sito delle Fraternità Evangeliche

di Gerusalemme di Firenze

                                                                                      

Le Letture Patristiche

anno liturgico "A"

 

 

 

Le letture patristiche sono fornite dalle Sorelle delle Fraternità Monastiche di Gerusalemme di Firenze, che con affetto  ringraziamo!

In alcune occasioni potrebbero differire da quelle effettivamente lette durante la Liturgia in Badia.

 

 

 

 

Tempo di Quaresima

 

Mercoledì delle CENERI - LODI

 

  

Inizia il tempo di preparazione a celebrare la Pasqua

di san Leone Magno nel quinto secolo

 

          Carissimi, fra tutti i giorni che la devozione cristiana celebra con onore in molti modi, nessuno è più importante della festa di Pasqua, dalla quale tutte le altre festività della Chiesa di Dio attingono la loro sacra solennità. Lo stesso Natale del Signore è legato al mistero pasquale , perché il Figlio di Dio non nacque se non per essere confitto in croce.

 

         Nel grembo della Vergine fu accolta une carne mortale; in quella carne mortale si è compiuta la passione, per ineffabile disegno della misericordia di Dio, affinché diventasse per noi sacrificio di redenzione, remissione del peccato, e principio di resurrezione per la vita eterna. Se consideriamo poi che per mezzo della croce tutto il mondo è stato redento, comprendiamo che è giusto prepararci a celebrare la Pasqua con un digiuno di quaranta giorni, per poter partecipare degnamente ai divini misteri.

 

         E si devono purificare da ogni macchia di peccato non solo i più grandi vescovi, i semplici sacerdoti e i diaconi, ma tutto il corpo della Chiesa, tutti i fedeli, affinché il tempio di Dio, il cui fondatore è lo stesso fondamento, sia magnifico in tutte le sue pietre e splendente in ogni sua parte.

 

         Questa dimora, che non può essere incominciata e terminata senza il suo autore, esige tuttavia la collaborazione di chi la costruisce, partecipando con la propria fatica alla sua edificazione. Infatti, per la costruzione di questo tempio si prende una materia viva e dotata di ragione, che lo Spirito anima con la sua grazia, affinché spontaneamente si cementi in unico corpo. Questa Chiesa è amata e cercata da Dio, perché a sua volta cerchi chi non la cerca, e ami chi non l’ama, come dice il beato apostolo Giovanni: “Noi dobbiamo amarci perché egli ci ha amati per primo” (1 Gv 4, 11: 19). Poiché dunque tutti insieme e ciascuno fedele in particolare formiamo un unico tempio di Dio, questo dev’essere perfetto nel singolo come in tutti.

 

Mercoledì delle Ceneri - Vespri

 

 

La grazia della conversione

di san Clemente I, papa, nel I sec.

  

  

            Di’ ai figli del mio popolo: Anche se i vostri peccati dalla terra arrivassero a toccare il cielo, fossero più rossi dello scarlatto e più neri del cilicio, basta che vi convertiate di tutto cuore e mi chiamate “Padre”, ed io vi tratterò come un popolo santo ed esaudirò la vostra preghiera (Is, 1, 18; 63, 16; 64, 7; Ger 3, 4; 31, 9): Volendo far godere i beni della conversione a quelli che ama, pose la sua volontà onnipotente a sigillo della sua parola.

 

         Obbediamo perciò alla sua magnifica e gloriosa volontà. Prostriamoci davanti al Signore supplicandolo di essere misericordioso e benigno. Convertiamoci sinceramente al suo amore. Ripudiamo ogni opera di male, ogni specie di discordia e gelosia, causa di morte. Siamo umili di spirito, o fratelli. Rigettiamo ogni sciocca vanteria, la superbia, il folle orgoglio e la collera. Mettiamo in pratica ciò che sta scritto. Dice infatti lo Spirito Santo: “Non si vanti il saggio della sua saggezza, né il ricco delle sue ricchezze, ma chi vuol gloriarsi si vanti nel Signore, ricercandolo e praticando il diritto e la giustizia” (Ger 9, 22-23; 1 Co 1, 31). Ricordiamo soprattutto le parole del Signore Gesù quando esortava alla mitezza e alla pazienza: “Siate misericordiosi per ottenere misericordia; perdonate, perché anche a voi sia perdonato; come trattate gli altri, così sarete trattati anche voi; donate e sarete ricambiati; come non giudicate, e non sarete giudicati; siate benevoli, e sperimenterete la benevolenza; con la medesima misura con cui avrete misurato gli altri, sarete misurati anche voi” (Mt 5, 7; 6, 14; 7, 1-2). Stiamo saldi in questa linea e aderiamo a questi comandamenti, Camminiamo sempre con tutta umiltà nell’obbedienza alle sante parole. Dice infatti un testo sacro: “Su chi si posa il mio sguardo se non su chi è umile e pacifico e teme le mie parole” (Is 66, 2):

 

         Perciò, avendo vissuto grandi e illustri eventi, corriamo verso la meta della pace, preparata per noi fin da principio. Fissiamo fermamente lo sguardo sul Padre e Creatore di tutto il mondo, e aspiriamo vivamente ai suoi doni meravigliosi e ai suoi benefici incomparabili.

 

Giovedì dopo le Ceneri - LODI

Lc 9, 22-25

 

Discorsi ascetici, 1a  parte, 71/74

  

 « Mi segua »

Sant’Isacco Siriano nel settimo secolo

 

         Il Signore Dio ha consegnato il proprio Figlio alla morte di croce, a motivo del suo ardente amore per la creazione… Non che non avesse potuto riscattarci in un modo diverso, ma ha voluto manifestare così il suo amore traboccante, come un insegnamento per noi. Mediante la morte del suo Figlio unigenito, ci ha avvicinati a sè. Sì, se avesse posseduto qualcosa di più prezioso, ce l’avrebbe dato, affinché gli appartenessimo pienamente.

 

         A motivo del suo grande amore per noi, non ha voluto fare violenza alla nostra libertà, benché sarebbe stato in grado di farlo ; invece ha preferito che noi ci avvicinassimo a lui per amore di quello che potevamo capire.

 

         A motivo del suo amore per noi e per ubbidienza a suo Padre, Cristo ha accettato gioiosamente gli insulti e lo sconforto… Allo stesso modo, quando i santi diventano perfetti, giungono a questa stessa perfezione e così, riversando abbondantemente l’amore e la compassione su tutti gli uomini, assomigliano a Dio.

 

Giovedì dopo le Ceneri - VESPRI

  

Il segno della Croce

di san Tommaso d’Aquino nel tredicesimo secolo

 

 

         Fu necessario che il Figlio di Dio soffrisse per noi ? Molto, e possiamo parlare di una duplice necessità: come rimedio contro il peccato e come esempio nell’agire. Fu anzitutto un rimedio, perché è nella passione di Cristo che troviamo rimedio contro tutti i mali in cui possiamo incorrere per i nostri peccati.

 

         Ma non minore è l’utilità che ci viene dal suo esempio. La passione di Cristo infatti è sufficiente per orientare tutta la nostra vita:

         Chiunque vuol vivere in perfezione non faccia altro che disprezzare quello che Cristo disprezzò sulla croce, e desiderare quello che egli desiderò. Nessun esempio di virtù infatti è assente dalla croce.

         Se cerchi un esempio di carità, ricordati: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15, 13). Questo ha fatto Cristo sulla croce.

         E quindi, se egli ha dato la sua vita per noi, non ci deve essere pesante sostenere qualsiasi male per lui.

         Se cerchi un esempio di pazienza, ne trovi uno quanto mai eccellente sulla croce. La pazienza infatti si giudica grande in due circostanze: o quando uno sopporta pazientemente grandi avversità, o quando si sostengono avversità che si potrebbero evitare, ma non si evitano.

         Ora Cristo ci ha dato sulla croce l’esempio dell’una e dell’atra cosa. Infatti “soffrendo non minacciava” (1 Pt 2, 23) e come un agnello fu condotto alla morte e non aprì la sua bocca (cfr. Is 53, 7; At 8, 32). Grande è dunque la pazienza di Cristo sulla croce: “Corriamo con perseveranza nella corsa, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede. Egli, in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l’ignominia” (Eb 12, 2).

         Se cerchi un esempio di umiltà, guarda il crocifisso: Dio, infatti, volle essere giudicato sotto Ponzio Pilato e morire. Se cerchi un esempio di obbedienza, segui colui che si fece obbediente al Padre fino alla morte: “Come per la disobbedienza di uno solo, cioè di Adamo, tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti” (Rm 5, 19).

 

venerdì dopo le Ceneri - LODI                  

Mt 9, 14-15

 

Discorso 6 sulla quaresima, 1-2 ; SC 49, 56-58

(In l'Ora dell'Ascolto p. 283)

 

 « Allora digiuneranno »

San Leone Magno nel quinto secolo

 

         E’ nel lavacro di rigenerazione che nascono gli uomini nuovi, ma tutti hanno il dovere del rinnovamento quotidiano : occorre liberarsi dalle incrostazioni proprie alla nostra condizione mortale. E poiché nel cammino della perfezione non c’è nessuno che non debba migliorare, dobbiamo tutti, senza eccezione, sforzarci perché nessuno nel giorno della redenzione si trovi ancora invischiato nei vizi dell’uomo vecchio.

 

         Quanto ciascun cristiano è tenuto a fare in ogni tempo, deve ora praticarlo con maggior sollecitudine e devozione, perché si adempia la norma apostolica del digiuno quaresimale consistente nell’astinenza non solo dai cibi, ma anche e soprattutto dai peccati… A questi doverosi e santi digiuni, poi, nessuna opera si può associare più utilmente dell’elemosina, la quale sotto il nome unico di misericordia abbraccia molte opere buone. In ciò i fedeli possono trovarsi uguali, nonostante le disuguaglianze dei beni.

 

Venerdì dopo le Ceneri - VESPRI                    

Mt 9, 14-15  

 

Discorso 1 per la quaresima,1,3,6

 

 

 « Allora digiuneranno »

San Bernardo nel dodicesimo secolo

 

         Perché il digiuno di Cristo non sarebbe comune a tutti i cristiani?  Perché le membra non seguirebbero il loro Capo (Col 1,18)? Poiché abbiamo ricevuto i beni di quel Capo, non ne sopporteremmo forse anche le pene? Vogliamo forse rifiutare la sua tristezza e comunicare alle sue gioie? Se fosse così, ci mostreremmo indegni di fare causa comune con il Capo. Infatti, tutto quello che egli ha sofferto, era per noi. Se proviamo ripugnanza a collaborare all’opera della nostra salvezza, come ci mostreremmo i suoi aiuti? Digiunare con Cristo è poca cosa per colui che sta per sedere con lui alla mensa del Padre. Beato il membro che avrà aderito in tutto a quel Capo e l’avrà seguito dovunque va (Ap 14,4). Altrimenti, se dovesse esserne tolto e separato, sarebbe inevitabilmente e subito privato dell’alito di vita...

         Per me aderire totalmente a te è un bene, o Capo glorioso e benedetto nei secoli, sul quale anche gli angeli si chinano con desidero (1 Pt 1,12). Ti seguirò dovunque andrai. Se passerai in mezzo al fuoco, sarò con te, e non temerò alcun male perché sarai con me (Is 43,2). Tu porti i miei dolori e soffri per me. Tu, per primo, sei passato attraverso lo stretto passaggio della sofferenza per offrire una larga entrata a coloro che ti seguono. Chi ci separerà dall’amore di Cristo? (Rm 8,35)... Questo amore è l’olio profumato sul capo che scende sulla barba, che scende sull’orlo della veste, per ungerne ogni filo (Sal 132,2). Nel Capo si trova la pienezza delle grazie, e di lui riceviamo tutto. Nel Capo sta ogni misericordia, nel Capo il torrente dei profumi spirituali, come sta scritto: “Dio ti ha consacrato con olio di letizia” (Sal 44,8)...

         E a noi, cosa chiede il vangelo all’inizio di questa quaresima? “Tu, quando digiuni, profumati la testa” (Mt 6,17). Mirabile bontà! Lo Spirito del Signore è su di lui, egli ne è stato unto (Lc 4,18), eppure, per evangelizzare i poveri, dice loro: “Profumati il capo”.

 

sabato dopo le Ceneri - LODI

Lc 5, 27-32  

 

Messaggio ai giovani per la XX GMG  (6/8/04)

 

 

 « Egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì »

 Giovanni Paolo II

 

Ascoltare Cristo e adorarlo porta a fare scelte coraggiose, a prendere decisioni a volte eroiche. Gesù è esigente perché vuole la nostra autentica felicità. Chiama alcuni a lasciare tutto per seguirlo nella vita sacerdotale o consacrata. Chi avverte quest’invito non abbia paura di rispondergli “sì” e si metta generosamente alla sua sequela. Ma, al di là delle vocazioni di speciale consacrazione, vi è la vocazione propria di ogni battezzato: anch’essa è vocazione a quella “misura alta” della vita cristiana ordinaria che s’esprime nella santità (cfr Novo millennio ineunte, 31)...

 

Sono tanti i nostri contemporanei che non conoscono ancora l’amore di Dio, o cercano di riempirsi il cuore con surrogati insignificanti. E’ urgente, pertanto, essere testimoni dell’amore contemplato in Cristo... La Chiesa ha bisogno di autentici testimoni per la nuova evangelizzazione: uomini e donne la cui vita sia stata trasformata dall’incontro con Gesù; uomini e donne capaci di comunicare quest’esperienza agli altri. La Chiesa ha bisogno di santi. Tutti siamo chiamati alla santità, e solo i santi possono rinnovare l’umanità.

 

sabato dopo le Ceneri - PRIMI VESPRI

Lc 4,1-13      

 

Omelie sui vangeli, n° 16

 

 

« Come per la disobbedienza di uno solo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti »

San Gregorio Magno nel sesto secolo

 

         Il diavolo ha attaccato il primo uomo, nostro progenitore, con una triplice tentazione: l’ha tentato con la golosità, con la vanità e con l’avidità. Il suo tentativo di seduzione ha avuto successo, poiché l’uomo nel dare il suo consenso, è stato allora sottomesso al diavolo. L’ha tentato con la golosità mostrandogli sull’albero il frutto diffeso e conducendolo a mangiarne; l’ha tentato con la vanità dicendogli: “Diventerete come Dio”; l’ha tentato infine con l’avidità, dicendogli: “Conoscerete il bene e il male” (Gen 3,5). Infatti essere avidi, è desiderare non  solo il denaro, ma anche ogni situazione vantaggiosa, è desiderare, oltre misura, una situazione elevata...

 

         Il diavolo è stato vinto da Cristo che egli aveva tentato, in un modo simile al modo con il quale il primo uomo era stato vinto. Come la prima volta, lo tentò con la golosità: “Di’ a queste pietra che diventino pane”; con la vanità: “Se tu sei Figlio di Dio, buttati giù”; con il desiderio violento di una bella situazione, quando gli mostrò tutti i regni della terra e gli disse: “Se ti prostri dinanzi a me, tutto sarà tuo”...

 

         Occorre notare una cosa nella tentazione del Signore: tentato dal diavolo, il Signore ha risposto con i testi della Santa Scrittura. Avrebbe potuto gettare il tentatore nell’abisso con il Verbo che egli era in persona. Eppure non ha fatto ricorso al suo potentissimo potere; ha soltanto addotto i precetti della Santa Scrittura. Così facendo, ci mostra come sopportare la prova, in modo che, quando i malvagi ci fanno soffrire, siamo spinti a ricorrere alla buona dottrina piuttosto che alla vendetta. Paragonate la sapienza di Dio con la nostra impazienza. Noi stessi, quando abbiamo sopportato delle ingiurie o subito un’offesa, nel nostro furore, ci vendichiamo per quanto possiamo, oppure minacciamo di farlo. Il Signore, invece, sopporta l’avversità del diavolo senza rispondere in altro modo che con parole pacifiche.

 

I° settimana di Quaresima -  Lodi. Domenica

 

Omelia sulla Trasfigurazione ; PG 132, 1021s

 

 

 

« Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro  »

Teofano di Ceramea nel dodicesimo  secolo

 

            Si avvicinava l’ora della Passione... Ora, bisognava che in quest’ora, i discepoli non fossero turbati nel loro spirito; bisognava che coloro che, poco prima, avevano confessato, per bocca di Pietro, che egli era il Figlio di Dio (Mt 16,16),non  credessero, vedendolo inchiodato alla croce come un malfattore, che egli fosse un semplice uomo. Per questo li ha rafforzati con questa mirabile visione.

 

         Così quando lo avrebbero visto tradito, in agonia, mentre pregava perchè fosse allontanato di lui il calice del Sommo Sacerdote, essi si sarebbero ricordati della salita sul monte Tabor, e avrebbero capito che egli si era consegnato alla morte volontariamente... Quando avrebbero visto i colpi e gli sputi sul suo volto, non  si sarebbero  scandalizzati, ricordando la luce del suo volto più splendente del sole. Quando lo avrebbero visto rivestito per derisione del mantello di porpora, si sarebbero ricordati che quello stesso Gesù era stato vestito di luce sul monte. Quando lo avrebbero visto seppellito in terra come un morto, avrebbero pensato  alla nube nella quale egli era stato avvolto.

 

         Ecco dunque il motivo della Trasfigurazione. E forse ce n’è un’altro: Il Signore esortava i suoi discepoli a non cercare di risparmiare la propria vita; diceva loro: “Se  qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mt 16,24). Ma rinnegare se stesso e andare incontro a una morte vergognosa, sembra difficile; per questo il Salvatore mostra ai suoi discepoli di quale gloria saranno ritenuti degni coloro che avranno imitato la sua Passione. La Trasfigurazione non è null’altro infatti che la manifestazione anticipata dell’ultimo giorno in cui “i giusti splenderanno in presenza di Dio” (Mt 13,43).

 

I° settimana di Quaresima - VESPRI - DOMENICA

Isacco della Stella :               "Discorsi", disc. 30.

                                                                                              da "L'Ora dall'Ascolto", 1997

                                                                                              ED. PIEMME - Casale Monferrato (Al)

                                                                                              pp. 302-303

                                                                                        

 

LO SPIRITO E IL DESERTO

del beato Isacco della Stella al dodicesimo secolo.

 

         "Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto" (Mt 4,1). Il Signor mio Gesù Cristo fa tutto o condotto, o mandato, o chiamato, o comandato ; di sua iniziativa, nulla. Mandato viene nel mondo, condotto va nel deserto, chiamato risorge da morte, come sta scritto : Sorgi, mia gloria, sorgi, arpa e cetra ! (Cfr. Sal 56,9).

 

         Verso la passione, però, si affretta spontaneamente e di sua volontà, come aveva predetto il profeta :' È stato sacrificato, perché lo ha voluto" (Is 53,7 Volg.). Fatto proprio in questo obbediente al Padre fino alla morte. Maestro, infatti, e modello di obbedienza, non volle né fare né subire cosa alcuna all'infuori di essa, che è l'unica via che conduce alla vita nella verità. "Fu condotto dallo Spirito nel deserto".

 

         Colui che discese nel mondo, dunque, viene dal Giordano ; di qui poi, ritornando di nuovo, lascia questo mondo e va al Padre. Perciò, chi desidera ascendere venga al Giordano, venga alla discesa, venga all'umiltà, che è la sola condizione per l'ascensione. Infatti, "chiunque si umilia sarà esaltato" (Lc 14,11 e 18,14).

 

         Qui troverà lo Spirito Santo, che riposa sull'umile e sul mansueto, su chi teme la parola di Dio, il quale resiste ai superbi mentre dà la grazia agli umili, affinché disprezzino il mondo e fuggano il secolo, vincano il diavolo e si allontanino dalle moltitudini, in mezzo alle quali i cattivi discorsi corrompono i costumi ; cerchino il deserto e i luoghi nascosti dove attendere a Dio e dove poterlo invocare come una rondinella, e meditare su di Lui come una colomba ; dove, rispondendo, egli parlerà al loro cuore dicendo, secondo il profeta : "La condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore" (Os 2,16).

 

         Così il nostro Signore Gesù Cristo, mite e umile di cuore, dopo esser giunto a tale umiltà e mansuetudine da sottoporsi alle mani di chi gli era inferiore per esser battezzato, sull'istante meritò di esser preferito come attesta la voce paterna : "Questo è il Figlio mio prediletto nel quale mi sono compiaciuto" per la sua umiltà e obbedienza; è per questo che giustamente lo innalzo e lo preferisco agli altri ; perciò fin da ora ascoltatelo. E sull'umile e mansueto discese come in un tempio proprio e intimo, lo Spirito Santo, dal quale fu condotto nel deserto.

 

I° settimana di Quaresima - LODI  Martedì

 

Omelia 62

 

 

« Venga il tuo regno »

 Giovanni Taulero nel quattordicesimo secolo

 

         Se guardassimo per il sottile, saremmo spaventati al vedere quanto l’uomo cerchi il suo tornaconto  personale in ogni cosa, alle spalle degli altri uomini, nelle parole, nelle opere, nei doni, nei servizi. Ha sempre in vista il suo bene personale: gioia, utilità, gloria, servizio da ricevere, sempre qualche vantaggio per sé. Questo ricerchiamo e perseguiamo nelle creature, e anche nel servizio di Dio. L’uomo non vede nulla se non le cose terrene, come la donna curva di cui ci parla il vangelo, che era tutta riversa verso terra e non poteva drizzarsi (Lc 13,4). Nostro Signore dice che “nessuno può servire a due padroni, Dio e la ricchezza” e prosegue dicendo “cercate prima – cioè prima di tutto e innanzi tutto – il Regno di Dio e la sua giustizia” (Mt 6,24.33).

 

         Siate attenti dunque alle profondità che sono dentro di voi, e cercate solo il Regno di Dio e la sua giustizia – cioè cercate solo Dio che è il vero regno. Desideriamo questo regno e lo chiediamo ogni giorno nel Padre nostro. Il Padre nostro è una preghiera altissima e potentissima. Non sapete ciò che domandate (Mc 10,38). Dio è in persona il suo  regno, il regno di tutte le creature ragionevoli, il termine dei loro moti e delle loro ispirazioni. Il regno che domandiamo, è Dio in persona, in tutta la sua ricchezza...

 

         Quando l’uomo ha queste disposizioni, cercando, volendo, desiderando Dio solo, diviene lui stesso il regno di Dio e Dio regna in lui. Nel suo cuore allora regna magnificamente il re eterno che lo regge e lo governa; la sede di questo regno sta nel più intimo del suo animo.

 

I° settimana di Quaresima - VESPRI Martedì                                               Mt 6, 7-15

 

La preghiera della Chiesa

 

 Il Padre nostro e l’Eucaristia

Santa Teresa Benedetta della Croce nel ventesimo secolo

 

         Tutto quello di cui abbiamo bisogno per essere ricevuti nella comunione degli spiriti beati è contenuto nelle sette domande del Padre nostro che il Signore ha pregato, non a suo nome, bensì affinché fosse per noi un esempio. Lo diciamo prima della santissima comunione e, ogni volta che lo preghiamo in piena sincerità e con tutto il cuore e riceviamo la santissima comunione nella disposizione di spirito di un’anima retta, essa ci porta a veder esaudite di tutte le nostre domande.

 

         Tale comunione ci libera dal male perché ci purifica da ogni offesa commessa e ci dà la pace del cuore che toglie il suo pungiglione ad ogni altro male. Ci porta il perdono dei peccati (veniali) commessi e ci consolida contro le tentazioni. È il pane di vita, di cui abbiamo bisogno ogni giorno, per crescere finché non saremo entrati nella vita eterna. Fa dalla nostra volontà uno strumento docile della volontà di Dio. Perciò, pone le fondamenta del Regno di Dio in noi e purifica le nostre labbra e il nostro cuore perché possiamo glorificare il santo Nome di Dio.

 

I° settimana di Quaresima - LODI mercoledì

Contro le eresie III, 20,1 ; SC 34, 339

 

Il segno di Giona

di Sant’Ireneo di Lione nel secondo secolo

 

 

         Generoso fu Dio il quale, venendo meno l’uomo, preordinò la vittoria che gli avrebbe resa per mezzo del Verbo. Infatti, poiché « la potenza trionfava nella debolezza » (2 Cor 12,9), il Verbo mostrava la bontà e la magnifica potenza di Dio.

 

         Infatti, come fu per il profeta Giona, è stato lo stesso per l’uomo. Dio ha permesso che costui fosse inghiottito dal mostro marino, non perché scomparisse e perisse totalmente, bensì affinché, dopo esser stato rigettato dal mostro, fosse maggiormente sottomesso a Dio e glorificasse maggiormente colui che gli concedeva tale salvezza insperata. Era anche per condurre gli abitanti di Ninive ad un fermo pentimento e convertirli a colui che poteva liberarli dalla morte, essendo stati loro stessi colpiti dal segno compiuto nella persona di Giona… Allo stesso modo, fin dal principio, Dio ha permesso che l’uomo fosse inghiottito dal grande mostro, autore della disubbidienza, non perché scomparisse e perisse totalmente, bensì perché Dio stava preparando in anticipo la salvezza compiuta dal suo Verbo per mezzo del « segno di Giona ». Questa Salvezza è stata preparata per coloro che avrebbero avuto per Dio gli stessi sentimenti di Giona, e li avrebbero confessati negli stessi termini : « Sono il servo del Signore e venero il Signore Dio del cielo, il quale ha fatto il mare e la terra » (Gn 1,9).

 

         Dio ha voluto che l’uomo, avendo ricevuto da lui una salvezza insperata, risuscitasse dai morti e glorificasse Dio dicendo con Giona : « Nella mia angoscia ho invocato il Signore ed egli mi ha esaudito ; dal profondo degli inferi ho gridato e tu hai ascoltato la mia voce » (Gn 2,3). Dio ha voluto che l’uomo rimanesse sempre fedele a glorificarlo e a rendergli grazie incessantemente per la salvezza ricevuta da lui.

 

I° settimana di Quaresima - Vespri Mercoledì                                            Lc 11, 29-32            

 

Protrettico ai greci, cap 10 ; SC 2, 152

 

 

« Essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, ben più di Giona c’è qui »

 Clemente d'Alessandria nel terzo secolo

 

         Pentiamoci e passiamo dall'ignoranza alla conoscenza, dall'imprudenza alla prudenza, dall'intemperanza alla temperanza, dall'ingiustizia alla giustizia, dall'empietà a Dio... Di molti altri beni è dato di godere a noi, gli amanti della giustizia, che perseguiamo la eterna salvezza, ma di quelli specialmente a cui allude lo stesso Dio, quando per mezzo di Isaia dice: "Vi è un'eredità per quelli che servono il Signore" (54,17). Bella invero ed amabile è questa eredità, costituita non di oro né di argento né di vesti, in cui possono penetrare la tignola e il ladro (Mt 6,19), che non pone gli occhi che sulla terrena ricchezza, ma di quel tesoro della salvezza... Questa eredità ce la trasmette l'eterno testamento di Dio, il quale ci fornisce l'eterno dono; e questo nostro Padre amatissimo, che veramente è nostro padre, non cessa di esortarci, di ammonirci, di emendarci, di amarci. "Divenite giusti, dice il Signore, voi che avete sete, venite all'acqua, e quanti non avete denaro, venite e comprate e bevete senza denaro" (Is 55,1) è al lavacro, alla salvezza, alla illuminazione che egli ci esorta... "I santi del Signore erediteranno la gloria di Dio e la potenza di Lui". Quale specie di gloria, dimmi, o beato? " Quella che occhio non vide né orecchio ascoltò né entrò in cuore di uomo” (1 Cor 2,9)...

Voi avete, o uomini, la divina promessa della grazia, avete udito, d'altra parte, anche la minaccia del castigo, le due cose per mezzo delle quali il Signore salva... Perché indugiamo? Perché non accettiamo il dono? Perché non scegliamo le cose migliori? "Ecco", dice, "di fronte alla vostra faccia ho posto la morte e la vita" (Dt 30,15). Ti tenta il Signore perché scelga la vita. Ti consiglia, come padre...

A chi dirà il Signore: "È vostro il regno dei cieli" (Mt 5,3)? Esso è vostro, solo che vogliate; poiché esso è di coloro che hanno prescelto Dio; di voi, solo che vogliate aver fede e seguire l'accorciatoia della predicazione, a cui obbedendo le genti di Ninive, per mezzo di una sincera penitenza, mutarono in magnifica salvezza l'attesa rovina.

 

I° settimana di Quaresima -  Lodi  Giovedì                                         

 

 

« Incominciò a mandarli »

Beato Charles de Foucauld

 

            Essere apostolo, in che modo? Nei modi che Dio ci mette a disposizione: i sacerdoti hanno dei superiori che dicono loro cosa devono fare. I laici devono essere apostoli verso tutti quelli che riescono a  raggiungere: i parenti e gli amici, ma non soltanto loro; la carità non ha nulla di stretto, abbraccia tutti coloro che abbraccia il Cuore di Gesù.

         Con quali mezzi? Con i mezzi migliori, tenendo conto delle persone alle quali sono indirizzati: verso tutti quelli con cui sono in relazione, nessuno escluso, con la bontà, con la tenerezza, con l’affetto fraterno, con l’esempio della virtù, con l’umiltà e la mitezza, sempre attraenti e così cristiane. Con alcuni occorre non dire mai una parola su Dio o sulla religione, pazientando come Dio pazienta, essendo buono come Dio è buono, essendo per loro come  un tenero fratello e pregando. Con altri, è opportuno parlare di Dio nella misura che possono portare; e quando giungono al punto di cercare la verità mediante lo studio della religione, occorre metterli in rapporto con un sacerdote ben scelto e capace di fare loro del bene. Soprattutto vedere in ogni essere umano un fratello.

 

I° settimana di Quaresima - VESPRI - giovedì

 

Mt 7, 7-12

Omelie spirituali n° 30, 3-4

 

 

« Chiedete, cercate, bussate »

di San Macario nel quarto secolo

  

         Sfòrzati di piacere al Signore, attendilo interiormente senza stancarti, cercalo con il tuo pensiero, fa’ violenza alla tua volontà e alle tue decisioni, costringile affinché tendano continuamente verso di lui. E vedrai come egli verrà presso di te e vi prenderà dimora (Gv 14,23)... Egli osserva il tuo ragionamento, i tuoi pensieri, le tue riflessioni, esamina come lo cerchi, se lo cerchi  cioè con tutta la tua anima oppure svogliatamente e con trascuratezza E quando vedrà che lo cerchi con ardore, subito si manifesterà a te, si farà vedere da te, ti concederà il suo soccorso, ti darà la vittoria e ti libererà dai tuoi nemici. Quando avrà visto infatti, quanto lo cerchi, allora ti istruirà, ti insegnerà la vera preghiera, ti darà quella carità vera che è Lui stesso  in persona. Diventerà allora per te ogni cosa: paradiso, albero di vita, perla preziosa, corona, architetto, coltivatore, un essere sottomesso alla sofferenza ma non colpito dalla sofferenza, uomo, Dio, vino, acqua viva, pecora, sposo, combattente, armatura, Cristo “tutto in tutti” (1 Cor 15,28).

 

         Come un bambino che  non può nutrirsi da solo , né prendersi cura di se stesso, ma può soltanto guardare verso sua madre piangendo, finché ella sia presa da compassione e si prenda cura di lui, allo stesso modo le anime credenti sperano sempre in Cristo e a lui attribuiscono ogni giustizia. Come il tralcio si dissecca se viene separato dalla vigna (Gv 15,6), così avviene per colui che voglia essere giusto senza Cristo. Come “chi non entra nel recinto delle pecore per la porta, ma vi sale da un’altra parte è un ladro e un brigante” (Gv 10,1) così è chi vuole rendersi giusto senza Colui che giustifica.

 

I° settimana di Quaresima -  LODI - Venerdì

 

LIBRO DI VITA DI GERUSALEMME

 

al CAPITOLO "AMORE",  § 10

 

I° settimana di Quaresima -  VESPRI Venerdì                                                   Mt 5, 20-26  

 

Prima catechesi battesimale, 5 

 

 

 

La quaresima : « tempo favorevole » per la confessione e il perdono prima di avvicinarsi all’altare del Signore

 San Cirillo di Gerusalemme nel quarto secolo

 

         Quello di oggi è il tempo della confessione. Disponiti dunque in questo tempo propizio a confessare i peccati che hai commesso in parole e opere, sia di notte che di giorno, e ne godrai in cielo nel giorno della salvezza (Is 49,8; 2 Cor 6,2) il frutto prezioso... Metti da parte le cose presenti e abbi fede in quelle future! Hai trascorso tanti periodi della tua vita senza darti tregua tra i vani affari del mondo, e non vorrai concederti una tregua di quaranta giorni per pensare all’anima? Lo dice la Scrittura: “Fermatevi e sappiate che io sono Dio” (Sal 45,11). Evita di parlare di tante cose inutili, non mormorare né ascoltare con piacere quelli che sparlano, ma sii sempre più disponibile per la preghiera. Dimostra nell’ascesi il vigore del tuo spirito. Purifica il ricettacolo del tuo cuore perché possa meglio ottenere e trattenere la grazia; poiché la remissione dei peccati è data in misura uguale a tutti, ma la comunione dello Spirito Santo viene partecipata a ciascuno nella misura dello spirito di fede. Se poco è il tuo impegno, scarso sarà il raccolto; se molto è il lavoro, abbondante sarà la mercede: corri per il tuo vantaggio, bada a ciò che ti conviene scegliere.

 

         Perdona se hai qualcosa contro qualcuno. Dal momento che anche tu vai per ricevere il perdono, non puoi assolutamente non perdonare chi ti ha offeso. Con quale faccia diresti al Signore: “Perdonami le molte mie colpe”, se non perdoni le poche del tuo conservo? (cfr. Mt 18,23)

 

I° settimana di Quaresima - LODI Sabato                                                 

Commento sul salmo 118, 8

 

 

« Egli fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni »

Sant’Ambrogio nel quarto secolo

 

         “Del tuo amore, Signore, è piena la terra; insegnami il tuo volere” (Sal 118,64). Come può la terra essere piena dell’amore del Signore se non per la Passione del nostro Signore Gesù Cristo, di cui il salmista che da lontano la vedeva, celebra, in un certo senso, la promessa?... Essa ne è piena, perché la remissione dei peccati è stata data a tutti. Il sole ha ricevuto l’ordine di sorgere per tutti, e ciò succede ogni giorno. Per tutti infatti è sorto, nel senso mistico, il Sole di Giustizia (Ml 3,20), è venuto per tutti, ha sofferto per tutti, per tutti è risorto. E ha sofferto proprio per “togliere il peccato del mondo” (Gv 1,29)...

 

         Chi però non ha la fede, priva se stesso di quel beneficio universale. Se qualcuno, chiudendo le finestre, impedisce ai raggi del sole di entrare, non possiamo dire che il sole è sorto per tutti, perché questi si è sottrato al suo calore. Per quanto riguarda il sole, nulla è cambiato. Invece colui che manca di sapienza si priva della grazia di una luce proposta a tutti.

 

         Dio si fa pedagogo; illumina lo spirito di ciascuno, elargendovi il chiarore della sua conoscenza, a patto tuttavia che tu apra la porta del tuo cuore e accolga la luce della grazia celeste. Quando dubiti, affrettati a cercare, perché “chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto” (Mt 7,8).

 

I° settimana di Quaresima - PRIMI VESPRI Sabato

Discorso sulla quaresima 51, 3-4,8

(In l' Ora dell'Ascolto p. 342)                 

 

 

« Gesù ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risuscitato dai morti »

San Leone Magno nel quinto secolo

 

         Gesù voleva armare i suoi discepoli con una grande forza d’animo e con una costanza che avrebbe permesso loro di prendere, senza timore, la propria croce, malgrado la sua rudezza. Voleva anche che loro non arrossissero del suo supplizio, che non ritenessero una vergogna la pazienza con la quale egli avrebbe dovuto sopportare una passione così crudele, pur senza perdere in nulla la gloria della sua potenza. Gesù “prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li portò sopra un monte alto”, e in quel momento manifestò loro lo splendore della sua gloria. Anche se essi avevano capito che la maestà divina dimorava in lui, ignoravano ancora la potenza detenuta in quel corpo che velava la divinità...

         Il Signore manifesta la sua gloria alla presenza di molti testimoni e fa risplendere quel corpo, che gli è comune con tutti gli uomini, di tanto splendore, che “la sua faccia diventa simile al fulgore del sole e le sue vesti uguagliano il candore della neve”. Questa trasfigurazione, senza dubbio, mirava soprattutto a rimuovere dall’animo dei discepoli lo scandalo della croce, perché l’umiliazione della Passione, volontariamente accettata, non scuotesse la loro fede... Ma, secondo un disegno non meno previdente, egli dava un fondamento solido alla speranza della santa Chiesa, perché tutto il Corpo di Cristo prendesse coscienza di quale trasformazione sarebbe stato oggetto, e perché anche le membra si ripromettessero la partecipazione a quella gloria, che era brillata nel Capo. Di questa gloria, lo stesso Signore parlando della maestà della sua seconda venuta, aveva detto: “Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro” (Mt 13,43). La stessa cosa affermava anche l’apostolo Paolo dicendo: “Io ritengo che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura, che dovrà essere rivelata in noi” (Rm 8,18)... In un altro passo dice ancora: “Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio. Quando si manifesterà Cristo, vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria” (Col 3, 3-4).

