui il nostro capo, diciamolo pure, poiché egli stesso si è degnato di dirlo per noi. All'insulto di coloro che amano il mondo, rispondiamo: “Il vostro tempo è sempre pronto, mentre il nostro non è ancora giunto”. A noi infatti l'apostolo Paolo dice: “Voi siete morti, e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio”. Quando giungerà il nostro tempo? “Quando comparirà Cristo, che è la vostra vita, allora anche voi comparirete con lui nella gloria” (Col 3, 3).

 

“La nostra vita è nascosta con Cristo in Dio”. Così si può dire durante l'inverno: quest'albero è morto; ad esempio, questo fico, questo pero, questi alberi da frutta sembrano secchi; e per tutto l'inverno non danno segni di vita. Bisogna aspettare l'estate, bisogna aspettare il giudizio. La rivelazione di Cristo è la nostra estate: Dio verrà in modo manifesto, il nostro Dio verrà e non tacerà.

 

IVa settimana di Quaresima - LODI Sabato

Gv 7, 40-53

 

Salita del Monte Carmelo,

II, cap. 22

 

 « Mai un uomo ha parlato come parla quest’uomo  »

 San Giovanni della Croce nel sedicesimo secolo

 

 

Invero il Signore ci potrebbe dire: “Se Io ti ho detto tutta la verità nella mia parola, cioè nel mio Figlio, e non ho altro da manifestarti, come ti posso rispondere o rivelare qualche altra cosa?... “Questo è il mio Figlio diletto nel quale mi sono compiaciuto, ascoltatelo” (Mt 17,5)... Ascoltatelo perché ormai non ho più materia di fede da rivelare e verità da manifestare...

 

“Se vuoi che Io ti dica qualche parola di conforto, guarda mio Figlio, obbediente a me e per amor mio sottomesso ed afflitto, e sentirai quante cose ti risponderà. Se desideri che io ti sveli alcune cose o avvenimenti occulti, fissa in Lui i tuoi occhi e vi troverai dei misteri molto profondi, la sapienza e le meraviglie di Dio le quali, secondo quanto afferma il mio Apostolo, sono in Lui contenute: “Nel quale Figlio di Dio sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza di Dio” (Col 2,3), tesori di sapienza che saranno per te profondi, saporosi e utili più di tutte le cose che vorresti sapere. Per questo lo stesso Apostolo si gloriava dicendo di aver fatto intendere che egli “non conosceva se non Gesù Cristo e questo crocifisso” (1 Cor 2,2). Inoltre se tu desideri altre visioni e rivelazioni divine o corporee, mira il Cristo umanato e vi troverai più di quanto pensi, poiché l’apostolo Paolo afferma a tale proposito: “In Cristo dimora corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2,9).

 

Non conviene quindi interrogare Dio come un tempo e non è più necessario che Egli parli, poiché tutta la fede in Cristo è stata annunciata. Non c’è più altra verità della fede che debba essere rivelata e non ce ne sarà mai più.

 

IVa settimana di Quaresima - PRIMI VESPRI Sabato

Textes choisis pp. 204-205

Letture dei giorni

Comunità monastica di Bose

 

Ogni nostro preghiera è in Cristo

 di Dietrich Bonhoeffer

 

         Se i Salmi sono la Parola di Dio, allora è Dio stesso che parla in queste preghiere, è lui che prega. Dio che prega e Dio che esaudisce la preghiera: un problema che solamente in Gesù Cristo trova soluzione. Egli è il nostro portavoce, sia nel tempo della sua umiliazione, sia nella sua elevazione eterna. Egli prega per noi dinanzi al trono di Dio. Cristo, il Figlio di Dio divenuto uomo, prega suo Padre. Prega in quanto tentato in ogni cosa come noi, essendo passato attraverso il peccato e la morte, in quanto nostro fratello che ci conosce. Non pronuncia questa preghiera al nostro posto come se non appartenesse anch’egli alla nostra razza, come se non fosse con noi; egli infatti ha fatto sua la nostra preghiera e, in un’intercessione eterna, la fa sua tutti in giorni là dove si prega nel suo nome.

 

         La nostra preghiera è una preghiera trasmessa da Cristo, che è il mediatore. Il fatto che noi possiamo raggiungere Dio nella preghiera non è un’evidenza religiosa: è un fatto reso possibile unicamente da Cristo. Nessuna preghiera trova la strada di Dio se Gesù Cristo, il nostro intercessore, non se ne fa carico dicendola per noi; nessuna preghiera trova questa strada se non è pronunciata nel nome di Gesù Cristo. Non si tratta su una formula, ma di una realtà: la nostra preghiera è legata all’uomo Gesù Cristo, alla sua vita, alla sua morte e risurrezione, è legata all’atto anteriore e già consumato di Dio, alla Parola, pronunciata da Dio, che ci assolve. Poiché Dio è divenuto uomo e ha sofferto con noi, è stato provato in ogni cosa come noi, nell’angoscia e nella morte, e «nei giorni della sua carne, ha offerto preghiere e suppliche con forti grida e lacrime» (Eb 5, 7); per questo e in questo soltanto, noi abbiamo la grazia della preghiera.

 

Va settimana di Quaresima - UR Domenica

 

Discorsi sul vangelo di Giovanni,  49, 1-3 ; CCL 36, 419-421

(Nuova Biblioteca Agostiniana)

 

 Gesù gridò a gran voce : Lazzaro, vieni fuori !

di Sant’Agostino nel quinto secolo

 

 

         Fra tutti i miracoli compiuti da nostro Signore Gesù Cristo, quello della risurrezione di Lazzaro è forse il più strepitoso.

Tu hai udito che il Signore Gesù risuscitò un morto: ciò ti basti per convincerti che, se avesse voluto , avrebbe potuto risuscitare tutti i morti. Del resto si è riservato di far questo alla fine del mondo; poiché « verrà l'ora in cui tutti quelli che sono nei sepolcri, udranno la sua voce e ne usciranno.  Nell'ultimo giorno, ad un cenno, ricostituirà il corpo dalle ceneri. Ma bisognava che intanto compisse alcune cose, che a noi servissero come segni della sua potenza per credere in lui, e prepararci a quella risurrezione che sarà per la vita, non per il giudizio. E' in questo senso che egli ha detto: « Verrà l'ora in cui tutti quelli che sono nei sepolcri, udranno la sua voce e ne usciranno, quelli che hanno agito bene per la risurrezione della vita, quelli che hanno agito male per la risurrezione del giudizio » (Gv 5, 28-29)

Se però rivolgiamo la nostra attenzione ad opere di Cristo più meravigliose di questa ci rendiamo conto che ogni uomo che crede risorge; se poi riuscissimo a comprendere l'altro genere di morte molto più detestabile, (quello cioè spirituale), vedremmo come ognuno che pecca muore. Se non che tutti temono la morte del corpo, pochi quella dell'anima… Oh, se riuscissimo a spingere gli uomini, e noi stessi insieme con loro, ad amare la vita che dura in eterno almeno nella misura che gli uomini amano la vita che fugge! 

 

Va settimana di Quaresima - VESPRI Domenica

Dai «Discorsi» di san Leone Magno, papa

(Disc. 8 sulla passione del Signore, 6-8; PL 54, 340-342)

 

La croce di Cristo è la sorgente di ogni benedizione 

di San Leone Magno nel quarto secolo

 

 

        Il nostro intelletto, illuminato dallo Spirito di verità, deve accogliere con cuore libero e puro la gloria della Croce, che diffonde i suoi raggi sul cielo e sulla terra. Con l'occhio interiore deve scrutare il significato di ciò che disse nostro Signore, parlando dell'imminenza della sua passione: «E' giunta l'ora che sia glorificato il Figlio dell'uomo» (Gv 12, 23), e più avanti: Ora l'anima mia è turbata; e che devo dire? Padre, salvami da quest'ora? Ma per questo sono giunto a quest'ora! Padre, glorifica il Figlio tuo (Gv 12, 27-28). Ed essendosi fatta sentire dal cielo la voce del Padre, che dichiarava: «L'ho glorificato, e di nuovo Lo glorificherò», rispondendo ai circostanti, Gesù disse: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12, 30-32).

        Confessiamo dunque, o miei cari, quanto l'apostolo Paolo, dottore delle genti, ha dichiarato solennemente: «Questa parola è sicura e degna di essere da tutti accolta: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori» (1 Tm 1, 15). La misericordia di Dio verso di noi è davvero meravigliosa proprio perché Cristo non è morto solo per i giusti e i santi, ma anche per i cattivi e per gli empi. E, poiché la sua natura divina non poteva essere soggetta al pungolo della morte, egli, nascendo da noi, ha assunto quanto potesse poi offrire per noi.

        Un tempo infatti aveva minacciato la nostra morte con la potenza della sua morte dicendo per bocca del profeta Osea: «O morte, sarò la tua morte, o inferno, sarò il tuo sterminio» (Os 13, 14). Morendo, infatti, subì le leggi della tomba, ma, risorgendo, le infranse e troncò la legge perpetua della morte, tanto da renderla da eterna, temporanea. «Come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo» (1 Cor 15, 22).

 

Va settimana di Quaresima - LODI Martedì

Gv 8, 21-30

Discorso sull’incarnazione del Verbo, 21-22  

(In l'Ora dell'Ascolto p.2908)

 

 

Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che Io Sono

di Sant’Atanasio di Alessandria nel quarto secolo

 

         Qualcuno potrebbe domandare : se era necessario che Cristo abbandonasse il suo corpo alla morte per il bene di tutti, perché non l’ha abbandonato semplicemente come qualsiasi uomo, ma si è lasciato crocifiggere ? Era più conveniente per lui deporre il suo corpo dignitosamente, piuttosto che subire una morte ignominiosa. Ma costui si domandi se la sua obiezione non sia troppo umana. Quello che ha fatto il Salvatore è veramente divino e degno della sua divinità per più ragioni.

         Anzitutto la morte per cui muoiono gli uomini accade per la debolezza della loro natura : non possono durare a lungo e col tempo deperiscono, si ammalano, perdono le forze e muoiono. Ma il Signore non è debole, è la potenza di Dio, il Verbo di Dio : è la stessa vita. Se avesse deposto il suo corpo in forma privata, su di un letto, al modo comune degli uomini, si sarebbe pensato… che egli non aveva nulla di più degli altri uomini… E poi non sarebbe stato conveniente che soccombesse a una malattia, lui che guariva le malattie degli altri…

         Perché allora non ha evitato la morte come ha evitato le malattie ? Egli possedeva un corpo appunto per poter morire, e non conveniva che si sottraesse alla morte impedendo così la risurrezione… Qualcuno dirà : Egli avrebbe dovuto schivare il complotto dei suoi nemici, per conservare il suo corpo del tutto immortale. Costui impari dunque che neppure questo conveniva al Signore. Come non era degno del Verbo di Dio, che è la vita, mettere a morte il suo corpo per sua iniziativa, così non era conveniente che egli sfuggisse la morte che gli veniva dagli altri… Tale atteggiamento non mostrava affatto la debolezza del Verbo, ma lo faceva conoscere come Salvatore e Vita… Il Salvatore non veniva a consumare la propria morte, ma quella degli uomini.

 

Va settimana di Quaresima - VESPRI Martedì

Gv 8, 21-30

 

Dicorsi diversi, n° 22

 

Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che Io Sono

 

di San Bernardo nel dodicesimo secolo

 

 

 

         A Cristo Gesù devi tutta la tua vita, poiché egli ha dato la sua vita per la tua vita, e ha sopportato amari tormenti perché tu non sopportassi tormenti eterni. Cosa potrà essere per te duro o tremendo, quando ricorderai che colui che era di natura divina nel giorno della sua eternità, prima che nascesse l’aurora, tra santi splendori, lui, l’irradiazione della gloria di Dio e l’impronta della sua sostanza, è venuto nel tuo carcere, ad  affondare fino al collo, come è detto, nella profondità del tuo fango (Fil 2,6; Sal 109,3; Eb 1,3; Sal 68,3).

 

         Cosa potrà non sembrarti dolce, quando avrai raccolto nel tuo cuore tutte le sofferenze del tuo Signore e ricorderai prima la sottomissione della sua infanzia, poi le fatiche della sua predicazione, le tentazioni dei suoi digiuni, le sue veglie nella preghiera, le sue lacrime di compassione, le trame ordite contro di lui... e poi le ingiurie, gli sputi, i colpi, la frusta, la derisione, le canzonature, i chiodi, e quanto egli ha sopportato per la nostra salvezza?

 

         Quale compassione immeritata, quale amore gratuito così manifestato, quale stima inaspettata, quale mitezza stupenda, quale invincibile bontà! Il re della gloria (Sal 23) crocifisso per uno schiavo così spregevole! Chi ha mai udito una tale cosa, che ha mai visto una cosa simile? Infatti, “a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto” (Rm 5,7). Ma lui è morto per dei nemici e degli ingiusti, scegliendo di rinunciare al cielo per ricondurci in cielo, lui il mite amico, il saggio consigliere, il fermo sostegno. Che cosa renderò al Signore per quanto mi ha dato (Sal 115,3) ?

 

Va settimana di Quaresima - LODI - mercoledì

 

Libro di Vita

 

Cap. “ Obbedienza”§ 108

 

Va settimana di Quaresima - VESPRI Mercoledì

Redemptor hominis, § 12

 

La verità vi farà liberi

di Papa Giovanni Paolo  II

 

         Gesù Cristo va incontro all'uomo di ogni epoca, anche della nostra epoca, con le stesse parole: «Conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi». Queste parole racchiudono una fondamentale esigenza ed insieme un ammonimento: l'esigenza di un rapporto onesto nei riguardi della verità, come condizione di un'autentica libertà; e l'ammonimento, altresì, perché sia evitata qualsiasi libertà apparente, ogni libertà superficiale e unilaterale, ogni libertà che non penetri tutta la verità sull'uomo e sul mondo.

         Anche oggi, dopo duemila anni, il Cristo appare a noi come Colui che porta all'uomo la libertà basata sulla verità, come Colui che libera l'uomo da ciò che limita, menoma e quasi spezza alle radici stesse, nell'anima dell'uomo, nel suo cuore, nella sua coscienza, questa libertà. Quale stupenda conferma di ciò hanno dato e non cessano di dare coloro che, grazie a Cristo e in Cristo, hanno raggiunto la vera libertà e l'hanno manifestata perfino in condizioni di costrizione esteriore!

E Gesù Cristo stesso, quando comparve prigioniero dinanzi al tribunale di Pilato…,  non rispose forse: «Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità» (Gv 18,37)? Con queste parole pronunciate davanti al giudice, nel momento decisivo, era come se confermasse, ancora una volta, la frase già detta in precedenza: «Conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi». Nel corso di tanti secoli e di tante generazioni, cominciando dai tempi degli Apostoli, non è forse Gesù Cristo stesso che tante volte è comparso accanto ad uomini giudicati a causa della verità, e non è andato forse alla morte con uomini condannati a causa della verità? Cessa Egli forse di essere continuamente portavoce e avvocato dell'uomo, che vive «in spirito e verità»?

 

Va settimana di Quaresima - LODI Giovedì

Gv 8, 51-59

Su Abramo, I, 19-20

 

Abramo vide il mio giorno

di Sant’Ambrogio nel quarto secolo

 

         Consideriamo la ricompensa che Abramo chiede al Signore. Non domanda delle ricchezze, come un avaro, né una lunga vita, come qualcuno che  temesse la morte, né la potenza, ma domanda un degno erede del suo lavoro: “Che mi darai? Io me ne vado senza figli” (Gen 15,2)... Agar diede alla luce un figlio, Ismaele, ma Dio disse: “Non costui sarà il tuo erede, ma un’altro nato da te sarà il tuo erede” (Gen 15,4). Non si tratta di Ismaele bensì di sant’Isacco... Nel figlio legittimo Isacco, possiamo vedere il vero figlio legittimo, il Signore Gesù Cristo che, all’inizio del vangelo secondo Matteo, è chiamato figlio di Abramo (Mt 1,1). Si è mostrato vero figlio di Abramo facendo risplendere la discendenza del suo antenato; grazie a lui, Abramo, guardando verso il cielo, ha potuto vedere la sua discendenza risplendere come le stelle (Gen 15,5). L’apostolo Paolo disse: “Ogni stella differisce da un’altra nello splendore. Così anche la risurrezione dei morti” (1 Cor 15,41). Facendo partecipare alla sua risurrezione gli uomini che la morte teneva a terra, Cristo li ha resi partecipi del regno del cielo.

 

         La filiazione di Abramo si è propagata unicamente mediante l’eredità della fede, che ci prepara al cielo, ci rende vicini agli angeli, ci eleva fino alle stelle. “Dio disse: tale sarà la tua discendenza! Ed egli credette al Signore” (Gen 15,6). Credette che Cristo mediante la sua incarnazione sarebbe stato il suo erede. Per fartelo sapere, il Signore disse: “Abramo vide il mio giorno e se ne rallegrò”. Dio l’ha ritenuto giusto perché non ha domandato alcuna spiegazione, bensì ha creduto senza la minima esitazione. E’ buono che la fede preceda le spiegazioni, altrimenti, sembrerebbe che trattassimo con il Signore nostro Dio, come con un uomo. Che sconvenienza credere agli uomini quando testimoniano riguardo ad un’altro uomo, e non credere a Dio quando parla di sé stesso! Imitiamo dunque Abramo per ereditare il mondo per mezzo della giustificazione mediante la fede, che l’ha fatto ereditare la terra.

 

Va settimana di Quaresima - VESPRI - Giovedì

Gv 8, 51-59

 

Contro le eresie, 4, 5-7 ; SC 100 

 

 Abramo vide il mio giorno, e se ne rallegrò

di Sant’Ireneo di Lione nel secondo secolo

 

         Poiché Abramo era profeta, vedeva nello Spirito il giorno della venuta del Signore e il disegno della sua Passione, per mezzo della quale lui stesso e tutti coloro che avessero creduto in Dio sarebbero stati salvati. E trasalì di una grande gioia (Gn 17, 17). Abramo quindi conosceva il Signore, poiché desiderò vedere il suo giorno… desiderò vedere quel giorno per poter anche lui abbracciare Cristo, e avendolo visto in modo profetico, esultò.

         Perciò Simeone, essendo della sua posterità, compieva la gioia del patriarca dicendo : « Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola ; perché i miei occhi han visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli » (Lc 2, 29)… e Elisabetta disse [secondo alcuni manoscritti] : « L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore ». L’esultanza di Abramo scendeva, in tal modo, su coloro che vegliavano, che vedevano Cristo e credevano in lui. E, da questi suoi figli, questa esultanza risaliva fino ad Abramo…

         A buon diritto dunque il Signore gli rendeva testimonianza dicendo : « Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno : lo vide e se ne rallegrò ». E non disse questo soltanto riguardo ad Abramo, ma a tutti coloro che, dal principio, acquistarono la conoscenza di Dio e profetizzarono la venuta di Cristo. Infatti ricevettero questa rivelazione dal Figlio stesso, quel Figlio che in questi ultimi tempi si è fatto visibile e palpabile e si è intrattenuto con gli uomini per far sorgere da pietre, figli di Abramo (Mt 3, 9) e rendere la sua posterità numerosa come le stelle del cielo.

 

Va settimana di Quaresima - LODI Venerdì

Dal“trattato sulla Trinità”

 

 Tutta la gloria del Padre viene dal Figlio

di sant’Ilario nel quarto secolo

 

  

 

            “Io ti ho glorificato sopra la terra compiendo l’opera che mi hai dato da fare” (Gv 17, 4). Tutta la gloria del Padre viene dal Figlio: perché dovunque viene lodato il Figlio la lode risale al Padre: egli infatti porta a compimento la volontà del Padre. Il Figlio di Dio nasce uomo: ma il parto della Vergine è potenza di Dio. Il Figlio di Dio è visibile come uomo; ma nelle opere di quest’uomo si manifesta Dio. Il Figlio di Dio è crocifisso: ma nella croce Dio vince la morte dell’uomo. Muore il Cristo Figlio di Dio, ma in lui ogni uomo viene vivificato. Il Figlio di Dio scende negl’inferi, ma l’uomo è riportato al Cielo. Quanto più si loderanno in Cristo questo trionfi, tanto più ne risale gloria a Dio dal quale è il Cristo.

 

         Così dunque il Padre glorifica il Figlio sulla terra e a sua volta il Figlio glorifica con le opere della sua potenza colui dal quale procede, dinanzi all’ignoranza dei pagani e alla stoltezza del mondo, In realtà questo scambio di gloria non accresce la divinità, ma costituisce quella lode che nasce dalla conoscenza in chi prima ignorava Dio. Di che cosa poteva aver bisogno il Padre da cui tutto proviene? O che cosa poteva mancare al Figlio nel quale si era compiaciuta di abitare tutta la pienezza della divinità? Dunque il Padre è glorificato sulla terra, quando si compie l’opera voluta da lui.

 

Va settimana di Quaresima - VESPRI  Venerdì

Gv 10,31-42

Leone Magno:     "Discorsi", disc. 71 sulla resurrezione del Signore, 1-2.

da "L'Ora dell'Ascolto", 1997 Ed. PIEMME - Casale Monferrato (Al)

p. 526-527.(Adattato per la liturgia)

  

LA MORTE DI CRISTO È FONTE DI VITA

di san Leone Magno al quarto secolo.

 

         Non senza motivo, carissimi, vi abbiamo esortato a partecipare alla passione di Cristo, affinché la vita dei credenti attui in se stessa il mistero pasquale, e ciò che è venerato nella festa, venga celebrato dalla vita.

            Quanto poi ciò sia utile, lo avete esperimentato voi stessi, avete imparato dalla vostra pietà quanto giovino alle anime e ai corpi i prolungati digiuni, la preghiera insistente e le generose elemosine. Non vi è quasi nessuno che abbia progredito in questi esercizi e non racchiuda nel segreto della sua coscienza qualcosa di cui possa giustamente rallegrarsi.

            Se dunque vogliamo impegnarci in questa osservanza di quaranta giorni, così da sperimentare qualcosa del mistero della croce nel tempo della passione del Signore, dobbiamo anche sforzarci di esser trovati partecipi della risurrezione di Cristo, passando così dalla morte alla vita mentre siamo ancora in questo corpo.

            Per chiunque passi da un modo di vivere a un altro, qualunque sia la sua trasformazione, lo scopo non è di rimanere ciò che era, ma di rinascere quale che non era.

            Ma è fondamentale conoscere per chi si vive o si muore : perché vi è una morte che è fonte di vita, e una vita che è causa di morte. E solo nel tempo presente si può scegliere l'una o l'altra : dalla natura delle azioni compiute in questa vita che passa, dipende una differente retribuzione per l'eternità.

            Si deve perciò morire al diavolo e vivere per Dio ; venir meno al male per risorgere alla giustizia. E poiché, come dice la stessa Verità, "nessuno può servire a due padroni" (Mt 6, 24), il Signore non sia per noi colui che abbatte i superbi, ma piuttosto colui che esalta gli umili alla gloria.

 

Va settimana di Quaresima - LODI Sabato

Gv 11, 45-56

 Discorso 28 sul Cantico dei cantici

 

 È meglio che muoia un solo uomo per il popolo

di San Bernardo nel dodicesimo secolo

 

          Dice la Scrittura, “è buono che muoia un solo uomo per il popolo”. È buono che uno solo prenda la somiglianza della carne di peccato, e tutto il genere umano non sia condannato per il peccato. Lo splendore dell’essenza divina si vela dunque nella forma dello schiavo, per salvare la vita dello schiavo. Il chiarore della vita eterna si oscura nella carne per purificare la carne. Per illuminare gli uomini, il più bello tra i figli dell’uomo (Sal 44,3) deve oscurarsi nella sua Passione, accettare la vergogna della croce. Esangue nella sua morte, occorreva che perdesse ogni bellezza, ogni onore per acquistarsi, bella e gloriosa, la sua Sposa senza macchia né ruga, cioè la  Chiesa (Ef 5,27).

 

         Il colore miserabile dell’infermità umana copre la sua maestà; il suo volto è come nascosto, disfatto, nell’ora in cui, per noi, sopporta tutti gli attacchi, eccetto quello del peccato, eppure io vedo la sua gloria velata dentro di lui, indovino il chiarore della sua divinità, il trionfo della sua forza, lo splendore della sua gloria, la purezza della sua innocenza!

 

Va settimana di Quaresima -  PV Sabato  

                               "Commento del profeta Isaia", lib. 4, or. 4.

                                                               da "L'Ora dell'Ascolto", 1997

                                                               Ed. PIEMME - Casale Monferrato (Al) p. 512-513.

                                                               (Adattato per la liturgia)

 

LA CROCE DI CRISTO È SICUREZZA PER CHI CREDE

di san Cirillo di Alessandria nel quinto secolo.

 

 

         Cristo, pur essendo di natura divina e per diritto uguale a Dio Padre, non considerò questa uguaglianza un tesoro geloso, ma si abbassò fino a tale annientamento, da assumere la forma di servo, facendosi obbediente fino alla morte, e alla morte di croce (cfr. Fil 2, 6-8). Veramente la sua passione salutare abbatté i principati e trionfò sui dominatori del mondo e di questo secolo, liberò tutti dalla tirannide del diavolo e ci riportò a Dio. Dalle sue piaghe siamo stati sanati, ed egli ha portato sulla croce nel suo corpo i nostri peccati; così, mentre egli muore, noi siamo conservati in vita, la sua passione è diventata nostra sicurezza e muro di difesa. Egli, che ci ha riscattati dalla condanna della legge, quando siamo tentati ci soccorre.

