sito delle Fraternità Evangeliche

di Gerusalemme di Firenze

 

     laboratorio di traduzione delle Omelie di fr.Pierre-Marie in italiano

 

 

 

 

 

Presentazione del laboratorio di traduzione delle Omelie di fr.Pierre-Marie in italiano

Con l’inizio del nuovo anno liturgico abbiamo voluto cominciare a rendere fattivo un progetto ambizioso che ci sta molto a cuore: far conoscere il carisma e gli scritti di fr. Pierre-Marie Delfieux in Italia. Diverse persone si sono messe al lavoro per tradurre le sue omelie dal francese. A partire dalla prima domenica di Avvento dell’anno B le omelie verranno progressivamente inserite nella pagina del nostro sito in italiano. Così domenica dopo domenica, (con l’aggiunta delle omelie per la novena di Natale, le Solennità e la Settimana Santa) potremo avviarci a conoscere il tesoro che fr. Pierre-Marie con la sua predicazione scaturita dalla vita ci ha lasciato in eredità.

01 12.2017

 

INDICE

 

Presentazione del laboratorio

I Domenica di Avvento . anno B

II Domenica di Avvento - anno B

IV Domenica di Avvento - anno B

Feria d'Avvento: annuncio a Giuseppe - 18 dicembre

Feria d'Avvento: annuncio a Zaccaria - 19 dicembre

Feria d'Avvento: annuncio a Maria - 20 dicembre

Feria d'Avvento:  messaggio di AinKarim - 21 dicembre

Feria d'Avvento: Omelia 22 dicembre

Feria d'Avvento: Omelia 23 dicembre

Triplice nascita

2° Domenica T. O. B

3° Domenica T.O. B

4° Domenica T.O. B

DAL NO ALL'ASSURDO AL SI' AL MISTERO

6° Domenica T.O. B

Celebrazione del mercoledì delle ceneri

1° Domenica di Quaresima B

2° Domenica di Quaresima B

3° Domenica di Quaresima B

4° Domenica di Quaresima B

5° Domenica di Quaresima B

 

 

 

Omelia di fr.Pierre-Marie Delfieux

I Domenica di Avvento - anno B
 

<<Vegliate e pregate in continuazione>>

 

Mc. 13,26-27/31-32

 

Un avvertimento e un’esortazione. Due imperativi: State all’erta. Vegliate!

È questo l’essenziale del messaggio di Cristo in questa I Domenica di Avvento (Mc. 13,33-37). Dietro questi due semplici richiami, ci viene però indicato dal Signore tutto un atteggiamento di autentica vita cristiana.

Gesù parte da un chiaro avvertimento: State attenti! E, subito dopo, sottolinea: Poiché non sapete quando sarà il momento (Mc. 13,33).

Eccoci quindi chiaramente avvertiti. Se tutti noi sappiamo della Sua venuta, nessuno però può sapere il giorno del Suo Ritorno. Allora due tentazioni ci attendono al varco: la prima vorrebbe portarci a stabilire, prevedere o addirittura annunciare ad ogni costo il giorno di questo Ritorno.

La seconda vorrebbe portarci a non attendere più nulla di nuovo, visto che non è ancora successo nulla, non succede nemmeno oggi e forse non succederà mai.

In tutti e due i casi il Maligno trionfa!

E allora, o si rimane immobili nell’attendismo impaziente e inquieto o si rimane nell’indifferenza.

 

Dopo averci così informati con tanta risolutezza di cosa non dobbiamo fare, il Signore può ora dirci che cosa dobbiamo vivere. Vigilate quindi!, propone a tutti e per tre volte (Mc. 13,31/35-37).

Come se, con questo comando ripetuto tre volte, il Maestro, prima di lasciarci, avesse voluto mettere tutto il peso della Sua autorità e del Suo amore per noi.

Perché allora questo appello a vegliare ripetuto con tanta insistenza?

E come tradurre nella nostra vita questa Sua esigenza, richiesta con tanta forza?

 

Il perché di ciò che Gesù traduce con l’imperativo Vegliate!, dipende da diverse ragioni: la prima dipende dal fatto che è Cristo stesso che ce lo chiede, e questo senza il minimo autoritarismo ma solo nella maniera più incalzante.

Raramente il Signore ripete così, tre volte, la stessa cosa! Se lo fa qui, oggi, con tanta insistenza, è perché conosce tutto il bene che possiamo ricavarne. Orecchio non ha sentito, dice il profeta Isaia, occhio non ha visto, che un Dio al di fuori di Te abbia fatto tanto per l’uomo che spera in Lui (Is. 64,3).

Allora se Dio che ci ama ci chiede questo, possiamo credergli, se ci esorta così è tutto per il bene della nostra vita e per la pace nella nostra anima.

Siamo sempre vincitori facendo ciò che l’amore di Cristo ci spinge a fare (2Co. 5,14).

Tutti possiamo farne esperienza nella nostra vita.

 

Un secondo motivo sta nel fatto che vegliare è una delle azioni più belle che sia dato vivere all’uomo.

Vegliare e pregare in ogni momento, come dice Gesù (Lc. 21,36), ci rianima nel più profondo del cuore.

La nostra anima ne è dilatata, il nostro spirito è illuminato e giubila, il nostro stesso corpo vi trova dinamismo e conforto. In quel momento ci è dato di condividere la gioia di Cristo (Gv. 15,11-17,13). Noi riconosciamo, con stupore, la presenza di Dio in mezzo a noi e in noi (Mt. 28,20; Gv. 14,23).

 

È altrettanto interessante notare che nei quattro momenti presi in considerazione per il Ritorno del Maestro tutti i punti citati da Gesù sono ambientati nella notte: la sera o a mezzanotte, al canto del gallo o al mattino. (Mc. 13,35) E la notte evoca, allo stesso tempo, le Potenze del Male e le Azioni del Maligno (Mt. 13,25-42) e le più belle opere di Dio: la Creazione (Gn. 1,1-3), l’Incarnazione (Lc. 2,8) e la Risurrezione (23,55-24,1).

Dobbiamo quindi vegliare per discernere l’azione del Signore nella nostra vita fino all’ultima notte, quella del Suo Ritorno (Mt. 24,43-25,6).

Voi fratelli, allora non siate tenebre, grida l’Apostolo, così che il giorno del Signore vi sorprenda come un ladro. Voi tutti siete figli della Luce, figli del giorno (1Tim. 5,1-2; 4-5).

 

Un altro motivo per vegliare, ci dice Gesù, è che questa venuta può arrivare all’improvviso.

C’è quindi una ragione in più per evitare di lasciarsi sorprendere, cioè per non affondare nel torpore, nell’indifferenza semi addormentata o nelle preoccupazioni del mondo (Mc. 4,19).

Come potrebbe un autentico figlio di Dio passare la vita senza pensare mai a suo Padre? Il buon servitore anela alla Sua venuta. Quello cattivo si rallegra della Sua assenza (Mt. 25,14-29).

Rallegriamoci allora se manteniamo l’anima all’erta. Ogni attimo che passa riflette l’eternità.

 

Del resto siamo predisposti per questo. Abbiamo ricevuto, insieme a tanti altri doni di Dio, tutte le ricchezza della Sua grazia, tutte quelle della parola e quelle della conoscenza, ci dice l’Apostolo Paolo (1Co. 1,5).

Possiamo perciò resistere, far fruttificare, per poco che riusciamo a rimanere attenti a Lui. Allora fatichiamo, costruiamo, camminiamo, diamo testimonianza del Signore!

E la nostra vita, tutta, è stimolata, rallegrata perché può vegliare con Cristo e per Lui in questo mondo dove ci ha messi come guardie nella notte.

 

Così illuminati, sulle ragioni di questa insistente chiamata di Cristo, a vegliare in ogni momento, possiamo ora capire meglio come possiamo farlo.

Cos è allora questo vegliare che Gesù ci invita a fare?

 

La veglia non consiste soltanto né per prima cosa in momenti precisi, nel corso della notte, da passare in ginocchio davanti al Signore, con la Bibbia aperta e una candela accesa: quando ci chiede di vegliare in continuazione Cristo ci invita, in un modo ancor più totale e coinvolgente, a uno stato di attenzione interiore.

Questa attrazione del cuore, questo risveglio dello spirito, questo sentimento dell’anima, che formano quella che si chiama vigilanza, come un mormorio interiore, tranquillo e solido che, a poco a poco, impregna tutto il nostro essere e lo riempie.

Lo riempie di fede nella Sua presenza, di speranza nella Sua venuta, di amore verso di Lui.

 

Allora vegliamo, per prima cosa, nella fede, semplicemente perché Dio c’è: nostro Padre e Redentore da sempre, come dice il profeta Isaia (Is. 63,16).

Padre nostro e Padre di nostro Signore Gesù Cristo, come precisa l’Apostolo Paolo (1Co. 1,3).

È questo Salvatore che difende i nostri interessi, riscatta le nostre colpe, guida il nostro cammino. Si comporta con noi come una persona di famiglia, un protettore, un appoggio.

Possiamo quindi chiamarlo, parlargli, invocarlo.

Generazioni e generazioni di credenti hanno potuto verificarlo.

Un’infinità di testimonianze, se sappiamo capirle, sono qui per ricordarci questa bella verità.

 

Inoltre Colui che è ancora atteso è già venuto (Gv. 3,11) e si custodisce per sempre la memoria di questa prima venuta.

Fra quattro settimane festeggeremo Natale!

Il Vangelo è il richiamo vivete, sempre nuovo, di un inizio già avvenuto e che non finisce di rinnovarsi di anno in anno.

Un Avvenimento di ieri che si verifica ogni giorno.

Non una lettera morta da ascoltare, ma una chiamata gettata una volta per tutte a andare avanti risolutamente. Un invito incessante a trovare nell’oggi della nostra vita le tracce della Sua venuta precedente e della Sua presenza ancora attuale (Gv. 14,18).

Tutto è già stato salvato in Cristo, ma ci rimane da viverlo. Nulla ancora è stato deciso.

È allora necessario vegliare nella fede. Ogni Avvento ricorda a tutti noi di questo “si” da dire a Dio, in questo momento.

Per un cuore vigile, ogni attimo che passa è un incontro che viene offerto con l’Eterno.

 

Vegliare in continuazione può quindi farsi solo nella speranza.

Si crede perché il Signore c’è, si opera perché il Signore viene.

La speranza cristiana, tuttavia, non si basa su un sapere relativo al giorno e all’ora, la speranza che guida il cristiano a vigilare è una forza che lo spinge a impegnarsi.

Nonostante tanti sogni di questo mondo che si trasformano in illusioni e tante speranze nutrite che non hanno mai resistito, il credente vigila perché spera.

Spera di poter rendere questo mondo un po’ più attento, con lui, alla salvezza che Dio vuole offrirgli continuamente, un po’ più d’amore, di pace, di luce.

Vigilare nella speranza, sulle mura della città, ci porta a far vedere al mondo le certezze che nascono dai cieli nuovi e dalla terra nuova dove al di là delle nostre ingiustizie, la Giustizia di Dio abiterà (2Pt. 3,13).

È nella notte che è bello sperare nel sole del mattino!

 

È quindi chiaro, per concludere, che vegliare nella speranza e nella fede, a cui Gesù ci invita con tanta forza questa domenica, può essere vissuto solo grazie a un amore autentico.

Si veglia solo se si ama e nell’attesa di ciò che si ama. Altrimenti si tratta di inquietudine o insonnia.

Allora, di cosa si tratta?

Si tratta di Dio che è Padre di tenerezza (Gv. 16,27).

Si tratta del Figlio che è lo Sposo diletto (Mt. 25,1).

Lo Spirito e la Sposa, uniti nello stesso amore, ogni giorno, al Dio di tutti i tempi, dicono allora: Marana Tha! Vieni Signore Gesù! (Ap. 22,20).

Questa attesa appassionata non ha nulla della fuga in avanti. È l’avventura quotidiana della nostra vita verso l’infinito di Dio.

Una risposta di puro amore alla chiamata di Cristo che osa, Lui per primo, dirci umilmente, ascoltiamo bene: Vegliate con Me (Mt. 26,38).Non è forse Lui, Gesù Cristo, in definitiva, la grande Sentinella? Vieni, Signore Gesù! (Ap. 22,20).

Rinascendo così in mezzo a noi, Tu ci spingi a rinascere dall’alto e di nuovo (Gv. 3,7).

Per vivere finalmente, un giorno, accanto a Te per sempre.

 

©FMG tradotto da Evangeliques - Avent pp. 47-54

 

Omelia di fr. Pierre-Marie Delfieux

II Domenica di Avvento anno B

Is 40, 1-5.9-11; Sal 84; 2Pt 3, 8-14; Mc 1, 1-8

 

L’Avvento della salvezza già venuta e sempre attesa

 

La visione entusiasta del profeta Isaia che annuncia un mondo a venire perfettamente riconciliato in sè dove tutto si vivrebbe nella gioia della convivialità e della pace, non sarebbe forse troppo idilliaca per non dire utopistica?

 

Otto secoli dopo, in ogni modo,

ecco che un germoglio spuntato dalla radice di Jesse

viene annunciato nella persona di Gesù.

Come un virgulto germogliato dalle sue radici,

attendiamo un bambino chiamato Emmanuele

nel quale possiamo riconoscere il Salvatore del mondo (Gv 4, 42).

Su di lui scenderà lo Spirito del Signore,

con la pienezza dei suoi doni (Is 11, 1-3)...

 

Ma è nelle aride solitudini del deserto di Giuda

che la liturgia di questo giorno ci riporta per ascoltare il seguito!

Qui c’è una voce che grida nel deserto (Mc 1, 3b)

perché scendere nuovamente in queste profondità? (Sal 129,1)

 

Il deserto di Giuda!

E’ là che scorre, in fondo alla depressione del Giordano,

il fiume più basso del mondo.

Ed è lì che è sceso ed è cresciuto il figlio di Elisabetta e Zaccaria, per vivere nelle solitudini, da Gerusalemme, la città situata in cima ai monti.

Il suo nome è Giovanni. (Lc 1,60; Gv 1,6)

 

Questo figlio della discendente di Aronne

e del sacerdote preposto al servizio dell’altare, nel Tempio,

rimasto a lungo muto dopo la comparsa dell’angelo,

avrebbe forse definitivamente scelto di isolarsi e tacere?

 

Ma nulla attira gli uomini più di un autentico folle di Dio!

Questa lampada che brilla nella notte (Gv 5,35)

che se ne può vedere la luce

dai bastioni della città.

Allora, ci vien detto, Gerusalemme, tutta la Giudea e tutta la regione del Giordano

vengono a lui. (Mc 3,5)

E la voce del Precursore riprendendo testualmente quella del profeta,

sorge di nuovo dal deserto e grida:

Preparate le vie del Signore, spianate il suo cammino (Is 40,3; Mc 1,3b).

E aggiunge ancora:

Convertitevi, perchè il Regno dei cieli è molto vicino.

Ecco che viene dopo di me, Colui che è più forte di me (Mt 3, 2.6).

 

Ai piedi del Precursore, venuto come testimone,

per rendere testimonianza alla luce

senza essere, per questo, egli stesso la luce (Gv 1,8),

eccoli infine tutti radunati:

i sacerdoti che celebrano nel Tempio,

i leviti che prestano servizio all’altare,

gli scribi che interpretano le Scritture,

i dottori della Legge che cercano,

i farisei che vogliono vivere nella giustizia,

i sadducei che contestano, chini sulla tradizione,

i pubblicani, i soldati e una folla di gente,

tutti in attesa della salvezza annunciata.

 

Possiamo, a nostra volta, prendere posto

tra di loro!

Giovanni Battista non è sempre là ad indicarci Cristo?

Ed ecco che la voce di colui che ha visto lo Spirito come una colomba

discendere dal cielo e dimorare su di lui (Gv 1,32),

risale fino a noi.

Allora anche noi, aprendo gli occhi del nostro cuore,

liberando la via della nostra anima da tutto ciò che la ingombra,

al di là delle nostre paure, dei nostri dubbi, delle nostre mediocrità,

guarderemo verso questo cielo aperto.

E, illuminati dalla luce della nostra fede, possiamo ripetere come Giovanni

che noi crediamo che lui è il Figlio di Dio,

Il Redentore dell’uomo (Gv 1,34; Is 63,16).

 

Ma, guardando il mondo com’è e come vanno le nostre vite,

possiamo dire che la salvezza è arrivata?

 

Sì, noi siamo salvati, come ci ricorda così bene,

Papa Benedetto XVI, citando San Paolo, nella sua enciclica;

ma lo siamo nella speranza1

Isaia non si è ingannato nell’annunciare la venuta

dell’ Emmanuele, Consigliere Mirabile, Dio Forte,

Padre Eterno, Principe della pace (7, 14; 9,5).

Certamente il lupo e l’agnello, il vitello e il leoncello,

la vacca e l’orsa, il bambino e il cobra

non hanno ancora ritrovato la convivialità della prima creazione!

Pure l’uomo, come non possiamo far altro che constatarlo,

rimane ancora spesso “un lupo per l’uomo”.2

E da ogni parte infuria sempre “la lotta per la vita”

o contro la vita.

 

Ma la salvezza è in cammino (Eb 5,9)!

E la sua marcia non si fermerà.

Cristo ne ha posto le fondamenta (1Cor 3,11). Noi sopra possiamo costruire!

Il Messia annunciato è venuto.

Abbiamo le sue parole di vita eterna (Gv 6,68).

In verità, attendiamo cieli nuovi e una terra nuova, secondo la sua promessa,

dove regni la giustizia (2 Pt 3,13).

Nella sua luce, possiamo camminare nella luce (Gv 12,35-36).

Ci ha resi tutti alla fraternità universale,

rivelandoci che Dio, suo Padre, è veramente nostro Padre;

e che in lui, con lui e per mezzo di lui, siamo realmente tutti fratelli (Mt 23,8).

L’ascolto della sua Parola ci conduce alla verità.

E l’accoglienza di questa verità ci apre alla vera libertà (Gv 8,22).

 

In Gesù Cristo il peccato è già perdonato

e la morte, in lui, è stata vinta, una volta per tutte (Rm 6,10; Eb 7,27)

Eccoci rinnovati dalla sua grazia redentrice,

e tutti promessi alla condivisione della sua gloria eterna.

Eccoci battezzati, non solo con l’acqua,

ma anche con lo Spirito Santo e il Fuoco (Mt 3,8; Lc 3,16)

Ad ogni Eucaristia, che è il memoriale della nostra salvezza,

la Chiesa ci indica Cristo Gesù, proclamando:

Ecco l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo.

E il Signore in persona viene a stabilire la sua dimora nei nostri cuori.

 

Ma il male è ancora lì!

Paolo lo riconosce, rimaniamo tormentati, lacerati dal male che non vogliamo,

ma che comunque commettiamo,

e il bene che desideriamo, ma non riusciamo a compiere. (Rm 7, 14s)

Pur salvato, il mondo resta ferito e l’uomo mortificato.

Mille tentazioni ci assalgono e attanagliano le nostre vite.

La fede è una lotta. La carità richiede uno sforzo ad ogni momento.

Speriamo in ciò che non vediamo

e tutti dobbiamo progredire assumendo la prova

di un Dio che non sentiamo, né vediamo ancora…

 

Tutto questo è pure vero.

Ma l’ultima parola - e questo è il cuore del messaggio dell’Avvento-

appartiene sempre alla speranza.

L’apostolo Pietro ci aiuta a comprendere questo, scrivendoci oggi:

Il Signore non tarderà l’adempimento di ciò che ha promesso, come alcuni lo accusano di ritardo.

Ma egli usa pazienza verso di noi, affinchè nessuno perisca, ma tutti giungano al pentimento (2Pt 3,9).

 

Allora non siamo ridotti a credere

solo nella notte della fede. No, essa illumina le nostre anime!

O sperare contro ogni speranza! E’ la forza dei nostri cuori.

Con la grazia del cielo, possiamo amare Dio con tutto il nostro cuore,

con tutta la nostra anima, con tutta la nostra forza e con tutto il nostro spirito

e il nostro prossimo come noi stessi (Lc 10,27).

Noi possiamo compiere nel migliore dei modi il nostro dovere di stato

lavorando onestamente e camminando con giustizia (Mi 6,8).

Ma San Giovanni Battista, oggi, ci invita ad andare oltre e a fare di più.

Convertitevi, ci grida,

perché il Regno dei cieli è vicinissimo!

E questo non dalle profondità del Giordano, ma dal cielo

dove è entrato nella gloria.

Preparate le vie del Signore, appianate i suoi sentieri (Mt 3,1-3).

 

Questo è l’Avvento.

Il Signore si aspetta che noi collaboriamo attivamente alla sua opera di salvezza.

Il Salvatore è venuto. Ma noi dobbiamo ancora accoglierlo nel profondo dei nostri cuori.

E rivelare la sua Presenza a coloro che ne sono all’oscuro, ripetendo:

In mezzo a voi, sta Qualcuno che voi non conoscete! (Gv 1,26)

 

Sì, questo è l’Avvento!

Convertirci ancora a sempre a vivere secondo il Vangelo

diventando così messaggeri di questo stesso Vangelo.

Che passo avanti farebbe il mondo se tutti i cristiani del mondo, ad ogni Avvento si svegliassero, come ci è stato chiesto dal Dio Salvatore in persona,

per crescere nella preghiera, nella giustizia e nell’amore, la rettitudine di vita, la gioia condivisa e la pace vissuta nel profondo del cuore!

 

Come sarebbe bello che questo tempo di grazie,

possa avvicinare, nella comune attesa della stessa salvezza,

tutti gli uomini di buona volontà (Lc 2,14).

 

Il pensatore ebreo Edmond Fleg,

pensando al primo Israele, sempre in attesa del Messia

e alla Chiesa di Dio, che spera sempre nel ritorno del Messia,

ebbe a dire in un modo meraviglioso:

E ora, entrambi siete in attesa,

tu, l’ebreo, che venga e tu, il cristiano, che ritorni.

Ma gli chiedete la stessa pace.

E sia che venga, sia che ritorni, tendete la lui le vostre mani

nello stesso amore.

Che importa, allora? Sia da una riva che dall’altra

fate in modo che venga! Fate in modo che venga!”

 

Maranatha, oh sì, vieni, Signore Gesù.


©FMG tradotto da Evangeliques - Avent pp. 81-88

 

1 Rm 8,24; Benedetto XVI, Spe salvi facti sumus

2 Secondo le espressioni comuni: Homo homini lupus (Hobbes) e struggle for life.

 

Omelia di fr. Pierre-Marie Delfieux

IV Dom. Avvento anno B

 

Per nascere in noi come in Maria

 

Come è possibile? Non conosco uomo? (Lc 1, 34)

 

A volte facciamo fatica ad ammettere

la profondità di questo mistero.

E questo non tanto per un rifiuto a credere

alla concezione verginale di Gesù.

Anche l’Islam lo crede.

 

Tutte le domeniche, infatti, proclamiamo

nel nostro credo, senza troppe esitazioni:

si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo.

Ma vorremmo, come lei, “comprendere” bene,

non tanto il come

(poichè tutto è possibile al Creatore di tutto ciò che vive) ma il perché

ciò è dovuto avvenire?

 

Nel fatto stesso dell’Incarnazione del Verbo

c’è qualcosa di così semplice e di così grande,

tanto eccezionale, quanto familiare

che noi ci sentiamo, nello stesso tempo, coinvolti e superati.

Tentati a credere senza comprendere;

o a non cercare di credere, nel timore di comprendere

e quindi di dovere convertire la nostra vita.

La venuta dell’Eterno tra gli uomini è contemporaneamente

così lontana e così vicina a noi!

 

A pochi giorni dalla notte di Natale in cui tutta la cristianità

resterà sveglia

per celebrare la Natività del Salvatore in mezzo agli uomini,

noi siamo invitati ad interrogarci:

E se si celasse una vera meraviglia nel vivere e non solo nel contemplare

il mistero che oggi viene manifestato (Rm 16,26)?

Un mistero di cui ancora oggi il Vangelo ci rivela il segreto.

Per meglio coglierlo nei nostri cuori,

contempliamolo prima nel seno della Vergine Immacolata.

 

L’angelo Gabriele fu mandato da Dio

ad una vergine. La vergine si chiamava Maria (Lc 1,26).

Tutto comincia chiaramente da un’iniziativa divina.

Ancora una volta dobbiamo cercare le luce delle cose della terra

a partire da Colui che ci dice le cose del cielo (Gv 3, 12).

 

Era necessario, quindi, che ritornassimo verso di Lui!

A causa dei nostri peccati, restavamo lontani dalla Casa del Padre:

poveri, prigionieri, ciechi e oppressi, come dice il profeta Isaia (61, 1).

Il Signore avrebbe potuto salvarci dal cielo

e solamente con la grazia della sua Onnipotenza.

Ma questo non era abbastanza per Dio amico degli uomini.

 

Allora, nella sua follia d’amore per noi

(perché bisogna essere pazzi d’amore, essendo Dio,

per abbassarsi per essere in tutto simile agli uomini),

ha scelto, deliberatamente,

di raggiungerci fino al nostro fondo (Fil 2, 6-8).


Ma dove trovare una terra abbastanza verginale

perchè in essa germogli il Dio venuto dal cielo?

Un’anima abbastanza pura per accogliere in lei

il Signore tre volte santo?

Una donna sufficientemente immacolata

per dare al mondo il Salvatore Innocente?

 

A ben riflettere, non poteva nascere da un padre carnale,

colui che da sempre era già il Figlio del Dio Eterno.