 

II° settimana di Quaresima - LODI Domenica

Dalle «Catechesi» di san Cirillo di Gerusalemme, vescovo
(Catech. 16, sullo Spirito Santo 1, 11-12. 16; PG 33, 931-935. 939-942)

 

 

L'acqua viva dello Spirito Santo

Cirillo di Gerusalemme nel IV secolo

 

 

«L'acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna» (Gv 4, 14). Nuova specie di acqua che vive e zampilla, ma zampilla solo per chi ne è degno. Per quale motivo la grazia dello Spirito è chiamata acqua? Certamente perché tutto ha bisogno dell'acqua. L'acqua è generatrice delle erbe e degli animali. L'acqua della pioggia discende dal cielo. Scende sempre allo stesso modo e forma, ma produce effetti multiformi. Altro è l'effetto prodotto nella palma, altro nella vite e così in tutte le cose, pur essendo sempre di un'unica natura e non potendo essere diversa da se stessa. La pioggia infatti non discende diversa, non cambia se stessa, ma si adatta alle esigenze degli esseri che la ricevono e diventa per ognuno di essi quel dono provvidenziale di cui abbisognano.
Allo stesso modo anche lo Spirito Santo, pur essendo unico e di una sola forma e indivisibile, distribuisce ad ognuno la grazia come vuole. E come un albero inaridito, ricevendo l'acqua, torna a germogliare, così l'anima peccatrice, resa degna del dono dello Spirito Santo attraverso la penitenza, porta grappoli di giustizia. Lo Spirito appartiene ad un'unica sostanza, però, per disposizione divina e per i meriti di Cristo, opera effetti molteplici. Infatti si serve della lingua di uno per la sapienza. Illumina la mente di un altro con la profezia. A uno conferisce il potere di scacciare i demoni, a un altro largisce il dono di interpretare le divine Scritture. Rafforza la temperanza di questo, mentre a quello insegna la misericordia. Ispira a un fedele la pratica del digiuno, ad altri forme ascetiche differenti. C'è chi da lui apprende la saggezza nelle cose temporali e chi perfino riceve da lui la forza di accettare il martirio. Nell'uno lo Spirito produce un effetto, nell'altro ne produce uno diverso, pur rimanendo sempre uguale a se stesso. Si verifica così quanto sta scritto: «A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l'utilità comune» (1 Cor 12, 7).

 

II° settimana di Quaresima -  Vespri  Domenica

 

DAMMI DA BERE

 Santa Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo

 

 

Ah se tutte le anime deboli e imperfette sentissero ciò che sente la più piccola tra loro, l’anima della sua Teresa, non una dispererebbe di arrivare alla vetta della montagna d’amore, poiché Gesù non chiede grandi azioni, bensì soltanto abbandono e riconoscenza.

         Ecco ciò che Gesù esige da noi, non ha bisogno affatto delle nostre opere, ma soltanto del nostro amore, perché questo Dio stesso che dichiara di non aver bisogno di dirci se ha fame non ha esitato a mendicare un po’ d’acqua alla Samaritana: Aveva sete…Ma dicendo “dammi da bere”, era l’amore della sua povera creatura che il Creatore dell’Universo reclamava. Aveva sete d’amore… Ah! Lo sento più che mai, Gesù è assetato, non incontra se non ingrati e indifferenti tra i discepoli del mondo, e tra i suoi stessi discepoli trova pochi cuori che si abbandonino a lui senza riserve, e capiscano la tenerezza del suo amore infinito.

 

II° settimana di Quaresima - Lodi - martedì

 

Dal Libro di vita di Gerusalemme

 

Capitolo UMILTA’ § 122

 

II° settimana di Quaresima - VESPRI - martedì

Sull'incomprensibilità di Dio, 5, 6-7 : PG 48, 745-746

 

 

«Chi si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato»

 di San Giovanni Crisostomo nel quarto secolo

 

         Non c’è umiltà nel considerarsi peccatore, se lo siamo effettivamente. Ma l’umiltà esiste quando uno è consapevole di aver fatto quantità di grandi cose, eppure non ne concepisce alcun’alta opinione di sé ; quando, essendo simile a Paolo fino a poter dire : « Non sono consapevole di colpa alcuna », aggiunge subito : « non per questo sono giustificato » (1 Cor 4, 4) o anche : « Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori e di questi il primo sono io » (1 Tm 1, 15). In questo consiste l’umiltà : a dispetto della grandezza dei nostri atti, abbassarci in spirito.

 

         Dio, però, a motivo del suo amore indicibile per gli uomini, accoglie e riceve non soltanto coloro che si umiliano in questo modo, ma anche coloro che ammettono francamente le loro colpe, e si mostra favorevole e benevolo verso coloro che sono in tali disposizioni. E affinché tu impari quanto è buono non avere un’alta opinione di te stesso, immaginati due carri. A uno, attacca la virtù e la superbia, all’altro, il peccato e l’umiltà. Vedrai il tiro del peccato distanziare quello della virtù, non certo grazie alla propria potenza, ma grazie alla forza dell’umiltà che lo accompagna. E vedrai l’altro sorpassato, non a causa della debolezza della virtù, ma a causa del peso e dell’enormità della superbia. Infatti, come l’umiltà, grazie alla sua immensa forza di elevazione, trionfa della pesantezza del peccato e, per prima, sale al cielo, così la superbia, a causa del suo gran peso e della sua enormità, riesce a spuntarla sull’agilità della virtù e trascinarla facilmente verso il basso.

 

II° settimana di Quaresima -  LODI Mercoledì                                              Mt 20, 17-28

 

Esposizione sul salmo 126 ; CCSL 40, 1859

(Nuova Biblioteca Agostiniana) 

 

 

« Ecco, noi stiamo salendo a Gerusalemme »

 Sant’Agostino  nel quinto secolo

 

         Cosa significa: “Vano è per voi levarvi prima della luce” (Sal 126,2)?... La nostra luce è Cristo, il quale è risorto, ed è bene per te muovere i passi dietro a Cristo, non davanti a Cristo. Chi sono coloro che si muovono davanti a Cristo?... Coloro che pretendono essere altolocati quaggiù dove egli fu umile. Se pertanto desiderano la gloria là dove Cristo è glorificato, occorre che siano umili quaggiù. Diceva infatti il Signore rivolto a coloro che si erano uniti a lui mediante la fede, tra i quali siamo anche noi se, come loro, crediamo in Cristo con purezza di cuore: “Padre, voglio che quanti mi hai dati siano con me là dove sono io” (Gv 17,25). Grande dono, miei fratelli! Grande grazia, grande promessa!... Vuoi dunque essere là dove è Cristo nella gloria? Sii umile là dove egli fu umile.

 

 “Non c'è discepolo più grande del maestro” (Mt 10,24)... Tali erano i figli di Zebedeo, i quali, prima di umiliarsi conformandosi alla passione del Signore, già si sceglievano il posto dove sedersi: uno alla sua destra, l'altro alla sua sinistra. Volevano “levarsi prima della luce”, e perciò erano sul cammino verso la vanità. Ascoltando le loro intenzioni, il Signore li richiamò all'umiltà e disse loro: “Potete bere al calice dal quale io berrò?  Io sono venuto ad umiliarmi e voi volete precedermi sognando le altezze? Dove cammino io, là occorre che mi seguiate - disse -; poiché se volete muovervi in una direzione diversa dalla mia, vano è per voi levarvi prima della luce.”

 

II° settimana di Quaresima - VESPRI mercoledì

Discorsi, 24 ; PG 85, 282

  

 

« Di’ che questi miei figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo Regno »

 Basilio di Seleucia nel quinto secolo

 

         Vuoi vedere la fede di questa donna ? Ebbene considera il momento in cui fa la sua richiesta… La croce è pronta, la Passione imminente, la folla dei nemici già pronta al suo posto. Il Maestro ha parlato della sua morte, i discepoli sono preoccupati : prima della Passione, tremano alla sua evocazione. Quello che hanno udito li lascia stupefatti ; sono presi da turbamento. Proprio in questo momento, questa madre, staccatasi dal gruppo dei discepoli, domanda addirittura il Regno, e richiede un trono per i suoi figli.

 

         Cosa dici, donna ? Senti parlare di croce e tu chiedi un trono ? Si tratta della Passione, e tu desideri il Regno ? Lascia pure i discepoli al loro timore e alla loro preoccupazione del pericolo. Ma di dove ti è mai venuto di domandare tale dignità ? Fra tutto quello che è stato appena detto, cosa ti ha condotta a pensare al Regno ?…

 

          – Vedo, dice, la Passione, eppure prevedo anche la Risurrezione. Vedo la croce piantata, e contemplo il cielo aperto. Guardo i chiodi, ma vedo anche il trono… Ho sentito il Signore in persona dire : « Siederete anche voi su dodici troni » (Mt 19,28). Vedo l’avvenire con gli occhi della fede.

 

         Secondo me, questa donna è andata fino a precedere le parole del ladrone. Sulla croce, questi pronunciò questa preghiera : « Ricordati di me quando entrerai nel tuo Regno » (Lc 23,42). Prima della croce, lei ha preso il Regno come oggetto della sua supplica… Che desiderio perso nella visione dell’avvenire ! Ciò che era nascosto dal tempo, la fede lo vedeva.

 

II° settimana di Quaresima - Lodi Giovedì

Lettera ai Corinzi, 49-50

(In l'Ora dell'Ascolto p.297)

 

 

 

« Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro »


San Clemente di Roma nel primo secolo

 

         Chi ama Cristo osserva i suoi comandamenti. Chi è in grado di parlare della carità di Dio ? Chi saprebbe dire la sua incomparabile bellezza ? L’altezza a cui giunge la carità è inenarrabile. La carità ci rende una sola cosa con Dio, « la carità copre una moltitudine di peccati » (1 Pt 4,8)… Per la carità che ebbe verso di noi, il nostro Signore Gesù Cristo diede per volontà divina il suo sangue per noi e il suo corpo per il nostro, e la sua vita per la nostra vita.

 

         Voi capite, carissimi, quanto grande e meravigliosa sia la carità, e come non sia possibile spiegare la sua perfezione. Chi merita di essere trovato in essa all’infuori di quelli che Dio avrà stimato degni ? Preghiamo dunque, e chiediamo alla sua misericordia di essere trovati nella carità perfetta, senza alcuna parzialità umana. Tutte le generazioni, da Adamo fino a oggi, sono passate : ma quelli che per grazia di Dio si sono perfezionati nella carità ottengono il posto riservato ai giusti e all’avvento del regno di Dio saranno riconosciuti…

 

         Amici, beati noi se avremo adempiuto nell’unione della carità i precetti del Signore, di modo che per la carità ci siano rimessi i peccati.

 

 

II° settimana di Quaresima - VESPRI giovedì

La vita ascetica, 40-42 ; PG 90, 912

 

 

 

« Con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio »

 

San Massimo il Confessore nel settimo secolo

 

         Ora che abbiamo imparato dalla Scrittura ciò che è il timore del Signore, e quali sono la sua bontà e il suo amore, convertiamoci a lui con tutto cuore… Osserviamo i suoi comandamenti ; amiamoci gli uni gli altri di tutto cuore. Chiamiamo con il nome di fratelli anche coloro che ci odiano e ci detestano, affinché il nome del Signore sia glorificato e manifestato in tutta la sua esultanza. Noi che ci mettiamo alla prova a vicenda, perdoniamoci vicendevolmente… Non invidiamo gli altri, e se siamo esposti alla gelosia, non diventiamo spietati. Invece, mostriamoci pieni di compassione gli uni verso gli altri, e con la nostra umiltà guariamoci gli uni, gli altri. Non sparliamo, non dileggiamo, poiché siamo membra gli uni degli altri.

 

         Amiamoci gli uni gli altri, e saremo amati da Dio ; siamo pazienti gli uni con gli altri, ed egli si mostrerà paziente con i nostri peccati. Non rendiamo il male per il male, e non riceveremo ciò che meritiamo  per i nostri peccati. Infatti, otteniamo il perdono dei nostri peccati perdonando ai nostri fratelli, e la misericordia di Dio è nascosta nella misericordia per il prossimo… Lo vedi, il Signore ci ha concesso il mezzo per salvarci e ci ha dato il potere celeste di diventare figli di Dio.

 

II° settimana di Quaresima - LODI Venerdì

 

Omelie sul Cantico dei cantici, 3

 

 

Dare frutto in colui che ha dato il suo frutto alla pienezza del tempo

di San Gregorio Nisseno nel quarto secolo

 

         “Il mio diletto è per me un grappolo di cipro nelle vigne di Engàddi” (Ct 1,14)... Questo grappolo divino si copre di fiori prima della Passione, e sparge il suo vino nella Passione... Sulla vigna, il grappolo non mostra sempre la stessa forma, cambia con il tempo: fiorisce, cresce, si gonfia, poi, perfettamente maturo, si trasforma in vino. La vigna promette dunque con il suo frutto: non è ancora maturo a puntino per dare il vino, ma aspetta la pienezza del tempo. Tuttavia, non è totalmente incapace di rallegrarci. Infatti, prima il profumo, incanta l’odorato, nell’attesa dei beni futuri, e seduce i sensi dell’anima con i profumi della speranza. Infatti la sicurezza certa della grazia sperata diviene godimento già per coloro che aspettano con costanza. È lo stesso con l’uva di cipro che promette il vino prima di diventarlo: con il suo fiore – il suo fiore è la speranza – ci dà la sicurezza della grazia futura...

 

         Colui la cui volontà è in sintonia con quella del Signore, perché la “medita giorno e notte”, diviene un “albero piantato lungo corsi d’acqua che darà frutto a suo tempo e le sue foglie non cadranno mai” (Sal 1,1-3). Per questo la vigna dello Sposo che ha messo radici nella terra fertile di Gàddi, cioè nel fondo dell’animo, che viene annaffiata e arricchita dagli insegnamenti divini, produce questo grappolo fiorito e sbocciato nel quale essa può contemplare il suo giardiniere e vignaiolo. Beata questa terra coltivata il cui fiore riproduce la bellezza dello Sposo! Poiché egli è la luce vera, la vera vita e la vera giustizia... e molte altre virtù ancora, se uno, con le sue opere, diviene simile allo Sposo, quando guarda il grappolo della propria coscienza, vi vede lo Sposo stesso. Essa infatti riflette la luce della verità in una vita luminosa e senza macchia. Per questo la vigna feconda dice: “Mette gemme la vite, sbocciano i fiori” (Ct 7,13). Lo Sposo è in persona questo vero grappolo che si mostra attaccato sul legno, il cui sangue diviene una bevanda di salvezza per coloro che esultano nella salvezza.

 

II° settimana di Quaresima - VESPRI - venerdì

 

Contro le eresie, IV 36, 2-3 ; SC 100, 883

 

La vigna di Dio

di Sant’Ireneo di Lione nel secondo secolo

 

         Plasmando Adamo e eleggendo i patriarchi, Dio ha piantato la vigna del genere umano. Poi l’ha affidata a dei vignaioli mediante il dono della Legge trasmessa da Mosè. L’ha circondata con una siepe, cioè ha delimitato la terra che avrebbero dovuto coltivare. Ha costruito una torre, ha cioè scelto Gerusalemme. E ha mandato loro dei profeti prima dell’esilio in Babilonia, poi, dopo l’esilio, altri ancora, più numerosi dei primi, per ritirare il raccolto e dire loro : « Migliorate la vostra condotta e le vostre azioni » (Ger 7,3) ; « Praticate la giustizia e la fedeltà ; esercitate la pietà e la misericordia ciascuno verso il suo prossimo. Non frodate la vedova, l’orfano, il pellegrino, il misero e nessuno nel cuore trami il male contro il proprio fratello » (Zc 7,9)… ; «  Togliete il male dai vostri cuori… imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso » (Is 1,16)…

 

         Vedete con quali predicazioni i profeti esigevano il frutto di giustizia. Poiché però questa gente restava incredula, da ultimo mandò loro il proprio Figlio, nostro Signore Gesù Cristo, che è stato ucciso e cacciato fuori dalla vigna. Perciò Dio l’ha affidata – non più delimitata bensì estesa al mondo intero – ad altri vignaioli affinché gli consegnassero i frutti a suo tempo… La torre dell’elezione si erge ovunque nel suo splendore, poiché ovunque risplende la Chiesa ; ovunque pure è scavato il frantoio poiché ovunque sono coloro che ricevono l’unzione dello Spirito di Dio

 

         Per questo il Signore, per fare di noi buoni operai, diceva ai suoi discepoli : « Siate ben attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita » (Lc 21,34). « Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese ; siate simili a coloro che aspettano il loro padrone » (Lc 12,35).

 

II° settimana di Quaresima - LODI - sabato

Discorsi 2 e 3 : PL 52, 188-189 et 192

  

 

« Mi leverò e andrò da mio padre »

 di San Pietro Crisologo nel quinto secolo

 

         Colui che dice queste parole giaceva a terra. Prende coscienza della sua caduta, si accorge della sua rovina, si vede immerso nel peccato e grida : « Mi leverò e andrò da mio padre ». Da dove viene questa speranza, questa franchezza, questa fiducia ? Dal fatto che si tratta proprio di suo padre. « Ho perso, dice dentro di sé, la mia condizione di figlio ; ma lui non ha perso la sua condizione di padre ; Non c’è bisogno di un estraneo per intercedere presso un padre : il suo affetto interviene e supplica nel più profondo del cuore. Le sue viscere paterne lo spingono a generare di nuovo il figlio per mezzo del perdono. Pur colpevole, andrò da mio padre. »

 

         E il padre, visto il figlio, vela subito la sua colpa. Preferisce la parte di padre a quella di giudice. Lui che desidera il ritorno del figlio e non la sua perdita, trasforma subito la sentenza in perdono … « Gli si gettò al collo e lo baciò ». In questo modo il padre giudica e corregge : dà un bacio in luogo di un castigo. La forza dell’amore non tiene conto del peccato. Perciò il padre, con un bacio, rimette la colpa di suo figlio ; la copre con i suoi abbracci. Il padre non svela il peccato di suo figlio, non sciupa suo figlio, ma cura le sue ferite in modo che non lascino nessuna cicatrice, nessun disonore. « Beato l’uomo a cui è rimessa la colpa, e perdonato il peccato » (Sal 31, 1).

 

II° settimana di Quaresima - PRIMI VESPRI Sabato                 

 

Tratto sul vangelo di Giovanni, 15,6-7

(Nuova Biblioteca Agostiniana)

 

Per te ha dato tutto

Sant’Agostino nel quinto secolo

 

      Gesù, stanco per il viaggio, stava così a sedere sul pozzo. Era circa l'ora sesta. Cominciano i misteri. Non per nulla, infatti, Gesù si stanca; non per nulla si stanca la forza di Dio… E' per te che Gesù si è stancato nel viaggio. Vediamo Gesù pieno di forza, e lo vediamo debole; è forte e debole: forte perché « in principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio »… Vuoi vedere com'è forte il Figlio di Dio? « Tutto fu fatto per mezzo di lui, e niente fu fatto senza di lui » (Gv 1,1-2); e tutto senza fatica. Chi, dunque, è più forte di lui che ha fatto tutte le cose senza fatica? Vuoi vedere ora la sua debolezza? « Il Verbo si è fatto carne e abitò fra noi » (Gv 1,14).

 

La forza di Cristo ti ha creato, la debolezza di Cristo ti ha ricreato. La forza di Cristo ha chiamato all'esistenza ciò che non era, la debolezza di Cristo ha impedito che si perdesse ciò che esisteva. Con la sua forza ci ha creati, con la sua debolezza è venuto a cercarci. E' con la sua debolezza che egli nutre i deboli, come la gallina nutre i suoi pulcini: « Quante volte - dice a Gerusalemme - ho voluto raccogliere i tuoi figli sotto le ali, come la gallina i suoi pulcini, e tu non l'hai voluto! » (Lc 13,34)…

 

Così era Gesù, debole e stanco per il cammino. Il suo cammino è la carne che per noi ha assunto. Perché, come potrebbe muoversi colui che è dovunque e che da nessuna parte è assente? Se va, se viene, se viene a noi, è perché ha assunto la forma della carne visibile. Poiché dunque si è degnato di venire a noi apparendo in forma di servo per la carne assunta, questa stessa carne assunta è il suo cammino. Perciò « stanco per il cammino », che altro significa se non affaticato nella carne? Gesù è debole nella carne, ma tu non devi essere debole; dalla debolezza di lui devi attingere la forza, perché « la debolezza di Dio è più forte degli uomini » (1 Cor 1,25). La sua debolezza è la nostra forza.

 

III° settimana di Quaresima - LODI  Domenica                                                     Gv 9, 1-41    

 

Contro le eresie V,15,2-4 ; SC 153, 205-211

 

 

IL CIECO NATO

 Sant’Ireneo di Lione nel secondo secolo

 

         Agendo in favore del cieco nato, non semplicemente con una parola bensì con un’azione il Signore gli ha reso la vista. Non ha agito in questo modo senza ragione o per caso, ma per fare conoscere la Mano di Dio che, in principio, aveva plasmato l’uomo. Perciò quando i suoi discepoli gli hanno domandato per colpa di chi, sua o dei suoi genitori quest’uomo era nato cieco, il Signore ha dichiarato : « Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio ».  Queste « opere di Dio », sono prima la creazione dell’uomo. Infatti la Scrittura ce la descrive proprio come un’azione : « Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo » (Gen 2,7). Per questo il Signore sputò per terra, fece del fango con la saliva, e spalmò il fango sugli occhi del cieco. Mostrava così in quale modo ebbe luogo la creazione originale, e per coloro che erano in grado di capire, manifestava la Mano di Dio che aveva plasmato l’uomo con la polvere…

 

         E poiché, in questa carne plasmata in Adamo, l’uomo era caduto nella trasgressione e quindi aveva bisogno del lavacro di rigenerazione (Tt 3,5), il Signore ha detto al cieco nato, dopo aver spalmato il fango sui suoi occhi : « Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe ». Gli concedeva nello stesso tempo il rimodellare e la rigenerazione operata dal lavacro. Perciò, dopo essersi lavato, « tornò che ci vedeva », affinché potesse riconoscere colui che lo aveva rimodellato e imparasse allo stesso tempo chi fosse il Signore che gli aveva reso la vista…

 

         Così colui che, in principio, aveva plasmato Adamo e al quale il Padre aveva detto : « Facciamo l’uomo, a nostra immagine, a nostra somiglianza » (Gen 1,26), proprio lui, in persona si è manifestato agli uomini alla fine dei tempi e ha rimodellato gli occhi di questo discendente di Adamo.

 

III° settimana di Quaresima - VESPRI Domenica

Lett. 80, 1-5

 

 

Il miracolo del cieco nato

 Sant’Ambrogio nel IV secolo

 

A che cosa mira con il miracolo del cieco nato colui che con un comando infondeva la vita..? Che cosa vuol significare ripeto, quando sputa e fa del fango con cui unge gli occhi del cieco e gli dice: “Va a lavarti nella piscina di Siloe (che  significa: Inviato); quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.”? Qual è il motivo di tutto ciò? Grande, se non erro, perché chi è toccato da Gesù vede di più:

Riconosci la sua divinità e la sua santità. Come luce egli toccò e la infuse; come sacerdote, prefigurando il battesimo, realizzò il mistero della grazia spirituale. Sputò perché ti accorgessi che tutto nel Cristo è luce, e che vede realmente chi è purificato da quanto proviene da Cristo; la sua parola ci monda, come egli disse: “Voi siete già mondi per la parola che vi ho annunziato.”

Il fatto poi che egli fece del fango e lo spalmò sugli occhi del cieco significa che colui che aveva plasmato l’uomo col fango, gli rese la salute con lo stesso fango. E cioè, che il fango della nostra carne riceve la luce della vita eterna mediante il sacramento del battesimo.

Avvicinati anche tu a Siloe, cioè a colui che è stato mandato dal Padre, come disse:” La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato.” Ti lavi Cristo perché tu possa vedere. E’ giunto il tempo: vieni al battesimo; vieni in fretta per poter dire come quel cieco, dopo aver riacquistata la vista: Prima ero cieco e ora ho incominciato a vedere: “La notte è avanzata, è vicino il giorno.”

 

III° settimana di Quaresima - LODI Martedì                                                   Mt 18, 21-35

 

Omelie sul vangelo di Matteo, n° 61

 

« Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6,12)

San Giovanni Crisostomo nel quarto secolo

 

         Due cose ci chiede Cristo: condannare i nostri peccati, perdonare quelli degli altri, fare la prima cosa a motivo della seconda, che allora sarà più facile; chi pensa, infatti, ai propri peccati, sarà meno severo riguardo al suo compagno di miseria. E perdonare non soltanto con la bocca, ma “di tutto cuore”, per non rivolgere contro di  noi la spada con la quale pensiamo di trafiggere gli altri. Che male può farti il tuo nemico, di paragonabile a quello che fai tu?... Se ti lasci andare allo sdegno e all’ira, sarai ferito non dall’ingiuria che lui ti ha fatta, bensì dal risentimento che ne provi tu.

 

         Non dire dunque: “Egli mi ha oltraggiato, mi ha calunniato, mi ha accollato tante miserie”. Quanto più dici che ti ha fatto del male, tanto più mostri che ti ha fatto del bene, poiché ti ha dato l’occasione di purificarti dai tuoi peccati. Per cui, quanto più ti offende tanto più ti mette nello stato di ottenere da Dio il perdono delle tue colpe. Se infatti lo vogliamo, nessuno potrà nuocerci. Persino i nostri nemici ci rendono così un grande servizio... Considera dunque quanto trai vantaggio da una ingiustizia sopportata umilmente e con mitezza.

 

III° settimana di Quaresima - VESPRO Martedì

 

 

 

Perdonate e vi sarà perdonato

di sant’Agostino, nel V sec.

  

 

         Due sono le opere di misericordia che ci liberano, e che lo stesso Signore ha brevemente esposto nel vangelo: “Perdonate e vi sarà perdonato; date e vi sarà dato” (Lc 6, 37-38). La prima si riferisce al perdono; l’altra si riferisce alla concessione di un bene. E anche questo riguarda il perdono. Tu hai bisogno di essere perdonato quando pecchi, e nello stesso tempo hai qualcuno a cui perdonare. La concessione di un bene te la chiede un mendicante, ma anche tu sei mendicante di Dio. Tutti infatti quando preghiamo siamo mendicanti di Dio: stiamo davanti alla porta del grande Padre di famiglia, ci prostriamo, supplichiamo, piangiamo, desiderando ricevere qualcosa che è Dio stesso. Che ti domanda il mendico? Il pane. E tu cosa chiedi a Dio se non Cristo che dice: “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo?” (Gv 6, 51). Volete essere perdonati? Perdonate: “Perdonate e vi sarà perdonato” (Lc 6, 37). Volete ricevere? “Date e vi sarà dato” (Lc 6, 38). Se infatti consideriamo i nostri peccati e passiamo in rassegna quanto abbiamo commesso con le opere, con l’udito, col pensiero, in innumerevoli modi, non so se possiamo dormire in pace. Ogni giorno dunque chiediamo, ogni giorno pregando ci rivolgiamo a Dio perché ci ascolti, ogni giorno ci prostriamo dicendo: “Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori” (Mt 6, 12). Quali debiti? Tutti o una parte? Risponderai: Tutti. Così fa’anche tu col tuo debitore. Stabilisci dunque questa norma, dichiara questa condizione; perciò quando preghi ricordati di questo patto per poter dire: “Rimetti a noi, come noi rimettiamo ai nostri debitori” (Mt 6, 12).

 

III° settimana di Quaresima - LODI Mercoledì                                             Mt 5, 17-19

Lo Spirito e la lettera ; PL 44, 217s

Versione mod

 

« Non sono venuto per abolire, ma per dare compimento »

 Sant’Agostino nel quinto secolo

 

La grazia, un tempo nascosta e velata nel Antico Testamento è stata rivelata nel Vangelo del Cristo secondo un'ordinatissima distribuzione dei tempi fatta da Dio, che sa disporre bene tutti gli eventi... In tale mirabile coincidenza c'è questa grande differenza tra due epoche: Nel Sinai, il popolo non osava accostarsi al luogo dove il Signore donava la sua legge; nel Cenacolo invece lo Spirito Santo discende su coloro ai quali era stato promesso e che per aspettarlo si erano riuniti insieme in un sol luogo (Es 19,23; At 2,1). Prima il Dito di Dio operò in tavole di pietra; ora scrive nei cuori degli uomini (2 Cor 3,3). Un tempo,  la legge fu proposta esternamente e spaventava gli ingiusti, ora è data interiormente perché gli ingiusti fossero da essa giustificati.

 

Infatti tutto ciò che fu scritto su quelle tavole: “Non commettere adulterio, non uccidere, non desiderare”, e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole: “Amerai il prossimo tuo come te stesso”. L'amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l'amore (Rm 13,9-10). L'amore “è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Rm 5,5).

 

III° settimana di Quaresima - VESPRI Mercoledì

 

 

 

Il primo e il più grande precetto della Legge

di sant’ Ireneo di Lione, nel II sec 

 

 

         “Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la vostra tradizione”. Volendo rivendicare queste tradizioni, non vollero essere soggetti alla legge di Dio che li preparava alla venuta di Cristo, ma rimproveravano il Signore che guariva di sabato, il che non era proibito dalla legge: questa stessa infatti in alcuni casi lo prevedeva, circoncidendo l’uomo di sabato. Ma non rimproveravano a se stessi di trasgredire il comandamento di Dio per la tradizione e per la suddetta legge farisaica, non tenendo conto del principale precetto della legge, cioè dell’amore verso Dio. Poiché questo è il primo e massimo comandamento, e il secondo è l’amore del prossimo, il Signore insegnò che tutta la legge e i profeti erano compresi in questi due precetti (Mt 23, 37). Egli stesso poi non venne a portare un precetto più grande di questo, ma lo rinnovò, ordinando ai suoi discepoli di amare Dio con tutto il cuore e gli altri come se stessi. Anche san Paolo dice che “pieno compimento della legge è l’amore” (Rm 13, 10); e quando finiranno tutte le altre cose, “rimangono la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità” (1 Co 13, 13). Né la scienza senza l’amore vale qualcosa davanti a Dio, né la comprensione dei misteri, né la fede, né la profezia: tutte le cose sono vuote e vane senza l’amore. Conseguire l’amore, invece, rende perfetto l’uomo, e chi ama Dio è perfetto in questo tempo e nel futuro; infatti amando Dio non periamo, ma quanto più l’avremo contemplato, tanto più lo ameremo.

 

         È chiaro che l’autore della legge e del vangelo è il medesimo, poiché in tutti e due il primo e massimo comandamento è amare Dio con tutto il cuore, e il secondo, amare il prossimo come se stessi, è simile al primo. Dunque i comandamenti della vita, compendiati tanto nel Nuovo che nell’Antico Testamento, essendo uguali, manifestano lo stesso Dio; il quale comandò i particolari precetti adatti a tutti e due i Testamenti, mentre i più importante e sublimi, senza i quali non ci si può salvare, li prescrisse tanto nell’uno che nell’altro.

 

III° settimana di Quaresima - LODI giovedì

 

Dal Libro di Vita di Gerusalemme

 

Capitolo UMILTA’ § 119

 

III° settimana di Quaresima - VESPRI Giovedì

                                                                                               Lc 11, 14-23

 

Omelia mariana ; SC 72

 

Il dito di Dio

 

Sant’Amedeo di Losanna nel dodicesimo secolo(

 

         « Mi venga in aiuto la tua mano ! » (Sal 118, 173). Il Figlio unico del Padre, per mezzo del quale egli ha creato tutte le cose, è chiamato la mano di Dio. Questa mano ha operato quando si è incarnata, non soltanto nel fatto che non ha causato a sua madre nessuna ferita, ma anche, secondo la testimonianza del profeta, addossandosi le nostre malattie, caricandosi delle nostre sofferenze (Is 53, 4).

 

         Sicuramente, questa mano, piena di rimedi diversi, ha guarito ogni malattia. Ha respinto ogni causa di morte ; ha risuscitato dei morti ; ha frantumato le porte degli inferi ; ha incatenato l’uomo forte e gli ha strappato via l’armatura ; ha aperto il cielo ; ha elargito lo Spirito di amore nei cuori dei suoi. Questa mano libera i prigionieri e dona la vista ai ciechi ; rialza coloro che sono caduti ; ama i giusti e custodisce i forestieri ; accoglie l’orfano e la vedova. Strappa dalla tentazione coloro che sono in pericolo ; ristora, riconfortandoli, coloro che soffrono ; ridà gioia agli afflitti ; ripara sotto la sua ombra coloro che faticano ; scrive per coloro che vogliono meditare la sua Legge ; tocca e benedice il cuore di coloro che pregano ; li rafforza nell’amore, per mezzo del suo contatto ; li fa progredire e perseverare nella sua azione. Infine, li conduce alla patria ; li riporta al Padre.

 

         Infatti, si è fatta carne per attirare l’uomo attraverso l’Uomo, per riportare, nel suo amore, la pecora smarrita al Padre onnipotente e invisibile. Poiché questa pecora, avendo lasciato Dio, era caduta « nella carne », era necessario che questa mano, fatta uomo, venisse a sollevarla « dalla sua carne » per riportarla al Padre, nello Spirito di amore.

 

III° settimana di Quaresima - LODI Venerdì                                                   Mc 12, 28-34           

           

Regole più ampie, Q 1-2

 

 

Dialogo sui comandamenti dell’amore

 

San Basilio Magno  nel quarto secolo

 

         Vi preghiamo prima di dirci se i comandamenti di Dio si seguono secondo un certo ordine. Cioè se c’è un primo comandamento, un secondo, un terzo e così via?

 

         Il Signore in persona ha determinato l’ordine da osservare nei suoi comandamenti. Il primo e il più grande è quello che riguarda alla carità verso Dio, e il secondo, che è simile al primo, o piuttosto ne è il compimento e la conseguenza, riguarda all’amore per il prossimo.

 

         : Parlateci prima dell’amore per Dio. Siamo d’accordo che si deve amare Dio, ma come dobbiamo amarlo?...

         : L’amore verso Dio non si insegna. Nessuno ci ha insegnato a godere della luce né a custodire la vita al di sopra di tutto; allo stesso modo nessuno ci ha insegnato ad amare coloro che ci hanno dati alla luce e ci hanno educati. Allo stesso modo, o piuttosto, a maggior ragione, non impariamo ad amare Dio per mezzo di un insegnamento esteriore. Nella natura stessa degli essere viventi – voglio dire dell’uomo – è stato deposto una sorta di germoglio che contiene in sé il principio di questa disposizione ad amare. Alla scuola dei comandamenti di Dio conviene cogliere questo germoglio, coltivarlo diligentemente, nutrirlo con cura, e portarlo al suo sbocciare mediante la grazia divina. Approvo il vostro zelo. Esso è indispensabile per giungere alla meta.

 

         Si deve sapere che questa virtù di carità è una, ma in potenza abbraccia tutti i comandamenti. “Se uno mi ama, dice il Signore, osserverà la mia parola” (Gv 14,23), e ancora: “Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti” (Mt 22,20).

 

III° settimana di Quaresima - VESPRI Venerdì                                                  Mc 12, 28-34

 

Discorsi, 22-25

  

 

Amore per Dio, amore per il prossimo

 San Cesario di Arles nel quarto secolo

 

         Se hai l’amore, possiedi Dio, e se possiedi Dio, cosa ti manca? Cosa possiede il ricco, se non ha l’amore? Cosa manca al povero, se ha l’amore? Forse pensi che sia ricco colui la cui cassa è piena di oro?... Sbagli, perché è veramente ricco colui in cui Dio si degna di abitare. Cosa potrai ignorare delle Scritture se l’amore, cioè Dio, ha cominciato a possederti? Quale opera buona non potrai fare, se sei degno di portare nel tuo cuore la fonte di ogni beneficio? Quale avversario potrai temere  se meriti di avere Dio dentro di te come re?...

 

         Impariamo dunque, fratelli carissimi, ad amare Dio con tutto il nostro cuore, e cominciamo dall’amare tutti gli uomini come noi stessi. Se lo faremo, nessun conflitto, nessun motivo di litigio, nessun processo potrà separarci, noi e il nostro prossimo, dall’amore di Dio. Ama tutti gli uomini con tutto il tuo cuore, e fai quello che vuoi. Ama coloro che sono giusti, perché già sono buoni, ma prega perché diventino ancora migliori. Ama coloro che sono ingiusti perché sono uomini, pur detestando quello che hanno di cattivo, e spera costantemente che Dio nella sua misericordia li converta alla bontà.

 

III° settimana di Quaresima - LODI  Sabato                                                           Lc 18, 9-14

 

Scritto autobiografico C, 36r°-v°

 

 

Con la fiducia e con l’amore

 Santa Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo

 

Ecco la mia preghiera: chiedo a Gesù di attirarmi nel fuoco del suo amore, di unirmi a lui così strettamente che in me viva e agisca lui. Sento che, quanto più il fuoco dell'amore infiammerà il mio cuore, quanto più dirò: «Attirami», tanto più le anime che si avvicineranno a me (povero piccolo detrito di ferro inutile, se mi allontanassi dalla fornace divina) correranno anch'esse rapidamente all'effluvio dei profumi del loro Amato...

Mia cara Madre, adesso vorrei dirle che cosa inten­do per «effluvio dei profumi» dell'Amato. Poiché Gesù è sali­to al cielo, posso seguire solo le tracce che egli ha lasciato, ma sono tracce così luminose, così profumate! Se appena do un'occhiata al santo Vangelo, respiro il profumo della vita di Gesù, e so da quale parte correre... Non mi slancio verso il primo posto, ma verso l'ultimo; invece di farmi avanti insieme col fariseo, ripeto, piena di fiducia, la preghiera umile del pub­blicano, soprattutto seguo l'esempio della Maddalena. La sua audacia stupefacente, o piuttosto amorosa, che incanta il Cuore di Gesù, seduce il mio.

Sì, lo sento, anche se avessi sulla coscienza tutti i peccati che si possono commettere, andrei, col cuore spezzato dal pentimento, a gettarmi tra le braccia di Gesù, poiché so quanto egli ami il figliuol prodigo che ritorna a lui. Non perché il Signore, nella sua misericordia prevenien­te, ha preservato la mia anima dal peccato mortale, io m'innal­zo a lui con la fiducia e con l'amore.

 

III° settimana di Quaresima - PRIMI VESPRI Sabato

 

 

Il mistero della nostra riconciliazione

di san Leone Magno, papa, nel V sec.