  

         Se infatti patì per noi, come potrebbe dimenticarsi di noi? Come non sarebbero sempre davanti ai suoi occhi coloro per i quali fu confitto in croce? Egli stesso disse: "Le mie pecore ascoltano la mia voce e mi seguono. E io do loro la vita eterna" (Gv 10, 27-28). E anche: "Nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio" (Gv 10, 29): questo appunto perché sono all'ombra dell'Altissimo, protette dall'aiuto divino come in una torre fortificata.

 

Va settimana di Quaresima - Veglia della Domenica delle Palme - Sabato

"Trattati su Giovanni", Trat. 51, 2-4.

                               da "L'Ora dell'Ascolto", 1997

                               Ed. PIEMME - Casale Monferrato (Al) p. 519-520.

                               (Adattato per la liturgia)

  

BENEDETTO COLUI CHE VIENE, IL  RE D’ISRAELE

di sant'Agostino nel quinto secolo.

 

         La gran folla che era venuta per la festa, udito che Gesù veniva a Gerusalemme, prese rami di palme e uscì incontro a lui gridando: Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d'Israele" (Gv 12, 12-13).

         I rami di palme sono omaggio di lode, essendo simbolo di vittoria: infatti il Signore stava per vincere la morte con la sua stessa morte; col trofeo della croce stava per trionfare sul principe della morte. "Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d'Israele", cioè colui che viene nel nome di Dio Padre; benché si possa anche interpretare "nel suo stesso nome", essendo egli il Signore. Ma le sue parole guidano il nostro intelletto a una migliore interpretazione: "Io sono venuto, dice, nel nome del Padre mio e voi non mi ricevete; se un altro venisse nel proprio nome, lo ricevereste" (Gv 5,43).

         Cristo è dunque maestro di umiltà, lui che umiliò se stesso e si fece "obbediente fino alla morte e alla morte di croce" (Fil 2,8). Egli non perde certo la sua divinità quando c'insegna l'umiltà; in quella è uguale al Padre, in questa è simile a noi; poiché è uguale al Padre, ci creò onde avessimo l'esistenza; essendo simile a noi, ci ha redenti perché non perissimo.

         La folla così alzava a lui le sue lodi: "Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d'Israele!" (Gv 12, 13). Quale tortura mentale non soffriva l'invidia dei capi dei giudei, nel vedere quella folla immensa che acclamava Cristo come suo re!

         Ma cos'era per il Signore essere re d'Israele? Che cosa era di grande per il Re dei secoli essere fatto re degli uomini? Cristo non era re per esigere tributi, per armare un esercito, per combattere visibilmente dei nemici. Egli è re per reggere le anime e proteggerle in eterno, per condurre nel regno dei cieli coloro che credono, sperano e amano.

 

Domenica delle Palme - U.R.

 

Discorso sui rami delle palme ; SC 202, 188

 

 Benedetto colui che viene nel nome del Signore

Beato Guerrico d’Igny nel undicesimo secolo

 

 

         La festa di oggi, in due aspetti molto differenti, presenta ai figli dell’uomo, colui al quale anela la nostra anima (Is 26,9), “ il più bello tra i figli dell’uomo “(Sal 44,3). Attira il nostro sguardo sotto due aspetti ; sotto l’uno e l’altro lo desideriamo e l’amiamo, perché in entrambi è il Salvatore degli uomini…

            Se consideriamo allo stesso tempo la processione di oggi e la Passione, vediamo Gesù, da un lato, sublime e glorioso, e dall’altro, umiliato e sofferente. Infatti nella processione riceve gli onori regali, e nella Passione lo vediamo castigato come un malfattore. Nella prima, la gloria e l’onore lo circondano ; nella seconda, « non ha apparenza né bellezza » (Is 53,2). Nella prima, egli è la gioia degli uomini e la gloria del popolo ; nella seconda, è « l’infamia degli uomini, e il rifiuto del popolo » (Sal 21,7). Nella prima acclamano : « Osanna al Figlio di Davide. Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele !» ; nella seconda urlano che merita la morte e lo deridono peché si è fatto re d’Israele. Nella prima, accorrono da lui coi rami delle palme ; nella seconda, lo schiaffeggiano in viso con le palme delle mani, e gli percuotono il capo con la canna. Nella prima, è colmato di elogi ; nella seconda è nauseato dalle ingiurie. Nella prima, si disputano per stendere sul suo percorso i propri mantelli. nella seconda, lo spogliano dei suoi vestiti. Nella prima, lo ricevono a Gerusalemme come re giusto e Salvatore ; nella seconda, è cacciato fuori da Gerusalemme come un criminale e un impostore. Nella prima, è seduto su un asino, circondato di doni ; nella seconda, è appeso al legno della croce, lacerato dalle fruste, trafitto di piaghe e abbandonato dai suoi…

            Signore Gesù, sia che il tuo volto appaia glorioso o umiliato, sempre vi si vede brillare la sapienza. Sul tuo volto risplende il riflesso della luce perenne (Sap 7,26). Risplenda sempre su di noi, Signore, la luce del tuo volto (Sal 4,7) nella tristezza come nella gioia… Sei la gioia e la salvezza di tutti, che ti vedano seduto su un asino o appeso al legno della croce.

 

Domenica delle Palme - VESPRI

"Trattati su Giovanni", trat. 37, 9-10.

                               da "L'Ora dell'Ascolto", 1997

                               Ed. PIEMME - Casale Monferrato (Al) p. 521-522.

                               (Adattato per la liturgia)

 

 

SE TU SEI FIGLIO DI DIO, SCENDI DALLA CROCE !

di sant'Agostino al quinto secolo.

 

            "Non era ancora giunta la sua ora" (Gv 7, 30) : non l'ora in cui sarebbe stato costretto a morire, ma quella in cui si sarebbe degnato di lasciarsi uccidere. Sapeva bene quando avrebbe dovuto morire ; conosceva tutte le profezie che lo riguardavano e aspettava di vederne il compimento prima di iniziare la sua passione ; questo perché, una volta compiute le profezie, allora cominciasse la passione, secondo l'ordine da lui stabilito, non per fatale necessità.

         Ascoltate e costatate voi stessi. Tra le altre profezie, è scritto di lui : "Hanno messo nel mio cibo veleno e quando avevo sete mi hanno dato aceto" (Sal 68,22). In che modo ciò sia avvenuto lo sappiamo dal Vangelo. Prima gli diedero il fiele : lo assaggiò e lo respinse ; poi, mentre pendeva dalla croce, affinché si compissero le Scritture, disse : "Ho sete". Presero allora una spugna imbevuta di aceto, la legarono su una canna e l'accostarono a lui crocifisso ; dopo aver ricevuto l'aceto, disse : "Tutto è compiuto !" (Cfr. Gv 19, 28-30)

 Come poteva essere sottoposto al fato, egli che in altra circostanza aveva detto : Ho il potere di offrire la mia vita e ho il potere di riprenderla di nuovo. ; nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, per poi riprenderla (Cfr. Gv 10, 17-18)?

Qualcuno dirà : se in lui vi era un tale potere, perché, quando i giudei lo insultavano dicendo : "Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce !" (Mt 27, 40), non discese per mostrar loro la sua potenza ? Perché differiva la prova della sua potenza per insegnare la pazienza.

         Sarebbe stato gran che discendere dalla croce, per lui che poté risorgere dal sepolcro ?

 

Settimana Santa - LODI martedì               

Trattato sul vangelo di Luca 10, 49-52, 87-89 ; SC 52, 173, 185

 

Le lacrime di Pietro

di Sant’Ambrogio nel quarto secolo

 

 

         Fratelli, convertiamoci : stiamo attenti che non avvengano, per nostra rovina, litigi fra di noi riguardo ai primi posti. Se gli apostoli hanno litigato (Lc 22,24), non è certo per offrirci una scusa ; è un invito a stare attenti. Certamente, Pietro si è convertito il giorno in cui ha risposto alla prima chiamata del Maestro. Ma chi può dire della propria conversione, che è stata compiuta in una volta sola ?

            Il Signore ci ha dato l’esempio. Avevamo bisogno di tutto ; lui, pur non avendo bisogno di nessuno, si mostra maestro in umiltà, mettendosi

al servizio dei suoi discepoli… Quanto a Pietro, certamente pronto nello spirito ma ancora debole nelle disposizioni del corpo (Mt 26,41), venne avvertito che stava per rinnegare il Signore. La Passione del Signore trova degli imitatori ma non dei pari. Per cui non rimproverò a Pietro di aver rinnegato il Signore ; mi congratulo piuttosto con lui per il fatto di aver pianto. Rinnegare dipende dalla nostra comune condizione; il piangere è segno di virtù, di forza interiore… Eppure se anche noi lo scusiamo, lui non si è scusato… Ha preferito accusare in prima persona il suo peccato e giustificarlo con una confessione, piuttosto che aggravare la sua situazione negando. E ha pianto…

            Leggo che ha pianto, non leggo che si sia scusato. Quello che non si può difendere, può essere lavato ; le lacrime possono lavare le mancanze che ci si vergogna di confessare ad alta voce… Le lacrime dicono la colpa senza tremare… ; le lacrime non chiedono il perdono eppure lo ottengono… Buone lacrime che lavano la colpa ! Per questo piangono quelli che sono guardati da Gesù. Pietro ha rinnegato una prima volta e non ha pianto perché il Signore non lo aveva guardato. Ha rinnegato una seconda volta e non ha pianto perché il Signore non lo aveva ancora guardato. Ha rinnegato una terza volta ; Gesù l’ha guardato e lui ha pianto amaramente. Guardaci, Signore Gesù, perché sappiamo piangere i nostri peccati.

 

Settimana Santa - Vespri Martedì

Gv 13, 21-33.36-38

 

Discorso 3 sulla Passione, 4-5 ; PL 54, 320-321

 

Il Signore si è caricato delle nostre sofferenze

di San Leone Magno nel quinto secolo

 

         Il Signore si è rivestito della nostra debolezza per coprire la nostra incostanza con la fermezza della sua fortezza. Era venuto dal cielo in questo mondo come un mercante ricco e benevolo e, mediante un mirabile scambio, aveva concluso un affare: preso quello che era nostro, ci concedeva ciò che era suo; in cambio di quello che faceva la nostra vergogna, donava l’onore, in cambio dei dolori la guarigione, in cambio della morte la vita...

         Il santo apostolo Pietro ha fatto per primo l’esperienza di quanto tale umiltà sia stata proficua per tutti i credenti. Scosso dalla violenta tempesta del suo turbamento, si è ripreso con un brusco cambiamento, e ha ritrovato la sua fortezza. Aveva trovato il rimedio nell’esempio del Signore... Il servo infatti “non è da più del suo padrone, né un discepolo da più del maestro” (Mt 10,24), e non avrebbe potuto vincere il tremore della sua fragilità umana se lo stesso vincitore della morte non avesse prima tremato. Il Signore dunque ha guardato Pietro (Lc 22,61); in mezzo alle calunnie dei sacerdoti, alle menzogne dei testimoni, alle ingiurie di coloro che lo percuotevano e lo beffeggiavano, ha incontrato il suo discepolo, con quegli occhi che vedevano in anticipo il turbamento che lo avrebbe sconvolto. La Verità l’ha penetrato con il suo sguardo proprio quando il suo cuore aveva bisogno di venire guarito. Era come se la voce del Signore si fosse fatta udire per dirgli: “Dove vai, Pietro? Perché rientrare in te stesso? Torna a me, fidati di me e seguimi. Questo tempo è quello della mia Passione, non è ancora giunta l’ora del tuo supplizio. Perché temere ora? Anche tu vincerai. Non lasciarti sconcertare dalla debolezza che ho assunto. A causa di quello che ho preso da te, io ho tremato; ma tu, sii senza timore, a motivo di quello che ricevi da me.

 

Settimana Santa - LODI Mercoledì

 

 

Giuda uno dei dodici

di Dietrich Bonhoeffer

 

“ Ecco, si avvicina colui che mi tradisce”. neppure uno sguardo per la folla che si avvicina, per le spade e i bastoni dei nemici. Essi non avrebbero nessun potere! Lo sguardo di Gesù è solo per colui che ha procurato quest’ora di tenebra. Anche i suoi discepoli devono sapere dove sta il nemico. Per un attimo tutto è nelle mani di quel solo, il traditore, la storia della salvezza e del mondo. “Ecco colui che mi tradisce”, e nella notte i discepoli riconoscono con orrore in lui Giuda, il discepolo, il fratello, l’amico…

         Gesù sapeva dall’inizio chi lo avrebbe tradito! Giovanni è in grado di riferire di un segno estremamente misterioso dell’attaccamento di Gesù a Giuda. Nella notte dell’ultima cena Gesù da a Giuda un boccone di pane intinto, e a questo segno della massima familiarità Satana entra in Giuda.  Allora Gesù dice a Giuda con una preghiera che è al tempo stesso un comando: “ Quello che fai, fallo al più presto.” Nessun altro capì quello che stava avvenendo. Tutto rimase tra Gesù e Giuda. Giuda uno dei Dodici, eletto da Gesù , ammesso alla familiarità con Gesù, amato: questo significa forse che Gesù vuol mostrare e provare anche a colui che lo tradisce il proprio amore? Significa che egli deve anche sapere che in fondo non c’è niente da tradire in Gesù? E anche che Gesù ama profondamente la volontà di Dio, che si compie nella Passione, ama anche colui che con il suo tradimento gli apre la strada, che ora per un attimo ha in mano il destino di Gesù? Significa che egli lo ama come l’esecutore della volontà di Dio, pur sapendo la minaccia che grava su colui che la renderà? E’ un grande insondabile mistero: Giuda uno dei Dodici.

 

Settimana Santa - Vespri Mercoledì

Catechesi 13, §6

 

 

 Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te

di San Cirillo di Gerusalemme nel quarto secolo

 

         Sicuramente, vuoi che ti sia dimostrato che Cristo sia andato volontariamente incontro alla Passione ? Gli altri muoiono contro la loro volontà, perché muoiono nel buio. Lui invece diceva, in anticipo, riguardo alla sua Passione : « Il Figlio dell’uomo sarà consegnato per essere crocifisso » (Mt 26,2). Sai forse perché quel misericordioso non ha sfuggito la morte ? Affinché il mondo intero non affondasse nei suoi peccati : « Ecco, noi stiamo salendo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato e crocifisso » (Mt 20,18) e ancora : « Si diresse decisamente verso Gerusalemme » (Lc 9,51).

         Vuoi anche sapere con certezza che la croce è stata per Gesù una gloria ? Ascolta, lui te lo dice, e non io. Giuda, vinto dall’ingratitudine verso il suo ospite, stava per consegnarlo ; appena uscito da tavola, bevuto il calice della benedizione, invece di ringraziamento per tale bevanda di salvezza, decise di spargere il sangue innocente. Avendo mangiato il pane del Maestro, lo ringraziava in un modo spudorato, facendolo cadere… Poi Gesù disse : « È giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo » (Gv 12,23). Vedi come egli sa che la croce è la sua gloria ? … Non che prima egli sia stato senza gloria, poiché era stato glorificato « con quella gloria che aveva presso il Padre prima che il mondo fosse » (Gv 17,5). In quanto Dio, era glorificato da sempre, mentre ora, è stato glorificato per aver meritato la corona grazie alla sua costanza nella prova.

         Egli non morì contro la sua volontà, né fu la violenza a sacrificarlo, ma offrì se stesso volontariamente. Ascolta quello che dice : « Io ho il potere di dare la mia vita e il potere di riprenderla » (Gv 10,18) ; cedo volontariamente ai miei nemici la mia vita, perché se non lo volessi, nulla accadrebbe. Egli dunque andò volontariamente alla sua passione, lieto di un’opera così sublime, pieno di intima gioia per la vittoria cioè per la salvezza degli uomini.

 

Settimana Santa - LODI - giovedì

 

La preghiera  della Chiesa, 19-20

 

 Dove vuoi che ti prepariamo, per mangiare la Pasqua ?

di Santa Teresa Benedetta della Croce

 

         Sappiamo dai racconti degli evangelisti che Cristo ha pregato come ogni ebreo credente e fedele alla Legge. Pronunciò le antiche orazioni di benedizione, che ancora oggi sono recitate, per il pane, il vino e i frutti della terra, come ne testimoniano i racconti dell’ultima Cena, tutta consacrata all’adempimento di uno dei obblighi religiosi  più santi : il solenne pasto della Pasqua, il quale commemorava la liberazione dalla schiavitù d’Egitto. Forse in questo momento ci è data la visione più profonda della preghiera di Cristo, e come una chiave che ci introduce nella preghiera di tutta la Chiesa…

 

         La benedizione e la condivisione del pane e del vino facevano parte del rito del pasto pasquale. Ma l’una e l’altra ricevono qui un senso interamente nuovo. In questo momento nasce la vita della Chiesa. Certo, essa nasce in quanto comunità spirituale e visibile soltanto alla Pentecoste. Ma alla Cena, si compie l’innesto del tralcio sul ceppo, che rende possibile l’effusione dello Spirito. Le antiche orazioni di benedizione sono divenute nella bocca di Cristo, parole creatrici di vita. I frutti della terra sono divenuti la sua carne e il suo sangue, pieni della sua vita…

 La Pasqua dell’antica Alleanza è divenuta la Pasqua dell’Alleanza nuova.

 

Settimana Santa - Vespri Giovedì

Gv 13, 1-15

 

Discorso 1 sui rami delle palme ; SC 202, 165

 

  Ecco il mio servo

di Beato Guerrico d’Igny  nel dodicesimo secolo

 

 

         "Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Gesù Cristo, il quale, pur essendo di natura divina”, uguale a Dio per natura, poiché ne condivide la potenza, l’eternità e il proprio essere..., ha assolto il compito di servo, “umiliando se stesso, e facendosi obbediente al Padre fino alla morte e alla morte di croce” (cfr Fil 2,5-8). Si potrebbe tenere in pochissimo conto il fatto che, pur essendo suo Figlio e uguale a lui, egli avesse servito suo Padre come un servo; ma ha fatto ancora di più di questo: ha servito il proprio servo più di qualunque altro servo. L’uomo infatti era stato creato per servire il suo Creatore; cosa per te di più giusto che servire colui che ti ha fatto, senza il quale non saresti nulla? E cosa di più bello che servirlo, poiché servirlo è regnare? Ma l’uomo ha detto al suo Creatore: “Non ti servirò” (Ger 2,20).

 

         “Ebbene, ti servirò io! Dice il Creatore all’uomo. Mettiti a tavola; farò io il servizio; ti laverò il piedi. Riposati, prenderò su di me i tuoi mali; porterò tutte le tue debolezze... Se sei stanco o oppresso, porterò te e il tuo carico, affinché io sia il primo ad adempiere la mia legge: “Portate i pesi gli uni degli altri” (Gal 6,2)... Se hai fame o sete... eccomi pronto ad essere immolato perché tu possa mangiare la mia carne e bere il mio sangue... Se vieni portato in schiavitù o venduto, eccomi...; riscatta tu la tua vita, donando il prezzo che otterrai da me; io do me stesso come riscatto..; Se sei malato, se temi la morte, io morrò al tuo posto, perché tu faccia del mio sangue un rimedio di vita per te...”

 

         O Signore, a quale prezzo hai riscattato il mio servizio inutile!... Con quale arte pieno di amore, di mitezza e di benevolenza hai recuperato e sottomesso quel servo ribelle, trionfando del male con il bene, confondendo la mia superbia con la tua umiltà, colmando l’ingrato dei tuoi benefici! Ecco, ecco come la tua sapienza ha vinto!

 

Settimana Santa - Ufficio delle tenebre Venerdì

Meditazione sulla Passione

 

 

Oggi vedete quanto il Signore ha fatto per noi

di Giovanni Taulero nel quattordicesimo secolo

 

Venite, voi tutti che amate Dio ; vedete quanto il Signore ha fatto per voi. Venite, voi tutti che siete stati riscattati mediante il sangue purissimo dell’Agnello innocente ; venite e capite quanto egli ha sofferto a causa del nostro peccato. Oggi si apre per noi il Libro di Vita, i sette sigilli vengono sciolti (Ap 6). La verità risplende, in essa vengono manifestate tutte le ricchezze della sapienza e della scienza (Rm 11,33) ; Si apre una sorgente che contiene i misteri di Dio.

        

         Oggi si squarcia l’antico velo (Mt 27,51), tutte le figure fanno largo alla realtà. Il Santo dei santi viene spalancato, grazie a Gesù, sommo sacerdote. Il sacrificio offerto da lui non è altro che il proprio sangue. Oggi, in Cristo, viene rivelato il senso di tutti i simboli, tutti i misteri sono svelati. Oggi viene aperto il tesoro immenso del padre di famiglia, in cui attingeranno a piene mani tutti i poveri, tutti i deboli, tutti gli oppressi. Ognuno può attingere alle piaghe del Salvatore la grazia di cui ha bisogno.

        

         Oggi viene manifestato innanzitutto il mirabile mistero : il Re degli uomini si fa feccia del genere umano ; l’Altissimo si fa l’ultimo di tutti ; il Figlio unico di Dio si offre liberamente sulla croce per tutti noi peccatori. Vuole inchiodare il peccato sulla croce, uccidere la morte e, mediante il suo sangue prezioso, distruggere il documento scritto del nostro debito (Col 2,14), dove erano annotate le nostre colpe…

        

Settimana Santa - Ufficio della discesa agli Inferi (ora media) Sabato

Tratto da "L'Ora dell'Ascolto" pp. 552-553

 

LA DISCESA DEL SIGNORE AGLI INFERI

da un'antica omelia sul Sabato Santo

 

Oggi sulla terra c'è grande silenzio, gran silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano. Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi. Certo egli va a cercare il primo padre, come la pecorella smarrita. Egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell'ombra di morte. Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva che si trovano in prigione.

Il Signore entrò da loro portando le armi vittoriose della croce. Appena Adamo, il progenitore, lo vide, percuotendosi il petto per la meraviglia, gridò a tutti e disse: «Sia con tutti il mio Signore». E Cristo rispondendo disse a Adamo: «E con il tuo spirito». E preselo per mano, lo scosse dicendo: «Svegliati, tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti illuminerà. Io sono il tuo Dio, che per te sono diventato tuo figlio; che per te e per questi, che da te hanno avuto origine, ora parlo e nella mia potenza ordino a coloro che erano in carcere: Uscite! A coloro che erano morti: Risorgete! A te comando: Svegliati, tu che dormi! Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell'inferno. Risorgi dai morti. Io sono la vita dei morti. Risorgi, opera delle mie mani! Risorgi mia effige, fatta a mia immagine! Risorgi, usciamo di qui! Tu in me e io in te siamo infatti un'unica e indivisa natura.

Per te io, tuo Dio, mi sono fatto tuo figlio. Per te io, il Signore, ho rivestito la tua natura di servo. Per te, io che sto al di sopra dei cieli, sono venuto sulla terra e al di sotto della terra.

Sorgi, allontaniamoci di qui. Il nemico ti fece uscire dalla terra del paradiso. Io invece non ti rimetto più in quel giardino, ma ti colloco sul trono celeste. Ti fu proibito di toccare la pianta simbolica della vita, ma io, che sono la vita, ti comunico quello che sono. Ho posto dei cherubini che come servi ti custodissero. Ora faccio sì che i cherubini ti adorino quasi come Dio, anche se non sei Dio. Il trono celeste è pronto, pronti e agli ordini sono i portatori, la sala è allestita, la mensa apparecchiata, l'eterna dimora è addobbata, i forzieri aperti. In altre parole, è preparato per te dai secoli eterni il regno dei cieli».

 

PASQUA - RISURREZIONE del SIGNORE - UR

 

«Christ est ressuscité»,

 in le Messager orthodoxe 96

(1984), pp. 26-28

Cristo è risorto

 di Alexander Schmemann

 

 

 

      «Cristo è risorto ! È veramente risorto.

     Perché cercare tra i morti colui che è vivente ? Perché piangere l’incorruttibile nella corruzione? Il cristianesimo non è nient’altro che il sentimento rinnovato di questa fede e la sua incarnazione. Pasqua, infatti, non è il ricordo di un evento passato. È l’incontro reale nella gioia e nel gaudio con colui nel quale il nostro cuore ha scoperto la vita e la luce. La grande notte pasquale testimonia che Cristo è vivente e che noi siamo viventi in lui. È un richiamo a vedere nel mondo e nelle vita l’alba del giorno misterioso del regno di luce. La Chiesa orientale canta: «In questo giorno la primavera espande il suo profumo e la creatura rinnovata si rallegra » Essa si rallegra nella fede, nell’amore e nella speranza. «È il giorno della risurrezione. La festa ci illumini, abbracciamoci gli uni gli altri come fratelli, nel nome del Risorto perdoniamo coloro che ci odiano e cantiamo: “Cristo è risorto dai morti, con la morte ha distrutto la morte e a coloro che giacevano nei sepolcri ha donato la vita”. Cristo è risorto! »

 

PASQUA - RISURREZIONE del SIGNORE - VESPRI

 

SC 187, 321

 

Giorno della risurrezione, giorno della nostra gioia

 da un’Omelia attribuita a San Giovanni Crisostomo nel quarto secolo

 

 

         “Questo è il giorno fatto dal Signore: rallegriamoci ed esultiamo in esso!” (Sal 117,24). Perché? Perché il sole non è più oscurato ma tutto illumina; il velo del Tempio non è più squarciato, ma la Chiesa viene rivelata; non teniamo più rami di palme in mano, ma attorniamo i nuovi battezzati.