Ma non poteva divenire in tutto simile a noi (Eb 2, 17)

senza nascere come noi, dalla carne della nostra umanità (Rm 8, 3).

 

Per questo dunque, prima fu concepita Maria

purissima e piena di grazia (Lc 1, 28).

La prima riscattata, ancor prima di nascere

dal Salvatore che avrebbe dovuto dare alla luce.

Eletta in lui, prima della creazione del mondo,

per essere santa e immacolata alla sua presenza nell’amore (Ef 1, 4).

 

Al: Che sia la luce! Del primo giorno del mondo,

lei ha risposto il: che si compia in me secondo la tua parola,

alla pienezza dei tempi (Lc 1, 36; Ga 4,4).

Al mondo non si era mai visto qualcosa di simile:

un bambino che sceglie sua madre

e una madre che plasma un corpo al suo Dio per ordine celeste!

Per pura grazia e onnipotenza di Dio.

 

Un Figlio che rende sua madre conforme al suo desiderio (Ct 8,4)

e una creatura che dà un corpo

al Creatore di tutto ciò che vive!

Ma nulla è impossibile a Dio (Lc 1, 37)

(tranne costringere l’uomo ad amarlo).

Soprattutto la risposta all’Onnipotenza del suo Amore

è ricambiata da puro amore.

 

Allora, nella sua libertà sovrana, il Dio eterno

ha voluto farsi per noi bambino.

Per cui, il Consigliere Ammirabile, Dio Forte, Padre Eterno,

questo bambino che ci è stato dato,

si è fatto per noi, come annunciato dal profeta,

misteriosamente, ma quanto realmente il Principe della Pace (Is 9, 5).

 

Eccola dunque sotto i nostri occhi,

la donna che deve partorire colui le cui origini

sono dall’antichità, dai giorni più remoti (Mi 5, 1-2).

La Vergine Madre, riconosciuta oggi

perchè menzionata già negli scritti dei profeti

e portatrice per noi, come dice l’Apostolo Paolo,

di un mistero ora rivelato,

da sempre rimasto nel silenzio

ma oggi manifestato…

e portato a conoscenza delle nazioni di cui noi facciamo parte. (Rm 16, 25-26)

 

Ecco colei alla quale l’angelo le rivolge, per la prima volta,

quello che noi le ripeteremo tutti all’infinito:

Rallegrati, Maria! (Lc 1, 27).

Eccomi, sono la serva del Signore.

La Vergine di Nazaret la cui casa è scavata nella roccia1,

a cui l’Amato del Cantico ridice:

Alzati, amica mia, mia bella e vieni!

O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia,

nei nascondigli dei dirupi,

mostrami il tuo volto,

fammi sentire la tua voce,

poichè la tua voce è soave e il tuo volto leggiadro. (Ct 2, 14)

 

Vuota di sè e piena di Colui che è tutto (Ef 1, 23),

ella è tutto quello che si può essere davanti a Dio:

una figlia, davanti al Padre, totalmente di suo Padre;

una sposa, alla presenza dello Spirito, totalmente dello Spirito Santo;

una madre, accanto al Figlio, totalmente di suo Figlio.

Un essere ricolmo d’amore

a disposizione di Dio che è amore.

E il Verbo si fece carne

e venne ad abitare in mezzo a noi;

e noi vedemmo la sua gloria,

gloria come di unigenito del Padre,

pieno di grazia e di verità.

*

A dire il vero, anche noi abbiamo ricevuto dalla sua pienezza grazia su grazia (Gv 1,16).

Questo è il secondo aspetto di questo mistero.

 

Cristo vuole anche dimorare in mezzo a noi (1, 14)

fino ad abitare in ciascuno di noi (6, 56).

Come dice Sant’Ireneo di Lione in una bella formula:

Il Verbo di Dio si è fatto Figlio dell’uomo

perchè l’uomo si abitui ad essere abitato da Dio

e per abituare Dio ad abitare nell’uomo”2

Quello che la Vergine Maria un giorno ha vissuto

dicendo con tutta la sua fede un sì senza ripensamenti,

possiamo viverlo anche noi ridicendo lo stesso fiat

alla parola vivente e vivificante di Dio.

 

Possiamo diventare, come lei, madre di Cristo!

Gesù stesso che lo ha detto:

Mia madre e i miei fratelli sono coloro che ascoltano la Parola di Dio

e la mettono in pratica (Lc 8, 21).

Custodendo la sua Parola, noi la portiamo in noi;

ora, questa Parola è Cristo in persona.

Facendola portare frutto in noi, diamo corpo a Cristo (1Gv 5, 12-13).

Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli

costui è per me fratello, sorella e madre (Mt 12, 50).

Sposare la volontà del Padre per puro amore, non porta forse

a diventare per Lui, come una madre per suo figlio?

Non è stato Davide a fare una casa a Dio,

ma Dio ha fatto una casa a Davide ( 1Sam 7, 1....16).

 

Che Annunciazione per noi oggi!

Sta venendo verso di noi Colui che vuole vivere in noi.

Sta scendendo per noi Colui che vuole crescere in noi.

Se tu conoscessi il dono di Dio (Gv 4, 10).

Ora sappiamo che è Dio stesso!

Come potremmo ormai dimenticarlo?

 

E’ il tempo di preparare il nostro cuore

a diventare il presepio del Signore.

Il Natale del primo giorno ha senso solamente se si prolunga

in noi lungo i giorni.

Ora, Dio è veramente più intimo a noi che noi stessi.

Che annuncio fatto ai nostri cuori in questo annuncio fatto a Maria!

 

Basterebbe volere che si compia in noi secondo la sua Parola!

Allora conosceremmo la gioia di contenere nel nostro cuore

Colui che l’universo non può contenere”.


©FMG tradotto da Evangeliques - Avent pp. 145-151

 

1 Come testimoniano le ultime scoperte archeologiche di Nazaret.

2 Sant’Ireneo di Lione, Adversus Haereses I.

 

Omelia di fr. Pierre-Marie Delfieux

18 dicembre - Ultime ferie di Avvento

 

L'annuncio a Giuseppe

 

L'annunciazione a Giuseppe

che la liturgia ci presenta oggi

ci fa avanzare nella luce del mistero di Cristo.

Ci aiuta così a contemplare,

a pochi passi dalla sua nascita a Betlemme,

la figura di colui che fu suo padre legale,

tramite il quale Gesù divenne veramente

il discendente della stirpe di Davide.

 

Ma non è questo titolo di appartenenza alla tribù di Giuda

che fa di Giuseppe di Betlemme

il giusto, il saggio, il santo che la Chiesa si compiace di onorare.

La santità di Giuseppe è grande.

E' basata su un doppio dramma

che ha, al contempo, duramente straziato il suo cuore

e messo profondamente alla prova la sua fede.

 

Dramma nel suo cuore innanzitutto.

Il giovane Giuseppe ha 18-20 anni.

La giovane Myriam ne ha 15-17.

Giuseppe e Maria! Si amano.

Da qualche tempo, ella gli è promessa.

Lei gli è, come si dice, accordata in matrimonio.

Sono fidanzati.

Giuseppe non può dimenticare la gioia provata nel suo cuore

il giorno in cui questa figlia della luce giovane, chiara, verginale

- in fondo al suo cuore, lui che la vede

in tutta la luminosità del suo amore nascente

si compiace di dire: immacolata!-,

non può dimenticare il giorno in cui Maria gli ha detto sì.

 

Ma ecco che l'impossibile è accaduto!

Non sa ancora come ella ha potuto dirglielo;

ma in ogni caso è proprio quello

che ha finito per confidargli:

ella è incinta. Maria è incinta!

Solo coloro che sono passati per la sofferenza

che può causare lo strazio di un amore spezzato

- e tanto più crudelmente in quanto tutto lo diceva indistruttibile-,

possono comprendere il dramma che ha potuto vivere allora

quel figlio di Giuda, nella solitudine dei suoi 20 anni.

Per quanto ci rifletta e ci ragioni,

per quanto ammetta o cerchi di rifiutare il fatto,

taccia, pianga, gridi,

il fatto è lì: Maria è incinta.

E dunque ella lo ha ingannato!

 

Ma il dramma di questo cuore straziato non si ferma lì.

La legge del Levitico che lui deve seguire

lo obbliga a denunciarla.

Come infatti non ripudiarla? Bisogna ripudiarla!

Giorni di angoscia, notti di insonnia,

marce solitarie, folli, interminabili,

attraverso le colline aride della Giudea,

le valli boscose della Galilea.

Il Deuteronomio è chiaro su ciò che bisognerebbe fare:

se ella viene denunciata, sarà lapidata (22,24).

Giuseppe ha consultato gli scribi. I testi sono inequivocabili:

se una promessa sposa ha ingannato il suo fidanzato,

la si farà uscire sulla porta della casa di suo padre

e i suoi concittadini la lapideranno

finchè sopraggiunga la morte.... e la Torah conclude:

Così farai sparire il male da dentro di te (Dt 22,20-21).

 

Sì, dramma nel suo cuore che adesso lo strazia

tra ciò che gli detta la legge e ciò che un amore

più forte della morte non riesce a soffocare in lui!

E sono di nuovo ore, giorni e notti....

E' la notte! La notte in cui Giuseppe cerca disperatamente

nei salmi di consolazione

e nelle esortazioni dei profeti di Israele

come uscire da quella “impasse”,

come sopravvivere ad una simile lacerazione.....

E a poco a poco, questo giovane uomo, questo giusto,

Giuseppe che è un uomo giusto,ci dice San Matteo,

non volendo denunciarla pubblicamente,

decise di ripudiarla in segreto (1,19).

 

E' allora che le insonnie di Giuseppe,

come nella vita del suo lontano avo,

il figlio di Giacobbe di cui porta il nome,

cedono il posto al sogno.

L'uomo dal cuore straziato si apre alla luce di Dio

se lascia il suo cuore orientato alla giustizia e alla misericordia.

E nella notte, ecco che appare una luce nuova.

E' come se un angelo gli avesse parlato!

E in verità un angelo di Dio gli ha parlato:

Giuseppe, figlio di Davide,

non temere di prendere con te Maria, tua promessa sposa;

il bambino concepito in lei viene dallo Spirito Santo (1,20).

Dalla Ruah Adonai!

 

E al dramma del suo cuore, travagliato dalla prova,

fa seguito allora il dramma della sua anima, straziata nella sua fede.

Se l'angelo dicesse il vero?

Se anche Maria che glielo aveva detto in quei termini, dicesse il vero?

Quando lei gli parlò, come sembrava sincera!

Sì, nello sguardo di Myriam mentre gli raccontava tutto ciò,

che luce stupefacente,

nella sua voce, che accento di verità!

Come non riconoscerlo?

 

Allora Giuseppe si mette a pregare. Va alla sinagoga,

riparte sui sentieri,

prolunga le sue serate in lunghe meditazioni,

riflette, si prostra, scruta le Scritture, grida al cielo.

Ascolta, Signore, il mio grido di richiamo, pietà, rispondimi!

Insegnami, Signore, la tua via,

guidami sul diritto cammino (Ps 27,7.11).

Un salmo gli ritorna alla memoria:

Il Signore l'ha giurato a Davide,

verità che non ritratterà,

è il frutto uscito dalle sue visceri

che metterò sul trono fatto per te (Ps 132,11)

 

Ma non è, lui, il discendente di quel Davide?

Ritorna al salmo che continua così:

I suoi giusti, li colmerò di benedizioni,

i suoi poveri, li sazierò di pane (Ps 132,15).

Il Dio della manna non è capace

di far nascere un pane vivente?

Cosa sa dopo tutto lui, il falegname?

La vecchia Sarah ha avuto torto a ridere,

poiché niente è impossibile a Dio (Gn 18,13-14)

E questo, oggi, è Maria che lo ridice!

 

E il salmo continua:

Affermerò la stirpe di Davide,

appronterò una lampada per il mio Cristo.

Una lampada? Una lampada per il Messia?

E quel figlio della vecchiaia,

quel figlio della sterile d'Ain Karim, incapace di generare,

quel figlio della cugina di Maria, quel figlio impossibile di Elisabetta:

non è forse al suo sesto mese?

Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe,

Dio di Anna e di Manoah, abbi pietà di me!

Un testo di Isaia sale al cuore di Giuseppe:

Ecco la vergine concepirà e partorirà un figlio

al quale darà il nome di Emmanuel (Is 7,14).

Un passaggio di Geremia gli torna alla memoria:

Ecco venire i giorni quando susciterò a Davide

un germe di giustizia!

E se la promessa attesa da secoli

si compisse in questo giorno?

Se il Salvatore fosse il figlio di Maria?

Sarebbe venuto il giorno, annunciato dal profeta Michea,

nel quale deve partorire quella che deve partorire (Mi 5,2)?

 

Ma come credere che il Messia, sia il bambino

di quella che ha visto giocare, crescere, pregare,

nelle viuzze di Nazareth in Galilea?

Come credere che l'Altissimo, Adonai,

abbia scelto quella che per lui era Maria?

Che il Dio dell'eternità abbia scelto questi tempi

per inviare al mondo il Salvatore promesso?

E che il Messia, Figlio di Davide,

venga oggi per tramite suo?

 

Quando Giuseppe ebbe superato il dramma

del suo cuore straziato e della sua fede provata,

allora si aprì alla luce della pace.

E anche lui,come Maria, fece ciò che Dio si aspettava da lui.

Quando Giuseppe si svegliò, ci dice San Matteo,

fece ciò che l'angelo del Signore gli aveva detto

e prese con sé la sua sposa (1,24)

E Gesù potè avere un padre secondo la legge,

un padre legale che gli da un'ascendenza,

un giusto tramite il quale lui divenne,

il figlio della Vergine Maria, concepito dallo Spirito Santo,

il vero discendente di Davide, come stava scritto.

 

San Giuseppe, concedi anche a noi di credere e di amare.

Di credere in Gesù e di amare il Cristo.

Di credere e di amare Gesù-Cristo.

Sì, vieni,Gesù, figlio di Giuseppe, figlio di Davide,

Figlio di Dio nato dalla Vergine Maria!

 

©FMG traduzione da Sources Vives n°136 pp. 80-85

 

Omelia di fr. Pierre-Marie Delfieux

19 dicembre - Ultime ferie di Avvento


 

L'annuncio a Zaccaria


 

Tua moglie Elisabetta ti darà un figlio, che chiamerai Giovanni... Camminerà innanzi al Signore, per ricondurre i cuori padri verso i figli” (Lc 1, 13. 17).

Ricondurre i cuori dei padri verso i loro figli...

Che espressione sconcertante, se ci riflettiamo!

Ma quanto è ricca di insegnamenti

se la meditiamo alla luce della Storia sacra!

 

Da un certo punto di vista, si può dire

che la Storia sacra è una storia di figli.

E' una storia di nascite miracolose, che a forza di accadere,

di succedersi, di sommarsi le une alle altre,

assumono il colore della prefigurazione e della profezia.

Miracolosa nascita di Isacco, di cui Abramo fu il padre.

Inattesa nascita di Giuseppe, di cui Giacobbe fu l'origine.

E tutta una serie di donne sterili,

ma oggetto della misericordia divina,

come Sara e Rachele, Anna e la moglie di Manoah,

si apprestano a dare alla luce,

la prima un patriarca, un'altra un giudice, un'altra un profeta.

 

Un secondo motivo di stupore:

Viene messo al primo posto il figlio cadetto,

a scapito, il più delle volte, del primogenito.

Così Isacco prende il posto di Ismaele,

Giacobbe passa avanti ad Esaù,

Efraim viene benedetto prima di Manasse.

E Salomone, nato per secondo, diventa il primo...

Come non guardare alla nascita di tutti questi figli

per cercare di decifrare il disegno di Dio

celato nel cuore di questo lungo cammino della storia della salvezza?


Ed ecco che oggi tutto converge in qualche modo

sulla nascita di colui la cui apparizione sulla terra

è come il punto culminante

di tutta quell'attesa durata secoli.

Ecco, ora siamo nel cuore stesso della Città santa,

nel punto più centrale, vitale e sacro del Tempio

alla destra dell'altare dei profumi, nel Santo dei Santi.

 

Elisabetta e Zaccaria sono portatori,

a causa della loro ascendenza sacerdotale e per la santità stessa della loro vita,

di ogni grazia dei giusti e dei sacerdoti.

Ma nella loro condizione di vecchiaia e per la loro preghiera,

essi rappresentano come l'ultimo anello

di tutta una lunga catena di speranza secolare.

E l'angelo del Signore ha appena annunciato ad essi,

ancora una volta, la nascita di un figlio.

Ma di un figlio che sarà totalmente rivolto

alla Natività di un altro piccolo bambino,

del quale apprendiamo che sarà il Signore in persona

e rispetto al quale Giovanni sarà il precursore.

 

Dunque, che cosa ci insegna questo racconto?

Innanzitutto, che Dio mantiene le sue promesse.

Di grazia in grazia – poiché tutto è grazia -

il Signore conduce il suo popolo sui sentieri della pace.

E colui del quale oggi ci viene annunciata la nascita

porta giustamente il nome del tutto nuovo di Giovanni,

che significa eloquentemente che Dio ce l'ha voluto donare per grazia.

Ogni filiazione è una benedizione

perché essenzialmente è un dono.

La vita non viene data dall'uomo,

ma soltanto trasmessa.

E, per ricordare questa verità agli uomini,

Dio si compiace di gratificarli così,

permettendo, anche alla sterilità, di conoscere,

per grazia del tutto speciale, una vera e autentica fecondità.

 

Così fin da ora impariamo

ciò che ben presto ci sarà pienamente rivelato:

che dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto,

e grazia su grazia (Gv 1,16).

Colui che, ieri, ha donato Isacco ad Abramo e Sara,

Giuseppe a Rachele e Giacobbe,

Samuele ad Anna, Sansone alla moglie di Manoah,

lo stesso Signore oggi dona

un figlio ad Elisabetta e a Zaccaria

e, al mondo intero, un precursore per il suo Messia.

 

L'altra grande lezione del racconto della nascita di Giovanni Battista

consiste nel ricordarci che egli nasce effettivamente

per ricondurre il cuore dei padri verso i figli.

Non dei figli verso i padri, come ci si potrebbe aspettare,

in segno di venerazione o di riconoscenza:

ma dei padri verso i loro figli, come invito alla contemplazione.

Sì, è questa la vera direzione della nostra speranza nuova!

Quello che già , in due occasioni ,

la sacra Scrittura ci aveva detto,

nel Siracide (48, 10-11) e in Malachia (3, 24)

- e che , nella nostra Bibbia cristiana, ci viene detto

nell'ultimo versetto del Primo Testamento -,

l'evangelista Luca ce lo ripete oggi.

Quindi, al di là di tutte queste figure

di figli delle promesse divine,

è verso il Figlio unico della promessa infine compiuta,

che dobbiamo ormai orientare il nostro sguardo e il nostro cuore.

La manifestazione di Dio che instaura la sua salvezza tra gli uomini

dev'essere cercata da ora in poi sul viso di un piccolo bambino,

di cui quest'altro piccolo bambino,in quanto profeta dell'Altissimo,

Giovanni Battista, viene ad annunciare la venuta.

Di Colui che è il sole che sorge …

che dirige i nostri passi sulla via della pace (Lc 1, 78-79).

Dopo le sei nascite prodigiose

che il Primo Testamento ci ha raccontato,

generate da tutte quelle donne sterili

che Dio ha accolto nella sua misericordia,

ecco che ne viene annunciata la settima

nella persona del Figlio della Vergine Immacolata.


Infine, l' ultimo messaggio del Vangelo di questo giorno:

ecco, Zaccaria è muto

ed Elisabetta conserva in sé ogni cosa in gran segreto.

In questo momento, tutto tace. La terra trattiene il respiro.

I profeti non hanno più parole da annunciare. I sacerdoti non hanno nulla da insegnare.

Né le donne sterili hanno canti da fare.

Bisogna alzare gli occhi ancora più in alto

dell'altare del tempio dal quale sale l'incenso.

Oh Sapienza uscita dalla bocca dell'Altissimo... (liturgia)

Mentre un silenzio profondo avvolgeva tutte le cose,

e la notte era a metà del suo corso,

la tua parola onnipotente dal cielo,

dal tuo trono regale …si lanciò (Sap, 18, 14-15).

Insieme ad Elisabetta, come Maria ci ha insegnato,

meditiamo innanzitutto ogni cosa nel nostro cuore.

Insieme a Zaccaria, come Giuseppe ci ha dato l'esempio,

conserviamo nel silenzio della nostra intimità

il mistero da contemplare.

 

Dio mantiene sempre le proprie promesse.

Un Figlio totalmente nuovo sta per esserci donato.

Tutti i cuori dei padri si volgono già verso di lui.

Non lasciamo sfuggire, nemmeno noi,

la Natività di Colui che viene,

il cui nome già rivelato a Giuseppe

è, né più né meno, che l'Emmanuele.

 

©FMG traduzione da Sources Vives n°136 pp. 91-95

 

Omelia di fr. Pierre-Marie Delfieux

20 dicembre - Ultime ferie di Avvento

L'Annuncio a Maria

Chi è colei che un angelo del cielo

è venuto a salutare sulla terra degli uomini?

Chi è colei che l'inviato di Dio

definisce piena di grazia

portandole la promessa di diventare madre di un bambino grande e santo?

Chi è questa figlia di Israele su cui oggi discende

la potenza dell'Altissimo e la forza dello Spirito Santo,

come mai era stato concesso

ai grandi sacerdoti, ai profeti e ai re?

*

Questa Vergine che il cielo saluta con gli angeli e i santi,

che la Chiesa della terra canta e prega in questo giorno,

è Maria.

Una fanciulla, davanti al Padre, tutta del Padre.

Una sposa, davanti allo Spirito, tutta dello Spirito.

Una madre, davanti al Figlio, tutta del Figlio.

Una creatura con il cuore pieno di amore,

davanti a Dio che è solamente amore: Padre, Figlio e Spirito Santo.

Un essere umano che non ha niente d'altro di particolare

se non questa perfetta disponibilità,

questo abbandono totale alla volontà del Signore;

questa volta senza riserve, al solo desiderio divino.

Tutta la sua santità consiste nel fatto che lei ha pienamente

accolto nel suo cuore quella di Dio.

Del Dio santo, santo, santo, tre volte santo.

Lei che non è nient'altro che Amen alla gloria di Dio (2 Cor 1,20)

a tal punto da essere del tutto inondata, come é d’uopo,

da questa gloria divina (Gv 17, 22-24),

promessa a chiunque sia aperto a questa grazia dall' Alto.

Santa Maria: Figlia di Dio, Sposa di Dio, Madre di Dio!

Da allora in poi Maria non è più per noi l'eccezione che si distingue,

il privilegio che si differenzia, il caso che si fa esclusivo.

Sì, lei resta la prima!

Ma la prima dell’umanità intera

chiamata, come lei, a condividere la stessa grazia,

di cui Dio vuole che tutti siamo riempiti:

la grazia della filiazione, della nuzialità, della maternità.

Ecco il mistero, in tutta la sua luce.

E ci riguarda tutti, qui, in questo giorno.

*

E' Maria la figlia perfetta di Dio?

Lo è per insegnare a tutti noi

come avere, sul suo esempio, l’anima di un bambino;

un cuore pieno di fiducia e di abbandono;

perché veramente Dio è nostro Padre.

Un Padre di tenerezza che vuole riempirci tutti del suo amore.

Un Donatore di pace che vuole cacciare lontano da noi

ogni tipo di paura.

In verità io vi dico:

se non vi convertirete e non diventerete come i bambini,

non entrerete nel Regno dei cieli (Mt 18,3)

Perciò chiunque si farà piccolo come la serva del Signore, costui è il più grande nel regno dei cieli (18,4)

La santità di Maria quindi deriva dal fatto

che lei si è comportata come la figlia perfetta di Dio nostro Padre;

e noi possiamo tutti, come lei,

dire a Dio: Padre Nostro (Mt 6,9; 23,9; Gv 20,17).

La sua completa disponibilità al Signore ne ha fatto in seguito la sposa perfetta.

Così lei è stata in grado di dire il sì perfetto secondo il desiderio dello Spirito.

Ma il fuoco dell'amore di Dio arde anche per noi,

perché Egli ci ma tutti, non soltanto come un Padre,

ma anche come uno Sposo.

E' perché ci vuole sedurre, condurci nel deserto

e parlare al nostro cuore, per fidanzarci a lui per sempre,

nella tenerezza e nel diritto,

nella giustizia e nell'amore (Os 2, 16.22).

Dicendo sì totalmente a questa Alleanza nuova ed eterna,

Maria ci insegna a ridire tutti insieme a lei

lo stesso sì all'amore infinito di Dio.

Di questo Dio, come dice la Scrittura,

che vuole essere il nostro Sposo pur essendo il nostro Creatore (Is 54,5)!

Lo Spirito stesso, si unisce al nostro spirito, ci dice l'Apostolo (Rm 8,16).

Lo Spirito e la sposa, che noi dobbiamo essere,

dicono: Vieni! canta l'Apocalisse (22,17).

Sì, vieni Signore Gesù (Ap 22,20),

possiamo rispondergli noi, con Maria, in questo giorno.

 

E il Figlio è venuto, si è incarnato nel seno della Vergine.

La figlia degli uomini è divenuta Madre di Dio.

La prima riscattata è divenuta donna immacolata.

Per pura grazia divina.

Perché in lui ci ha scelti prima della creazione del mondo

per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità (Ef 1,4).