 

 

 

            Dalla Maestà divina fu assunta l’umiltà della nostra natura, dalla forza la debolezza, da colui che è eterno, la nostra mortalità; e per pagare il debito che gravava sulla nostra condizione, la natura impassibile fu unita alla nostra natura passibile. Tutto questo avvenne perché, come era conveniente per la nostra salvezza, il solo e unico mediatore tra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, immune dalla morte per un verso, fosse, per l’altro, ad essa soggetto.

 

         Vera, integra e perfetta fu la natura nella quale è nato Dio, ma nel medesimo tempo, vera e perfetta la natura divina nella quale rimane immutabilmente. Il lui c’è tutto della sua divinità e tutto della nostra umanità.

 

         Per nostra natura intendiamo quella creata da Dio al principio e assunta, per essere redenta, dal Verbo. Nessuna traccia invece vi fu nel Salvatore di quelle malvagità che il seduttore portò nel mondo e che furono accolte dall’uomo sedotto. Volle addossarsi certo la nostra debolezza, ma non essere partecipe delle nostre colpe.

 

         Assunse la condizione di schiavo, ma senza la contaminazione del peccato. Sublimò l’umanità, ma non sminuì la divinità. Il suo annientamento rese visibile l’Invisibile e mortale il Creatore e Signore di tutte le cose. Ma il suo fu piuttosto un abbassarsi misericordioso verso la nostra miseria, che una perdita della sua potestà e del suo dominio. Fu creatore dell’uomo nella condizione divina e uomo nella condizione di schiavo. Questo fu l’unico e medesimo Salvatore.

 

IV° settimana di Quaresima - LODI Domenica

Triodo del Mattutino del Sabato di Lazzaro,

Odi 6-9

 

« Gesù scoppiò in pianto.  Dissero allora i giudei : Vedi come lo amava »

 San Giovanni Damasceno nell’ottavo secolo

 

 

         Essendo tu Dio vero, conoscevi, Signore, il sonno di Lazzaro e l’hai predetto ai tuoi discepoli… Essendo nella carne, pur essendo senza limiti, vieni a Betania. Vero uomo, piangi su Lazzaro ; Vero Dio, risusciti con la tua sola volontà, questo morto di quattro giorni. Abbi pietà di me, Signore ; tante sono le mie trasgressioni. Sollevami dall’abisso dei mali, ti supplico. Verso di te ho gridato, ascoltami, Dio della mia salvezza.

         Piangendo sul tuo amico, nella tua compassione hai messo fine alle lacrime di Marta, e con la tua Passione volontaria, hai asciugato le lacrime su ogni volto del tuo popolo (Is 25, 8). « Benedetto il Signore, Dio dei padri nostri » (Esd 7,27). Custode della vita, hai chiamato un morto come se stesse dormendo. Con una parola, hai strappato il ventre degli inferi e hai risuscitato colui che si mise a cantare : « Benedetto il Signore, Dio dei padri nostri ». Rialza anche me, che sono strangolato dai legami dei miei peccati, affinché io canti : « Benedetto il Signore, Dio dei padri nostri »…

         Come segno di riconoscenza, Maria ti porta, Signore, un vaso di mirra, come fosse dovuto per suo fratello (Gv 12,3), e lei ti canta nei secoli. In quanto mortale, invochi il Padre ; in quanto Dio, svegli Lazzaro. Per questo ti cantiamo, o Cristo, nei secoli dei secoli… Svegli Lazzaro, un morto di quattro giorni ; lo fai risorgere dal sepolcro, designandolo così testimone veritiero della tua risurrezione il terzo giorno. Cammini, piangi, parli, mio Salvatore, mostrando la tua natura umana ; ma svegliando Lazzaro, riveli la tua natura divina. In modo indicibile, Signore, mio Salvatore, secondo le tue due nature, sovranamente, hai compiuto la mia salvezza.

 

IV° settimana di Quaresima - VESPRI Domenica

 

“Tu sei la Vita e la Risurrezione”

 Romano il Melode nel sesto secolo

 

 

Sei venuto alla tomba di Lazzaro,

Signore, e il morto di quattro giorni

lo hai risuscitato dopo avere

incatenato l’Ade, o Potente.

Per compassione delle lacrime

di Maria e di Marta, tu le hai confortate

dicendo: «Risusciterà, si alzerà dicendo:

“Tu sei la Vita e la Risurrezione”

 

Quando consideriamo la tomba e quanti essa accoglie, ci viene da piangere; non dovremmo però, perché sappiamo da dove quelli sono usciti, dove stanno ora e presso chi sono.

Essi sono usciti dalla vita effimera, liberati dalle loro pene; stanno nel riposo in attesa della luce divina; Colui che li ha con sé è l’Amico degli uomini, che li ha sciolti dalla veste peritura per rivestirli di un corpo eterno. Perché dunque gemiamo senza ragione? Perché non abbiamo fiducia nel Cristo che dice:«Chi crede in me non perirà », perché anche se vede la corruzione, dopo la corruzione almeno risusciterà, si alzerà dicendo: “Tu sei la Vita e la Risurrezione”

 

Il credente può sempre quanto vuole, poiché possiede la fede che tutto può e tramite di questa riceve dal Cristo ciò che a lui domanda. La fede difatti è il grande tesoro, che tutto rende possibili all’uomo: Maria e Marta la possedevano e se ne gloriavamo, e quando videro ammalarsi il fratello Lazzaro, il fedele, mandarono a dire al Plasmatore: «Accorri, Maestro: ecco, colui che ami è malato. Se tu accorri, egli sarà salvato. Sì, se lasci splendere il tuo volto, risusciterà, si alzerà dicendo: “Tu sei la Vita e la Risurrezione”

 

IV° settimana di Quaresima - LODI Martedì

Gv 5, 1-3.5-16

 

N°6

 

 

 

« L’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna » (Gv 4,14)

 Scritti cristiani nel secondo secolo

 

  

         Il Signore si è fatto conoscere meglio. Si adopera per far conoscere meglio i doni ricevuti dalla sua grazia. Ci ha concesso di lodare il suo nome; i nostri spiriti cantano il suo Spirito Santo. Infatti ha fatto scaturire un ruscello ; esso è divenuto un torrente largo e potente (Ez 47, 1s). Ha inondato e solcato l’universo, l’ha trascinato via e portato verso il Tempio. Gli ostacoli posti dagli uomini non hanno potuto fermarlo, neanche gli artifici ai quali ricorrono coloro che costruiscono dighe. Perché esso è venuto su tutta la terra e l’ha interamente riempita.

 

         Hanno bevuto, tutti gli assetati della terra ; la loro sete è stata placata, perché l’Altissimo ha dissetato i suoi. Beati quei servi ai quali egli ha affidato le sue acque. Hanno potuto placarvi le loro labbra inaridite e raddrizzare le loro volontà inferme. Le anime che morivano sono state strappate dalla morte ; le membra spossate sono state raddrizzate e stanno in piedi. Hanno dato fortezza ai loro passi e luce ai loro occhi. Sono stati conosciuti da tutti nel Signore ; vivono grazie all’acqua viva in eterno. (…)!

 

IV° settimana di Quaresima - VESPRI Martedì

Gv 5, 1-3.5-16

 

Disorso per la Quaresima;

CC Sermon 50, 202-204 ; PL 57, 585A-586B

 

  

« Vuoi guarire ? » La Quaresima conduce al battesimo

 San Massimo di Torino nel quinto secolo

 

 

         Leggiamo nell’Antico Testamento che al tempo di Noè, mentre l’intero genere umano era in preda al peccato, le cataratte del cielo si sono aperte e durante quaranta giorni, le piogge si sono abbattute ; simbolicamente, la terra ha ricevuto l’acqua per quaranta giorni. Più di un diluvio, si tratta di un battesimo. Infatti è proprio un battesimo che ha spazzato via l’iniquità dei peccatori e risparmiato la giustizia di Noè. Allo stesso modo, oggi il Signore ha dato anche a noi la Quaresima affinché, per lo stesso numero di giorni, si aprano i cieli per inondarci dell’acquazzone della misericordia divina. Una volta lavati, nelle acque salutari del battesimo, il sacramento ci illumina ; come in questi tempi, le acque spazzano via l’iniquità delle nostre colpe e rassodano la giustizia delle nostre virtù.

 

         La situazione di oggi è simile a quella del tempo di Noè. Il battesimo è diluvio per il peccatore e consacrazione per coloro che sono fedeli. Nel battesimo il Signore salva la giustizia e distrugge l’iniquità. Lo vediamo nell’esempio di un unico uomo ; l’apostolo Paolo, prima di essere stato purificato dai precetti spirituali, era persecutore e blasfemo. Una volta bagnato dalla pioggia celeste del battesimo, il bestemmiatore è morto, morto il persecutore, morto Saul ; allora nasce l’apostolo, il giusto, Paolo… Chiunque vivrà religiosamente la Quaresima e osserverà le prescrizioni del Signore vedrà morire in sé il peccato e vivere la grazia : egli succedendo, in un certo senso, a se stesso, muore in quanto peccatore, e vive come giusto.

 

IV° settimana di Quaresima - LODI Mercoledì

Gv 5, 17-30

 

Discorsi sul vangelo di Giovanni,

 49, 1-3 ; CCL 36, 419-421

(Nuova Biblioteca Agostiniana)

 

«Verrà l’ora in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio »

 Sant’Agostino nel quinto secolo

 

         Fra tutti i miracoli compiuti da nostro Signore Gesù Cristo, quello della risurrezione di Lazzaro è forse il più strepitoso. Ma se consideriamo chi è colui che lo ha compiuto, la nostra gioia dovrà essere ancora più grande della meraviglia. Risuscitò un uomo colui che fece l'uomo; egli infatti è l'Unigenito del Padre, per mezzo del quale, come sapete, furon fatte tutte le cose (Gv 1,3). Ora, se per mezzo di lui furon fatte le cose, fa meraviglia che per mezzo di lui sia risuscitato uno, quando ogni giorno tanti nascono per mezzo di lui? …

 

Tu hai udito che il Signore Gesù risuscitò un morto: ciò ti basti per convincerti che, se avesse voluto , avrebbe potuto risuscitare tutti i morti. Del resto si è riservato di far questo alla fine del mondo; poiché « verrà l'ora in cui tutti quelli che sono nei sepolcri, udranno la sua voce e ne usciranno »; così dice colui che, come avete sentito, con un grande miracolo risuscitò uno che era morto da quattro giorni. Egli risuscitò un morto in decomposizione; ma benché in tale stato, quel cadavere conservava ancora la forma delle membra. Nell'ultimo giorno, ad un cenno, ricostituirà il corpo dalle ceneri. Ma bisognava che intanto compisse alcune cose, che a noi servissero come segni della sua potenza per credere in lui, e prepararci a quella risurrezione che sarà per la vita, non per il giudizio. E' in questo senso che egli ha detto: « Verrà l'ora in cui tutti quelli che sono nei sepolcri, udranno la sua voce e ne usciranno, quelli che hanno agito bene per la risurrezione della vita, quelli che hanno agito male per la risurrezione del giudizio » (Gv 5, 28-29)…

 

Se però rivolgiamo la nostra attenzione ad opere di Cristo più meravigliose di questa ci rendiamo conto che ogni uomo che crede risorge; se poi riuscissimo a comprendere l'altro genere di morte molto più detestabile, (quello cioè spirituale), vedremmo come ognuno che pecca muore. Se non che tutti temono la morte del corpo, pochi quella dell'anima… Oh, se riuscissimo a spingere gli uomini, e noi stessi insieme con loro, ad amare la vita che dura in eterno almeno nella misura che gli uomini amano la vita che fugge! 

 

IV° settimana di Quaresima -  VESPRI Mercoledì

                                                                       Gv 5,17-30

Discorso 97

« È venuto il momento in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio »

Sant’Agostino nel quinto secolo

 

 

         « Svégliati, o tu che dormi, déstati dai morti e Cristo ti illuminerà » (Ef 5, 14). Intendi bene di quali morti si tratta quando odi « déstati dai morti ». Sovente, anche di quelli che evidentemente sono morti, si dice che dormono ; e davvero dormono tutti, per colui che può svegliarli. Per te un morto è proprio morto : per quanto lo si colpisca, lo si scuota, non si sveglierà. Mentre per Cristo era soltanto addormentato, colui al quale ha ordinato : « Alzati ! » e subito si levò (Lc 7, 14). È facile svegliare dal suo letto uno che dorme ; più facilmente ancora, Cristo sveglia un morto sepolto…

         « Già manda cattivo odore poiché è di quattro giorni » (Gv 11, 39). Ma viene il Signore e per lui tutto è facile. Nessun legaccio resiste alla voce del Salvatore ; le potenze degli inferi tremano e Lazzaro appare, vivo… Per la volontà vivificante di Cristo, anche coloro che sono morti da lungo tempo, non sono che addormentati.

         Lazzaro uscito dal sepolcro era ancora incapace di camminare. Perciò il Signore ordinò ai suoi discepoli : « scioglietelo e lasciatelo andare ». Cristo lo aveva risuscitato ; loro lo liberavano dai suoi legacci. Vedete cosa opera il  Signore per riportare uno alla vita : schiavo dell’abitudine, costui ode le esortazioni della Parola divina… Ammoniti vivamente, i peccatori si ripiegano in sè, cominciano a rivedere la loro vita e a sentire il peso delle loro cattive abitudini. Decidono di cambiare vita ; eccoli risuscitati ! Ma, anche se viventi, non possono ancora camminare ; bisogna che i loro legacci siano sciolti ; questo lo operano gli apostoli : « Tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo » (Mt 18, 18).

 

IV° settimana di Quaresima - LODI Giovedì

Gv 5, 31-47

Lettera 53, a san Paolino, vescovo di Nola

 

« Se credeste infatti a Mosè, credereste anche a me; perché di me egli ha scritto »

 San Girolamo nel quinto secolo

 

         C’è una “sapienza di Dio, misteriosa e rimasta nascosta, che Dio ha preordinato prima dei secoli per la nostra gloria”. Questa sapienza di Dio, è Cristo; Egli è “potenza di Dio e sapienza di Dio”... Nel Figlio infatti “sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza” ; nascosto nel mistero, destinato prima dei secoli, egli è stato predestinato e prefigurato nella Legge e nei Profeti.

         Per questo motivo, i profeti erano chiamati “veggenti”; vedevano infatti colui che era rimasto nascosto e sconosciuto dagli altri. Anche Abramo “vide il suo giorno e se ne rallegrò”. Per Ezechiele il cielo si è aperto, mentre per il popolo peccatore rimaneva chiuso. “Aprimi gli occhi, disse Davide, perché io veda le meraviglie della tua Legge”. La Legge infatti è spirituale, per capirla, bisogna che “il velo sia tolto” e che sia contemplata “la gloria del Signore a viso scoperto”.

         Nell’Apocalisse, viene mostrato un libro sigillato con sette sigilli... Quanti uomini oggi, mentre pretendono di essere istruiti, tengono in mano in effetti un Libro sigillato! E sono incapaci di aprirlo a meno che non venga aperto da “colui che ha la chiave di Davide: quando egli apre nessuno chiude, e quando chiude nessuno apre”. Negli Atti degli Apostoli, l’eunuco  stava leggendo il profeta Isaia...; eppure, ignorava colui che stava venerando in questo libro senza conoscerlo. Sopravvenne Filippo; gli mostrò Gesù nascosto sotto la lettera... Capisci dunque che non puoi incamminarti nelle Sacre Scritture senza avere una guida che ti mostri la strada.

 

(Riferimenti biblici : 1 Cor 2,7 ; 1 Cor 1,24 ; Col 2,3 ; 1 Sm 9,9 ; Gv 8,56 ; Sal 118,18 ; 2 Cor 3,16-18 ; Ap 5,1 ; Ap 3,7 ; At 8,26s)

 

IV° settimana di Quaresima - VESPRI Giovedì

Gv 5, 31-47

 

Commento sul Diatèsaron,

 I, 18-19 ; SC 121, 52-53

(In l'Ora dell'Ascolto p. 1408)

 

 

« Voi scrutate le Scritture… ; ebbene, sono proprio esse che mi rendono testimonianza »

Sant’Efrem Siro nel quarto secolo

 

 

         La parola del Signore è un albero di vita che, da ogni parte, ti porge dei frutti benedetti. Essa è come quella roccia aperta nel deserto, che divenne per ogni uomo da ogni parte, una bevanda spirituale. Essi mangiarono, dice l’Apostolo, un cibo spirituale e bevvero una bevanda spirituale (1 Cor 10,3 ; Es 17,1).

 

         Colui al quale tocca una di queste ricchezze non creda che non vi sia altro nella parola di Dio oltre a ciò che egli ha trovato. Si renda conto piuttosto che egli non è stato capace di scoprirvi se non una sola cosa fra molte altre. Dopo essersi arricchito della parola, non creda che questa venga da ciò impoverita. Incapace di esaurirne la ricchezza, renda grazie per l’immensità di essa. Rallégrati perché sei stato saziato, ma non rattristarti per il fatto che la ricchezza della parola ti supera.

 

         Colui che ha sete è lieto di bere, ma non si rattrista perché non riesce a prosciugare la fonte. È meglio che la fonte soddisfi la tua sete, piuttosto che la sete esaurisca la fonte. Se la tua sete è spenta senza che la fonte sia inaridita, potrai bervi di nuovo ogni volta che ne avrai bisogno. Se invece saziandoti seccassi la sorgente, la tua vittoria sarebbe la tua sciagura. Ringrazia per quanto hai ricevuto e non mormorare per ciò che resta inutilizzato. Quello che hai preso o portato via è cosa tua, ma quello che resta è ancora tua eredità.

 

IV° settimana di Quaresima - LODI Venerdi

 

  

Libro di vita di Gerusalemme

 

Capitolo: Umiltà

 

 § 120

 

IV° settimana di Quaresima - VESPRI Venerdi

Gv 7, 1-2.10.25-30 

 

Commenti al vangelo di Giovanni,

omelia 28

« Non era ancora giunta la sua ora »

 Sant’Agostino nel quinto secolo

 

Ora si avvicinava la festa dei Giudei, detta delle Capanne. I fratelli di Gesù gli dissero: Parti di qui e vattene nella Giudea perché anche i tuoi discepoli vedano le opere che fai... E Gesù disse loro: “Il mio tempo non è ancora giunto, il vostro invece è sempre pronto” (Gv 7, 2-6)... La parola del Signore quindi: Il mio tempo non è ancora giunto, era la risposta al loro consiglio di gloria: il tempo della mia gloria non è ancora giunto. Notate come è profonda la sua risposta. Essi lo esortano a cercare la sua gloria, ma egli vuole che l'esaltazione sia preceduta dalla umiliazione e intende giungere alla gloria percorrendo la strada dell'umiltà. Quei discepoli che volevano sedersi uno alla sua destra e l'altro alla sua sinistra (Mc 10,37), cercavano anch'essi la gloria; miravano alla meta, ma non vedevano la via; il Signore li richiamò alla via, onde potessero con sicurezza raggiungere la patria. Eccelsa è la patria, umile è la via. La patria è la vita di Cristo, la via è la sua morte; la patria è lassù ove Cristo dimora presso il Padre, la via è la sua Passione...

Cerchiamo dunque di essere retti di cuore: il tempo della nostra gloria non è ancora giunto. Diciamo a coloro che, come i fratelli del Signore, amano il mondo: “Il vostro tempo è sempre pronto, mentre il nostro non è ancora giunto”. Osiamo dir questo anche noi. Dal momento che noi siamo il Corpo di nostro Signore Gesù Cristo, siamo sue membra, e con animo grato riconosciamo in lui il nostro capo, diciamolo pure, poiché egli stesso si è degnato di dirlo per noi. All'insulto di coloro che amano il mondo, rispondiamo: “Il vostro tempo è sempre pronto, mentre il nostro non è ancora giunto”. A noi infatti l'apostolo Paolo dice: “Voi siete morti, e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio”. Quando giungerà il nostro tempo? “Quando comparirà Cristo, che è la vostra vita, allora anche voi comparirete con lui nella gloria” (Col 3, 3).

“La nostra vita è nascosta con Cristo in Dio”. Così si può dire durante l'inverno: quest'albero è morto; ad esempio, questo fico, questo pero, questi alberi da frutta sembrano secchi; e per tutto l'inverno non danno segni di vita. Bisogna aspettare l'estate, bisogna aspettare il giudizio. La rivelazione di Cristo è la nostra estate: Dio verrà in modo manifesto, il nostro Dio verrà e non tacerà.

 

IV° settimana di Quaresima - LODI Sabato

Gv 7, 40-53

 

Salita del Monte Carmelo, II, cap. 22

 

 

« Mai un uomo ha parlato come parla quest’uomo »

 San Giovanni della Croce nel sedicesimo secolo

 

         Invero il Signore potrebbe dirci : « Se Io ti ho detto tutta la verità nella mia Parola, cioè nel mio Figlio, e non ho altro da manifestarti, come ti posso rispondere o rivelare qualche altra cosa? » … « Questo è il mio Figlio diletto nel quale mi sono compiaciuto, ascoltatelo » (Mt 17,5)… Ascoltatelo perché ormai non ho più materia di fede da rivelare e verità da manifestare…

« Se vuoi che Io ti dica qualche parola di conforto, guarda mio Figlio, obbediente a me e per amor mio sottomesso ed afflitto, e sentirai quante cose ti risponderà. Se desideri che io ti sveli alcune cose o avvenimenti nascosti, fissa in Lui i tuoi occhi e vi troverai dei misteri molto profondi, la sapienza e le meraviglie di Dio le quali, secondo quanto afferma il mio Apostolo, sono in Lui contenute : « Nel quale Figlio di Dio sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza di Dio » (Col 2,3), tesori di sapienza che saranno per te profondi, saporosi e utili più di tutte le cose che vorresti sapere. Per questo lo stesso Apostolo si gloriava dicendo di aver fatto intendere che egli « non conosceva se non Gesù Cristo e questo crocifisso » (1 Cor 2,2). Inoltre se tu desideri altre visioni e rivelazioni divine o corporee, mira il Cristo umanato e vi troverai più di quanto pensi, poiché S. Paolo afferma a tale proposito: « In Cristo dimora corporalmente tutta la pienezza della divinità » (Col 2,9).

         Per cui non è più il caso di interrogare Dio come prima, e non è più necessario che parli, poiché l’intera fede in Cristo è stata annunciata. Non c’è più materia di fede che debba essere rivelata e non ce ne sarà mai più.

 

IV° settimana di Quaresima - PRIMI VESPRI Sabato

 

Celebriamo la vicina festa del Signore con autenticità di fede

 Sant’Atanasio nel quarto secolo

 

 

Per prepararci come si conviene , alla grande solennità che cosa dobbiamo fare? Chi dobbiamo seguire come guida? Nessun altro certamente, o miei cari, se non colui che voi stessi chiamate, come me”Nostro Signore Gesù Cristo” Egli per l’appunto dice: “Io sono la via” (Gv 14, 6). Egli è colui che, al dire di san Giovanni, “toglie il peccato del mondo” (Gv 1, 29). Egli purifica le nostre anime, come afferma il profeta Geremia: Fermatevi nelle strade e guardate, e state attenti a quale sia la via buona, e in essa troverete la rigenerazione delle vostre anime (cfr. Ger 6, 16).

 

Un tempo era il sangue dei capri e la cenere di un vitello ad aspergere quanti erano immondi. Serviva però solo a purificare il corpo. Ora invece, per la grazia del Verbo di Dio, ognuno viene purificato in modo completo nello spirito.

 

Se seguiremo Cristo. potremo sentirci già ora negli atri della Gerusalemme celeste e anticipare e pregustare anche la festa eterna. Così fecero gli Apostoli, costituiti maestri della grazia per i loro coetanei e anche per noi. Essi non fecero che seguire il Salvatore: “Ecco noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito” (Mt 19, 27).

 

Seguiamo anche noi il Signore, cioè imitandolo, e così avremo trovato il modo di celebrare la festa non soltanto esteriormente, ma nella maniera più fattiva, cioè non solo con le parole, ma anche con le opere.

 

V° settimana di Quaresima - LODI Domenica

Gv 11,1-45

 

Discorsi sul vangelo di Giovanni,  49, 1-3 ; CCL 36, 419-421

(Nuova Biblioteca Agostiniana)

 

 Gesù gridò a gran voce : Lazzaro, vieni fuori !

di Sant’Agostino nel quinto secolo

 

 

         Fra tutti i miracoli compiuti da nostro Signore Gesù Cristo, quello della risurrezione di Lazzaro è forse il più strepitoso.

Tu hai udito che il Signore Gesù risuscitò un morto: ciò ti basti per convincerti che, se avesse voluto , avrebbe potuto risuscitare tutti i morti. Del resto si è riservato di far questo alla fine del mondo; poiché « verrà l'ora in cui tutti quelli che sono nei sepolcri, udranno la sua voce e ne usciranno.  Nell'ultimo giorno, ad un cenno, ricostituirà il corpo dalle ceneri. Ma bisognava che intanto compisse alcune cose, che a noi servissero come segni della sua potenza per credere in lui, e prepararci a quella risurrezione che sarà per la vita, non per il giudizio. E' in questo senso che egli ha detto: « Verrà l'ora in cui tutti quelli che sono nei sepolcri, udranno la sua voce e ne usciranno, quelli che hanno agito bene per la risurrezione della vita, quelli che hanno agito male per la risurrezione del giudizio » (Gv 5, 28-29)

Se però rivolgiamo la nostra attenzione ad opere di Cristo più meravigliose di questa ci rendiamo conto che ogni uomo che crede risorge; se poi riuscissimo a comprendere l'altro genere di morte molto più detestabile, (quello cioè spirituale), vedremmo come ognuno che pecca muore. Se non che tutti temono la morte del corpo, pochi quella dell'anima… Oh, se riuscissimo a spingere gli uomini, e noi stessi insieme con loro, ad amare la vita che dura in eterno almeno nella misura che gli uomini amano la vita che fugge! 

 

V° settimana di Quaresima - VESPRI Domenica

Dai «Discorsi» di san Leone Magno, papa

(Disc. 8 sulla passione del Signore, 6-8; PL 54, 340-342)

 

La croce di Cristo è la sorgente di ogni benedizione 

di San Leone Magno nel quarto secolo

 

         Il nostro intelletto, illuminato dallo Spirito di verià, deve accogliere con cuore libero e puro la gloria della Croce, che diffonde i suoi raggi sul cielo e sulla terra. Con l'occhio interiore deve scrutare il significat di ciò che disse nostro Signore, parlando dell'imminenza della sua passione: «E' giunta l'ora che sia glorificato il Figlio dell'uomo» (Gv 12, 23), e più avanti: Ora l'anima mia è turbata; e che devo dire? Padre, salvami da quest'ora? Ma per questo sono giunto a quest'ora! Padre, glorifica il Figlio tuo (Gv 12, 27-28). Ed essendosi fatta sentire dal cielo la voce del Padre, che dichiarava: «L'ho glorificato, e di nuovo Lo glorificherò», rispondendo ai circostanti, Gesù disse: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12, 30-32).

        Confessiamo dunque, o miei cari, quanto l'apostolo Paolo, dottore delle genti, ha dichiarato solennemente: «Questa parola è sicura e degna di essere da tutti accolta: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori» (1 Tm 1, 15). La misericordia di Dio verso di noi è davvero meravigliosa proprio perché Cristo non è morto solo per i giusti e i santi, ma anche per i cattivi e per gli empi. E, poiché la sua natura divina non poteva essere soggetta al pungolo della morte, egli, nascendo da noi, ha assunto quanto potesse poi offrire per noi.

        Un tempo infatti aveva minacciato la nostra morte con la potenza della sua morte dicendo per bocca del profeta Osea: «O morte, sarò la tua morte, o inferno, sarò il tuo sterminio» (Os 13, 14). Morendo, infatti, subì le leggi della tomba, ma, risorgendo, le infranse e troncò la legge perpetua della morte, tanto da renderla da eterna, temporanea. «Come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo» (1 Cor 15, 22).

 

V° settimana di Quaresima - LODI Martedì

Gv 8, 21-30 

Dicorsi diversi, n° 22

 

« Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che Io Sono »

 

San Bernardo nel dodicesimo secolo

 

 

         A Cristo Gesù devi tutta la tua vita, poiché egli ha dato la sua vita per la tua vita, e ha sopportato amari tormenti perché tu non sopportassi tormenti eterni. Cosa potrà essere per te duro o tremendo, quando ricorderai che colui che era di natura divina nel giorno della sua eternità, prima che nascesse l’aurora, tra santi splendori, lui, l’irradiazione della gloria di Dio e l’impronta della sua sostanza, è venuto nel tuo carcere, ad  affondare fino al collo, come è detto, nella profondità del tuo fango (Fil 2,6; Sal 109,3; Eb 1,3; Sal 68,3).

 

         Cosa potrà non sembrarti dolce, quando avrai raccolto nel tuo cuore tutte le sofferenze del tuo Signore e ricorderai prima la sottomissione della sua infanzia, poi le fatiche della sua predicazione, le tentazioni dei suoi digiuni, le sue veglie nella preghiera, le sue lacrime di compassione, le trame ordite contro di lui... e poi le ingiurie, gli sputi, i colpi, la frusta, la derisione, le canzonature, i chiodi, e quanto egli ha sopportato per la nostra salvezza?

 

         Quale compassione immeritata, quale amore gratuito così manifestato, quale stima inaspettata, quale mitezza stupenda, quale invincibile bontà! Il re della gloria (Sal 23) crocifisso per uno schiavo così spregevole! Chi ha mai udito una tale cosa, che ha mai visto una cosa simile? Infatti, “a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto” (Rm 5,7). Ma lui è morto per dei nemici e degli ingiusti, scegliendo di rinunciare al cielo per ricondurci in cielo, lui il mite amico, il saggio consigliere, il fermo sostegno. Che cosa renderò al Signore per quanto mi ha dato (Sal 115,3) ?

 

V° settimana di Quaresima - VESPRI Martedì

 Gv 8, 21-30

Commento al vangelo di Giovanni, 12, 11

(Nuova Biblioteca Agostiniana)

« Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che Io Sono »

Sant’Agostino nel quinto secolo

 

         Cristo prese sopra di sé la morte, e la inchiodò alla croce, e così i mortali vengono liberati dalla morte. Il Signore ricorda ciò che in figura avvenne presso gli antichi: « E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così deve essere innalzato il Figlio dell'uomo, affinché ognuno che crede in lui non perisca, ma abbia la vita eterna » (Gv 3, 14-15). Gesù allude ad un famoso fatto misterioso, ben noto a quanti hanno letto la Bibbia… Il Signore, infatti, ordinò a Mosè di fare un serpente di bronzo, e di innalzarlo su un legno nel deserto, per richiamare l'attenzione del popolo d'Israele, affinché chiunque fosse morsicato, volgesse lo sguardo verso quel serpente innalzato sul legno. Così avvenne; e tutti quelli che venivano morsicati, guardavano ed erano guariti (Nm 21, 6-9).

Che cosa sono i serpenti che morsicano? Sono i peccati che provengono dalla carne mortale. E il serpente innalzato? la morte del Signore in croce. E' stata raffigurata nel serpente, appunto perché la morte proveniva dal serpente (Gen 3). Il morso del serpente è letale, la morte del Signore è vitale. Si volge lo sguardo al serpente per immunizzarsi contro il serpente. Che significa ciò? Che si volge lo sguardo alla morte per debellare la morte. Ma alla morte di chi si volge lo sguardo? alla morte della vita, se così si può dire. E poiché si può dire, è meraviglioso dirlo. Esiterò a dire ciò che il Signore si degnò di fare per me? Forse che Cristo non è la vita? Tuttavia Cristo è stato crocifisso. Cristo non è forse la vita? E tuttavia Cristo è morto. Ma nella morte di Cristo morì la morte… ; la pienezza della vita inghiottì la morte. La morte fu assorbita nel corpo di Cristo. Così diremo anche noi quando risorgeremo, quando ormai trionfanti canteremo: « O morte, dov'è la tua vittoria? O morte, dov'è il tuo pungiglione? » (1 Cor 15, 55).

 

V° settimana di Quaresima - LODI Mercoledì

Gv 8, 31-42

Omelia n° 4, Sulla semplicità, 75-76 ; SC 44

 

« Se siete figli di Abramo, fate le opere di Abramo  »

Filosseno di Mabbug nel sesto secolo

 

         Alla prima chiamata, Abramo è partito alla sequela di Dio. Non si è fatto giudice della parola che gli veniva rivolta. Il suo attaccamento per la sua famiglia e per i suoi parenti non l’hanno trattenuto, né l’amore per la sua patria e per i suoi amici, né alcun altro legame umano. Invece appena udita la parola e saputo che essa veniva da Dio, l’ha ascoltata con semplicità, la sua fede l’ha ritenuta vera. Disprezzando tutto il resto, si è incamminato con l’innocenza della natura che non cerca di agire con astuzia né di fare il male. Egli è corso verso la parola di Dio come un bambino verso suo padre...

         Dio aveva detto: “Vàttene dal tuo paese, dalla tua patria, verso il paese che io ti indicherò” (Gen 12,1). Per fare trionfare la fede di Abramo e rendere lampante la sua semplicità, Dio non gli ha rivelato il paese dove lo chiamava; sembrava condurlo verso Canaan, eppure la promessa gli parlava di un altro paese, quello della vita che è nei cieli. Questo attesta san Paolo: “Egli aspettava la città dalle salde fondamenta, il cui architetto è costruttore è Dio stesso” (Eb 11,10)... Anzi, allo scopo di mostrarci più chiaramente che questa promessa non riguardava una patria terrena, Dio, dopo aver fatto uscire Abramo dalla sua patria, Ur dei Caldei, non l’ha condotto subito nel paese di Canaan, ma l’ha fatto rimanere prima a Carran. Non gli ha neanche rivelato subito il nome del paese dove lo conduceva; così Abramo non sarebbe uscito da Ur dei Caldei sul solo fascino di una ricompensa.

         Considera dunque tale partenza di Abramo, o discepolo, e la tua partenza assomigli alla sua! Non tardare a rispondere alla voce di Cristo che ti chiama. Un tempo si rivolgeva solo ad Abramo; oggi con il suo Vangelo, chiama quanti lo vogliono, li invita ad uscire dietro di lui, poiché la sua chiamata concerne tutti gli uomini... Un tempo ha scelto il solo Abramo; oggi domanda a tutti di imitare Abramo.

 

V° settimana di Quaresima - VESPRI Mercoledì

Gv 8, 31-42

Redemptor hominis, § 12

 

La verità vi farà liberi

Giovanni Paolo  II

 

          Gesù Cristo va incontro all'uomo di ogni epoca, anche della nostra epoca, con le stesse parole: «Conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi». Queste parole racchiudono una fondamentale esigenza ed insieme un ammonimento: l'esigenza di un rapporto onesto nei riguardi della verità, come condizione di un'autentica libertà; e l'ammonimento, altresì, perché sia evitata qualsiasi libertà apparente, ogni libertà superficiale e unilaterale, ogni libertà che non penetri tutta la verità sull'uomo e sul mondo.

Anche oggi, dopo duemila anni, il Cristo appare a noi come Colui che porta all'uomo la libertà basata sulla verità, come Colui che libera l'uomo da ciò che limita, menoma e quasi spezza alle radici stesse, nell'anima dell'uomo, nel suo cuore, nella sua coscienza, questa libertà. Quale stupenda conferma di ciò hanno dato e non cessano di dare coloro che, grazie a Cristo e in Cristo, hanno raggiunto la vera libertà e l'hanno manifestata perfino in condizioni di costrizione esteriore!

E Gesù Cristo stesso, quando comparve prigioniero dinanzi al tribunale di Pilato…,  non rispose forse: «Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità» (Gv 18,37)? Con queste parole pronunciate davanti al giudice, nel momento decisivo, era come se confermasse, ancora una volta, la frase già detta in precedenza: «Conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi». Nel corso di tanti secoli e di tante generazioni, cominciando dai tempi degli Apostoli, non è forse Gesù Cristo stesso che tante volte è comparso accanto ad uomini giudicati a causa della verità, e non è andato forse alla morte con uomini condannati a causa della verità? Cessa Egli forse di essere continuamente portavoce e avvocato dell'uomo, che vive «in spirito e verità»?

 

V° settimana di Quaresima - LODI Giovedì

Gv 8, 51-59

Omelie sulla Genesi, VIII, 6, 8, 9 : PG 12, 206-209

(In l'Ora dell'Ascolto p. 1216)

« Abramo esultò nella speranza di vedere il mio giorno ; e lo vide »

Origine nel terzo secolo

 

         «Abramo prese la legna dell’olocausto e la caricò sul figlio Isacco, prese in mano il fuoco e il coltello, poi proseguirono tutt’e due insieme. Isacco si rivolse al padre Abramo e disse: Ecco il fuoco e la legna, ma dov’è l’agnello per l’olocausto? Abramo rispose: Dio stesso provvederà l’agnello per l’olocausto, figlio mio» (Gen 22, 6-8). Mi commuove questa risposta di Abramo, così delicata e prudente. Non so che cosa egli prevedesse nella sua mente, poiché non parla al presente ma al futuro: «Dio stesso provvederà l’agnello». Al figlio che chiedeva in presente dà la risposta in futuro; poiché lo stesso Signore avrebbe provveduto l’agnello nella persona di Cristo…

         «Poi Abramo stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio ». Confrontiamo queste parole con ciò che dice l’Apostolo riguardo a Dio: «Egli non ha risparmiato il suo proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi» (Rm 8,32). Puoi vedere così che Dio gareggia con gli uomini nella sua straordinaria liberalità. Abramo offrì a Dio il figlio mortale, che però non sarebbe morto allora, mentre Dio consegna alla morte per tutti noi il suo Figlio immortale…

         «Allora Abramo alzò gli occhi e vide un ariete impigliato con le corna in un cespuglio. Cristo è il Verbo di Dio, ma il «Verbo si è fatto carne» (Gv 1,14)… Cristo dunque soffre, ma nella carne ; soggiace alla morte, ma nella carne, della quale l’ariete era una figura, come anche Giovanni diceva: «Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo» (Gv 1,29). Ma il Verbo conservò la sua impassibilità che è propria dello Spirito di Cristo, di cui Isacco è la figura. Perciò egli è vittima e pontefice secondo lo Spirito, poiché colui che offre al Padre la vittima secondo la carne, è lui stesso offerto sull’altare della croce.