 

         “Questo è il giorno fatto dal Signore”... Ecco il giorno nel senso proprio, il giorno trionfale, il giorno consacrato a celebrare la risurrezione, il giorno in cui ci adorniamo di grazia, il giorno in cui condividiamo l’Agnello spirituale, il giorno in cui abbeveriamo di latte coloro che sono appena nati, il giorno in cui si realizza il disegno della Provvidenza in favore dei poveri. “Rallegriamoci ed esultiamo in esso!”

 

         Ecco il giorno in cui Adamo è stato liberato, in cui Eva è stata affrancata dalla sua pena, in cui la morte selvaggia ha tremato, in cui la potenza delle pietre è stata frantumata, in cui i catenacci delle tombe sono stati strappati..., in cui le leggi immutabili delle potenze degli inferi sono state abrogate, in cui il cielo si è aperto quando Cristo, nostro Maestro, è risuscitato. Ecco il giorno in cui, per il bene degli uomini, la pianta verdeggiante e fertile della risurrezione ha moltiplicato i suoi polloni nell’universo intero come in un giardino, in cui i gigli dei nuovi battezzati sono sbocciati..., in cui le folle dei credenti si rallegrano, in cui le corone dei martiri rinverdiscono. “Questo è il giorno fatto dal Signore: rallegriamoci ed esultiamo in esso!”

 

ottava di Pasqua - LODI  martedì

Gv 20, 11-18

 

Discorsi sul Vangelo, 25 ;

PL 76, 1188

 

« Perché piangi ? »

 

San Gregorio Magno nel sesto secolo

 

 

         Maria, mentre piangeva, si chinò e guardò nel sepolcro. Eppure aveva già visto che era vuoto, e aveva annunciato la scomparsa del Signore. Perché allora si china ancora? Perché ancora desidera vedere? Perché l’amore non si accontenta di un solo sguardo; l’amore è una ricerca sempre più ardente. L’ha già cercato, ma invano; si ostina e finisce col ritrovarlo... Nel Cantico dei cantici, la Chiesa diceva dello Sposo: “Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato l’amato del mio cuore; l’ho cercato, ma non l’ho trovato. Mi alzerò e farò il giro della città; per le strade e per le piazze; voglio cercare l’amato del mio cuore” (Ct 3,12). Due volte esprime la sua delusione: “L’ho cercato, ma non l’ho trovato”. Infine il successo corona i suoi sforzi: “Mi hanno incontrato le guardie che fanno la ronda: Avete visto l’amato del mio cuore? Da poco le avevo oltrepassate, quando trovai l’amato del mio cuore” (Ct 3,3-4).

 

         Quanto a noi, quando, sul nostro letto, cerchiamo l’Amato? Durante i brevi riposi di questa vita, quando sospiriamo l’assenza del nostro Redentore. Di notte lo cerchiamo, perché anche se il nostro spirito veglia già su di lui, i nostri occhi non vedono null’altro che la sua ombra. Ma poiché non troviamo l’Amato, alziamoci, facciamo il giro della città, cioè della santa assemblea degli eletti. Cerchiamolo con tutto il nostro cuore; guardiamo per le strade e per le piazze, cioè nei passaggi ripidi della vita o nelle sue vie spaziose; apriamo gli occhi, cerchiamo i passi dell’Amato del nostro cuore... Questo desiderio faceva dire a Davide: “L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio? Senza sosta, cercate il suo volto” (Sal 42,3).

 

ottava di Pasqua - VESPRI - martedì

Gv 20, 11-18

 

Trattato sulla verginità, 17-21

 

« Avete visto l’amato del mio cuore ? » (Ct 3,3)

 

Sant’Ambrogio nel quarto secolo

 

 

         « Perché piangi ? » Sei tu la causa delle tue lacrime ; fai tu piangere te stessa… Piangi perché non credi in Cristo : credi e lo vedrai. Cristo è qui, non viene mai meno a coloro che lo cercano. « Perché piangi ? » Invece di lacrime, ti vuole una fede viva e degna di Dio. Non pensare alle cose mortali e non piangerai… Perché piangere ciò che rallegra gli altri ?

 

         « Chi cerchi ? » Non vedi che Cristo è la forza di Dio, che Cristo è la sapienza di Dio, che Cristo è santità, che Cristo è castità, che Cristo è purezza, che Cristo è nato da una vergine, che Cristo è sempre del Padre e presso il Padre e nel Padre ; nato eppure non creato, non decaduto, sempre amato, vero Dio da vero Dio ? « Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto ». Sbagli, donna ; pensi che Cristo sia stato portato via dal sepolcro da altri, e non risorto con potenza propria. Eppure nessuno può portare via la potenza di Dio, nessuno può portare via la sapienza di Dio, nessuno può portare via la vera castità. Cristo non è stato portato via dal sepolcro del giusto, né dall’intimo della vergine, né dal segreto del suo animo fedele ; e anche se alcuni volessero rapirlo, non possono portarlo via.

 

         Allora il Signore le dice : « Maria, guardami ». Fino al momento in cui non crede, lei è « una donna » ; appena ha cominciato a voltarsi verso di lui, viene chiamata Maria. Riceve il nome di colei che ha partorito Cristo ; è l’anima infatti che partorisce spiritualmente Cristo. « Guardami », dice. Chi guarda Cristo corregge se stesso ; chi non vede Cristo si smarrisce. Per cui, voltatasi verso di lui, lo vede e gli dice : « Rabbunì », che significa : Maestro ! Chi guarda si volge ; chi si volge, afferra più interamente ; chi vede progredisce. Perciò chiama Maestro colui che pensava morto ; ha trovato colui che pensava perduto.

 

ottava di Pasqua  LODI Mercoledì

Lc 24, 13-35

PPS 6, 10

 

 

 

« Non ci ardeva forse il cuore nel petto ? »

 Cardinal John Henry Newman nel diciannovesimo secolo

 

 

         Fratelli, rendiamoci conto di quali furono le apparizioni di Cristo ai suoi discepoli dopo la sua risurrezione. Sono tanto più importanti in quanto ci mostrano che una simile comunione con Cristo rimane ancora possibile ; è un contatto dello stesso genere che ci è dato nel nostro presente con Cristo. In quel periodo di quaranta giorni che seguirono la risurrezione, Gesù ha inaugurato una nuova relazione con la Chiesa, che è la sua relazione attuale con noi, il tipo di presenza che ha voluto manifestare come certa.

 

         Dopo la sua risurrezione, come era presente Cristo nella sua Chiesa ? Andava e veniva liberamente ; niente si opponeva alla sua venuta, neppure le porte chiuse. Tuttavia, benché fosse presente, i suoi discepoli non capivano con evidenza che lui era con loro. I discepoli di Emmaus ebbero coscienza della sua presenza soltanto dopo, ricordandosi quale influenza egli aveva esercito su di loro : « Non ci ardeva forse il cuore nel petto ? »

 

         Notiamo bene quale fu il momento in cui i loro occhi si aprirono : nello spezzare il pane. Tale è infatti l’attualizzazione del vangelo : quando si riceve la grazia di afferrare la presenza di Cristo, lo si riconosce soltanto dopo. Ormai è soltanto mediante la fede che si può afferrare la sua presenza. Invece della sua presenza sensibile, egli lascia il memoriale della sua redenzione. Si rende presente nel sacramento. Quando si è manifestato ? Quando, per così dire, fa passare i suoi da una visione senza vera conoscenza ad una conoscenza autentica nell’invisibile della fede.

 

ottava di Pasqua VESPRI Mercoledì

Lc 24, 13-35

Discorsi,  235 ; PL 38, 1117

(Nuova Biblioteca Agostiniana)

 

 

« Resta con noi »

 

Sant’Agostino nel quinto secolo

 

Fratelli, quand'è che il Signore volle essere riconosciuto? All'atto di spezzare il pane. È una certezza che abbiamo: quando spezziamo il pane riconosciamo il Signore. Non si fece riconoscere in altro gesto diverso da quello; e ciò per noi, che non lo avremmo visto in forma umana ma avremmo mangiato la sua carne. Sì, veramente, se tu - chiunque tu sia - sei nel novero dei fedeli, se non porti inutilmente il nome di cristiano, se non entri senza un perché nella chiesa, se hai appreso ad ascoltare la parola di Dio con timore e speranza, la frazione del pane sarà la tua consolazione. L'assenza del Signore non è assenza. Abbi fede, e colui che non vedi è con te.

 

Quanto invece a quei discepoli, quando il Signore parlava con loro, essi non avevano più la fede perché non lo credevano risorto e non speravano che potesse risorgere. Avevano perso la fede e la speranza: pur camminando con uno che viveva, loro erano morti. Camminavano morti in compagnia della stessa Vita! Con loro camminava la Vita, ma nei loro cuori la vita non si era ancora rinnovata.

 

E ora mi rivolgo a te. Se vuoi ottenere la vita fa' quello che fecero quei discepoli, in modo che ti sia dato riconoscere il Signore. Essi lo invitarono a casa. Il Signore fece finta d'essere uno che doveva andare lontano, ma loro lo trattennero... Accogli l'ospite, se desideri riconoscere il Salvatore... Imparate dov'è da ricercarsi il Signore, dove lo si possiede, dove lo si riconosce: è quando lo mangiate.

 

ottava di Pasqua LODI Giovedì

Lc 24, 35-48

Allocuzione del 9/4/1975

« Pace a voi »

 

Papa Paolo VI

 

Fermiamo la nostra attenzione sull’improvviso saluto, tre volte ripetuto nel medesimo contesto evangelico, di Gesù risorto, apparso ai suoi discepoli, raccolti e chiusi nel Cenacolo per paura dei Giudei ; il saluto che doveva essere allora consueto, ma che nelle circostanze in cui è pronunciato acquista una pienezza stupefacente ; lo ricordate, è questo : « Pace a voi ! » Un saluto che era risuonato nel canto angelico del Natale (Lc 2, 14) : «Pace in terra» ; un saluto biblico, già preannunciato come promessa effettiva del regno messianico (Gv 14, 27), ma ora comunicato come una realtà che è inaugurata da quel primo nucleo di Chiesa nascente : la pace, la pace di Cristo vittorioso della morte e delle sue cause vicine e lontane, dei suoi effetti tremendi ed ignoti.

 

Gesù risorto annuncia, anzi infonde la pace agli animi smarriti dei suoi discepoli. È la pace del Signore nel suo primo significato, quello personale, quello interiore, quello che S. Paolo iscrive nella lista dei frutti dello Spirito, dopo la carità e il gaudio, quasi confuso con essi (Ga 5, 22). Che cosa v’è di meglio per un uomo cosciente ed onesto ? La pace della coscienza non è il migliore conforto che noi possiamo trovare in noi stessi ? …

 

         La pace della coscienza è la prima autentica felicità. Essa aiuta ad essere forti nelle avversità ; essa conserva la nobiltà e la libertà della persona umana nelle condizioni peggiori, in cui essa si può trovare ; la pace della coscienza per di più rimane la fune di salvataggio, cioè la speranza, … quando la disperazione dovrebbe avere il sopravvento nel giudizio di sé. … È il primo dono fatto da Cristo risorto ai suoi, cioè il sacramento del perdono, un perdono che risuscita.

 

ottava di Pasqua VESPRI Giovedì

Lc 24, 35-48

Discorsi,  81 ; PL 52, 427

 

 

« Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse : ‘ Pace a voi ’ »

 

San Pietro Crisologo nel quinto secolo

 

 

         La Giudea nella ribellione aveva scacciato la pace via dalla terra... e gettato l’universo nel caos originale... Persino fra i discepoli, la guerra infieriva; la fede e il dubbio si davano assalti furiosi... I loro cuori, nei quali infuriava la tempesta, non potevano trovare nessun rifugio, nessun porto tranquillo.

 

         A questa vista, Cristo che scruta i cuori, che comanda ai venti, che doma le tempeste, e con un solo segno muta il temporale in un cielo sereno, li ha stabiliti nella sua pace dicendo: “Pace a voi! Sono io; non temete nulla. Sono io, il crocifisso, colui che era morto, che era sepolto. Sono io, il vostro Dio divenuto uomo per voi. Sono io. Non uno spirito rivestito di un corpo, bensì la verità stessa fatta uomo. Sono io, che la morte ha fuggito, che gli inferi hanno temuto. Nel suo spavento, l’inferno mi ha proclamato Dio.

 

         Non avere paura, Pietro, che mi hai rinnegato, né tu, Giovanni, che ti sei dato alla fuga, né voi tutti che mi avete abbandonato, che non avete pensato ad altro che a tradirmi, che non credete ancora in me, neppure ora che mi vedete. Non abbiate paura, sono proprio io. Vi ho chiamati per mezzo della grazia, vi ho scelti nel mio perdono, vi ho sostenuti con la mia compassione, vi ho portati nel mio amore, e vi accolgo oggi, a motivo della mia sola bontà.

 

ottava di Pasqua LODI Venerdì

Gv 21, 1-14

Discorsi, 53, 1-4

(In l'Ora dell'Ascolto p. 722 alt.)

 

 

« Quando già era l’alba, Gesù si presentò sulla riva »

 

San Massimo di Torino nel quarto secolo

 

 

          « Questo giorno fatto dal Signore », (Sal 117, 24) penetra in tutto ; contiene tutto, abbraccia tutto, cielo, terra e inferi !… Cosa poi sia questo giorno del cielo se non Cristo, del quale dice il profeta : « Il giorno al giorno ne affida il messaggio » (Sal 18, 3). Questo giorno è il Figlio, su cui il Padre che è il giorno senza principio, fa splendere il sole della sua divinità. Dirò anzi che egli stesso è quel giorno che ha parlato per mezzo di Salomone : « Io ho fatto sì che spuntasse in cielo una luce che non viene meno » (Sir 24, 32)… Come dunque al giorno del cielo non segue la notte, così le tenebre del peccato non possono far seguito alla giustizia di Cristo. La luce di Cristo sempre risplende nel suo radioso fulgore senza poter essere ostacolata da caligine alcuna. « La luce brilla nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno sopraffatta » (Gv 1, 5).

 

         Alla risurrezione di Cristo, tutti gli elementi sono glorificati ; sono certo che quel giorno, il sole abbia brillato di uno splendore più vivo. Non doveva forse entrare nella gioia della risurrezione, lui che si era rattristato per la morte di Cristo (Mt 27, 45) ?… Da servo fedele, si era oscurato per accompagnare Cristo nella tomba ; oggi deve risplendere per salutare la sua risurrezione…Pertanto, fratelli, tutti dobbiamo rallegrarci in questo santo giorno. Nessuno deve sottrarsi alla letizia comune a motivo dei peccati che ancora gravano la sua coscienza. Sebbene peccatore, in questo giorno nessuno deve disperare del perdono. Abbiamo infatti un indizio non piccolo : Se il Signore, sulla croce, ha perdonato al ladro, di quali beni noi non saremmo colmati dalla gloria della sua risurrezione?

 

ottava di Pasqua VESPRI Venerdì

Gv 21, 1-14 

 

L’abbandono alla divina Provvidenza  

 

 

« È il Signore ! »

 

Jean-Pierre de Caussade nel diciottesimo secolo

 

 

Tutte le creature vivono nelle mani di Dio. I sensi non scorgono che l'azione della creatura, ma la fede vede l'azione divina in ogni cosa. Essa vede che Gesù Cristo vive in tutto e opera per tutta l'estensione dei secoli, che il minimo momento e il più piccolo atomo racchiudono una parte di questa vita nascosta e di quest'azione misteriosa. L' azione delle creature è un velo che copre i profondi misteri dell'azione divina.

 

Gesù Cristo dopo la sua risurrezione sorprendeva i suoi discepoli con le sue apparizioni, si presentava ad essi sotto aspetti che lo nascondevano, e non appena si era rivelato di nuovo, scompariva. Questo stesso Gesù che è sempre vivo, sempre operante, sorprende ancora le anime che non hanno la fede abbastanza pura e penetrante. Non c'è un solo momento in cui Dio non si presenti sotto le sembianze di qualche pena, di qualche esigenza o di qualche dovere. Tutto quello che avviene in noi, attorno a noi e attraverso di noi, contiene e nasconde la sua azione divina, seppure invisibile, e questo fa sì che noi siamo sempre colti di sorpresa e che non riconosciamo la sua operazione se non quando non sussiste più.

 

Se squarciassimo il velo e se fossimo vigilanti e attenti, Dio si rivelerebbe a noi incessantemente e noi godremmo della sua presenza in tutto quel che ci accade; ad ogni cosa diremmo: “È il Signore!” E in tutte le circostanze ci accorgeremmo di ricevere un dono di Dio, che le creature sono debolissimi strumenti, che niente ci può mancare e che la cura continua che Dio ha di noi lo spinge a darci quel che ci conviene.

 

ottava di Pasqua LODI Sabato

Mc 16, 9-15

 

 

La missione degli Apostoli

 

di Romano il Melode nel quarto secolo

 

 

         Andate per il mondo tutto, spargendo sul terreno il seme della penitenza e innaffiatelo con l’acqua dell’insegnamento. Abbiate cura: che nessun penitente rimanga fuori della rete vostra, perché io ho gioia da quanti si convertono, come ben sapete anche voi. Oh, se chi mi tradiva fosse ritornato a me, dopo avermi venduto! Avrei io cancellato il suo peccato e l’avrei riunito a voi, io, il solo che conosca il segreto nei cuori.

 

         O miei iniziato, miei amici e miei fratelli vi chiamo iniziati e non più schiavi, o figli e miei eredi, luminari di tutto il mondo, e splendenti raggi di me che sono io sole, o fidati dispensatori dei miei tesori, mediatori dei miei doni per Adamo ritornato da me, o colonne della mia Chiesa, che ho tratto dal mare, io, il solo che conosca il segreto nei cuori.

 

         Sì, confessate me al mondo, manifestando chi io sia: tralasciate le allegorie e gli enigmi. Proclamate che, pur essendo Dio ineffabile, io ho preso la condizione dello schiavo. Dimostrate come io mi sia volentieri assoggettato alle ferite sul corpo e come, pur essendo Dio, e per questo immortale, sia andato io stesso verso la morte con il mio corpo e, sepolto nella qualità di colpevole, da Signore ho svuotato l’Ade, io il solo che conosca il segreto nei cuori.

 

ottava di Pasqua PRIMI VESPRI Sabato

 

Dai «Trattati sul Vangelo di Giovanni»

 

  Con la carità ci amiamo a vicenda, con la carità amiamo Dio

 

di Sant’Agostino nel quinto secolo

 

         Con la carità amiamo a vicenda, con la carità amiamo Dio. Non potremmo amarci sinceramente l’un l’altro, se non amassimo Dio. Ognuno ama il prossimo come se stesso, se ama Dio; perché se non ama Dio, non ama neppure sé medesimo.

 

         In questi due precetti della carità, si riassumono tutta la legge e tutte le profezie: ecco il nostro frutto. E questo frutto egli esige da noi: «Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri» (Gv 15, 17). Per questo l’apostolo Paolo, volendo contrapporre alle opere della carne i frutti dello Spirito, mette al primo posto la carità dicendo: «Il frutto dello Spirito è amore»; e ci presenta tutte le altre virtù come nascenti dall’amore e ad esso strettamente legate; esse sono: «gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5, 22).

 

         Chi può davvero godere, se non ama il bene che è fonte della sua gioia? Chi può avere la vera pace, se non può averla con colui che veramente ama? Chi può essere longanime, conservandosi perseverante nel bene, se non ama con fervore? Chi può dirsi benigno se non ama colui che soccorre? E chi è buono, se non lo diviene amando? Quale fede ottiene la salvezza, se non quella fede che opera nell’amore? A ragione perciò il buon Maestro ci raccomanda così spesso l’amore, come l’unico comandamento, senza il quale tutte le altre buone qualità non servono a niente; l’amore, invece, conduce necessariamente a tute le altre virtù che rendono l’uomo buono.

 

IIa settimana TEMPO PASQUALE - Ufficio della Risurrezione - Domenica

 

Lettera enciclica « Dio ricco di misericordia », n° 8

 

 

La Divina Misericordia, sorgente di vita per l’uomo

Papa Giovanni Paolo Secondo

 

 

Il mistero pasquale è Cristo al vertice della rivelazione dell'inscrutabile mistero di Dio. Proprio allora si adempiono sino in fondo le parole pronunciate nel cenacolo : « Chi ha visto me, ha visto il Padre » (Gv 14, 9). Infatti Cristo, che il Padre « non ha risparmiato » (Rm 8, 32) in favore dell'uomo, e che nella sua passione e nel supplizio della croce non ha trovato misericordia umana, nella sua risurrezione ha rivelato la pienezza di quell'amore che il Padre nutre verso di lui e, in lui, verso tutti gli uomini. « Non è un Dio dei morti, ma dei viventi » (Mc 12, 27).

 

         Nella sua risurrezione Cristo ha rivelato il Dio dell'amore misericordioso, proprio perché ha accettato la croce come via alla risurrezione. Ed è per questo che - quando ricordiamo la croce di Cristo, la sua passione e morte - la nostra fede e la nostra speranza s'incentrano sul Risorto : su quel Cristo che « la sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato... si fermò in mezzo a loro » nel cenacolo « dove si trovavano i discepoli, ... alitò su di loro e disse : Ricevete lo Spirito Santo ; a chi rimetterete i peccati, saranno rimessi, e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi » (Gv 20, 19s).

 

Ecco il Figlio di Dio, che nella sua risurrezione ha sperimentato in modo radicale su di sé la misericordia, cioè l'amore del Padre che è più potente della morte. Ed è anche lo stesso Cristo che… rivela se stesso come fonte inesauribile della misericordia, dell’ amore … più potente del peccato.

 

IIa settimana TEMPO PASQUALE -  VESPRI Domenica

Gv 20, 19-31

 

PPS, vol. 2, n° 2, « Faith without Sight »

 

 

La debolezza della fede di Tommaso, fonte di grazia per la Chiesa

 Cardinale John Henry Newman nel diciannovesimo secolo

 

         Non dobbiamo credere che san Tommaso fosse stato molto differente dagli altri apostoli. Tutti, più o meno, hanno perso fiducia nella promessa di Cristo quando l’hanno visto condotto per essere crocifisso. Quando è stato messo nel sepolcro, anche la loro speranza è stata seppellita con lui, e quando è stata annunciata loro la notizia della sua risurrezione, nessuno ha creduto. Quando è apparso a loro, “li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore” (Mc 16,14)... Tommaso si è convinto per ultimo perché ha visto Cristo per ultimo. Quel che è certo, é che non è stato un discepolo riservato e freddo: prima aveva espresso il desiderio di condividere il pericolo con il suo Maestro e di soffrire con lui: “Andiamo anche noi a morire con lui” (Gv 11,16). Tommaso  ha spinto gli altri apostoli a rischiare la loro vita con il loro Maestro.

 

         San Tommaso amava dunque il suo Maestro, come un vero apostolo, e si è messo al suo servizio. Ma quando l’ha visto crocifisso, la sua fede è venuta meno, per un tempo, come quella degli altri... e più degli altri. Si è isolato, rifiutando la testimonianza, non di una sola persona, ma dei dieci altri apostoli, di Maria Maddalena e delle altre donne... Sembra che avesse avuto bisogno di una prova visibile di ciò che è invisibile, di un segno infallibile venuto dal cielo, come la scala degli angeli di Giacobbe (Gen 28,12), per placare la sua angoscia che gli mostrasse la meta del cammino nel momento di incamminarsi. Un desiderio segreto di certezza lo abitava e questo desiderio si è risvegliato all’udire la notizia della risurrezione di Cristo.

 

         Il nostro Salvatore consente alla sua debolezza, risponde al suo desiderio, ma gli dice: “Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno”. E così, tutti i suoi discepoli lo servono, pur nella loro debolezza, affinché egli la trasformi in parole di insegnamento e di conforto per la sua Chiesa.

 

IIa settimana TEMPO PASQUALE - LODI martedì

Poesia Pentecoste 1942

Gv 3, 7-15

 

 

« Non sai di dove viene e dove va »

Santa Teresa Benedetta della Croce [Edith Stein]

 

Chi sei, dolce luce che mi colmi

e illumini le tenebre del mio cuore ?

Mi guidi come la mano di una madre,

e se mi lasciassi,

non potrei fare un solo passo di più.

Sei lo spazio

che avvolge il mio essere e lo mette al tuo riparo.

Se fosse abbandonato da te,

sprofonderebbe nell’abisso del non essere,

dal quale l’hai tirato per sollevarlo verso la luce.

Tu, più vicino a me

di me stessa,

più intimo dell’intimo della mia anima,

e tuttavia inafferrabile e ineffabile,

al di sopra di ogni nome,

Spirito Santo, Amore eterno

 

Non sei forse la dolce manna

che dal cuore del Figlio

trabocca nel mio cuore,

cibo degli angeli e dei beati ?

Lui che si è rialzato dalla morte alla vita

ha svegliato anche me dal sonno della morte per una vita nuova.

E giorno dopo giorno

continua a darmi una vita nuova,

la cui pienezza, un giorno, mi inonderà interamente,

vita nata dalla tua vita, si, te stesso,

Spirito Santo, Vita eterna !