Per accogliere in noi questa stessa presenza viva e santa che è quella del suo Figlio Verbo di Vita.

Perché il Verbo si è fatto carne

ed è venuto ad abitare in mezzo a noi (Gv 1,14).

Si è fatto pane vivente ed è venuto ad abitare in noi (Gv 6, 51-56).

Eccoci tutti invitati a diventare, come Maria, madre di Cristo.

Sì, come Maria, possiamo portare il Corpo di Cristo

e generare anche noi delle membra per Cristo.

In verità, vi dico, chi ascolta la mia parola e la mette in pratica,

egli è mio fratello e mia sorella e mia madre (Mt 12,50; Lc 8,21).

*

Maria, tu che sei della nostra stirpe,

nostra madre e nostra sorella maggiore,

guidaci a questo mistero della filiazione,

della nuzialità e della maternità.

In questo mistero d'amore della Santa Trinità.

Maria che la tradizione ama vederti nascere, crescere

e addormentarti, nella sera ultima della tua vita,

vicino al Tempio di Gerusalemme, in terra di Giuda,

tu, la figlia di Sion;

Maria che sei venuta un giorno a presentare Gesù al Tempio di Gerusalemme,

quando era bambino,

che sei venuta a cercarlo qui quando aveva dodici anni;

Maria che sei salita con lui a Gerusalemme,

per vivere lì, accanto a lui, la sua morte in croce

e condividere la gioia della resurrezione;

Maria, che hai ricevuto con gli apostoli l'effusione dello Spirito,

nel Cenacolo di Gerusalemme, il giorno di Pentecoste;

Nostra Signora di Gerusalemme,

prega per noi, poveri peccatori,

perché la grazia di Dio che ti ha riempito,

faccia anche di noi dei santi! Amen

 

©FMG traduzione da Sources Vives n°136 pp. 101-105

 

Omelia di fr. Pierre-Marie Delfieux

21 dicembre - Ultime ferie di Avvento
 

Il messaggio di Ain Karim

 

Due donne.

Al culmine della gioia umana e spirituale.

Due bambini.

Frutti inattesi e meravigliosi della benevolenza divina.

La vecchiaia ricompensata e la gioventù colmata di grazia.

Alle porte di Gerusalemme, la città degli uomini

aspettando la venuta di Dio.

La brezza del giorno soffia dolcemente sulle colline di Ain Karim.

La primavera della Giudea bagna con i suoi sentori

l'allegrezza di questo incontro.

Se ne ha già il cuore tutto colmo di cantico e di cantici:

sulla terra i fiori si mostrano,

la stagione viene dei dolci canti.

Il verso della tortorella si fa sentire.

Il fico forma i suoi primi frutti

e le vigne in fiore esalano i loro profumi.(Ct 2,12-13)

 

Queste due donne e i loro due bambini

non sono là tuttavia per intenerirsi in dolci sentimenti.

La vera rivelazione sta per cominciare

nel modo più chiaro e più forte,

e valida per noi nel modo più attuale e più concreto.

Ascoltiamo dunque, successivamente,

ciò che hanno ad insegnarci, in quest'oggi benedetto,

Elisabetta, Maria, Giovanni Battista e Gesù.

 

Nella casa del sacerdote Zaccaria ridotto al silenzio (Lc 1,20),

dove si tiene nascosta già da sei mesi,

ecco Elisabetta, ben avanti in età (1,7).

Ma, una volta di più, l'impensabile miracolo si è appena compiuto.

Per la sesta volta, una donna sterile partorirà.

Dopo le tre spose di tre patriarchi,

Sarah, Rebecca e Rachele, ugualmente colpite da sterilità;

dopo la madre del giudice Sansone e Anna, madre del profeta Samuele,

che, entrambe, non potevano neanche loro avere figli;

ecco che la discendente di Aronne, la sposa del sacerdote Zaccaria,

lei che si diceva sterile (Lc 1,5.36),

porta nel suo seno invecchiato, un meraviglioso frutto di vita!

 

L'insegnamento è eloquente:

da soli, né i patriarchi, né i giudici,

né i profeti, né i sacerdoti

possono dare la vita e, meno ancora, assicurare la salvezza.

Ma Dio, nella sua onnipotenza e bontà,

veglia sul suo popolo con sollecitudine.

 

Possiamo tutti far fiducia nel Signore.

Egli rimane colui che mantiene fedelmente tutte le sue promesse.

Anche se le nostre vite ci sembrano apparentemente improduttive,

e se, passando gli anni, potremmo essere tentati

di dirci che restano ben sterili,

la grazia di Dio ci rimane donata.

Con Elisabetta, possiamo sempre accogliere in noi,

la sua forza che trionfa nella nostra debolezza (2Co 12,9)

e la sua vita che, come l'aquila,

rinnova la nostra giovinezza (Ps103,5;Is40,31)

Come Elisabetta, dobbiamo saperci stupire

e, come lei, meravigliarci!

Uscire dalla routine di una vita dove, apparentemente,

non succederebbe niente, per rallegrarci

ancora e sempre di questa salvezza che viene verso di noi.

 

Poiché oggi stesso, nella mia casa,

il Figlio di Dio in persona si propone di dimorare!(Lc19,5)

Il Signore eterno in persona

si presenta a me sotto le sembianze di un piccolo bambino.

Sì, beati quelli che hanno creduto

nel compimento di ciò che era stato loro detto

da parte del Signore!(Lc1,45;Gv20,29)

 

Allora appare Maria.

Ain Karim è situata ad ovest di Gerusalemme,

dal lato del tramonto.

Ma ecco che a oriente,

venuta da Nazareth attraverso la valle del Giordano,

avanza adesso, sulle colline dell'altopiano,

colei il cui nome significa: Stella del Mattino

chi è dunque colei che sale dal deserto

portando il suo Ben-amato?(Ct 8,5)

 

E' la Vergine di Nazareth,

non più la donna sterile,

ma la giovane piena di grazia (Lc 1,27-28).

Tutta colmata com'è

dalla potenza dell'Altissimo che l'ha presa sotto la sua ombra (1,35)

Lei non ha potuto che partire in fretta (1,39)

verso le alture della Terra Santa.

Cosa la tratterrebbe?

Nè i rischi della strada, né il peso del suo bambino nel suo ventre,

né la lunghezza del cammino

possono frenarla.

E, senza dirci nulla di ciò che la rende così determinata,

lei insegna a tutti noi, ancora oggi,

(proprio) tramite ciò che motiva intrinsecamente il suo viaggio.

 

Guardiamo bene.

Lei viene in primis per vedere.

Per vedere l'opera di Dio all'opera nel mondo.

Per vedere quella grazia insigne, di cui le ha parlato l'angelo

e di cui ha beneficiato Elisabetta, sua cugina (1,36).

Dobbiamo saper guardare, anche noi, ricercare

le manifestazioni della bontà di Dio (1,78)

di cui le nostre vite e questo mondo sono ugualmente colmate.

E' sempre una gioia contemplare

la grazia divina all'opera nelle anime.

 

Lei viene per servire.

Poiché non basta credere e rendere grazia.

Solo conta la fede operante nella carità (Ga5,6).

Accorrendo in aiuto della sua anziana parente incinta,

Maria ci ricorda questo primato del servizio spontaneo

e dell'amore umile

che è alla base e al vertice di ogni vita di santità.

 

Lei viene anche per testimoniare.

Per testimoniare il grande mistero

dell'Incarnazione iniziato in lei

e che lei si affretta a condividere.

Non si può vivere il Vangelo senza annunciarlo.

Siate sempre pronti,ci dice l'apostolo Pietro,

a rendere conto,a chiunque ve lo chieda,

della speranza che è in voi (1P 3,15).

 

Lei viene per obbedire a Dio.

Non per curiosità o per il semplice desiderio di viaggiare.

Ma attirata in avanti dallo Spirito che è sceso su di lei (Lc 1,35),

e spinta da dentro

dalla segreta ispirazione dello stesso Gesù.

E' sempre all'ascolto di Cristo che dimora in noi (Gv 6,56)

e dello Spirito che ci guida con la sua luce di verità,

che dobbiamo avanzare sulle vie della vita.

 

Allora Maria finalmente si ferma.

Arresta la sua corsa.

Si siede per meditare.

Si inginocchia per pregare.

Rimane nella casa, circa tre mesi,

come l'arca dell'alleanza

nell'attesa del suo ingresso nella Città Santa (2S6,11; Lc1,56).

 

Pur essendo noi sulla terra viaggiatori e stranieri,

dobbiamo saperci sedere, anche noi, in presenza di Dio.

E gustare, ogni giorno, ogni domenica, come qui e in questo istante,

la pace e la gioia di rimanere un poco presso di Lui.

Dobbiamo, come Maria, restare gioiosamente,

attenti a questo Ospite interiore.

Volgerci, serenamente, sulla nostra propria vita,

per interrogarla e costruirla

nella linea di quella presenza che ci abita nel più intimo.

Non sono più io che vivo,

è il Cristo che vive in me (Ga 2,20).

Ed ecco adesso il Precursore.

Per condurci a Lui, Giovanni Battista è sempre là,

testimone quotidiano e messaggero incessante del Signore.

Impercettibile sussulto nel seno di sua madre oggi,

sarà, domani, la voce che grida nel deserto (Gv 1,23).

Ma questo sussulto d'allegria che precede la sua nascita

annuncia la gioia perfetta che testimonierà prima della sua morte (Lc 1,44).

Infatti, da quel giorno, eccolo santificato dalla vicinanza del Cristo

e tutto riempito, tramite il Verbo, della potenza dello Spirito.

 

Come Giovanni, anche noi,

siamo tutti un frutto gratuito della bontà di Dio.

Possiamo, anche noi, sussultare d'allegria.

Ci ha scelto tutti per dare, tramite le nostre voci,

l'eco percepibile del suo Verbo di Vita (Gv 15,16; Rm 10,14-17).

Non vi è alcuna tristezza ad annullarsi davanti a un tale Redentore,

poiché, quando noi diminuiamo davanti a Lui,

è Lui stesso che cresce in noi.

 

E, con l'umile accoglienza della Sua vita,

il nostro intero essere è sempre più divinizzato.

Non vi è altro segreto per introdurci, anche noi,

nella condivisione della gioia perfetta (Gv 15,11;16,21;17,13;1Gv1,4).

 

E, per finire, ecco Gesù.

Ancora invisibile, ma quanto presente!

Dei quattro qui riuniti, è il più importante.

Niente di quello che è stato fatto è stato fatto senza di Lui

ed è per mezzo di Lui che tutto è stato creato (Gv 1,3;Col 1,15-20; Ef 1,10)

Per quanto grandi siano queste due donne,

esse sono, ognuna, superate dal loro proprio figlio.

Elisabetta dal Precursore e Maria dal Salvatore.

E se Giovanni Battista è il più grande dei figli di donna,

il più piccolo nel Regno di Dio

- cioè il Dio eterno divenuto piccolo bambino -

è ancora più grande di lui (Mt 11,11).

Una volta ancora, l'ultimo nato è il primo!

Il Primo-nato di tutte le creature.


In effetti, il Regno di Dio, oggi,

è già manifesto.

Lui è là, in mezzo a voi,

qualcuno che voi non conoscete (Gv 1,26);

ma, fin dal primo passo della Sua venuta,

il Precursore ha sussultato.

Infine, eccoci qua! I tempi sono compiuti (Mc 1,15).

Il giorno è arrivato in cui partorirà colei che deve partorire.

Ormai, la sua potenza si stenderà

fino alle estremità della terra

e lui stesso sarà la pace (Mi 5,2-4).

Tutto ciò che annunciavano la Legge, i profeti, i saggi e i salmi

potrà compiersi.

Tu non volevi né sacrifici né offerte,

ma mi hai formato un corpo.

Allora ho detto:eccomi, o Dio, vengo

per fare la tua volontà. (Eb 10,5-10)

E questa volta, eccomi, è Dio stesso

che ce lo dice!

 

Con e tramite Colui che viene

per fare di noi dei veri figli di Dio,

potremo infine rinascere (Gv 3,3-7;Rm 8,14-17).

Come Elisabetta, Giovanni Battista e Maria,

possiamo essere, anche noi, riempiti di Spirito Santo,

per divenire, insieme, ciò che siamo:

il Corpo di Cristo, per la Gloria del Padre.

 

©FMG traduzione da Sources Vives n°136 pp. 111-117

 

Omelia di fr. Pierre-Marie Delfieux

22 dicembre - Ultime ferie di Avvento

 

Cantare la Sua gloria, come Maria!


Gli uomini e le donne di Dio

che, all’istante, sanno rendere grazie e cantare

al Signore un cantico nuovo;

e questo dal primo momento in cui hanno udito la sua chiamata

o intravisto le meraviglie del suo amore,

come sono giusti e veri!

*

Dal momento della nascita di Giovanni Battista,

Zaccaria intona il Benedictus.

Dal momento in cui Maria giunge a casa sua,

Elisabetta proclama le lodi di Dio.

E, in risposta, oggi, Maria

in nome d’Israele suo servo,

canta all’Onnipotente la sua Misericordia

che si estende di generazione in generazione su coloro che lo temono (Lc 1, 46.50).

 

Ancora prima di contemplare tra le braccia

il Figlio nato dalla sua carne vergine,

l’Emmanuele delle promesse divine,

ella canta! Canta, Maria!

Canta rendendo grazie

a Dio che ha dispiegato la potenza del suo braccio

e rovesciato i potenti dai troni,

per innalzare gli umili.

E ancor prima del canto degli angeli

nella notte della Natività colma di allegria,

il suo spirito esulta in Dio suo Salvatore.

 

Forse, in questo modo, Maria ci dà l’esempio

dello slancio spontaneo che sà dirigersi verso Dio,

per dirgli che è lodato, benedetto e glorificato,

al di là di tutte le lamentele e recriminazioni,

o ritornelli ripetuti incessantemente costituiti da frasi fatte

o da canzoncine ripetute a non finire nei mass-media.

A dire il vero, infatti, Dio per noi

poveri peccatori e umili servi compie incessantemente delle meraviglie.

 

In questo modo, forse, la Vergine Maria ci ricorda

che è giusto e vero

solamente il cristiano che sa vivere nell’azione di grazie;

dato che tutto è grazia in verità,

e tutto dipende dal Dio di tutte le benedizioni.

Paolo, infatti, non esita a scrivere,

che il Padre ci ha predestinati

per vivere a lode della sua gloria (Ef 1, 3.12-14).

 

C’è sempre in noi la parte di Eva

che vorrebbe invidiare, gemere, lamentarsi, accusare.

Ma c’è anche la parte di Maria

che vuole insegnarci a donare, lodare,

perseverare nella fede e nella pace, ringraziare.

Eva, dice Elredo di Rielvaux, un mistico del XII secolo,

nonostante sia stata creata in paradiso, senza corruzione nè macchia alcuna,

senza infermità, nè dolore,

si è rivelata tanto debole e fragile!

Chi, dunque, troverà la Donna forte che ci è promessa dalla Scrittura?

Potremo trovarla nella nostra terra di miseria,

se non è stato possibile trovarla nella beatitudine del paradiso?

E Elredo proclama:

Oggi, Dio Padre ha trovato questa donna;

l’ha trovata per santificarla.

Il Figlio l’ha trovata per dimorarvi.

Lo Spirito Santo l’ha trovata per illuminarla.

E l’angelo l’ha trovata per salutarla dicendo:

Rallegrati piena di grazia, il Signore è con te.”

 

Anche noi abbiamo trovato

colei che Dio ci ha donato;

colei che si è donata a Dio

e a cui Dio si è donato;

colei attraverso la quale Dio ci è stato dato!

 

Ci fa bene volgere i nostri sguardi

verso colei che rappresenta e annuncia

l’aurora dei tempi nuovi!

Sì, in questo 22 dicembre

all’approssimarsi della notte più lunga, del solstizio d’inverno,

Maria vi viene indicata come l’ultima sentinella che veglia

nell’ora ultima di questo lungo cammino di tutto un popolo

nelle tenebre e nell’ombra della morte (Is 9,1; Mt 4, 16).

E con lei, volgiamo i nostri sguardi

verso il Salvatore che viene ad illuminare la nostra notte,

poiché è il Verbo, luce vera

che illumina ogni uomo che viene nel mondo (Gv 1,9).

 

Oggi, con tutto il popolo biblico,

che dispiega il suo lungo e laborioso corteo della sua attesa,

a partire da Adamo, fino ad Elisabetta e Zaccaria,

Maria canta nell’azione di grazie,

per tutte le donne sante, per tutti i saggi, per tutti i profeti,

tutti i compositori dei salmi, tutti i re e tutto il popolo degli anawim che la precedono.

 

Ma lei canta anche per noi e con noi

che insieme formiamo il Corpo di Cristo,

con tutti quelli che, di generazione in generazione,

ridicono: Maranatha, a Colui che è già venuto e ritorna,

coloro che ogni sera,

ridicono instancabilmente a Dio, come Maria,

con Maria: Magnificat!

 

©FMG traduzione da Sources Vives n°136 pp. 123-125

 

Omelia di fr. Pierre-Marie Delfieux

23 dicembre - Ultime ferie di Avvento

 

La natività e il nome di Giovanni


No!

Elisabetta ha parlato.

Contrariamente a tutte le abitudini,

a tutte le tradizioni,

nonostante i vicini e i parenti

riuniti in quel giorno per festeggiare il nome e la circoncisione

di questo figlio inaspettato dalla vecchiaia sterile,

lei dice: no! (Lc 1, 60)

Volevano chiamarlo Zaccaria come suo padre (Lc 1, 59).

Ma lei, la discendente di Aronne,

ricordandosi del modo in cui Dio le ha fatto grazia (1, 78),

nella sua tenerezza misericordiosa,

vuole che il nome di questo bambino, profeta dell’Altissimo,

che andrà innanzi al Signore per preparargli le strade (1, 76),

manifesti il dono di una tale grazia.

Ricordandosi di come egli aveva sussultato di gioia nel suo grembo

il giorno in cui ebbe l’onore che la madre del suo Signore venisse da lei (1, 43),

Elisabetta decretò:

Il suo nome sarà Giovanni!

Cioé: Dio fa grazia.

 

Questo le dice imperativamente lo Spirito di Dio.

E Zaccaria, nonostante la sua sordità

che lo obbliga a parlarle a gesti (1, 62)

e la sua incapacità di parlare che lo obbliga chiedere una tavoletta,

Zaccaria conferma, in quel momento, alla luce dello stesso Spirito,

questo nome che infrange tutta una tradizione,

così come l’angelo glielo aveva annunciato,

in piedi, a destra dell’altare dell’incenso.

Il suo nome è Giovanni, scrive Zaccaria, il sacerdote del Tempio di Dio.

Una grande meraviglia riempie la casa,

non soltanto a causa di questo nome che infrange le abitudini,

ma soprattutto per il fatto che con ogni evidenza, Dio ha parlato.

 

Il giorno che il profeta Malachia aveva annunciato

sta per sorgere.

Ecco vi manderò Elia, il profeta

prima che venga il giorno del Signore…

e ricondurrà il cuore dei padri verso i figli

e dei figli verso i padri (Mal 3, 23-24),

oggi dichiara l’ultimo testimone dell’antica alleanza.

E oggi, infatti, si è accesa una lampada nella notte.

Sì, proprio nella notte più lunga

si prepara già la visita del sole che sorge (Lc 1, 18).

Ma, immediatamente prima che spunti l’aurora

del giorno senza tramonto che ci rivelerà la salvezza,

brilla già la piccola luce del Precursore.

Giovanni era la lampada che arde e risplende,

ci dice Cristo stesso,

e noi possiamo rallegrarci un istante alla sua luce (Gv 5, 35).

Appare, l’uomo il cui nome è Giovanni

che viene per rendere testimonianza alla luce.

Non è lui la luce, ma il testimone della luce (Gv 1, 8).

E’ la lampada accesa prima dell’alba,

subito prima che il sole di giustizia non scacci le tenebre della notte.

Colui che si prepara a nascere domani

attira, fin d’ora, dei veri testimoni.

 

Questo è l’ultimo messaggio che Giovanni

ci invia ancora oggi,

a poche ore dalla nascita dell’Emmanuele.

Come Giovanni, dobbiamo tenere in mano la lampada accesa,

la nostra anima chiara perchè Colui che viene non faccia fatica a trovarci!

E noi non potremo riconoscerlo che non arde in noi già il desiderio della sua venuta, e non risplende già in noi la speranza viva del suo ritorno.

Solo questo desiderio di Dio e questa speranza di salvezza

possono permetterci di incontrarlo.

La notte della Natività,

solo alcuni pastori che vegliavano il loro gregge (Lc 2, 8)

hanno potuto vederlo e riconoscerlo per quello che è.

Tutti gli altri non hanno visto niente e non hanno saputo nulla!

 

Noi non possiamo fare a meno della grazia di questa festa.

Teniamo la lampada della nostra fede ben accesa,

la lampada della nostra speranza,

la fiamma viva d’amore

che mette in noi il desiderio bruciante della sua venuta,

e il cuore sgombro.

se vogliamo accogliere in verità

Colui che viene a salvarci.

 

Dio eterno, piccolo bambino,

per accoglierti domani nella pace

donaci questa sera, come a Giovanni Battista,

un cuore di bambino

rischiarato dalla tua luce.

 

©FMG traduzione da Sources Vives n°136 pp. 132-135

 

Triplice Natale di Nostro Signore Gesù Cristo

 

Possiamo considerare il Natale sotto diversi aspetti:

da prima dei secoli, in Dio,

alla luce della teologia;

dal momento della pienezza dei tempi, dalla parte degli uomini,

alla luce della storia;

e nell'oggi della nostra vita, nel profondo del nostro cuore,

alla luce della mistica.

 

Ogni volta, Natale rivela in noi il suo mistero

lasciandoci vedere che in questa festa

noi celebriamo davvero una triplice nascita.

 

La prima nascita che celebriamo stanotte

è la più straordinaria.

Ci viene fatta conoscere perché la nostra fede cristiana

ha il coraggio di parlarcene,

o piuttosto di rivelarcela (1Cor 2, 9-10).

Si tratta della nascita eterna del Figlio

nel seno materno del Padre (Gv 1, -18).

 

Colui che nasce in questa notte di Betlemme, in realtà,

non è prima di tutto un bambino di questo mondo o della terra,

anche se è chiamato a diventarne il centro della sua storia (Col 1, 15).

Né è, prima di tutto, un neonato ,

sia pur miracolosamente concepito nel seno di una vergine

e salutato dagli angeli del cielo nella notte di Betlemme (Lc 2, 8).

Non è soltanto il più bello tra i figli dell' uomo,

annunciato dalle Scritture (Sal 45, 1; Is 7,14; Mi 5, 1-3),

la cui vita sarà più santa di qualunque altra vita.

 

Ciò che noi rievochiamo prima di tutto, mentre contempliamo questa Natività,

è la generazione eterna dell'unico Figlio,

in questa vivente festa d'amore che è Dio stesso.

Un Dio che non è isolato e solitario,

ma condivisione di tenerezza e dono reciproco di vita.

Dio non sarebbe Dio se non fosse un Dio d'amore,

né sarebbe l'Amore, se lui stesso non lo vivesse condividendolo:

Tu sei mio Figlio, io oggi ti ho generato,

cantava già il Signore nel Salmo (2, 7).

Tu sei il mio Figlio prediletto nel quale ho posto tutto il mio amore,

proclamerà la voce venuta dal cielo,

il giorno del suo battesimo e in quello della Trasfigurazione (Lc 3, 22; 9, 35).

L' ho glorificato e di nuovo lo glorificherò,

esclamò a gran voce il Padre

dall'alto delle mura della Città santa (Gv 12,28).

 

In questa pienezza dei tempi (Gal 4, 4)

durante la quale il Verbo si è fatto carne (Gv 1,14),

siamo quindi invitati, prima di tutto, alla contemplazione

di questo mistero d'amore, splendido e infinito

a cui siamo invitati.

Il Mistero immenso e meraviglioso

della generazione divina del Figlio da parte del Padre,

nella comunione dello Spirito che li unisce.

 

Ora non azzardiamoci a descrivere l'invisibile;

a tradurre l'inesprimibile, a sperimentare questa gioia dell'aldilà.

Dio si dà, ma non lo si può conquistare.

Si rivela, ma non si spiega.

Tuttavia, pregando con gli occhi della fede,

siamo in grado di risalire verso la sorgente di questo raggio di luce,

scaturito verso di noi , nella notte, ma dal più alto dei cieli (Lc 2, 14).

Possiamo capire allora

perché Colui che festeggiamo in questo giorno di Natale

è, prima di tutto, come ci dice la Scrittura,

il nostro grande Dio e Signore Gesù Cristo (Tt 2, 13),

nato dal Padre prima di tutti i secoli.

 

La seconda nascita

è iscritta invece nel tempo.

Dopo la contemplazione del mistero trinitario,

quello che ci è dato da meditare

è il mistero dell'Incarnazione del Verbo.

In altre parole, della venuta in mezzo a noi

della stessa Parola di Dio, nella persona di Gesù.

Questo è l'Emmanuele annunciato in modo così straordinario (Is 7, 4; 8, 8)

e manifestatosi con tanta visibilità (Mt 1,23; Gv 17, 6; 1Gv 1,2),

dicendo di essere venuto in mezzo ai suoi

per abitare con loro ed essere davvero Dio-con-noi (Gv 1, 11-14).

 

Qui, il cielo discende sulla terra.

L'eternità investe il tempo.