 

V° settimana di Quaresima - VESPRI  Giovedì

Gv 8, 51-59

Contro le eresie, 4, 5-7 ; SC 100 

 

« Abramo vide il mio giorno, e se ne rallegrò »

Sant’Ireneo di Lione nel secondo secolo

 

         Poiché Abramo era profeta, vedeva nello Spirito il giorno della venuta del Signore e il disegno della sua Passione, per mezzo della quale lui stesso e tutti coloro che crederebbero in Dio verrebbero salvati. E trasalì di una grande gioia (Gn 17, 17). Abramo quindi conosceva il Signore, poiché desiderò vedere il suo giorno… desiderò vedere quel giorno per poter anche lui abbracciare Cristo, e avendolo visto in modo profetico, esultò.

 

         Perciò Simeone, essendo della sua posterità, compieva la gioia del patriarca dicendo: «Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola ; perché i miei occhi han visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli» (Lc 2, 29)… e Elisabetta disse [secondo alcuni manoscritti] : « L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore». L’esultanza di Abramo scendeva, in tal modo, su coloro che vegliavano, che vedevano Cristo e credevano in lui. E, da questi suoi figli, questa esultanza risaliva fino ad Abramo…

 

         A buon diritto dunque il Signore gli rendeva testimonianza dicendo: «Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno: lo vide e se ne rallegrò». E non disse questo soltanto riguardo ad Abramo, ma a tutti coloro che, dal principio, acquistarono la conoscenza di Dio e profetizzarono la venuta di Cristo. Infatti ricevettero questa rivelazione dal Figlio stesso, quel Figlio che in questi ultimi tempi si è fatto visibile e palpabile e si è intrattenuto con gli uomini per far sorgere da pietre, figli di Abramo (Mt 3, 9) e rendere la sua posterità numerosa come le stelle del cielo.

 

V° settimana di Quaresima - LODI Venerdì

 

Dal Libro di Vita di Gerusalemme

al Capitolo POVERTA’ § 103

 

V° settimana di Quaresima - VESPRI Venerdì

Gv 10,31-42

Leone Magno:     "Discorsi", disc. 71 sulla resurrezione del Signore, 1-2.

da "L'Ora dell'Ascolto", 1997 Ed. PIEMME - Casale Monferrato (Al)

p. 526-527.(Adattato per la liturgia)

 

 

LA MORTE DI CRISTO È FONTE DI VITA

di san Leone Magno al quarto secolo.

 

        

 

         Non senza motivo, carissimi, vi abbiamo esortato a partecipare alla passione di Cristo, affinché la vita dei credenti attui in se stessa il mistero pasquale, e ciò che è venerato nella festa, venga celebrato dalla vita.

            Quanto poi ciò sia utile, lo avete esperimentato voi stessi, avete imparato dalla vostra pietà quanto giovino alle anime e ai corpi i prolungati digiuni, la preghiera insistente e le generose elemosine. Non vi è quasi nessuno che abbia progredito in questi esercizi e non racchiuda nel segreto della sua coscienza qualcosa di cui possa giustamente rallegrarsi.

            Se dunque vogliamo impegnarci in questa osservanza di quaranta giorni, così da sperimentare qualcosa del mistero della croce nel tempo della passione del Signore, dobbiamo anche sforzarci di esser trovati partecipi della risurrezione di Cristo, passando così dalla morte alla vita mentre siamo ancora in questo corpo.

            Per chiunque passi da un modo di vivere a un altro, qualunque sia la sua trasformazione, lo scopo non è di rimanere ciò che era, ma di rinascere quale che non era.

            Ma è fondamentale conoscere per chi si vive o si muore : perché vi è una morte che è fonte di vita, e una vita che è causa di morte. E solo nel tempo presente si può scegliere l'una o l'altra : dalla natura delle azioni compiute in questa vita che passa, dipende una differente retribuzione per l'eternità.

            Si deve perciò morire al diavolo e vivere per Dio ; venir meno al male per risorgere alla giustizia. E poiché, come dice la stessa Verità, "nessuno può servire a due padroni" (Mt 6, 24), il Signore non sia per noi colui che abbatte i superbi, ma piuttosto colui che esalta gli umili alla gloria.

 

V° settimana di Quaresima - LODI Sabato

Gv 11, 45-56

 

Discorso 28 sul Cantico dei cantici

 

 È meglio che muoia un solo uomo per il popolo

di San Bernardo nel dodicesimo secolo

 

 

         Dice la Scrittura, “è buono che muoia un solo uomo per il popolo”. È buono che uno solo prenda la somiglianza della carne di peccato, e tutto il genere umano non sia condannato per il peccato. Lo splendore dell’essenza divina si vela dunque nella forma dello schiavo, per salvare la vita dello schiavo. Il chiarore della vita eterna si oscura nella carne per purificare la carne. Per illuminare gli uomini, il più bello tra i figli dell’uomo (Sal 44,3) deve oscurarsi nella sua Passione, accettare la vergogna della croce. Esangue nella sua morte, occorreva che perdesse ogni bellezza, ogni onore per acquistarsi, bella e gloriosa, la sua Sposa senza macchia né ruga, cioè la  Chiesa (Ef 5,27).

 

         Il colore miserabile dell’infermità umana copre la sua maestà; il suo volto è come nascosto, disfatto, nell’ora in cui, per noi, sopporta tutti gli attacchi, eccetto quello del peccato, eppure io vedo la sua gloria velata dentro di lui, indovino il chiarore della sua divinità, il trionfo della sua forza, lo splendore della sua gloria, la purezza della sua innocenza!

 

V° settimana di Quaresima - PRIMI VESPRI Sabato

                                                                    Inno 32 ; SC 128, 31

 

 

« Benedetto colui che viene, il Re  »

 San Romano il Melode nel sesto secolo

 

         Portato sul tuo trono in cielo, quaggiù sul puledro, Cristo che sei Dio, accoglievi la lode degli angeli e l’inno dei bambini che gridavano: “Sei benedetto, tu che vieni a richiamare Adamo”...

         Ecco il nostro re, mite e pacifico, salito sull’asinello, che viene in fretta per subire la sua Passione e per togliere i peccati. Il Verbo salito su una bestia, vuole salvare tutti gli esseri dotati di ragione. E si poteva contemplare sulla groppa di un asino, colui che è portato sulle spalle dei cherubini e che un tempo rapì Elia su un carro di fuoco, colui che “da ricco che era, si è fatto povero” volontariamente (2 Cor 8,9), colui che, scegliendo la debolezza, dona la fortezza a quanti gli gridano: “Sei benedetto, tu che vieni a richiamare Adamo”...

         Manifesti la tua forza scegliendo l’indigenza... I mantelli dei discepoli erano un segno di indigenza, ma commisurati alla tua potenza erano l’inno dei bambini e l’accorrere della folla che gridava: ”Osanna – cioè: Salva dunque – tu che sei nel più alto dei cieli. Salva, o Altissimo, gli umiliati. Abbi pietà di noi, per riguardo alle nostre palme; i rami che si agitano agiteranno il tuo cuore, o tu che vieni a richiamare Adamo”...

 

         - O creatura della mia mano, rispose il Creatore..., io in persona sono venuto. Non la Legge doveva salvarti, poiché essa non ti aveva creato, neppure i profeti che erano, come te, creature mie. A me solo conveniva liberarti dal tuo debito. Sono stato venduto per te, e ti libero; sono stato crocifisso per causa tua, e sfuggi alla morte. Muoio, e ti insegno a gridare: “Sei benedetto, tu che vieni a richiamare Adamo”...

 

         Ho forse amato così tanto gli angeli? No, ho amato te, il miserabile, teneramente. Ho nascosto la mia gloria e io, il Ricco, mi sono fatto povero deliberatamente, perché ti amo moltissimo. Per te ho sopportato la fame, la sete, la fatica. Ho percorso monti, burroni e valli per cercarti, pecora smarrita; ho preso il nome dell’agnello per riportarti, attirandoti con la mia voce di pastore, e voglio dare la mia vita per te, per strapparti dagli artigli del lupo. Sopporto tutto perché tu gridi: “Sei benedetto, tu che vieni a richiamare Adamo”.

 

Settimana Santa - Domenica delle Palme - LODI

 

Discorso sui rami delle palme ; SC 202, 188

 

 

« Benedetto colui che viene nel nome del Signore »

Beato Guerrico d’Igny nel dodicesimo secolo

 

            La festa di oggi, in due aspetti molto differenti, presenta ai figli dell’uomo, colui al quale anela la nostra anima (Is 26,9), « il più bello tra i figli dell’uomo » (Sal 44,3). Attira il nostro sguardo sotto due aspetti ; sotto l’uno e l’altro lo desideriamo e l’amiamo, perché in entrambi è il Salvatore degli uomini…

 

         Se consideriamo allo stesso tempo la processione di oggi e la Passione, vediamo Gesù, da un lato, sublime e glorioso, e dall’altro, umiliato e sofferente. Infatti nella processione riceve gli onori regali, e nella Passione lo vediamo castigato come un malfattore. Nella prima, la gloria e l’onore lo circondano ; nella seconda, « non ha apparenza né bellezza » (Is 53,2). Nella prima, egli è la gioia degli uomini e la gloria del popolo ; nella seconda, è « l’infamia degli uomini, e il rifiuto del popolo » (Sal 21,7). Nella prima acclamano : « Osanna al Figlio di Davide. Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele !» ; nella seconda urlano che merita la morte e lo deridono perché si è fatto re d’Israele. Nella prima, accorrono da lui coi rami delle palme ; nella seconda, lo schiaffeggiano in viso con le palme delle mani, e gli percuotono il capo con la canna. Nella prima, è colmato di elogi ; nella seconda è nauseato dalle ingiurie. Nella prima, si disputano per stendere sul suo percorso i propri mantelli. nella seconda, lo spogliano dei suoi vestiti. Nella prima, lo ricevono a Gerusalemme come re giusto e Salvatore ; nella seconda, è cacciato fuori da Gerusalemme come un criminale e un impostore. Nella prima, è seduto su un asino, circondato di doni ; nella seconda, è appeso al legno della croce, lacerato dalle fruste, trafitto di piaghe e abbandonato dai suoi…

 

         Signore Gesù, sia che il tuo volto appaia glorioso o umiliato, sempre vi si vede brillare la sapienza. Sul tuo volto risplende il riflesso della luce perenne (Sap 7,26). Risplenda sempre su di noi, Signore, la luce del tuo volto (Sal 4,7) nella tristezza come nella gioia… Sei la gioia e la salvezza di tutti, che ti vedano seduto su un asino o appeso al legno della croce.

 

Settimana Santa - Domenica delle Palme - VESPRI

              

 

Discorsi,  38 ; PL 57, 341s ; CCL 23, 149s

 

Il segno della salvezza

 San Massimo di Torino nel quinto secolo

 

            Nella sua Passione, il Signore ha assunto tutti i torti del genere umano affinché nulla in seguito potesse più arrecare torto all’uomo. La croce è dunque un grande mistero e, se proviamo a capirlo, vedremo che con questo segno il mondo viene salvato. Infatti quando i marinai fronteggiano il vento, drizzano prima l’albero della nave e tendono la vela perché si aprano i flutti; formano così la croce del Signore e, al sicuro grazie a questo segno del Signore, giungono al porto della salvezza e sfuggono al pericolo della morte. La vela sospesa all’albero è infatti l’immagine di questo segno divino, come Cristo è stato elevato sulla croce. Per questo, a motivo della fiducia che viene da questo mistero, gli uomini non si preoccupano delle burrasche di vento e giungono al porto auspicato. Allo stesso modo, così come la Chiesa non può stare in piedi senza la croce, una nave è indebolita senza il suo albero. Il diavolo infatti la tormenta e il vento colpisce la nave, ma appena si drizza il segno della croce, l’ingiustizia del diavolo è respinta, la burrasca si calma subito...

 

            Anche l’agricoltore non intraprende il suo lavoro senza il segno della croce: nell’assemblare gli elementi del suo aratro, imita l’immagine di una croce... Anche  il cielo è disposto come un’immagine di questo segno, con le sue quattro direzioni, Oriente, Occidente, Mezzogiorno e Nord. La forma dell’uomo stesso, quando eleva le mani, rappresenta una croce; soprattutto quando preghiamo con le mani alzate, proclamiamo con il nostro corpo la Passione del Signore... In questo modo ha vinto Mosè, il Santo, quando faceva la guerra  contro Amalek, non con le arme cioè, bensì con le mani alzate verso Dio (Es 17,11)...

 

            Con questo segno del Signore dunque, il mare viene aperto, la terra viene coltivata, il cielo viene governato, gli uomini vengono salvati. Anzi, lo affermo, con questo segno del Signore, gli abissi del soggiorno dei morti vengono aperti. Infatti l’uomo Gesù, il Signore, che portava la vera croce, è stato seppellito in terra, e la terra che egli aveva profondamente lavorata, che aveva, per così dire, spezzata da ogni parte, ha fatto germogliare tutti i morti che tratteneva.

 

Settimana Santa - LODI  Martedì Santo

Gv 13, 21-33.36-38

Il libro dei quattro amori, IV, 5

 

« Non canterà il gallo prima che tu non m’abbia rinnegato tre volte »

 San Francesco di Sales nel sedicesimo secolo

 

         San Pietro, uno degli Apostoli, arrecò gran torto al suo Maestro, poiché rinnegò e giurò che non lo conosceva, e non contento di questo, lo maledisse e bestemmiò, protestando di non sapere chi egli fosse (Mt 26, 69s). Quale colpo questo, che trafisse il cuore di Nostro Signore ! Eh ! Povero san Pietro, cosa sta facendo ? Cosa sta dicendo ? Non sa forse chi egli sia, non lo conosce, proprio Lei che è stato chiamato per bocca sua all’apostolato, Lei che ha confessato che proprio lui era il Figlio del Dio vivente (Mt 16, 16) ? Ah ! Uomo miserabile, come può dire che non lo conosce ? Non è forse colui che, non molto tempo fa, era ai suoi piedi per lavarli, e l’ha nutrito con il suo Corpo e il suo Sangue ?…

         Nessuno presuma delle proprie opere buone e pensi di non avere niente da temere, poiché san Pietro, che pur aveva ricevuto tante grazie, e promesso di accompagnare Nostro Signore in carcere, anzi fino alla morte, lo rinnegò subito dopo aver udito il fischio di un drappello di guardie.

         San Pietro, sentito cantare il gallo, ricordò ciò che aveva fatto e ciò che gli aveva detto il suo buon Maestro ; riconosciuta la sua colpa, uscì e pianse così amaramente, da ricevere la remissione di tutti i suoi peccati. O beato san Pietro che, a motivo di tale contrizione ricevette il perdono generale di una così grande slealtà… So bene che furono gli sguardi sacri di Nostro Signore ad aver penetrato nel suo cuore per aprirgli gli occhi e fargli riconoscere il suo peccato… Da questo momento, egli non cessò più di piangere, soprattutto quando udiva il gallo di notte e di mattina… In questo modo, da gran peccatore quale era, divenne un grande santo.

 

Settimana Santa - VESPRI Martedì Santo                                                                    Gv 13, 21-33.36-38

Trattato sul vangelo di Luca 10, 49-52,

87-89 ; SC 52, 173, 185

 

« In verità ti dico : non canterà il gallo, prima che tu non mi abbia rinnegato tre volte »

 Sant’Ambrogio nel quarto secolo

 

         Fratelli, convertiamoci : stiamo attenti che non avvengano, per nostra rovina, litigi fra di noi riguardo ai primi posti. Se gli apostoli hanno litigato (Lc 22,24), non è certo per offrirci una scusa ; è un invito a stare attenti. Certamente, Pietro si è convertito il giorno in cui ha risposto alla prima chiamata del Maestro. Ma chi può dire della propria conversione, che è stata compiuta in una volta sola ?

 

         Il Signore ci ha dato l’esempio. Avevamo bisogno di tutto ; lui, pur non avendo bisogno di nessuno, si mostra maestro in umiltà, mettendosi al servizio dei suoi discepoli… Quanto a Pietro, certamente pronto nello spirito ma ancora debole nelle disposizioni del corpo (Mt 26,41), venne avvertito che stava per rinnegare il Signore. La Passione del Signore trova degli imitatori ma non dei pari. Per cui non rimproverò a Pietro di aver rinnegato il Signore ; mi congratulo piuttosto con lui per il fatto di aver pianto. Rinnegare dipende dalla nostra comune  condizione ; il piangere è segno di virtù, di forza interiore… Eppure se anche noi lo scusiamo, lui non si è scusato… Ha preferito accusare in prima persona il suo peccato e giustificarlo con una confessione, piuttosto che aggravare la sua situazione negando. E ha pianto…

 

         Leggo che ha pianto, non leggo che si sia scusato. Quello che non si può difendere, può essere lavato ; le lacrime possono lavare le mancanze che ci si vergogna di confessare ad alta voce… Le lacrime dicono la colpa senza tremare… ; le lacrime non chiedono il perdono eppure lo ottengono… Buone lacrime che lavano la colpa ! Per questo piangono quelli che Gesù guarda. Pietro ha rinnegato una prima volta e non ha pianto perché il Signore non lo aveva guardato. Ha rinnegato una seconda volta e non ha pianto perché il Signore non lo aveva ancora guardato. Ha rinnegato una terza volta ; Gesù l’ha guardato e lui ha pianto amaramente. Guardaci, Signore Gesù, perché sappiamo piangere i nostri peccati.

 

Settimana Santa - LODI  Mercoledì Santo

Mt 26, 14-25

Discorsi 45, 23-24 ; PG 36, 654 C - 655 D

(In l' Ora dell'Ascolto p. 449)

 

« Dove vuoi che ti prepariamo, per mangiare la Pasqua ? »

San Gregorio Nazianzeno nel quarto secolo

 

 

         Saremo partecipi della Pasqua, presentemente ancora in figura, certo più chiara di quella dell’antica Legge, immagine più oscura della realtà figurata...         

Diveniamo partecipi della Legge in maniera non puramente materiale, ma evangelica, in modo completo e non limitato e imperfetto, in forma duratura e non precaria e temporanea. Facciamo nostra capitale adottiva non la Gerusalemme terrena, ma la metropoli celeste, non quella che viene calpestata dagli eserciti, ma quella acclamata dagli angeli. Sacrifichiamo non giovenchi né agnelli con corna e unghie, che appartengono più alla morte che alla vita, mancando d’intelligenza. Offriamo a Dio un sacrificio di lode sull’altare celeste insieme ai cori degli angeli. Otrepassiamo il primo velo del tempio,  accostiamoci al secondo e penetriamo nel “Santo dei santi”. E più ancora, offriamo ogni giorno a Dio noi stessi e tutte le nostre attività. Facciamo come le parole stesse ci suggeriscono. Con le nostre sofferenze imitiamo le sofferenze di Cristo, cioè la sua passione. Saliamo anche noi di buon animo sulla sua croce. Dolci sono infatti i suoi chiodi, benché duri. Siamo pronti a patire con Cristo e per Cristo, piuttosto che desiderare le allegre compagnie mondane.

         Se sei Simone di Cirene, prendi la croce e segui Cristo. Se sei il ladro appeso alla croce, fa’ come il buon ladrone e riconosci onestamente il tuo Dio... Se sei Giuseppe d’Arimatèa, richiedi il corpo a colui che lo ha crocifisso, assumi cioè quel corpo e rendi tua propria, così, l’espiazione del mondo. Se sei Nicodemo, il notturne adoratore di Dio, seppellisci il suo corpo e ungilo con gli unguenti di rito. E se sei una delle Marie, spargi al mattino le tue lacrime. Fa’ di vedere per prima la pietra rovesciata, va’ incontro agli angeli, anzi allo stesso Gesù.

 

Settimana Santa - VESPRI  - Mercoledì Santo

Mt 26, 14-25

Dialogo della Divina Provvidenza, 37

 

 

La disperazione di Giuda

 Santa Caterina da Siena nel quattordicesimo secolo

 

 

         [“Giuda si pentì e riportò le trenta monete d’argento ai sommi sacerdoti e agli anziani dicendo: “Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente”. Ma quelli dissero: “Che ci riguarda? Veditela tu.” Ed egli, gettate le monete d’argento nel tempio, si allontanò e andò a impiccarsi” (Mt 27,3-5).

 

         Dio disse a Santa Caterina:] Il peccato imperdonabile, in questo mondo e nell’altro, è quello dell’uomo che, disprezzando la mia misericordia, non ha voluto essere perdonato. Per questo lo ritengo il più grave, e per questo la disperazione di Giuda mi attristò maggiormente, e fu più penosa a mio Figlio del suo tradimento. Gli uomini saranno dunque condannati a causa di questo giudizio sbagliato, che gli fa credere che il loro peccato sia più grande della mia misericordia... Sono condannati per la loro ingiustizia quando si lamentano della loro sorte più dell’offesa che mi hanno fatto.

 

         Proprio allora infatti sono ingiusti: non mi rendono ciò che mi appartiene, né rendono a loro ciò che appartiene loro. A me sono dovuti l’amore, il pentimento per la colpa e la contrizione; devono offrirmeli a causa delle loro offese, ma fanno tutto il contrario. Non hanno amore né compassione se non per loro stessi, poiché non sanno altro che lamentarsi dei castighi che li aspettano. Vedi dunque che commettono un’ingiustizia, e per questo si scoprono doppiamente puniti per aver disprezzato la mia misericordia.

 

Settimana Santa - LODI  Giovedì Santo

Gv 13, 1-15

Discorso 1 sui rami delle palme ;

SC 202, 165

 

 

« Dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine  »

 

Beato Guerrico d’Igny nel dodicesimo secolo

 

 

         "Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Gesù Cristo, il quale, pur essendo di natura divina”, uguale a Dio per natura, poiché ne condivide la potenza, l’eternità e il proprio essere..., ha assolto il compito di servo, “umiliando se stesso, e facendosi obbediente al Padre fino alla morte e alla morte di croce” (cfr Fil 2,5-8). Si potrebbe tenere in pochissimo conto il fatto che, pur essendo suo Figlio e uguale a lui, egli avesse servito suo Padre come un servo; ma ha fatto ancora di più di questo: ha servito il proprio servo più di qualunque altro servo. L’uomo infatti era stato creato per servire il suo Creatore; cosa per te di più giusto che servire colui che ti ha fatto, senza il quale non saresti nulla? E cosa di più bello che servirlo, poiché servirlo è regnare? Ma l’uomo ha detto al suo Creatore: “Non ti servirò” (Ger 2,20).

 

         “Ebbene, ti servirò io! Dice il Creatore all’uomo. Mettiti a tavola; farò io il servizio; ti laverò il piedi. Ripòsati, prenderò su di me i tuoi mali; porterò tutte le tue debolezze... Se sei stanco o oppresso, porterò te e il tuo carico, affinché io sia il primo ad adempiere la mia legge: “Portate i pesi gli uni degli altri” (Gal 6,2)... Se hai fame o sete... eccomi pronto ad essere immolato perché tu possa mangiare la mia carne e bere il mio sangue... Se vieni portato in schiavitù o venduto, eccomi...; riscatta tu la tua vita, donando il prezzo che otterai da me; io do me stesso come riscatto..; Se sei malato, se temi la morte, io morrò al tuo posto, perché tu faccia del mio sangue un rimedio di vita per te...”

 

         O Signore, a quale prezzo hai riscattato il mio servizio inutile!... Con quale arte pieno di amore, di mitezza e di benevolenza hai recuperato e sottomesso quel servo ribelle, trionfando del male con il bene, confondendo la mia superbia con la tua umiltà, colmando l’ingrato dei tuoi benefici! Ecco, ecco come la tua sapienza ha vinto!

 

Settimana Santa - GIOVEDI SANTO - VESPRI

 

Gv 13,1-15

 

 

 “Il più grande esempio di umilità”

  San Cromazio di Aquileia, nel quarto secolo

 

 

Il Signore e Salvatore nostro ci ha proposto numerosi esempi di umiltà dopo aver preso corpo dalla Vergine . Quanto viene riferito nella presente letture li sorpassa tutti, perché egli si è degnato di lavare i piedi ai suoi discepoli. Si dice, infatti: «Alzatosi da tavola, depose le vesti; si cinse un asciugatoio e cominciò a lavare i piedi dei suoi discepoli» (Gv 13, 4-5). E poi spiega perché lo ha fatto: «Voi mi chiamate maestro e signore e dite bene, perché lo sono. Se io, maestro e signore, ho lavato i vostri piedi anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato, infatti, l’esempio perché così facciate anche voi» (Gv 13, 13-15). Meravigliosa e incomparabile è questa umiltà del Signore. Il Signore dell’eterna maestà lava i piedi dei suoi discepoli: colui al quale servono gli angeli in cielo, serve in terra gli uomini. Egli si umilia sulla terra, affinché tu non ti esalti. Egli lava i piedi dei suoi discepoli, affinché tu non ti rifiuti di lavare i piedi dei tuoi compagni di servizio. Non puoi lusingarti per le ricchezze o per i natali o per gli onori, perché il Signore degli onori e delle potestà si è degnato di fare e portare a compimento queste cose. Ha proposto un esempio di umiltà perché dobbiamo seguirlo e imitarlo. In questo fatto è racchiuso il grande mistero della nostra salvezza.

 

Settimana Santa - venerdì santo - UFFICIO DELLE TENEBRE

 Gv 18, 1 - 19, 42

 

 

« Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me » (Gv 12,32)

 Sant’Efrem Siro nel quarto secolo

 

         Oggi la croce avanza, la creazione esulta; la croce, via degli smarriti, speranza dei cristiani, predicazione degli apostoli, sicurezza dell’universo, fondamenta della Chiesa, fonte per coloro che hanno sete... In una grande mitezza, Gesù è condotto alla Passione: è condotto davanti a Pilato; alla sesta ora viene dileggiato, fino all’ora nona sopporta il dolore dei chiodi, poi la sua morte pone fine alla sua Passione. Alla dodicesima ora, viene deposto dalla croce: sembra un leone che dorme...

         Durante il giudizio, la Sapienza tace e la Parola non dice nulla. I suoi nemici lo disprezzano e lo crocifiggono... Coloro ai quali, ieri, egli aveva dato il suo corpo in cibo, lo guardano da lontano. Pietro, il primo degli apostoli, per primo è fuggito. Anche Andrea si è dato alla fuga, e Giovanni, che riposava sul suo petto, non ha impedito ad un soldato di trafiggere quel petto con la sua lancia. I Dodici sono fuggiti; non hanno detto nemmeno una parola in favore di colui che ha dato la sua vita per loro. Non c’è Lazzaro, che era stato richiamato in vita da lui. Il cieco non ha pianto colui che gli aveva aperto gli occhi alla luce, e lo zoppo, che grazie a lui poteva camminare, non gli è corso dietro.

         Solo un malfattore, crocifisso accanto a lui, lo confessa e lo chiama suo re. O ladrone, fiore precoce dell’albero della croce, primo frutto del legno del Gòlgota...! Il Signore regna; la creazione è nella gioia. La croce trionfa, e tutte le nazioni, razze, popoli e lingue (Ap 7,9) vengono per adorarlo... La croce rende la luce all’universo intero, scaccia le tenebre e raduna le nazioni... in una sola Chiesa, una sola fede, un solo battesimo nella carità. Essa si erge nel centro del mondo, fissata sul Calvario.

 

Settimana Santa - SABATO SANTO - UFFICIO DELLA DISCESA AGLI INFERI

 

 

La discesa del Signore agli inferi

 Da un’antica “Omelia sul Sabato Santo”

 

         Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c’è grande silenzio, gran silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano. Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi.

Certo egli va a cercare il primo padre, come la pecorella smarrita. Egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell’ombra di morte. Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva che si trovano in prigione.

 

         Il Signore entrò da loro portando le armi vittoriose della croce. Appena Adamo, il progenitore, lo vide, percuotendosi il petto per la meraviglia, gridò a tutti e disse: «Sia con tutti il mio Signore». E Cristo rispondendo disse a Adamo: «E con il tuo Spirito». E presolo per mano, lo scosse dicendo: «Svegliati, tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti illuminerà.

 

         Io sono il tuo Dio, che per te sono diventato tuo figlio; che per te e per questi, che da te hanno avuto origine, ora parlo e nella mia potenza ordino a coloro che erano in carcere: Uscite! A coloro che erano nelle tenebre: Siate illuminati! A coloro che erano morti: Risorgete! A te comando: Svegliati, tu che dormi! Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell’inferno. Risorgi dai morti. Io sono la vita dei morti.

Risorgi, opera delle mie mani! Risorgi mia effige, fatta a mia immagine! Risorgi, usciamo di qui! Tu in me e io in te siamo, infatti, un’unica e indivisa natura.

 

         Per te io, tuo Dio, mi sono fatto tuo figlio. Per te io il Signore, ho rivestito la tua natura di servo. Per te, io che sto al di sopra dei cieli, sono venuto sulla terra e al di sotto della terra. Per te uomo ho condiviso la debolezza umana, ma poi sono diventato libero tra i morti. Sorgi, allontaniamoci di qui. Il nemico ti fece uscire dalla terra del paradiso. Io invece non ti rimetto più in quel giardino, ma ti colloco sul trono celeste.

 

         Ti fu proibito di toccare la pianta simbolica della vita, ma io, che sono la vita, ti comunico quello che sono. Ho posto dei cherubini che come servi ti custodissero. Ora faccio sì che i cherubini ti adorino quasi come Dio, anche se non sei Dio.

Il trono celeste è pronto, pronti e agli ordini sono i portatori, la sala è allestita, la mensa apparecchiata, l’eterna dimora è addobbata, i forzieri aperti. In altre parole, è preparato per te dai secoli eterni il regno dei cieli.

 

Settimana Santa - Sabato Santo - VEGLIA

Discorsi per la Notte Santa,

2 ; PLS 2, 549-552

 

  

La notte che ci libera dal sonno della morte

 Sant’Agostino nel quinto secolo

  

         Fratelli, vegliamo, perché fino a questa notte, Cristo è rimasto nella tomba. In questa notte, è sopravvenuta la risurrezione della sua carne. Sulla croce, essa è stata esposta agli scherni ; oggi, è adorata dai cieli e dalla terra. Questa notte fa parte fin d’ora della nostra domenica. Occorreva che Cristo risuscitasse di notte, perché la sua risurrezione ha illuminato le nostre tenebre… Come la nostra fede, rinsaldata dalla risurrezione di Cristo, caccia ogni sonno, così questa notte, illuminata dalle nostre veglie, si riempie di luce. Essa ci fa sperare, insieme con la Chiesa sparsa su tutta la terra, di non essere sorpresi nella notte (Mt 13, 33).

 

         Su tanti popoli, radunati in nome di Cristo da questa festa ovunque solennissima, il sole è tramontato – eppure fa pur sempre giorno. Le luci del cielo hanno lasciato il posto alle luci della terra … Colui che ci ha dato la gloria del suo nome (Sal 28, 2), ha anche illuminato questa notte. Colui al quale diciamo : « Rischiara le mie tenebre » (Sal 18, 29), diffonde la sua luce nei nostri cuori. Come i nostri occhi abbagliati contemplano queste fiaccole splendenti, così il nostro spirito illuminato ci fa vedere quanto sia luminosa questa notte – questa santa notte in cui il Signore ha inaugurato nella propria carne la vita che non conosce né sonno, né morte !

 

Tempo Pasquale

Giorno di Pasqua

Discorso 3 per la Risurrezione ; PG 43, 465

 

 

 «Questo è il giorno fatto dal Signore: giorno di giubilo e di gioia » (Sal 117,24)

 Sant’Epifanio di Salamina nel quarto secolo

 

          Il Sole di giustizia (Ml 3,20) scomparso da tre giorni, sorge oggi e illumina tutta la creazione : Cristo, al sepolcro da tre giorni, eppure vivo da tutti i secoli ! Cresce come una vigna e riempie di gioia tutta la terra abitata. Fissiamo i nostri occhi sul sorgere del Sole che non conoscerà tramonto ; precediamo il giorno e siamo pieni della gioia per tale luce !

         Le porte degli inferi sono state spezzate da Cristo, i morti si drizzano come da un sonno. Cristo, risurrezione dei morti, sorge e viene a svegliare Adamo. Cristo, risurrezione di tutti i morti, sorge e viene a liberare Eva dalla maledizione. Cristo, che è la risurrezione, sorge e ha trasfigurato nella sua bellezza ciò che era senza bellezza né apparenza (Is 53,2). Come un dormiente, il Signore si è svegliato e ha sventato tutti gli stratagemmi del nemico. È risorto e ha dato la gioia a tutta la creazione ; è risorto e la prigione degli inferi è stata svuotata ; è risorto e ha trasformato il corruttibile in incorruttibile (1 Cor 15,53). Cristo risorto ha stabilito Adamo nell’incorruttibilità, sua primitiva dignità.

         In Cristo, oggi la Chiesa diviene un cielo nuovo (Ap 21,1), un cielo più bello da contemplare del sole visibile. Il sole che vediamo ogni giorno non è paragonabile a questo Sole ; come un servo compreso di rispetto, si è eclissato davanti a lui, quando l’ha visto inchiodato sulla croce (Mt 27,45). Di questo Sole ha detto il profeta : « Per voi, cultori del mio nome, sorgerà il Sole di giustizia » (Ml 3,20)… In lui, Cristo, Sole di giustizia, la Chiesa diviene un cielo risplendente di molte stelle, nate dalla piscina battesimale in una luce nuova. « Questo è il giorno fatto dal Signore ; rallegriamoci ed esultiamo in esso » (Sal 117, 254), pieni di un’esultanza divina.

 

PASQUA - VESPRI

Gv 20, 1-9

Discorso 1 sulla resurrezione del Signore ;

PL 185, 143-144 ; SC 202

 

 

« Perché cercate tra i morti colui che è vivo ? » (Lc 24,5)

 Beato Guerrico d’Igny nel dodicesimo secolo

 

 

         Per me, fratelli, « il vivere è Cristo e il morire un guadagno » (Fil 1, 21). Parto dunque per la Galilea, per il monte che Gesù ci ha indicato (Mt 28, 10.16). Lo vedrò e lo adorerò affinché io non muoia più, perché chiunque vede il Figlio dell’Uomo e crede in lui ha la vita eterna ; « anche se muore, vivrà » (Gv 11, 25).

 

         Oggi, fratelli, quale testimonianza sull’amore di Cristo, vi rende la gioia del vostro cuore ? Se vi è successo un solo giorno, di amare Gesù, sia vivo, sia morto, sia tornato alla vita, oggi in cui i messaggeri proclamano la sua risurrezione nella Chiesa, il vostro cuore esulta e esclama : « Mi hanno portato questa novella : Gesù, mio Dio, è vivo ! Sentite queste parole, il mio cuore che si era assopito dalla tristezza, che languiva nella tiepidezza e lo scoraggiamento, ha ritrovato la vita. » Oggi, la dolce musica di questo lieto annuncio rianima i peccatori che giacevano nella morte. Altrimenti, non si potrebbe far altro che disperare e seppellire nell’oblio coloro che Gesù, tornando dagli inferi, avrebbe lasciati nell’abisso.

 

         A questo riconoscerai che il tuo spirito ha ritrovato pienamente la vita in Cristo – se dice : « Se Gesù è vivo, questo mi basta ! Se lui vive, io vivo, poiché la mia vita dipende di lui. Egli è la mia vita, è il mio tutto. Cosa dunque potrebbe mancarmi, se Gesù è vivo ? Ancora meglio : Che tutto il resto mi manchi, non mi importa, purché Gesù sia vivo ! »

 

Ottava di Pasqua - martedì LODI                  Gv 20, 11-18      

Inno 40 ; SC 128, 397

 

 

Maria di Màgdala, inviata ad annunciare la risurrezione

Romano il Melode nel sesto secolo

 

         Colui che prova mente e cuore (Sal 7,10), sapendo che Maria avrebbe riconosciuto la sua voce, chiama la sua pecora, da vero pastore (Gv 10,4) dicendo “Maria!”. E lei, subito: “Si, mi sta chiamando proprio il mio buon pastore, per farmi stare ormai con le novantanove pecore (Lc 15,4). Vedo dietro di lui legioni di santi, schiere di giusti... So bene chi è colui che mi chiama; l’avevo detto, è il mio Signore, è colui che offre agli uomini decaduti la risurrezione”.

         Spinta dal fervore dell’amore, la donna volle afferrare colui che riempie tutto il creato... Ma il Creatore... la elevò verso il mondo divino dicendo: “Non mi trattenere, mi considereresti forse solo come un mortale? Sono Dio, non mi trattenere... Alza gli occhi e guarda il mondo celeste; proprio là devi cercarmi. Io salgo al Padre mio, che non ho lasciato. Sono sempre stato con lui, ho condiviso il suo trono, ricevo gli stessi onori, io che offro agli uomini decaduti la risurrezione.

         La tua lingua ormai proclami queste cose e le spieghi ai figli del Regno che aspettano che mi svegli, io il Vivente. Affrettati, Maria, raduna i miei discepoli. In te ho una tromba dalla voce potente; suona un canto di pace agli orecchi inpauriti dei miei amici nascosti, svegliali tutti come da un sonno, affinché mi vengano incontro. Va a dire: ‘Lo sposo si è svegliato, uscendo dalla tomba. Apostoli, scacciate la tristezza mortale, perché si è alzato colui che offre agli uomini decaduti la risurrezione’.”

         Maria esclamò: “Subito il mio lutto si è cambiato in tripudio, tutto è divenuto per me gioia ed esultanza. Non esito a dire che ho ricevuto la stessa gloria di Mosè (Es 33,18). Ho visto, si, ho visto, non sul monte, bensì nel sepolcro, velato non nella nube, bensì in un corpo, il Maestro degli esseri incorporei e delle nubi, il loro Maestro ieri, ora e per sempre. Mi ha detto: “Maria affrettati. Come una colomba che porta il ramo di ulivo, va ad annunciare la buona novella ai discendenti di Noè (Gen 8,11). Dì loro che la morte è stata distrutta e che è risorto, colui che offre agli uomini decaduti la risurrezione”.