 

IIa settimana TEMPO PASQUALE - VESPRI  martedì

Gv 3, 7-15

 

Trattato sulla Trinità, 12, 55s ; PL 10, 472

(In l' Ora dell'Ascolto p. 872)

  

  Non sai di dove viene e dove va

di Sant’Ilario di Poitiers nel quarto secolo

 
         Dio onnipotente, il tuo Santo Spirito scruta e conosce, secondo l’apostolo Paolo, le tue profondità
(1 Cor 2, 10-11), e fattosi mio avvocato, dice a te quello che io non riuscirei mai a dire

(Rm 8,26)... Niente che non ti appartenga può entrare in te, né può essere misurato l’abisso della tua immensa maestà, da una forza diversa ed estranea a te. Qualunque cosa penetra in te è tua: né ti è estranea la potenza di colui che può scrutarti...

 

         Pur non afferrando con i sensi il procedere del Santo Spirito da te attraverso il Figlio, tuttavia lo percepisco con la coscienza. Infatti sono del tutto incapace di capire le cose spirituali, come dice il tuo Unigenito: “Non ti meravigliare se t’ho detto: dovete rinascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito” .

 

         Pur avendo ricevuto la fede nella mia rigenerazione io non la comprendo, e pur ignorandola tuttavia la posseggo. Infatti sono rinato senza l’intervento dei miei sensi, ma con la potenza di una vita nuova. Lo Spirito poi non ha regole particolari, ma dice ciò che vuole, quando vuole e dove vuole. Se dunque non so il motivo per cui è vicino o lontano, rimango consapevole della sua presenza.

 

IIa settimana TEMPO PASQUALE - LODI Mercoledì

Gv 3, 16-21  

 

Discorsi

 

 Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito

di Sant’Antonio di Padova nel tredicesimo secolo

 

  

         Il Padre ci ha mandato il Figlio suo, che è “il buon regalo e il dono perfetto” (Gc 1,17). Il buon regalo, che nulla supera; il dono perfetto, al quale non si può aggiungere nulla. Cristo è il buon regalo perché colui che ci viene dato dal Padre è il Figlio suo, sovrano, eterno come lui. Cristo è il dono perfetto; come dice l’apostolo Paolo, “Dio ci ha dato ogni cosa insieme con lui”(Rm 8,32)... Ci ha dato colui che è “capo della Chiesa” (Ef 5,23). Non poteva darci nulla di più. Cristo è il dono perfetto perché, nel dare il Figlio suo, il Padre ha portato in lui ogni cosa alla perfezione.

 

         “Il Figlio dell’uomo, dice san Matteo, è venuto a salvare ciò che era perduto” (18,11). Per questo la Chiesa grida: “Cantate al Signore un canto nuovo” (Sal 97,1), quasi dicesse: O fedeli, che siete stati salvati e rinnovati dal Figlio dell’uomo, cantate un canto nuovo, poiché dovete “metter via il raccolto vecchio per far posto al nuovo” (Lv 26,10). Cantate, poiché il Padre “ha compiuto prodigi” (Sal 97,1), quando ci ha mandato ogni dono perfetto, cioè il Figlio suo. “Agli occhi dei popoli ha rivelato la sua giustizia” (Sal 97,2), quando ci ha dato ogni dono perfetto, il suo Figlio unigenito, che giustifica le nazioni e compie la perfezione di ogni cosa.

 

IIa settimana TEMPO PASQUALE - VESPRI Mercoledì

 

 

DIO E’ LUCE

di Simeone il Nuovo Teologo nell’undicesimo secolo

 

 

         Ecco: Farai e dirai tutto secondo la grazia che ti è stata data e che parla in te, come sta scritto: E saranno tutti ammaestrati da Dio – imparando il bene non per mezzo di lettere e caratteri, ma nello Spirito Santo; e non nella parola soltanto, ma iniziati misticamente alle realtà divine nella luce della Parola e nella parola della Luce: “Allora, infatti – dice -, sarete  dei maestri per voi e per il prossimo”; non solo, ma: sarete anche luce del mondo…e sale della terra.

 

         C’è chi abbia orecchi per ascoltare, perché possa prestare orecchio al senso di ciò che dice lo Spirito? C’è anche ora chi possieda la mente del Cristo, perché possa comprendere bene e in modo degno di Dio ciò che Dio stesso ha scritto? Si troverà anche ora qualcuno che abbia in sé il Cristo che parla, perché sia in grado di interpretare bene i misteri nascosti nelle parole? Sta scritto: Parliamo infatti di sapienza, ma non della sapienza di questo secolo che viene distrutta, bensì di una sapienza in mistero, quella nascosta ai più, ma davvero svelata e nota a noi, che camminiamo nel timore di Dio e sempre guardiamo a lui. Poiché non parliamo di ciò che non sappiamo, ma testimoniamo ciò che sappiamo, poiché la luce già risplende nella tenebra, nella notte e nel giorno, dentro e fuori – dentro, nei nostri cuori; e fuori, nel nostro intelletto -, e ci avvolge nel suo splendore senza tramonto, senza mutamento, senza cambiamento, senza forma: operante, viva e vivificante e trasformante in luce coloro che ne sono illuminati. Noi testimoniamo che Dio è luce.

 

IIa settimana TEMPO PASQUALE - LODI Giovedì

Catechesi, 3 ;  SC 96, 305

 

Gv 3,31-36

 

 

 Colui che Dio ha mandato proferisce le parole di Dio

di Simeone il Nuovo Teologo nel undicesimo secolo

 

 

         Il Signore ha detto: “Scrutate le Scritture” (Gv 5,39). Scrutatele dunque e ricordate con molta fedeltà e fede quanto esse dicono. Così, conosciuta chiaramente la volontà di Dio... sarete in grado di distinguere senza sbagliarvi, il bene dal male, invece di prestare orecchio a qualsiasi spirito e di essere trascinati da pensieri malsani

         Siate certi, fratelli miei, che nulla è favorevole alla nostra salvezza quanto l’osservanza dei divini precetti del Signore... Ci vorrà tuttavia molto timore, molta pazienza e perseveranza nella preghiera perché ci sia rivelato il significato di una sola parola del Maestro, perché conosciamo il gran mistero nascosto in ogni sua minima parola, e occorrerà che siamo pronti a dare la nostra vita per non lasciar cadere  un solo segno dei comandamenti di Dio (cfr Mt 5,18).

         Infatti la parola di Dio è come una spada a doppio taglio (Eb 4,12) che pota e taglia fuori l’anima da ogni cupidigia e da ogni istinto della carne. Anzi, essa diviene come un fuoco ardente (Ger 20,9) quando ravviva l’ardore della nostra anima, quando ci fa disprezzare ogni tristezza della vita e considerare le prove come perfetta letizia (Gc 1,2), quando, davanti alla morte temuta dagli uomini, ci fa desiderare e abbracciare la vita, donandoci il mezzo di giungervi.

 

IIa settimana TEMPO PASQUALE - Vespri Giovedì

Gv 3, 31-36

Dimostrazioni, n° 6 ; SC 349, 394

 

 

 Dio gli dà lo Spirito senza misura

di Sant’Afraate nel quarto secolo

 

         Se, a partire da un fuoco, accendi altri focolari in numerosi luoghi, non ne viene diminuito il primo... Così è per Dio e per il suo Messia; sono una cosa sola, pur dimorando nella moltitudine degli uomini. Neanche il sole viene diminuito in nulla per il fatto che la sua potenza si diffonde sulla terra. E quanto più grande è la forza di Dio, che fa sussistere il sole.

 

         Era pesante per Mosè condurre da solo l’accampamento di Israele. Gli disse il Signore: “Prenderò lo Spirito che è su di te per metterlo sui settanta uomini tra gli anziani d’Israele” (Num 11,17). Quando attinse dallo spirito di Mosè e i settanta uomini ne sono stati colmi, forse Mosè ne ha subito una diminuzione? Forse si percepiva che aveva meno spirito? Anche il beato Paolo dice: “Dio ha distribuito dello Spirito di Cristo-Messia e l’ha mandato sui profeti (1 Cor 12,11.28). Eppure il Messia non è stato danneggiato in nulla, perché suo Padre gli ha dato lo Spirito senza misura.

 

         In questo senso... il Cristo-Messia abita negli uomini credenti. Non è diminuito in nulla se viene distribuito alla moltitudine. I profeti [del Nuovo Testamento] infatti hanno ricevuto lo Spirito di Cristo, ognuno per quanto ne poteva portare. E ancora oggi, il medesimo Spirito del Messia viene versato su ogni carne, perché figli e figlie, anziani e giovani, servi e serve  profetizzino (Gl 3,1; At 2,17). Il Messia è in noi, e il Messia è in cielo alla destra del Padre. Non con misura ha ricevuto lo Spirito, ma il Padre l’ha amato e gli ha dato in mano ogni cosa, donandogli il potere su tutto il suo tesoro... Il nostro Signore dice ancora: “Tutto mi è stato dato dal Padre” (Mt 11,27)... L’apostolo Paolo dice in fine: “Quando tutto gli sarà stato sottomesso, anche lui, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti” (1 Cor 15,27-28).

 

IIa settimana TEMPO PASQUALE - LODI venerdì

 

Libro di Vita

 

Capitolo Amore, § 7

 

IIa settimana TEMPO PASQUALE - VESPRI  Venerdì

Gv 6, 1-15 

 

Discorsi sul vangelo di Giovanni, 24, 1.6.7 ; CCL 36, 244

(Nuova Biblioteca Agostiniana)

 

 

 

‘ Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo ’

di Sant’Agostino nel quinto secolo

  

 

         Governare il mondo intero, è un miracolo più grande che saziare cinquemila persone con cinque pani. Tuttavia, di quel fatto nessuno si stupisce, di questo gli uomini si stupiscono, non perché sia più grande, ma perché è raro. Chi, infatti, anche adesso nutre il mondo intero, se non colui che con pochi grani crea le messi? Cristo operò, quindi, come Dio. Allo stesso modo, infatti, che con pochi grani moltiplica le messi, così nelle sue mani ha moltiplicato i cinque pani. La potenza era nelle mani di Cristo; e quei cinque pani erano come semi, non affidati alla terra, ma moltiplicati da colui che ha fatto la terra.

 

E' stato dunque offerto ai sensi tanto di che elevare lo spirito,  affinché fossimo presi da ammirazione, attraverso le opere visibili, per l'invisibile Iddio (Rm 1,20); ed elevati alla fede, e mediante la fede purificati, sentissimo il desiderio di vedere spiritualmente, con gli occhi della fede, l'invisibile, che già conosciamo attraverso le cose visibili... E' stato compiuto affinché quelli lo vedessero, ed è stato scritto affinché noi lo ascoltassimo. Ciò che essi poterono vedere con gli occhi, noi possiamo vederlo con la fede. Noi contempliamo spiritualmente ciò che non abbiamo potuto vedere con gli occhi. Noi ci troviamo in vantaggio rispetto a loro, perché per noi è stato detto: “Beati quelli che non vedono e credono” (Gv 20, 29).

 

IIa settimana TEMPO PASQUALE - LODI sabato

Contro le eresie, III 1,1 ; 10,6

 

 

 Predicate il Vangelo ad ogni creatura

di Sant’Ireneo di Lione nel secondo secolo

 

 

         Dopo che il nostro Signore è stato risuscitato dai morti e che i santi apostoli sono stati rivestiti della forza dall’alto mediante la venuta dello Spirito Santo (Lc 24,49), essi sono stati colmi di certezza e di conoscenza. Allora andarono fino ai confini della terra (Sal 18,5), proclamando la buona novella di Dio, e annunciando agli uomini la pace del cielo. Possedevano infatti tutti ugualmente e ognuno in particolare, il Vangelo di Dio.

 

         Così Matteo ha pubblicato dagli Ebrei, nella loro lingua, una forma scritta del Vangelo mentre Pietro e Paolo evangelizzavano Roma e vi fondavano la Chiesa. Dopo la loro morte, Marco, il discepolo di Pietro e suo interprete (1Pt 5,13), ci ha trasmesso, pure per iscritto, la predicazione di Pietro. Quanto a Luca, il compagno di Paolo, ha messo per iscritto il vangelo predicato da lui. Infine anche Giovanni, il discepolo del Signore, che aveva riposato sul suo petto, ha pubblicato il Vangelo, durante il suo soggiorno a Efeso.

 

         Marco, interprete e compagno di Pietro, ha presentato l’inizio della sua redazione del vangelo in questo modo : « Inizio del Vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio. Come è scritto nel profeta Isaia : Ecco io mando il mio messaggero davanti a te, egli ti preparerà la strada »… Lo vediamo, Marco ha fatto delle parole dei santi profeti il principio del Vangelo, e ha messo all’inizio, come Padre del nostro Signore Gesù Cristo, colui che i profeti hanno proclamato Dio e Signore… Alla fine del suo Vangelo, Marco dice : « Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio ». Questa è la conferma della parola del profeta : « Oracolo del Signore al mio Signore : Siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi » (Sal 109,1).

 

IIa settimana TEMPO PASQUALE -  PV  Sabato

 

 

VIVERE UNITI AGLI ALTRI PER ESSERE UNITI A DIO

di Doroteo di Gaza nel quinto secolo

 

 

      Secondo voi che cosa sono le comunità? non sono un unico corpo, in cui tutti sono membra gli uni degli altri? Quelli che le governano sono la testa; quelli che vigilano e correggono sono gli occhi; quelli che obbediscono sono le orecchie; quelli che lavorano, le mani; i piedi, sono i fratelli che adempiono i diversi incarichi e servizi.

      Ciascuno secondo le sue capacità, cercate di restare uniti gli uni agli altri perché quanto più si è uniti al prossimo, tanto più si è uniti a Dio.

      Perché comprendiate il senso profondo di queste parole, vi do un'immagine tratta dai Padri. Immaginate che per terra vi sia un cerchio, una linea circolare tracciata con un compasso dal punto centrale. Si chiama centro il punto che sta proprio in mezzo al cerchio.

      Prestate attenzione a quel che vi dirò. Immaginate che questo cerchio sia il mondo, il punto centrale del cerchio Dio e i raggi che dalla circonferenza vanno al centro siano le vie cioè i modi di vivere degli uomini.

      Poiché dunque i santi, spinti dal desiderio di avvicinarsi a Dio, avanzano verso l'interno, quanto più avanzano, tanto più si avvicinano a Dio e si avvicinano gli uni agli altri. Quanto più si avvicinano a Dio, tanto più si avvicinano gli uni agli altri e quanto più si avvicinano gli uni agli altri, tanto più si avvicinano a Dio.

 

IIIa settimana TEMPO PASQUALE -  UR Domenica

 

Alle sorgenti della vita

di Giovanni Paolo II

 

         I discepoli  testimoniano  con franchezza  la  Pasqua  di  Cristo  e i  frutti della  salvezza portati dalla  sua passione-morte-risurrezione:  Pietro annuncia ai Giudei  la  risurrezione di Gesù, il  Santo e il  Giusto che  essi hanno messo a morte, e li invita a pentirsi e cambiare vita «perché siano cancellati i loro peccati» (prima lettura); Giovanni ci assicura che  Gesù è il nostro aiuto presso  il Padre e  ci salva  dai  nostri peccati perché egli  stesso li ha espiati per tutti . Anche la realtà del peccato  fa parte, così,  del gioioso annuncio pasquale.

         È  vero, infatti, che il peccato è rottura di comunione; ma  è anche  «via alla comunione», a  condizione che ci riconosciamo peccatori  e  ci lasciamo perdonare (cf  1  Gv  1,8-10),  con piena fiducia nel nostro «avvocato presso il Padre»; dal  suo sacrificio, dalla sua offerta  eucaristica, noi riceviamo la forza di  non  peccare, di osservare  la  sua  parola, di dimorare  in lui.  Si  compie  così per noi  la rivelazione  e la attuazione della misericordia del  Padre che trova il suo  vertice  nel  mistero pasquale celebrato nell'Eucaristia.

         «Nella sua risurrezione  Cristo ha rivelato il Dio  dell'amore  misericordioso, proprio perché ha accettato la croce  come  via alla risurrezione.  Ed è...  Cristo, Figlio di Dio, che al termine  — e in un certo senso,  già oltre  il termine — della sua missione messianica,  rivela  se stesso   come fonte inesauribile della misericordia,  del  medesimo amore che, nella prospettiva ulteriore  della  storia  della salvezza  nella  Chiesa,  deve  perennemente confermarsi più potente del  peccato.  Il Cristo pasquale è l'incarnazione definitiva della misericordia,  il  suo segno vivente: storico-salvifico  ed  insieme escatologico.

         Nel medesimo  spirito la  liturgia  del   tempo  pasquale  pone sulle nostre  labbra  le parole  del salmo: "Canterò in eterno le misericordie  del Signore"» (Dives in misericordia, 8).

 

IIIa settimana TEMPO PASQUALE -  VESPRI - Domenica

 

Allocuzione del 9/4/1975

 

 Pace a voi

di Papa Paolo VI

 

Fermiamo la nostra attenzione sull’improvviso saluto, tre volte ripetuto nel medesimo contesto evangelico, di Gesù risorto, apparso ai suoi discepoli, raccolti e chiusi nel Cenacolo per paura dei Giudei ; il saluto che doveva essere allora consueto, ma che nelle circostanze in cui è pronunciato acquista una pienezza stupefacente ; lo ricordate, è questo : « Pace a voi ! » Un saluto che era risuonato nel canto angelico del Natale (Lc 2, 14) : « Pace in terra » ; un saluto biblico, già preannunciato come promessa effettiva del regno messianico (Gv 14, 27), ma ora comunicato come una realtà che è inaugurata da quel primo nucleo di Chiesa nascente : la pace, la pace di Cristo vittorioso della morte e delle sue cause vicine e lontane, dei suoi effetti tremendi ed ignoti.

Gesù risorto annuncia, anzi infonde la pace agli animi smarriti dei suoi discepoli. È la pace del Signore nel suo primo significato, quello personale, quello interiore, quello che S. Paolo iscrive nella lista dei frutti dello Spirito, dopo la carità e il gaudio, quasi confuso con essi (Ga 5, 22). Che cosa v’è di meglio per un uomo cosciente ed onesto ? La pace della coscienza non è il migliore conforto che noi possiamo trovare in noi stessi ? …

         La pace della coscienza è la prima autentica felicità. Essa aiuta ad essere forti nelle avversità ; essa conserva la nobiltà e la libertà della persona umana nelle condizioni peggiori, in cui essa si può trovare ; la pace della coscienza per di più rimane la fune di salvataggio, cioè la speranza, … quando la disperazione dovrebbe avere il sopravvento nel giudizio di sé. … È il primo dono fatto da Cristo risorto ai suoi, cioè il sacramento del perdono, un perdono che risuscita.

 

IIIa settimana TEMPO PASQUALE -  LODI Martedì

 

 

IL PATTO DEL SIGNORE

di Sant’Ireneo di Lione nel secondo secolo

 

 

         Mosè nel Deuteronomio dice al popolo: “Il Signore tuo Dio ha stabilito un’alleanza sull’Oreb. Il Signore non ha stabilito quest’alleanza con i vostri padri, ma con tutti voi” (Dt 5, 2-3).

 

         Sfamò il popolo con la manna, perché ricevesse un cibo spirituale come aveva detto Mosè nel Deuteronomio: “Ti ha nutrito con la manna che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma di quanto esce dalla bocca del Signore” (Dt 8, 3).

 

         Comandò l’amore verso Dio e suggerì la giustizia che si deve al prossimo perché l’uomo non fosse ingiusto e indegno di Dio. Così, per mezzo del decalogo, predisponeva l’uomo alla sua amicizia e alla concordia con il prossimo. Tutto questo giovava all’uomo stesso, senza che di nulla Dio avesse bisogno da parte dell’uomo. Queste cose poi rendevano ricco l’uomo perché gli davano quanto a lui mancava, cioè l’amicizia di Dio, ma a Dio non apportavano nulla, perché il Signore non aveva bisogno dell’amore dell’uomo.

 

         L’uomo invece era privo della gloria di Dio, che non poteva acquistare in nessun modo se non per mezzo di quell’ossequio che a lui si deve. E per questo Mosè dice al popolo: “Scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza amando il Signore tuo Dio obbedendo alla sua voce e tenendoti unito a lui; poiché è lui la tua vita e la tua longevità” (Dt 30, 19.20).

 

IIIa settimana TEMPO PASQUALE -  VESPRI  Martedì

 

 

 Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo

dalla Costituzione sulla Santa Liturgia “Sacrosanctum Conciliu”


 

Il nostro Salvatore nell'ultima Cena, la notte in cui fu tradito, istituì il sacrificio eucaristico del suo Corpo e del suo Sangue, onde perpetuare nei secoli fino al suo ritorno il sacrificio della croce, e per affidare così alla sua diletta Sposa, la Chiesa, il memoriale della sua morte e della sua resurrezione: sacramento di amore, segno di unità, vincolo di carità, convito pasquale, nel quale si riceve Cristo, l'anima viene ricolma di grazia e ci è dato il pegno della gloria futura.

 

Perciò la Chiesa si preoccupa vivamente che i fedeli non assistano come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede, ma che, comprendendolo bene nei suoi riti e nelle sue preghiere, partecipino all'azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente; siano formati dalla parola di Dio; si nutrano alla mensa del corpo del Signore; rendano grazie a Dio; offrendo la vittima senza macchia, non soltanto per le mani del sacerdote, ma insieme con lui, imparino ad offrire se stessi, e di giorno in giorno, per la mediazione di Cristo, siano perfezionati nell'unità con Dio e tra di loro, di modo che Dio sia finalmente “tutto in tutti” (1 Cor 15,28).

 

IIIa settimana TEMPO PASQUALE -  LODI mercoledì

Discorsi ascetici, 1a  parte, n°2

 

 

 

 Sono venuto a portare il fuoco sulla terra

di Sant’Isacco Siriano  nel settimo secolo

 

 

 

         Fatti violenza (cfr Mt 11,12), sforzati di imitare l’umiltà di Cristo, affinché si accenda sempre di più il fuoco che egli ha gettato in te, questo fuoco nel quale sono consumati tutti gli impulsi di questo mondo che distruggono l’uomo nuovo e macchiano le dimore del Signore santo e potente. Affermo infatti con san Paolo che “siamo il tempio di Dio” (2 Cor 6,16). Purifichiamo dunque il suo tempio “come egli è puro” (1 Gv 3,3) affinché egli abbia il desiderio di dimorarvi; santifichiamolo, come egli è santo (1 Pt 1,16); orniamolo di tutte le opere buone e degne. Riempiamolo del riposo della sua volontà, come di un profumo, con la preghiera pura, cioè la preghiera del cuore, che non si può acquistare abbandonandosi agli impulsi continui di questo mondo.

 

Allora la nube della sua gloria coprirà la tua anima, e la luce della sua grandezza brillerà nel tuo cuore (cfr. 1 Re 8,10). Tutti coloro che dimorano nella casa di Dio saranno ricolmi di gioia e si rallegreranno. Invece gli insolenti e gli immondi scompariranno sotto la fiamma dello Spirito Santo.

 

IIIa settimana TEMPO PASQUALE - VESPRI Mercoledì

 

Il cammino di perfezione, cap. 28

 

« Colui che ha fatto l’esterno non ha forse fatto anche l’interno ? »

di Santa Teresa d'Avila nel sedicesimo secolo

  

 

Se io avessi capito, come oggi, quale grande Re abitava in quel piccolo palazzo della mia anima, non l’avrei lasciato da solo così spesso ; sarei rimasta di tanto in tanto accanto a lui, e avrei fatto il necessario affinché il palazzo fosse meno sporco. Quanto è mirabile pensare che colui la cui grandezza potrebbe riempire mille mondi e anche molto di più, si rinchiude così in una così piccola dimora. È vero che, da una parte, essendo sovrano Signore, porta con lui la libertà, e dall’altra, essendo pieno di amore per noi, si fa alla nostra misura.

 

Sapendo bene che un’anima principiante potrebbe turbarsi al vedere se stessa, così piccola, destinata a contenere tanta grandezza, egli non si fa conoscere immediatamente; ma, poco a poco, fa crescere la capacità dell’anima, alla misura dei doni che egli si propone di collocare in essa. A motivo di questo suo potere di allargare il palazzo della nostra anima, ho detto che porta con lui la libertà. Il punto capitale è fargliene un dono assoluto e vuotarsi completamente, affinché egli possa riempire o svuotare a suo piacimento, come in una dimora che gli appartiene. A ragione, nostro Signore vuole che così sia; non rifiutiamoci. Egli non vuole forzare la nostra volontà; riceve quello che essa gli dà. Ma lui si dà interamente solo quando anche noi ci diamo interamente.

 

La cosa è certa, e ve la ripeto così spesso perché è importantissima. Finché l’anima non è interamente sua, sgombrata di tutto, egli non agisce in essa. Del resto, non so come potrebbe farlo, colui che ama tanto l’ordine perfetto. Se riempiamo il palazzo con gente volgare e ogni sorta di ninnoli, come il sovrano, con la sua corte, potrebbe trovarvi posto? È già molto che si degni di fermarsi qualche momento in mezzo a tanto ingombro.

 

IIIa settimana TEMPO PASQUALE -  LODI giovedì

(Tratt. 2; CSL 68, 26. 29-30)

 

 

L'Eucaristia, Pasqua del Signore

di san Gaudenzio di Brescia nel quinto secolo

 

 

     Cristo è lui solo che è morto per tutti. E' lui il medesimo che si trova nel sacramento del pane e del vino anche se sono molte le assemblee nelle quali si riunisce la Chiesa. E' il medesimo che immolato ricrea, creduto vivifica, consacrato santifica i consacranti.

