Sito delle Fraternità

Evangeliche di

Gerusalemme di

Firenze

                                            Omelie anno2020

Santa Maria Assunta nella Badia Fiorentina

   

mercoledi 25 marzo 2020 - Solennità dell’Annunciazione del Signore - Is 7,10-14; 8,10 – Eb 10,4-10- Lc 1,26-38 - Badia Fiorentina – Messa senza Popolo - f. Antoine-Emmanuel

 

Una dichiarazione d’amore alla volontà di Dio!


 

Oggi eravamo milioni, forse, a pregare insieme il Padre Nostro.

A dire insieme: “Sia fatta la tua volontà!” (Mt 6,10)

Quante volte al giorno ripetiamo queste parole:

Sia fatta la tua volontà!”

Non diciamo: “Che io faccia la tua volontà” o “Che noi facciamo la tua volontà”,

in tal caso il centro sarebbe ancora il mio “io” o il nostro “noi”.

No! Il centro è “la Tua volontà”!

Pregare con queste parole è fare una dichiarazione d’amore alla volontà di Dio!

 

Inoltre è una preghiera che avvolge, comprende tutta l'umanità

che si estende a tutti.

Che in tutti avvenga la Tua volontà! E tra tutti!

 

E in che misura? Molto? Pienamente?

No! “Come in cielo”! (Ib.)

E in Cielo, tutto è Amore, tutto è obbediente a Dio, tutto vive di Dio: questa è la misura!

 

Il Salmo odierno era già una bellissima tappa verso questa consegna di noi stessi:

Sacrificio e offerta non gradisci, gli orecchi mi hai aperto,


non hai chiesto olocausto né sacrificio per il peccato.

8 Allora ho detto: "Ecco, io vengo.

Nel rotolo del libro su di me è scritto 9 di fare la tua volontà:

mio Dio, questo io desidero; la tua legge è nel mio intimo". (Sal 40,7-9)

Il più bell'atto d’amore per Dio non è che io decida di fare un sacrificio,

anche di tanti montoni o tori… ,

ma che io mi consegni alla volontà di Dio.

 

Di questo abbiamo oggi un modello straordinario: Maria.

Maria si trova a casa, come tutti noi.

E l’angelo Le rivela la volontà di Dio:

Hai trovato grazia presso Dio,… concepirai e partorirai… il Figlio di Dio.” (cfr Lc 1, 30-32)

Qual è la risposta di Maria?

Sono la serva del Signore: io farò la sua volontà”? No!

Maria vive già l’inversione evangelica,

e dice: “Avvenga per me secondo la tua parola.” (Lc 1,38),

cioè, non sono io che farò la volontà di Dio,

ma in qualche modo la volontà di Dio “mi farà”, mi plasmerà.

 

In Lei, la misura, infatti, è “come in cielo”,

perché Maria è l’Immacolata.

 

E non c'è una sottomissione impersonale,

c’è un dialogo: “Come avverrà?”… (Lc 1,34),

una domanda che non è un mettere Dio alla prova nè un dubbio,

ma un'apertura, come una porta spalancata allo Spirito Santo.

Lo Spirito Santo scenderà su di te...

ti coprirà con la sua ombra” (Lc 1,35),

avverrà quindi qualcosa di più luminoso della luce del sole:

Dio si farà carne!

 

Sì, “Avvenga per me secondo la tua parola!” (Lc 1,38)

 

Nel 2004 il Cardinale Piovanelli mi scrisse una lettera

In cui citava queste parole del teologo Urs von Balthasar:

Pronunciando con prontezza il suo “Ecce ancilla Domini”,

Maria mostra tutta la sua disponibilità attiva:

Essa è come l’argilla umida nella quale soltanto si lascia imprimere la forma di Cristo”.

Ecco quello che siamo chiamati ad essere: argilla umida

che si lascia plasmare dalla volontà di Dio.

 

Maria è modello? Sì!

Solo modello? No!

È madre! È la madre che ci insegna a consegnarci alla volontà di Dio.

Si consegna con noi, e noi con Lei.

 

E tutto questo è molto concreto in questi giorni.

Voglio fare la volontà di Dio, allora esco a fare mille cose, per far piacere agli altri”?

Sarà la volontà di Dio?

No!

Non faccio “io” la volontà di Dio, ma bisogna che la volontà di Dio “mi faccia”, mi plasmi.

Oggi la volontà di Dio è il nostro stare a casa, per amore,

per non aggiungere altri contagi.