Il passato e il futuro dell'uomo sono uniti

nell'oggi di Dio, venuto una volta per tutte

e per la salvezza di tutti gli uomini (Tt 2,11).

Qui, Dio si fa ciò che noi siamo, affinché noi diventiamo ciò che egli è.

Si fa uomo, senza perdere ciò che era,

ma assumendo quello che non era.

Si fa uomo , perché è onnipotente (Lc 1,37),

per farci diventare Dio , perché il suo amore è totale (Gv 3, 16),

talmente preso dall'amore per noi

da farsi lui stesso in tutto simile a noi (Fil 2, 7);

e talmente desideroso del nostro amore

da farci figli nel suo Figlio

e coeredi in Cristo (Rm 8, 14-17).

 

Non è senza un profondo significato

che il momento in cui Gesù immette la sua presenza nella nostra storia

è quello in cui compare l'editto di Cesare Augusto

che ordina il censimento di tutta la terra (Lc 2,1).

Proprio per raccogliere nell'unità l'umanità dispersa

è venuto in mezzo a noi questo Buon Pastore ( Sal 23,1; Gv 10, 11).

Questo Pastore, salutato dai pastori fin dalla sua nascita,

è divenuto per noi il primo della moltitudine dei fratelli (Rm 8, 29)

per insegnarci che Dio è veramente nostro Padre..

 

Con Maria, meditando e conservando con cura

tutti questi ricordi nel cuore (Lc 2, 19.51),

non finiremo mai di sviscerare il mistero

di questa seconda nascita a Natale,

il mistero della Natività di questo bambino che è nato per noi,

di questo Figlio che ci è stato dato.

Questo Figlio di cui il profeta Isaia proclamava già il Nome,

così carico di luce: consigliere ammirabile, Dio potente,

Eterno Padre, Principe della Pace (9, 5)!

 

La terza nascita di Natale si inserisce proprio qui,

oggi, nella nostra vita.

La pace che il Signore è venuto a portare alla terra

viene proposta a tutti gli uomini di buona volontà (Lc 2, 14).

La via che è venuto a ridare all'umanità decaduta è offerta

a chiunque crede in lui (Gv 6,40).

Ogni giorno e dappertutto, in qualunque momento e in ogni anima,

il Signore nasce davvero, dalla grazia del suo amore.

Sì, dalla sua pienezza tutti noi abbiamo ricevuto e grazia su grazia (Gv, 1,16).

Johann Tauler, mistico renano del XIV secolo,

arriva addirittura a dire:

Dio si fa talmente nostro,

si offre a noi in proprietà tale,

che nessuno ha mai posseduto nulla così intimamente”.

 

In altre parole, questo vuol dire che d'ora in poi, dipende da noi

che questo terzo Natale sia autentico nella nostra vita.

Cristo, in realtà, può nascere duemila volte a Betlemme,

ma questo non serve a niente se non è nato nel mio cuore.

Dio provoca la nostra libertà,

ma non forza il nostro amore.

Perciò non aspettiamo , non aspettiamo più!

Sgomberiamo il nostro cuore e facciamo chiarezza nella nostra anima.

Ci sollecita ancora un po' di spazio

nella locanda della nostra vita!

 

Il Cristo che si manifesta a noi, una volta di più stanotte,

è realmente venuto per ognuno di noi.

Non abbiamo paura di lui!

Pur essendo il Signore della gloria,

non è un personaggio difficile da ricevere o complicato da accogliere.

Basta dirgli di entrare. E di fermarsi a casa nostra.

Basta che ci lasciamo perdonare, istruire, amare.

Basta che gli permettiamo di vivificarci - lui è la Vita-,

di darci la gioia- è la Pace -,

di darci coraggio – è il Salvatore del mondo - (Gv 4,2).

 

Certamente tra poco, alla fine di questa eucaristia ,

riceveremo il suo corpo e il suo sangue, offerto e versato per noi.

Potremo allora dire con l'Apostolo :

Io vivo, ma non sono più io che vivo:

è Cristo che vive in me (Gal 2, 20).

E allora sarà un vero Natale, celebrato

a livello di questa terza nascita

nella fede del Figlio di Dio,

nel più profondo del nostro cuore.

 

Se si realizzano davvero queste tre nascite per Natale:

Quella del Figlio generato dal Padre dall'eternità;

quella di Gesù, nato dalla Vergine nella pienezza dei tempi;

e quella del Cristo che vuole abitare tra noi solo per amore,

non è forse per ricordarci quello che siamo,

che anche noi dobbiamo nascere in tre modi?

 

Siamo già nati alla vita venendo al mondo,

dobbiamo rinascere alla grazia, vivendo secondo l'uomo nuovo,

e dobbiamo rinasce dall'alto , entrando nell'eternità

attraverso la pasqua della nostra morte finale che sarà,

osiamo dirlo nella fede, il più bel Natale della nostra vita!

 

Solamente allora conosceremo veramente

la gioia che viene a trattenere tra le nostre braccia quel Dio

già venuto, sempre presente, ma ancora atteso.

E a rimanere tutti insieme, figli nel Figlio, tra le sue braccia.

 

Fratel Pierre-Marie

 

Omelia di fr. Pierre-Marie Delfieux

2° Domenica T. O. B
 

LA CHIAMATA DI PIETRO E ANDREA

 

Duplice incontro. Due uomini. Due fratelli.

Pietro e Andrea incontrano Gesù

e trovano in lui, successivamente,

il maestro” (Gv 1,38) ed “il Messia” (1,41).

Momento privilegiato quando il Cristo si fa finalmente conoscere;

quando, per la prima volta, il Verbo parlerà.

Momento unico in cui l'uomo interrogherà

colui sul quale “lo Spirito, come una colomba ,

è appena disceso dal cielo per dimorarvi” (Gv 1,32)

poiché “è lui l'Eletto di Dio” (1,32),

e il “Salvatore del mondo” (1,29; 4,42).

 

Due uomini. Due discepoli. Due santi.

Roma e Costantinopoli dove moriranno l'uno e l'altro,

riuniti nella stessa fraternità.

Due personaggi ben reali,

ma la cui portata simbolica è evidente

ed il cui richiamo ci riguarda dunque ancora oggi.

 

Il primo di questi uomini si chiama Andrea .

Andrea, il cui nome in greco si traduce “uomo”.

E' il figlio di Adamo, l'uomo.

L'uomo terreno che Dio un giorno ha creato,

e, che in questo giorno Lui viene a cercare,

poiché il Figlio dell'uomo è venuto a cercare e a salvare

ciò che era perso” (Lc 19,10).

 

Adamo, dove sei?” Aveva gridato Dio,

nel giardino dell'Eden dopo la caduta.

Oggi, il primo a rivolgersi al Figlio di Dio

per chiedergli il luogo della sua dimora terrena,

è quest'uomo in cerca di una dimora eterna,

questo peccatore in cerca di perdono, che,

alla voce di Giovanni, si è messo “a camminare dietro di lui” (Gv 1,37),

l'agnello di Dio che toglie il peccato del mondo” (Gv 1,29).

Così Dio è sempre in cerca di ciascuno di noi (Ez 34,16).

Il Cristo, nuovo Adamo,

incrocia ancora silenziosamente i nostri cammini

per farci passare dallo stato di uomo vecchio

a quello di Uomo nuovo (Ep 4, 23-24).

 

Al momento di questo primo incontro, quale ce lo descrive San Giovanni,

Cristo non parla subito. “Passa” (Ac 10,38).

Non si sa né donde viene né dove va,

come lo Spirito di cui è colmo (Gv 1,32).

Così nelle nostre vie,

dove, per poco che si sia attenti,

percepiamo il mistero di un passaggio,

ma dove non sentiamo la sua voce.

Andrea, lui, non si accontenta di essere attento.

Segue Gesù (Gv 1,37).

Si è alzato per camminare al suo seguito, dice il testo.

Per essere, letteralmente, il suo “accolito”, il suo seguace,

vale a dire il suo discepolo.

Solo allora, Gesù si volterà,

si fermerà e lo guarderà (Gv 1,38):

chi mi segue non cammina nelle tenebre” (Gv 8,12).

E Andrea è tutto illuminato.

 

Se decidiamo di seguire il Cristo,

saremo certamente nella luce (Gv 12,36).

Se qualcuno mi ama, che mi segua,

e là dove sono, là sarà anche il mio servitore” (Gv 12,26).

Per seguire qualcuno, bisogna amarlo.

E, amando, si riconosce.

Solo gli occhi del cuore possono donarci di vedere Dio.

 

Andrea, è anche un cercatore. Un cercatore di verità.

Come Samuele che cercava Dio,

tendendo l'orecchio nel Tempio (1S 3,4).

Nataniele, scrutava le Scritture sotto il fico (Gv 1,48);

hanno meritato entrambi di sentire la sua voce (1S 3,19)

e di riconoscere il suo volto (Gv 1,49).

Andrea cerca di vedere e di comprendere;

di vedere dove dimora quell'uomo,

per comprendere come è “l'Agnello di Dio” (Gv 1,36).

 

Allora, Gesù parlerà.

La terra infine, per la prima volta,

udirà la voce del Figlio dell'uomo.

La terra secca, arida, alterata e senza acqua” (Sa 63,2)

dove vivono gli uomini come mortali promessi alla morte,

udirà il Verbo di vita:

in verità, in verità, io vi dico,

l'ora è giunta e noi ci siamo,

quando i morti udranno la voce del Figlio di Dio” (Gv 5,25).

E questa prima parola che il Cristo dice agli uomini,

è una domanda;

la domanda suprema che si rivolge

alla libertà più profonda:

Cosa cercate?

Così Dio ha parlato.

 

Sì, cosa cerchiamo?

Se non cerchiamo niente, se non chiediamo niente,

non troveremo niente, non avremo niente.

Ma “chiunque chiede riceve, chi cerca trova,

e a chi bussa sarà aperto” (Lc 11,10).

Chi cerca Dio non manca di alcun bene” (Sal 34,11).

A condizione tuttavia che questa ricerca si faccia con il cuore.

Se noi lo cerchiamo come Maria Maddalena, per amarlo,

lo troveremo nel giardino del nostro cuore (Gv 20,15).

Ma se lo cerchiamo per ucciderlo (Gv 5,18),

non lo riconosceremo

nella notte del giardino dell'agonia (Gv 18,4).

Mi cercherete e non mi troverete,

poiché, dove io sono, voi non potete venire!”(Gv 7,34)

Gli anti-discepoli cercano di catturare Dio;

ma inciampano nella notte, ci dice Gesù (11,10;18,6).

I veri discepoli cercano di amarlo.

Lui li rialza, nella sua luce. (Gv 12,46;Lc 22,46)

E' allora che Andrea rivolge a Gesù la domanda suprema:

Maestro, dove dimori?” (Gv 1,38).

Quando si è seguito e riconosciuto colui che si ama,

la domanda naturale, essenziale, non può essere che quella:

sapere il luogo della sua Dimora per restare con lui (Gv 1,38-39),

conoscere infine il luogo della casa di Dio (Gv 14,3-6).

Oh mia gioia, quando mi è stato detto:

andiamo alla casa di Dio!” (Sa 122,1).

 

Venite e vedete, dice loro (Gv 1,39).

Sempre questo invito alla libertà più profonda.

“Andare” e “vedere”.

Avanzare liberamente e guardare personalmente.

Andarono e videro dove dimorava

e restarono presso di lui quel giorno” (1,39).

Al termine di questo cammino e in fondo a questo sguardo,

tutto si realizza.

E' la “decima Ora”, l'ora del compimento,

nota Sant'Agostino:

“dieci comandamenti, per insegnare la Legge;

dieci patriarchi, per condurre da Abramo a Noè;

dieci piaghe, per liberare il popolo dalla schiavitù…”

era circa la decima ora”, scrive San Giovanni.

Simbolismo evidente.

E' l'ora quando Andrea, un uomo della terra,

ha infine riconosciuto l'Inviato di Dio!

Con Gesù si è trovato tutto.

Siamo al termine e alla partenza.

E' l'Alfa e l'Omega. Si può rimanere con lui quel giorno,

e per i giorni a seguire. E' la pienezza finalmente realizzata.

L'Eternità è già iniziata! (Ef 2,6)

 

Dopo Andrea, ecco Simone, “suo fratello”,

E' il levar del giorno” (Gv 1,41). Del nuovo giorno.

L'alba del giorno quando il popolo che camminava nella notte,

apprende che finalmente l'umanità ha trovato il suo Messia.

Andrea aveva seguito Gesù sulla parola di Giovanni Battista.

Simone verrà verso Gesù sulla parola di Andrea.

Così ci trasmettiamo la Buona Novella.

Dio, per dirsi agli uomini,

ha scelto di aver bisogno degli uomini.

Me infelice se non evangelizzo!” (1Co 9,16).

 

Di fronte al Cristo, Pietro non dice niente.

Neanche Gesù parla ancora.

Momento sublime e intimo

in cui il Figlio di Dio decifra il volto di Simone;

nel quale Simone, figlio di Giovanni, scopre il volto di Cristo,

il Figlio del Dio vivente” (Mt 16,16).

Scambio intraducibile in cui le loro due anime comunicano;

in cui “colui che sa ciò che vi è nell'uomo” (Gv 2,25)

riconosce in quest'uomo il marchio di Dio,

la scintilla nascosta che brillerà a Cesarea di Filippi

venuta non dalla carne e dal sangue,

ma dal Padre che è nei cieli” (Mt 16,17).

Nessuno viene a me se non per un dono del Padre” (Gv 6,65).

Così, in ognuno di noi,

il Figlio riconosce qualcosa dei tratti del Padre

poiché ad immagine di Dio, figli di Dio, siamo stati tutti creati.

 

Gesù lo guardò e gli disse “tu sei Simone, figlio di Giovanni,

ti chiamerai Cefa.”- che vuol dire Pietra” (Gv 1,42).

Il Messia ha parlato.

Dopo la prima domanda fondamentale,

ecco la prima affermazione imperativa

e ancora più fondamentale;

poiché, fin dal primo istante, fonda

su quest'uomo di Galilea,

la costruzione della Dimora di Dio tra gli uomini.

Simone è Pietro e su questa Pietra

il Cristo edificherà la sua Chiesa (Mt 16,18).

 

Pietro non ha vacillato. Persino le forze degli inferi

non potrebbero niente contro una tale promessa (Mt 16,18b).

Colui che, domani, sarà tanto pronto a parlare, oggi tace.

Egli avverte quanto questa parola rivesta una profondità infinita.

La sua vocazione, la sua missione, la sua appartenenza a Dio

sono segnate da questo “nome nuovo”.

Nessuno meglio di Origene, nel terzo secolo,

ha saputo tradurre il senso di questo appellativo,

in cui un uomo riceve, per pura grazia,

uno dei titoli stessi di Dio:

Egli dice che si chiamerebbe Pietro,

derivando questo nome dalla Pietra che è il Cristo” (1Co 10,4),

affinchè, come “saggio” deriva “saggezza”

e “santo” da “santità”,

così,ugualmente, da Dio-Pietra deriva Pietro.”

 

Così, fratelli e sorelle, avviene

a ognuno di noi, che condividiamo la stessa promessa.

Anche noi, siamo “delle pietre vive”, riunite

per l'edificazione, intorno al Cristo, la pietra testimone,

angolare, preziosa, fondamentale (Is 28,16),

di un edificio spirituale (1Pt 2,5)

Anche noi, come Pietro, siamo

partecipi della Divinità (Pt 1,4).

Siamo della Famiglia di Dio.

Siamo della Casa di Dio (Ef 2,19).

Il nostro stesso corpo è per il Signore,

e il Signore per il nostro corpo (1Co 6,13).

Non è scritto nella vostra Legge:

Io ho detto: voi siete dei?” (Gv 10,34).

Come Pietro e Andrea, se noi conoscessimo il dono di Dio!

 

©FMG tradotto da Evangelique 1, pp. 51-56

 

Omelia di fr. Pierre-Marie Delfieux

Terza domenica T.O. B

 

Seguitemi

 

Dopo che Giovanni fu arrestato,

Gesù si ritirò nella Galilea e, lasciata Nazaret,

venne ad abitare a Cafarnao, presso il mare,

nel territorio di Zabulon e di Neftali” (Mt 4, 13).

E essendosi stabilito là,

proclamava il vangelo di Dio” (Mc 1, 14-15).

 

Questa libera scelta di Cristo per la Galilea,

non era dovuto al caso o ad una costrizione.

Questo infatti ha un senso e sia san Marco che san Matteo

che ci riportano questo fatto storico

ne sono a conoscenza.

Cosa succede in effetti?

 

A Betlemme di Giudea, la città di Davide (Lc 2, 4),

Gesù è nato, tra i suoi (Gv 1, 11),

circa “trent’anni” prima (Lc 3, 23).

Ma dei pagani nella persona dei magi

gli sono venuti incontro per primi (Mt 2, 1-6).

 

Poco dopo la sua nascita, fuggendo in Egitto,

lui va verso i pagani,

come aveva già fatto il figlio di Giacobbe, il primo Israele (2, 13).

 

Appena tornato dall’ Egitto sappiamo che Giuseppe

non poté stabilirsi in Giudea, come avrebbe voluto,

si ritirò nella regione della Galilea”,

il territorio dei pagani (Mt 2, 22-23).

 

Ed eccolo oggi,

dopo il suo battesimo “nel deserto di Giudea” (Mt 3, 1),

Dopo che Giovanni fu arrestato,

Gesù venne ad abitare a Cafarnao, presso il mare,

nel territorio di Zabulon e di Neftali”

nel cuore della “Galilea delle Nazioni” (Mt 4, 12-13).

E così vi proclama la Buona Novella che viene da Dio:

Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino.

Convertitevi e credete al Vangelo” (Mc 1, 15).

 

Evidentemente vi è un’intenzione manifesta in tutto questo.

Bisogna ritrovare ciò che Gesù ha voluto significare

con tutto questo.

Lui, infatti “vuole” tutto quello che fa,

e “sa” il come e il perchè lo fa.

 

Avendo ben presente questo e meditando la scelta libera del Maestro,

Marco, il discepolo di Pietro, il Galileo,

e Matteo-Levi, anch’egli di Galilea, si ricordano.

Si ricordano di quello che Isaia aveva annunciato:

Era passato tanto tempo. Più di settecento anni!

Dopo la caduta della Samaria, tutta una porzione dell’Israele del Nord

era stata deportata in Babilonia.

In questo momento il profeta aveva letteralmente detto questo:

Non ci sarà più oscurità dove ora è angoscia.

In passato in passato umiliò la terra di Zabulon

e la terra di Neftali, ma in futuro renderà gloriosa la via del mare,

oltre il Giordano e la curva di Goim”.

E aveva aggiunto come se questo fosse già compiuto:

Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce

su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse” (Is 8, 23-9, 1).

 

Oggi Gesù va proprio

verso questa terra di Galilea,

pagana, aperta al sincretismo di tutte le religioni,

al mescolarsi di tutte le nazioni (Mc 1, 14).

Passando lungo il Mare di Galilea

vede Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni”

e li chiama a seguirlo (1, 16).

 

Cammina proprio là, perchè “egli è la via” (Gv 14, 6)

e “vede” poiché è “la luce” (Gv 9, 5).

Giovanni venne come testimone

per rendere testimonianza alla luce,

perchè tutti credessero per mezzo di lui.

Egli non era la luce, ma doveva render testimonianza alla luce” (Gv 1, 7-8).

Veniva nel mondo la luce vera,

quella che illumina ogni uomo” (1, 9),

e colui che è “la luce del mondo” (8, 12)

ha invitato ogni uomo a “venire” (3, 21)

e a “camminare nella luce” (12, 35). Seguendolo!

 

Oggi, quindi, “sulla riva del mare”,

dove si trova il popolo di Galilea, allo stesso modo in cui stavano i suoi antenati

sulla riva dei fiumi di Babilonia” (Sal 137, 1),

sì, oggi una Luce Nuova é sorta,

per illuminare i cuori,

e rischiarare la faccia di tutti i popoli” (Lc 2, 32)

guidando i passi” di tutti gli uomini

sul “cammino della pace” (Lc 1, 79).

 

Senza più attendere, Gesù, lui “che era venuto in primo luogo

per le pecore perdute della casa di Israele” (Mt 15, 24)

si mette a “predicare” e a “parlare”:

Non solamente a “predicare” ma anche a “dire”, nota l’Evangelista (4, 17).

Lui infatti è il Verbo fatto carne, la Parola viva e vera (Eb 1, 2-3)

e l’annunciatore della Buona Novella della salvezza.

Lui conosce e insegna, parla e istruisce.

Dice e proclama:

Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino.

Convertitevi e credete al Vangelo” (Mc 1, 15).

 

Duplice appello che risuona fino a noi oggi

in modo nuovo e attuale. Ci viene detto tutto:

distoglierci dal male e aprirci alla vita;

distoglierci dal peccato per aprirci al Regno.

Insomma, morire ma per Vivere,

passando dall’oscurità dell’angoscia alla luce della salvezza.

 

Oggi”, dunque è Gesù in persona

che proclama il Vangelo.

E per mostrarne tutta la “portata universale”,

San Matteo ci ricorda in un breve versetto che non bisogna dimenticare,

che “la sua fama si estese su tutta la Siria” (3, 24).

Cioè proprio in quella terra in cui, anticamente, Israele era stato deportato!

La pace che scende dal cielo è per tutti gli uomini della terra,

purchè abbiano un pò di buona volontà (Lc 2, 14)

Ciascuno viene chiamato e nessuno respinto.

Oggi” la luce della Natività e dell’Epifania

brilla fino ai confini delle nazioni.

E’ necessario quindi che il Vangelo domani, e ogni giorno,

venga annunciato ancora e sempre.

 

Poi Gesù chiama subito Pietro e Andrea,

dei quali ci viene detto che “gettano il giacchio” (Mt 4, 18).

In seguito chiamerà Giacomo e Giovanni che “riparano le reti”

nella stessa barca.

Gettare il giacchio è un lavoro individuale;

riparare le reti è un lavoro collettivo.

Personalmente e comunitariamente, siamo interpellati tutti.

E Cristo dice loro:”Seguitemi,

vi farò pescatori di uomini” (Mc 1, 17).

Si tratta infatti di una realtà che riguarda gli uomini,

tutti gli uomini.

Subito, lasciate le reti” per quanto riguarda i primi (Mt 4, 20),

e “lasciata la barca e il padre” per i secondi (4, 22),

cioè lasciato il loro lavoro e i loro beni da una parte e la loro famiglia e parentela dall’altra, “lo seguirono”.

 

In verità vi dico: non c'è nessuno che abbia lasciato

casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia

e a causa del vangelo, che non riceva già al presente cento volte tanto

in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi,

insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna” (Mc 10, 29-30).

 

Fratelli e sorelle, dobbiamo guardare, meditare,

ricevere il Vangelo con un cuore sempre nuovo,

perché ogni pagina che ci è data dalla liturgia,

serve per guidarci nella vita quotidiana.

E, in questo giorno, ci vengono ricordate due verià essenziali,

che realmente possono illuminare la nostra settimana se lo vogliamo.

La prima” ci dice che siamo tutti evangelizzati da Gesù in prima persona.

La seconda” per portarci a divenire evangelizzatori a nostra volta.

 

Ancora e sempre noi siamo evangelizzati da Gesù.

Uomini di Giudea e genti di Galilea,

giudei credenti e pagani senza istruzione,

tutti sono stati rischiarati dalla sua luce e raggiunti nelle sinagoghe (Mt 4, 23),

ma anche sulle piazze, sui marciapiedi e finanche nelle loro case.

Saranno tutti istruiti da Dio”,

aveva detto il profeta Isaia (54, 13).

Gesù stesso lo ripeterà nel cuore del suo discorso del pane di vita (Gv 6, 45).

Sì, siamo veramente rischiarati dalla sua Parola,

sostenuti dalla sua grazia, accompagnati dalla sua presenza,

fortificati dalla sua Eucaristia!

 

Come il primo giorno quando

camminava sulla riva del mare di Galilea”,

c’è per incrociare la nostra strada.

I suoi passi precedono i nostri e i suoi occhi incontrano il nostro sguardo.

 

Il Natale non è solamente un ricordo.

Gesù non è venuto un giorno per ripartire per sempre.

Fino ai confini di Zabulon e Neftali,

cioè fin nel bel mezzo delle nostre occupazioni più profane,

alle nostre azioni più pagane,

nella Galilea della nostra quotidianità, lui c’è.

Nei giorni cattivi quando saremmo tentati

di crederci soli, perduti, disperati,

come il popolo deportato a Babilonia “che abitava nell’ombra della morte”,

quando, semplicemente non abbiamo voglia di fare il minimo passo verso di lui,

neanche troppo scontenti

del nostro destino triste o fortunato, Lui c’è.

Oggi Gesù parla a tutti noi, così come siamo:

Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino”.

E’ vicino per tutti. Vicino perché Gesù viene

proclamando la Buona Notizia del Regno,

e “guarendo ogni malattia

e infermità nel popolo” (Mt 4, 23),

e perché tutti accorrono “dalla Giudea, da Gerusalemme, dall’Idumea, dalla Transgiordania, dal paese di Tiro e di Sidone.

Tutti” dirà San Paolo,

siamo stati rivestiti di Cristo” (Gal 3, 28)

nel quale continuiamo ad essere evangelizzati.

Oggi il Vangelo ci viene donato da Gesù stesso proprio per il nostro cuore,

per poco che sappiamo pentirci, cioè volgerci verso di lui.