La carne del sacrificio è quella dell'Agnello divino, il sangue è quello suo. Infatti il Pane disceso dal cielo ha detto: «Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (Gv 6, 52).

     «E' la Pasqua del Signore» (Es 12, 11), cioè il passaggio del Signore. Queste parole ti ammoniscono di non credere terrestre quello che è diventato celeste. Il Signore «passa» nella realtà terrestre e la fa suo corpo e suo sangue.

     Quello che ricevi è il corpo di colui che è pane celeste e il sangue di colui che è la sacra vite. Infatti mentre porgeva ai suoi discepoli il pane consacrato ed il vino, così disse: «Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue» (Mt 26, 26-27). Crediamo dunque a colui al quale ci siamo affidati: la verità non conosce menzogna. Quando infatti diceva alle turbe sbigottite che il suo corpo era da mangiare e il suo sangue da bere, molti sussurravano: «Questo linguaggio è duro, chi può intenderlo?» (Gv 6, 60). Per cancellare con il fuoco celeste quei pensieri aggiunse: «E' lo Spirito che dà la vita; la carne invece non giova a nulla. Le parole che vi ho dette, sono spirito e vita» (Gv 6, 63).

 

IIIa settimana TEMPO PASQUALE -  VESPRI Giovedì

Gv 6, 44-51

 Discorsi sulla prima lettera ai Corinzi, n° 24

 

 

 Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo

di San Giovanni Crisostomo  nel quarto secolo

 

 

         “Noi, pur essendo molti siamo un corpo solo” (1 Cor 10,17). Cos’è il pane che mangiamo? Il Corpo di Cristo. Cosa divengono coloro che vi comunicano? Il Corpo di Cristo, non una moltitudine, bensì un corpo unico. Così come il pane, composto di tanti chicchi di grano è un solo pane, nel quale i chicchi scompaiono, così come in una massa tanto  compatta, benché i chicchi vi sussistano, è impossibile vedere cosa li distingue, così anche noi tutti, insieme e con Cristo, facciamo una cosa sola. Infatti come in un corpo tutte le membra vengono nutrite da quel corpo e non da un altro; lo stesso Corpo li nutre tutti. Per questo l’apostolo Paolo aggiunge: “Tutti partecipiamo dell’unico pane”.

 

         Ebbene ora, se partecipiamo tutti allo stesso pane, se tutti diveniamo lo stesso Cristo, perché dunque non mostriamo la stessa carità?... Questo si vedeva nel tempo dei nostri padri: “La moltitudine di coloro che eran venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola” (At 4,32).  Non è lo stesso adesso; anzi accade proprio il contrario. Eppure, uomo, è venuto Cristo a cercare te, che eri così lontano da lui, per unirsi a te. E tu, non vuoi unirti al tuo fratello?

 

         Infatti, Egli non ha soltanto dato il suo corpo; ma poiché la prima carne, tratta dalla terra, era morta a causa del peccato, egli vi ha introdotto, per così dire, un altro lievito, cioè la propria carne, della stessa natura della nostra carne, ma immune da ogni peccato, piena di vita. Il Signore l’ha condivisa con tutti noi affinché, nutriti da questa carne nuova, tutti in comunione gli uni con gli altri, potessimo entrare nella vita immortale.

 

IIIa settimana TEMPO PASQUALE -  Lodi  venerdì

 

Libro di Vita

Cap. “Lavoro”  § 23  p 33

 

IIIa settimana TEMPO PASQUALE - VESPRI Venerdì

 

 

 

L’attività umana nell’universo

 Dalla Costituzione pastorale “Gaudium et Spes”

del Concilio ecumenico Vaticano II sulla Chiesa nel mondo contemporaneo

 

 

         La Chiesa, che custodisce il deposito della parola di Dio, fonte dei principi religiosi e morali, anche se non ha sempre pronta la risposta alle singole questioni, desidera unire la luce della rivelazione alla competenza di tutti, perché sia illuminata la strada che l’umanità ha da poco imboccato. Per i credenti è certo che l’attività umana individuale e collettiva, con quello sforzo immenso con cui gli uomini lungo i secoli cercano di cambiare in meglio le condizioni di vita,,risponde al disegno divino. L’uomo, creato ad immagine di Dio, ha ricevuto il mandato di sottomettere a sé la terra con tutto ciò che è contenuto in essa, di governare il mondo nella giustizia e nella santità, si riconoscere Dio come creatore di tutto e, conseguentemente, di riferire a lui se stesso e tutto l’universo, di modo che, assoggettate all’uomo tutte le cose, il nome di Dio sia glorificato su tutta la terra. Questa vale pienamente anche per il lavoro di ogni giorno.

         Quando uomini e donne, per procurare il sostentamento a sé e alla famiglia, esercitano il proprio lavoro così da servire la società, possono giustamente pensare che con la loro attività prolungano l’opera del Creatore, provvedono al benessere dei fratelli e concorrono con il personale contributo a compiere il disegno divino nella storia. I cristiani pensano che quanto gli uomini hanno prodotto con il loro ingegno e forza non si oppone alla potenza di Dio, né che la creatura razionale sia quasi rivale del Creatore. Sono persuasi che le vittorie del genere umano sono segno della grandezza di Dio e frutto del suo ineffabile disegno.

 

IIIa settimana TEMPO PASQUALE -  LODI sabato

 

Discorsi, 45 ; PL 144,743 et 747

 

Questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia

di San Pier Damiani nel undicesimo secolo

 

 

         La Vergine Maria ha dato alla luce Gesù Cristo, l’ha riscaldato nelle sue braccia, l’ha avvolto in fasce e l’ha circondato di cure materne. È proprio lo stesso Gesù di cui riceviamo ora il corpo e beviamo il sangue redentore nel sacramento dell’altare. Questo ritiene vero la fede cattolica, questo insegna fedelmente la Chiesa.

 

         Nessuna lingua umana potrà mai glorificare abbastanza colei dalla quale ha preso carne, lo sappiamo, « il mediatore fra Dio e gli uomini » (1 Tm 2,5). Nessun omaggio umano è all’altezza di colei il cui grembo purissimo ha dato il frutto che è il cibo delle nostre anime : colui, in altri termini, che rende testimonianza a se stesso con le parole : « Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno ». Infatti, noi che eravamo stati cacciati dal paradiso di delizie a causa di un cibo, per mezzo di un cibo ritroviamo le gioie del paradiso. Eva ha preso un cibo, e siamo stati condannati a un digiuno eterno ; Maria ha dato un cibo, e la porta del banchetto del cielo ci è stata aperta.

 

IIIa settimana TEMPO PASQUALE -  PRIMI VESPRI Sabato

IRENEO DI LIONE, Contro le eresie , ed. Cantagalli,

                                Siena 1984, vol.II, pp.70-71. Testo adattato.

 

 

 

LA GLORIA DI DIO

 di sant'Ireneo di Lione nel secondo secolo

 

          Chi opera tutto in tutti è il Dio invisibile; la sua natura e la sua grandezza sono indescrivibili per una creatura; tuttavia non è del tutto inconoscibile: mediante il Verbo tutti possono apprendere che c'è un solo Dio Padre che tutto contiene e a tutti dà l'essere, come è scritto nel Vangelo: "Nessuno ha mai visto Dio se non il Figlio unigenito che si trova nel seno del Padre: lui ce lo ha rivelato" (Gv. 1,18)

 

         Il Figlio parla dall'inizio del Padre perché dall'inizio è col Padre e manifesta al genere umano le visioni profetiche, i diversi carismi, i suoi uffici e la gloria del Padre, gradualmente e tempestivamente secondo l'utilità. Dove c'è successione c'è continuità, dove c'è continuità c'è tempestività, dove c'è tempestività c'è utilità. Per questo il Verbo si è fatto dispensatore della gloria del Padre ad utilità degli uomini per mostrare Dio all'uomo e portare l'uomo a Dio; egli mantiene l'invisibilità del Padre perché l'uomo non disprezzi Dio e abbia sempre a progredire; d'altra parte rende visibile Dio all'uomo per diverse economie perché completamente privo di Dio l'uomo non cessi di esistere.

 

         Gloria di Dio è l'uomo che vive  e la sua vita consiste nel vedere Dio. Se la manifestazione di Dio mediante la creazione dà vita a tutti i viventi, a maggior ragione la manifestazione del Padre mediante il Verbo dà vita a quelli che lo contemplano.

 

IVa settimana TEMPO PASQUALE -  UR Domenica

 

Esposizioni sui salmi, Sal 86

(Nuova Biblioteca Agostiniana)

 

Santi Filippo e Giacomo, apostoli, fondamenta della città santa

Sant’Agostino nel quinto secolo

 

         “Le sue fondamenta sono sui monti santi. Il Signore ama le porte di Sion” (Sal 86, 1-2)... “Voi siete concittadini dei santi, familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli Apostoli e dei Profeti, e avendo come pietra angolare lo stesso Gesù Cristo” (Ef 2,19-20)... Ebbene, questa pietra angolare e i monti (che sono gli Apostoli e i grandi Profeti) reggono la costruzione di questa città e costituiscono un edificio vivente. Grida ora dai vostri cuori questo edificio? È la magistrale mano di Dio che compie tutto questo per mezzo della nostra lingua, affinché siate squadrati e immessi nella struttura di quell'edificio...

 

 Guardate alla forma d'una pietra squadrata: il cristiano deve essere simile ad essa! Di fronte a qualsiasi tentazione il cristiano non cade. Anche se è spinto e, quasi, capovolto, egli non cade. Una pietra di forma quadrata, infatti, da qualunque parte tu la giri, sta dritta... Siate, dunque, squadrati in questo modo, cioè pronti a qualsiasi tentazione. Qualunque cosa vi colpisca, non abbia a rovesciarvi!...

 

Quanto, poi, al crescere in questo edificio, lo si fa con affetto devoto, con sincera religione, con la fede, la speranza e la carità. La città celeste viene edificata mediante i suoi stessi cittadini: i cittadini ne sono le pietre. Essi, infatti, sono pietre viventi. Dice l'apostolo Pietro: “Voi, come pietre viventi, siate edificati in una dimora spirituale” (1 Pt 2,5)... Ma, perché sono fondamenta gli Apostoli e i Profeti? Perché la loro autorità sorregge la nostra debolezza. Perché attraverso loro noi entriamo nel regno di Dio: sono essi che ce lo annunciano. E, quando noi entriamo attraverso loro, entriamo attraverso Cristo, dato che egli è la porta (Gv 10,9).

 

IVa settimana TEMPO PASQUALE -  VESPRI Domenica

Gv 10, 11-18

Esposizione su Giovanni, c.10, lett. 3, 1-2

(In l'Ora dell'Ascolto p. 1979)

 

 

 

« Il buon pastore offre la vita per le pecore »

 San Tommaso d'Aquino nel tredicesimo secolo



         La carità è il primo dovere del buon pastore, perciò dice Gesù : « Il buon pastore offre la vita per le sue pecore ». Infatti c’è differenza tra il buono e il cattivo pastore : il buon pastore ha di mira il vantaggio del gregge, mentre il cattivo il proprio. Questo infatti dice il profeta : « Guai ai pastori d’Israele che pascono se stessi ! I pastori non dovrebbero forse pascere il gregge ? » (Ez 34, 2). Colui che non fa altro che utilizzare il gregge a proprio vantaggio non è un buon pastore…

 

         Nei guardiani di pecore non si esige che, per essere giudicati buoni, espongano la propria vita per la salvezza del gregge. Ma siccome la salvezza del gregge spirituale ha maggior peso della vita corporale del pastore, quando incombe il pericolo del gregge ogni pastore spirituale deve affrontare il sacrificio della vita corporale. Questo dice il Signore : « Il buon pastore offre la sua vita per le sue pecore ». Egli consacra loro la sua persona nell’esercizio dell’autorità e della carità… Cristo ci ha dato l’esempio di questo insegnamento : « Egli ha dato la sua vita per noi, quindi anche noi dobbiamo dare la vita per il fratelli » (1 Gv 3,6).

 

IVa settimana TEMPO PASQUALE -  LODI Martedì

Gv 10, 27-30

Discorsi, 26, 2 ;

PG 85, 299-308

  

« Io sono il buon pastore » (Gv 10,11)

 Basilio di Seleucia nel quinto secolo

 

 

         Abele, il primo pastore provocò l’ammirazione del Signore che accolse volentieri il suo sacrificio e gradì il donatore più ancora del dono che egli gli stava facendo (Gen 4, 4). La Scrittura approva anche Giacobbe, pastore dei greggi di Laban, notando quanto egli si era preso cura di essi : « Di giorno mi divorava il caldo e di notte il gelo » (Gen 31, 40). E Dio ricompensò quell’uomo del suo lavoro. Anche Mosè fu pastore, sui monti di Madian, preferendo essere maltrattato con il popolo di Dio, piuttosto che conoscere i piaceri [nel palazzo di Faraone]. Dio, ammirando questa sua scelta, si lasciò vedere da lui, in compenso (Es 3, 2). E dopo la visione, Mosè non abbandona la sua responsabilità di pastore, ma con il suo bastone, comanda agli elementi (Es 14, 16) e pasce il popolo d’Israele. Anche Davide fu pastore, ma il suo bastone diventò scettro regale ed egli ricevette la corona. Non stupirti che tutti questi buoni pastori siano così vicini a Dio. Il Signore stesso non si vergogna di essere chiamato « pastore » (Sal 22 ; 79). Dio non si vergogna di pascere gli uomini, e nemmeno di averli creati.

 

         Ma guardiamo ora il nostro pastore, Cristo ; guardiamo il suo amore per gli uomini e la sua mansuetudine nel condurli ai pascoli. Gioisce delle pecore che lo circondano e cerca quelle che si smarriscono. Né monti, né foreste gli sono di ostacolo ; corre nella valle dell’ombra per giungere al luogo dove si trova la pecora smarrita… Fu visto negli inferi per dare il segnale del ritorno; per questa via si prepara a stringere amicizia con le pecore. Ora, ama Cristo chi accoglie con attenzione le sue parole.

 

IVa settimana TEMPO PASQUALE -  VESPRI Martedì

Gv 10, 22-30

No Greater Love

 

 

« Le mie pecore ascoltano la mia voce »

 Beata Teresa di Calcutta nel ventesimo secolo

 

         Riterrai difficile pregare, se non sai come fare. Ognuno di noi deve aiutare se stesso a pregare: in primo luogo, ricorrendo al silenzio; non possiamo infatti metterci in presenza di Dio se non pratichiamo il silenzio, sia interiore che esteriore. Fare silenzio dentro di sé non è facile, eppure è uno sforzo indispensabile; solo nel silenzio troveremo una nuova potenza e una vera unità. La potenza di Dio diverrà nostra per compiere ogni cosa come conviene; lo stesso sarà riguardo all’unità dei nostri pensieri con i suoi pensieri, all’unità delle nostre preghiere con le sue preghiere, all’unità delle nostre azioni con le sue azioni, della nostra vita con la sua vita. L’unità è il frutto della preghiera, dell’umiltà, dell’amore.

 

         Nel silenzio del cuore, Dio parla; se starai davanti a Dio nel silenzio e nella preghiera, Dio ti parlerà. E saprai allora che non sei nulla. Soltanto quando riconoscerai il tuo non essere, la tua vacuità, Dio potrà riempirti con se stesso. Le anime dei grandi oranti sono delle anime di grande silenzio.

 

Il silenzio ci fa vedere ogni cosa diversamente. Abbiamo bisogno del silenzio per toccare le anime degli altri. L’essenziale non è quello che diciamo, bensì quello che Dio dice – quello che dice a noi, quello che dice attraverso di noi. In un tale silenzio, egli ci ascolterà; in un tale silenzio, parlerà alla nostra anima, e udremo la sua voce.

 

IVa settimana TEMPO PASQUALE -  LODI Mercoledì

Gv 12, 44-50

 Omelie sulla Genesi, I, 5-7;

SC 7, 70

 

 

 

« Io come luce sono venuto nel mondo, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre »

 Origene nel terzo secolo

 

 

         Cristo è « la luce del mondo » (Gv 8, 12) e illumina la Chiesa con la sua luce. E come la luna riceve la propria luce dal sole e la riflette per, a sua volta, rischiarare la notte, così la Chiesa, ricevuta la luce di Cristo, rischiara quanti si trovano nella notte dell’ignoranza… Quindi Cristo è proprio « la luce vera, quella che viene nel mondo e illumina ogni uomo », (Gv 1, 9) e la Chiesa, ricevuta la sua luce, diviene a sua volta, luce del mondo, « illuminando coloro che sono nelle tenebre » (Rm 2, 19), secondo la parola di Cristo ai suoi discepoli : « Voi siete la luce del mondo » (Mt 5, 14). Per cui, Cristo è la luce degli apostoli, e gli apostoli, a loro volta, sono la luce del mondo.

 

IVa settimana TEMPO PASQUALE - VESPRI Mercoledì

Gv 12, 44-50

Meditazioni

(In l' Ora dell'Ascolto p. 2111)

  

 

« Io come luce sono venuto nel mondo, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre  »


Sant’Anselmo d’Aosta nell’undicesimo secolo


         O buon Signore Cristo Gesù, come sole tu illuminasti me che non ti cercavo né ti pensavo, e mi mostrasti come ero... Hai rimosso il peso che mi opprimeva dall’alto; hai respinto chi mi percuoteva con la tentazione... Tu mi chiamasti con un nome nuovo (Ap 2,17) tratto dal tuo nome e, incurvato com’ero, mi innalzasti fino alla tua visione dicendo: “Non temere, io ti ho riscattato, ho dato per te la mia vita. Se stai unito a me, fuggirai i mali in cui ti trovavi e non precipiterai nell’abisso verso il quale correvi; ma io ti condurrò nel mio regno...”

 

         Sì, Signore, tutto questo facesti per me. Ero nelle tenebre e non lo sapevo..., scendevo verso gli abissi dell’ingiustizia, ero caduto nella miseria del tempo per cadere ancora più in basso. E nell’ora in cui mi trovavo senza soccorso, illuminasti me mentre non ti cercavo... Nella tua luce, vidi ciò che erano gli altri, e ciò che ero io...; mi desti di credere nella mia salvezza, tu che desti la tua vita per me... Lo riconosco, o Cristo, devo tutta la mia vita al tuo amore.

 

IVa settimana TEMPO PASQUALE -  LODI Giovedì

 

Ep 3,70;

2,70 in Buona Giornata

 

  

 « Chi accoglie colui che io manderò, accoglie me »

San [Padre] Pio di Pietrelcina nel ventesimo secolo

 


         Dopo l’amore del nostro Signore, ti raccomando l’amore della Chiesa, sua Sposa. Essa è, in un certo senso, la colomba che cova e fa nascere i piccoli dello Sposo. Rendi grazie sempre a Dio di essere figlia della Chiesa, sull’esempio di tante anime che ci hanno preceduti in questa via beata. Abbi molta compassione per tutti i pastori, i predicatori e le guide spirituali ; ce ne sono su tutta la faccia della terra… Prega Dio per loro, affinché, salvando se stessi, siano fecondi e procurino la salvezza alle anime.

 

         Pregate per le persone perfide come per quelle ferventi, pregate per il Santo Padre, per tutte le necessità spirituali e temporali della Chiesa ; essa infatti è nostra madre. Fate anche una preghiera speciale per tutti coloro che operano alla salvezza delle anime per la gloria del Padre.

 

IVa settimana TEMPO PASQUALE -  VESPRI Giovedì

 

Concilio Vaticano II

Costituzione dogmatica sulla Chiesa

(Lumen gentium), §8

 

 

« Un apostolo non è più grande di chi lo ha mandato »

 dalla Costituzione dogmatica sulla Chiesa (Lumen gentium)

del Concilio vaticano secondo

 

 

Come Cristo ha compiuto la redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa e chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza. Gesù Cristo « che era di condizione divina... spogliò se stesso, prendendo la condizione di schiavo » (Fil 2,6-7) e per noi « da ricco che era si fece povero » (2 Cor 8,9): così anche la Chiesa, quantunque per compiere la sua missione abbia bisogno di mezzi umani, non è costituita per cercare la gloria terrena, bensì per diffondere, anche col suo esempio, l'umiltà e l'abnegazione. Come Cristo infatti è stato inviato dal Padre « ad annunciare la buona novella ai poveri, a guarire quei che hanno il cuore contrito » (Lc 4,18), « a cercare e salvare ciò che era perduto» (Lc 19,10), così pure la Chiesa circonda d'affettuosa cura quanti sono afflitti dalla umana debolezza, anzi riconosce nei poveri e nei sofferenti l'immagine del suo fondatore, povero e sofferente, si fa premura di sollevarne la indigenza e in loro cerca di servire il Cristo...

 

 La Chiesa « prosegue il suo pellegrinaggio fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio » (San Agostino), annunziando la passione e la morte del Signore fino a che egli venga (1 Cor 11,26). Dalla virtù del Signore risuscitato trae la forza per vincere con pazienza e amore le afflizioni e le difficoltà, che le vengono sia dal di dentro che dal di fuori, e per svelare in mezzo al mondo, con fedeltà, anche se non perfettamente, il mistero di lui, fino a che alla fine dei tempi esso sarà manifestato nella pienezza della luce.

 

IVa settimana TEMPO PASQUALE -  LODI Venerdì

Gv 14, 1-6

 

Trattato sui gradi umiltà e superbia,

cap. 1-2

 

« Del luogo dove io vado, voi conoscete la via »

 

San Bernardo nel dodicesimo secolo

 

 

         « Sono la via, la verità e la vita. » La via, è l’umiltà, che conduce alla verità. L’umiltà, è la fatica ; la verità è il frutto della fatica. Dirai : Donde posso sapere che egli parla dell’umiltà, dato che dice semplicemente : « Sono la via » ? Lui in persona ti risponde quando aggiunge : « Imparate da me, che sono mite e umile di cuore » (Mt 11,29). Propone quindi se stesso come modello di umiltà e di mitezza. Se lo imiterai, non camminerai nelle tenebre ma avrai la luce della vita (Gv 8,12). Cos’è la luce della vita se non la verità ? Essa illumina ogni uomo che viene nel mondo (Gv 1,19) ; essa gli indica la vera via…

 

         Vedo la via, cioè l’umiltà ; desidero il frutto, cioè la verità. Cosa però devo fare se la via è troppo difficile perché io possa giungere alla meta che desidero ? Ascolta la sua risposta : « Sono la via, cioè il viatico che ti sosterrà lungo la strada. » A coloro che sviano e non conoscono la strada, egli grida : « Sono io la via » ; a coloro che dubitano e non credono : « Sono io la verità » ; a coloro che stanno già salendo ma si affaticano : « Sono io la vita ». Ascoltate ancora questo : « Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose – questa segreta verità – ai dotti e ai sapienti, cioè ai superbi, e le hai rivelate ai piccoli, cioè agli umili » (Lc 10,21)

 

         Ascoltate la verità dire a coloro che la cercano : « Avvicinatevi a me, voi che mi desiderate, e saziatevi dei miei prodotti » (Sir 24,18), e ancora : « Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò » (Mt 11,28). Venite, dice. Dove ? A me, la verità. Per dove ? Per la via dell’umiltà.

 

IVa settimana TEMPO PASQUALE -  VESPRI Venerdì

Gv 14, 1-6

Discorsi, 142

(Nuova Biblioteca Agostiniana)

 

« Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me »

 

Sant’Agostino nel quinto secolo

 

            Cristo disse: “Io sono la via, la verità e la vita”. Come a dire: “Per dove vuoi andare? Io sono la via. Dove vuoi andare? Io sono la verità. Dove vuoi avere stabile dimora? Io sono la vita.” Perciò camminiamo sicuri lungo la via; ma dobbiamo temere insidie accosto alla via. L'avversario non ardisce tendere insidie sulla via, perché la via è Cristo; ma certamente, accosto alla via non è mai che smetta...
 

Cristo la via, Cristo umile; Cristo verità e vita, l'elevato e Dio. Se stai alla sequela di Cristo umile, perverrai all'elevato; se, infermo, non disprezzi l'umile, ti stabilirai imbattibile in alto. Quale, infatti, se non la tua infermità, la causa dell'umiliazione di Cristo? Infatti la debolezza ti opprimeva assai e irreparabilmente. E questa situazione indusse a venire da te un così grande medico. Se la tua infermità fosse almeno tale da permetterti di recarti personalmente dal medico, l'infermità stessa poteva sembrare tollerabile, ma ti è stato impossibile recarti da lui ed egli è venuto da te; è venuto insegnando l'umiltà per la quale torniamo alla salute. Poiché non ci lasciava ritornare alla vita la superbia...

 

Grida colui che si è fatto via: “Entrate per la porta stretta”(Mt 7,13). Si sforza di entrare, lo impedisce la superbia... Prenda il farmaco dell'umiltà. Beva, antidoto alla superbia, la pozione amara, ma salutare.... Quasi infatti che il superbo sia a chiedere: “Per dove entrerò?” “Io sono la via”, dice Cristo. “Entra per me: volendo entrare per la porta, non puoi camminare che per me. Poiché, come ho detto: Io sono la via, così: Io sono la porta. (Gv 10,7) E che vai cercando per dove far ritorno, dove tornare, per dove entrare?” Perché tu non vada a smarrirti in qualche luogo, egli si è fatto tutto questo per te. Perciò ti dice in breve: “sii umile, sii mite” (Mt 11,19).