 

Ottava di Pasqua - martedì VESPRI

                                   

Catechesi 13 ; SC 104, 199

« Gesù venne loro incontro »

Simeone il Nuovo Teologo nell’undicesimo secolo

 

         Molta gente crede nella risurrezione di Cristo, ma pochi ne hanno avuto la chiara visione. E come allora coloro che non l’hanno vista possono adorare Cristo Gesù come Santo e come Signore? Sta scritto infatti: “Nessuno può dire “Gesù è Signore” se non sotto l’azione dello Spirito Santo” (1 Cor 12,3), e anche : “Dio è spirito, e quelli cho lo adorano devono adorarlo in spirito e verità” (Gv 4,24)... Come dunque lo Spirito Santo ci spinge a dire oggi [nella liturgia] : “Abbiamo visto la risurrezione di Cristo. Adoriamo il Santo, il Signore Gesù, il solo senza peccato”? Come può invitarci ad affermarlo come se l’avessimo visto? Cristo è risorto una sola volta, mille anni fa, e anche allora nessuno l’ha visto risuscitare. Forse la divina Scrittura vuole farci mentire?

         Mai! Al contrario, ci esorta ad attestare la verità, questa verità che, in ognuno di noi suoi fedeli, si ripete la risurrezione di Cristo, e questo, non una sola volta, bensì ogni ora, per così dire, quando il Maestro in persona, Cristo, risorge in noi, vestito di bianco e folgorante dei lampi dell’incorruttibilità e della divinità. Infatti la luminosa venuta dello Spirito ci fa intravedere come al suo sorgere, la risurrezione del Maestro, o piuttosto ci accorda il favore di vedere in persona il risorto. Per questo cantiamo “Il Signore è la nostra luce” (Sal 117,27) e, accennando alla sua seconda venuta, aggiungiamo: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore” (vs. 26)... Ed è proprio spiritualmente, attraverso la nostra vista  spirituale, che si mostra e si fa vedere. E quando questo succede in noi, per mezzo dello Spirito Santo, egli ci risuscita dai morti, ci vivifica e si fa vedere, in persona, vivente in noi, immortale e imperituro. Ci ha concesso la grazia di conoscerlo chiaramente, Egli che ci risuscita con lui e ci fa entrare con lui nella sua gloria.

 

Ottava di Pasqua - mercoledì - LODI

Discorsi,  235 ; PL 38, 1117

(Nuova Biblioteca Agostiniana)

Resta con noi

 di Sant’Agostino nel quinto secolo

 

Fratelli, quand'è che il Signore volle essere riconosciuto? All'atto di spezzare il pane. È una certezza che abbiamo: quando spezziamo il pane riconosciamo il Signore. Non si fece riconoscere in altro gesto diverso da quello; e ciò per noi, che non lo avremmo visto in forma umana ma avremmo mangiato la sua carne. Sì, veramente, se tu - chiunque tu sia - sei nel novero dei fedeli, se non porti inutilmente il nome di cristiano, se non entri senza un perché nella chiesa, se hai appreso ad ascoltare la parola di Dio con timore e speranza, la frazione del pane sarà la tua consolazione. L'assenza del Signore non è assenza. Abbi fede, e colui che non vedi è con te.

 

Quanto invece a quei discepoli, quando il Signore parlava con loro, essi non avevano più la fede perché non lo credevano risorto e non speravano che potesse risorgere. Avevano perso la fede e la speranza: pur camminando con uno che viveva, loro erano morti. Camminavano morti in compagnia della stessa Vita! Con loro camminava la Vita, ma nei loro cuori la vita non si era ancora rinnovata.

 

E ora mi rivolgo a te. Se vuoi ottenere la vita fa' quello che fecero quei discepoli, in modo che ti sia dato riconoscere il Signore. Essi lo invitarono a casa. Il Signore fece finta d'essere uno che doveva andare lontano, ma loro lo trattennero... Accogli l'ospite, se desideri riconoscere il Salvatore... Imparate dov'è da ricercarsi il Signore, dove lo si possiede, dove lo si riconosce: è quando lo mangiate.

 

Ottava di Pasqua - mercoledì - VESPRI

                                            Lc 24, 13-35  

 

 

« Camminava con loro »

Santa Teresa Benedetta della Croce

 

Lo stesso Signore che la Parola della Scrittura ci mette sotto gli occhi nella sua umanità, mostrandocelo su tutte le strade che ha percorso sulla terra, abita in mezzo a noi, nascosto sotto le specie del pane eucaristico, viene a noi ogni giorno come Pane della Vita. In ambedue questi aspetti, si  fa vicino a noi, e sotto questi due aspetti desidera che lo cerchiamo e lo troviamo. L’uno chiama l’altro. Quando vediamo con gli occhi della fede il Salvatore davanti a noi come la Scrittura ce lo dipinge, allora cresce il nostro desiderio di accoglierlo in noi, nel Pane della Vita. Il pane eucaristico a sua volta ravviva il nostro desiderio di fare sempre più profondamente conoscenza con il Signore a partire dalla Parola della Scrittura, e dona forze al nostro spirito per una migliore comprensione.

 

Ottava di Pasqua - giovedì - LODI

Lc 24, 35-48

 

Varcate la soglia della speranza

 

  

« Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse : ‘ Pace a voi ’ »

Giovanni Paolo II

 

 

         Abbiamo più che mai bisogno di udire questa parola di Cristo risorto: “Non abbiate paura” (Mt 28,10). Questa è una necessità per l’uomo di oggi... che non cessa di avere paura nel suo intimo, e non senza ragione... È questa anche una necessità per tutti i popoli e le nazioni del mondo intero. Bisogna che, nella coscienza di ogni essere umano, si fortifichi la certezza che esiste Qualcuno che tiene in mano la sorte di questo mondo che passa, Qualcuno che ha le chiavi della morte e degli inferi (Ap 11,8), Qualcuno che è l’Alfa e l’Omega della storia dell’uomo (Ap 22,13), sia individuale che collettiva; e soprattutto la certezza che questo Qualcuno è Amore, l’Amore fattosi uomo, l’Amore crocifisso e risorto, l’Amore sempre presente in mezzo agli uomini! Egli è l’Amore eucaristico. È fonte inesauribile di comunione. È l’unico a cui possiamo credere senza riserva quando ci chiede: “Non abbiate paura!”

 

Ottava di Pasqua - VESPRI Giovedì

Lc 24, 36-53

 

“Cristo primizia della nostra risurrezione”

di S. Gregorio Magno nel V sec.

 

 

         Nella sua persona Cristo ha fatto vedere ciò che ha promesso come premio, affinché i fedeli, riconoscendo ch’egli è risuscitato, coltivino in loro la speranza che alla fine del mondo saranno premiati con la risurrezione. Ecco, con la morte della carne noi rimaniamo nella polvere sino alla fine del mondo, egli invece il terzo giorno uscì rinverdito dall’aridità morte, per manifestarci, mediante la sua stessa carne rinnovata, la potenza della sua divinità. È quanto Mosè mise bene in luce quando collocò nella tenda dodici verghe corrispondenti alle dodici tribù d’Israele. Soltanto la verga di Levi rinverdì confermando l’autorità di Aronne nel ministero.

 

         Ma che cosa voleva indicare un simile segno? Che il corpo del Signore, quello del nostro vero sacerdote, deposto nell’aridità della morte, sarebbe sbocciato nel fiore della risurrezione. Ecco che la verga di Aronne, un tempo arida, è già fiorita, mentre le verghe delle dodici tribù rimangono aride, perché, se è vero che dopo la morte il corpo del Signore è già vivo, per i nostri corpi la gloria della risurrezione è differita alla fine del mondo. È proprio a questo rinvio discretamente allude Giobbe dicendo: “E io risusciterò dalla terra nell’ultimo giorno” (Gb 19, 25).

 

Ottava di Pasqua - LODI Venerdì

Gv 21,1-19

 

 « Quando già era l’alba Gesù si presentò sulla riva »

 San Gregorio Magno nel sesto secolo

 

         Il mare simboleggia il mondo presente, agitato dalla tempesta degli affari e dalla marea di una vita che si sta ritirando. La riva, salda, è la figura della perennità del riposo eterno. I discepoli quindi lavorano sul lago, poiché si trovano ancora alle prese con le onde della vita terrena ; invece il nostro Redentore sta sulla riva poiché in quel momento ha superato la condizione di una carne fragile. Tramite queste realtà  naturali, Cristo sembra dire loro, riguardo al mistero della sua risurrezione : « Ora, non mi presento a voi in mezzo al mare, perché non sono più in mezzo a voi nell’agitazione delle onde ». Disse altrove agli stessi discepoli : « Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi » (Lc 24, 44).

 

Ormai, non è con loro nello stesso modo. Era veramente lì, apparendo corporalmente ai loro occhi, però… la sua carne immortale era lontanissimo dai loro corpi mortali. Il fatto che il suo corpo stesse sulla riva mentre loro navigavano ancora, mostra bene che egli ha superato la loro esistenza, benché si trovasse ancora con loro.

 

Ottava di Pasqua - VESPRI VENERDI

PPS vol. 8, n°2

 

È il Signore!

 del Cardinale John Henry Newman nel diciannovesimo secolo

 

 

         Siamo lenti ad accorgerci di questa grande e sublime verità che cioè Cristo cammina ancora, in un certo senso, in mezzo a noi e, con la sua mano, il suo sguardo o la sua voce, ci fa cenno di seguirlo. Non capiamo che questa chiamata di Cristo si realizza ogni giorno, oggi come una volta. Siamo al punto de credere che questo era vero al tempo degli apostoli, ma oggi non lo crediamo vero nei nostri confronti, non siamo attenti a riconoscerlo rivolto a noi. Non abbiamo più occhi per vedere il Maestro – ben diversi in questo dell’apostolo diletto che ha riconosciuto Cristo, anche quando tutti gli altri discepoli non lo riconoscevano. Frattanto, egli stava sulla riva; era dopo la sua risurrezione, quando ordinava di gettare la rete nel mare; allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: “È il Signore!”

 

         Voglio dire questo: Gli uomini che conducono una vita di credenti scorgono, di tanto in tanto, delle verità che non avevano viste prima, o sulle quali la loro attenzione non si era mai posata. E subito, esse si ergono davanti a loro come una chiamata inalienabile. Ora, si tratta di verità che impegnano il nostro dovere, che prendono il valore di precetti, e chiedono l’obbedienza. In questo modo, o in altri ancora, Cristo ci chiama ora. Non c’è nulla di miracoloso né di straordinario in questo modo di fare. Egli agisce tramite le nostre facoltà naturali e per mezzo delle circostanze stesse della vita.

 

Ottava di Pasqua - LODI Sabato

Disorso 58, 20° sulla Passione ; SC 74, 252

 

 

"Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo"

San Leone Magno nel quinto secolo

 

         Non siamo presi dallo spettacolo delle cose di questo mondo; i beni della terra non distolgano i nostri sguardi dal cielo. Riteniamo superato ciò che è quasi un nulla ormai; che il nostro spirito, attaccato a quel che deve rimanere, fissi il suo desiderio sulle promesse dell’eternità. Benché ancora solo “nella speranza, noi siamo stati salvati” (Rm 8,24), benché assumiamo ancora una carne soggetta alla corruzione a alla morte, possiamo proprio affermare tuttavia che viviamo fuori della carne, se sfuggiamo al potere delle sue passioni. No, non meritiamo più il nome di questa carne, dal momento che  ne abbiamo i richiami. 

        Il popolo di Dio si accorga dunque che è “una creazione nuova in Cristo” (2 Cor 5,17). Capisca bene da chi è stato scelto e a chi sceglie di appartenere. Che l’uomo nuovo non ritorni nell’incostanza del suo stato antico. Che colui “che ha messo mano all’aratro” (Lc 9,62) non cessi di lavorare, che vegli sul grano che ha seminato, che non ritorni verso quello che ha lasciato. Che nessuno ricada nella decadenza dalla quale si era rialzato. E se, per la debolezza della carne, qualcuno giace ancora in una di queste malattie, prenda la ferma risoluzione di guarire e di rialzarsi. Tale è la via della salvezza; tale è il modo di imitare la risurrezione iniziata da Cristo... I nostri passi abbandonino le sabbie mobili per camminare sulla terra ferma, poiché sta scritto: “Il Signore fa sicuri i passi dell’uomo e segue con amore il suo cammino. Se cade, non rimane a terra, perché il Signore lo tiene per mano” (Sal 36,23).

         Fratelli carissimi, tenete ben presenti in mente questi pensieri, non solo per la festa di Pasqua, ma anche per santificare tutta la vostra vita.

 

Ottava di Pasqua - PRIMI VESPRI Sabato

Omelia sulla santa e salutare Pasqua ; PG 46, 581                  

 

 

 

 

Il primo giorno della vita nuova

 San Gregorio Nisseno nel quarto secolo

 

 

         Ecco una massima saggia: “Nel tempo della prosperità si dimentica la sventura” (Sir 11,25). Oggi viene dimenticata la prima sentenza formulata contro di noi – anzi viene annullata! Questo giorno ha interamente cancellato ogni ricordo della nostra condanna. Una volta, si partoriva nel dolore; ora nasciamo senza sofferenza. Una volta eravamo carne, nascevamo dalla carne; oggi quel che nasce è spirito nato dallo Spirito. Ieri, nascevamo deboli figli degli uomini; oggi nasciamo figli di Dio. Ieri eravamo rigettati dal cielo sulla terra; oggi, colui che regna nei cieli fa di noi dei cittadini del cielo. Ieri la morte regnava a causa del peccato; oggi, grazie alla Vita, la giustizia riprende il potere.

 

         Un tempo, uno solo ci ha aperto la porta della morte; oggi, uno solo ci riporta alla vita. Ieri, avevamo perso la vita a causa della morte; ma oggi la vita ha distrutto la morte. Ieri, la vergogna ci faceva nascondere sotto il fico; oggi la gloria ci attira verso l’albero della vita. Ieri la disobbedienza ci aveva cacciato dal Paradiso; oggi, la nostra fede ci permette di  entrarvi. Inoltre, il frutto della vita ci viene offerto affinché ne godiamo a sazietà. Nuovamente la fonte del Paradiso che ci irriga con i quattro fiumi dei vangeli (cfr Gen 2,10), viene a rinfrescare l’intera faccia della Chiesa...

 

         Cosa dobbiamo fare da questo momento, se non imitare nel loro saltare gioioso le montagne e le colline delle profezie: “I monti saltellarono come arieti, le colline come agnelli!” (Sal 113,4). “Venite, applaudiamo al Signore” (Sal 94,1). Ha spezzato la potenza del nemico e innalzato il grande trofeo della croce... Diciamo dunque: “Grande Dio è il Signore, grande Re su tutta la terra” (Sal 94,3 ; 46,3). Egli ha benedetto l’anno coronandolo con i suoi benefici (Sal 64,12), e ci raduna in un coro spirituale, in Gesù Cristo nostro Signore. A lui sia la gloria nei secoli dei secoli. Amen!

 

II° settimana Tempo Pasquale - Domenica (Della  Divina Misericordia) - Ufficio della Risurrezione

 Lettera enciclica « Dio ricco di misericordia », n° 8

  

La Divina Misericordia, sorgente di vita per l’uomo

Papa Giovanni Paolo Secondo

 

 

Il mistero pasquale è Cristo al vertice della rivelazione dell'inscrutabile mistero di Dio. Proprio allora si adempiono sino in fondo le parole pronunciate nel cenacolo : « Chi ha visto me, ha visto il Padre » (Gv 14, 9). Infatti Cristo, che il Padre « non ha risparmiato » (Rm 8, 32) in favore dell'uomo, e che nella sua passione e nel supplizio della croce non ha trovato misericordia umana, nella sua risurrezione ha rivelato la pienezza di quell'amore che il Padre nutre verso di lui e, in lui, verso tutti gli uomini. « Non è un Dio dei morti, ma dei viventi » (Mc 12, 27).

 

 Nella sua risurrezione Cristo ha rivelato il Dio dell'amore misericordioso, proprio perché ha accettato la croce come via alla risurrezione. Ed è per questo che - quando ricordiamo la croce di Cristo, la sua passione e morte - la nostra fede e la nostra speranza s'incentrano sul Risorto : su quel Cristo che « la sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato... si fermò in mezzo a loro » nel cenacolo « dove si trovavano i discepoli, ... alitò su di loro e disse : Ricevete lo Spirito Santo ; a chi rimetterete i peccati, saranno rimessi, e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi » (Gv 20, 19s).

 

Ecco il Figlio di Dio, che nella sua risurrezione ha sperimentato in modo radicale su di sé la misericordia, cioè l'amore del Padre che è più potente della morte. Ed è anche lo stesso Cristo che… rivela se stesso come fonte inesauribile della misericordia, dell’ amore … più potente del peccato.

 

II° settimana Tempo Pasquale - VESPRI Domenica

Gv 20, 19-31

 

PPS, vol. 2, n° 2, « Faith without Sight »

 

 

La debolezza della fede di Tommaso, fonte di grazia per la Chiesa

 Cardinale John Henry Newman nel diciannovesimo secolo

 

         Non dobbiamo credere che san Tommaso fosse stato molto differente dagli altri apostoli. Tutti, più o meno, hanno perso fiducia nella promessa di Cristo quando l’hanno visto condotto per essere crocifisso. Quando è stato messo nel sepolcro, anche la loro speranza è stata seppellita con lui, e quando è stata annunciata loro la notizia della sua risurrezione, nessuno ha creduto. Quando è apparso a loro, “li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore” (Mc 16,14)... Tommaso si è convinto per ultimo perché ha visto Cristo per ultimo. Quel che è certo, é che non è stato un discepolo riservato e freddo: prima aveva espresso il desiderio di condividere il pericolo con il suo Maestro e di soffrire con lui: “Andiamo anche noi a morire con lui” (Gv 11,16). Tommaso  ha spinto gli altri apostoli a rischiare la loro vita con il loro Maestro.

 

         San Tommaso amava dunque il suo Maestro, come un vero apostolo, e si è messo al suo servizio. Ma quando l’ha visto crocifisso, la sua fede è venuta meno, per un tempo, come quella degli altri... e più degli altri. Si è isolato, rifiutando la testimonianza, non di una sola persona, ma dei dieci altri apostoli, di Maria Maddalena e delle altre donne... Sembra che avesse avuto bisogno di una prova visibile di ciò che è invisibile, di un segno infallibile venuto dal cielo, come la scala degli angeli di Giacobbe (Gen 28,12), per placare la sua angoscia che gli mostrasse la meta del cammino nel momento di incamminarsi. Un desiderio segreto di certezza lo abitava e questo desiderio si è risvegliato all’udire la notizia della risurrezione di Cristo.

 

         Il nostro Salvatore consente alla sua debolezza, risponde al suo desiderio, ma gli dice: “Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno”. E così, tutti i suoi discepoli lo servono, pur nella loro debolezza, affinché egli la trasformi in parole di insegnamento e di conforto per la sua Chiesa.

 

II° settimana Tempo Pasquale  - LODI Martedì

Gv 3, 1-8

§ 1213-1216

 

 

« Nascere da acqua e da Spirito »

Catechismo della Chiesa Cattolica

 

 

Il santo Battesimo è il fondamento di tutta la vita cristiana, il vestibolo d'ingresso alla vita nello Spirito, e la porta che apre l'accesso agli altri sacramenti. Mediante il Battesimo siamo liberati dal peccato e rigenerati come figli di Dio, diventiamo membra di Cristo; siamo incorporati alla Chiesa e resi partecipi della sua missione: “Il Battesimo può definirsi il sacramento della rigenerazione cristiana mediante l'acqua e la Parola".

 

Lo si chiama “Battesimo” dal rito centrale con il quale è compiuto: battezzare (baptizein" in greco) significa "tuffare", "immergere"; l' "immersione" nell'acqua è simbolo del seppellimento del catecumeno nella morte di Cristo, dalla quale risorge con lui, (Rm 6,4) quale "nuova creatura" (2 Cor 5,17; Gal 6,15). Questo sacramento è anche chiamato il " lavacro di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito Santo" (Tt 3,5), poiché significa e realizza quella nascita dall'acqua e dallo Spirito senza la quale nessuno "può entrare nel Regno di Dio" (Gv 3,5).

 

Questo lavacro è chiamato illuminazione, perché coloro che ricevono questo insegnamento [catechetico] vengono illuminati nella mente. . . " (San Giustino). Poiché nel Battesimo ha ricevuto il Verbo, "la luce vera. . . che illumina ogni uomo" (Gv 1,9), il battezzato, "dopo essere stato illuminato" (Eb 10,32) è divenuto "figlio della luce" (1Ts 5,5), e "luce" egli stesso (Ef 5,8): “Il Battesimo è il più bello e magnifico dei doni di Dio. . . Lo chiamiamo dono, grazia, unzione, illuminazione, veste d'immortalità, lavacro di rigenerazione, sigillo, e tutto ciò che vi è di più prezioso. Dono, poiché è dato a coloro che non portano nulla; grazia, perché viene elargito anche ai colpevoli; Battesimo, perché il peccato viene seppellito nell'acqua; unzione, perché è sacro e regale (tali sono coloro che vengono unti); illuminazione, perché è luce sfolgorante; veste, perché copre la nostra vergogna; lavacro, perché ci lava; sigillo, perché ci custodisce ed è il segno della signoria di Dio” (San Gregorio Nazianzeno).

 

II° settimana Tempo Pasquale VESPRI Martedì

Gv 3, 7-15

Colloqui con Motovilov

 

 

 

« Nascere da acqua e da Spirito »

 San Serafino di Sarov nel diciannovesimo secolo

 

 

         Il giorno di Pentecoste, il Signore mandò solennemente lo Spirito Santo con un rombo di tempesta… Questa grazia folgorante dello Spirito Santo è stata conferita a noi tutti, fedeli di Cristo, nel sacramento del battesimo. Essa è stata sigillata dalla cresima, l’unzione fatta con il sacro crisma sulle membra principali del nostro corpo… Si dice : « Il sigillo del dono dello Spirito ». Ora, dove apponiamo i nostri sigilli, se non sui recipienti il cui contenuto è particolarmente prezioso ? E cosa c’è di più prezioso al mondo, e di più sacro, dei doni dello Spirito Santo mandati dall’alto durante il sacramento del battesimo ?

 

         Questa grazia battesimale è così grande, così importante, così vivificante per l’uomo, da non poter essergli tolta, anche se  diventasse eretico, fino alla morte, cioè al termine della sua prova temporanea fissata dalla Provvidenza affinché egli abbia una possibilità di raddrizzarsi… Quando un peccatore, ricondotto alla vita dalla sapienza divina sempre in cerca della nostra salvezza, si è deciso di volgersi verso Dio per sfuggire alla perdizione, deve seguire la via del pentimento… e sforzarsi, operando nel nome di Cristo, di acquistare lo Spirito Santo, il quale, dentro di noi, prepara il Regno di Dio.

 

II° settimana Tempo Pasquale LODI Mercoledì

Gv 3, 16-21

Il Pedagogo 1, 6 ; SC 70, 207-211

(In l'Ora dell'Ascolto p.654)

 

 

« Chi opera la verità viene alla luce »

 Clemente d'Alessandria nel secondo secolo

  

 

         Battezzati, veniamo illuminati ; illuminati, siamo adottati come figli ; adottati, siamo condotti alla perfezione ; perfetti, siamo resi immortali. « Io ho detto, dice, voi sete dèi, siete tutti figli dell’Altissimo ! » (Sal 81, 6 ; cfr Gv 10, 34)

 

         Il battesimo è chiamato con diversi nomi : grazia, illuminazione, perfezione, lavacro. Lavacro perché per suo mezzo togliamo i peccati. Grazia, con cui vengono rimesse le pene dovute ai peccati. Illuminazione, che ci fa guardare alla santa e salvifica luce che è Dio. Diciamo poi che è perfetto quello a cui non manca niente. Sarebbe davvero assurdo dire che la grazia di Dio non sia perfetta e completa in tutti i sensi : Colui che è perfetto può dare solo cose perfette…

 

         Chi è rigenerato e illuminato, come indica la stessa parola, è immediatamente liberato dalle tenebre e nello  stesso momento riceve la luce… Tolti i nostri peccati che coprivano lo Spirito divino come una nuvola, l’occhio del nostro spirito liberato, viene allo scoperto, luminoso, quell’occhio che solo può farci contemplare le cose divine.

 

II° settimana Tempo Pasquale VESPRI Mercoledì

Gv 3, 16-21

Capitoli sulla conoscenza, IV, 77-78

 

 

« La luce è venuta nel mondo »

 Sant’Isacco Siriano nel settimo secolo

 

 

         L’uomo che fa fuoco e fiamme a causa della verità non ha ancora imparato la verità così come è. Quando l’avrà imparata in verità, smetterà di infiammarsi a causa di essa. Il dono di Dio e la conoscenza che questo dono concede, non sono mai motivo per turbarsi o alzare la voce ; il luogo infatti dove abita lo Spirito con l’amore e l’umiltà, è un luogo dove regna soltanto la pace…

 

         Se lo zelo fosse stato utile per la salvezza degli uomini, perché Dio avrebbe rivestito un corpo e usato la mitezza e l’umiltà per convertire il mondo a suo Padre ? E perché si sarebbe steso sulla croce per i peccatori, e avrebbe consegnato il suo corpo santissimo alla sofferenza in favore del mondo ? Io sostengo che Dio abbia fatto questo per un solo motivo : fare conoscere al mondo il suo amore, affinché la nostra capacità di amare, ancora aumentata da tale constatazione, fosse resa schiava dal suo stesso amore. Così, l’eminente potenza del Regno dei cieli, che consiste nell’amore, ha trovato un’occasione di esprimersi, nella morte di suo Figlio… affinché il mondo sentisse l’amore di Dio per la sua creazione. Se quel mirabile atto non avesse avuto altro motivo che la remissione dei nostri peccati, un altro mezzo sarebbe bastato per realizzarla. Chi l’avrebbe rifiutato se egli l’avesse compiuto mediante una morte semplice, niente di più ? Invece egli non ha voluto una morte semplice, affinché tu possa capire quale fosse il suo mistero.

 

         Perché bisognava che ci fossero insulti e sputi ? … O ! Sapienza vivificante ! Ora hai capito e sentito quale sia stato il motivo della venuta del nostro Signore e di quanto ne è seguito, anche prima che la sua bocca santa ce l’avesse chiaramente spiegato. Sta scritto infatti che « Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito ».

 

II° settimana Tempo Pasquale LODI Giovedì

Gv 3, 31-36

 

Contro le Eresie, IV, 20, 6-7 ; SC n°100, 642-648

(In l' Ora dell'Ascolto p. 2456)

  

Il Figlio rivela il Padre

 Sant’Ireneo di Lione nel secondo secolo

 

 

         “Dio nessuno lo ha mai visto; proprio il Figlio Unigenito, che è nel seno del Padre, lui, lo ha rivelato” (Gv 1,18).

 

         Fin dal principio il Figlio è il rivelatore del Padre, perché fin dal principio è con il Padre, e ha mostrato al genere umano nel tempo più opportuno le visioni profetiche, la diversità dei carismi, i ministeri e la glorificazione del Padre secondo un disegno tutto ordine e armonia. E dove c’è ordine c’è anche armonia, e dove c’è armonia c’è anche tempo giusto, e dove c’è tempo giusto c’è anche beneficio. Per questo il Verbo si è fatto dispensatore della grazia del Padre per l’utilità degli uomini, in favore dei quali ha ordinato tutta l’economia della salvezza, mostrando Dio agli uomini e presentando l’uomo a Dio. Ha salvaguardato però l’invisibilità del Padre, perché l’uomo non disprezzi Dio e abbia sempre qualcosa a cui tendere. Al tempo stesso ha reso visibile Dio agli uomini con molti interventi provvidenziali, perché l’uomo non venisse privato completamente di Dio e cadesse così nel suo nulla.

 

         Perché l’uomo vivente è gloria di Dio, e vita dell’uomo è la visione di Dio. Se infatti la rivelazione di Dio attraverso il creato dà la vita a tutti gli esseri che si trovano sulla terra, molto più la rivelazione del Padre che avviene tramite il Verbo è causa di vita per coloro che vedono Dio.

 

II° settimana Tempo Pasquale VESPRI Giovedì

Gv 3, 31-36

Discorso per Natale

 

 

« Colui che Dio ha mandato proferisce le parole di Dio »

Giovanni Taulero nel quattordicesimo secolo

 

  

         Come Maria, ogni serva di Dio deve assai sovente fare il silenzio e la calma in se stessa, ritirarsi nell’intimo, nascondersi nello spirito per sottrarsi e sfuggire ai sensi, e fare in se stessa un luogo di silenzio e di riposo interiore. Di questo riposo interiore si canta... : “Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose, e la notte era a metà del suo corso, dal cielo si lanciò la tua parola onnipotente” (Sap 18,14-15), il Verbo eterno sgorgando dal cuore del Padre. In mezzo al silenzio, proprio nel momento in cui tutte le cose sono immerse nel più profondo silenzio, quando regna il vero silenzio, allora si intende il Verbo in verità. Se vuoi infatti che Dio parli, ti occorre tacere; perché egli possa entrare, tutte le cose devono uscire.

 

         Quando il nostro Signore Gesù è entrato in Egitto, tutti gli idoli del paese sono crollati. I tuoi idoli sono tutte le cose che impediscono a questa nascita eterna di compiersi in te in modo vero e immediato, per quanto buone e sante esse possano parere. Il nostro Signore disse: “Sono venuto a portare una spada” (Mt 10,34) per tagliare tutto ciò che lega l’uomo... Infatti ciò che ti è più vicino, ecco il tuo nemico: quella molteplicità di immagini, che in te nascondono il Verbo.

 

II° settimana Tempo Pasquale LODI Venerdì

Gv 6, 1-15

Omelie sul vangelo di Giovanni, 25, 2.

(Nuova Biblioteca Agostiniana)

 

« Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo »

 

Sant’Agostino nel quinto secolo

 

Perché si ritirò sul monte quando si accorse che lo volevano rapire per farlo re ? E come ? Non era già re, lui che temeva di diventarlo ? Sì, era re : ma non di quelli che vengono proclamati dagli uomini, bensì tale da elargire il regno agli uomini. Non ci suggerisce anche qui qualcosa Gesù, le cui azioni sono parole ? Rapirlo, significava forse voler prevenire il tempo del suo regno ? Egli non era venuto, per regnare subito : regnerà in futuro ; ed è per questo che noi diciamo : « Venga il tuo Regno » (Mt 6, 10). Certo, da sempre egli regna insieme con il Padre in quanto è Figlio di Dio, Verbo di Dio, Verbo per mezzo del quale sono state fatte tutte le cose. Ma i profeti avevano predetto il suo regno anche in quanto è Cristo fattosi uomo, e in quanto ha dato ai suoi fedeli di essere cristiani. Ci sarà dunque un regno dei cristiani, che è in formazione, che ora si prepara, e viene acquistato dal sangue di Cristo.

E un giorno avverrà la manifestazione del suo regno, allorché apparirà lo splendore dei suoi santi, dopo il giudizio che Cristo compirà. Di questo regno l'Apostolo dice : « Quando consegnerà il regno a Dio Padre » (1 Cor 15, 24). E il Signore stesso, riferendosi a questo regno, dice così : « Venite, benedetti del Padre mio, a prender possesso del regno che è stato preparato per voi fin dall'inizio del mondo » (Mt 25, 34). Ma i discepoli e le turbe che credevano in lui, pensarono che egli fosse già venuto per regnare. Volerlo rapire per farlo re, significava voler anticipare il suo tempo, che egli teneva nascosto, per manifestarlo al momento opportuno, e opportunamente proclamarlo alla fine del mondo.

 

II° settimana Tempo Pasquale VESPRI Venerdì

Gv 6, 1-15

Commento sul Diatèssaron,

12, 4-5, 11 ; SC 121, 214

 

  

« Riempirono dodici canestri con i pezzi avanzati »

 Sant’Efrem Siro nel quarto secolo

 

 

         In un batter d’occhio, il Signore ha moltiplicato un po’ di pane. Ciò che gli uomini fanno in dieci mesi di lavoro, le sue dieci dita l’hanno fatto in un istante... Eppure, egli ha misurato il miracolo non alla sua potenza, bensì alla fame dei presenti. Se il miracolo fosse stato misurato secondo la sua potenza, sarebbe stato impossibile il valutarlo; invece, misurato secondo la fame di quelle migliaia di persone, il miracolo ha sovrabbondato di dodici canestri; negli artigiani, la potenza è inferiore al desiderio dei clienti, non possono fare quanto gli viene chiesto; invece le realizzazioni di Dio superano ogni desiderio...

 

         Saziati nel deserto, come un tempo gli Israeliti in seguito alla preghiera di Mosè, esclamarono: “Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo”. Accennavano alle parole di Mosè: “Il Signore susciterà per te un profeta”, non profeta qualunque, bensì “un profeta pari a me” (Dt 18,15), che vi sazierà di pane nel deserto. Come me, ha camminato sul mare, è apparso nella nube luminosa (Mt 17,5), ha liberato il suo popolo. Come Mosè che ha affidato il suo gregge a Giosuè, egli ha affidato Maria a Giovanni... Ma il pane di Mosè non era perfetto; è stato dato ai soli israeliti. Volendo accennare che il suo dono superava quello di Mosè, e la chiamata delle nazioni ancora più perfetta, il nostro Signore disse: “Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno”, infatti “il pane di Dio è disceso dal cielo” e viene dato al mondo intero (Gv 6,51).

 

II° settimana Tempo Pasquale LODI Sabato

Gv 6, 16-21

Discorsi 50, 1.2.3 ; PL 52, 339-340

 

  « Subito la barca toccò la riva alla quale erano diretti »

San Pietro Crisologo nel quinto secolo

 

 

         Cristo sale su una barca : non è forse stato lui ad aver messo in secca il letto del mare, dopo aver respinto le sue acque, affinché Israele camminasse sull’asciutto in mezzo al mare, come in una valle (Es 14, 29) ? Non è forse stato lui ad aver rassodato sotto i piedi di Pietro, le onde del mare, affinché l’acqua fosse sotto i suoi passi un cammino saldo e sicuro (Mt 14, 29) ?

 

         Sale sulla barca. Per attraversare il mare di questo mondo fino alla fine dei tempi, Cristo sale sulla barca della sua Chiesa per condurre in una traversata tranquilla, quanti credono in lui, fino alla patria del cielo, e fare di coloro con i quali egli è in comunione nella sua umanità, i cittadini del suo Regno. Cristo, certo, non ha bisogno della barca ; invece la barca ha bisogno di Cristo. Infatti, senza questo pilota celeste, la barca della Chiesa, agitata dalle onde, non giungerebbe mai al porto.

 

II° settimana Tempo Pasquale PRIMI VESPRI Sabato

 

Il sacramento di pace

di san Giovanni Crisostomo,

nel IV sec.

  

 

            Cristo che ti ha fatto il dono più grande offrendo e consegnando se stesso alla morte, assai minor difficoltà avrà a darti il suo corpo. Comprendiamo bene tutti noi, sacerdoti e fedeli, quale dono il Signore si è degnato di darci e a quale onore ci ha elevati. Riconosciamolo e tremiamo. Cristo ci ha dato di saziarci con la sua carne, ci ha offerto se stesso immolato. Quale scusa avremo ancora se, così alimentati, continuiamo a peccare, se, cibati dell’Agnello, viviamo come lupi; se, nutriti di tale cibo, non cessiamo di essere avidi come i leoni? Questo sacramento esige non solo che siamo sempre esenti da ogni violenza e rapina, ma puri anche della più piccola inimicizia. Questo sacramento infatti è un sacramento di pace, e non permette di avere attaccamento alle ricchezze. Gesù per noi non ha risparmiato se stesso, quale giustificazione potremo dunque invocare se, per conservare i nostri beni, trascuriamo la nostra anima per la quale Cristo non ha risparmiato la sua vita ?

 

         Il corpo di Cristo che sta sull’altare non ha bisogno di molta cura. Impariamo quindi a pensare e a comportarci degnamente verso così grandi misteri e a onorare Cristo come egli vuol esser onorato. Il culto più grande che possiamo rendere a colui che vogliamo venerare è quello che egli stesso vuole, non quello che pensiamo noi.

 

         Dio non ha bisogno di vasi d’oro, ma di anime d’oro.

 

III° settimana Tempo Pasquale - Domenica  - LODI

Lc 24, 13-35

Lettera apostolica per l’Anno dell’Eucaristia:

Mane nobiscum domine, § 24-25

 

 

« Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme »

Giovanni Paolo II

 

 

         I due discepoli di Emmaus, dopo aver riconosciuto il Signore, «partirono senza indugio», per comunicare ciò che avevano visto e udito. Quando si è fatta vera esperienza del Risorto, nutrendosi del suo corpo e del suo sangue, non si può tenere solo per sé la gioia provata. L'incontro con Cristo, continuamente approfondito nell'intimità eucaristica, suscita nella Chiesa e in ciascun cristiano l'urgenza di testimoniare e di evangelizzare. Ebbi a sottolinearlo proprio nell'omelia in cui annunciai l'Anno dell'Eucaristia, riferendomi alle parole di Paolo: «Ogni volta che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga» (1Cor 11,26). L'Apostolo pone in stretta relazione tra loro il convito e l'annuncio: entrare in comunione con Cristo nel memoriale della Pasqua significa, nello stesso tempo, sperimentare il dovere di farsi missionari dell'evento che quel rito attualizza. Il congedo alla fine di ogni Messa costituisce una consegna, che spinge il cristiano all'impegno per la propagazione del Vangelo e la animazione cristiana della società.

 

Per tale missione l'Eucaristia non fornisce solo la forza interiore, ma anche — in certo senso — il progetto. Essa infatti è un modo di essere, che da Gesù passa nel cristiano e, attraverso la sua testimonianza, mira ad irradiarsi nella società e nella cultura.