 

Ci è venuto incontro per pura grazia:

per puro amore si è offerto, aperto, rivelato, immolato

mi ha amato e ha dato se stesso per me” ( Gal 2, 20).

Se so accoglierlo, allora posso essere salvato.

Come Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni, in effetti

noi siamo chiamati a quest’opera di salvezza.

Seguitemi, vi farò pescatori di uomini” ( Mt 4, 19).

Quello che ha fatto Gesù, ci viene chiesto

di farlo anche noi” (Gv 13, 14-15).

Fino alla fine del mondo e dappertutto,

bisogna che la Buona Novella si diffonda (Mc, 16, 15; Mt 28, 19).

Quando custodiamo questo segreto nel cuore,

quando abbiamo nell’anima una tale felicità

non possiamo tacerla!

Siamo stati completamente uniti a lui” dice Paolo ai Romani (6, 3-11).

Cristo abita nei nostri cuori per la fede” scrive agli Efesini (3, 17).

Tertulliano al III secolo amava dire:

Il cristiano è un altro Cristo”.

E Sant’Agostino, facendogli eco, aggiungeva:

Non solo noi siamo diventati cristiani,

ma siamo diventati il Cristo”.

 

Per dire quando il Signore

si aspetti da noi di essere il vivo prolungamento del suo Vangelo.

A nostra volta dobbiamo ripetere:

Quanto a noi, non possiamo non parlare delle cose che abbiamo viste e udite” (At 4, 20).

Anche solo per la felicità che ci procura la gioia della presenza di Dio nei nostri cuori.

Animati tuttavia da quello stesso spirito di fede di cui sta scritto: Ho creduto, perciò ho parlato, anche noi crediamo e perciò parliamo” (2 Co 4, 13).

 

In un mondo così assetato

di Vangelo, di Eucarestia e di Riconciliazione,

più che mai le nostre esistenze sono raggiunte da questo appello di Cristo.

L’ascoltiamo la Parola di Dio che oggi è rivolta a noi:

Seguitemi e io vi farò pescatori di uomini”?

O ancora questa esortazione, come quella che un giorno formulò San Paolo:

Non temere, continua a parlare, non tacere!” (At 18, 9).

 

E rileviamo per concludere, che i chiamati in quel giorno sono dei “fratelli”:

Giacomo e Giovanni; Pietro e Andrea”.

Chiama oggi due a due ,

quelli che domani invierà “due a due”(Lc 10, 1).

E’ possibile annunciare che Cristo è amore

solamente con l’unione e l’amicizia.

Cristo stesso, pur essendo Dio,

non ha mai voluto evangelizzare da solo, ma sempre attraverso il segno

della comunità orante e fraterna dei Dodici, delle pie donne e dei discepoli.

 

Solo l’amore vissuto evangelizza!

Dove due o tre sono riuniti nel mio nome ,

io sono là in mezzo a loro” (Mt 18, 20).

Quindi Dio in persona parla con loro, agisce attraverso di loro,

e testimonia in loro favore. Per cui non bisogna ripetere ancora:

Io sono di Paolo, io di Apollo”;

non ci può essere qualcuno qui per Pietro e laggiù qualcuno di Cristo.

Cristo è stato forse diviso?” (1 Co 1, 13).

Sono le nostre divisioni che hanno paganizzato la terra,

i nostri scismi che l’hanno disgustata!

In questa settimana per l’unità possiamo ricordarcene…

 

Invece, se sappiamo proclamare la Parola di Dio,

senza falsificarla”, ma come è (2 Co 4, 2),

le divisioni indietreggieranno e i cuori si uniranno,

crescerà la comunione e la Buona Notizia

sarà veramente annunciata.

Diventiamo dei veri evangelizzatori

e l’unità vissuta in questo modo, si edificherà annunciandola.

A questo segno d’amore”, Cristo, il Cristo vivo e vero,

sarà “riconosciuto” (Gv 13, 35).

 

Come i primi giorni in cui camminava

lungo il mare di Galilea.

 

©FMG tradotto da Evangelique 3, pp. 34-40

 

Omelie di Pierre Marie Delfieux

4a Domenica del Tempo Ordinario – B

 

Gesù libera un indemoniato

 

Riguardiamo attentamente la scena:

Gesù, accompagnato dai suoi primi discepoli,

arriva a Cafarnao (Mc 1,21).

E’ un giorno di sabato.

Per questo tutti sono riuniti nella Sinagoga.

Il Cristo prende la parola. E si mette ad insegnare.

Tutti l’ascoltano, all’inizio stupiti, poi affascinati:

questo Galileo parla con grande saggezza e con autorevolezza (2, 22).

All’improvviso, scoppia l’incidente:

un grido sale dalla folla, un grido che sembra venire dall’oltretomba:

So bene chi tu sei: il Santo di Dio!”

 

Il Vangelo sottolinea che

i demoni sanno che Gesù era il Cristo” (Mc 1,34; Lc 4, 41).

Ma Gesù stesso conosce prima e molto meglio di loro la presenza di questi spiriti maligni.

E come di fronte al vento e al mare in tempesta,

la voce del Figlio di Dio risuona nella sinagoga:

Taci! Esci da quell’uomo!”

Una convulsione. Un altro urlo straziante.

Ma poi l’uomo tormentato si rialza, finalmente libero.

Tutti furono presi da timore, ci dice san Marco, e si chiedevano l’un l’altro:

Che è mai questo?”.

 

Già, che cosa significa tutto questo?

Nel suo realismo senza fronzoli, questa scena impressionante

ci pone innanzi una questione che non possiamo eludere in nessun modo:

il problema del diavolo,

il “mistero del male” che si erge di fronte all’uomo, un problema che non possiamo eludere,

sul quale, ai nostri giorni, non ci è permesso tacere.

 

***

Che cosa possiamo dire in proposito?

Il diavolo è forse un’invenzione dell’uomo?

O la proiezione immaginaria dei nostri fantasmi inconsci?

O il tanfo insopportabile di un moralismo fuori moda

che cerca di imporsi facendo leva sulla paura?

Che cosa ci dice in proposito “la Scrittura”? Che ne dice “il Cristo”?

Che cosa ne dice “la Chiesa”? Che cosa ci dice su questo argomento “la vita”?


La Scrittura” ci parla del demonio, dalla Genesi all’Apocalisse.

Non lo descrive; non si compiace di raccontarci aneddoti che lo riguardano;

non cerca certamente di impaurirci, di colpirci al cuore,

né di offuscare il nostro spirito con la sua realtà.

Ma comunque, ne parla!

Ne parla, perché riconosce la sua esistenza, e ci insegna a vedere la sua presenza.

La Scrittura sa bene che il Male esiste, fin da prima dell’apparizione dell’uomo e fuori dall’uomo,

che è più forte e più intelligente di noi e che insidiosamente

il demonio si rivolta continuamente contro ogni persona

per indurla a fare il male (1Gv 3,8).

Dopo il primo uomo tentato dal tentatore,

come il primo uomo caduto nelle sue insidie (Gn 3,1),

tutti gli uomini, re, giudici, profeti,

scribi, sacerdoti e apostoli,

e tutta l’umanità, tutti noi

siamo alle prese con questo Essere ostile.

E così dobbiamo constatare, con l’autore della Sapienza, che

la morte è entrata nel mondo per l’invidia del diavolo” (Sap 2,24).

Estranea ad ogni considerazione fantasiosa o morbosa,

la Scrittura non si compiace di dipingere il diavolo,

ma lo giudica e lo riconosce nelle sue opere.

E ne denuncia la presenza.

Utilizza diversi termini per parlare di lui,

perché è inafferrabile.

Ma, sia che lo chiami “demonio”, o “maligno”, o “tentatore” , o “Satana”,

la santa Scrittura sa che si tratta “dell’Avversario” dell’uomo,

e del “Ribelle” che si erge contro Dio, contro l’unico Dio!

E’ lui “l’Accusatore” di tutti e di ogni persona (Zac 3,1; Ap 12,10; Mt 10, 21);

il “Seminatore” di discordia, il seminatore della zizzania, la zizzania stessa (Mt 13,24),

ma anche “l’Omicida” ( Gv 8,44), il “Mentitore” e “Padre della Menzogna” (Gv 8, 44b),

come lo chiamerà lo stesso Cristo.

 

***

La venuta di Gesù porta una luce chiarissima

Su ciò che san Paolo chiama il “Mistero d’iniquità

che è all’opera nel mondo” (2Tess 2,7).

Infatti, Cristo viene in questo mondo

per stabilirvi il Regno di Dio,

e perciò si scontra frontalmente con inaudita violenza

con il “Principe di questo mondo” (Gv 12,31),

dal momento che , come dice san Giovanni,

tutto quel che è nel mondo” è soggiogato al potere del maligno (1Gv 2,16).

 

Il primo atto pubblico di Gesù, dopo il battesimo ricevuto da Giovanni (Mt 3, 13),

è di andare nel deserto, “condotto dallo Spirito,

per essere tentato dal diavolo” (Mt 4, 1).

 

Le sue prime azioni pubbliche

dopo la vittoria personale su Satana (Mt 4,11),

hanno lo scopo di liberare tutti coloro che, donne e uomini,

erano tormentati da spiriti maligni (Mt 4, 24).

 

Nei tre Vangeli sinottici,

il primo miracolo di Cristo

consiste nella liberazione di indemoniati (Mt 4, 23; Mc 1,21; Lc 4,33).

 

E l’intero Vangelo secondo Giovanni è il racconto di un duro scontro

tra il Cristo e l’Avversario,

tra Gesù e coloro che ascoltano il diavolo

fino ad essere accecati (Gv 8, 44), o a praticare il tradimento (Gv 6, 70; 13, 27).

Gesù di Nazaret passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano

sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui” – come ci dice san Pietro (At 10,38).

 

Giunto al termine della sua vita, lo scontro diventerà letteralmente mortale.

Il Principe delle tenebre sembra trionfare (Gv 14,30),

ma in realtà è il demonio a essere condannato (Gv 16, 11).

La luce della Pasqua trionferà sulla morte ( 1Cor 15, 26.55).

 

***

 

La “Chiesa”, fin dalle sue origini e anche ai nostri giorni,

non ha mai avuto dubbi sulla necessità di prendere sul serio questo aspro combattimento spirituale:

Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente,

va in giro, cercando chi divorare, dice la Scrittura.

Resistetegli saldi nella fede, sapendo che i vostri fratelli

sparsi per il mondo subiscono le stesse sofferenze di voi” (1Pt 5, 8-9).

 

Infatti, anche i primi discepoli, fin dai loro primi passi,

si devono impegnare in questa lotta (Lc 10, 17; Mc 16, 17).

 

E per quanto riguarda noi stessi, fin dal momento del battesimo,

la Chiesa ci prepara a questa lotta, pregando per tre volte

affinché il neobattezzato sia liberato dallo Spirito Maligno.

 

Sì, anche noi che siamo qui in questo momento, quando siamo stati battezzati,

siamo stati tutti esorcizzati!

E ogni volta che recitiamo il Padre Nostro,

la preghiera che Gesù stesso ci ha insegnato,

preghiamo il Signore che

non ci abbandoni nelle mani del Tentatore

e che ci liberi dal Maligno” (Mt 6, 13).

 

Perché sappiamo bene che, sebbene il campo che noi stessi siamo

sia stato seminato con seme buono, nella notte, di nascosto,

il nostro Nemico è sempre in agguato per “seminare la zizzania” (Mt 13, 25),

o “per portare via dal nostro cuore la Parola seminata” (Mc 4, 15).

Per questo siamo continuamente sballottati e confusi

tra il bene e il male:

il male che non vogliamo ma che poi facciamo,

e il bene che vogliamo ma poi non compiamo (Rm 7, 15).

 

Così, anche noi, a nostra volta, scopriamo con tristezza

che il male continua a devastare il mondo e a insudiciare la nostra vita,

sebbene non possiamo dire che gli uomini siano fondamentalmente cattivi,

né che noi stessi siamo intrinsecamente pervertiti.

 

Eppure…! “Scopro in me questa legge:

quando voglio fare il bene

è il male che mi si presenta davanti” (Rm 7,21).

 

Ma la realtà è questa:

il male esiste, intorno a noi, davanti a noi, in noi,

malgrado le nostre intenzioni.

Ma non viene certo da Dio, né lo produciamo tutto noi.

Eppure l’uomo, creato a immagine di Dio,

avido d’amore, cercatore della verità, desideroso di bellezza,

continua a corrompersi con la tortura, a insudiciarsi con il peccato,

a indurirsi nei divorzi e nelle guerre …

Mein Kampf!” Insensato conflitto!

Il nemico ha fatto questo” (Mt 13, 28).

 

L’uomo resta sempre un essere tentato (Gc 1, 14).

I grandi santi ne sanno qualcosa,

essi che, senza eccezioni,

alla sequela di Cristo, si sono scontrati un giorno o l’altro

con il nemico giurato di ogni santità;

contro colui che vuole rubarci la pace e turba il nostro cuore,

odia la nostra unione e provoca le divisioni tra di noi,

minaccia la nostra gioia e fomenta in noi

ogni tristezza, depressione e tormento (Mt 4, 23-24).

 

Chiudere gli occhi su questa realtà non risolverebbe nulla,

ma farebbe ancora di più il gioco di colui che cerca in ogni modo

di passare inosservato per poter agire più liberamente:

la peggiore astuzia del diavolo consiste nel far credere

che non esiste!” ci ricorda Paul Valéry.

La Scrittura ci conferma che non bisogna “cadere in balia di satana, di cui

non ignoriamo le macchinazioni” (2 Cor 2, 11).

 

***

Quali conclusioni possiamo trarre?

 

Innanzitutto, che il Male esiste,

che è più forte di noi, più intelligente di noi; e che

nei suoi riguardi il miglior atteggiamento che possiamo adottare

consiste nell’ aderire a una fede illuminata e coltivare l’umiltà,

seguendo l’esempio di santa Teresa, che diceva:

Al Maligno non voglio rispondere facendo la maligna!”.

 

Poi, noi siamo necessariamente in lotta con il Male,

perché , come san Paolo deplora, siamo tutti

strattonati e tentati.

Ma è anche scritto che

nessuno è tentato al di sopra delle proprie forze,

e che con la tentazione

Dio ci darà sempre la forza per superarla” (1Cor 10, 13; Gc 1, 13).

 

Per questo combattimento il Cristo ci ha armato

con la spada della stessa Parola di Dio (Ef 6,17):

Vattene, Satana!… Non di solo pane vivrà l’uomo,

ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt. 4, 4. 10).

 

Ma soprattutto, noi crediamo

che, se anche il male esiste e ci assale,

Dio è sempre più forte del Male e ce ne libera.

Colui che noi vogliamo seguire è il Cristo,

il Vincitore del Maligno (Gv 12,31; 17, 15).

E’ lui che “ha ridotto all’impotenza, mediante la sua morte,

colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo” (Eb 2, 14).

Secondo l’ammonizione degli apostoli,

siamo esortati a “non dare occasione al diavolo” (Ef 4, 27),

ma anzi, a resistergli (Gc 4, 7),

mediante la “fermezza della fede” (1Pt 5, 9).

 

Insieme a san Giacomo, possiamo anche noi ripetere:

Resistete al diavolo, ed egli fuggirà da voi.

Avvicinatevi a Dio ed egli si avvicinerà a voi …

Umiliatevi davanti al Signore

ed egli vi esalterà” (Gc 4, 7. 8.10).

 

Gesù di Nazaret, tu sei venuto per salvarci!

 

©FMG tradotto da Evangelique 1, pp. 85-90

 

 

DAL NO ALL'ASSURDO AL SI' AL MISTERO (Omelia della V° Domenica T.O. B)

 

Tra la tentazione dell'indifferenza o della disperazione, a fronte

di una vita dove tutto è relativo e finisce per morire;

ed il richiamo al mistero dove Dio investe tutto di luce e di vita,

fratelli e sorelle, eccoci oggi invitati a scegliere.

Lo abbiamo appena visto ed ascoltato:

tra il grido di Giobbe, tanto doloroso quanto rassegnato,

ed il proclama di Paolo, pieno di determinazione e speranza,

si innalza, davanti ai nostri occhi, la persona del Cristo Liberatore.

 

***

 

Giobbe è più di un personaggio della Bibbia,

di cui ci è stata raccontata la drammatica storia.

Egli è il simbolo vivente di tutta la nostra razza umana

in preda alla domanda continuamente

riproposta dal problema della sofferenza e del male.

Veramente la vita dell'uomo sulla terra è una corvèe!

Mi son toccati mesi di delusione;

mi sono state assegnate notti di sofferenza” (Gb 7,1.3).

E, per finire, questa preghiera delusa, rassegnata, che non chiede più niente:

Ricordati, Signore, che la mia vita non è che un soffio;

che i miei occhi non rivedranno più la felicità” (7,7).

 

Giobbe conosce la fragilità e la brevità dell'esistenza

e, in più, quanto questa possa essere disseminata di prove.

Egli sa, per averlo duramente appreso a sue spese,

che non vi è umanamente, felicità durevole.

Certamente egli intravede lucidamente che solo il Signore

conosce il perchè delle cose.

Ma cosa fare e cosa dire di fronte a un Dio

che sembra sempre tacere e non volere intervenire?

 

Al termine di questo secolo

che sarebbe stato, per tutta una parte,

quello delle grandi illusioni deluse,

e delle grandi disillusioni provate,

la tentazione resta sempre attuale.

E ci si interroga ancora

al crocevia di questo strano miscuglio

di ricerca di felicità assoluta e di angoscia di fondo.

A questo crocevia dove un incessante bisogno di presenza e di affetto

si mescola ad un perpetuo sentimento di solitudine e di conflitto.

E si sente, un po' dappertutto, sotto mille volti,

la voce di Giobbe che si interroga sempre.

Chi dunque darà all'uomo che siamo noi,

la risposta che abbiamo diritto di ricevere?

E che consiste nel sapere se sì o no,

Dio si interessa veramente di noi?

*

Nella grande calma che precede il levar del giorno,

ben prima dell'alba” (Mc 1,35),

Colui che nessuno ancora conosceva, è apparso (Mt 3,13).

Là sotto i nostri occhi egli si è alzato!

 

Di fronte alla domanda di Giobbe,

ecco finalmente la risposta di Gesù!

Non è all'inizio una risposta proclamata ed insegnata,

ma una risposta assunta e messa in pratica.

Vediamo sotto i nostri sguardi

la giornata tipo e, quanto rivelatrice, del “Redentore dell'uomo”.

Il “giorno” cala e lui è là, “accompagnato da Giacomo e Giovanni,

nella casa di Simone e di Andrea” (Mc 1,29).

Là egli rialza una donna, a letto con la febbre (1,30).

La “sera” scende e le folle affluiscono immediatamente davanti alla “porta”.

Egli guarisce e libera “ogni sorta di malati e di posseduti

accorsi da tutti la città” (1,32.34).

La “notte” viene ed egli prega “nel deserto e nella solitudine”.

La preghiera è il luogo dove il Figlio stesso dice il suo amore al Padre.

E fin dal “mattino” quando “tutti lo cercano”

egli parte ancora più lontano “per i villaggi vicini e per tutta la Galilea”,

proclamando la Buona Novella e pregando “nelle loro sinagoghe” (1,35-39).

 

Come dire meglio, fratelli e sorelle, che Gesù interviene

in tutti gli ambiti della vita?

Nella casa”, si colloca la sua presenza nella nostra vita privata.

Alla porta della città”, si manifesta il suo interesse per la nostra vita pubblica.

All'interno delle sinagoghe”, si rivela la sua azione sulla nostra vita religiosa.

No! Dio non tace e non resta indifferente

di fronte alle nostre domande, alle nostre prove, alle nostre sofferenze!

Giobbe concentrava in qualche modo in sé stesso

tutto il dolore umano, ma senza potersene liberare.

Gesù Cristo lo riprende, assumendolo,

per ridare un senso a questa apparente assurdità.

Ormai il dolore non è più un vicolo cieco, ma un passaggio.

Non ha più l'ultima parola.

La croce di Cristo ne fa una Pasqua che si apre a Dio al di là!

No! non c'è più donna, uomo,

bambino o vecchio, sulla terra,

che non possa afferrare la mano di Gesù

e lasciarsi toccare, guarire, resuscitare da Lui!

Anche se non si è per questo liberati dal male della sofferenza,

si è liberati dal dramma di soffrire inutilmente.

Di penare indefinitamente.

Il Figlio di Dio in persona è venuto a camminare

dal più alto dei cieli sui nostri sentieri della terra.

Di fronte al nostro sgomento, il Signore stesso

ha voluto liberamente sottoporsi alle nostre prove.

Egli si è fatto realmente, follemente, il nostro Signore-servitore,

il nostro “schiavo”, per fare di noi dei coeredi della vita eterna (Rm 8,17;Fi 2,6).

“Sposando la nostra morte”, come oseranno dire i Padri,

egli l'ha riempita della speranza della Sua vita.

Inutile cercare di meglio e oltre!

I discepoli di Cristo sono i soli al mondo

a conoscere, a dire e a proclamare questa straordinaria notizia:

che esiste infine, tra noi uomini, un vero resuscitato!

Qualcuno che si è rialzato vivo dalla tomba,

per diventare per sempre “il primogenito tra i morti (Col 1,18)!

E dobbiamo avere abbastanza fede nell'uomo

per credere anche noi che “Dio ha tanto amato il mondo

da aver donato il suo unico Figlio”.

E San Giovanni non teme di aggiungere:

affinchè ogni uomo che crede in Lui non perisca,

ma ottenga la vita eterna” (Gv 3,16).

 

Ecco perchè avanza in quest'oggi

questo Gesù di Nazareth che proclama dappertutto la Buona Novella”

di cui tutto è nutrito (4,34), per la salvezza dell'uomo.

Bisogna che il mondo lo sappia e lo abbiamo riascoltato oggi:

é per questo che sono venuto” (Mc 1,38)!

E' per vincere la nostra disperazione che egli ha conosciuto la nostra angoscia (Mt 26,38).

Per renderci la gioia ha sofferto la nostra tristezza.

E' per togliere “il peso dei nostri peccati” che ne ha pagato tutto “il debito” (Col 2,14).

Sì, possiamo ritrovare il senso dell'esistenza

reintegrando nella nostra storia la vita del Figlio di Dio.

 

*

Ascoltando l'apostolo Paolo, comprendiamo infine perchè oggi,

nella nostra città, quello stesso Cristo è sempre là,

e viene a prendere ancora la mano di ognuno di noi.

Come tacere questa Buona Novella?

Annunciare il Vangelo non è infatti un titolo di gloria,

ma una necessità che si impone” (Co 9,16).

Fedele imitatore di Cristo, Paolo ha capito tutto.

Libero nei confronti di tutti

mi sono fatto il servitore di tutti

al fine di guadagnarne il più gran numero possibile” (9,19).

E' anche questo un bell'insegnamento per noi.

Il Vangelo non è innanzitutto una dottrina che si proclama;

ma una vita che si assume.

Non una teologia trasmessa che ha una risposta a tutto;

ma un esempio di partecipazione e di azione sulle orme di Gesù Cristo.

Per dirci “la Buona Novella della nostra salvezza” (Ef 1,13),

Gesù l'ha vissuta.

Per dire al mondo questo stesso “Vangelo di Dio” (Rm 1,1)

dobbiamo tradurlo con una vita di fede, di speranza e di amore.

 

Viviamo troppo spesso come se le promesse di Cristo

fossero solo nell'ordine del possibile.

Come il mondo crederebbe che Dio ci ha donato tutto

se noi rischiamo così poco per dirglielo?

Non è quello l'esempio che ci da San Paolo

che dice di sè “venduto al Cristo e schiavo di tutti” (1Co 9,19).

Come, altrimenti, fare ammettere agli uomini

la follia dell'amore di Dio per noi

e la meraviglia delle sue promesse di gloria (2Co 4,17)?

Questo mondo, più che mai, ha bisogno di “folli in Cristo”.

 

***

E' vero, fratelli e sorelle,

Dio ha assunto un grande rischio

affidandoci così il suo Vangelo!

Una volta acceso questo fuoco di luce e di amore, Egli ci ha lasciato

la responsabilità di alimentarlo e di propagarlo.

Possiamo noi fare come se non lo sapessimo?

E'infine così bello impegnarsi

per l'annuncio gioioso del Vangelo della salvezza!

 

Signore per te, ho spiegato le vele

della nostra fede e della nostra testimonianza.

Che il soffio del tuo Spirito venga a gonfiarle.

Che dia slancio e dinamismo a questa testimonianza

per la quale mi sono impegnato” (Saint' Hilaire de Poitiers).

 

Omelia di fr. Pierre-Marie Delfieux

VI Dom. T.O. B

 

Lasciarsi guarire


La lebbra!

La lebbra è una malattia che colpisce inizialmente la pelle.

Se non viene curata, si estende e si porta, poco a poco, in profondità a corrompere l’intero organismo.

Trascina l’essere vivente alla morte, facendone un morto vivente,

che si decompone

prima di essere sepolto.


Nella Scrittura la lebbra ha sempre simbolizzato il peccato.

Semina infatti nel bel mezzo della nostra vita

dei germi di corruzione”

e pare di poterlo fermare solo fuggendo (Lv 13, 46).


Il peccato attira incessantemente la grazia del perdono,

come la nudità dell’uomo, improvvisamente divenuta vergognosa,

dopo il suo primo peccato,

provoca la compassione di Dio,

che lo riveste di tuniche di pelle (Gen 3, 21),

poi Cristo con la sua misericordia lo rivestirà di luce.