 

IVa settimana TEMPO PASQUALE -  LODI Sabato

Gv 14, 7-14

Omelia De Aquaductu, 10 -11

(In l'Ora dell'Ascolto p. 2635)

 

 

« Se conoscete me, conoscerete anche il Padre  »

 

San Bernardo nel dodicesimo secolo

 

 

         Colui che dice : « Il Padre è in me e io nel Padre » (Gv 10,38) dirà anche : « Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo » (Gv 10,38)… « Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi » (Gv 1,14) ; venne ad abitare particolarmente nei nostri cuori per mezzo della fede. Divenne oggetto del nostro ricordo, del nostro pensiero e della nostra stessa immaginazione. Se egli non fosse venuto in mezzo a noi, che idea si sarebbe potuto fare di Dio l’uomo, se non quella di un idolo, frutto di fantasia ? Sarebbe rimasto incomprensibile e inaccessibile, invisibile e del tutto inimmaginabile. Invece ha voluto essere compreso, ha voluto essere veduto, ha voluto essere immaginato.

 

         Dirai : Dove e quando si rende a noi visibile ? Appunto nel presepio, in grembo alla Vergine, mentre predica sulla montagna, mentre passa la notte in preghiera, mentre pende sulla croce e illividisce nella morte ; oppure, mentre libero tra i morti, comanda sull’inferno, o anche quando risorge il terzo giorno e mostra agli apostoli le trafitture dei chiodi, quali segni di vittoria, e, finalmente, mentre sale al cielo sotto i loro sguardi.

 

         Non è forse cosa giusta, pia e santa meditare tutti questi misteri ? Quando la mia mente li pensa vi trova Dio, vi sente colui che in tutto e per tutto è il mio Dio. È dunque vera sapienza fermarsi su di essi in contemplazione. È da spiriti illuminati riandarvi per colmare il proprio cuore del dolce ricordo di Cristo.

 

IVa settimana TEMPO PASQUALE -  PRIMI VESPRI Sabato

Trattato sulla prima lettera di Giovanni

Tratt. 5, 11-13

Dall’Ora dell’Ascolto, p. 803

 

Non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti nella verità

 

di Sant’Agostino nel quinto secolo

 

        «Da questo abbiamo conosciuto l’amore». Qui parla della perfezione dell’amore, di quella perfezione che ci è stata raccomandata: «Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» (1Gv 3, 16). Ecco da dove veniva: Pietro, mi vuoi bene? Pasci le mie pecore (cfr. Gv 21, 16).

 

Fratelli, da dove ha inizio la carità? Prestate attenzione: avete sentito dove giunge la sua perfezione, il Signore stesso nel vangelo ce ne ha presentato il termine e il modo: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15, 13). Nel vangelo, quindi, ci rivelò la perfezione della carità, e qui ce la raccomanda. Ma vi interrogate e vi chiedete: quando possiamo avere questa carità? Non voler disperare troppo presto di te stesso; forse in te la carità è appena nata, ma non è ancora perfetta. Nutrila, perché non abbia a venir meno. Ma potrai dirmi: Da dove la conosco? Abbiamo sentito in che consiste la sua perfezione; ascoltiamo da dove trae inizio:

 

«Se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità gli chiude il proprio cuore, come dimora in lui l’amore di Dio? (1 Gv 3, 17). Ecco da dove incomincia la carità. Se ancora non sei capace di morire per il fratello, sii disposto a dare al fratello una parte dei tuoi beni. Ma forse dirai: che importa a me? Dovrò dare il mio denaro perché egli non soffra l’indigenza? Se la tua coscienza ti suggerisce queste cose, non abita in te l’amore del Padre. Se l’amore del Padre non abita in te, non sei nato da Dio. Come ti puoi gloriare di essere cristiano? Ne porti il nome, ma non possiedi i fatti.

 

Se invece il nome è seguito dalle opere, ti chiamino pure pagano, tu coi fatti dimostra di essere cristiano. Se non ti mostri cristiano coi fatti, anche se tutti ti chiamano cristiano, a che ti giova il nome quando ad esso non corrisponde la realtà? «Se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità gli chiude il proprio cuore, come dimora in lui l’amore di Dio? Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità (1Gv 3, 17-18)

 

Va settimana TEMPO PASQUALE - UR Domenica

 

 

Il gaudio della beatitudine eterna

di San Pier Damiani nel undicesimo secolo

 

 

         Il tuo spirito si innalzi verso i promessi premi della patria in modo che con l’ascesa possa superare le aspre difficoltà che si incontrano lungo il cammino. Quando si ha per traguardo un mucchietto di oro scintillante, la fatica del viaggio è più leggera. Si corre nello stadio con entusiasmo quando il premio in vista è una corona. Considera quanto sarà felice colui che sarà ammesso al convito nuziale in compagnia degli eletti. Là ognuno è colmo di gaudio perché non c’è preoccupazione di futura avversità; là l’anima gode serenamente la luce infinita e gioisce ineffabilmente dei premi dei suoi concittadini. Là gli eletti, assetati, bevono alla fonte della vita e bevendo hanno sete perché l’avidità non genera tormento, né la sazietà infastidisce. Dell’eterna presenza del Creatore traggono tutta la loro beatitudine, la floridezza della perenne giovinezza, la grazia della bellezza, il vigore, che mai viene meno, della salute. Da quella fonte di eternità attingono la vita eterna, la gioia ineffabile e, quel che più conta, la somiglianza con lo stesso Creatore. Così infatti afferma l’evangelista Giovanni; “Quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo come egli è(1 Gv 3, 2). Perciò: “la morte è stata ingoiata per la vittoria (1 Co 15, 54; Is 25, 8) e ogni corruzione della natura umana è stata vinta.

 

Va settimana TEMPO PASQUALE -  Vespri Domenica

 

Gv 15, 1-8

PER PRIMO IL SIGNORE CI HA AMATI

di Guglielmo di St. Thierry al XII secolo

 

 

           Tu solo sei veramente il Signore: il tuo dominio su di noi è la nostra salvezza e servire te significa per noi essere da te salvati.

 

         E qual’é la tua salvezza, o Signore, al quale appartiene la salvezza e la benedizione sul tuo popolo, se non ottenere da te di amarti ed essere da te amati? Perciò, Signore, hai voluto che il figlio della tua destra e l’uomo che per te hai reso forte, fosse chiamato Gesù, cioè Salvatore, infatti è lui che “salverà il suo popolo dai suoi peccati” (Mt 1, 21) e “in nessun altro c’è salvezza” (At 4, 12). Egli ci ha insegnato ad amarlo, quando per primo ci ha amati fino alla morte di croce, incitandoci con l'amore e la predilezione ad amare lui, che per primo ci ha amati fino alla fine.

 

         Proprio così: ci ha amati per primo, perché noi ti amassimo; non che tu avessi bisogno del nostro amore, ma perché noi non potevamo essere ciò per cui ci hai creati se non amandoti.

 

         Per questo aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti; ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio” (Eb 5, 2), del tuo Verbo, dal quale “furono fatti i cieli, dal soffio della sua bocca ogni loro schiera” (Sal 32, 6). Il tuo parlare per mezzo del Figlio altro non fu che porre alla luce del sole, ossia manifestare chiaramente quanto e come ci hai amati, tu che non hai risparmiato il tuo Figlio, ma lo hai dato per tutti noi, ed egli pure ci ha amati e ha dato se stesso per noi (cfr Rm 8, 32; Ef 5, 2).

 

Va settimana TEMPO PASQUALE - LODI Martedì

 

VI LASCIO LA PACE, VI DO’ LA MIA PACE

di S. Agostino nel quinto secolo

 

 

         Vi lascio la pace, vi dò la mia pace. Questo è ciò che leggiamo nel profeta: Pace su pace. Ci lascia la pace al momento di andarsene, ci darà la sua pace quando ritornerà alla fine dei tempi. Ci lascia la pace in questo mondo, ci darà la sua pace nel secolo futuro. Ci lascia la sua pace affinché noi, permanendo in essa, possiamo vincere il nemico; ci darà la sua pace, quando regneremo senza timore di nemici. Ci lascia la pace, affinché anche qui noi possiamo amarci scambievolmente; ci darà la sua pace lassù, dove non potrà esserci più alcun contrasto. Ci lascia la pace, affinché non ci giudichiamo a vicenda delle nostre colpe occulte, finché siamo in questo mondo; ci darà la sua pace quando svelerà i segreti dei cuori, e allora ognuno avrà da Dio la lode che merita.

 

In lui è la nostra pace, e da lui viene la nostra pace, sia quella che ci lascia andando al Padre, sia quella che ci darà quando ci condurrà al Padre. Ma cos’è che ci lascia partendo da noi, se non se stesso, che mai si allontanerà da noi? Egli stesso, infatti, è la nostra pace, egli che ha unificato i due popoli in uno. Egli è la nostra pace, sia adesso che crediamo che egli è, sia allorché lo vedremo come egli è. Se infatti egli non ci abbandona esuli da sé, mentre dimoriamo in questo corpo corruttibile che appesantisce l’anima e camminiamo nella fede e non per visione, quanto maggiormente ci riempirà di sé quando finalmente saremo giunti a vederlo faccia a faccia?

 

Va settimana TEMPO PASQUALE -  VESPRI Martedì

Gv 14, 27-31

 Discorso 23, per la domenica dopo l’Ascensione

 

 

« Vi lascio la mia pace, vi do la mia pace »

di Giovanni Taulero nel quattordicesimo secolo

 

         Nella prova, l’uomo che vuole e desidera sinceramente solo Dio deve rifugiarsi in lui e aspettare con grandissima pazienza che torni la calma... Chi sa dove e come piacerà a Dio tornare e colmarlo con i suoi doni? Quanto a te, stai pazientemente al riparo della volontà divina; questo vale cento volte di più degli slanci di una virtù brillante... Infatti i doni di Dio non sono Dio, e si deve godere di lui, non dei suoi doni. Ma la nostra natura è così avida, così ripiegata su se stessa che si insinua dappertutto, impadronendosi di ciò che non è  suo sporcando, così facendo, i doni di Dio, e impedendo il nobile lavoro di Dio...

 

         Tu dunque, immergiti in Cristo, nella sua povertà e purezza, nella sua obbedienza, nel suo amore e in tutte le sue virtù. In lui sono dati all’uomo i doni dello Spirito Santo, la fede, la speranza e la carità, la verità, la gioia e la pace interiori, nello Spirito Santo. In lui ancora si trovano l’abbandono e la mite pazienza, dove riceviamo ogni cosa da Dio con un cuore semplice.

 

         Quanto Dio permette e decreta, prosperità o avversità, gioia o dolore, tutto deve concorrere al bene dell’uomo (Rm 8,28). La cosa più piccola che succede all’uomo è vista eternamente da Dio, preesiste in lui, succede come egli ha voluto, e non diversamente. Siamo dunque in pace! Questa pace in ogni cosa, l’impariamo solo nel vero distacco e nella vita interiore... Tale è l’eredità dell’uomo nobile, quando è saldamente fissato nel riposo dell’anima in Dio, nel desiderio di Dio solo, che illumina ogni cosa; tutto questo viene purificato passando attraverso Cristo.

 

Va settimana TEMPO PASQUALE -  LODI Mercoledì

Nicola Cabasilas, Omelia sulla Dormizione della Vergine  4, in:

 Comunità di Bose (a cura di), Maria , Milano, Mondadori 2000, pp.390-391

 

 

CIELO NUOVO E TERRA NUOVA

di Nicola Cabasilas nel quattordicesimo secolo

 

         La Vergine ha creato un cielo nuovo e una terra nuova, o piuttosto è lei stessa il cielo nuovo e la terra nuova; è terra, poiché da essa proviene, nuova perché in nessun modo è simile ai suoi progenitori, né ha ereditato il lievito vecchio, poiché lei stessa, secondo l'espressione di Paolo, è divenuta la nuova pasta e inaugura un nuovo genere umano.

         Chi può ignorare che essa è cielo? Un cielo nuovo, perché è lontana da ogni stato di vecchiaia, perché è incomparabilmente superiore ad ogni corruzione; lei solo ha trasceso il tempo perché è stata data agli uomini in questi giorni, che sono gli ultimi, secondo la promessa divina annunciata ad Isaia: "Vi darò un cielo nuovo e una terra nuova".

         Ancora più la Vergine è guida per tutti coloro che si innalzano a Dio, mentre il cielo è per loro una barriera. E mentre il cielo deve smettere di porsi nel mezzo, se la Vergine non continuasse ad intercedere tra Dio e gli uomini non sarebbe possibile alle creature di questa terra essere partecipi delle realtà dell'alto.

         Secondo la Parola, il cielo non poté sopportare il raggio divino; quando questo lo attraversò, subito fu squarciato. Non appena lo Spirito discese su colui che gli era uguale in onore, Giovanni vide i cieli squarciati. Ma quando lo Spirito discese sulla Beata, essa godette di quella pace ancor più grande della quale Paolo dice che sorpassa ogni intelligenza e della realtà in lei sussistente del Salvatore stesso, che non conosce confine. Essa è divenuta luogo eccelso e l'ha portato in sé con così grande pace da concepirlo e partorirlo senza dolore.

         Ciò che il profeta chiama cielo e attribuisce soltanto a Dio - il cielo del cielo appartiene al Signore - è la beata Vergine.

 

Va settimana TEMPO PASQUALE -  VESPRI Mercoledì

 

Gv 15, 1-8

 La donna e il suo destino, raccolto di sei conferenze

 

 

« Io sono la vite, voi i tralci »

di Santa Teresa Benedetta della Croce [Edith Stein] nel ventesimo secolo

 

            Per quanto riguarda la Chiesa, la concezione più accessibile al pensiero umano è quella di una comunità di credenti. Chiunque crede in Gesù Cristo e nel suo Vangelo e spera nell’adempimento delle sue promesse, chiunque gli è unito con un legame di amore e obbedisce ai suo comandamenti, deve essere unito a quanti condividono lo stesso spirito mediante una profonda comunione spirituale e un attaccamento di amore. Coloro che hanno seguito il Signore durante il suo soggiorno sulla terra, erano i primi nuovi germogli della comunità cristiana; l’hanno diffusa loro e hanno trasmesso in eredità, in seguito e fino a oggi, le ricchezze di fede da cui traevano la loro coesione.

 

         Eppure anche una comunità umana naturale può essere già molto di più di una semplice associazione di individui distinti; essa può avere una concordia stretta, anzi una unità organica; tanto più questo sia vero  per la comunità soprannaturale che è la Chiesa. L’unione dell’anima con Cristo è una cosa differente della comunione fra due persone terrene; quest’unione, iniziata con il battesimo e costantemente rinforzata con gli altri sacramenti, è un’integrazione e una spinta di linfa – come ci dice il simbolo della vite e dei tralci. Questo atto di unione con Cristo produce un riavvicinamento di membro a membro tra tutti i cristiani. Così la Chiesa prende la figura del corpo mistico di Cristo. Questo corpo è un corpo vivo e lo spirito che lo anima è lo Spirito di Cristo che, partendo dal capo, scorre verso tutte le membra (Ef 5,23). Lo spirito che emana da Cristo è lo Spirito Santo e la Chiesa è dunque il tempio dello Spirito Santo.

 

Va settimana TEMPO PASQUALE -  LODI giovedì

Relazioni diverse, 46 et 48

 

 

Se uno mi ama… noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui

 di Santa Teresa d'Avila nel sedicesimo secolo

 

          Una volta godevo, nel raccoglimento, di quella compagnia che ho sempre nell’animo ; mi sembrava che Dio vi si trovasse, in modo tale che pensavo a questa parola di san Pietro : « Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente » (Mt 16, 16), perché Dio era veramente vivente in me. Questa presa di coscienza non assomigliava alle altre ; essa rende la fede più potente ; in quel momento non si sarebbe potuto dubitare che la Trinità fosse nell’animo con una presenza speciale, con la sua potenza e con la sua essenza. Sentire questo è estremamente vantaggioso per fare intendere una tale verità. Mentre mi stupivo di vedere una Maestà così alta in una creatura così spregevole quanto la mia anima, udì questa parola : « Non è spregevole la tua anima, figlia mia, poiché è stata fatta a mia immagine » (Gen 1, 27).

 

         Un’altra volta, consideravo dentro di me questa presenza delle tre Persone divine. La luce era così viva, da non lasciare nessun dubbio che lì fosse presente il Dio vivente, il vero Dio… Pensavo quanto la vita fosse amara, da impedirci di stare sempre in una compagnia così mirabile, e… il Signore mi disse : « Figlia mia, dopo questa vita, non potrai più servirmi nello stesso modo. Quindi, sia che mangi, sia che dorma, qualunque cosa tu faccia, fallo per amore mio, come se non fossi più tu a vivere, ma io in te. Questo ha proclamato san Paolo » (Gal 2, 20).

 

Va settimana TEMPO PASQUALE -  VESPRI giovedì

Discorso 58 sul Cantico dei cantici

 

 

Portare molto frutto nel Signore

 di San Bernardo nel dodicesimo secolo

 

  

         Devo avvertire ognuno di voi, a proposito della sua vigna. Chi infatti ha mai tolto da sé ogni superfluo, da poter ritenere di non aver più nulla da potare? Credetemi, ciò che è stato tagliato rispunta, i vizi scacciati tornano, e si vedono risvegliarsi le tendenze assopite. Non basta dunque potare la propria vigna una sola volta, ma occorre ricominciare sovente, anzi, se possibile, senza sosta. Se infatti siamo sinceri, senza sosta troviamo dentro di noi qualche cosa da tagliare... La virtù non può crescere in mezzo ai vizi; perché possa svilupparsi, occorre impedire a questi di diventare troppo ampi. Togli dunque ogni superfluo, allora quello che è necessario potrà sorgere.

         Quanto a noi, fratelli, è sempre il tempo della potatura, sempre essa si impone. Ne sono sicuro infatti, siamo già usciti dall’inverno, da quel timore senza amore che ci introduce tutti nella sapienza, senza però far fiorire nessuno nella perfezione. Quando sorge l’amore, scaccia quel timore come l’estate scaccia l’inverno... Che cessino dunque le piogge dell’inverno, cioè le lacrime di angoscia suscitate dal ricordo dei nostri peccati e dal timore del giudizio... Se “l’inverno è passato”, se “è cessata la pioggia” (Ct 2,11)..., la dolcezza primaverile della grazia spirituale ci indica che è venuto il momento di potare la nostra vigna. Cosa ci resta da fare, altro che di impegnarci totalmente in questo lavoro?

 

Va settimana TEMPO PASQUALE -  LODI - venerdì

 

 

LIBRO DI VITA

 

Capitolo Amore,  § 1

 

Va settimana TEMPO PASQUALE -  VESPRI venerdì

Da: Sermoni per le feste della Madonna , EP, 1970

  

MARIA, ABISSO DI MISERICORDIA

di San Bernardo nel tredicesimo secolo

 

      O Vergine beata! Chi è colui che avendoti invocata nelle sue necessità non ha ricevuto il tuo soccorso?

      Noi tuoi piccoli servi, ci rallegriamo con Te per tutte le altre virtù, ma per la tua misericordia ci rallegriamo con noi stessi. Lodiamo la verginità, ammiriamo l'umiltà, ma per chi è misero la misericordia ha un sapore assai più dolce e soave.

      La misericordia l'abbracciamo con maggior tenerezza, la ricordiamo più spesso, l'invochiamo con maggior frequenza.

      Infatti proprio la tua misericordia ha ottenuto la redenzione del mondo, ha strappato con le preghiere la salvezza degli uomini.

      Chi dunque, o Benedetta, potrà misurare la lunghezza e la larghezza, l'altezza e la profondità della tua misericordia?

      La lunghezza giunge sino alla fine del tempo per soccorrere tutti coloro che t'invocano; la tua larghezza avvolge il mondo intero, così che tutta la terra è piena della tua bontà. L'altezza della tua misericordia ha aperto le porte della città celeste.

      Per Te o Maria, il cielo si riempie, l'inferno si vuota, la via smarrita è ridata a coloro che l'avevano perduta. Così la tua carità potentissima si riversa su di noi con amore compassionevole e soccorrevole.

 

Va settimana TEMPO PASQUALE -  LODI Sabato

Gv 15, 18-21

 Lettera ai Flilippesi, SC 10, p. 215-217, 221.

 

« Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi »

di San Policarpo nel secondo secolo

 

Perseveriamo senza posa, fratelli miei, nella nostra speranza e nel pegno della nostra giustizia, che è Gesù Cristo... Cerchiamo quindi d’imitare la sua pazienza e, se dovremo soffrire per il suo nome, rendiamogli gloria. Tale infatti è l’esempio che egli ci pose dinanzi nella sua persona, e noi l’abbiamo creduto.

 

Vi scongiuro tutti ad essere obbedienti alla parola della giustizia e a sopportare con tutta quella pazienza che avete ammirato con i vostri occhi non solo nei beati Ignazio, Zosimo e Rufo, ma anche in altri dei vostri, nello stesso Paolo e negli altri apostoli. Persuadetevi che tutti costoro non corsero invano, ma nella fede e nella giustizia, e che ora occupano il posto loro dovuto presso il Signore, con il quale hanno condiviso le sofferenze. Poiché essi non hanno amato questo mondo, ma Colui che è morto per noi e che per noi fu risuscitato da Dio...

 

Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, e lo stesso pontefice eterno Gesù Cristo, Figlio di Dio, vi facciano crescere nella fede, nella verità, nella perfetta mansuetudine e senza iracondia, nella pazienza, nella longanimità, nella rassegnazione e nella castità. Il Signore vi conceda d’essere partecipi dell’eredità dei suoi santi e, insieme con voi, lo conceda pure a noi e a tutti coloro che sono sotto il cielo e che crederanno nel Signore nostro Gesù Cristo e nel suo Padre, che lo risuscitò dai morti. Pregate per tutti i santi. Pregate anche per i re, per i magistrati e i principi, per quelli che vi perseguitano e vi odiano e per i nemici della croce, affinché il vostro frutto sia manifesto a tutti, affinché siate perfetti in lui.

 

Va settimana TEMPO PASQUALE - PV sabato

 

 

LA SCUOLA DELL’AMORE

di San Bernardo  nel dodicesimo secolo

 

            Siamo alla scuola di Cristo, nella quale veniamo istruiti con un duplice insegnamento: uno fornito da Cristo stesso come unico e vero Maestro, l’altro dai suoi ministri: questi ci insegnano il timore, lui l’amore. Per questo, quando venne a mancare il vino, comandò ai servi di riempire d’acqua le giare, e ancora oggi, ogni giorno, quando si raffredda la carità, i ministri di Cristo riempiono d’acqua le giare, cioè riversano il timore nella mente degli uomini.

        E’ giusto che l’acqua significhi il timore, poiché come l’acqua spegne il fuoco così il timore spegne la libidine, e come l’acqua pulisce la sporcizia del corpo, così il timore purifica la sporcizia dell’anima. Riempiamo dunque le giare, cioè le nostre menti, con quest’acqua, perché “chi teme non trascura niente”, ed è davvero pieno perché non vi può cadere negligenza alcuna. Ma siccome l’acqua appesantisce, cioè siccome “il timore contiene il castigo”, bisogna andare da colui che trasforma l’acqua in vino, cioè converte il timore della pena in un timore casto, per sentire direttamente da lui quanto insegna sull’amore.

         Dice infatti: “Questi è il mio comandamento, che vi amiate l’un l’altro”, come a dire: “Comando molte cose per bocca dei ministri, ma questo è quanto raccomando io in modo speciale”. E altrove dice: “Da questo conosceranno che siete miei discepoli, se vi amerete l’un l’altro”. Per dimostrare dunque che siamo discepoli della verità, amiamoci gli uni gli altri. E in questo amore restiamo vigilanti con una triplice attenzione, poiché “Dio è carità”. A questo amore che è Dio dobbiamo tutta la nostra attenzione, perché nasca, cresca, e si mantenga.

         Nasce quando nutri il nemico, quando gli dai da bere, perché “facendo così accumuli sul suo capo carboni ardenti”. I carboni ardenti sono le opere di carità, che vengono accumulate sul diavolo, che è il capo di tutti i malvagi, in modo che questo capo scompaia, e nasca in loro come capo Dio, che è carità.

L’amore cresce se aiuti qualcuno che si trova nella necessità, se dai un prestito a chi te lo chiede, se apri il tuo cuore a un amico. Si conserva se con le parole e con le azioni vai incontro ai desideri dell’amico, offrendo anche ciò che non sembra strettamente necessario. Si mantiene anche, e cresce, quando offri un volto di bontà, una parola di dolcezza, un gesto radioso. Così l’amore, che si esprime nel volto e con la parola, riceve conferma dal gesto buono e radioso, poiché il far vedere un’azione costituisce la prova d’amore.

 

VIa settimana TEMPO PASQUALE -  U.R. Domenica 

 

« Perché piangi ? »

 di San Gregorio Magno nel sesto secolo

 

         Maria, mentre piangeva, si chinò e guardò nel sepolcro. Eppure aveva già visto che era vuoto, e aveva annunciato la scomparsa del Signore. Perché allora si china ancora? Perché ancora desidera vedere? Perché l’amore non si accontenta di un solo sguardo; l’amore è una ricerca sempre più ardente. L’ha già cercato, ma invano; si ostina e finisce col ritrovarlo... Nel Cantico dei cantici, la Chiesa diceva dello Sposo: “Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato l’amato del mio cuore; l’ho cercato, ma non l’ho trovato. Mi alzerò e farò il giro della città; per le strade e per le piazze; voglio cercare l’amato del mio cuore” (Ct 3,12). Due volte esprime la sua delusione: “L’ho cercato, ma non l’ho trovato”. Infine il successo corona i suoi sforzi: “Mi hanno incontrato le guardie che fanno la ronda: Avete visto l’amato del mio cuore. Da poco le avevo oltrepassate, quando trovai l’amato del mio cuore” (Ct 3,3-4).