Ma, se è volontà di Dio, è gioia,

gioia di adempiere insieme quel che piace a Dio.

 

Questo può essere il tempo di una grande obbedienza d’amore a Dio…

E’ doloroso, è penoso,

con tutte le notizie che si sentono, anche dei nostri cari…

E non si sa più cosa inventare per giocare con i bambini,

non si sa più come convivere con gli altri familiari,

non si sa più come impiegare il tempo,

magari non si sa più come pregare…

Ma l’anima sa di fare la volontà di Dio,

di essere consegnata alla volontà di Dio,

e, in ciò, trova forze nuove.

L’anima per la sua gioia di essere consegnata amorosamente alla volontà di Dio,

sprigiona tutta una vitalità che si fa sorriso, inventività nell’amore, tenerezza.

 

Un giorno, Chiara Lubich, mi è stato raccontato, ebbe queste parole:

Essere la volontà di Dio non vuol dire che io accolgo la volontà di Dio,

vuol dire che la volontà di Dio mi prende.

La protagonista non sono io, è la volontà di Dio. ”

 

E spiega come gli avvenimenti stessi sono per noi la volontà di Dio:

Provate a vivere questo, vedrete come è bello: (…)

ti portano una minestra (…) che non ti piace:

è volontà di Dio, comanda la minestra, lì, quasi, perché è un segno della volontà di Dio.

Dovete fare una passeggiata ma non ne avete voglia:

eh! ti comanda la passeggiata, quella volontà di Dio.”

Per noi, sarebbe: “Devi rimanere a casa ma non ne hai voglia:

eh! ti comanda lo stare a casa, quella volontà di Dio.”

È bellissimo vivere così! Provate, provate, (…): lasciar che sia lei a fare.

E in questo senso si vive già come in Paradiso, (…)

È molto bella la volontà di Dio, a me piace tantissimo.

C'è una santa che dice che lei,

quando le nominano soltanto questa parola: “volontà di Dio”, va in estasi, tanto le piace.

Io la capisco, perché questa parola mi piace da quando ero piccolina,

mi piace tantissimo questa parola,

perché è il mio disegno, è la mia realizzazione,

è quell'unica roba che voglio: la volontà di Dio.”

 

 

giovedì 19 marzo 2020 - Solennità di San Giuseppe - 2 Sam 7,4..16 – Rm 4,13..22- Lc 2,41-51a - Badia Fiorentina – Messa senza Popolo - f. Antoine-Emmanuel


 

In questo tempo di prova, San Giuseppe è una figura che ci è vicina, molto vicina.

Molto vicina, perché Giuseppe è uno che ha conosciuto la prova.

 

Basti pensare al suo dolore, quando scoprì che Maria era incinta,

e non poteva capire quello che avveniva. (Mt 1, 18-25)

Alla sofferenza di non poterle offrire per il parto altro che una poverissima grotta a Betlemme. (Lc 2,7; Mt 2,1)

Alla partenza in piena notte per proteggere il bambino dalla violenza di Erode.(Mt 2, 13-14)

O alla perdita, lungo la via di ritorno da Gerusalemme, di Gesù dodicenne. (Lc 2, 43-46)

E tanti altri misteri dolorosi che noi non conosciamo…

Tutti vissuti con tanta fede, umiltà e discrezione.

 

Oggi, vi propongo di soffermarci sulla sua partenza per l'esilio.

Ricordiamoci il contesto.

Giuseppe, Maria ed il bambino Gesù hanno appena ricevuto la visita dei Magi,

la bellissima testimonianza di questi scienziati, questi sapienti,

convenuti per adorare Gesù. (Mt 2, 1-2. 9-11)

Era il preannuncio del dono che Gesù sarebbe stato per tutti i popoli. (cfr Lc 2, 10-11)

Ed i loro regali sono ancora lì, come ricordo gioioso di un’ora tanto luminosa e bella.

Ora, in piena notte, avviene l’inatteso:

l’irruzione di una violenza orrenda proveniente

non da un castigo divino, ma dalla miseria umana.

Erode, il potente re Erode, vuole uccidere il bambino. (Mt 2,13)

E bisogna agire subito, lasciare tutto, per proteggere la vita del bambino.

Addio alla vita serena di famiglia, al lavoro, ai vicini di casa,

alla Sinagoga, al Tempio non lontano…

Si tratta di lasciare tutto un modo di vivere, per diventare migranti.

Ed è Giuseppe a prendere in mano la situazione,

per portare la famiglia in una nuova realtà di vita,

con una fiducia totale nella Provvidenza divina.