 

III° settimana Tempo Pasquale VESPRI Domenica

Lc 24, 13-35

PPS 6, 10

 

 

« Non ci ardeva forse il cuore nel petto ? »

 Cardinal John Henry Newman nel diciannovesimo secolo

 

 

         Fratelli, rendiamoci conto di quali furono le apparizioni di Cristo ai suoi discepoli dopo la sua risurrezione. Sono tanto più importanti in quanto ci mostrano che una simile comunione con Cristo rimane ancora possibile ; è un contatto dello stesso genere che ci è dato nel nostro presente con Cristo. In quel periodo di quaranta giorni che seguirono la risurrezione, Gesù ha inaugurato una nuova relazione con la Chiesa, che è la sua relazione attuale con noi, il tipo di presenza che ha voluto manifestare come certa.

 

         Dopo la sua risurrezione, come era presente Cristo nella sua Chiesa ? Andava e veniva liberamente ; niente si opponeva alla sua venuta, neppure le porte chiuse. Tuttavia, benché fosse presente, i suoi discepoli non capivano con evidenza che lui era con loro. I discepoli di Emmaus ebbero coscienza della sua presenza soltanto dopo, ricordandosi quale influenza egli aveva esercito su di loro : « Non ci ardeva forse il cuore nel petto ? »

 

         Notiamo bene quale fu il momento in cui i loro occhi si aprirono : nello spezzare il pane. Tale è infatti l’attualizzazione del vangelo : quando si riceve la grazia di afferrare la presenza di Cristo, lo si riconosce soltanto dopo. Ormai è soltanto mediante la fede che si può  afferrare la sua presenza. Invece della sua presenza sensibile, egli lascia il memoriale della sua redenzione. Si rende presente nel sacramento. Quando si è manifestato ? Quando, per così dire, fa passare i suoi da una visione senza vera conoscenza ad una conoscenza autentica nell’invisibile della fede.

 

III° settimana Tempo Pasquale - LODI - martedì

Il Sacramento dell’altare III, 2 ; PL 204, 768-769 ; SC 94, 565

  

 

Il Padre mio vi dà il pane del cielo, quello vero

Baldovino di Ford nel dodicesimo secolo

 

         Dio, la cui natura è bontà, la cui sostanza è amore, la cui vita è solo benevolenza, volendo mostrarci la dolcezza della sua natura e la tenerezza per i suoi figli, ha mandato nel mondo, suo Figlio, il pane degli angeli (Sal 77,25), « per il grande amore con il quale ci ha amati » (Ef 2,4). « Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito » (Gv 3,16).

 

         Tale è la manna vera che il Signore ha fatto piovere perché fosse mangiata… ; questo, nella sua bontà, Dio ha preparato per i suoi poveri (Sal 67,9). Cristo infatti, disceso per tutti gli uomini e giunto al livello di ciascuno, attira tutto a sé grazie alla sua indicibile bontà ; non respinge nessuno e accoglie tutti gli uomini alla penitenza. Per quanti lo ricevono, ha il sapore più delizioso. Lui solo basta per colmare ogni desiderio… e si adatta in un modo diverso agli uni e agli altri, a seconda delle tendenze e dei desideri di ciascuno…

 

         Ognuno gusta in lui un sapore differente… Non ha infatti lo stesso sapore per il penitente e i principiante, per colui che va avanti e colui che è vicino alla meta. Non ha lo stesso sapore nella vita attiva e nella vita contemplativa, né per colui che usa di questo mondo e per colui che non ne usa, per il celibe e lo sposato, per colui che digiuna e distingue giorno da giorno e per colui che li giudica tutti uguali (Rm 14,5)… Questa manna ha un sapore dolce perché libera dalle preoccupazioni, guarisce le malattie, mitiga le prove, asseconda gli sforzi e rafforza la speranza… Coloro che l’hanno assaggiato « hanno ancora fame » (Sir 24,29) : coloro che hanno fame saranno saziati.

 

III° settimana Tempo Pasquale - VESPRI - martedì

Catechesi, 22

 

 

 

Io sono il pane della vita

 di San Cirillo di Gerusalemme nel quarto secolo

 

         Quando Cristo in persona dice riguardo al pane : « Questo è il mio corpo », chi potrebbe esitare ? E quando egli afferma : « Questo è il mio sangue », chi potrebbe dubitare ? Un tempo a Cana di Galilea, Gesù ha cambiato l’acqua in vino – il vino, fratello del sangue – chi ora rifiuterebbe di credere, mentre egli cambia il vino in sangue ? Invitato alle nozze secondo la carne, ha operato questo miracolo stupendo ; a maggior ragione, come potremmo rifiutare di riconoscere che concede agli « invitati a nozze » (Mt 9,11) la gioia del suo Corpo e del suo Sangue ?

 

         Il suo corpo infatti ti è stato dato sotto l’apparenza del pane, e il suo sangue sotto l’apparenza del vino affinché, avendo partecipato al corpo e al sangue di Cristo, tu fossi con lui un unico corpo e un unico sangue. Così diventiamo dei « portatori di Cristo » [Cristofori]. Il suo corpo e il suo sangue si diffondano nelle nostre membra ; ecco come diventiamo partecipi della natura divina. Un tempo, intrattenendosi con i giudei, Cristo diceva : « Se non mangiate la mia carne e non bevete il mio sangue, non avrete in voi la vita » (Gv 6,54). Se il pane e il vino ti sembrano meramente naturali, non fermarti qui… Se i tuoi sensi ti sviano, la tua fede ti sostenga.

 

         Quindi mentre ti avvicini per riceverlo, non avanzare senza rispetto, stendendo le palme delle mani, con le dita allargate. Invece, poiché sulla mano destra riposerà il Re, fagli un trono con la mano sinistra, e nell’incavo della mano ricevi il Corpo di Cristo e rispondi : Amen !

 

III° settimana Tempo Pasquale - LODI Mercoledì

                                                       

Lettera Enciclica Ecclesia de Eucharistia, 1

 

 

 

« Io sono il pane della vita »

 Giovanni Paolo II

 

 La Chiesa vive dell'Eucaristia. Questa verità non esprime soltanto un'esperienza quotidiana di fede, ma racchiude in sintesi il nucleo del mistero della Chiesa. Con gioia essa sperimenta in molteplici forme il continuo avverarsi della promessa: « Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo » (Mt 28,20); ma nella sacra Eucaristia, per la conversione del pane e del vino nel corpo e nel sangue del Signore, essa gioisce di questa presenza con un'intensità unica. Da quando, con la Pentecoste, la Chiesa, Popolo della Nuova Alleanza, ha cominciato il suo cammino pellegrinante verso la patria celeste, il Divin Sacramento ha continuato a scandire le sue giornate, riempiendole di fiduciosa speranza.

 

Giustamente il Concilio Vaticano II ha proclamato che il Sacrificio eucaristico è « fonte e apice di tutta la vita cristiana » (LG 11). « Infatti, nella santissima Eucaristia è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua e pane vivo che, mediante la sua carne vivificata dallo Spirito Santo e vivificante, dà vita agli uomini » (PO 5). Perciò lo sguardo della Chiesa è continuamente rivolto al suo Signore, presente nel Sacramento dell'Altare, nel quale essa scopre la piena manifestazione del suo immenso amore.

 

III° settimana Tempo Pasquale VESPRI  mercoledì                                                          

Gv 6, 35-40

 

OR 20/09/59

 

 « Chi viene a me non avrà più fame »

 Beato Papa Giovanni XXIII

 

         Il problema economico costituisce l’incognita terribile della nostra epoca. Il problema del pane quotidiano, del benessere, è l’incertezza angosciosa che ci opprime in mezzo alle folle agitate ed insoddisfatte, ed a volte, purtroppo, affamate. È per noi un dovere unire i nostri sforzi, fare i sacrifici necessari secondo la dottrina cattolica nata dal Vangelo e le istruzioni chiare e solenni della Chiesa, per contribuire alla ricerca di una soluzione giusta per tutti. Ma invano ci sforzeremo di riempire di pane gli stomaci e di soddisfare gli altri desideri, a volte sfrenati, se non riusciremo a nutrire le anime col pane di vita, pane vero, sostanziale, divino ; a nutrirle cioè di Cristo, del quale hanno fame e per mezzo del quale soltanto, si potrà riprendere il cammino « fino al monte di Dio » (1 Re 19, 8).

 

         Invano chiederemo agli economisti e ai legislatori nuove forme di vita sociale, se sottraiamo agli occhi del popolo, il sorriso dolce e materno di Maria, le cui braccia sono aperte per accogliere tutti i suoi figli. Sul suo seno, la superbia si abbassa, i cuori si placano nella santa poesia della pace cristiana e dell’amore. Congiungiamo i nostri sforzi affinché non siano mai separati dal cuore dell’uomo ciò che Dio, nella dottrina cattolica e nella storia del mondo, ha così meravigliosamente unito : l’eucaristia e la Vergine.

 

III° settimana Tempo Pasquale - LODI giovedì

Discorsi, 45 ; PL 144,743 et 747

 

Questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia

 di San Pier Damiani nel undicesimo secolo

  

 

         La Vergine Maria ha dato alla luce Gesù Cristo, l’ha riscaldato nelle sue braccia, l’ha avvolto in fasce e l’ha circondato di cure materne. È proprio lo stesso Gesù di cui riceviamo ora il corpo e beviamo il sangue redentore nel sacramento dell’altare. Questo ritiene vero la fede cattolica, questo insegna fedelmente la Chiesa.

 

         Nessuna lingua umana potrà mai glorificare abbastanza colei dalla quale ha preso carne, lo sappiamo, « il mediatore fra Dio e gli uomini » (1 Tm 2,5). Nessun omaggio umano è all’altezza di colei il cui grembo purissimo ha dato il frutto che è il cibo delle nostre anime : colui, in altri termini, che rende testimonianza a se stesso con le parole : « Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno ». Infatti, noi che eravamo stati cacciati dal paradiso di delizie a causa di un cibo, per mezzo di un cibo ritroviamo le gioie del paradiso. Eva ha preso un cibo, e siamo stati condannati a un digiuno eterno ; Maria ha dato un cibo, e la porta del banchetto del cielo ci è stata aperta.

 

III° settimana Tempo Pasquale VESPRI - Giovedì

Gv 6, 44-51

 

Discorsi sulla prima lettera ai Corinzi, n° 24

 

 

 Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo

di San Giovanni Crisostomo  nel quarto secolo

 

 

         “Noi, pur essendo molti siamo un corpo solo” (1 Cor 10,17). Cos’è il pane che mangiamo? Il Corpo di Cristo. Cosa divengono coloro che vi comunicano? Il Corpo di Cristo, non una moltitudine, bensì un corpo unico. Così come il pane, composto di tanti chicchi di grano è un solo pane, nel quale i chicchi scompaiono, così come in una massa tanto  compatta, benché i chicchi vi sussistano, è impossibile vedere cosa li distingue, così anche noi tutti, insieme e con Cristo, facciamo una cosa sola. Infatti come in un corpo tutte le membra vengono nutrite da quel corpo e non da un altro; lo stesso Corpo li nutre tutti. Per questo l’apostolo Paolo aggiunge: “Tutti partecipiamo dell’unico pane”.

 

         Ebbene ora, se partecipiamo tutti allo stesso pane, se tutti diveniamo lo stesso Cristo, perché dunque non mostriamo la stessa carità?... Questo si vedeva nel tempo dei nostri padri: “La moltitudine di coloro che eran venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola” (At 4,32).  Non è lo stesso adesso; anzi accade proprio il contrario. Eppure, uomo, è venuto Cristo a cercare te, che eri così lontano da lui, per unirsi a te. E tu, non vuoi unirti al tuo fratello?

 

         Infatti, Egli non ha soltanto dato il suo corpo; ma poiché la prima carne, tratta dalla terra, era morta a causa del peccato, egli vi ha introdotto, per così dire, un altro lievito, cioè la propria carne, della stessa natura della nostra carne, ma immune da ogni peccato, piena di vita. Il Signore l’ha condivisa con tutti noi affinché, nutriti da questa carne nuova, tutti in comunione gli uni con gli altri, potessimo entrare nella vita immortale.

 

III° settimana Tempo Pasquale LODI - venerdì

 

 

Dacci sempre questo pane

 del Beato Jan Ruysbroeck nel quattordicesimo secolo

 

         Ecco il primo segno dell’amore : Gesù ci ha dato da mangiare la sua carne, e da bere il suo sangue. Ecco una cosa inaudita, che richiede da noi ammirazione e stupore. È la caratteristica dell’amore di dare sempre e di ricevere sempre. Ora, l’amore di Gesù è nello stesso tempo prodigo e avido. Tutto ciò che egli ha, tutto ciò che egli è, lo dà ; tutto ciò che noi abbiamo, tutto ciò che noi siamo, egli lo prende.

 

         Ha una fame immensa… Quanto più il nostro amore lo lascia agire, tanto più lo gustiamo con ampiezza. Ha una fame immensa, insaziabile. Sa bene che siamo poveri, ma non ne tiene in alcun conto. In noi, lui stesso si fa pane, facendo scomparire dapprima, nel suo amore, vizi, colpe e peccati. Poi, quando vede che siamo puri, viene, avido, per prendere la nostra vita e cambiarla come la sua, la nostra piena di peccati, la sua piena di grazia e di gloria, tutta pronta per noi, se soltanto rinunciamo… Quanti amano mi capiranno. Ci ha fatto il dono di una fame e di una sete eterne.

 

         A questa fame e a questa sete, dà in cibo il suo corpo e il suo sangue. Quando li riceviamo con abnegazione interiore, il suo sangue, pieno di calore e di gloria, scorre da Dio nelle nostre vene. Il fuoco si accende dentro di noi e il gusto spirituale ci penetra l’anima e il corpo, il gusto e il desiderio. Ci dà di assomigliare alle sue virtù ; vive in noi e noi viviamo in lui.

 

III° settimana Tempo Pasquale VESPRI - venerdì

La Preghiera della Chiesa

 

 

Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui

 Santa Teresa Benedetta della Croce [Edith Stein]

 

         La via che conduce alla vita interiore e ai cori degli spiriti beati che cantano il Sanctus eterno, è Cristo. Il suo sangue è il velo del Tempio attraverso il quale penetriamo nel Santo dei santi della vita divina (Eb 9,11s; 10,20). Egli ci purifica dal peccato, nel battesimo e nel sacramento della penitenza, ci apre gli occhi alla luce eterna, ci apre gli orecchi per ricevere la Parola divina, ci apre le labbra per intonare il canto di lode, per pregare la preghiera di riconciliazione, di domanda, di azione di grazie; e tutte queste preghiere non sono null’altro che forme diverse dell’unica adorazione...

 

         Tuttavia, soprattutto  il sacramento in cui Cristo è presente in persona fa di noi le membra del suo corpo. Nel partecipare al sacrificio e alla mensa sacra, nell’essere nutriti della carne e del sangue di Gesù, diventiamo anche noi la sua carne e il suo sangue. E soltanto quando siamo membra del suo corpo, e nella misura in cui lo siamo in verità, il suo Spirito può vivificarci e regnare in noi... Diventiamo membra del corpo di Cristo, “non soltanto nell’amore..., ma anche realmente, essendo una cosa sola con la sua carne; e questo è realizzato per mezzo del cibo che egli ci ha offerto per darci la prova di quel desiderio che egli nutre per noi. Per questo lui stesso si è abbassato fino a venire in noi e ha plasmato in noi il suo corpo, affinché fossimo una cosa sola, così come il corpo è unito al capo”... In quanto membra del suo corpo, animati dal suo Spirito, offriamo noi stessi in sacrificio “per Cristo, con Cristo e in Cristo”, unendo le nostre voci all’eterna azione di grazie.

 

III° settimana Tempo Pasquale LODI  Sabato

Gv 6, 60-69 

 

 Discorsi, 25 sul vangelo di Giovanni, 14-16

(Nuova Biblioteca Agostiniana)

 

  « Forse anche voi volete andarvene ? »

 Sant’Agostino nel V secolo

 

         « Io sono il pane della vita; quello vero, che discende dal cielo e dà la vita al mondo » (Gv 6,32-33)… Volete il pane del cielo? Lo avete davanti e non lo mangiate. « Vi ho detto però che mi avete veduto e non avete creduto » (Gv 6,36). Ma io non ho per questo abbandonato il mio popolo. Forse che la vostra infedeltà ha compromesso la fedeltà di Dio (Rm 3,3)? Ascoltate ciò che segue: « Tutto quello che il Padre mi dà verrà a me; e colui che viene a me, non lo caccerò fuori » (Gv 6,37). Quale intimo segreto è mai questo dal quale mai si è allontanati? Mirabile intimità e dolce solitudine! O segreto senza tedio, non amareggiato da pensieri inopportuni, non turbato da tentazioni e da dolori! Non è forse quell'intimo segreto dove entrerà colui al quale il Signore dirà, come a servo benemerito: « Entra nel gaudio del tuo Signore » (Mt 25,23) ?…

 

Dunque, non caccerai fuori chi viene a te, perché sei disceso dal cielo non per fare la tua volontà, ma la volontà di colui che ti ha mandato? Grande mistero! … Appunto per guarire la causa di tutti i mali, cioè la superbia, il Figlio di Dio è disceso e si è fatto umile. Perché t'insuperbisci, o uomo? Dio per te si è umiliato. Forse ti saresti vergognato d'imitare un uomo umile, imita almeno Dio umile… Lui, Dio, si è fatto uomo; tu, uomo, riconosci che sei uomo; tutta la tua umiltà consiste nel riconoscere che sei uomo. Ora, poiché Dio insegna l'umiltà ha detto: « Non sono venuto per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato… Son venuto umile, son venuto a insegnare l'umiltà, sono venuto come maestro di umiltà. Chi viene a me, è incorporato a me; chi viene a me, diventa umile; … perché non fa la propria volontà, ma quella di Dio. Perciò non sarà cacciato fuori, mentre, per essere stato superbo fu cacciato fuori ».

 

III° settimana Tempo Pasquale PRIMI VESPRI Sabato

 Gv 10, 11-18

 

Esposizione su Giovanni, c.10, lett. 3, 1-2

(In l'Ora dell'Ascolto p. 1979)

 

  « Il buon pastore offre la vita per le pecore »

 San Tommaso d'Aquino nel XIII secolo



            La carità è il primo dovere del buon pastore, perciò dice Gesù : « Il buon pastore offre la vita per le sue pecore ». Infatti c’è differenza tra il buono e il cattivo pastore : il buon pastore ha di mira il vantaggio del gregge, mentre il cattivo il proprio. Questo infatti dice il profeta : « Guai ai pastori d’Israele che pascono se stessi ! I pastori non dovrebbero forse pascere il gregge ? » (Ez 34,2). Colui che non fa altro che utilizzare il gregge a proprio vantaggio non è un buon pastore…

 

         Nei guardiani di pecore non si esige che, per essere giudicati buoni, espongano la propria vita per la salvezza del gregge. Ma siccome la salvezza del gregge spirituale ha maggior peso della vita corporale del pastore, quando incombe il pericolo del gregge ogni pastore spirituale deve affrontare il sacrificio della vita corporale. Questo dice il Signore : « Il buon pastore offre la sua vita per le sue pecore ». Egli consacra loro la sua persona nell’esercizio dell’autorità e della carità… Cristo ci ha dato l’esempio di questo insegnamento : « Egli ha dato la sua vita per noi, quindi anche noi dobbiamo dare la vita per il fratelli » (1 Gv 3,6).

 

IV° settimana Tempo Pasquale - U.R. Domenica

(Om. 14, 3-6; PL 76, 1129-1130)

Dalle «Omelie sui Vangeli»

Cristo, buon pastore

 di san Gregorio Magno nel sesto secolo

 

«Io sono il buon Pastore; conosco le mie pecore», cioè le amo, «e le mie pecore conoscono me» (Gv 10, 14). Come a dire apertamente: corrispondono all'amore di chi le ama. La conoscenza precede sempre l'amore della verità.

Domandatevi, fratelli carissimi, se siete pecore del Signore, se lo conoscete, se conoscete il lume della verità. Parlo non solo della conoscenza della fede, ma anche di quella dell'amore; non del solo credere, ma anche dell'operare. L'evangelista Giovanni, infatti, spiega: «Chi dice: Conosco Dio, e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo» (1 Gv 2, 4).

Perciò in questo stesso passo il Signore subito soggiunge: «Come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e offro la vita per le pecore«(Gv 10, 15). Come se dicesse esplicitamente: da questo risulta che io conosco il Padre e sono conosciuto dal Padre, perché offro la mia vita per le mie pecore; cioè io dimostro in quale misura amo il Padre dall'amore con cui muoio per le pecore. 

Di queste pecore di nuovo dice: Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna (cfr. Gv 10, 14-16). Di esse aveva detto poco prima: «Se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo» (Gv 10, 9). Entrerà cioè nella fede, uscirà dalla fede alla visione, dall'atto di credere alla contemplazione, e troverà i pascoli nel banchetto eterno.

Le sue pecore troveranno i pascoli, perché chiunque lo segue con cuore semplice viene nutrito con un alimento eternamente fresco. Quali sono i pascoli di queste pecore, se non gli intimi gaudi del paradiso, ch'è eterna primavera? Infatti pascolo degli eletti è la presenza del volto di Dio, e mentre lo si contempla senza paura di perderlo, l'anima si sazia senza fine del cibo della vita.

Cerchiamo, quindi, fratelli carissimi, questi pascoli, nei quali possiamo gioire in compagnia di tanti concittadini. La stessa gioia di coloro che sono felici ci attiri. Ravviviamo, fratelli, il nostro spirito. S'infervori la fede in ciò che ha creduto. I nostri desideri s'infiammino per i beni superni. In tal modo amare sarà già un camminare.

Nessuna contrarietà ci distolga dalla gioia della festa interiore, perché se qualcuno desidera raggiungere la mèta stabilita, nessuna asperità del cammino varrà a trattenerlo. Nessuna prosperità ci seduca con le sue lusinghe, perché sciocco è quel viaggiatore che durante il suo percorso si ferma a guardare i bei prati e dimentica di andare là dove aveva intenzione di arrivare.

 

IV° settimana Tempo Pasquale - VESPRI - Domenica

Messaggio per la giornata mondiale di preghiera per le vocazioni 1971

 

 « Egli le chiama per nome »

di Papa Paolo VI

 

         Quando Gesù presentava se stesso come il Pastore Buono, si ricollegava ad una lunga tradizione biblica, già familiare ai suoi discepoli ed agli altri ascoltatori. Il Dio d’Israele, infatti, si era manifestato sempre come il Pastore Buono del suo popolo. Egli ne aveva ascoltato il lamento, lo aveva liberato dalla terra di schiavi, «aveva guidato nella sua bontà il popolo da lui salvato» durante il faticoso cammino nel deserto verso la patria promessa… Secolo dopo secolo, il Signore aveva continuato a guidarlo, anzi, a portarlo sulle sue braccia come il pastore porta gli agnelli. Lo aveva ancora portato dopo la punizione dell’esilio, chiamando di nuovo e radunando insieme le pecore disperse per ricondurle nella terra dei padri.

 

È per questo motivo che gli antichi credenti si rivolgevano filialmente a Dio, chiamandolo il loro Pastore: «Il Signore è il mio Pastore, non manco di nulla; in erbosi pascoli mi fa riposare; ad acque ristoratrici mi conduce, ricrea l’anima mia; mi guida per giusti sentieri» (Sal 22). Essi sapevano che il Signore era un Pastore buono, paziente, talvolta severo, ma misericordioso sempre verso il suo popolo, anzi, verso tutti gli uomini…

 

E infatti, quando nella pienezza dei tempi venne Gesù, Egli trovò il suo popolo «come un gregge senza pastore» (Mc 6,34) e ne provò una profonda pena. In Lui le profezie si adempivano e finivano i tempi dell’attesa. Con le stesse parole della tradizione biblica, Gesù si è presentato come il Pastore Buono, che conosce le sue pecore, le chiama per nome, e per esse dà la sua vita. E così «si farà un solo gregge, un solo pastore» (Gv 10,16).

 

IV° settimana Tempo Pasquale - LODI  Martedì

Gv 10, 22-30

 

De Trinitate II, 8

 

 « Io e il Padre siamo una cosa sola »

Sant’Ilario di Poitiers quarto secolo

 

 

         Il Padre è colui che è, e tale lo dobbiamo credere. Quanto al Figlio, la nostra intelligenza si scoraggia nel tentativo di giungere a lui, e ogni parola esita a farsi udire. Egli è infatti la Generazione del Non Generato, l’Unigenito nato dall’Unico, il Vero nato dal Vero, il Vivente nato dal Vivente, il Perfetto nato dal Perfetto, la Potenza dalla Potenza, la Sapienza dalla Sapienza, la Gloria dalla Gloria, « l’immagine del Dio invisibile » (Col 1,15)…

 

         Come potremo intendere la generazione del Figlio unigenito, dal Padre non generato… Tale generazione non è una frattura né una divisione… « Il Padre è in me e io nel Padre » (Gv 10,38). Non è un’adozione, perché il Figlio è il vero Figlio di Dio e dice : « Chi ha visto me ha visto il Padre » (Gv 14,9). Non è venuto all’esistenza come gli altri esseri, per ubbidire a un ordine, perché… in se stesso Egli ha la vita come Colui che lo ha generato ha la vita in se stesso (Gv 5,26)… È perfetto Colui che è nato dal Perfetto, poiché Colui che possiede tutto gli ha dato tutto. Il Padre e il Figlio possedono ciascuno il segreto di tale nascita.

 

IV° settimana Tempo Pasquale VESPRI Martedì

Gv 10, 22-30       

 

No Greater Love

 « Le mie pecore ascoltano la mia voce »

 Beata Teresa di Calcutta

 

 

         Riterrai difficile pregare, se non sai come fare. Ognuno di noi deve aiutare se stesso a pregare: in primo luogo, ricorrendo al silenzio; non possiamo infatti metterci in presenza di Dio se non pratichiamo il silenzio, sia interiore che esteriore. Fare silenzio dentro di sè non è facile, eppure è uno sforzo indispensabile; solo nel silenzio troveremo una nuova potenza e una vera unità. La potenza di Dio diverrà nostra per compiere ogni cosa come conviene; lo stesso sarà riguardo all’unità dei nostri pensieri con i suoi pensieri, all’unità delle nostre preghiere con le sue preghiere, all’unità delle nostre azioni con le sue azioni, della nostra vita con la sua vita. L’unità è il frutto della preghiera, dell’umiltà, dell’amore.

 

         Nel silenzio del cuore, Dio parla; se starai davanti a Dio nel silenzio e nella preghiera, Dio ti parlerà. E saprai allora che non sei nulla. Soltanto quando riconoscerai il tuo non essere, la tua vacuità, Dio potrà riempirti con se stesso. Le anime dei grandi oranti sono delle anime di grande silenzio.

 

Il silenzio ci fa vedere ogni cosa diversamente. Abbiamo bisogno del silenzio per toccare le anime degli altri. L’essenziale non è quello che diciamo, bensì quello che Dio dice – quello che dice a noi, quello che dice attraverso di noi. In un tale silenzio, egli ci ascolterà; in un tale silenzio, parlerà alla nostra anima, e udremo la sua voce.

 

IV° settimana Tempo Pasquale LODI Mercoledì

Gv 12, 44-50

 

Discorsi teologici, 3

 

 « Io come luce sono venuto nel mondo, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre  »

 Simeone il Nuovo Teologo nel decimo secolo

 

         « Dio è luce » (1 Gv 1,5), una luce infinita e incomprensibile. Il Padre è luce, il Figlio è luce, lo Spirito è luce ; i tre sono luce unica, semplice, pura, fuori dal tempo, in un’eterna identità di dignità e di gloria. Ne consegue che quanto viene da Dio è luce e ci viene distribuito come venuto dalla luce : luce la vita, luce l’immortalità, luce la sorgente della vita, luce l’acqua viva, la carità, la pace, la verità, la porta del Regno dei cieli.

 

Luce lo stesso Regno dei cieli ; luce la stanza nuziale, il letto nuziale, il paradiso, le delizie del paradiso, la terra dei miti, le corone della vita, luce gli stessi abiti dei santi. Luce il Cristo Gesù, il salvatore e re dell’universo, luce il pane della sua carne immacolata, luce il calice del suo sangue preziosissimo, luce la sua risurrezione, luce il suo volto ; luce la sua mano, il suo dito, la sua bocca, luce i suoi occhi ; luce il Signore, la sua voce come luce da luce. Luce il Consolatore, la perla, il chicco di senapa, la vigna vera, il lievito, la speranza, la fede: luce !

 

IV° settimana Tempo Pasquale VESPRI Mercoledì

Gv 12, 44-50

 

Meditazioni

(In l' Ora dell'Ascolto p. 2111)

 

 « Io come luce sono venuto nel mondo, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre  »

Sant’Anselmo d’Aosta nell’undicesimo secolo

 

 

 

         O buon Signore Cristo Gesù, come sole tu illuminasti me che non ti cercavo né ti pensavo, e mi mostrasti come ero... Hai rimosso il peso che mi opprimeva dall’alto; hai respinto chi mi percuoteva con la tentazione... Tu mi chiamasti con un nome nuovo (Ap 2,17) tratto dal tuo nome e, incurvato com’ero, mi innalzasti fino alla tua visione dicendo: “Non temere, io ti ho riscattato, ho dato per te la mia vita. Se stai unito a me, fuggirai i mali in cui ti trovavi e non precipiterai nell’abisso verso il quale correvi; ma io ti condurrò nel mio regno...”

 

         Sì, Signore, tutto questo facesti per me. Ero nelle tenebre e non lo sapevo..., scendevo verso gli abissi dell’ingiustizia, ero caduto nella miseria del tempo per cadere ancora più in basso. E nell’ora in cui mi trovavo senza soccorso, illuminasti me mentre non ti cercavo... Nella tua luce, vidi ciò che erano gli altri, e ciò che ero io...; mi desti di credere nella mia salvezza, tu che desti la tua vita per me... Lo riconosco, o Cristo, devo tutta la mia vita al tuo amore.

 

IV° settimana Tempo Pasquale LODI Giovedì

Gv 13, 16-20

 

Ep 3,707 ; 2,70 in Buona Giornata

  « Chi accoglie colui che io manderò,  accoglie me »

San [Padre] Pio di Pietrelcina nel ventesimo secolo

                                                                                                                     

 

         Dopo l’amore del nostro Signore, ti raccomando l’amore della Chiesa, sua Sposa. Essa è, in un certo senso, la colomba che cova e fa nascere i piccoli dello Sposo. Rendi grazie sempre a Dio di essere figlia della Chiesa, sull’esempio di tante anime che ci hanno preceduti in questa via beata. Abbi molta compassione per tutti i pastori, i predicatori e le guide spirituali ; ce ne sono su tutta la faccia della terra… Prega Dio per loro, affinché, salvando se stessi, siano fecondi e procurino la salvezza alle anime.

 

         Pregate per le persone perfide come per quelle ferventi, pregate per il Santo Padre, per tutte le necessità spirituali e temporali della Chiesa ; essa infatti è nostra madre. Fate anche una preghiera speciale per tutti coloro che operano alla salvezza delle anime per la gloria del Padre.

 

IV° settimana Tempo Pasquale Vespri Giovedì

Gv 13, 16-20

 

Concilio Vaticano II

« Un apostolo non è più grande di chi lo ha mandato »

 Costituzione dogmatica sulla Chiesa  (Lumen gentium), (§8)

 

 

Come Cristo ha compiuto la redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa e chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza. Gesù Cristo « che era di condizione divina... spogliò se stesso, prendendo la condizione di schiavo » (Fil 2,6-7) e per noi « da ricco che era si fece povero » (2 Cor 8,9): così anche la Chiesa, quantunque per compiere la sua missione abbia bisogno di mezzi umani, non è costituita per cercare la gloria terrena, bensì per diffondere, anche col suo esempio, l'umiltà e l'abnegazione. Come Cristo infatti è stato inviato dal Padre « ad annunciare la buona novella ai poveri, a guarire quei che hanno il cuore contrito » (Lc 4,18), « a cercare e salvare ciò che era perduto» (Lc 19,10), così pure la Chiesa circonda d'affettuosa cura quanti sono afflitti dalla umana debolezza, anzi riconosce nei poveri e nei sofferenti l'immagine del suo fondatore, povero e sofferente, si fa premura di sollevarne la indigenza e in loro cerca di servire il Cristo...

 

 La Chiesa « prosegue il suo pellegrinaggio fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio » (San Agostino), annunziando la passione e la morte del Signore fino a che egli venga (1 Cor 11,26). Dalla virtù del Signore risuscitato trae la forza per vincere con pazienza e amore le afflizioni e le difficoltà, che le vengono sia dal di dentro che dal di fuori, e per svelare in mezzo al mondo, con fedeltà, anche se non perfettamente, il mistero di lui, fino a che alla fine dei tempi esso sarà manifestato nella pienezza della luce.

 

IV° settimana Tempo Pasquale LODI  Venerdì

Gv 14, 1-6

 

Itinerario della mente a Dio, VII, 1-2,4,6

(In l'Ora dell'Ascolto p.2487)

 

 « Io sono la Via, la Verità e la Vita »

 San Bonaventura nel tredicesimo secolo

 

  

          Chi si rivolge a Cristo, con dedizione assoluta, fissando lo sguardo sul crocifisso Signore mediante la fede, la speranza, la carità, la devozione, l’ammirazione, l’esultanza, la stima, la lode e il giubilo del cuore, fa con lui la Pasqua, cioè il passaggio ; attraversa con la verga della croce il Mare Rosso, uscendo dall’Egitto per inoltrarsi nel deserto. Qui gusta la manna nascosta, riposa con Cristo nella tomba come morto esteriormente, ma sente, tuttavia, per quanto lo consenta la condizione di pellegrini, ciò che in croce fu detto al buon ladrone, tanto vicino a Cristo con l’amore : « Oggi sarai con me nel paradiso » (Lc 23, 43).

 

Ma perché questo passaggio sia perfetto, è necessario che sospesa l’attività intellettuale, ogni affetto del cuore sia integralmente trasformato e trasferito in Dio. È questo un fatto mistico e straordinario che nessuno conosce se non chi lo riceve (Ap 2, 17)… Se poi vuoi sapere come avvenga tutto ciò, interroga la grazia, non la scienza, il desiderio non l’intelletto, il sospiro della preghiera non la brama del leggere, lo Sposo non il maestro, Dio non l’uomo.

 

IV° settimana Tempo Pasquale VESPRI Venerdì

Gv 14, 1-6

 

Sul bene della morte, 12, 52-55

CSEL 32, 747-750

(In l'Ora dell'Ascolto p. 733)

 

« La via, la verità e la vita »

 Sant’Ambrogio nel quarto secolo

 

         Andiamo senza timore a Gesù, nostro Redentore, andiamo con animo intrepido verso la schiera dei santi, verso l’adunanza dei giusti. Sì, andremo dai nostri padri, andremo dai maestri della nostra fede… Il Signore sarà la luce di tutti ; e quella « luce vera che illumina ogni uomo » (Gv 1,19) splenderà su tutti. Andremo là dove il Signore Gesù ha preparato le mansioni per i suoi, affinché dove egli è siamo anche noi. Così infatti ha voluto… E qual è la sua volontà ? « Ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io » (Gv 14,2-3)…

 

         Egli ha indicato la via e il luogo dicendo : « E del luogo dove io vado, voi conoscete la via ». Il luogo è presso il Padre, la via è Cristo, come egli stesso dice : « Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me ». Entriamo in questa via, custodiamo la verità, seguiamo la vita. È via che conduce, verità che conforta, vita che si dona. Affinché poi conoscessimo la sua vera volontà, alla fine del discorso aggiunge : « Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria » (Gv 17,24)…

 

         Ti seguiamo, Signore Gesù ; ma tu chiamaci affinché possiamo seguirti davvero, poiché senza di te nessuno può ascendere. Tu infatti sei la via, la verità, la vita, tu la possibilità, la fedeltà, il premio. Come via accogli i tuoi ; come verità confermali ; come vita, vivificali.

 

IV° settimana Tempo Pasquale LODI Sabato

Gv 14, 7-14

 

Omelia De Aquaductu, 10 -11

(In l'Ora dell'Ascolto p. 2635)

  

« Se conoscete me, conoscerete anche il Padre  »

 San Bernardo nel dodicesimo secolo

  

         Colui che dice : « Il Padre è in me e io nel Padre » (Gv 10,38) dirà anche : « Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo » (Gv 10,38)… « Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi » (Gv 1,14) ; venne ad abitare particolarmente nei nostri cuori per mezzo della fede. Divenne oggetto del nostro ricordo, del nostro pensiero e della nostra stessa immaginazione. Se egli non fosse venuto in mezzo a noi, che idea si sarebbe potuto fare di Dio l’uomo, se non quella di un idolo, frutto di fantasia ? Sarebbe rimasto incomprensibile e inaccessibile, invisibile e del tutto inimmaginabile. Invece ha voluto essere compreso, ha voluto essere veduto, ha voluto essere immaginato.

 

         Dirai : Dove e quando si rende a noi visibile ? Appunto nel presepio, in grembo alla Vergine, mentre predica sulla montagna, mentre passa la notte in preghiera, mentre pende sulla croce e illividisce nella morte ; oppure, mentre libero tra i morti, comanda sull’inferno, o anche quando risorge il terzo giorno e mostra agli apostoli le trafitture dei chiodi, quali segni di vittoria, e, finalmente, mentre sale al cielo sotto i loro sguardi.

 

         Non è forse cosa giusta, pia e santa meditare tutti questi misteri ? Quando la mia mente li pensa vi trova Dio, vi sente colui che in tutto e per tutto è il mio Dio. È dunque vera sapienza fermarsi su di essi in contemplazione. È da spiriti illuminati riandarvi per colmare il proprio cuore del dolce ricordo di Cristo.