La grazia di Dio è sempre più forte del peccato.

 

Ma allora che cos’è il peccato?

E come, colpendoci prima dal di fuori, poi al di dentro,

è in grado di condurci poco a poco

alla morte e alla corruzione? (Rm 5, 12)

 

Un pò di tempo a questa parte, diverse decine di vescovi

rappresentanti le Chiese dei cinque continenti,

si sono riuniti in Sinodo a Roma,

per riflettere sul “mistero del male”, all’opera nei cuori,

sulla riconciliazione che provoca e sul sacramento del perdono.

 

Il Papa Giovanni Paolo II,

riprendendo delle conclusioni in una esortazione apostolica

ci propone di meditare a nostra volta

sul dramma che colpisce la nostra umanità.

Questo non certo per farci perdere nel dedalo del moralismo,

ma per ricondurci, lavati e liberati,

sui sentieri della vita vera.

 

Giovanni Paolo II dice che due racconti biblici ci danno la chiave

per la comprensione del “mistero del male”,

che ha nel peccato la sua origine:

la Torre di Babele e il peccato originale.

Due racconti simbolici , ma quanto carichi di verità rivelata.

In entrambi i casi è il rifiuto di andare nel senso dell’ascolto di Dio

a provocare il dramma.

Il desiderio orgoglioso di diventare Dio senza Dio.

L’opposizione rigida e impaurita alla sua santa volontà:

cioè al disegno meraviglioso del suo amore per noi.

 

E allora vediamo sorgere la sciagura di una doppia rottura.

Rottura della relazione con Dio.

Allora si rompe in noi, tutta un’armonia interiore:

lo spirito si annebbia, la volontà si indebolisce,

cresce la sofferenza e la morte diventa una minaccia.

In una parola, il peccato smembra l’uomo.

Come la lebbra, il suo desiderio lo divora”, dice il salmista (Sal 39, 12)

Perde la gioia, la pace, la generosità,

Corre, avido e insaziabile,

cercando delle briciole di felicità, assetato di vita vera.

 

Rottura poi della relazione con gli uomini.

L’altro non è più spontaneamente un amico, un fratello,

ma un vicino, uno straniero, forse un concorrente;

un rivale, un disturbatore, un oppositore e per finire, forse, un nemico.

Allora compaiono le barriere, le frontiere,

i doveri e i diritti, i divieti,

e, per finire, a volte gli scontri e la guerra.

Non abbiamo mai finito di ritrovare la pace.

Il peccato, in noi, ha confuso tutto.

E intorno a noi ha creato disunione.

 

Di fronte a questo dramma, che cosa ha fatto Cristo?

Cosa ritroviamo nel Vangelo di oggi?

 

Ecco proprio un lebbroso.

Piuttosto che negare o nascondere il suo male

o rivoltarsi in una protesta sterile

si avvicina a Gesù.

Riconosce umilmente di essere lebbroso:

cade in ginocchio, lo supplica e dice a Gesù:

Se vuoi, puoi guarirmi” (Mc 1, 40).

 

Se noi sappiamo riconoscere in lui il Figlio di Dio,

se vogliamo accordare la nostra fede alla salvezza che ci porta,

ancora oggi, lo stesso Cristo ha il potere di guarirci.

Gesù non rifiuta nulla a chiunque lo invochi con fede.

Il Padre non resiste mai all’umiltà dei suoi figli,

che si rivolgono a lui per domandare il perdono dei loro sbagli.

Quand’anche i vostri peccati fossero come scarlatto,

diventeranno bianchi come neve” (Is 1, 18).

 

E Gesù “stende la mano” in effetti.

Nonostante i divieti che glielo proibiscono,

la legge del Levitico che gli ingiunge piuttosto di arretrare (Lv 13, 1-46),

tocca il lebbroso”.

Costui, con la sua fede, ha toccato il cuore di Dio.

E Dio, con la sua potenza, viene a guarire questo uomo afflitto.

Facciamo un solo gesto di contrizione verso Dio,

e ci laverà, ben più che da una malattia epidermica:

dalla moltitudine delle nostre colpe,

anche se fossero ancorate nel fondo del nostro foro interno.

 

Subito” ci dice infatti il Vangelo,

la lebbra compare da quest’uomo ed è guarito” (Mc 1, 42).

Dio ha sempre il potere

di lavarci, di perdonarci e di salvarci.

Dice e questo esiste. - Va, la tua fede ti ha salvato! - Alzati e cammina!

Anch’io non ti condanno.

Questa sera sarai con me in Paradiso.

Non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvarlo!”

Ed eccoci tutti in piedi!

 

Ma Gesù ammonendolo severamente,” ci dice il Vangelo,

lo rimandò e gli disse:

Guarda di non dire niente a nessuno,

ma va, presentati ai sacerdoti e offrì per la tua purificazione quello che Mosè

ha ordinato a testimonianza per loro”.

Perché improvvisamente tanta durezza

da parte di un cuore così misericordioso

e tanta necessità di segretezza, dalla bocca di Colui

che viene ad annunciare le meraviglie di Dio?

 

Innanzitutto per condurre quest’uomo guarito,

a reintegrare, senza ulteriori attese, la società che lo aveva escluso-

Facendo “constatare la sua guarigione” il più velocemente possibile, potrà riprendere il suo posto tra gli uomini,

e andare avanti liberamente nella vita!

Quando Dio ha perdonato le nostre colpe,

non vuole che ci fermiamo a rimuginarle.

Un peccato perdonato è un peccato annientato,

non è nemmeno il caso di ripensarci!

Dio getta le colpe che gli portiamo, in fondo al mare,

dice il profeta Michea (7, 19)

e un pastore, con umorismo, aggiungeva:

E mette sulla riva un pannello con scritto:

Divieto di pesca!”

Il perdono di Dio non “cancella” solamente, ma

ci ricostruisce. (Lc 7, 50; Gv 4, 29; 8, 11)

 

Andando al sodo,

Gesù ingiunge il silenzio al lebbroso guarito.

Per mantenerci sulla linea dell’essenziale,

ci chiede sempre di fuggire il sensazionale.

I suoi miracoli sono solamente dei “segni”.

Non sono un fine in sè:

Rifiuta che vengano divulgati per fomentare false speranze.

La speranza che ci porta è quella di una salvezza spirituale-

Perché sappiate che il Figlio dell’uomo in terra ha il potere di perdonare i peccati, va” - dice Gesù al paralitico-

Alzati e cammina!”

E, perdonato, il paralitico si mette a camminare!

Gesù non sconvolge il mondo togliendogli la sofferenza e la morte da quel momento in poi.

Seppur guarito, il paralitico prende con sé il suo lettuccio (Mt 9, 7; Gv 5, 9).

Ma gli “manifesta” la misericordia e il perdono.

E ci chiama a nostra volta

ad essere “misericordiosi e a perdonare” (Lc 6, 36-37).

Allora i nostri corpi potranno risorgere per una felicità d’eternità.

Gesù esige il silenzio

fino alla rivelazione del senso ultimo del perdono

nel giorno della sua Passione.

E in quel giorno, sconvolti, scopriamo

che Gesù ha preso su se stesso

la lebbra dei nostri peccati” (Is 53, 3-8)

e che “il Figlio dell’uomo, sulla terra” (Mt 9, 6),

ha realmente “perdonato il peccato del mondo” (2Co 5, 21).

 

Nelle sentenze dei Padri del deserto,

si racconta di Abba Aghaton, un vecchio monaco della Tebaide, che diceva:

Se potessi trovare un lebbroso per dargli il mio corpo,

e prendere il suo, lo farei,

perchè in questo sta la carità perfetta.”

Quello che Abba Aghaton non ha dovuto fare

perchè il Signore ha avuto pietà di lui,

il Padre l’ha accettato da suo Figlio Gesù Cristo, lui che ci ha detto:

Non c’è amore più grande che dare la vita

per i propri amici” (Gv 15, 13)

 

Sì, per noi Gesù si è fatto lebbroso!

Si è fatto peccato (2 Co 5, 21).

Si è fatto maledizione per noi” (Ga 3, 13).

Ma consentendo ad essere sfigurato per noi,

ci ha trasfigurati attraverso la grazia della sua pace!

E questo non è più un segreto.

Proprio il Vangelo della salvezza proclama davanti ai popoli:

Dalle sue piaghe noi siamo stati guariti” (Is 53, 5; 1 Pt 2, 24).

L’abito nuziale ricopre oramai la lebbra del peccato.

Il “mistero del male” è stato rovesciato in “mistero di bene”.

Oramai possiamo “fuggire il male facendo il bene” (1 Pt 3, 11).

 

Felice colpa che ci meritò un così grande Salvatore”

La tenebra si è cambiata in luce. La tristezza si smuove in gioia.

La vergogna si tramuta in letizia.

La malattia riconosciuta ci riporta alla Vita!

 

Allora come non confessare tutte le nostre colpe?

Non abbiamo paura di andare verso di lui:

la nostra umiltà toccherà il suo cuore.

E lasciamolo venire verso di noi:

ci rivestirà col mantello della giustizia.

Hai cambiato il mio lutto in gioia,

sciogli il nodo di sacco e mi rivesti di potenza.

Il mio cuore ti loderà in eterno per sempre” (Sal 30, 12-13).

Cristo è con me: io mi stringo a lui ed egli mi abbraccia”.

Una preghiera cristiana del II sec. dice:

Non avrei saputo amare il Signore, se lui non mi avesse amato per primo.

Chi può comprendere l’Amore, se non colui che ama?

Stringo l’Amato e la mia anima lo ama,

io sono dove si trova il suo riposo.

Non sarò più uno straniero,

perchè non c’è più odio presso il Signore.

Sono legato a lui, perché l’amante ha trovato il suo amato.

Poichè amo il Figlio, diventerò figlio,

Sì, chi si unisce a Colui che non muore più,

sarà anch’egli immortale.

Colui che si compiace nella Vita, sarà a sua volta vivente…”

 

Venite, voi tutti, assetati,

attingete alle acque della Fonte viva,

poiché si è aperta per tutti.

Bevete la bevanda che lava e disseta…

Cola, eterna e invisibile:

prima che fosse apparsa, nessuno l’aveva vista.

Beati coloro che hanno bevuto a questa Fonte,

beati coloro che hanno estinto la loro sete.” (Odi di Salomone, verso 150)

 

©FMG tradotto da Evangeliques - 3 da pag 111-116

 

Omelia di fr. Pierre-Marie Delfieux

Celebrazione del Mercoledì delle Ceneri

 

In questo giorno,

che segna l'inizio solenne della Quaresima,

tutto ci richiama alla interiorità e alla comunione.

All''interiorità

che traduce la verità nell'umiltà delle nostre vite.

Alla comunione

che si esprime nell'obbedienza alla Chiesa di Cristo.

 

Se noi leggiamo con attenzione

ognuno di questi tre testi, che ci vengono proposti oggi,

ci rendiamo conto che ovunque primeggia 'l'interiorità'.

 

“Tornate a me con tutto il cuore”,

dice il Signore attraverso le parole del profeta Gioele.

Non con le fanfare e con i proclami, ma “nel digiuno , nel pianto e nel lutto” (Gio 2,12).

Cioè in tutta la verità di un'anima protesa verso il Signore.

“Perchè tu ami la verità nel profondo del cuore”, dice il salmo,

“Istruiscimi dalla profondità della sapienza…

il mio sacrificio è uno spirito affranto,

un cuore contrito, umiliato, tu non disprezzi”. (Sal 51,8.19).

Nulla rallegra di più' il cuore di nostro Dio e Padre,

che il ritorno a lui del nostro cuore di figli.

 

Con l'apostolo Paolo, risuona lo stesso invito.

Non per chiederci di intraprendere passi straordinari e appariscenti,

ma piuttosto per chiederci con insistenza

“di lasciarci riconciliare con Dio” (2 Co 5,20).

La grazia di Dio, di solito, non agisce dall'esterno

interferendo sugli elementi, le cose, le persone, gli avvenimenti.

No, agisce piuttosto costantemente ad un livello più interiore,

a livello del cuore dell'essere umano.

E' li, nella parte più intima di noi, si potrebbe dire,

che cade e sgorga il goccia a goccia della vita divina.

Si capisce allora il valore

dell'esortazione dell'apostolo quando ci invita tutti

a “non lasciare cadere la grazia ricevuta da Dio” (6,1).

“E' nel cuore dell’uomo” (Mt. 12,33-35)

che si prepara e si vive la conversione del mondo.

“ L'uomo dal buon tesoro del suo cuore, trae ciò che è buono

e dalla sua parte cattiva ciò che è cattivo” (Lc 6,45).

E’ dunque a questa conversione interiore

che ci invita l'apostolo Paolo.

 

E' con Gesu', attraverso il suo insegnamento,

che questo richiamo all'interiorità raggiunge il culmine.

Cio' che ci chiede Cristo non è prima di tutto il digiuno, l'elemosina e la preghiera in quanto tali,

ma la discrezione, l'umiltà, l'interiorità

da riporre nella preghiera, nell'elemosina, e nel digiuno.

L'accento verte su questo incontro a tu per tu fra Dio e ognuno di noi,

da vivere innanzitutto nell'autenticità del cuore.

L'espressione “tuo Padre”, molto personale, molto intima,

ci viene proposta a tre riprese;

e ogni volta è centrata su cio' che “Si fa e si vede nel segreto.

Tuo Padre che vede nel segreto, ti ricompenserà” (Mt 6, 4.18).

Ciò che Cristo si aspetta da noi

è che noi abbiamo innanzitutto un'anima limpida,

un cuore puro, uno spirito sincero.

Ed è di questo che il mondo attualmente ha piu' bisogno

( un mondo che risente piuttosto della mancanza di valori, che non di cattive strutture),

di spiriti sinceri, di cuori puri e di anime limpide1.

Ecco la vera luce del mondo e il vero sale della terra

che Cristo agogna e che il mondo aspetta.

 

Eccoci quindi innanzitutto, fratelli e sorelle,

insistentemente chiamati, all'inizio di questa quaresima,

a riporre , ognuna e ognuno di noi, nelle nostre vite,

questo primato all'interiorità.

A sviluppare in noi 'l'essere interiore'.

A vivere innanzitutto una autentica 'vita spirituale'.

“Il cielo dove risiede Dio” è anche nel profondo del cuore dell'essere umano,

nel quale ha riversato il suo soffio e diffuso la profusione del suo Spirito.

Soprattutto in questo tempo di grazia,

noi possiamo quindi ascoltare e meditare questa meravigliosa promessa del figlio di Dio,

che si esprime in nome della Trinità: “Se qualcuno mi ama, mio Padre l'amerà e noi verremo a lui e noi stabiliremo in lui la nostra dimora” (Gv 14,23).

 

Su questa base, fondata sull'umiltà e la verità,

la quaresima puo' allora diventare un processo comune

che noi compiamo tutti insieme.

 

“Suonate la tromba a Gerusalemme”, proclama il profeta Gioele

“prescrivete un digiuno sacro, annunciate una solennità,

riunite il popolo e indite una santa Assemblea” (Gl 2,15-16).

Non dobbiamo mai dimenticare

che la priorità accordata al cuore di ogni persona non ci esime

dal formare insieme un popolo santo (1 Pt 2,9).

La vera comunione nella preghiera non compromette affatto l'interiorità dell'anima.

 

“Noi vi supplichiamo, nel nome di Cristo”, dice allora l'apostolo Paolo,

“ lasciatevi riconciliare con Dio”.

Parla, ci dice, in qualità di ambasciatore di Cristo

e precisa che, attraverso questo richiamo ecclesiastico,

è Dio stesso che , tramite i suoi discepoli, si rivolge a tutti (2 Co 5,10).

“Un giorno di salvezza” è cosi decretato

e un “momento favorevole” è determinato.

Un vero cammino ecclesiale non si frappone mai all'intimità divina.

" E' grande cosa e di grande valore agli occhi di Dio,

quando tutto il popolo cristiano

prega per una stessa causa

e che uomini e donne di ogni ceto e classe

si impegnano con lo stesso fervore del cuore”2.

 

Gesù non farà mai menzione di questo richiamo universale,

poichè lo dice ad ognuno attraverso il Vangelo,

è chiaro che lo propone a tutti e per sempre.

“ Se volete vivere come dei giusti”, afferma “alle folle” (Mt. 5,1),

digiunate, pregate, condividete, nel segreto del cuore

ma condividete, pregate e digiunate tutti, di fatto e veramente.

E dunque perchè non tutti insieme?

Non ha forse egli per primo

“pregato apertamente, ogni giorno nel tempio” (Gv 18,20)

ogni sabato nelle sinagoghe (Mt. 4,23; Mc 1,21; Lc 13,10),

chiesto ai suoi di fare l'elemosina (Lc 11,41, 12,33)

e parlato apertamente di digiuno ai suoi discepoli? (Mc 9,29)

Eccoci dunque oggi, a buon diritto, tutti convocati dalla Chiesa,

in questo primo giorno di quaresima,

per compiere insieme un atto di fede

e un cammino di speranza lungo la strada che conduce alla Pasqua.

 

La contraddizione

fra la priorità data all'interiorità

e l'esperienza di condividere insieme questo giorno,

non è che apparente.

Siamo veri nella nostra disposizione alla conversione.

Siamo sinceri nella nostra pratica di pentimento.

Riceviamo con umiltà le ceneri sul nostro capo.

Questo rappresenta un autentico valore penitenziale.

Ma siamo anche fraterni nel nostro cammino comune svolto come Chiesa

in questo “tempo di grazia” che inizia “oggi”.

 

A ben vedere oggi il Signore ci chiama a un doppio amore:

all'amore di Dio vissuto nell'intimo e all'amore condiviso degli uomini.

Umiltà e verità del cuore

non si oppongono ad una comune manifestazione di speranza

e ad un approccio corale di fede.

 

Si, fratelli e sorelle,

abbiate un cuore pieno d'amore e di verità,

e nell'umiltà e nella santità,

viviamo insieme e in Chiesa

questo cammino di quaranta giorni verso la luce di Pasqua.

E noi faremo progredire questo mondo e le nostre vite “cammini di pace”

 

©FMG omelia manoscritta del 17 febbraio 2010 . Chiesa di Saint Gervais - Parigi

.

1 Rif. 2 Co 3,2; 2 Co 6, 11-13; Eb 8, 10

2 San Leone Magno, Sermone 88 Sul digiuno del 7° mese; PL. 54, 442

 

 

Omelia di fr. Pierre-Marie Delfieux

I Domenica di Quaresima B


 

Mistero eterno della salvezza dell’uomo

 

Dall’arca di Noè fino ai giorni di Gesù nel deserto,

passando attraverso l’esortazione di Pietro agli stranieri della dispersione (1 Pt, 1),

possiamo individuare un filo conduttore?

Avvicinandoci ai testi biblici che possono sembrare

sparsi e ben distanti gli uni dagli altri,

la Chiesa è sempre guidata, lo sappiamo, dal desiderio di istruirci.

La “Parola di Dio” effettivamente si chiarisce attraverso la “Parola di Dio”.

La disposizione dei collegamenti, secondo delle coerenze proprie,

mette allora in risalto quello che diviene un “messaggio liturgico”.

I testi così proiettano, l’uno sull’altro, dei fasci di luce incrociati

da cui emerge una luce maggiore.

Siamo allora spalancati alla grazia della Rivelazione.

Così, nelle letture di questa prima settimana di Quaresima,

tutto ci parla della misericordia infinita di Dio per gli uomini

e del suo instancabile desiderio di veder regredire il male,

a condizione chiaramente di collaborare alla sua grazia, che è sempre

così rispettosa della nostra libertà.

 

La prima lettura che ci racconta il periodo successivo al diluvio (Gen 9, 8-15),

espresso in un linguaggio molto figurato, ma ricco di senso spirituale,

è già portatrice della verità prima e ultima.

Che cosa dice in effetti ?

 

Innanzitutto la creazione risorge dalle acque del diluvio

che sembrava tuttavia avere inghiottito tutto.

L’esplosione iniziale del peccato aveva provocato effettivamente

come una reazione a catena con conseguente spirale del male.

E la proliferazione di questo male aveva allora minacciato

di sommergere e di prevalere sull’umanità.

Lo sappiamo, oggi più che mai:

quando l’uomo è lasciato solo, abbandonato a sé stesso, il rischio è sempre presente!

I gulag, i forni crematori, i genocidi dell’ultimo secolo sono là per ricordarcelo.

La Bibbia ci confida allora il profondo scoramento provato dal Creatore.

Come un padre disperato che rimpiange di aver creato.

Ma c’è un bel antropomorfismo, una maniera umana di parlare,

che ci mostra l’amore viscerale di Dio per gli uomini.

Come si comprende dal momento in cui il Signore si lascia toccare

dalla giustizia e dalla rettitudine di uno solo dei suoi figli, nella persona di Noè.

L’amore di Dio che aveva creato l’uomo

coprendolo di benedizioni per una meravigliosa missione (Gen 1, 28-30),

si rivolge nuovamente verso Noè e i suoi figli per dichiarare,

rinnovando loro le stesse benedizioni (Gen 9, 1-3),

ma questa volta con maggiore generosità:

Quanto a me, ecco io stabilisco la mia alleanza con voi e con i vostri discendenti dopo di voi, con

ogni essere vivente che è con voi” (Gen 9, 8-10).

Scaturisce allora questa meravigliosa promessa:

il diluvio non devasterà più la terra (9, 11).

 

Alleanza nuova per una umanità nuova.

L’amore di Dio è da sempre e per sempre!

In mezzo alle nostre prove peggiori, esso dimora compassionevole.

Per un breve istante ti ho abbandonata…

ma, nel mio amore eterno, ho pietà di te,

dice Dio il tuo redentore”. E Dio continua, tramite la bocca di Isaia:

Ora è per me come ai giorni di Noè,

quando giurai che non avrei più riversato le acque di Noè sulla terra…

anche se i monti si spostassero e i colli vacillassero,

non si allontanerebbe da te il mio affetto, né vacillerebbe la mia alleanza di pace” (Is 54, 7-10)

 

Già si profila, annunciata dalla “Legge e i profeti” (At 7,52),

la figura di un nuovo Noè nella persona di Gesù il Giusto (cfr. Mt 27,9; Lc 23,47; At 3,14; 7,52; Gc

5,6).

Gesù che ci salva tutti e “una volta per tutte” (cfr. Rm 6,10; Eb 7,27; 9,26; 1 Pt 3,18), attraverso le

acque del suo “battesimo”.

 

Innanzitutto al Giordano dove annega “il peccato del mondo” che egli carica su se stesso;

poi sulla croce dove si è cercato di farlo sprofondare nelle acque della morte,

ma da dove egli è risalito vivente, vittorioso,

ripristinando per noi una “creazione nuova” (2 Cor 4,17; Gal 6,15)

Ecco, dopo la diffusione universale del male,

l’alleanza anch’essa universale per il bene.

Una alleanza di misericordia e di perdono

che niente, accanto a Dio, potrà scalfire o intralciare .

Una alleanza estesa a tutti i viventi con una generosità senza limite,

opera della “misericordiosa tenerezza” del nostro Dio (Lc 1,78),

come cantiamo ogni mattina nel “Benedictus” delle lodi.

 

Una meravigliosa immagine nasce allora, significativa

ben al di là della poesia che suggerisce

e senza la pretesa di dare un motivo miracoloso

a un semplice fenomeno che rientra nelle leggi della fisica:

l’immagine dell’arcobaleno.

Un’immagine piena di senso e che diviene da allora in poi un “segno”.

Il segno dell’ arco sulle nubi (Gen 9, 13-16),

ciò a dire letteralmente, come indica il termine ebraico,

l’arco di guerra” sospeso da Dio al di sopra della terra, all’orizzonte del cielo.

Un arco di guerra che rappresenta dunque, così “sospeso sulle nuvole”,

la tregua di pace perpetua e universale da parte del Signore.

Questo arco tra cielo e terra

non rinvia altro che dei raggi di luce e di amore.

Di una luce che, toccando i nostri cuori, li riempie,

per dirlo con Giovanni della Croce, di una “fiamma viva d’amore”.

 

Eccoci adesso chiaramente introdotti

a che cosa vuol significare per noi il breve brano,

anch’esso letto in questa domenica, del Vangelo secondo Marco.

Un semplice e breve cenno, quasi lapidario,

alla discesa di Gesù al deserto, “sospinto dallo Spirito”

per essere lì “tentato da Satana” (Mc 1, 12-13).

 

Si può già notare come questo ci mostri la determinazione di Cristo

ad attaccare frontalmente quella che lui stesso chiama

la “potenza del Nemico” (Lc 10, 19).

Se egli non fosse stato tentato, come ci avrebbe insegnato

il modo di vincere la tentazione?” si domanda sant’Agostino.

Dio infatti non fa promesse vane.

Affinché la pace, come promesso, regni nei cuori,

dobbiamo respingere colui che ne è l’ Avversario.

Oggi dunque, “il Principe della pace” affronta “il Principe di questo mondo” (Gv 12,31)!

 

Le due piccole annotazioni che seguono prendono ora tutto il loro senso.

Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano” (Mc 1,13).

Ecco! “Gesù il giusto” non teme di affrontare tutti i nostri mali.

La sua vittoria sul tentatore è come la padronanza

sulle bestie nocive, quelle che la Scrittura chiama “le forze del male”.

Ma soprattutto Gesù ridona alla terra degli uomini

il gusto della convivialità e l’amore della pace.