 

         Quanto a noi, quando, sul nostro letto, cerchiamo l’Amato? Durante i brevi riposi di questa vita, quando sospiriamo in assenza del nostro Redentore. Di notte lo cerchiamo, perché anche se il nostro spirito veglia già su di lui, i nostri occhi non vedono null’altro che la sua ombra. Ma poiché non troviamo l’Amato, alziamoci, facciamo il giro della città, cioè della santa assemblea degli eletti. Cerchiamolo con tutto il nostro cuore; guardiamo per le strade e per le piazze, cioè nei passaggi ripidi della vita o nelle sue vie spaziose; apriamo gli occhi, cerchiamo i passi dell’Amato del nostro cuore... Questo desiderio faceva dire a Davide: “L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio? Senza sosta, cercate il suo volto” (Sal 42,3).

 

VIa settimana TEMPO PASQUALE - VESPRI Domenica

Gv 15, 9-17

 

Commento sul Vangelo di Giovanni, 65 ; CCL 36, 490

(Nuova Biblioteca Agostiniana)

  

 

Come il Padre ha amato me, anch’io ho amato voi.

di Sant’Agostino nel quinto secolo

  

 

Il Signore Gesù afferma di voler dare ai suoi discepoli un comandamento nuovo, quello di amarsi a vicenda... Ma questo comandamento non era già contenuto nell'antica legge di Dio, che dice: “Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Lv 19, 18)? Perché allora il Signore chiama nuovo un comandamento che risulta così antico? O lo chiama nuovo perché, spogliandoci dell'uomo vecchio, esso ci riveste del nuovo (Ef 2,24)? Non un amore qualsiasi, infatti, rinnova l'uomo, ma l'amore che il Signore distingue da quello puramente umano aggiungendo: “Come io ho amato voi”... Cristo dunque ci ha dato un comandamento nuovo: di amarci gli uni gli altri, come egli ci ha amati. E' questo amore che ci rinnova, rendendoci uomini nuovi, eredi del Testamento Nuovo, cantori del “cantico nuovo” (Sal 95,1).

 

Questo amore, fratelli carissimi, ha rinnovato anche i giusti dei tempi antichi, i patriarchi e i profeti, come poi i beati Apostoli. E' questo amore che anche adesso rinnova le genti e raccoglie tutto il genere umano, sparso ovunque sulla terra, per farne un sol popolo nuovo, il corpo della novella sposa dell'unigenito Figlio di Dio.

 

VIa settimana TEMPO PASQUALE - LODI Martedì

Gv 16, 5-11  

 Meditations and Devotions, ch. 14 The Paraclete, 3

 

 

 Se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò

 di Cardinale John Henry Newman nel diciannovesimo secolo

 

 

         Mio Dio, eterno Paraclito, ti adoro, luce e vita. Avresti potuto limitarti a mandarmi dal di fuori buoni pensieri, e la grazia che li ispira e li compie; avresti potuto condurmi in questo modo nella vita, purificandomi soltanto con la tua azione tutta interiore al momento del mio passaggio all’altro mondo. Ma, nella tua compassione infinita, sei entrato nella mia anima, fin dall’inizio, ne hai preso possesso, ne hai fatto il tuo tempio. Per la tua grazia, abiti in me in un modo ineffabile, mi unisci a te e a tutta l’assemblea degli angeli e dei santi. Più ancora, sei personalmente presente in me, non solo con la tua grazia, ma proprio con il tuo essere, come se, pur conservando la mia personalità, io fossi in un certo modo, assorbito in te, fin da questa vita. E siccome hai preso possesso del mio stesso corpo nella sua debolezza, anch’esso è il tuo tempio. Verità stupenda e temibile! O Dio mio, questo credo, questo so!

 

         Posso forse peccare mentre sei così intimamente unito a me? Posso forse dimenticare chi è con me, chi è in me? Posso forse scacciare l’ospite divino per ciò che egli aborrisce più di qualunque altra cosa, per l’unica cosa al mondo che lo offende, per l’unica realtà che non è sua?... Mio Dio, ho una doppia sicurezza di fronte al peccato: primo, il timore di una tale profanazione, nella tua presenza, di tutto ciò che sei in me; e poi, la fiducia che la stessa tua presenza mi custodirà dal male... Nelle prove e nella tentazione, ti chiamerò... Proprio grazie a te, non ti abbandonerò mai.

 

VIa settimana TEMPO PASQUALE - Vespri Martedì

Dal «Commento sul vangelo di Giovanni»  (Lib. 10; PG 74, 434)

 

 

Se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore

di san Cirillo di Alessandria

 

 

Cristo aveva compiuto la sua missione sulla terra, e per noi era ormai venuto il momento di entrare in comunione con la natura del Verbo cioè di passare dalla vita naturale di prima a quella che trascende l'esistenza umana. Ma a ciò non potevamo arrivare se non divenendo partecipi dello Spirito Santo.

 

Che lo Spirito infatti trasformi in un'altra natura coloro nei quali abita e li rinnovi nella loro vita è facile dimostrarlo con testimonianze sia dell'Antico che del Nuovo Testamento.

Samuele infatti, ispirato, rivolgendo la parola a Saul, dice: Lo Spirito del Signore ti investirà e sarai trasformato in altro uomo (cfr. 1 Sam 10, 6). San Paolo poi dice: E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l'azione dello Spirito del Signore. Il Signore poi è Spirito (cfr. 2 Cor 3, 17-18).

 

Vedi come lo Spirito trasforma, per così dire, in un'altra immagine coloro nei quali abita? Infatti porta con facilità dal gusto delle cose terrene a quello delle sole cose celesti e da una imbelle timidezza ad una forza d'animo piena di coraggio e di grande generosità.

 

I discepoli erano così disposti e così rinfrancati nell'animo dallo Spirito Santo, da non essere per nulla vinti dagli assalti dei persecutori, ma fortemente stretti all'amore di Cristo. E' vero dunque quello che dice il Salvatore: E' meglio per voi che io me ne ritorni in cielo (cfr. Gv 16, 7). Quello infatti era il tempo in cui sarebbe disceso lo Spirito Santo.

 

VIa settimana TEMPO PASQUALE - LODI Mercoledì

Gv 16, 12-15

 Scritti

 

«Quando verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera»

di San Silvano nel diciannovesimo secolo

 

 

            Se cerchi di pregare con la mente unita al cuore e non ci riesci, allora pronuncia la preghiera con la bocca e tieni ferma la mente sulle parole della preghiera. Col tempo il Signore ti darà anche la "preghiera del cuore", senza pensieri; e allora pregherai liberamente, senza sforzo. Alcuni hanno fatto del male al loro cuore perché troppo presto hanno voluto pregare con la mente unita al cuore e hanno finito col non riuscire più a dire la preghiera neppure con la bocca. Ma tu riconosci l'ordine della vita spirituale: i doni sono concessi all'anima semplice, umile, sottomessa. A chi è sottomesso e moderato in tutto - nel cibo, nelle parole, nei movimenti - il Signore stesso dona la preghiera, e questa, per energia divina, si celebrerà nel profondo del cuore...

 

Il Signore ci ha dato il comandamento di “amare Dio con tutto il cuore e con tutta la mente e con tutta l'anima” (Mc 12,33). Ma senza preghiera com'è possibile amare? Perciò la mente e il cuore dell'uomo devono sempre essere liberi per la preghiera. Quando ami qualcuno tu desideri pensare a lui, parlargli, stare insieme a lui. L'anima ama il Signore come Padre e Creatore e sta davanti a lui con timore e amore: con timore, perché Egli è il Signore; con amore perché l'anima lo riconosce come Padre pieno di misericordia, e la sua grazia è più soave di ogni altra cosa. Io ho constatato che la preghiera è facile, quando la grazia di Dio ci soccorre. Il Signore ci ama senza misura e con la preghiera ci fa degni di parlare con lui, di pentirci e di glorificarLo. Non sono capace di descrivere quanto ci ama il Signore. Per mezzo dello Spirito santo noi conosciamo questo amore e l'anima di chi prega conosce lo Spirito Santo.

 

VIa settimana TEMPO PASQUALE - VESPRI Mercoledì

Gv 16, 12-15

Discorsi

  

 

« Egli vi guiderà alla verità tutta intera»

di Sant’Antonio di Padova nel dodicesimo secolo

 

 

         Lo Spirito Santo, il Paraclito, il Difensore, è colui che il Padre e il Figlio mandano nell’anima dei giusti come un soffio. Per mezzo di lui siamo santificati e meritiamo di essere santi. Il soffio umano è la vita dei corpi; il soffio divino è la vita degli spiriti. Il soffio umano ci rende sensibili; il soffio divino ci rende santi. Questo Spirito è Santo, perché senza di lui nessuno spirito, sia angelico che umano, può essere santo.

 

         “Il Padre, dice Gesù, ve lo manderà nel mio nome” (Gv 14,26), cioè nella mia gloria, per manifestare la mia gloria; o ancora, perché egli ha lo stesso nome del Figlio: egli è Dio. “Egli mi glorificherà” perché vi renderà spirituali, e vi farà capire come il Figlio è uguale al Padre, e non è soltanto un uomo come appare ai nostri sensi, o perché vi toglierà il vostro timore e vi farà annunciare la mia gloria al mondo intero. Infatti la mia gloria, è la salvezza degli uomini.

 

         “Egli v’insegnerà ogni cosa”. “Voi figli di Sion, dice il profeta Gioele, rallegratevi, gioite nel Signore vostro Dio, perché vi ha dato colui che insegna la giustizia”(2,23 Volg), che vi insegnerà quanto riguarda la salvezza.

 

VIa settimana TEMPO PASQUALE - LODI Giovedì

Libro di Vita di Gerusalemme

Cap. “Gioia” § 179

 

VIa settimana TEMPO PASQUALE - VESPRI Giovedì

Gv 16, 16-20

  Hexaemeron, 6

 

  Ancora un poco e non mi vedrete ; un po’ ancora e mi vedrete 

di San Basilio nel quarto secolo

 

 

         Se qualche volta, nella quiete di una notte serena, fissando gli occhi sulla bellezza inesprimibile degli astri, hai pensato all’autore dell’universo, chiedendoti chi ha seminato tali fiori sul firmamento, allora sei pronto a seguire questa assemblea e ad ascoltare il commento del racconto ispirato…

 

         Vieni pure : come si tengano per mano e si conducono nelle città quelli che non le conoscono, così sarò la vostra guida per farvi scoprire le meraviglie misteriose dell’universo. In questa città, nostra antica patria dalla quale siamo stati cacciati dal demonio che ha ridotto in schiavitù l’uomo per mezzo della seduzione, vedrai la creazione dell’uomo e la morte che si è impadronita di noi, questa morte nata dal peccato, creatura del demonio, maestro del male… Dio, mediante l’esperienza del presente, ci conferma nell’attesa dell’avvenire : se infatti i beni materiali sono così importanti, cosa saranno i beni eterni ? Se gli esseri visibili sono così belli, quale sarà la bellezza degli esseri invisibili ? Se la grandezza del cielo oltrepassa la misura dell’intelligenza umana, quale intelligenza potrà scoprire la natura di ciò che è eterno ? Se questo sole caduco è così bello, così grande, così veloce nei suoi moti, così regolare nel suo ciclo, di una grandezza così proporzionata al resto dell’universo, se nessuno può saziarsi di godersene, quale bellezza sarà quella di Cristo chiamato nella Scrittura « Sole di giustizia » (Mal 3,20). E se è un grande danno per il cieco essere privo del sole, che danno sarà per il peccatore essere privo della luce vera ed eterna…

 

VIa settimana TEMPO PASQUALE - LODI Venerdì

Gv 16, 20-23

 

Discorso sul  Cantico dei cantici, n° 37

 

« Voi sarete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia »

di San Bernardo nel dodicesimo secolo

  

”Nell’andare, se ne va e piange, portando la semente da gettare”. Forse piangerà per sempre? Certo che no: “Nel tornare, viene con giubilo portando i suoi covoni” (Sal 125,8). È a ragione si rallegrerà, poiché porterà i covoni della gloria. Ma, direte, questo succederà soltanto nell’ultimo giorno, nel tempo della risurrezione, e l’attesa è lunghissima. Non perdetevi d’animo, non cedete come bambini. Nell’attesa, riceverete dalla “caparra dello Spirito” (2 Cor 1,21) il necessario  per mietere con giubilo. Seminate nella giustizia, dice il Signore, e raccogliete la speranza della vita. Non siete più rinviati all’ultimo giorno, quando tutto vi sarà dato realmente e non più nella speranza. Ma si parla del presente. Certo, grande sarà la nostra gioia, infinito il nostro giubilo, quando comincerà la vera vita. Ma la speranza di una così grande gioia non può essere senza gioia fin d’ora.

 

VIa settimana TEMPO PASQUALE - VESPRI venerdì

Discorsi,  166

 

 

Il Regno di Dio … è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo

di San Cesario di Arles nel sesto secolo

 

         Qual’è la vera gioia, fratelli se non il Regno dei cieli? E qual’è il Regno di Dio, se non Cristo nostro Signore. Io so che tutti gli uomini vogliono provare una vera gioia. Ma sbaglia chi vuole godere dei raccolti senza coltivare il suo campo; inganna se stesso chi vuole raccogliere frutti senza piantare alberi. Non si possiede la vera gioia senza la giustizia e la pace... Ora, rispettando la giustizia e la pace, fatichiamo per un breve tempo, come chinati su un lavoro fruttuoso. Ma poi, godremo senza fine del frutto di questo lavoro.

 

         Ascolta l’apostolo Paolo dire a proposito di Cristo: “Egli è la vostra pace” (Ef 2,14)... E il Signore, rivolgendosi ai suoi discepoli, dice: “Vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliere la vostra gioia”. Qual’è questa gioia che nessuno vi potrà togliere, se non lui stesso, il vostro Signore, che nessuno vi può togliere?

 

         Esaminate dunque la vostra coscienza, fratelli; se vi regna la giustizia, se volete, desiderate e augurate a tutti la medesima cosa che augurate a voi stessi, se la pace è in voi, non soltanto con i vostri amici, ma anche con i vostri nemici, sappiate che il Regno dei cieli, cioè Cristo Signore, dimora in voi.

 

VIa settimana TEMPO PASQUALE -   Lodi Sabato

Dai «Discorsi», papa

(Disc. sull'Ascensione, 24; PL 54, 395-396)

 

I giorni tra la risurrezione e l'ascensione del Signore

di san Leone Magno nel quinto secolo

 

     Miei cari, i giorni intercorsi tra la risurrezione del Signore e la sua ascensione, non sono passati inutilmente, ma in essi sono stati confermati grandi misteri e sono state rivelate grandi verità. Venne eliminato il timore di una morte crudele, e venne annunziata non solo l'immortalità dell'anima, ma anche quella del corpo. Durante quei giorni, in virtù del soffio divino, venne effuso su tutti gli apostoli lo Spirito Santo, e a san Pietro apostolo, dopo la consegna delle chiavi del Regno, venne affidata la cura suprema del gregge del Signore.

 

     In questi giorni il Signore si unisce, come terzo, ai due discepoli lungo il cammino, e per dissipare in noi ogni ombra di incertezza, biasima la fede languida di quei due spaventati e trepidanti. Quei cuori da lui illuminati s'infiammano di fede e, mentre prima erano freddi, diventano ardenti, man mano che il Signore spiega loro le Scritture. Quando egli spezza il pane, anche lo sguardo di quei commensali si apre. Si aprono gli occhi dei due discepoli come quelli dei progenitori. Ma quanto più felicemente gli occhi dei due discepoli dinanzi alla glorificazione della propria natura, manifestata in Cristo, che gli occhi dei progenitori dinanzi alla vergogna della propria prevaricazione!

 

     Perciò, o miei cari, durante tutto questo tempo trascorso tra la risurrezione del Signore e la sua ascensione, la divina Provvidenza questo ha avuto di mira, questo ha comunicato, questo ha voluto insinuare negli occhi e nei cuori dei suoi: la ferma certezza che il Signore Gesù Cristo era veramente risuscitato, come realmente era nato, realmente aveva patito ed era realmente morto.

 

     Perciò i santi apostoli e tutti i discepoli che avevano trepidato per la tragedia della croce ed erano dubbiosi nel credere alla risurrezione, furono talmente rinfrancati dall'evidenza della verità, che, al momento in cui il Signore saliva nell'alto dei cieli, non solo non ne furono affatto rattristati, ma anzi furono ricolmi di grande gioia.

 

     Ed avevano davvero un grande e ineffabile motivo di rallegrarsi. Essi infatti, insieme a quella folla fortunata, contemplavano la natura umana mentre saliva ad una dignità superiore a quella delle creature celesti. Essa oltrepassava le gerarchie angeliche, per essere innalzata al di sopra della sublimità degli arcangeli, senza incontrare a nessun livello per quanto alto, un limite alla sua ascesa. Infine, chiamata a prender posto presso l'eterno Padre, venne associata a lui nel trono della gloria, mentre era unita alla sua natura nella Persona del Figlio.

 

VIa settimana TEMPO PASQUALE - PRIMI VESPRI Sabato

Dai «Discorsi»

(Disc. sull'Ascensione del Signore, ed. A. Mai, 98, 1-2; PLS 2, 494-495)

 

 

Nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell'uomo che è disceso dal cielo.

di sant'Agostino nel quinto secolo

 

Oggi nostro Signore Gesù Cristo è asceso al cielo. Con lui salga pure il nostro cuore. Ascoltiamo l'apostolo Paolo che proclama: «Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio. Pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra» (Col 3, 1-2). Come egli è asceso e non si è allontanato da noi, così anche noi già siamo lassù con lui, benché nel nostro corpo non si sia ancora avverato ciò che ci è promesso….

Perché allora anche noi non fatichiamo su questa terra, in maniera da riposare già con Cristo in cielo, noi che siamo uniti al nostro Salvatore attraverso la fede, la speranza e la carità? Cristo, infatti, pur trovandosi lassù, resta ancora con noi. E noi, similmente, pur dimorando quaggiù, siamo già con lui. E Cristo può assumere questo comportamento in forza della sua divinità e onnipotenza. A noi, invece, è possibile, non perché siamo esseri divini, ma per l'amore che nutriamo per lui. Egli non abbandonò il cielo, discendendo fino a noi; e nemmeno si è allontanato da noi, quando di nuovo è salito al cielo. Infatti egli stesso dà testimonianza di trovarsi lassù mentre era qui in terra: Nessuno è mai salito al cielo fuorché colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell'uomo, che è in cielo (cfr. Gv 3, 13).

Questa affermazione fu pronunciata per sottolineare l'unità tra lui nostro capo e noi suo corpo. Quindi nessuno può compiere un simile atto se non Cristo, perché anche noi siamo lui, per il fatto che egli è il Figlio dell'uomo per noi, e noi siamo figli di Dio per lui. Così si esprime l'Apostolo parlando di questa realtà: «Come infatti il corpo, pur essendo uno, ha molte membra e tutte le membra, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche Cristo» (1 Cor 12,12). L'Apostolo non dice: «Così Cristo», ma sottolinea: «Così anche Cristo». Cristo dunque ha molte membra, ma un solo corpo.

Perciò egli è disceso dal cielo per la sua misericordia e non è salito se non lui, mentre noi unicamente per grazia siamo saliti in lui. E così non discese se non Cristo e non è salito se non Cristo. Questo non perché la dignità del capo sia confusa nel corpo, ma perché l'unità del corpo non sia separata dal capo.

 

VIa settimana TEMPO PASQUALE - VEGLIA dell'ASCENSIONE sabato

Dai «Discorsi»

(Disc. 2 sull'Ascensione 1, 4; PL 54, 397-399)

 

 

L'Ascensione del Signore accresce la nostra fede

di san Leone Magno nel quinto secolo

  

Nella festa di Pasqua la risurrezione del Signore è stata per noi motivo di grande letizia. Così ora è causa di ineffabile gioia la sua ascensione al cielo. Oggi infatti ricordiamo e celebriamo il giorno in cui la nostra povera natura è stata elevata in Cristo fino al trono di Dio Padre, al di sopra di tutte le milizie celesti, sopra tutte le gerarchie angeliche, sopra l'altezza di tutte le potestà. L'intera esistenza cristiana si fonda e si eleva su una arcana serie di azioni divine per le quali l'amore di Dio rivela maggiormente tutti i suoi prodigi. Pur trattandosi di misteri che trascendono la percezione umana e che ispirano un profondo timore riverenziale, non per questo vien meno la fede, vacilla la speranza e si raffredda la carità.

Credere senza esitare a ciò che sfugge alla vista materiale e fissare il desiderio là dove non si può arrivare con lo sguardo, è forza di cuori veramente grandi e luce di anime salde. Del resto, come potrebbe nascere nei nostri cuori la carità, come potrebbe l'uomo essere giustificato per mezzo della fede, se il mondo della salvezza dovesse consistere solo in quelle cose che cadono sotto i nostri sensi?

Perciò quello che era visibile del nostro Redentore è passato nei riti sacramentali. Perché poi la fede risultasse più autentica e ferma, alla osservazione diretta è succeduto il magistero, la cui autorità avrebbero ormai seguito i cuori dei fedeli, rischiarati dalla luce suprema.

         Questa fede si accrebbe con l'ascensione del Signore e fu resa ancor più salda dal dono dello Spirito Santo.

Gli stessi santi apostoli, nonostante la conferma di numerosi miracoli e benché istruiti da tanti discorsi, s'erano lasciati atterrire dalla tremenda passione del Signore ed avevano accolto, non senza esitazione, la realtà della sua risurrezione. Però dopo seppero trarre tanto vantaggio dall'ascensione del Signore, da mutare in letizia tutto ciò che prima aveva causato loro timore. La loro anima era tutta rivolta a contemplare la divinità del Cristo, assiso alla destra del Padre.

 

VIIa settimana TEMPO PASQUALE - UR Domenica - Ascensione del Signore

 

Commento sul vangelo di Giovanni, 9;

PG 74, 182-183

(In l'Ora dell'Ascolto p.818)

 

Cristo inaugura la via per noi

 San Cirillo Alessandrino nel quarto secolo

 

 

         Se presso il Padre – diceva il Signore – non vi fossero molte dimore, sarei andato molto prima a preparare le abitazioni ai santi. Ma sapendo che ve sono già molte preparate, che attendono l’arrivo di coloro che amano Dio, non è per questa ragione – disse – che mi allontanerò, ma perché il vostro ritorno sulla via del cielo è qualcosa che va preparato, in un luogo un tempo inaccessibile, da spianare. Il cielo infatti era assolutamente irraggiungibile per gli uomini, e mai prima di allora la natura umana era penetrata nel puro e santissimo luogo degli angeli.

 

         Cristo per primo ha inaugurato per noi quella via di accesso e ha dato all’uomo il modo di ascendervi, offrendo se stesso a Dio Padre quale primizia dei morti e di quelli che giacciono nella terra, e manifestandosi primo uomo agli spiriti celesti. Per questo gli angeli del cielo, ignorando il grande e augusto mistero di quella venuta in carne umana, attoniti, guardavano con meraviglia colui che ascendeva, e turbati dal nuovo e inaudito spettacolo, stavano per dire : « Chi è costui che viene da Edom ? » (Is 63, 1), cioè dalla terra. Ma lo Spirito non permise che quella celeste moltitudine restasse ignara della meravigliosa sapienza di Dio Padre ; comandò, anzi, di aprire le porte del cielo al Re e Signore dell’universo, esclamando : « Alzate, o principi le vostre porte, alzatevi, porte eterne, ed entri il re della gloria » (Sal 23, 7).

 

         Dunque, il Signore nostro Gesù Cristo ha inaugurato per noi la via nuova e vivente, come dice Paolo : « Non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo, ma nel cielo stesso, per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore » (Eb 10, 20 ; 9, 24)

 

VIIa settimana TEMPO PASQUALE - VESPRI Domenica  - Ascensione del Signore

PPS, vol.6, n° 10

 

« Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo »

 Cardinal John Henry Newman nel diciannovesimo secolo

 

         Il ritorno di Cristo da suo Padre è nello stesso tempo fonte di tristezza, perché implica la sua assenza, e fonte di gioia, perché implica la sua presenza. Dalla dottrina della sua Risurrezione e della sua Ascensione, sgorgano questi paradossi cristiani sovente accennati nella Scrittura, che cioè ci affliggiamo senza pure cessare di rallegrarci : « gente che non ha nulla e invece possediamo tutto ! » (2 Cor 6,10).

 

         Questa è, in verità, la nostra condizione presente : abbiamo perso Cristo e l’abbiamo trovato ; non lo vediamo eppure lo discerniamo. Abbracciamo (baciamo ?) i suoi piedi (Mt 28,9), eppure ci dice : « Non mi trattenere » (Gv 20,17). Come ? È perché abbiamo perso la percezione sensibile e cosciente della sua persona ; non possiamo guardarlo, sentirlo, conversare con lui, seguirlo di luogo in luogo ; eppure godiamo spiritualmente, immaterialmente, interiormente, mentalmente e realmente della sua vista e del suo possesso ; un possesso che avvolge più realtà e più presenza di quella di cui godevano gli apostoli nei giorni della sua carne, proprio perché essa è spirituale, proprio perché essa è invisibile.