 

IV° settimana Tempo Pasquale PRIMI VESPRI Sabato

1 Pt 2, 4-9

“Liturgia delle ore”

Ufficio delle letture

lunedì della terza sett. di Pasqua, p. 634

 

 Stirpe eletta, sacerdozio regale

San Beda Venerabile, nell’ottavo secolo

 

 

         “Voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale” (1 Pt 2, 9). Questa testimonianza di lode una volta fu data all’antico popolo di Dio per mezzo di Mosè. Ora ben a ragione l’apostolo Pietro la dà ai pagani perché hanno creduto in Cristo, il quale come pietra angolare ha accolto le genti in quella salvezza che Israele aveva avuto per sé.

         Chiama i cristiani “stirpe eletta” per la fede, per distinguerli da coloro che, col rigettare la pietra viva, sono diventati rèprobi.

         Poi “sacerdozio regale” perché sono uniti al corpo di colui che è re sommo e vero sacerdote, il quale, in quanto re, dona ai suoi il regno e, in quanto pontefice, purifica i loro peccati col sacrificio del suo sangue. Li chiama “sacerdozio regale” perché si ricordino di sperare un regno senza fine e di offrire sempre a Dio i sacrifici di una condotta senza macchia.

        

         Sono chiamati anche “gente santa e popolo, che Dio si è acquistato” secondo quello che dice l’apostolo Paolo, esponendo il detto del profeta : Il mio giusto poi vive di fede; se invece indietreggia, non si compiace di lui l’anima mia; ma noi, dice, non siamo di quelli che si sottraggono per loro perdizione, ma gente che sta salda nella fede per salvare l’anima propria (cfr. Eb 10, 38). E negli Atti degli Apostoli: “Lo Spirito Santo vi ha posti come vescovi a pascere la Chiesa di Dio che egli si è acquistata con il suo sangue” (At 20, 28).

 

         Perciò siamo diventati “popolo che Dio si è acquistato” (1 Pt 2, 9) con il sangue del nostro Redentore, cosa che era una volta il popolo di Israele redento dal sangue dell’agnello in Egitto.

         Perciò nel versetto seguente, dopo di avere ricordato misticamente l’antica storia, insegna che questa deve essere compiuta anche in senso spirituale dal nuovo popolo di Dio dicendo: “perché abbiate ad annunziare i suoi prodigi ”(cfr. 1 Pt 2, 9). Come infatti coloro che da Mosè furono liberati dalla schiavitù egizia intonarono un canto trionfale al Signore, dopo il passaggio del Mar Rosso e l’annegamento dell’esercito del faraone, così bisogna che anche noi, dopo aver ricevuto la remissione dei peccati nel battesimo, ringraziamo degnamente per i benefici celesti.

 

V° settimana Tempo Pasquale LODI  Domenica

Gv 14, 1-12

Discorsi, 142

(Nuova Biblioteca Agostiniana)

 

 

« Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me »

Sant’Agostino nel quinto secolo

 

          Cristo disse: “Io sono la via, la verità e la vita”. Come a dire: “Per dove vuoi andare? Io sono la via. Dove vuoi andare? Io sono la verità. Dove vuoi avere stabile dimora? Io sono la vita.” Perciò camminiamo sicuri lungo la via; ma dobbiamo temere insidie accosto alla via. L'avversario non ardisce tendere insidie sulla via, perché la via è Cristo; ma certamente, accosto alla via non è mai che smetta...

 

Cristo la via, Cristo umile; Cristo verità e vita, l'elevato e Dio. Se stai alla sequela di Cristo umile, perverrai all'elevato; se, infermo, non disprezzi l'umile, ti stabilirai imbattibile in alto. Quale, infatti, se non la tua infermità, la causa dell'umiliazione di Cristo? Infatti la debolezza ti opprimeva assai e irreparabilmente. E questa situazione indusse a venire da te un così grande medico. Se la tua infermità fosse almeno tale da permetterti di recarti personalmente dal medico, l'infermità stessa poteva sembrare tollerabile, ma ti è stato impossibile recarti da lui ed egli è venuto da te; è venuto insegnando l'umiltà per la quale torniamo alla salute. Poiché non ci lasciava ritornare alla vita la superbia...

 

Grida colui che si è fatto via: “Entrate per la porta stretta”(Mt 7,13). Si sforza di entrare, lo impedisce la superbia... Prenda il farmaco dell'umiltà. Beva, antidoto alla superbia, la pozione amara, ma salutare.... Quasi infatti che il superbo sia a chiedere: “Per dove entrerò?” “Io sono la via”, dice Cristo. “Entra per me: volendo entrare per la porta, non puoi camminare che per me. Poiché, come ho detto: Io sono la via, così: Io sono la porta. (Gv 10,7) E che vai cercando per dove far ritorno, dove tornare, per dove entrare?” Perché tu non vada a smarrirti in qualche luogo, egli si è fatto tutto questo per te. Perciò ti dice in breve: “sii umile, sii mite” (Mt 11,19).

 

V° settimana Tempo Pasquale VESPRI Domenica

Gv 14, 1-12

 

Trattato sui gradi umiltà e superbia

 cap. 1-2

 

« Del luogo dove io vado, voi conoscete la via »

 San Bernardo nel dodicesimo secolo

  

         « Sono la via, la verità e la vita. » La via, è l’umiltà, che conduce alla verità. L’umiltà, è la fatica ; la verità è il frutto della fatica. Dirai : Donde posso sapere che egli parla dell’umiltà, dato che dice semplicemente : « Sono la via » ? Lui in persona ti risponde quando aggiunge : « Imparate da me, che sono mite e umile di cuore » (Mt 11,29). Propone quindi se stesso come modello di umiltà e di mitezza. Se lo imiterai, non camminerai nelle tenebre ma avrai la luce della vita (Gv 8,12). Cos’è la luce della vita se non la verità ? Essa illumina ogni uomo che viene nel mondo (Gv 1,19) ; essa gli indica la vera via…

         Vedo la via, cioè l’umiltà ; desidero il frutto, cioè la verità. Cosa però devo fare se la via è troppo difficile perché io possa giungere alla meta che desidero ? Ascolta la sua risposta : « Sono la via, cioè il viatico che ti sosterrà lungo la strada. » A coloro che sviano e non conoscono la strada, egli grida : « Sono io la via » ; a coloro che dubitano e non credono : « Sono io la verità » ; a coloro che stanno già salendo ma si affaticano : « Sono io la vita ». Ascoltate ancora questo : « Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose – questa segreta verità – ai dotti e ai sapienti, cioè ai superbi, e le hai rivelate ai piccoli, cioè agli umili » (Lc 10,21

         Ascoltate la verità dire a coloro che la cercano : « Avvicinatevi a me, voi che mi desiderate, e saziatevi dei miei prodotti » (Sir 24,18), e ancora : « Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò » (Mt 11,28). Venite, dice. Dove ? A me, la verità. Per dove ? Per la via dell’umiltà.

 

V° settimana Tempo Pasquale - LODI martedì

Sull’unità della Chiesa cattolica

 

Il Signore ci dona la sua Pace

 di San Cipriano nel terzo secolo

  

 

         Lo spirito Santo ci dà questo avvertimento : « Cerca la pace e perseguila » (Sal 34, 15). Il figlio di pace deve cercare e perseguire la pace. Chi conosce e ama il vincolo della carità deve preservare la sua lingua dal peccato della discordia. Fra le sue prescrizioni divine e i suoi comandamenti di salvezza, il Signore, la vigilia della sua Passione, ha aggiunto questo : « Vi lascio la mia pace, vi do la mia pace. » (Gv 14, 27) Tale è l’eredità che ci ha lasciata : la promessa di tutti i doni, di tutte le ricompense che vediamo in prospettiva, è stata legata alla custodia della pace. Se siamo eredi di Cristo, rimaniamo nella pace di Cristo. Se siamo figli di Dio, dobbiamo essere pacifici : « Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio. » (Mt 5, 9) Bisogna che i figli di Dio siano pacifici, miti di cuore, semplici nelle parole, in perfetto accordo di sentimenti, uniti fedelmente con il vincolo di un pensiero unanime.

 

         Questa concordia esisteva un tempo, sotto l’autorità degli Apostoli. In questo modo, il nuovo popolo dei credenti, fedele alle prescrizioni del Signore, mantenne la carità. Da lì sorge l’efficacia delle loro preghiere : potevano essere sicuri di ottenere tutto ciò che domandavano alla misericordia di Dio.

 

V° settimana Tempo Pasquale VESPRI martedì

 

 

La Legge ricevuta dal Padre

dal “Pastore” di Erma, nel II sec.

 

 

Cristo, avendo purificato i peccati del popolo insegnò le vie della vita, dando la legge ricevuta dal Padre. Osserva, dice, che egli è il Signore del popolo perché ha ricevuto ogni potere dal Padre. Ascolta perché il Signore prese come consigliere suo Figlio e gli angeli santi per l’eredità da dare al servo. Dio fece abitare nella carne che volle lo Spirito Santo che preesisteva e che fece ogni creatura. Questa carne, in cui prese dimora lo Spirito Santo, servì bene lo Spirito camminando nella santità e nella castità, e non lo contaminò in nulla. Scelse questa carne a partecipare dello Spirito Santo, perché essa si era comportata degnamente e castamente e aveva sofferto con lo Spirito collaborando in ogni cosa e conducendosi con fortezza. Piacque a Dio il comportamento di questa carne che avendo lo Spirito Santo non si macchiò sulla terra. Prese come consigliere il Figlio e gli angeli gloriosi perché questa carne, avendo ubbidito allo Spirito con soddisfazione, ottenesse una tenda e non sembrasse aver perduta la ricompensa del suo servizio. Ogni carne ritrovata pura e senza macchia riceverà una ricompensa; in essa abitò lo Spirito Santo.

 

V° settimana Tempo Pasquale - LODI - mercoledì

Trattato sul Vangelo di san Luca, 9, 29-30 ; SC 52

 

La Parabola della vigna

 di Sant’Ambrogio nel quarto secolo

 

         La vigna è la figura del popolo di Dio, perché, radicato sul ceppo della vite eterna, esso si innalza sulla terra. Abbondanza sorta da un suolo ingrato, ora germoglia e fiorisce, ora si riveste di verde, ora assomiglia al giogo amabile della croce, quando è cresciuta e i suoi rami stesi formano i tralci di una vigna feconda… A ragione quindi il popolo di Cristo è chiamato vite, sia perché segna una croce sulla sua fronte (Ez 9, 4), sia perché i suoi frutti vengono raccolti nell’ultima stagione dell’anno, sia perché, come nei filari di una vigna, poveri e ricchi, umili e potenti, servi e padroni, tutti nella Chiesa sono di una perfetta uguaglianza…

 

         Quando si lega ai pali la vigna,  si raddrizza ; quando la si pota, non è per sminuirla bensì per farla crescere. Lo stesso accade per il popolo santo ; se viene legato, si libera ; se viene umiliato, si raddrizza, e se viene tagliato, in verità gli viene data una corona. Anzi, come un germoglio, prelevato su un albero vecchio, è innestato su un’altra radice, così, questo popolo santo … nutrito sull’albero della croce … cresce. E lo Spirito Santo si riversa nel nostro corpo, come nei solchi della terra, lavando tutto ciò che è immondo e raddrizzando le nostre membra per dirigerle verso il cielo.

 

         Il Vignaiolo ha l’abitudine di sarchiare questa vite, di legarla, di tagliarla (Gv 15, 2)… Ora brucia, con il sole, i segreti del nostro corpo, ora li annaffia con la pioggia. Gli piace sarchiare la sua terra perché i rovi non feriscano i germogli ; bada che le foglie non facciano troppo ombra…, non privino le nostre virtù della luce, e non impediscano la maturazione dei nostri frutti.

 

V° settimana Tempo Pasquale  - VESPRI MERCOLEDI

Discorso 58 sul Cantico dei cantici

 

 

Portare molto frutto nel Signore

 di San Bernardo nel dodicesimo secolo

  

 

         Devo avvertire ognuno di voi, a proposito della sua vigna. Chi infatti ha mai tolto da sè ogni superfluo, da poter ritenere di non aver più nulla da potare? Credetemi, ciò che è stato tagliato rispunta, i vizi scacciati tornano, e si vedono risvegliarsi le tendenze assopite. Non basta dunque potare la propria vigna una sola volta, ma occorre ricominciare sovente, anzi, se possibile, senza sosta. Se infatti siamo sinceri, senza sosta troviamo dentro di noi qualche cosa da tagliare... La virtù non può crescere in mezzo ai vizi; perché possa svilupparsi, occorre impedire a questi di diventare troppo ampi. Togli dunque ogni superfluo, allora quello che è necessario potrà sorgere.

 

         Quanto a noi, fratelli, è sempre il tempo della potatura, sempre essa si impone. Ne sono sicuro infatti, siamo già usciti dall’inverno, da quel timore senza amore che ci introduce tutti nella sapienza, senza però far fiorire nessuno nella perfezione. Quando sorge l’amore, scaccia quel timore come l’estate scaccia l’inverno... Che cessino dunque le piogge dell’inverno, cioè le lacrime di angoscia suscitate dal ricordo dei nostri peccati e dal timore del giudizio... Se “l’inverno è passato”, se “è cessata la pioggia” (Ct 2,11)..., la dolcezza primaverile della grazia spirituale ci indica che è venuto il momento di potare la nostra vigna. Cosa ci resta da fare, altro che di impegnarci totalmente in questo lavoro?

 

V° settimana Tempo Pasquale  - LODI - giovedì

Relazioni diverse, 46 et 48

 

Se uno mi ama… noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui

 di Santa Teresa d'Avila nel sedicesimo secolo

 

 

         Una volta godevo, nel raccoglimento, di quella compagnia che ho sempre nell’animo ; mi sembrava che Dio vi si trovasse, in modo tale che pensavo a questa parola di san Pietro : « Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente » (Mt 16, 16), perché Dio era veramente vivente in me. Questa presa di coscienza non assomigliava alle altre ; essa rende la fede più potente ; in quel momento non si sarebbe potuto dubitare che la Trinità fosse nell’animo con una presenza speciale, con la sua potenza e con la sua essenza. Sentire questo è estremamente vantaggioso per fare intendere una tale verità. Mentre mi stupivo di vedere una Maestà così alta in una creatura così spregevole quanto la mia anima, udì questa parola : « Non è spregevole la tua anima, figlia mia, poiché è stata fatta a mia immagine » (Gen 1, 27).

 

         Un’altra volta, consideravo dentro di me questa presenza delle tre Persone divine. La luce era così viva, da non lasciare nessun dubbio che lì fosse presente il Dio vivente, il vero Dio… Pensavo quanto la vita fosse amara, da impedirci di stare sempre in una compagnia così mirabile, e… il Signore mi disse : « Figlia mia, dopo questa vita, non potrai più servirmi nello stesso modo. Quindi, sia che mangi, sia che dorma, qualunque cosa tu faccia, fallo per amore mio, come se non fossi più tu a vivere, ma io in te. Questo ha proclamato san Paolo » (Gal 2, 20).

 

V° settimana Tempo Pasquale - VESPRI giovedì

Prima lettera ai Corinti, 49   

 

Gv 15,9-11

 

 

 Questo è il mio comandamento : che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati

 di San Clemente di Roma nel secondo secolo

 

 

         Chi ha la carità in Cristo pratichi i suoi comandamenti. Chi può spiegare “il vincolo della carità” di Dio (Col 3,14)? Chi è capace di esprimere la grandezza della sua bellezza?

 

L'altezza ove conduce la carità è ineffabile. La carità ci unisce a Dio: "La carità copre la moltitudine dei peccati" (1 Pt 4,8). La carità tutto soffre, tutto sopporta (1 Cor 13,7). Nulla di banale, nulla di superbo nella carità. La carità non ha divisione, la carità non si ribella, la carità tutto compie nella concordia. Nella carità sono perfetti tutti gli eletti di Dio. Senza carità nulla è accetto a Dio. Nella carità il Signore ci ha presi con sé. Per la carità avuta per noi, Gesù Cristo nostro Signore, secondo la volontà di Dio, ha dato per noi il suo sangue, la sua carne per la nostra carne e la sua anima per la nostra anima.

 

V° settimana Tempo Pasquale - LODI venerdì

 

Dal libro di vita di Gerusalemme

 

al capitolo MONACI E MONACHE § 52

 

V° settimana Tempo Pasquale Vespri Venerdì

Contro le eresie, III 1,1 ; 10,6

 

 

 

« Predicate il Vangelo ad ogni creatura »

 Sant’Ireneo di Lione nel secondo secolo

 

 

         Dopo che il nostro Signore è stato risuscitato dai morti e che i santi apostoli sono stati rivestiti della forza dall’alto mediante la venuta dello Spirito Santo (Lc 24,49), essi sono stati colmi di certezza e di conoscenza. Allora andarono fino ai confini della terra (Sal 18,5), proclamando la buona novella di Dio, e annunciando agli uomini la pace del cielo. Possedevano infatti tutti ugualmente e ognuno in particolare, il Vangelo di Dio.

 

         Così Matteo ha pubblicato dagli Ebrei, nella loro lingua, una forma scritta del Vangelo mentre Pietro e Paolo evangelizzavano Roma e vi fondavano la Chiesa. Dopo la loro morte, Marco, il discepolo di Pietro e suo interprete (1Pt 5,13), ci ha trasmesso, pure per iscritto, la predicazione di Pietro. Quanto a Luca, il compagno di Paolo, ha messo per iscritto il vangelo predicato da lui. Infine anche Giovanni, il discepolo del Signore, che aveva riposato sul suo petto, ha pubblicato il Vangelo, durante il suo soggiorno a Efeso.

 

         Marco, interprete e compagno di Pietro, ha presentato l’inizio della sua redazione del vangelo in questo modo : « Inizio del Vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio. Come è scritto nel profeta Isaia : Ecco io mando il mio messaggero davanti a te, egli ti preparerà la strada »… Lo vediamo, Marco ha fatto delle parole dei santi profeti il principio del Vangelo, e ha messo all’inizio, come Padre del nostro Signore Gesù Cristo, colui che i profeti hanno proclamato Dio e Signore… Alla fine del suo Vangelo, Marco dice : « Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio ». Questa è la conferma della parola del profeta : « Oracolo del Signore al mio Signore : Siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi » (Sal 109,1).

 

V° settimana Tempo Pasquale LODI - sabato

Gv 15, 18-21

 

Lettere,  58, 1-9

(In l'Ora dell'Ascolto p.2376)

 

 

 

« Poiché non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia »

 San Cipriano nel terzo secolo

 

 

         Il Signore ha voluto che ci rallegrassimo ed esultassimo quando siamo perseguitati (Mt 5, 12), perché quando vengono le persecuzioni, allora si ricevono le corone della fede (Gc 1, 12), i soldati di Cristo mostrano le proprie capacità, e i cieli si aprono per i suoi testimoni. Non siamo stati impegnati nella milizia di Dio allo scopo di pensare solo alla tranquillità, di sottrarci al nostro servizio, mentre il Maestro dell’umiltà, della pazienza e della sofferenza ha compiuto in prima persona, prima di noi, lo stesso servizio. Ciò che ha insegnato, egli ha cominciato col adempierlo, e ci esorta a tener duro perché lui stesso ha sofferto prima di noi, e per noi.

 

         Prima di partecipare alle gare dello stadio, uno si esercita, si allena, e si considera poi molto onorato se, sotto gli occhi della folla, ha la fortuna di ricevere il premio. Ma ecco una prova molto più nobile e lampante : mentre lottiamo e combattiamo la battaglia della fede, Dio ci guarda, noi che siamo i suoi figli, e lui in persona ci dà la corona di gloria (1 Cor 9, 25). Ci guardano i suoi angeli e Cristo ci assista. Perciò armiamoci, fratelli carissimi, raccogliamo tutte le forze e disponiamoci alla battaglia con animo integro, con fede piena e con virtù solide.

 

V° settimana Tempo Pasquale - primi vespri sabato

Dal commento sul salmo 121
San Agostino
 
Lasciamoci attrarre dai gaudi della patria beata.
 di San Agostino nel quinto secolo
 

         Vogliamo salire: ma verso quale meta se non il cielo? E che significa "salire al cielo"? Vogliamo forse salire per trovarci un posto accanto al sole, alla luna e alle stelle? No certamente. [Se desideriamo ascendere in cielo] è perché nel cielo c'è l'eterna Gerusalemme dove abitano quei nostri concittadini che sono gli angeli, dai quali noi ora ci troviamo lontani perché esuli in terra. Nell'esilio sospiriamo, nella patria godremo; ma intanto, già durante l'esilio, incontriamo dei compagni che, avendo visto la patria, ci invitano a correre verso di lei. Per trovarsi accanto a loro, gioisce il cantore del salmo, di cui sono anche le parole: Mi son rallegrato in [mezzo a] coloro che mi dicevano: Andremo nella casa del Signore.

 

         Ripensate, fratelli, a quel che succede quando al popolo si dà notizia della festa dei martiri o si fissa un qualche luogo santo per radunarvisi in un determinato giorno e celebrarvi la festa: come tutta la gente si anima ed esortandosi scambievolmente dice: Andiamo, andiamo!... Corriamo perché tal corsa non stanca; [corriamo] perché arriveremo a una meta dove non esiste stanchezza. Corriamo alla casa del Signore, e la nostra anima gioisca per coloro che ci ripetono queste parole. Coloro che ce le riferiscono han visto prima di noi la patria e, da lontano, a noi che li seguiamo, gridano: Andremo nella casa del Signore. Camminate, correte! L'han vista gli Apostoli e ci han detto: Correte, spicciatevi, veniteci appresso! Andremo nella casa del Signore. E ciascuno di noi cosa dice? Mi son rallegrato per coloro che mi dicevano: Andremo nella casa del Signore. Mi son rallegrato per la compagnia dei Profeti e degli Apostoli. Tutti costoro infatti ci hanno detto che andremo nella casa del Signore…

 

         ... In quella casa,… si loda il costruttore della casa stessa, il padrone di casa è la gioia di tutti coloro che vi abitano: egli, che quaggiù è l'unica [nostra] speranza, lassù [sarà] la nostra reale felicità. Pertanto, quelli che corrono a che cosa debbono pensare? D'essere in certo qual modo lassù e d'esserci stabilmente. Gran cosa essere stabilmente in quella casa, in compagnia degli angeli, e mai perderne il posto!

 

VI° settimana Tempo Pasquale - Ufficio della Risurrezione - Domenica

Dai «Discorsi», vescovo

(Disc. 171, 1-3. 5; PL 38, 933-935)

Rallegratevi nel Signore, sempre

 di sant'Agostino nel quinto secolo

 

L'Apostolo ci comanda di rallegrarci, ma nel Signore, non nel mondo. «Chi dunque vuole essere amico del mondo si rende nemico di Dio» (Gc 4, 4), come ci assicura la Scrittura. Come un uomo non può servire a due padroni, così nessuno può rallegrarsi contemporaneamente nel mondo e nel Signore.

Quindi abbia il sopravvento la gioia nel Signore, finché non sia finita la gioia nel mondo. Cresca sempre più la gioia nel Signore, mentre la gioia nel mondo diminuisca sempre finché sia finita. E noi affermiamo questo, non perché non dobbiamo rallegrarci mentre siamo nel mondo, ma perché, pur vivendo in questo mondo, ci rallegriamo già nel Signore.

Ma qualcuno potrebbe obiettare: Sono nel mondo, allora, se debbo gioire, gioisco là dove mi trovo. Ma che dici? Perché sei nel mondo, non sei forse nel Signore? Ascolta il medesimo Apostolo che parla agli Ateniesi e negli Atti degli Apostoli dice del Dio e Signore nostro creatore: «In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (At 17, 28).

Colui che è dappertutto, dove non è? Forse che non ci esortava a questo quando insegnava: «Il Signore è vicino! Non angustiatevi per nulla»? (Fil 4, 5-6).

E' una ineffabile realtà questa: ascese sopra tutti i cieli ed è vicinissimo a coloro che si trovano ancora sulla terra. Chi è costui, lontano e vicino al tempo stesso, se non colui che si è fatto prossimo a noi per la sua misericordia?

Tutto il genere umano è quell'uomo che giaceva lungo la strada semivivo, abbandonato dai ladri. Il sacerdote e il levita, passando, lo disprezzarono, ma un samaritano di passaggio gli si accostò per curarlo e prestargli soccorso. Lontano da noi, immortale e giusto, egli discese fino a noi, che siamo mortali e peccatori, per diventare prossimo a noi.

«Non ci tratta secondo i nostri peccati» (Sal 102, 10). Siamo infatti figli. E come proviamo questo? Morì per noi l'Unico, per non rimanere solo. Non volle essere solo, egli che è morto solo. L'unico Figlio di Dio generò molti figli di Dio. Si acquistò dei fratelli con il suo sangue. Rese giusti i reprobi. Donandosi, ci ha redenti; disonorato, ci onorò; ucciso, ci procurò la vita.

Perciò, fratelli, rallegratevi nel Signore, non nel mondo; cioè rallegratevi nella verità, non nel peccato; rallegratevi nella speranza dell'eternità, non nei fiori della vanità. Così rallegratevi: e dovunque e per tutto il tempo che starete in questo mondo, «il Signore è vicino! Non angustiatevi per nulla» (Fil 4)

 

VI° settimana Tempo Pasquale - VESPRI - Domenica

Evangelii nuntiandi, cap.7, §75

 

Quando verrà il Consolatore, lo Spirito di verità, egli mi renderà testimonianza

 di Papa Paolo VI

 

«Colma del conforto dello Spirito Santo», la Chiesa «cresce». Lo Spirito è l'anima di questa Chiesa. È lui che spiega ai fedeli il significato profondo dell'insegnamento di Gesù e del suo mistero. È lui che, oggi come agli inizi della Chiesa, opera in ogni evangelizzatore che si lasci possedere e condurre da lui, che gli suggerisce le parole che da solo non saprebbe trovare, predisponendo nello stesso tempo l'animo di chi ascolta perché sia aperto ad accogliere la Buona Novella e il Regno annunziato.

Le tecniche dell'evangelizzazione sono buone, ma neppure le più perfette tra di esse potrebbero sostituire l'azione discreta dello Spirito. Anche la preparazione più raffinata dell'evangelizzatore, non opera nulla senza di lui. Senza di lui la dialettica più convincente è impotente sullo spirito degli uomini. Senza di lui, i più elaborati schemi a base sociologica, o psicologica, si rivelano vuoti e privi di valore.

Noi stiamo vivendo nella Chiesa un momento privilegiato dello Spirito. Si cerca dappertutto di conoscerlo meglio, quale è rivelato dalle Sacre Scritture. Si è felici di porsi sotto la sua mozione. Ci si raccoglie attorno a lui e ci si vuol lasciar guidare da lui. Ebbene, se lo Spirito di Dio ha un posto eminente in tutta la vita della Chiesa, egli agisce soprattutto nella missione evangelizzatrice: non a caso il grande inizio dell'evangelizzazione avvenne il mattino di Pentecoste, sotto il soffio dello Spirito.

Si può dire che lo Spirito Santo è l'agente principale dell'evangelizzazione… Ma si può parimenti dire che egli è il termine dell'evangelizzazione: egli solo suscita la nuova creazione, l'umanità nuova a cui l'evangelizzazione deve mirare, con quella unità nella varietà che l'evangelizzazione tende a provocare nella comunità cristiana. Per mezzo di lui il Vangelo penetra nel cuore del mondo, perché egli guida al discernimento dei segni dei tempi - segni di Dio - che l'evangelizzazione discopre e mette in valore nella storia.

 

VI° settimana Tempo Pasquale - LODI Martedì

 

Meditations and Devotions, ch. 14 The Paraclete, 3

 

Se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore;  ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò

 di Cardinale John Henry Newman nel diciannovesimo secolo

 

          Mio Dio, eterno Paraclito, ti adoro, luce e vita. Avresti potuto limitarti a mandarmi dal di fuori buoni pensieri, e la grazia che li ispira e li compie; avresti potuto condurmi in questo modo nella vita, purificandomi soltanto con la tua azione tutta interiore al momento del mio passaggio all’altro mondo. Ma, nella tua compassione infinita, sei entrato nella mia anima, fin dall’inizio, ne hai preso possesso, ne hai fatto il tuo tempio. Per la tua grazia, abiti in me in un modo ineffabile, mi unisci a te e a tutta l’assemblea degli angeli e dei santi. Più ancora, sei personalmente presente in me, non solo con la tua grazia, ma proprio con il tuo essere, come se, pur conservando la mia personalità, io fossi in un certo modo, assorbito in te, fin da questa vita. E siccome hai preso possesso del mio stesso corpo nella sua debolezza, anch’esso è il tuo tempio. Verità stupenda e temibile! O Dio mio, questo credo, questo so!

 

         Posso forse peccare mentre sei così intimamente unito a me? Posso forse dimenticare chi è con me, chi è in me? Posso forse scacciare l’ospite divino per ciò che egli aborrisce più di qualunque altra cosa, per l’unica cosa al mondo che lo offende, per l’unica realtà che non è sua?... Mio Dio, ho una doppia sicurezza di fronte al peccato: primo, il timore di una tale profanazione, nella tua presenza, di tutto ciò che sei in me; e poi, la fiducia che la stessa tua presenza mi custodirà dal male... Nelle prove e nella tentazione, ti chiamerò... Proprio grazie a te, non ti abbandonerò mai.

 

VI° settimana Tempo Pasquale - Vespri Martedì

Dal «Commento sul vangelo di Giovanni»  (Lib. 10; PG 74, 434)

 

 

Se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore

di san Cirillo di Alessandria

 

 

Cristo aveva compiuto la sua missione sulla terra, e per noi era ormai venuto il momento di entrare in comunione con la natura del Verbo cioè di passare dalla vita naturale di prima a quella che trascende l'esistenza umana. Ma a ciò non potevamo arrivare se non divenendo partecipi dello Spirito Santo.

 

Che lo Spirito infatti trasformi in un'altra natura coloro nei quali abita e li rinnovi nella loro vita è facile dimostrarlo con testimonianze sia dell'Antico che del Nuovo Testamento.

Samuele infatti, ispirato, rivolgendo la parola a Saul, dice: Lo Spirito del Signore ti investirà e sarai trasformato in altro uomo (cfr. 1 Sam 10, 6). San Paolo poi dice: E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l'azione dello Spirito del Signore. Il Signore poi è Spirito (cfr. 2 Cor 3, 17-18).

 

Vedi come lo Spirito trasforma, per così dire, in un'altra immagine coloro nei quali abita? Infatti porta con facilità dal gusto delle cose terrene a quello delle sole cose celesti e da una imbelle timidezza ad una forza d'animo piena di coraggio e di grande generosità.

 

I discepoli erano così disposti e così rinfrancati nell'animo dallo Spirito Santo, da non essere per nulla vinti dagli assalti dei persecutori, ma fortemente stretti all'amore di Cristo. E' vero dunque quello che dice il Salvatore: E' meglio per voi che io me ne ritorni in cielo (cfr. Gv 16, 7). Quello infatti era il tempo in cui sarebbe disceso lo Spirito Santo.

 

VI° settimana Tempo Pasquale - LODI Mercoledì

Gv 16, 12-15

 


Scritti

 

« Quando verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera»

di San Silvano nel diciannovesimo secolo

 

 

            Se cerchi di pregare con la mente unita al cuore e non ci riesci, allora pronuncia la preghiera con la bocca e tieni ferma la mente sulle parole della preghiera. Col tempo il Signore ti darà anche la "preghiera del cuore", senza pensieri; e allora pregherai liberamente, senza sforzo. Alcuni hanno fatto del male al loro cuore perché troppo presto hanno voluto pregare con la mente unita al cuore e hanno finito col non riuscire più a dire la preghiera neppure con la bocca. Ma tu riconosci l'ordine della vita spirituale: i doni sono concessi all'anima semplice, umile, sottomessa. A chi è sottomesso e moderato in tutto - nel cibo, nelle parole, nei movimenti - il Signore stesso dona la preghiera, e questa, per energia divina, si celebrerà nel profondo del cuore...

 

Il Signore ci ha dato il comandamento di “amare Dio con tutto il cuore e con tutta la mente e con tutta l'anima” (Mc 12,33). Ma senza preghiera com'è possibile amare? Perciò la mente e il cuore dell'uomo devono sempre essere liberi per la preghiera. Quando ami qualcuno tu desideri pensare a lui, parlargli, stare insieme a lui. L'anima ama il Signore come Padre e Creatore e sta davanti a lui con timore e amore: con timore, perché Egli è il Signore; con amore perché l'anima lo riconosce come Padre pieno di misericordia, e la sua grazia è più soave di ogni altra cosa. Io ho constatato che la preghiera è facile, quando la grazia di Dio ci soccorre. Il Signore ci ama senza misura e con la preghiera ci fa degni di parlare con lui, di pentirci e di glorificarLo. Non sono capace di descrivere quanto ci ama il Signore. Per mezzo dello Spirito santo noi conosciamo questo amore e l'anima di chi prega conosce lo Spirito Santo.

 

VI° settimana Tempo Pasquale - VESPRI Mercoledì

Gv 16, 12-15

Discorsi

 

 

 

« Egli vi guiderà alla verità tutta intera»

di Sant’Antonio di Padova nel dodicesimo secolo

 

 

         Lo Spirito Santo, il Paraclito, il Difensore, è colui che il Padre e il Figlio mandano nell’anima dei giusti come un soffio. Per mezzo di lui siamo santificati e meritiamo di essere santi. Il soffio umano è la vita dei corpi; il soffio divino è la vita degli spiriti. Il soffio umano ci rende sensibili; il soffio divino ci rende santi. Questo Spirito è Santo, perché senza di lui nessuno spirito, sia angelico che umano, può essere santo.

 

         “Il Padre, dice Gesù, ve lo manderà nel mio nome” (Gv 14,26), cioè nella mia gloria, per manifestare la mia gloria; o ancora, perché egli ha lo stesso nome del Figlio: egli è Dio. “Egli mi glorificherà” perché vi renderà spirituali, e vi farà capire come il Figlio è uguale al Padre, e non è soltanto un uomo come appare ai nostri sensi, o perché vi toglierà il vostro timore e vi farà annunciare la mia gloria al mondo intero. Infatti la mia gloria, è la salvezza degli uomini.

 

         “Egli v’insegnerà ogni cosa”. “Voi figli di Sion, dice il profeta Gioele, rallegratevi, gioite nel Signore vostro Dio, perché vi ha dato colui che insegna la giustizia”(2,23 Volg), che vi insegnerà quanto riguarda la salvezza.

 

VI° settimana Tempo Pasquale - LODI giovedì

 

Dal libro di vita di Gerusalemme

 

al capitolo GIOIA § 179

 

VI° settimana Tempo Pasquale - VESPRI Giovedì

Gv 16, 16-20

 

 

Hexaemeron, 6

 

  

 Ancora un poco e non mi vedrete ; un po’ ancora e mi vedrete 

di San Basilio nel quarto secolo

 

 

         Se qualche volta, nella quiete di una notte serena, fissando gli occhi sulla bellezza inesprimibile degli astri, hai pensato all’autore dell’universo, chiedendoti chi ha seminato tali fiori sul firmamento, allora sei pronto a seguire questa assemblea e ad ascoltare il commento del racconto ispirato…

 

         Vieni pure : come si tengano per mano e si conducono nelle città quelli che non le conoscono, così sarò la vostra guida per farvi scoprire le meraviglie misteriose dell’universo. In questa città, nostra antica patria dalla quale siamo stati cacciati dal demonio che ha ridotto in schiavitù l’uomo per mezzo della seduzione, vedrai la creazione dell’uomo e la morte che si è impadronita di noi, questa morte nata dal peccato, creatura del demonio, maestro del male… Dio, mediante l’esperienza del presente, ci conferma nell’attesa dell’avvenire : se infatti i beni materiali sono così importanti, cosa saranno i beni eterni ? Se gli esseri visibili sono così belli, quale sarà la bellezza degli esseri invisibili ? Se la grandezza del cielo oltrepassa la misura dell’intelligenza umana, quale intelligenza potrà scoprire la natura di ciò che è eterno ? Se questo sole caduco è così bello, così grande, così veloce nei suoi moti, così regolare nel suo ciclo, di una grandezza così proporzionata al resto dell’universo, se nessuno può saziarsi di godersene, quale bellezza sarà quella di Cristo chiamato nella Scrittura « Sole di giustizia » (Mal 3,20). E se è un grande danno per il cieco essere privo del sole, che danno sarà per il peccatore essere privo della luce vera ed eterna…

 

VI° settimana Tempo Pasquale - LODI Venerdì

Gv 16, 20-23

 

Discorso sul  Cantico dei cantici, n° 37

 

 

« Voi sarete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia »

di San Bernardo nel dodicesimo secolo

 

  

”Nell’andare, se ne va e piange, portando la semente da gettare”. Forse piangerà per sempre? Certo che no: “Nel tornare, viene con giubilo portando i suoi covoni” (Sal 125,8). È a ragione si rallegrerà, poiché porterà i covoni della gloria. Ma, direte, questo succederà soltanto nell’ultimo giorno, nel tempo della risurrezione, e l’attesa è lunghissima. Non perdetevi d’animo, non cedete come bambini. Nell’attesa, riceverete dalla “caparra dello Spirito” (2 Cor 1,21) il necessario  per mietere con giubilo. Seminate nella giustizia, dice il Signore, e raccogliete la speranza della vita. Non siete più rinviati all’ultimo giorno, quando tutto vi sarà dato realmente e non più nella speranza. Ma si parla del presente. Certo, grande sarà la nostra gioia, infinito il nostro giubilo, quando comincerà la vera vita. Ma la speranza di una così grande gioia non può essere senza gioia fin d’ora.

 

VI° settimana Tempo Pasquale - VESPRI venerdì

Discorsi,  166

 

 

Il Regno di Dio … è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo

 di San Cesario di Arles nel sesto secolo

 

         Qual’è la vera gioia, fratelli se non il Regno dei cieli? E qual’è il Regno di Dio, se non Cristo nostro Signore. Io so che tutti gli uomini vogliono provare una vera gioia. Ma sbaglia chi vuole godere dei raccolti senza coltivare il suo campo; inganna se stesso chi vuole raccogliere frutti senza piantare alberi. Non si possiede la vera gioia senza la giustizia e la pace... Ora, rispettando la giustizia e la pace, fatichiamo per un breve tempo, come chinati su un lavoro fruttuoso. Ma poi, godremo senza fine del frutto di questo lavoro.