Chi vuole seguirlo oramai, come Noè nel suo tempo,

troverà in Dio il suo rifugio così come canta il salmo:

Non ti potrà colpire la sventura, nessun colpo cadrà sulla tua tenda.

Egli darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutti i tuoi passi” (Sal 91, 10-11).

 

Una volta respinto il male, esclusa la tentazione,

gli angeli buoni” sostituiscono gli “angeli malvagi” !

Subito” dopo il suo battesimo nelle acque del Giordano (Mc 1,12),

la vittoria immediata e decisiva di Cristo sul Tentatore

lo spinge a farsi avanti per annunciare al mondo

il perdono e la pace.

Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi.

Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore” (Gv 14,27).

Il ritorno al paradiso degli angeli è già annunciato.

 

Ecco dunque Gesù che cammina verso la Galilea delle nostre strade quotidiane.

Può proclamare al nostro posto il Vangelo di Dio.

Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo” (Mc 1, 14-15)

E che Buona Notizia!

Come Noè il giusto “ha salvato l’avvenire” (secondo la bella espressione di P. Beauchamp in

Aux jours de Noè”, 1973),

per aver resistito alla perversità del male,

ed è diventato il padre di una nuova umanità,

così Gesù il giusto per eccellenza dà origine “ all’uomo nuovo”.

Egli riscatta il male. Egli vince la morte. Egli ce ne libera.

Alla sua sequela, noi stessi possiamo ricevere il battesimo della salvezza.

Le acque che un tempo hanno dato la morte,

diventano in questo giorno sorgenti di vita eterna.

In verità, possiamo rivolgerci,

convertirci a lui, perché egli è il “Redentore dell’uomo” (Gv 4,41).

Il Regno di Dio è vicino” in verità.

E’ già “dentro e in mezzo a noi” (Lc 17,21).

Alla luce di questo duplice avvenimento biblico

(la pace promessa al mondo attraverso Noè, dal Dio delle misericordie

e la vittoria del Figlio prediletto sul nostro Avversario),

si comprende quello che l’apostolo Pietro ci dice ora nella sua lettera (1 Pt 3, 18-22).

 

E’ dunque questo invito pressante a condividere

la sua professione di fede verso il Salvatore:

Fratelli, Cristo è morto una volta per sempre per i peccati;

Lui giusto è morto per gli ingiusti

per ricondurvi a Dio;

messo a morte nella carne, ma reso vivo nello Spirito” (1 Pt 3,18)

Ritroviamo in queste parole uno dei fondamenti

del Simbolo degli Apostoli, divenuto il Credo della nostra fede.

 

Il seguito del testo, al di là del suo aspetto sorprendente a primo acchito,

è ugualmente ricco di insegnamenti:

E’ così”, ci dice san Pietro, “che Cristo andò ad annunziare la salvezza anche agli spiriti che

attendevano in prigione” (1 Pt 3,19).

 

Sarebbe meglio dire che quel successo eclatante, totale, definitivo,

Cristo lo ha ottenuto perché “tutti gli uomini”,

(fino ai peccatori più incalliti nel male,

i più lontani e i più perduti)

sappiano che sono chiamati alla salvezza (1 Tm 2,4)

Là dove ha abbondato il peccato, dice Paolo, ha sovrabbondato la grazia (Rm 5,20)

Piccoli miei, rincara Giovanni, anche se il vostro cuore vi condannasse,

Dio non ci condanna perché è più grande del vostro cuore” (1 Gv 3,20).

Nel battesimo infatti, “il battesimo di cui l’arca di Noè è l’immagine” (1 Pt 3,2)

siamo tutti lavati, fatti risalire dalle acque, illuminati,

rivestiti della luce di Cristo (Gal 3,27).

 

Non senza ironia, l’apostolo Pietro nota che, nell’arca,

poche persone, otto in tutto furono salvate” (1 Pt 3,20)!

Cosa direbbe oggi vedendo, dopo venti secoli,

questi miliardi di battezzati che hanno fatto e fanno ancora la traversata

con la barca della Chiesa, dalla terra al cielo!

Ma egli lo vede, meglio di noi, da lassù!


Possa accoglierci un giorno, fratelli e sorelle,

sulla soglia della casa del Padre dove il Cristo ci attende.

Quel giorno, quello dell’ultima sera, entrando nel mattino eternamente nuovo,

dovremo anche noi attraversare le acque dell’agonia.

Se gli siamo stati fedeli, possiamo avere la certezza,

che, nelle sue braccia divine, egli ci accoglierà ancora

per farci passare da questa sponda terrena alla grande sponda dell’aldilà!

E l’arco, nel cielo, brillerà senza fine davanti ai nostri occhi

per farci contemplare il Signore in tutta la sua gloria!

 

©FMG omelia manoscritta del 1 marzo 2009

 

 

Omelia di fr. Pierre-Marie Delfieux (23 febbraio 1997 - Chiesa di Saint-Gervais a Parigi)

II Dom. Quaresima B

 

Ogni anno, la seconda domenica di Quaresima,

la Chiesa ci fa ascoltare il racconto della Trasfigurazione del Signore.

E' infatti un passaggio decisivo sul cammino verso la Pasqua.

In quest'anno di preparazione al gran Giubileo dell'anno 2000,

dobbiamo anche ricordarci che la Trasfigurazione è un momento culminante

in cui si svela il mistero di Cristo, dell'Uomo che veniva da Dio.

Poniamoci dunque queste due domande che si riducono a una sola:

Che cosa ci offre la Trasfigurazione per comprendere il Mistero della Pasqua?

Che cosa, ancora più profondamente, ci dà per contemplare il Mistero di Cristo?

 

La prima lettura ci racconta ciò che convenzionalmente è chiamato “il sacrificio di Abramo”.

Si potrebbe dire: non è un sacrificio, poiché, in definitiva, Abramo non immola suo Figlio.

Pertanto, la liturgia eucaristica, nel Canone Romano che i preti canteranno tra poco,

ci parla del “sacrificio del nostro Padre Abramo”,

che Dio si è degnato di accogliere, e che era “segno di un sacrificio perfetto”.

Sembra dunque che Abramo abbia offerto un vero sacrificio.

La Lettera agli Ebrei, nel suo capitolo conclusivo (13,15),

ci esorta a “offrire a Dio in ogni tempo un sacrificio di lode, l'atto di fede che sale dalle nostre labbra”.

E la stessa Lettera fa l'elogio della fede di Abramo.

L'atto di fede di Abramo è certamente un sacrificio offerto a Dio.

In che cosa consiste questo atto di fede?

Per misurarne la portata, dobbiamo considerare ciò che Dio chiede:

se Abramo obbedisce e sacrifica Isacco, non solo commetterà un atto orribile:

farà sparire il solo pegno che attesta la fedeltà di Dio alle sue promesse.

Fino a questo momento, quando Abramo si svegliava ogni mattina,

poteva guardare Isacco e dirsi: non ho sognato; è proprio vero;

Dio è il padrone dell'impossibile;

ciò che mi aveva promesso, benchè fosse impossibile, me lo ha dato;

Sarah ed io abbiamo un figlio, e questo figlio è vivo davanti ai miei occhi!

Ecco perchè l'ordine di immolare Isacco

non è solamente, né innanzitutto, una prova per l'umanità di Abramo, per il suo cuore di padre;

è una prova per la sua fede in Dio.

Dio sembra contraddirsi, rivoltarsi contro sé stesso,

negarsi in prima persona, distruggere ciò che lo fa essere Dio.

Riprendendo ciò che ha donato, lui annulla la testimonianza della sua promessa.

Prendere coscienza di ciò,

significa anche rapportarlo a tutte le situazioni nelle quali noi siamo provati nella nostra fede.

Tale il matrimonio sacramentale che va a rotoli,

tale la vocazione, promessa di felicità, che riporta solo amarezza;

tale la prova che colpisce, fin dentro la sua carne, una persona dalla vita interamente donata,

proprio quando, come dicono i Salmi, “il cattivo prospera”.

Tutto ciò può essere ricondotto alla situazione di Abramo:

Dio che sembra accanirsi a mostrare che è il contrario di come si é mostrato,

che ha allettato solo per meglio distruggere, che ha donato solo per meglio riprendere.

Se pensiamo: “tutto questo non ha senso”, avremmo ragione. E' insensato.

Dio vuol farci comprendere qualcosa di insensato.

E non pensiamo di potercela cavare

con la pietosa scappatoia abituale che vorrebbe farci vedere in ciò

chissà quale astuzia pedagogica di Dio.

C'erano, a quell'epoca, dei sacrifici umani nelle religioni confinanti:

Dio avrebbe dunque voluto far comprendere ad Abramo che non voleva dei sacrifici umani.

Tutto ciò, in definitiva, sarebbe una macabra messa in scena,

un modo di dire “non sono il Dio che tu immagini”, in breve, una specie di brutto scherzo. Dobbiamo, credo, escludere totalmente questo genere di interpretazione.

Se Dio agisse veramente così, peccherebbe almeno di cattivo gusto.

Orbene Dio non può peccare, neanche per cattivo gusto.

E cosa faremmo di Abramo? Come sfuggire a un sentimento di disagio

davanti ad un Abramo così caricaturale:

ancora abbastanza pagano per non porsi alcuna domanda quando gli si domanda di immolare suo figlio;

abbastanza servile per chinare la schiena davanti a un Dio così differente da ciò che aveva fino allora rivelato su sé stesso.

Guardiamoci dall'avere un'idea così meschina di Abramo,

e un'idea altrettanto meschina di Dio.

 

La chiave, anche qui, ci è data dalla Lettera agli Ebrei.

Cito il testo (11,17-19): “Per la fede, Abramo, messo alla prova,

ha offerto Isacco, ed è il suo unico figlio che offriva in sacrificio,

lui (il figlio) che era il depositario delle promesse”.

L'istanza è chiara: se non vi è più figlio, non ci sono più promesse;

non vi è più un Dio che promette e che mantiene le sue promesse!

Entriamo come in un tunnel dove tutto sembra contraddirsi, dove Dio non è più Dio.

E vediamo con stupore Abramo, intrepido, inoltrarvisi.

Leggiamo il seguito: “Egli pensava che Dio è capace anche di risuscitare i morti;

ed è per questo che riebbe suo figlio, e questa fu una parabola (una profezia)”.

Il testo non dice: Abramo pensava che Dio è capace di evitare che Isacco muoia,

di farlo sfuggire alla morte.

Lui credeva, non in un Dio portafortuna, un Dio che preserva dalla cattiva sorte,

ma in un Dio che resta Dio al di là della morte. Ecco la fede di Abramo.

“Credo perchè è assurdo”, ha detto il grande Tertulliano.

Non bisogna fraintendere questa frase.

Significa che per colui che si rifiuta di credere,

la fede è necessariamente assurda, poiché la fede è un itinerario, un cammino,

che presuppone di rinunciare ad ogni appoggio, ad ogni certezza umana,

e di lasciarsi condurre fin dentro il tunnel di cui parlavo prima.

Non vi è fede se non nella totale consegna di sé stesso a Dio.

Ma per colui che compie l'itinerario,

la fede è vittoria sulla morte, poiché il peccato ha fatto della morte un passaggio obbligatorio.

La questione non è dunque di sapere se eviteremo la morte: è di sapere se, davanti alla morte, continueremo ad aderire a Dio, se affronteremo la morte con lui.

Per Abramo, la morte di suo figlio, è la sua propria morte.

Se Isacco non ritornasse vivo dalla morte, Abramo non sopravviverebbe a suo figlio.

Ma la fede di Abramo non consiste, lo ripetiamo, nel credere che Dio farà evitare la morte,

ma nel credere che resterà Dio al di là della morte,

cioè che darà la vita in un modo di cui non posso avere nessuna esperienza diretta in questo mondo. Questa fede non è la credenza pagana,

è la fede biblica, quella di Mosè, quella di Maria, quella di Cristo.

Abramo esprime ciò con parole molto semplici.

Sfortunatamente queste parole non sono state incluse nel ritaglio liturgico del testo: peccato, poiché sono di una densità inaudita.

Quando Isacco è in cammino, portando lui stesso il legno per l'olocausto

come il Cristo porterà la croce,

si volge verso suo padre e gli dice: “Ecco il fuoco e il legno, ma dov'è l'agnello per l'olocausto?” Abramo non batte ciglio. Risponde semplicemente: “Figlio mio, Dio provvederà”.

 

In Gesù, Dio ha provveduto.

Ciò che non è stato chiesto ad Abramo, Dio l'ha fatto. E' sempre così:

è richiesto all'uomo di credere, ma è Dio che fa.

Ma cosa fa? Non uccide suo Figlio, certamente no!

Ma lo lascia morire, lo abbandona alla morte, lo lascia soggiornare nella dimora dei morti.

Qui ancora, qui più che mai, è il mondo alla rovescia.

Dio dovrebbe far morire il peccatore ed impedire a suo Figlio di morire.

Al contrario, lascia morire suo Figlio, e il peccatore non viene fulminato.

In un certo modo, bisogna dire che Dio preferisce il peccatore a suo Figlio.

 

Non invento niente,

è ciò che ci dice san Paolo nella seconda lettura: “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?

Non ha rifiutato il suo proprio Figlio, lo ha consegnato per noi”.

Dio ci preferisce a suo Figlio.

Ma il testo di san Paolo non si ferma qui.

Nello stesso momento in cui il Padre ci preferisce a suo Figlio,

il Figlio entra in questo amore preferenziale: Lui stesso ci preferisce alla sua propria vita.

E' per questo che, subito dopo il nostro testo, Paolo prosegue dicendo:

“Chi ci separerà dall'amore di Cristo?”

E conclude facendo in qualche modo la sintesi di questi due amori:

“Ne ho la certezza (…), niente potrà separarci dall'amore di Dio (del Padre) manifestato in Cristo Gesù nostro Signore.


La prima certezza che si trae dalla Trasfigurazione, è quella dell'amore del Padre per suo Figlio. Questo amore esplode in qualche modo agli occhi di tutti

in un fenomeno totalmente indescrivibile che anticipa la gloria della Resurrezione.

Ma possiamo porci una domanda molto semplice:

perchè questo fenomeno si produce in quel momento lì

e non in nessun altro momento della vita pubblica del Signore?

Forse che il Padre ama meno suo Figlio negli altri momenti? Ipotesi assurda!

Ci sarebbe un'altra ipotesi che non è assurda, ma insufficiente:

quella che consiste nel vedere nella Trasfigurazione un atto pedagogico da parte di Dio.

Si tratterebbe di preparare i discepoli a superare lo scandalo della croce

quando si ricordassero della gloria che avevano intravisto sulla montagna.

Ma se quello fosse l'unico scopo della Trasfigurazione,

questo artificio pedagogico non sarebbe stato molto efficace!

Bisogna certamente cercare più lontano e più in profondità.

Riascoltiamo la parola del Padre: “Questi è il Figlio mio prediletto, ascoltatelo”.

In quel momento preciso della vita di Gesù, c'è qualcosa da ascoltare,

che ci è riportata subito prima e appena dopo la Trasfigurazione.

Prendete uno qualsiasi dei tre Vangeli di Matteo, Marco e Luca:

constaterete che un po' prima dell'episodio si trova un primo annuncio della Passione,

e poco dopo un secondo annuncio.

Orbene i discepoli restano chiusi a quegli annunci;

ne sono scandalizzati e non li comprendono.

Lo stesso Pietro si è fatto trattare da “Satana” per aver detto “No, Signore, ciò non può capitarti”. Qui, giustamente, nella Trasfigurazione,

il Padre conferma questi annunci ed esorta ad ascoltarli.

Ma ciò ci spiega perchè Gesù è trasfigurato? Sì, ce lo spiega.

La Trasfigurazione, l'abbiamo già detto, anticipa la Resurrezione.

E la Resurrezione è, essa stessa,

il frutto dell'obbedienza di Gesù alla volontà del Padre “fino alla morte”.

Il Padre ci preferisce a suo Figlio consegnando suo Figlio per noi;

il Figlio ci preferisce alla sua stessa vita consegnandosi per i peccatori.

Questa “cospirazione”, questa “complicità” del Padre e del Figlio ha per risultato la Resurrezione.

Cos'è infatti la Resurrezione, se non la prova che l'amore di Dio è più forte della morte,

che Dio resta Dio al di là della morte, e perfino che è più Dio che mai?

La Trasfigurazione è l'espressione dell'amore del Padre

che glorifica suo Figlio perchè gli obbedisce totalmente.

Lo glorifica nella sua umanità, perchè è questa umanità,

questa libertà umana di Cristo, che accetta la morte per salvarci.

Nel “sacrificio di Abramo”, Abramo prefigurava Dio consegnando suo Figlio alla morte,

ed Isacco prefigurava Gesù. Ma le differenze sono considerevoli.

Mentre Isacco era quasi interamente passivo,

Gesù è sovranamente attivo e la fede di Abramo si concentra sulla sua persona.

Gesù stesso si inoltrerà nel tunnel, dove sono entrati tutti i grandi personaggi dell'Antico Testamento, e da cui nessuno alla fine è mai tornato.

Fin dove Dio è fedele? Cosa c'è al di là del tunnel?

Questa domanda, l'Antico Testamento la lascia ancora senza risposta.

Solo Gesù, tornando dalla dimora dei morti,

attesterà che Dio è venuto nella sua Persona a visitare quella dimora

ed ha vissuto la morte senza cessare di essere Dio.

Quando Gesù torna dalla dimora dei morti,

porta con sé Mosè ed Elia (la Legge e i Profeti), apparsi con lui sulla montagna.

Riporta anche Abramo, Isacco e Giacobbe che gli rendono testimonianza

e attestano che Dio non è il Dio dei morti, ma il Dio dei viventi:

“Abramo ha visto il mio giorno e si è rallegrato”, dice Gesù.

“Chi potrà condannare dato che Gesù Cristo è morto?” “Che dico?” dice san Paolo: egli è risuscitato, è alla destra di Dio, intercede per noi”.

La Fede cristiana è un accompagnarsi.

E' un pellegrinaggio nel quale affrontiamo la morte,

poiché ogni vita umana è in marcia verso la morte, e la nostra vita non fa eccezione a questa regola. Ma in questo pellegrinaggio, qualcuno cammina accanto a noi, qualcuno che ha superato il tunnel e ha vinto la morte.

Cristo, nostra Vita, ci accompagna affinchè noi si possa, con Lui, superare la morte e vivere di una vita ormai incorruttibile.

 

Il nostro problema più insolubile non è la crisi economica;

non è la frammentazione della società, la guerra,

la disoccupazione, la criminalità.

Tutti questi problemi sono dei problemi veri,

ma sono anche varianti intorno ad un unico problema:

perchè l'umanità è votata alla morte?

Qual è quel tunnel verso il quale ci portano i nostri passi, lentamente, inesorabilmente,

e cosa c'è al di là del tunnel?

E come le nostre vite possono non essere ridicole,

se devono approdare nelle tenebre e nel freddo della morte?

Quando Dio dona agli uomini una vita,

come ad Abramo ha fatto dono di Isacco,

ciò non può essere la risposta, ma solo l'inizio di una risposta.

E' l'inizio di un pellegrinaggio di fede che serve ad una sola cosa:

a guardare in faccia la morte.

E, davanti alla morte, a rispondere alla domanda che pone Dio:

sei tu pronto ad entrare nel tunnel mantenendo la fede nella mia promessa?

Sei tu pronto a credere che la vita incorruttibile non ti sarà data che oltre la morte?

Sei tu pronto a seguire mio Figlio senza recalcitrare davanti alla sua croce,

poiché egli l'ha portata per te, e su di essa ha inchiodato la tua morte?

Credi tu, sì, credi tu veramente che io ti ami, e che tu sei prezioso ai miei occhi?”

Se lo credi, ti do tutto: mio Figlio, il mio unico, il mio Prediletto.

Ascoltalo.

E fin da questa vita, vivrai dell'amore che ha vinto la morte;

e lo renderai presente in questo mondo.

 

©FMG omelia manoscritta

 

Omelia fr. Pierre-Marie Delfieux

III Dom. Quaresima B
 

Noi siamo il Tempio del Suo Corpo

 

Cosa pensava allora il Salmista mentre scriveva:

“Perché mi divora lo zelo per la tua casa” (Sal 69, 10)?

Che cosa viene a cercare nel Tempio

il Cristo che sale verso Gerusalemme all'avvicinarsi della Pasqua (Gv 2,13)?

Che cosa si aspetta di trovare nel santuario,

il Figlio del Padre in cammino verso quell'alto luogo, collocato nella città santa?


Viene a riconoscere, in mezzo agli uomini, la presenza viva di Dio nel suo popolo;

viene a cercare cuori rivolti verso il loro Signore,

per pregare con loro come si prega un padre, “Padre suo e Padre nostro, Dio suo e Dio nostro”.

 

Ecco, ora Gesù ha oltrepassato la scalinata del portico orientale

nel grande spazio quadrato dell'atrio interno, di cento cubiti per lato (Ez 40, 47).

Qualsiasi ebreo praticante conosce queste cose.

E Gesù è un buon ebreo praticante.

 

Ma ora, in questo luogo sacro,

dove Gesù viene per raccogliersi e per adorare,

tutto è stato ridotto a un mercato: la superficialità, il baccano

hanno invaso il santuario!

San Giovanni ci dice che Gesù “trova installati nel Tempio

i mercanti di buoi, di pecore e di piccioni,

e i cambiavalute seduti ai loro banchi” (Gv 2,14).

E Lui, che era venuto in quel luogo che doveva essere “un luogo di preghiera” (Is 56,7),

scopre che è diventato “un covo di briganti”, come osserva san Matteo (21, 13).

E là, dove spera di incontrare persone in adorazione ,

si trova invece all'improvviso in mezzo a una fiera,

con le pecore che belano, i buoi che muggiscono, i piccioni che tubano

e i venditori che sbraitano!

 

Allora la collera di Dio esplode, la santa collera del cielo,

che si alza non contro l'uomo,

ma contro tutto ciò che impedisce all'uomo

di porsi come un degno figlio di Dio.

Come un degno osservante della legge dei dieci comandamenti (Es 20, 1-17).

Perché è vero amore per l'uomo eliminare

tutto ciò che impedisce all'uomo di svilupparsi e di essere santificato.

Portate via queste cose” – dice loro -

e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato!” (Gv 2,16).

Allora, i venditori, i compratori e i cambiavalute

vengono scacciati dal Tempio,

non per essere mandati “fuori nelle tenebre”,

ma perché siano anch'essi liberati da tutto ciò che appesantisce la loro vita,

perché, una volta che siano stati riportati all'essenziale,

possano ritornare nel Tempio in qualità di “adoratori come li vuole il Padre” ( Gv 4, 23).

 

Lo zelo per la tua casa mi divora” -

proclamava effettivamente il salmista.

Se dunque Gesù oggi scaccia dal Tempio ciò che tradisce il Tempio,

lo fa per salvare il Tempio, che è incontro dei figli davanti a Dio

e incontro dei fratelli attorno al Padre.

Non avrai altro Dio al di fuori di me” – proclama la legge (Es 20, 1).

 

Ma – tutti noi conosciamo la vicenda -

l'uomo non saprà conservare il Tempio di Dio:

Israele e Roma, insieme e paradossalmente,

ne affretteranno la rovina.

La mancanza di zelo da una parte, e la violenza dall'altra

concorreranno alla sua perdita.

E questa è la realtà, drammatica e sempre carica di peso

per il popolo erede delle promesse e della legge di santità (Lv 17):

il Tempio è distrutto e non c'è più che la spianata.

L'Arca è sparita e nessuno sa dire dov'è,

non c'è più un altare per l'offerta dei sacrifici,

né c'è più un sommo sacerdote che venga a pronunciare, nel Santo dei Santi,

il Nome ineffabile dell'Eterno.

Dio avrebbe forse ripudiato il suo popolo? Impossibile!” -

risponde l'apostolo Paolo a sé stesso.

Perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili” (Rm 11, 1.29).

La promessa di Dio rimane sempre più forte

di qualunque idolatria e qualunque rovina:

Distruggete questo Tempio e in tre giorni lo farò risorgere” (Gv 2,19).

Questa promessa ci raggiunge oggi,

al di là dei secoli e delle distanze,

nel profondo del nostro cuore.

E anzi, si offre a tutti i cuori!

 

Che cos'è, infatti, il Tempio di Dio sulla terra,

se non il luogo in cui si trova la sua presenza in mezzo agli uomini?

I profeti d'Israele l'avevano già detto!

Ciò che costituisce il valore, la particolarità, la gloria di un tempio

non è lo splendore della sua architettura, né la grandezza dell'edificio,

ma è la presenza che ospita dentro di sé, la forza spirituale che irradia:

altrimenti, non sarebbe un tempio, ma soltanto un monumento.

E un monumento non ha mai salvato nessuno!

 

Da secoli, il profeta Geremia si è dato da fare per far capire

che la presenza di Dio non deve essere rinchiusa

in un tempio fatto di pietre, ma essere scolpita, prima di tutto, in fondo all'anima (31, 31-34; 32, 36-41).

Oggi, sulla spanata di questo tempio di pietra, c'è un uomo

che porta dentro di sé tutto il peso della presenza divina:

perché in lui abita corporalmente tutta la pienezza della Divinità” (Col 2, 9a).

Quindi, il vero Tempio di Dio è lui!

La vera “dimora di Dio in mezzo agli uomini” (Ap 21, 3)

è nel cuore di questo Emmanuele.

A partire da questo momento, il mondo impara che davvero “Dio è con noi”.