 

         Sappiamo che in questo mondo, quanto più vicina è una cosa, tanto meno la possiamo percepire e comprendere. Cristo è venuto così vicino a noi nella Chiesa cristiana, se posso dire così, che non possiamo fissare lo sguardo su di lui o distinguerlo. Egli entra dentro di noi, e prende possesso dell’eredità che si è acquistata. Non si presenta a noi ; ci prende con lui. Fa di noi le sue membra… Non lo vediamo ; conosciamo la sua presenza soltanto mediante la fede, perché egli è al di sopra di noi e in noi. Per cui siamo nella tristezza perché non siamo coscienti della sua presenza…, e ci rallegriamo perché sappiamo che lo possediamo : « Voi lo amate, pur senza averlo visto ; e ora senza vederlo credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre conseguite la mèta della vostra fede, cioè la salvezza delle anime » (1 Pt 1,8-9).

 

VIIa settimana TEMPO PASQUALE - LODI Martedì

Gv 17, 1-11

 

Omelia per l’Ascensione, 1-2 :

PL 185, 153-155

 

« Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre…disse »

 Beato Guerrico d’Igny nel dodicesimo secolo

 

 

         Il Signore ha fatto questa preghiera la vigilia della sua passione. Ma si può dire pure che riguarda il giorno dell’Ascensione, il momento in cui egli stava per separarsi, per l’ultima volta, dai suoi « figlioli » (Gv 13, 33) che aveva affidato al Padre suo. Lui che in cielo ammaestra e dirige la moltitudine degli angeli che ha creati, aveva legato a sè sulla terra un « piccolo gregge » (Lc 12, 32) di discepoli per istruirli mediante la sua presenza nella carne, fino al momento in cui, con il cuore allargato, sarebbero stati in grado di essere condotti dallo Spirito. Amava questi piccoli con un amore degno della sua grandezza. Li aveva staccati dall’amore di questo mondo. Li vedeva rinunciare ad ogni speranza di quaggiù per dipendere solo da lui. Tuttavia, finché viveva con loro nel suo corpo, non ha prodigato loro con superficialità l’espressione del suo affetto ; si è mostrato con loro più fermo che tenero, come conviene ad un maestro e ad un padre.

 

         Ma, venuto il momento di lasciarli, egli sembra vinto dal tenero affetto che nutriva per loro, e non può dissimulare l’immensità della sua mansuetudine… Per cui è detto : « Dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine » (Gv 13, 1). Infatti in questo momento ha versato, in un certo senso, tutta la forza del suo amore per i suoi amici, prima di versare se stesso, come acqua, per i suoi nemici (Sal 21, 15). Ha consegnato loro il sacramento del suo corpo e del suo sangue e ha prescritto loro di celebrarlo. Non so cosa deve essere ammirato maggiormente : la sua potenza o la sua carità, quando ha inventato questo nuovo modo di dimorare con essi per consolarli della sua partenza.

 

VIIa settimana TEMPO PASQUALE - VESPRI Martedì

Gv 17, 1-11

 

Der Gott Jesu Christi

 

 

 

« Ho fatto conoscere il tuo nome agli uomini »

 Cardinale Joseph Ratzinger ora Papa Benedetto Sedicesimo

 

 

         Cosa vuole dire, il Nome di Dio?... Nel libro dell’Apocalisse, l’avversario di Dio, la Bestia, non porta un nome ma un numero: 666 (Ap 13,18). La Bestia è numero e trasforma in numeri. Sappiamo ciò che questo significa, noi che abbiamo fatto l’esperienza del mondo dei campi di concentramento; l’orrore in essi viene proprio dal fatto che cancellano i volti... Dio, invece, ha dei nomi a chiama per nome. È persona e cerca la persona. Ha un volto e cerca il nostro volto. Ha un cuore e cerca il nostro cuore. Per lui, non siamo delle funzioni nella grande macchina del mondo, ma sono suoi appunto coloro che non hanno nessuna funzione. Il nome, è la possibilità di venire chiamati, è la comunione.

 

         Per questo motivo Cristo è il vero Mosè, il compimento cioè della rivelazione del nome. Non viene a portare, come nome, una parola nuova; fa di più: è in persona, il volto di Dio. È in persona il nome di Dio; è in persona la possibilità per Dio di venire chiamato “tu”, di venire chiamato come persona, come cuore. Il suo stesso nome, “Gesù” porta al suo compimento il nome misterioso del roveto ardente (Es 3,14); ora appare chiaramente che Dio non aveva finito di parlare, che aveva solo per un tempo interrotto il suo discorso. Infatti il nome di Gesù contiene la parola “Jahve” nella sua forma ebraica e le aggiunge qualcosa: “Dio salva”. Jahve, cioè, “Io sono colui che sono” vuole dire ora, inteso a partire da Gesù: “Io sono colui che salva”. Il suo essere è la salvezza.

 

VIIa settimana TEMPO PASQUALE - LODI mercoledì

Omelia 15 sul’Cantico dei cantici  ; PG 44, 1116-1117

Gv 17, 11-19

  

 

Padre Santo, custodisci i miei discepoli… perché siano come noi una cosa sola.

 San Gregorio Nisseno nel quarto secolo

 

         Avendo dato ogni potere ai suoi discepoli, il Signore concede ogni bene ai suoi santi nella preghiera che rivolge a suo Padre. Eppure aggiunge il più importante dei beni : L’essere tutti una cosa sola, mediante la loro unione col solo ed unico bene. Così, « uniti dallo Spirito Santo, essendo legati per mezzo del vincolo della pace, saranno tutti un solo corpo e un solo spirito, in virtù dell’unica speranza alla quale sono stati tutti chiamati » (Ef 4, 4).

         « Tutti siano una cosa sola. Come tu, Padre sei in me e io in te ». In effetti, il vincolo di questa unità è la gloria. Che lo Spirito Santo sia chiamato gloria, nessuno lo potrebbe contraddire se è attento alle parole del Signore : « La gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro » (Gv 17, 22). Infatti egli ha realmente dato loro una tale gloria quando ha detto : « Ricevete  lo Spirito Santo » (Gv 20, 22). Egli ha ricevuto quella gloria che possedeva da sempre, prima che il mondo fosse, quando si è rivestito della nostra natura umana. E una volta che questa natura è stata glorificata dallo Spirito, la gloria dello Spirito è stata comunicata a tutti quelli che sono partecipi della stessa natura, cominciando dai discepoli. Ecco perché dice : « Padre, la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola. »

 

VIIa settimana TEMPO PASQUALE - VESPRI Mercoledì

Omelia sul vangelo di Giovanni, 115

(Nuova Biblioteca Agostiniana)

Gv 17, 11-19

Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo

 di Sant’Agostino nel quinto secolo

 

         Ascoltate dunque, Giudei e gentili… ; ascoltate, regni tutti della terra: Io non intralcio la vostra sovranità in questo mondo: « Il mio regno non è di questo mondo » (Gv 18,36). Non lasciatevi prendere dall'assurdo timore di Erode che, alla notizia della nascita di Cristo, si allarmò… « Il mio regno - dice il Signore - non è di questo mondo. » Venite nel regno che non è di questo mondo; venite credendo, e non vogliate diventare crudeli per paura. E' vero che in una profezia, Cristo, riferendosi a Dio Padre, dice: « Da lui io sono stato costituito re sopra Sion, il suo monte santo » (Sal 2, 6), ma questo monte e quella Sion, di cui parla, non sono di questo mondo.

Quale è infatti il suo regno se non i credenti in lui, a proposito dei quali dice: « Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo »? anche se egli voleva che essi rimanessero nel mondo, e per questo chiese al Padre: « Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal male ». Ecco perché anche qui non dice: « Il mio regno non è in questo mondo », ma dice: « Il mio regno non è di questo mondo. Se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servi combatterebbero per me, affinché non fossi consegnato » (Gv 18,36).

Il suo regno infatti è quaggiù fino alla fine dei secoli, portando mescolata nel suo grembo la zizzania fino al momento della mietitura (Mt 13,24s)... Tuttavia, esso non è di quaggiù, perché è peregrinante nel mondo. E' precisamente agli appartenenti al suo regno che egli si riferisce quando dice: « Voi non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo » (Gv 15,19). Erano dunque del mondo, quando ancora non facevano parte del suo regno, e appartenevano al principe del mondo (Gv 12,3). E' quindi del mondo tutto ciò che è stato generato dalla stirpe corrotta di Adamo; è diventato però regno di Dio, e non è più di questo mondo, tutto ciò che in Cristo è stato rigenerato. E' in questo modo che « Dio ci ha sottratti al potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del Figlio dell'amor suo » (Col 1,13).

 

VIIa settimana TEMPO PASQUALE - LODI Giovedì

Gv 17, 20-26

 Discorsi per l’Epifania,

2 ; SC 166, 259

  

« Ho fatto conoscere il tuo nome agli uomini »

Beato Guerrico d’Igny nel dodicesimo secolo

 

 

         Ti rendiamo grazie, Padre della luce (Gc 1,17) per averci « chiamati dalle tenebre alla tua ammirabile luce » (1Pt 2,9). Ti rendiamo grazie per aver fatto sgorgare, con la tua parola, la luce dalle tenebre, e per averla fatta brillare nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza del volto di Cristo (2 Cor 4,6). Sì, questa è la vera luce – anzi la vita eterna – : « che conoscano te, l’unico Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo ».

 

         Noi ti conosciamo, poiché conosciamo Gesù. Infatti, il Padre e il Figlio sono una cosa sola (Gv 10,30). Noi ti conosciamo, è vero, mediante la fede che consideriamo un pegno sicuro della conoscenza nella visione. Pur tuttavia, di ora a quel giorno, aumenta la nostra fede (Lc 17,5), guidaci, di fede in fede, di chiarezza in chiarezza, come sotto il moto del tuo Spirito, perché penetriamo ogni giorno più avanti nella profondità della luce. Così la nostra fede crescerà, la nostra scienza si arricchirà, la nostra carità diventerà più fervente e più universale finché la nostra fede non ci abbia condotti all’incontro faccia a faccia.

 

VIIa settimana TEMPO PASQUALE - VESPRI Giovedì

Commento sul Vangelo di Giovanni, 11, 7; PG 74, 497-499

Gv 17, 20-26

 

 

Padre, ho fatto conoscere il tuo nome agli uomini

 

di San Cirillo Alessandrino nel quinto secolo

 

         Il Nostro Salvatore afferma di aver glorificato il nome di Dio suo Padre. Cioè di aver reso la sua gloria illustre e sfolgorante su tutta la terra. Come ? Mostrandosi egli stesso suo testimone e suo annunciatore, compiendo opere straordinarie. Infatti, il Padre è glorificato nel Figlio, come in un’immagine e un’impronta della sua forma e della sua figura. Infatti le impronte riflettono sempre la bellezza dei loro archetipi.

 

         Il Figlio ha fatto conoscere il nome del Padre non soltanto rivelandolo e lasciandoci un insegnamento esatto sulla sua divinità. In fatti, tutto ciò era stato proclamato prima della venuta del Figlio, dalla Scrittura ispirata. Ma è anche insegnandoci che, pure essendo vero Dio, è anche veramente Padre, e è qualificato così in verità, poiché ha in sé e produce fuori di sé suo Figlio, coeterno alla sua natura.

 

         Il nome di Padre si confà a Dio più propriamente del nome di Dio : questo è un nome di dignità, quello significa una proprietà sostanziale. Infatti dire Dio vale a dire il Signore dell’universo. Pero, chi lo chiama Padre, precisa la proprietà della sua persona. Indica che lui genera. Che il nome di Padre sia più vero e più proprio del nome di Dio, il Figlio stesso ce lo mostra quando lo usa. Diceva infatti non « Io e Dio » ma proprio « Io e il Padre siamo una cosa sola » (Gv 10, 30). E diceva anche « E’ il Figlio. Su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo » (Gv 6, 27).

 

         E quando ha prescritto ai suoi discepoli di battezzare tutte le nazioni, ha espressamente ordinato di farlo non nel nome di Dio, ma nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

 

VIIa settimana TEMPO PASQUALE - LODI Venerdì

Gv 21, 15-19

Disorso Guelferbytanus 16, 1;

PLS 2, 579

   

« Signore tu sai tutto ; tu sai che ti voglio bene »

 

Sant’Agostino nel quinto secolo

 

         Il Signore, dopo la sua risurrezione, si presenta di nuovo ai suoi discepoli. Interroga l’apostolo Pietro, costringe a confessare il suo amore, colui che, dalla paura, lo aveva rinnegato tre volte. Cristo è risuscitato secondo la carne, e Pietro secondo lo spirito. Così come Cristo è morto soffrendo, Pietro è morto rinnegando. Il Signore Cristo, essendo risuscitato dai morti, ha risuscitato Pietro grazie all’amore che egli nutriva per lui. Ha interrogato l’amore di colui che ora lo confessava, e ha affidato a lui il suo gregge.

 

         Quale vantaggio procura a Cristo il fatto che Pietro lo ami ? Se Cristo ti ama, il profitto è per te, non per Cristo. Se tu ami Cristo, il profitto è ancora per te, non per lui. Tuttavia, il Signore volendo mostrarci come occorra che gli uomini gli diano una prova del loro amore, ce lo rivela chiaramente : amando le sue pecore.

 

         « Simone di Giovanni, mi vuoi bene ? – ti voglio bene. – Pasci le mie pecorelle. » E questo una volta, due volte, tre volte. Pietro non  dice altro che il suo amore. Il Signore non gli chiede altro che il suo amore ; non gli affida altro che le sue pecore. Amiamoci dunque gli uni gli altri, e ameremo Cristo.

 

VIIa settimana TEMPO PASQUALE - VESPRI Venerdì

Gv 21, 15-19

 

Commento al vangelo di San Giovanni, 123, 5

(Nuova Biblioteca Agostiniana)

   

«Pasci le mie pecorelle»

 Sant’Agostino nel quinto secolo

 

          Il Signore domanda a Pietro se gli vuole bene – ciò che già sapeva ; gli domanda, non una sola volta, ma una seconda e una terza ; e altrettante volte niente altro gli affida che il compito di pascere le sue pecore. Così alla sua triplice negazione corrisponde la triplice confessione d'amore, in modo che la sua lingua non abbia a servire all'amore meno di quanto ha servito al timore, e in modo che la testimonianza della sua voce non sia meno esplicita di fronte alla vita, di quanto lo fu di fronte alla minaccia della morte. Sia dunque impegno di amore pascere il gregge del Signore, come fu indice di timore negare il pastore.

 

Coloro che pascono le pecore di Cristo con l'intenzione di volerle legare a sé, non a Cristo, dimostrano di amare se stessi, non Cristo, spinti come sono dalla cupidigia di gloria o di potere o di guadagno, non dalla carità che ispira l'obbedienza, il desiderio di aiutare e di piacere a Dio. Contro costoro, ai quali l'Apostolo rimprovera, gemendo, di cercare i propri interessi e non quelli di Gesù Cristo (cf. Fil 2, 21), si leva forte e insistente la voce di Cristo. Che altro è dire: “Mi ami tu? Pasci le mie pecore”, se non dire: Se mi ami, non pensare a pascere te stesso, ma pasci le mie pecore, come mie, non come tue; cerca in esse la mia gloria, non la tua; il mio dominio, non il tuo; il mio guadagno e non il tuo… Non siamo dunque amanti di noi stessi, ma amiamo il Signore. Nel pascere le sue pecore, cerchiamo il guadagno del Signore senza preoccuparci del nostro.

 

VIIa settimana TEMPO PASQUALE - LODI Sabato

Gv 21, 20-25

 L’Amicizia spirituale, III, 115

  

Pietro e Giovanni: la diversità nell’unità

 Elredo di Rievaulx nel dodicesimo secolo

 

         Certe persone alle quali non è stato concessa una promozione, ne deducono che non sono amate; se non vengono implicate negli affari e nelle funzioni, si lamentano di essere lasciate da parte. Questa è l’origine di gravi discordie tra persone che sembravano essere degli amici ma, al culmine dell’indignazione, si separano e giungono al punto di maledirsi l’un l’altra.

 

         Nessuno dica che è stato lasciato da parte perché non gli si è stata concessa una promozione. A questo riguardo, il Signore ha preferito Pietro a Giovanni. Tuttavia, conferendo il primato a Pietro, non ha per questo tolto il suo affetto a Giovanni. Ha affidato la sua Chiesa a Pietro; a Giovanni ha rimesso sua madre, teneramente amata (Gv 19,27). Ha dato a Pietro le chiavi del suo regno (Mt 16,9); ha aperto a Giovanni i segreti del suo cuore (Gv 13,35). Pietro occupa dunque un posto più elevato, ma il posto di Giovanni è più sicuro. Per quanto Pietro abbia ricevuto il potere, quando Gesù disse: “Uno di voi mi tradirà” (Gv 13,21), trema e si agita con gli altri; Giovanni, incoraggiato dalla sua vicinanza con il Signore, lo interroga, spinto da Pietro, per sapere di chi egli parlasse. Pietro deve consegnarsi all’azione; Giovanni è stato messo a parte per testimoniare il suo affetto, secondo la parola: “Voglio che egli rimanga finché io venga”. Ci ha dato un esempio affinché facciamo lo stesso.

 

VIIa settimana TEMPO PASQUALE - PRIMI VESPRI Sabato

 

Lo Spirito Santo alla luce del mistero pasquale, pp. 133-135

In Letture dei giorni

Comunità monastica di Bose, p. 268-269

 

Vivere secondo lo Spirito

 François Xavier Durrwell

 

Colui che «cammina secondo lo Spirito» che è stato effuso nel suo stesso cuore, obbedisce alla legge che è nel suo stesso cuore. Senz’altro egli compie la volontà che di un altro, la volontà di Dio, ma si tratta di una volontà che gli è intima, che è divenuta il suo stesso desiderio: egli fa ciò che vuole. Siccome questa legge immanente è una forza, libera il cristiano dalle potenze avverse e dalla debolezza di cui era prigioniero. Nessuno è libero come colui che ha il dovere di compiere il proprio desiderio e che ne ha la forza. (…)

 

Lo Spirito è una legge di morte nel cuore dell’uomo carnale: «Quelli che sono di Cristo hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni e i suoi desideri», Perché carne e Spirito «sono opposti tra di loro» (Gal 5, 24). Ma tale morte lo Spirito la fa diventare una nascita. Egli è la legge nuova in quanto Spirito di figliolanza, in quanto forza di Dio che risuscita il Figlio in una eterna generazione. A Dio nascono figli quando gli uomini consentono a questa legge che è risurrezione e vita (Rm 8, 2. 11). La fedeltà alla legge dello Spirito non è un semplice pegno di risurrezione, ma un germe. Nella fedeltà a questa legge il cristiano cammina dalla sua prima nascita nel battesimo verso una pienezza.

 

La strada è senza fine, la morale cristiana è aperta, la personalizzazione dell’uomo è un’opera continua perché mai nessuno potrà assimilare interamente né la potenza dello Spirito, che è offerta, né la figliolanza di Gesù. Il fine già parzialmente raggiunto resta situato nel futuro dell’uomo, fino al giorno del Signore e della piena comunione con il Figlio: Un desiderio illimitato si risveglia, lo Spirito non soffoca il sospiro (Rm 8, 26). Nel cristianesimo il desiderio è sacro: è la ripercussione nel cuore della presenza dello Spirito e della sua comunione infinita: «Lo Spirito e la sposa dicono: Vieni!» (Ap 22, 17). Anche nell’incontro beato con il Cristo, il desiderio, pure colmato, non potrà mai spegnersi, perché lo Spirito, in cui tutto si compie, è un eterno inizio.

 

VIIa settimana TEMPO PASQUALE - VEGLIA di PENTECOSTE  sabato

 

Discorso 271

(Nuova Biblioteca Agostiniana)

 

Lo Spirito dato alla Chiesa

 Sant’Agostino nel quinto secolo

 

        Fratelli, è spuntato a noi gradito il giorno nel quale la santa Chiesa risplende gioiosamente nei visi dei fedeli e brilla nei loro cuori. Celebriamo infatti questo giorno nel quale il Signore Gesù Cristo, glorificato con la sua ascesa al cielo dopo la risurrezione, inviò lo Spirito Santo…

 

        Quel vento mondava i cuori dalla paglia carnale; quel fuoco bruciava il fieno dell'antica concupiscenza; quelle lingue nelle quali si esprimevano coloro che erano stati riempiti dallo Spirito Santo preannunziavano la Chiesa che sarebbe stata presente nelle lingue di tutti i popoli. Come infatti dopo il diluvio i superbi ed empi uomini edificarono una torre elevata contro il Signore, per cui il genere umano meritò di essere diviso in diversi ceppi linguistici, cosicché ogni popolo parlava la propria lingua senza essere compreso dagli altri (Gen 11), così l'umile pietà dei fedeli riportò all'unità della Chiesa la diversità di quelle lingue; perché ciò che la discordia aveva disperso venisse raccolto dalla carità e le membra sparpagliate del genere umano, come le membra di un unico corpo, venissero riunite, ben compaginate, all'unico capo, Cristo, e si fondessero col fuoco dell'amore in un unico corpo santo…

 

        Fratelli miei, membra del corpo di Cristo, germogli di unità, figli di pace, trascorrete nella gioia questo giorno, celebratelo senza timori. Si realizza infatti in voi quanto in quei giorni, quando scese lo Spirito Santo, veniva preannunziato. Perché come allora chi riceveva lo Spirito Santo, pur essendo un'unica medesima persona, parlava in tutte le lingue, così anche ora in mezzo a tutti i popoli è l'unità stessa che parla in tutte le lingue: e voi, costituiti in questa unità, possedete lo Spirito Santo, voi che con nessuna scissione dissentite da questa Chiesa di Cristo che parla in tutte le lingue.

 

PENTECOSTE - U.R.

Discorsi, 155 ; PL 38, 843-844

(In l'Ora dell'Ascolto p. 708)

 

 

Pentecoste, il compimento della Pasqua

di sant’Agostino nel quinto secolo

  

 

         Il popolo ebraico celebrava la Pasqua con l’uccisione dell’agnello e con gli azzimi : questo era una figura dell’uccisione di Cristo, e gli azzimi significavano la vita nuova, senza il vecchio lievito… E cinquanta giorni dopo questa celebrazione, gli vien data sul monte Sinai la Legge scritta con il dito di Dio. Viene la vera Pasqua ed è immolato Cristo, che opera il passaggio dalla morte alla vita. In ebraico infatti Pasqua significa passaggio…

 

         Dopo cinquanta giorni viene lo Spirito Santo, « il dito di Dio » (Lc 11, 20). Ma considerate in che modo si celebrava prima e come si celebra adesso. Prima il popolo stava in lontananza, c’era il timore, non l’amore… Qui invece, quando venne lo Spirito Santo, i fedeli erano riuniti insieme. Non li spaventò dal monte, ma entrò nella casa…

 

         Apparvero loro distinte, dice la Scrittura, delle lingue come di fuoco. Si posarono su ciascuno di loro e incominciarono a parlare le lingue come lo Spirito dava loro di esprimersi. Ascolta uno che parla in lingue e riconosci lo Spirito che scrive non sulla pietra, ma nel cuore (2 Cor 3, 3). Infatti, « La legge dello Spirito che dà vita », scritta nel cuore non sulla pietra, questa legge è in Cristo Gesù , nel quale è stata celebrata la vera Pasqua.

 

PENTECOSTE - VESPRI

Discorso 271 (Nuova Biblioteca Agostiniana)

 

 

Lo Spirito dato alla Chiesa

 Sant’Agostino nel quinto secolo

 

        Fratelli, è spuntato a noi gradito il giorno nel quale la santa Chiesa risplende gioiosamente nei visi dei fedeli e brilla nei loro cuori. Celebriamo infatti questo giorno nel quale il Signore Gesù Cristo, glorificato con la sua ascesa al cielo dopo la risurrezione, inviò lo Spirito Santo…

       

        Quel vento mondava i cuori dalla paglia carnale; quel fuoco bruciava il fieno dell'antica concupiscenza; quelle lingue nelle quali si esprimevano coloro che erano stati riempiti dallo Spirito Santo preannunziavano la Chiesa che sarebbe stata presente nelle lingue di tutti i popoli. Come infatti dopo il diluvio i superbi ed empi uomini edificarono una torre elevata contro il Signore, per cui il genere umano meritò di essere diviso in diversi ceppi linguistici, cosicché ogni popolo parlava la propria lingua senza essere compreso dagli altri (Gen 11). Così l'umile pietà dei fedeli riportò all'unità della Chiesa la diversità di quelle lingue; perché ciò che la discordia aveva disperso venisse raccolto dalla carità e le membra sparpagliate del genere umano, come le membra di un unico corpo, venissero riunite, ben compaginate, all'unico capo, Cristo, e si fondessero col fuoco dell'amore in un unico corpo santo…

       

        Fratelli miei, membra del corpo di Cristo, germogli di unità, figli di pace, trascorrete nella gioia questo giorno, celebratelo senza timori. Si realizza infatti in voi quanto in quei giorni, quando scese lo Spirito Santo, veniva preannunziato. Perché come allora chi riceveva lo Spirito Santo, pur essendo un'unica medesima persona, parlava in tutte le lingue, così anche ora in mezzo a tutti i popoli è l'unità stessa che parla in tutte le lingue: e voi, costituiti in questa unità, possedete lo Spirito Santo, voi che con nessuna scissione dissentite da questa Chiesa di Cristo che parla in tutte le lingue.

 

 

 

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