         Ascolta l’apostolo Paolo dire a proposito di Cristo: “Egli è la vostra pace” (Ef 2,14)... E il Signore, rivolgendosi ai suoi discepoli, dice: “Vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliere la vostra gioia”. Qual’è questa gioia che nessuno vi potrà togliere, se non lui stesso, il vostro Signore, che nessuno vi può togliere?

         Esaminate dunque la vostra coscienza, fratelli; se vi regna la giustizia, se volete, desiderate e augurate a tutti la medesima cosa che augurate a voi stessi, se la pace è in voi, non soltanto con i vostri amici, ma anche con i vostri nemici, sappiate che il Regno dei cieli, cioè Cristo Signore, dimora in voi. 

 

VI° settimana Tempo Pasquale -  LODI Sabato

Dai «Discorsi»

(Disc. sull'Ascensione del Signore, ed. A. Mai, 98, 1-2; PLS 2, 494-495)

 

 

Nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell'uomo che è disceso dal cielo.

di sant'Agostino nel quinto secolo

 

Oggi nostro Signore Gesù Cristo è asceso al cielo. Con lui salga pure il nostro cuore. Ascoltiamo l'apostolo Paolo che proclama: «Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio. Pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra» (Col 3, 1-2). Come egli è asceso e non si è allontanato da noi, così anche noi già siamo lassù con lui, benché nel nostro corpo non si sia ancora avverato ciò che ci è promesso….

Perché allora anche noi non fatichiamo su questa terra, in maniera da riposare già con Cristo in cielo, noi che siamo uniti al nostro Salvatore attraverso la fede, la speranza e la carità? Cristo, infatti, pur trovandosi lassù, resta ancora con noi. E noi, similmente, pur dimorando quaggiù, siamo già con lui. E Cristo può assumere questo comportamento in forza della sua divinità e onnipotenza. A noi, invece, è possibile, non perché siamo esseri divini, ma per l'amore che nutriamo per lui. Egli non abbandonò il cielo, discendendo fino a noi; e nemmeno si è allontanato da noi, quando di nuovo è salito al cielo. Infatti egli stesso dà testimonianza di trovarsi lassù mentre era qui in terra: Nessuno è mai salito al cielo fuorché colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell'uomo, che è in cielo (cfr. Gv 3, 13).

Questa affermazione fu pronunciata per sottolineare l'unità tra lui nostro capo e noi suo corpo. Quindi nessuno può compiere un simile atto se non Cristo, perché anche noi siamo lui, per il fatto che egli è il Figlio dell'uomo per noi, e noi siamo figli di Dio per lui. Così si esprime l'Apostolo parlando di questa realtà: «Come infatti il corpo, pur essendo uno, ha molte membra e tutte le membra, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche Cristo» (1 Cor 12,12). L'Apostolo non dice: «Così Cristo», ma sottolinea: «Così anche Cristo». Cristo dunque ha molte membra, ma un solo corpo.

Perciò egli è disceso dal cielo per la sua misericordia e non è salito se non lui, mentre noi unicamente per grazia siamo saliti in lui. E così non discese se non Cristo e non è salito se non Cristo. Questo non perché la dignità del capo sia confusa nel corpo, ma perché l'unità del corpo non sia separata dal capo

 

VI° settimana Tempo Pasquale - PRIMI VESPRI Sabato

(Disc. sull’Ascensione,

24; PL. 54, 395-396)

I giorni tra la risurrezione e l’ascensione

 San Leone Magno nel quinto secolo

 

         Miei cari, i giorni intercorsi tra la risurrezione del Signore e la sua ascensione non sono passati inutilmente, ma in essi sono stati confermati grandi misteri e sono state rivelate grandi verità.

        

         Venne eliminato il timore di una morte crudele, e venne annunziata non solo l’immortalità dell’anima, ma anche quella del corpo. Durante quei giorni, in virtù del soffio divino, venne effuso su tutti gli apostoli lo Spirito Santo, e a san Pietro apostolo, dopo la consegna delle chiavi del Regno, venne affidata la cura suprema del gregge del Signore.

   

         In questi giorni il Signore si unisce, come terzo, ai due discepoli lungo il cammino, e per dissipare in noi ogni ombra di incertezza, biasima la fede languida di quei due spaventati e trepidanti. Quei cuori da lui illuminati s’infiammano di fede e, mentre prima erano freddi, diventano ardenti, man mano che il Signore spiega loro le Scritture. Quando egli spezza il pane, anche lo sguardo di quei commensali si apre. Si aprono gli occhi dei due discepoli come quelli di progenitori. Ma quanto più felicemente gli occhi dei due discepoli dinanzi alla glorificazione della propria natura, manifestata in Cristo, che gli occhi dei progenitori dinanzi alla vergogna della propria prevaricazione!

 

         Perciò, o miei cari, durante tutto questo tempo trascorso tra la risurrezione del Signore e la sua ascensione, la divina Provvidenza questo ha avuto di mira, questo ha comunicato, questo ha voluto insinuare negli occhi e nei cuori dei suoi: la ferma certezza che il Signore Gesù Cristo era veramente risuscitato, come realmente era nato, realmente aveva patito ed era realmente morto.

        

         Perciò i santi apostoli e tutti i discepoli, che avevano trepidato per la tragedia della croce ed erano dubbiosi nel credere alla risurrezione, furono talmente rinfrancati dall’evidenza della verità, che, al momento in cui il Signore saliva nell’alto dei cieli, non solo non ne furono affatto rattristati, ma anzi furono ricolmi di grande gioia.

        

         Ed avevano davvero un grande e ineffabile motivo di rallegrarsi. Essi infatti, insieme a quella folla fortunata, contemplavano la natura umana mentre saliva ad una dignità superiore a quella delle creature celesti. Essa oltrepassava le gerarchie angeliche, per essere innalzata al di sopra della sublimità degli arcangeli, senza incontrare a nessun livello, per quanto alto, un limite alla sua ascesa. Infine, chiamata a prender posto presso l’eterno Padre, venne associata a lui nel trono della gloria, mentre era unita alla sua natura nella Persona del Figlio.

 

VI° settimana Tempo Pasquale - VEGLIA dell'Ascensione del Signore Sabato

Discorsi 263/A,

Opere di Sant’Agostino XXXII/2, p. 90

 

 

Già ora con Cristo nei  cieli

 Sant’Agostino nel quinto secolo

 

         Oggi nostro Signore Gesù Cristo è asceso al cielo. Con lui salga pure il nostro cuore. Ascoltiamo l’Apostolo che dice: «Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio. Pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra» (Col 3, 1-2). Come egli è asceso e non si è allontanato da noi, così anche noi già siamo lassù con lui, benché nel nostro corpo non si sia ancora avverato ciò che ci è promesso.

         Cristo è ormai esaltato al di sopra dei cieli, ma soffre qui in terra tutte le tribolazioni che noi sopportiamo come sue membra. Di questo diede assicurazione facendo sentire quel grido: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?» (At 9, 4). E così pure: «Io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare» (Mt 25, 35).

         Perché allora anche noi non fatichiamo su questa terra, in maniera da riposare già con Cristo in cielo, noi che siamo uniti al nostro Salvatore attraverso la fede, la speranza e la carità? Cristo, infatti, pur trovandosi lassù, resta ancora con noi. E noi, similmente, pur dimorando quaggiù, siamo già con lui. E Cristo può assumere questo comportamento in forza della sua divinità e onnipotenza. A noi, invece, è possibile, non perché siamo esseri divini, ma per l’amore che nutriamo per lui.

         Egli non abbandonò il cielo, discendendo fino a noi; e nemmeno si è allontanato da noi, quando di nuovo è salito al cielo. Infatti egli stesso dà testimonianza di trovarsi lassù mentre era qui in terra: Nessuno è mai salito al cielo fuorché colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo, che è in cielo (cfr. Gv 3. 13). Non ha detto: «Il Figlio dell’uomo che sarà in cielo», ma: «Il Figlio dell’uomo che è in cielo». Che Cristo rimanga con noi anche quando è in cielo, ce lo ha promesso prima di salirvi, dicendo: «Ecco, io sono con voi fino alla fine dei secoli» (Mt 28, 20). I nostri nomi sono lassù, perché egli ha detto: «Rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti nel cielo» (L c 10, 20).

 

VII° settimana Tempo Pasquale - LODI Domenica - ASCENSIONE DEL SIGNORE

 

Omelie sui vangeli, n° 29

 

 

L’amore vi attiri alla sua sequela

 San Gregorio Magno nel sesto secolo

 

 

         “Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio” (Mc 16,19). Tornava verso il luogo da dove era venuto, tornava da un luogo dove continuava a dimorare. Infatti nel momento in cui saliva al cielo con la sua umanità, univa con la sua divinità il cielo e la terra. Dobbiamo notare nella solennità di oggi, fratelli amatissimi, che è stato sospeso il decreto che ci condannava e il giudizio che ci destinava alla corruzione. Infatti la natura umana alla quale erano state rivolte queste parole: “Polvere tu sei e in polvere tornerai” (Gen 3,19), è salita in cielo oggi con Cristo. Per questo, fratelli amatissimi, dobbiamo seguirlo con tutto cuore, là dove sappiamo dalla fede che egli è salito con il suo corpo. Sfuggiamo i desideri della terra: nessun legaccio di quaggiù ci ostacoli, noi che abbiamo un Padre in cielo.

 

         Pensiamo anche al fatto che colui che è salito in cielo pieno di mitezza tornerà con esigenza... Questo, fratelli miei, deve guidare il vostro agire; pensate a questo continuamente. Anche se siete sballottati nei turbini degli affari di questo mondo, gettate fin d’ora l’àncora della speranza nella patria eterna (Eb 6,19). La vostra anima non ricerchi dunque nulla se non la vera luce. Abbiamo appena udito che il Signore è salito in cielo; pensiamo seriamente a ciò che crediamo. Nonostante la debolezza della natura umana che ci trattiene ancora quaggiù, l’amore ci attiri alla sua sequela, poiché siamo sicuri che colui che ci ha ispirato tale desiderio, Gesù Cristo, non deluderà la nostra speranza.

 

VII° settimana Tempo Pasquale -  VESPRI Domenica - ASCENSIONE DEL SIGNORE

 

PPS, vol.6, n° 10

 

 

« Io sono con voi tutti i giorni,  fino alla fine del mondo »

 Cardinal John Henry Newman nel diciannovesimo secolo

 

 

         Il ritorno di Cristo da suo Padre è nello stesso tempo fonte di tristezza, perché implica la sua assenza, e fonte di gioia, perché implica la sua presenza. Dalla dottrina della sua Risurrezione e della sua Ascensione, sgorgano questi paradossi cristiani sovente accennati nella Scrittura, che cioè ci affliggiamo senza pure cessare di rallegrarci : « gente che non ha nulla e invece possediamo tutto ! » (2 Cor 6,10).

 

         Questa è, in verità, la nostra condizione presente : abbiamo perso Cristo e l’abbiamo trovato ; non lo vediamo eppure lo discerniamo. Abbracciamo (baciamo ?) i suoi piedi (Mt 28,9), eppure ci dice : « Non mi trattenere » (Gv 20,17). Come ? È perché abbiamo perso la percezione sensibile e cosciente della sua persona ; non possiamo guardarlo, sentirlo, conversare con lui, seguirlo di luogo in luogo ; eppure godiamo spiritualmente, immaterialmente, interiormente, mentalmente e realmente della sua vista e del suo possesso ; un possesso che avvolge più realtà e più presenza di quella di cui godevano gli apostoli nei giorni della sua carne, proprio perché essa è spirituale, proprio perché essa è invisibile.

 

         Sappiamo che in questo mondo, quanto più vicina è una cosa, tanto meno la possiamo percepire e comprendere. Cristo è venuto così vicino a noi nella Chiesa cristiana, se posso dire così, che non possiamo fissare lo sguardo su di lui o distinguerlo. Egli entra dentro di noi, e prende possesso dell’eredità che si è acquistata. Non si presenta a noi ; ci prende con lui. Fa di noi le sue membra… Non lo vediamo ; conosciamo la sua presenza soltanto mediante la fede, perché egli è al di sopra di noi e in noi. Per cui siamo nella tristezza perché non siamo coscienti della sua presenza…, e ci rallegriamo perché sappiamo che lo possediamo : « Voi lo amate, pur senza averlo visto ; e ora senza vederlo credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre conseguite la mèta della vostra fede, cioè la salvezza delle anime » (1 Pt 1,8-9).

 

VII° settimana Tempo Pasquale -  LODI - martedì

Discorsi sul vangelo di Giovanni, n°106

uova Biblioteca Agostiniana)

 

Io ti ho glorificato sopra la terra

 di Sant’Agostino nel quinto secolo

 

 

         Con le parole: “Ho manifestato il tuo nome agli uomini”, Il Salvatore ha voluto intendere tutti, anche quelli che in futuro avrebbero creduto in lui, tutti gli appartenenti a quella grande Chiesa che si sarebbe raccolta da tutte le genti, e della quale nel salmo si canta: “Ti canterò in una grande assemblea” (Sal 21,26), allora sì che si realizza questa glorificazione con cui il Figlio glorificò il Padre, facendo conoscere il suo nome a tutte le genti e a tante generazioni umane. E il senso di queste parole: “Ho manifestato il tuo nome agli uomini che mi hai dato”, corrisponde al senso di quell'altra: “Io ti ho glorificato sulla terra”.

 

         “Ho manifestato, quindi, il tuo nome a questi qui che mi hai dato”; ma non ho manifestato loro quel tuo nome con cui sei chiamato Dio, bensì quello con cui sei invocato "Padre mio". E questo nome non poteva essere manifestato agli uomini se non fosse stato lo stesso Figlio a manifestarlo. Infatti, in quanto è chiamato Dio di tutte le creature, questo nome non ha potuto rimanere del tutto ignorato neppure alle genti, anche prima che credessero in Cristo.

 

         Tale infatti è l'evidenza della vera divinità, che essa non può rimanere del tutto nascosta alla creatura razionale che sia ormai capace di ragionare. Fatta eccezione di pochi, nei quali la natura è troppo depravata, tutto il genere umano riconosce Dio come autore di questo mondo... Ma in quanto Padre di Cristo, per mezzo del quale toglie i peccati del mondo, questo suo nome, prima sconosciuto a tutti, lo stesso Cristo lo ha manifestato adesso a coloro che il Padre gli ha dato.

 

VII° settimana Tempo Pasquale -  MARTEDI vespri

Omelia per l’Ascensione, 1-2 : PL 185, 153-155

 

 

Padre è giunta l’ora glorifica il Figlio tuo…

 Beato Guerrico d’Igny nel dodicesimo secolo

 

 

         Il Signore ha fatto questa preghiera la vigilia della sua passione. Ma si può dire pure che riguarda il giorno dell’Ascensione, il momento in cui egli stava per separarsi, per l’ultima volta, dai suoi « figlioli » (Gv 13, 33) che aveva affidato al Padre suo. Lui che in cielo ammaestra e dirige la moltitudine degli angeli che ha creati, aveva legato a sè sulla terra un « piccolo gregge » (Lc 12, 32) di discepoli per istruirli mediante la sua presenza nella carne, fino al momento in cui, con il cuore allargato, sarebbero stati in grado di essere condotti dallo Spirito. Amava questi piccoli con un amore degno della sua grandezza. Li aveva staccati dall’amore di questo mondo. Li vedeva rinunciare ad ogni speranza di quaggiù per dipendere solo da lui. Tuttavia, finché viveva con loro nel suo corpo, non ha prodigato loro con superficialità l’espressione del suo affetto ; si è mostrato con loro più fermo che tenero, come conviene ad un maestro e ad un padre.

         Ma, venuto il momento di lasciarli, egli sembra vinto dal tenero affetto che nutriva per loro, e non può dissimulare l’immensità della sua mansuetudine… Per cui è detto : « Dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine » (Gv 13, 1). Infatti in questo momento ha versato, in un certo senso, tutta la forza del suo amore per i suoi amici, prima di versare se stesso, come acqua, per i suoi nemici (Sal 21, 15). Ha consegnato loro il sacramento del suo corpo e del suo sangue e ha prescritto loro di celebrarlo. Non so cosa deve essere ammirato maggiormente : la sua potenza o la sua carità, quando ha inventato questo nuovo modo di dimorare con essi per consolarli della sua partenza.

 

VII° settimana Tempo Pasquale -  LODI - mercoledì

Omelia sul vangelo di Giovanni, 115

(Nuova Biblioteca Agostiniana)

 

Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo

 di Sant’Agostino nel quinto secolo

 

        

         Ascoltate dunque, … ; ascoltate, regni tutti della terra: Io non intralcio la vostra sovranità in questo mondo: « Il mio regno non è di questo mondo » (Gv 18,36).…Venite nel regno che non è di questo mondo; venite credendo…

 

Quale è infatti il suo regno se non i credenti in lui, a proposito dei quali dice: « Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo »? anche se egli voleva che essi rimanessero nel mondo, e per questo chiese al Padre: « Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal male ». Ecco perché anche qui non dice: « Il mio regno non è in questo mondo », ma dice: « Il mio regno non è di questo mondo. Se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servi combatterebbero per me, affinché non fossi consegnato » (Gv 18,36).

 

Il suo regno infatti è quaggiù fino alla fine dei secoli, portando mescolata nel suo grembo la zizzania fino al momento della mietitura (Mt 13,24s)... Tuttavia, esso non è di quaggiù, perché è peregrinante nel mondo. E' precisamente agli appartenenti al suo regno che egli si riferisce quando dice: « Voi non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo » (Gv 15,19). Erano dunque del mondo, quando ancora non facevano parte del suo regno, e appartenevano al principe del mondo (Gv 12,3). E' quindi del mondo tutto ciò che è stato generato dalla stirpe corrotta di Adamo; è diventato però regno di Dio, e non è più di questo mondo, tutto ciò che in Cristo è stato rigenerato. E' in questo modo che « Dio ci ha sottratti al potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del Figlio dell'amor suo » (Col 1,13).

 

VII° settimana Tempo Pasquale - MERCOLEDI - vespri

Omelia 15 sul’Cantico dei cantici  ; PG 44, 1116-1117

 

 

Padre Santo, custodisci i miei discepoli

 San Gregorio Nisseno nel quarto secolo

 

        

Avendo dato ogni potere ai suoi discepoli, il Signore concede ogni bene ai suoi santi nella preghiera che rivolge a suo Padre. Eppure aggiunge il più importante dei beni : L’essere tutti una cosa sola, mediante la loro unione col solo ed unico bene. Così, « uniti dallo Spirito Santo, essendo legati per mezzo del vincolo della pace, saranno tutti un solo corpo e un solo spirito, in virtù dell’unica speranza alla quale sono stati tutti chiamati » (Ef 4, 4).

 

         « Tutti siano una cosa sola. Come tu, Padre sei in me e io in te ». In effetti, il vincolo di questa unità è la gloria. Che lo Spirito Santo sia chiamato gloria, nessuno lo potrebbe contraddire se è attento alle parole del Signore : « La gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro » (Gv 17, 22). Infatti egli ha realmente dato loro una tale gloria quando ha detto : « Ricevete  lo Spirito Santo » (Gv 20, 22). Egli ha ricevuto quella gloria che possedeva da sempre, prima che il mondo fosse, quando si è rivestito della nostra natura umana. E una volta che questa natura è stata glorificata dallo Spirito, la gloria dello Spirito è stata comunicata a tutti quelli che sono partecipi della stessa natura, cominciando dai discepoli. Ecco perché dice : « Padre, la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola. »

 

VII° settimana Tempo Pasquale - GIOVEDI - LODI

2003-06- 05

Etica 1, 6, 8

 

 

Perché siano come noi una cosa sola

 di Simeone il Nuovo Teologo nel undicesimo secolo

 

 

 

         Il corpo della Chiesa di Cristo, armonioso risultato del ricongiungimento dei suoi santi fin dall’origine dei tempi, giunge alla sua equilibrata e integrale costituzione nell’unione dei figli di Dio, dei primogeniti i cui nomi sono scritti nei cieli. Il nostro Salvatore – Dio stesso, rivela l’indissolubilità e l’indivisibilità dell’unione con lui, dicendo ai suoi Apostoli : « Io sono nel Padre e il Padre è in me ; e voi in me e io in voi » (Gv 14, 11.20). E questo, lo rende più esplicito ancora aggiungendo : « E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità ». e di nuovo : « …perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro ». 

        

O meraviglia, o indicibile umiltà dell’amore che Dio, amico dell’uomo, nutre per noi. Quello che è per natura riguardo a suo Padre, concede a noi di esserlo al suo riguardo per l’adozione e la grazia. La gloria data al figlio dal Padre, il Figlio la dà a noi, a sua volta per grazia divina. Perfino, come egli è nel Padre e il Padre è in lui, così il Figlio di Dio sarà in noi, e noi nel Figlio stesso, se lo vogliamo, in virtù della grazia. Una volta diventato simile a noi con la carne, ci ha resi partecipi della sua divinità e ci incorpora tutti in lui. E come la divinità alla quale partecipiamo attraverso questa comunione non può essere divisa in parti separate, così anche noi, una volta che abbiamo partecipato ad essa in verità, siamo inseparabili dall’unico Spirito e formiamo un solo corpo con Cristo.

 

VII° settimana Tempo Pasquale -  GIOVEDI - VESPRI

Commento sul Vangelo di Giovanni, 11, 7; PG 74, 497-499

Gv 17, 20-26

  

Padre, ho fatto conoscere il tuo nome agli uomini

 di San Cirillo Alessandrino nel quinto secolo

 

         Il Nostro Salvatore afferma di aver glorificato il nome di Dio suo Padre. Cioè di aver reso la sua gloria illustre e sfolgorante su tutta la terra. Come ? Mostrandosi egli stesso suo testimone e suo annunciatore, compiendo opere straordinarie. Infatti, il Padre è glorificato nel Figlio, come in un’immagine e un’impronta della sua forma e della sua figura. Infatti le impronte riflettono sempre la bellezza dei loro archetipi.

 

         Il Figlio ha fatto conoscere il nome del Padre non soltanto rivelandolo e lasciandoci un insegnamento esatto sulla sua divinità. In fatti, tutto ciò era stato proclamato prima della venuta del Figlio, dalla Scrittura ispirata. Ma è anche insegnandoci che, pure essendo vero Dio, è anche veramente Padre, e è qualificato così in verità, poiché ha in sé e produce fuori di sé suo Figlio, coeterno alla sua natura.

 

         Il nome di Padre si confà a Dio più propriamente del nome di Dio : questo è un nome di dignità, quello significa una proprietà sostanziale. Infatti dire Dio vale a dire il Signore dell’universo. Pero, chi lo chiama Padre, precisa la proprietà della sua persona. Indica che lui genera. Che il nome di Padre sia più vero e più proprio del nome di Dio, il Figlio stesso ce lo mostra quando lo usa. Diceva infatti non « Io e Dio » ma proprio « Io e il Padre siamo una cosa sola » (Gv 10, 30). E diceva anche « E’ il Figlio. Su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo » (Gv 6, 27).

 

         E quando ha prescritto ai suoi discepoli di battezzare tutte le nazioni, ha espressamente ordinato di farlo non nel nome di Dio, ma nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

 

VII° settimana Tempo Pasquale -  venerdì - Lodi

 

 

Mi vuoi bene ?... Pasci le mie pecorelle

 San Giovanni Crisostomo nel quarto secolo

 

          

         Imitiamo la virtù degli apostoli, e non gli saremo inferiori in nulla. Infatti non i loro miracoli li hanno fatti apostoli, bensì la santità della loro vita. A questo riconosciamo un discepolo di Cristo. Questo segno ci è stato chiaramente accennato dal Signore. Quando egli ha voluto tracciare il ritratto dei suoi discepoli e rivelare il segno che avrebbe distinto i suoi apostoli, ha detto : « Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli ». Sarà forse a causa dei prodigi che essi avrebbero operato ? a causa dei morti che essi avrebbero risuscitati ?  Niente affatto ! Da cosa allora ? «  Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri » (Gv 13,35).

         Ora l’amore non è questione di miracoli, ma semplicemente di virtù. « Pieno compimento della legge è l’amore » (Rm 13,10)… Abbiate dunque l’amore in voi e sarete tra gli apostoli, anzi nei primi posti tra di loro ! « Se mi ami, dice Gesù a Pietro, pasci le mie pecorelle ». Ancora qui, notate bene, è la virtù ad essere stata valorizzata : lo zelo, la compassione, la fatica del comandamento, l’abnegazione, l’oblio del proprio interesse, la preoccupazione della carica pastorale, tutto ciò è il frutto della virtù, dell’amore ; non dei miracoli o dei prodigi, bensì dell’amore.

 

VII° settimana Tempo Pasquale - VENERDI - VESPRI

Disorso Guelferbytanus 16, 1; PLS 2, 579

 

 

« Signore tu sai tutto ; tu sai che ti voglio bene »

 Sant’Agostino nel quinto secolo

        

Il Signore, dopo la sua risurrezione, si presenta di nuovo ai suoi discepoli. Interroga l’apostolo Pietro, costringe a confessare il suo amore, colui che, dalla paura, lo aveva rinnegato tre volte. Cristo è risuscitato secondo la carne, e Pietro secondo lo spirito. Così come Cristo è morto soffrendo, Pietro è morto rinnegando. Il Signore Cristo, essendo risuscitato dai morti, ha risuscitato Pietro grazie all’amore che egli nutriva per lui. Ha interrogato l’amore di colui che ora lo confessava, e ha affidato a lui il suo gregge.

 

         Quale vantaggio procura a Cristo il fatto che Pietro lo ami ? Se Cristo ti ama, il profitto è per te, non per Cristo. Se tu ami Cristo, il profitto è ancora per te, non per lui. Tuttavia, il Signore volendo mostrarci come occorra che gli uomini gli diano una prova del loro amore, ce lo rivela chiaramente : amando le sue pecore.

 

         « Simone di Giovanni, mi vuoi bene ? – ti voglio bene. – Pasci le mie pecorelle. » E questo una volta, due volte, tre volte. Pietro non  dice altro che il suo amore. Il Signore non gli chiede altro che il suo amore ; non gli affida altro che le sue pecore. Amiamoci dunque gli uni gli altri, e ameremo Cristo.

 

VII° settimana Tempo Pasquale - SABATO - LODI

Dai «Trattati su Giovanni»

(Tratt. 124, 5, 7; CCL 36, 685-687)

 

Le due vite

di sant'Agostino nel quinto secolo

 

 

         La Chiesa conosce due vite che le sono state divinamente predicate ed affidate: una è nella fede l'altra nella visione; una nel tempo del pellegrinaggio, l'altra nell'eternità della dimora; una nella fatica, l'altra nel riposo; una lungo la via, l'altra nella patria; una nell'attività, l'altra nel premio della contemplazione.

        

La prima vita è stata rappresentata dall'apostolo Pietro, la seconda da Giovanni. La vita terrena si svolge sino alla fine di questo mondo e trova la sua conclusione nell'aldilà; la vita celeste, nella sua fase perfetta, verrà dopo la fine di questo mondo, ma nell'eternità non avrà termine. Perciò il Signore dice a Pietro: «Seguimi» (Gv 21, 19); mentre di Giovanni dice: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, che importa a te? Tu seguimi» (Gv 21, 22).

Il significato della risposta di Gesù è il seguente: Tu seguimi nel tollerare i mali temporali. Lui rimanga in attesa fino a quando non ritornerò per concedere i beni eterni. O più chiaramente: Mi segua l'opera che, sul modello della mia passione, è già terminata. Rimanga in attesa, fino a quando non verrò a renderla totale, la contemplazione appena iniziata…. Si tratta di due aspetti connessi con le due fasi dell'esistenza terrena e celeste del cristiano. Nella prima si sopportano i mali di questo mondo propri della terra dei morenti, nella seconda si vedranno i beni del Signore caratteristici della terra dei viventi.

        

         Ciò che il Signore dice: «Voglio che rimanga finché io venga» (Gv 21, 23), non significa fermarsi, arrestarsi, ma rimanere in attesa, perché la condizione significata da Giovanni non raggiungerà la sua pienezza adesso, bensì alla venuta di Cristo. Quello poi che è significato da Pietro, che ha ricevuto l'invito: «Tu seguimi» (Gv 21, 22), è qualcosa che va compiuto ora, altrimenti non si arriverà a ciò che si attende. Tuttavia nessuno osi dissociare questi due grandi apostoli. Tutti e due facevano ciò che significava Pietro. Tutti e due avrebbero conseguito quanto significava Giovanni. Sul piano del simbolo, Pietro seguiva, Giovanni restava in attesa. Sul piano della fede vissuta, tutti e due sopportavano le sofferenze presenti di questo misero mondo, tutti e due attendevano i beni futuri della beatitudine eterna.

E questo atteggiamento lo riproducono non solo essi, ma tutta la Chiesa, Sposa di Cristo, tutta tesa da una parte a superare le prove di questo mondo e dall'altra a possedere la felicità della vita futura.

 

VII° settimana Tempo Pasquale - SABATO - primi vespri

Discorsi, 155 ; PL 38, 843-844

(In l'Ora dell'Ascolto p. 708)

Pentecoste, il compimento della Pasqua

 di Sant’Agostino nel quinto secolo

 

        

         Il popolo ebraico celebrava la Pasqua con l’uccisione dell’agnello e con gli azzimi : questo era una figura dell’uccisione di Cristo, e gli azzimi significavano la vita nuova, senza il vecchio lievito… E cinquanta giorni dopo questa celebrazione, gli vien data sul monte Sinai la Legge scritta con il dito di Dio. Viene la vera Pasqua ed è immolato Cristo, che opera il passaggio dalla morte alla vita. In ebraico infatti Pasqua significa passaggio…

 

         Dopo cinquanta giorni viene lo Spirito Santo, « il dito di Dio » (Lc 11, 20). Ma considerate in che modo si celebrava prima e come si celebra adesso. Prima il popolo stava in lontananza, c’era il timore, non l’amore… Qui invece, quando venne lo Spirito Santo, i fedeli erano riuniti insieme. Non li spaventò dal monte, ma entrò nella casa…

 

         Apparvero loro distinte, dice la Scrittura, delle lingue come di fuoco. Si posarono su ciascuno di loro e incominciarono a parlare le lingue come lo Spirito dava loro di esprimersi. Ascolta uno che parla in lingue e riconosci lo Spirito che scrive non sulla pietra, ma nel cuore (2 Cor 3, 3). Infatti, « La legge dello Spirito che dà vita », scritta nel cuore non sulla pietra, questa legge è in Cristo Gesù , nel quale è stata celebrata la vera Pasqua.

 

VII° settimana Tempo Pasquale - VEGLIA DI PENTECOSTE - Sabato

Discorso sulla settupla voce dello Spirito alla Pentecoste,

 

Mandi il tuo Spirito... e rinnovi la faccia della terra

 Elredo di Rievaulx nel dodicesimo secolo

 

        

         In principio, lo Spirito di Dio riempì l’universo, secondo il disegno di Dio. « Si estende da un confine all’altro con forza, governa con bontà eccellente ogni cosa » (Sap 8,1). Ma per quanto riguarda la sua opera di santificazione, è soltanto a partire dal giorno della Pentecoste  che « lo Spirito del Signore riempie l’universo » (Sap 1,7). Infatti oggi questo Spirito di mitezza è mandato dal Padre e dal Figlio per santificare ogni creatura secondo un piano nuovo, un modo nuovo, una manifestazione nuova della sua potenza e della sua forza.

        

         Prima, « non c’era ancora lo Spirito, perché Gesù non era stato ancora glorificato » (Gv 7,39)… Oggi, venendo dalla dimora, lo Spirito viene dato alle anime dei mortali con tutta la sua ricchezza, tutta la sua fecondità. Perciò questa rugiada divina si posa su tutta la terra, nella diversità dei suoi doni spirituali. È giusto che la pienezza delle sue ricchezze sia scesa per noi dall’alto del cielo, dato che pochi giorni prima, grazie alla generosità della nostra terra, il cielo aveva ricevuto un frutto di una dolcezza meravigliosa… L’umanità di Cristo, è tutta la grazia della terra ; lo Spirito di Cristo, è tutta la dolcezza del cielo. È avvenuto dunque uno scambio molto salutare : l’umanità di Cristo era salita dalla terra al cielo ; oggi dal cielo è disceso verso di noi lo Spirito di Cristo.

        

         Dappertutto agisce lo Spirito Santo ; dappertutto lo Spirito prende la parola. Certamente, prima dell’Ascensione, lo Spirito del Signore era stato dato ai discepoli quando aveva detto il Signore : « Ricevete lo Spirito Santo ; a chi rimetterete i peccati, saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi ». Ma prima della Pentecoste, non si era sentita la voce dello Spirito Santo, non si era visto brillare la sua potenza. E la sua conoscenza non era venuta fino ai discepoli di Cristo, il cui coraggio non era ancora stato confermato, visto che erano ancora costretti a nascondersi dalla paura, in una stanza chiusa a chiave. A partire da oggi però, « Il Signore tuona sulle acque,… il tuono saetta fiamme di fuoco… e tutti dicono : Gloria ! » (Sal 28,3-9).

 

DOMENICA Pentecoste - UR

 

 

Anche voi mi renderete testimonianza

 Sant’Antonio di Padova nel tredicesimo secolo

        

 

         Pentecoste è la parola greca per dire “cinquantesimo”. Quel cinquantesimo giorno, celebrato dal popolo degli ebrei, era calcolato a partire del giorno in cui era stato immolato l’agnello pasquale; e ciò perché, cinquanta giorni dopo l’uscita dall’Egitto, la Legge era stata data sulla cima infiammata del monte Sinai. Allo stesso modo, nel Nuovo Testamento, cinquanta giorni dopo la pasqua di Cristo, lo Spirito Santo scese sugli apostoli e apparve loro sotto l’apparenza di lingue di fuoco; la Legge è stata data sul monte Sinai, lo Spirito sul monte Sion; la Legge sulla cime della montagna, lo Spirito nel Cenacolo.

        

         “I discepoli si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un rombo”... come dice il salmo: “Un fiume e i suoi ruscelli rallegrano la città di Dio” (Sal 45,5). Un rombo accompagna l’arrivo di colui che veniva ad ammaestrare i fedeli. Notate quanto questo si accorda con ciò che leggiamo nell’Esodo: “Appunto il terzo giorno, sul far del mattino, vi furono tuoni, lampi, una nube densa sul monte e un suono fortissimo di tromba: tutto il popolo fu scosso da tremore” (19,16). Il primo giorno fu l’Incarnazione di Cristo; il secondo fu la sua Passione; il terzo giorno, è la missione dello Spirito Santo. Questo giorno sta arrivando: si sente il tuono, si ode un suono fortissimo; i lampi brillano – i miracoli degli apostoli – una nube densa – la compuzione del cuore e la penitenza – copre il monte, il popolo di Gerusalemme ( At 2,37-38)...

        

         “Apparvero loro lingue come di fuoco”. Delle lingue, quelle del serpente, di Adamo e di Eva, avevano aperto alla morte l’accesso a questo mondo... Per cui lo Spirito apparve sotto la forma di lingue, confrontando lingue con lingue, guarendo il veleno mortale con il fuoco... “Cominciarono a parlare”. Ecco il segno della pienezza; il vassoio pieno trabocca; il fuoco non può contenersi... Queste lingue diverse sono le varie lezioni che Cristo ci ha lasciate, come l’umiltà, la povertà, la pazienza, l’obbedienza. Noi parliamo queste varie lingue quando diamo al prossimo l’esempio di tali virtù. Viva è la parola, quando parlano i cuori. Facciamo parlare le nostre opere!

 

DOMENICA - PENTECOSTE - VESPRI

Discorso 271 (Nuova Biblioteca Agostiniana)

 

 

Lo Spirito dato alla Chiesa

 Sant’Agostino nel quinto secolo

 

        Fratelli, è spuntato a noi gradito il giorno nel quale la santa Chiesa risplende gioiosamente nei visi dei fedeli e brilla nei loro cuori. Celebriamo infatti questo giorno nel quale il Signore Gesù Cristo, glorificato con la sua ascesa al cielo dopo la risurrezione, inviò lo Spirito Santo…

       

        Quel vento mondava i cuori dalla paglia carnale; quel fuoco bruciava il fieno dell'antica concupiscenza; quelle lingue nelle quali si esprimevano coloro che erano stati riempiti dallo Spirito Santo preannunziavano la Chiesa che sarebbe stata presente nelle lingue di tutti i popoli. Come infatti dopo il diluvio i superbi ed empi uomini edificarono una torre elevata contro il Signore, per cui il genere umano meritò di essere diviso in diversi ceppi linguistici, cosicché ogni popolo parlava la propria lingua senza essere compreso dagli altri (Gen 11). Così l'umile pietà dei fedeli riportò all'unità della Chiesa la diversità di quelle lingue; perché ciò che la discordia aveva disperso venisse raccolto dalla carità e le membra sparpagliate del genere umano, come le membra di un unico corpo, venissero riunite, ben compaginate, all'unico capo, Cristo, e si fondessero col fuoco dell'amore in un unico corpo santo…

       

        Fratelli miei, membra del corpo di Cristo, germogli di unità, figli di pace, trascorrete nella gioia questo giorno, celebratelo senza timori. Si realizza infatti in voi quanto in quei giorni, quando scese lo Spirito Santo, veniva preannunziato. Perché come allora chi riceveva lo Spirito Santo, pur essendo un'unica medesima persona, parlava in tutte le lingue, così anche ora in mezzo a tutti i popoli è l'unità stessa che parla in tutte le lingue: e voi, costituiti in questa unità, possedete lo Spirito Santo, voi che con nessuna scissione dissentite da questa Chiesa di Cristo che parla in tutte le lingue.

 

 

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