 

L'imperatore Tito ha raso al suolo l'edificio di Erode il Grande.

Ma un tempio nuovo è apparso sulla terra,

su tutta la faccia della terra:

nel cuore di Gesù Cristo si trova la vita stessa di Dio;

e noi partecipiamo in lui a questa pienezza (Col 2, 9b).

Il Tempio di cui parlava era il suo corpo- ci avverte l'Evangelista (Gv 2, 21).

Sì, il Verbo si è fatto carne e ha posto la sua dimora in mezzo a noi

e noi abbiamo visto la sua gloria.

Sì, dalla sua pienezza tutti noi abbiamo ricevuto” (Gv 1, 14.16).

A nulla varrà che gli scribi, i sommi sacerdoti, i dottori della legge e i farisei

si uniscano a Pilato per far scomparire, a loro volta,

questa Dimora vivente di Dio tra gli uomini.

Gesù morirà facendo suo corpo “tutti coloro che credono nel suo Nome!

La pietra scartata dai costruttori è diventata pietra angolare” – predisse già Isaia - ;

questa è l'opera del Signore, una meraviglia ai nostri occhi” (Is 8,14).

L'apostolo Pietro dovrà soltanto ricordare l'avvenimento di ciò che il profeta proclamava.

 

E la meraviglia è, in effetti, che attorno a questa testata d'angolo

ha incominciato a fiorire e a crescere un'intera costruzione nuova.

Voi stessi, come pietre vive” – dice l'Apostolo –

collaborate alla costruzione di un edificio spirituale per un sacerdozio santo,

allo scopo di offrire sacrifici spirituali , graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo”.

Sono finiti i muri di pietre a bugnato in stile erodiano!

Sono finiti i giorni mortali di Gesù nella carne!

Siamo noi “le pietre vive del Tempio nuovo”.

Sono finiti “i sacrifici di animali”!

Noi celebriamo , per sempre, “l'Alleanza nuova ed eterna”,

sancita “col sangue dell'Agnello”.

Sono finiti i recinti e i sagrati, le segregazioni e i divieti!

 

Non è forse scritto: la mia casa sarà una casa di preghiera per tutte le nazioni?”

L'Antico Testamento non l'ha forse, già allora, profetizzato ( Is 56,7; Mc 11,17)?

Abbiamo appena ascoltato l'apostolo Paolo:

Fratelli, mentre i giudei chiedono i segni del Messia,

e il mondo greco cerca la sapienza, noi predichiamo Cristo Crocifisso,

scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani,

ma per coloro che Dio chiama, tutti, giudei o greci (credenti o non credenti),

Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio” ( 1Cor 1,22-24).

Ed è risuscitato il terzo giorno!

 

Il Corpo di Cristo, al di là della sua morte diventa un'intera Chiesa:

una Chiesa di credenti, “di ogni razza, popolo e nazione” (Ap 7,9).

Una Chiesa formatasi all'inizio da giudei, come Pietro, Giacomo, Giovanni, Andrea,

Maria, Giuseppe, Natanaele e tutti gli altri .

Perché voi siete Corpo di Cristo e sue membra,ciascuno per la sua parte”(1Cor 12,27).

Morendo per noi “una volta per tutte” (Eb 7,27),

egli ha effuso il suo spirito nei nostri cuori (Rm 5,5)

Non sapete che voi siete tempio di Dio

e che lo Spirito di Dio abita ormai in voi?

Perché santo è il Tempio di Dio e questo Tempio siete voi” (1Cor 3, 16-17).

Parlava quindi di noi anche quando parlava del Tempio del suo corpo!

 

Credimi, donna, è giunto il momento, ed è questo,

in cui né su questo monte, né a Gerusalemme adorerete il Padre” (Gv 4,21).

Che apertura improvvisa,

non dovuta ad alcuna rottura , ma ad una comunione più profonda!

Tutta la terra diventa santa, a partire dal momento in cui Dio l'ha abitata.

E in effetti tutta la terra ha iniziato a fiorire di tabernacoli.

Sì, viene l'ora, ed è questa, in cui i veri adoratori

adoreranno il Padre in spirito e verità.

Dio è spirito”.

Solo le nostre vite, offerte per l'adorazione, possono in definitiva

edificare il Tempio santo di cui Cristo è venuto a posare la prima pietra.

Tutto può invecchiare, tutto può sgretolarsi, tutto può morire...

La presenza viva di Dio è scolpita nel più profondo dei nostri cuori,

e tutti noi, insieme, diventiamo Casa di Dio!

La Scrittura dice: “In lui ogni costruzione cresce ben ordinata

per essere Tempio santo del Signore;

in lui, anche voi venite edificati per divenire dimora di Dio nello Spirito” (Ef 2, 21).

 

Santa collera di Cristo! Santa potenza di Dio!

Non c'è uomo o donna sulla terra che possa dire di non essere amato,

né di non essere chiamato

dal Redentore dell'uomo!

Cristo è in mezzo a noi;

noi siamo il suo Corpo.

Cristo è in noi (Rm 12,5);

noi siamo suo Tempio.

E Cristo è noi (1Cor 12,13).

Egli ha fatto di noi dei tabernacoli di Dio!

 

Un giorno, sul suo quaderno di scuola,

Teresa di Lisieux scriveva queste righe:

L'unica colpa rinfacciata a Gesù da Erode fu d'essere pazzo.

E io la penso come lui!

Sì, era follia cercare i poveri piccoli cuori mortali

per trasformarli in suoi tabernacoli.

Lui, il re della gloria, più alto dei cherubini...

Il nostro diletto desiderava pazzamente

venire sulla terra, cercare i peccatori per farseli amici,

amici intimi, uguali a sé!

E l'ha fatto davvero, per amore, per noi!”

 

Signore, eccoci davanti a te,

prendici del tutto, per la tua gloria.


 

©FMG omelia manoscritta del 26 marzo 2000.

 

Omelia fr. Pierre-Marie Delfieux

IV Domenica di Quaresima - B

 

Credere all’amore che ci salva

 

I testi della liturgia della quarta domenica di Quaresima

sono attraversati da una grande speranza.

Lasciandoli risuonare in noi, come in un’eco,

ci lasciano intendere come il messaggio del Signore

radichi i nostri cuori nella fiducia.

In definitiva, un messaggio che tende a dirci che

proprio dove il peccato poteva abbondare, la grazia sovrabbonda;

e se noi manteniamo salda la fede nel suo amore,

possiamo essere rassicurati che “il Padre delle misericordie” (2 Co 1, 3)

farà di tutto per salvarci.

 

La prima lettura, tratta dal libro delle Cronache (36, 14-23)

risulta già molto significativa in proposito.

Quello che viene raccontato può apparirci alquanto lontano e trattare di un’epoca e di circostanze senza alcun rapporto con noi…

Ma questi avvenimenti, inscritti nella storia biblica,

di cui sappiamo quanto ancora ci insegni,

ci ricordano, e questo per ogni “oggi” delle nostre vite…

quanto “l’amore di Dio sia da sempre e per sempre” (1 Cr 17, 27; Ne 9, 17).

Attraverso i nostri fallimenti peggiori e anche i nostri rifiuti,

la misericordia di Dio traccia una strada verso i nostri cuori.

 

Ecco quindi che, ci viene ricordato che a Gerusalemme,

sotto il segno di Sedecia” (2 Cr 36, 14)

( seicento anni prima di Cristo),

Tutti i capi dei sacerdoti e il popolo” scivolano verso il male

e, a poco a poco, abbandonano la “Legge di santità” che Dio gli ha dato (Lv 17).

Infedeltà, sacrilegi, profanazioni” si moltiplicano.

Il Signore, per pietà del suo popolo e della Città Santa,

manda loro “dei messaggeri” per ricondurli sul retto cammino.

Tutto inutile: “questi inviati di Dio vengono derisi, le loro parole disprezzate,

i suoi profeti sono beffeggiati” (36, 15-16).

 

Ed ecco la catastrofe!

Commettere il male porta sempre disgrazia.

Separarsi dal cielo spinge la terra verso la decadenza.

Dove non c’è più Dio, anche l’uomo non c’è più.

Succedono l’invasione, la capitolazione e la deportazione a Babilonia!

Potremmo dire che, per il popolo biblico, tutto è irrimediabilmente perduto, annientato.

Invece no! “Il Signore non abbandona i suoi amici” (Sap 1, 15; 7, 14).

Accorre sempre in soccorso dell’uomo che egli ama!

Ecco allora che “ispira a Ciro, re di Persia”,

non solo l’idea di liberare il popolo deportato e oppresso,

ma in più di aiutarlo a ricostruire il Tempio. Ci sembra di sognare!

Che tutti coloro che fanno parte del suo popolo,

il Signore loro Dio sia con loro

e salgano a Gerusalemme” decreta il re ( 36, 23)!

 

Quale segno di incoraggiamento e di speranza

per tutte le nostre vite che, in un modo o in un altro, un giorno o l’altro,

possono conoscere l’infedeltà, la mediocrità, l’oblio di Dio!

Anche se avessero attraversato

dei lunghi periodi di dubbio, di negligenza e forse anche di rivolta,

Dio, lui, “non ci abbandona mai” (Is 49, 15-16; 54, 10).

Cristo è incessantemente alla ricerca “della pecora perduta” (Lc 15, 47).

Ogni giorno lo Spirito si impegna, discretamente, ma attivamente,

a farci ritrovare nella casa della nostra anima

la dracma perduta” cioè l’effigie divina scolpita nei nostri cuori (Lc 15, 47).

E il Padre, ogni mattino scruta all’orizzonte delle nostre vite.

il ritorno instancabilmente atteso di quel “figlio prodigo” che siamo noi.

L’apostolo Paolo può ricordarcelo ancora:

dove è abbondato il peccato, la grazia ha sovrabbondato” (Rm 5, 26).

 

Fratelli e sorelle, è proprio bella la Rivelazione

che di dona di contemplare e amare un Dio che,

pur ricordandoci le sue esigenze,

non cerca nè di giudicare, nè di schiacciare e nemmeno di condannare;

ma di dimostrarci pietà, tenerezza e infinita bontà!

 

Con la venuta del Figlio di Dio sulla terra degli uomini,

entriamo “nell’amore senza misura”,

dell’amore di Dio manifestato, provato fino “alla follia della croce”

Perchè Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio Unigenito

perchè chiunque crede in lui non muoia,

ma in lui abbia la vita eterna (Gv 3, 16).

Inoltre il Vangelo precisa ancor più meravigliosamente:

Perchè Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo

per condannare il mondo,

ma perchè il mondo si salvi per mezzo di lui,” (3, 17).

 

Per farci comprendere questo, non intellettualmente,

ma invitandoci a contemplare con il cuore

la prova” di questo “amore più grande” che ha vissuto per noi (Gv 15, 13),

Gesù fa sua un’immagine tra le più accattivanti.

E’ talmente forte che a malapena si osa fermarcisi.

Ma proprio in questo consiste quello che ci ha detto, e più ancora

quello che ha vissuto, subito, offerto per noi!

Come Mosè innalzò il serpente nel deserto,

così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo

perché chi crede in lui abbia la vita eterna” (3, 14-15).

 

Questo parallelismo che insiste doppiamente: “come...così”,

è sconvolgente!

Soprattutto sapendo quello a cui ci rimanda, nella luce proiettata sulle tenebre del Golghota.

Manteniamo il simbolismo biblico della Genesi e i riferimento

alla lunga marcia di Israele nel deserto dell’Esodo nel libro dei Numeri.

Adamo e Mosè che prefigurano, entrambi, il Cristo,

si sono trovati alle prese, entrambi, come lui, con il serpente.

Quest’ultimo ha fatto cadere Adamo nel giardino dell’Eden;

ha immerso l’uomo nella vergogna della sua nudità a causa del peccato.

Ma Dio ha predetto che, un giorno,

un Redentore avrebbe sconfitto il Tentatore dell’uomo (Gn 3. 15; Gv 12, 31).

I serpenti velenosi hanno decimato il popolo nel deserto di Quades.

Ma Mosè ha potuto salvare tutto per ordine di Dio

permettendogli di fissare il serpente di bronzo innalzato sul legno.


 

La rivelazione di Gesù nel Vangelo di oggi (Gv 3, 14-21)

ci dà la chiave di ciò che ancora era un enigma

e che diventa luce di un divino mistero d’amore.

L’Agnello di Dio innocente, “si è caricato delle nostre colpe.

Peggio ancora: “Colui che non aveva peccato, Dio l’ha fatto peccato per noi.

E Paolo aggiunge: “perchè diventassimo giustizia di Dio (2 Co 5, 21).

Si è lasciato trattare da Beelzeboul. Si è lasciato opprimere:

Forse che noi non abbiamo ragione a dire che sei posseduto da un demonio? (Gv 8, 48).

Ha lasciato che lo denudassero, per riscattare la nudità di Adamo

e rivestirci tutti della luce della sua grazia (Ga 3, 28)

Ma io sono un verme e non un uomo,

l'infamia degli uomini, e il disprezzato dal popolo.

Chiunque mi vede si fa beffe di me” (Sal 21, 6s)

Allora abbiamo visto il “Signore della gloria”

inchiodato alla croce (At 3, 15; 1 Co 2, 8)!

 

Nello stesso modo in cui il serpente aveva vinto Adamo, sull’albero verde del Paradiso,

Cristo, Nuovo Adamo, ci ha salvati

impregnandosi dei nostri peccati sull’albero secco del Calvario.

E come Mosè aveva salvato il suo popolo dal male, attraverso il male,

annientando i serpenti di sabbia con “il serpente di bronzo” sull’asta,

anche Cristo, Benedizione divina, “ci ha riscattati dalla maledizione,

divenendo anch’egli, come dice Paolo, maledizione per noi” (Ga 3, 19)!

 

A questo punto ci mancano le parole.

Le nostre parole sono ridotte al silenzio.

I nostri pensieri e spiegazioni si abissano nella contemplazione.

Non ci resta altro che contemplare “colui che abbiamo trafitto” (Gv 19, 35).

Che credere con tutto il cuore alla follia “del suo amore per noi”.

Così ogni uomo che crede in lui non morirà, è scritto,

e non viene giudicato” (Gv 3, 14,18).

Crediamo alla luce”. E diventeremo “dei figli della luce” (12, 36).

Dalla tenebra del sepolcro è sgorgata l’alba di un Giorno nuovo!

 

Non possiamo far altro che proclamare con San Paolo: “Dio

è ricco di misericordia” (Ef 2, 4).

Sì, ha guarito il suo popolo nel deserto con il serpente di bronzo.

Lo ha riportato dall’esilio in Babilonia, a Gerusalemme

Ha riscattato i nostri peccati con la sua morte in croce.

Mi ha amato e ha dato se stesso per me (Ga 2, 20).

Per il grande amore con cui ci ha amati,

noi che eravamo morti a causa del peccato,

ci ha rivivificati con Cristo.

Per lia sua grazia, noi siamo stati salvati”.

E Paolo aggiunge: “in virtù della vostra fede” (Ef 2, 5...8).

 

Allora partecipiamo alla salvezza che Dio ci dona nella sua bontà,

mettendo in moto la nostra fede.

In questo modo il Signore ci tratta da uomini adulti

chiedendoci di credere nel suo amore.

Così questo amore non lo accogliamo solamente.

Dobbiamo anche guadagnarcelo!

Possiamo offrirglielo, possiamo condividerglielo.

Proprio in questo vediamo che Dio ci ama veramente.

Partendo da qui ci fa così bene credere alla sua tenerezza per noi

rispondendo da uomini liberi, con atti d’amore veri,

all’infinita gratuità del suo amore divino!

 

Dio non è altro che un Essere supremo che ama,

E’ un Padre che vuol essere amato!

 

©FMG

 

Omelia di fr. Pierre-Marie Delfieux

Quinta Domenica di Quaresima- B

 

In un mondo che è scosso dalle voci di una guerra spietata

e dai rischi latenti, forse, di una nuova epidemia,

in mezzo agli interrogativi che riguardano il quotidiano delle nostre vite,

quale contributo può fornirci la pagina del Vangelo che stiamo per ascoltare?

Sono già passati venti secoli infatti da quando questi avvenimenti hanno avuto origine.

Per cogliere meglio quello che possono mettere in luce ai tempi d’oggi,

domandiamoci quindi come sono realmente accaduti

e come i discepoli di Cristo li hanno percepiti

alla luce della Pasqua illuminata dallo Spirito.

 

Nella storia,

la scena evocata dal Vangelo di questa domenica (Gv 12,20-23)

si situa nel “secondo giorno” (12,12) dell’ultima settimana

della vita di Gesù sulla terra.

Una settimana cominciata a Betania alle porte di Gerusalemme,

sei giorni prima della Pasqua” (12,1).

 

Il profeta di Nazaret ha appena guarito “un cieco dalla nascita”,

e “i Giudei” hanno “escluso dalla loro sinagoga”

questo meschino che ha riconosciuto in Gesù il Cristo (Gv 9, 34.39).

Chi è dunque che tratta come “ciechi” i farisei (9,14)?

 

Subito dopo, questo stesso rabbi Gesù

che si dichiara “buon pastore” e “porta delle pecore” (Gv 10,7.14)

ha resuscitato un morto “sepolto già da quattro giorni” (11,17).

E “molti Giudei” hanno cominciato a credere in lui.

Quale potere e quale segreto

nasconde dunque colui che si mostrava anche come un maestro di vita?

 

Malgrado l’ostilità crescente “dei grandi sacerdoti e dei farisei”

che hanno chiesto di denunciarlo per poterlo arrestare (Gv 11,57),

Gesù si reca a Betania, a est di Gerusalemme,

per condividere la gioia di una festa con numerosi convitati;

un pasto offerto in onore di “Lazzaro che lui aveva risuscitato dai morti” (12,1-2).

E il profumo sparso da Maria sui suoi piedi

riempie del suo odore la casa” del defunto,

si accosta all’odore di putrefazione uscito poco tempo prima dalla sua tomba (11,39).

Che cosa egli vuole dunque dire parlando in questo giorno

della sua “imminente partenza” e della sua imminente “sepoltura”,

e poi del suo “ritorno” (12,7-8)?

Ed ecco che il “giorno dopo”,

cinque giorni prima di “Pessah”, di Pasqua,

una voce attraversa tutta la città:

Gesù di Nazareth sale a Gerusalemme (Gv 12,12)!

Che cos’è che ha dunque spinto la folla

ad acclamarlo, in nome dei profeti e dei salmi,

riconoscendo in lui “l’ inviato del Signore” e “il re di Israele”?

Se la “vox populi” è la “vox Dei”,

chi è dunque colui che in questo giorno Gerusalemme acclama in questo modo?

 

Ed ecco, per finire, che “dalle folle” (Gv 12,12)

e da tutte le persone partite con lui,

degli stranieri, letteralmente “dei Greci”, chiedono di “vederlo” (12,21).

Se i popoli pagani cominciano così a credere in lui,

come reagiranno quelli che si dicono difensori

della “nazione” e dell’ortodossia (11,50 ; 12, 19) ?

Ma ecco che nello stupore generale, Gesù non parla

né di rivolta né di trionfo né di potere politico.

Che cosa vuole dunque instaurare?

 

Propone allora la parabola del chicco di grano.

Ammette pubblicamente che

ora, la sua anima è turbata” (Gv 12,27).

Che cos’è dunque questo brusio inteso

come una “voce venuta dal cielo”?

E’ il rumore del tuono, come sul Sinai?

0 la voce “di un angelo che gli ha parlato”?

Sì, fratelli e sorelle, chi è dunque colui che proclama

che “è ora il giudizio del mondo”?

E che una volta “abbattuto il principe di questo mondo”,

egli “attirerà tutti gli uomini a sé” (12,32)?

 

Secondo la teologia

alla luce della Pasqua e della Pentecoste,

il mistero di Gesù si mostra in tutta la sua grandezza.

 

Colui che ha accolto al suo seguito

il cieco nato escluso dalla sinagoga,

è il fondatore di una comunità nuova:

di questa Chiesa in germe di cui quest’uomo guarito

è in qualche modo il primo seguace.

Perché è, Lui, “la luce del mondo” (Gv 8,12 ; 12, 36.46).

 

Colui che ha resuscitato Lazzaro dalla tomba a Betania,

è il vincitore della nostra morte;

colui che, senza aspettare “quattro giorni”,

all’alba del “terzo giorno”, è “resuscitato” da sé stesso.

Egli è “il principe della vita” (At 3,15).

 

L’unzione di Betania, ricevuta sui piedi, benché incompleta,

annuncia l’unzione reale, sacerdotale e profetica,

del Cristo profeta, sacerdote e re, con la testa coronata di spine,

ma che “diffonde” l’unzione dello Spirito

inclinandos”i per morire “con un grande grido” (Mc 15,37 ; Gv 19,30).

 

L’inviato di Dio acclamato al grido di “Osanna”,

è molto di più che “il re d’Israele” atteso dal popolo oppresso.

E’ il” Salvatore del mondo” annunciato da Zaccaria (9,9 segg.),

che ha compiuto “tutto ciò che è stato scritto di lui” (Gv 12,16)

dai profeti e dai salmi (Is 55,3 ; 59,21 ; 61,8 segg. ; Ger 31,31 ; Ez 36,25-28 ; Bar 2,35)

 

I Greci possono venire a interrogarlo.

Anche loro potranno credere nel profeta, in lui!

Come un chicco di grano gettato a terra,

colui che è sceso dal cielo ha germogliato su questa stessa terra.

E’ stato sepolto.

E’ stato messo a morte “il principe della pace”.

Ma egli è risorto ed ha germogliato di nuovo come “pane vivente”,

consegnato “per la vita del mondo” e “in riscatto per molti” (Gv 6,51).

 

Se egli ha voluto conoscere la nostra condizione umana

fino al punto di sentire in sé stesso “un’anima turbata”,

è perché ci vuole insegnare anche,

per salvarci da questa tragica disobbedienza

dove ci conduce il peccato,

ci vuole insegnare, come “figlio”,

da quello che ha sofferto, l’obbedienza (Eb 7,8).

Come “figlio reso” realmente “perfetto” per l’eternità (7,28).

 

E’ in lui che si trova realizzata

la nuova ed eterna alleanza”

misteriosamente annunciata dai profeti.

Veramente colui che è stato un giorno elevato sulla croce,

non è stato vinto quel giorno dalla croce!

Ma, attraverso la sua morte, ha abbattuto la morte.

Ed ecco che a partire da questo oggi di Dio,

vissuto presso la Città Santa, “una volta per tutte” (Eb 10,10),

sono “tutti gli uomini”, attirati da lui,

che possono raccogliersi in lui ed essere salvati (Gv 12,32).

Il corpo di Gesù è morto.

Il corpo di Cristo rinasce.

 

Spiritualmente infine,

noi vediamo ora chiaramente il senso e la ricchezza

degli insegnamenti che ci sono così donati.

 

Come Maria di Betania,

possiamo “ungere i piedi del Signore”,

offrendogli i nostri migliori profumi (2 Cor 2,14-15).

Cioè il “buon odore” della nostra anima, inondata dalla sua grazia;

e “il tesoro dei nostri cuori” (Mt 6,19-20 ; 2 Cor 4,7 ; Ef 1,7).

Con lo sposo del Cantico, possiamo dirgli:

A ragione di te ci si innamora! (1,4)

 

Con la folla che lo acclama per il suo ingresso a Gerusalemme,

cantiamo ancora e sempre i nostri Osanna nel cuore di ogni Eucarestia,

a colui che è “Signore” e “Santo”.

E’ lui “il capo della nostra fede”,

che cammina davanti a tutte le nostre strade

per “condurle alla perfezione” (Ef 12,2).

E noi l’accogliamo nella nostra vita,

nel cuore della nostra città.

 

Ci sono ancora numerosi “Greci” in cerca di Gesù;

coloro che noi chiamiamo: persone “in ricerca”.

Poiché noi abbiamo questa grazia, come Filippo e Andrea,

di conoscere “l’inviato di Dio”,

cerchiamo, anche noi come loro, “di condurli a Gesù”.

Affinché essi possano rallegrarsi della verità delle sue parole

e della luce del suo viso.

 

Come il chicco di grano, eccoci tutti gettati sulla terra.

Verrà anche un giorno in cui saremo “seminati nella terra” (1 Cor 15,35-38).

Ma il Cristo ci precede in questo sprofondare.

Sappiamo che discendendo verso la morte, verso il basso,

egli ha aperto per noi la porta verso la vita, verso l’alto.

Possa egli farci comprendere

perché si resta soli, se non si muore (Gv 12,24).

E perché non si “porta molto frutto”

se non dopo aver accettato di morire.

Di morire, in breve, per tutto quello che non è la vita.

 

Fratelli e sorelle, lo sappiamo bene:

non possediamo la nostra esistenza, ma la amministriamo;

non possiamo conservare la propria vita, ma possiamo offrirla;

e non si vive veramente se non donando per amore,

quello che abbiamo ricevuto per pura grazia (1 Cor 4,7).

Chi conserva la propria vita la perde,

e chi perde la sua vita in questo mondo, la conserva per la vita eterna (Gv 12,25).

Non si salva se non ciò che si dona;

non si ritrova se non ciò che si offre;

non resuscita se non ciò che muore.

Sta a noi dunque scegliere se trarne come conclusione:

“Quale dramma!”, o al contrario: “Quale mistero!”.

Sì, al di là di tutti le controversie,

avanza ancora, nella luce, il “Principe della pace”,

che è anche il “Principe della vita”

 

©FMG Evangeliques 4 pp. 198-203

 

 

 

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