Come Abramo, che, “per fede, chiamato da Dio,

obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità,

e partì senza sapere dove andava.” (cfr Eb 11,8)

 

San Giuseppe non esita, non si attarda, non fa domande:

bisogna proteggere la vita, ad ogni costo per Lui.

Vanno in esilio per un tempo indeterminato.

Quando finirà? Quando si tornerà?

Non lo sanno.

Quel che conta è la vita del più piccolo.

L’unica bussola è il prendersi cura della vita dell’altro,

l’amarsi gli uni gli altri.

Con la certezza che Dio provvederà;

che Dio è fedele, fedelissimo nell’Amore.

*

Carissimi, questa storia non è lontana dalla nostra:

lasciare tante cose, anche le più significative, all’improvviso,

in una notte di dolore che avvolge la terra.

Certamente non per un castigo divino,

ma per un dramma che si aggiunge a tutte le violenze,

tutte le sofferenze delle guerre, dei migranti, delle cavallette in Africa, della fame, …

Un dramma che ferisce il cuore di Dio più del nostro,

perché in Dio non c’è nessuna indifferenza.

Tutto grava sull’anima di Gesù nel Getsemani,

e lo schiaccia nell’ora del suo abbandono sulla Croce.

 

San Giuseppe è oggi per noi un compagno e un modello.

Da Lui impariamo a prenderci cura della vita,

in particolare della vita del più debole, del più vulnerabile.

Con Lui, ogni nostra scelta in questi giorni sia per prenderci cura degli altri.

Il non uscire di casa è un prendersi cura degli altri,

sapendo che ogni persona che si ammala può occupare all’ospedale un posto

e impedire ad un altro di essere curato.

E tutto ciò, facendo nostra la fiducia che Giuseppe ebbe nel Signore.

 

San Giuseppe ci insegna l’arte di lasciare tanto per salvare la vita altrui.

Fiduciosi nella Grazia di Dio.

E, con Lui, possiamo pure gridare verso Dio, quando veniamo a sapere delle vittime,

che, come i bambini martiri di Betlemme, soffrono e muoiono. (Mt 2, 16)

 

Ma, mi direte, Giuseppe, si è preso cura della vita di Gesù in persona, noi no!

No… oppure sì?

La nostra attenzione alla vita altrui, in ogni circostanza,

è sempre un’attenzione a Gesù.

Quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.” (Mt 25,40)

Ogni persona è per noi un riflesso di Gesù,

uno per il quale Gesù è morto,

una parola di Dio, eco del Verbo di Dio.

 

Oggi, è Gesù che soffre negli ospedali e nelle case,

Gesù che grida nel dolore: “Perché mi hai abbandonato?” (Mt 27,46; Mc 15,34)

Ed è Gesù che, tutt'uno con ogni sofferente,

porta la più profonda consolazione e la Risurrezione.

Egli, vincitore di ogni male, è la Risurrezione e la Vita.

 

Sì, è di Gesù che ci prendiamo cura,

e, come Giuseppe, lo facciamo con Maria.

Giuseppe non partì da solo con Gesù: era con Maria,

e sapeva che Maria aveva una vicinanza materna insuperabile

per prendersi cura del bambino.

E questo rimane vero anche oggi:

la Vergine Maria è più vicina ad ogni sofferente di quanto possiamo immaginare.

La sua maternità, nell’ora della prova, si dilata in una vicinanza straordinaria.

Accanto ad ogni letto d’ospedale,

dentro ogni casa nella solitudine,

vi è Maria, madre di compassione,

Maria, Mediatrice della Grazia,

Maria, Corredentrice, unita all’Unico Redentore e Suo Redentore,

Maria, avvocata nostra.

 

E San Giuseppe ci sussurra quello che Egli stesso sentì:

Non temere di prendere con te Maria tua sposa” (Mt 1,20):

immensa è la Sua compassione.

 

Buona festa di San Giuseppe!

 

Domenica 15 marzo 2020 - III Domenica di Quaresima (A) - Es 17,3-7 - Rm 5,1..8 – Gv 4,5..42 - Badia Fiorentina – Messa senza Popolo - f. Antoine-Emmanuel

 

 

L’incontro con Gesù è una realtà fantastica, un dono splendido.

 

Basta contemplare il Suo incontro con la donna di Samaria.

Avete notato quello che più ha segnato questa donna?

Mi ha detto tutto quello che ho fatto!”

Ma, chiunque mi dicesse, nel primo colloquio, la mia fragilità, le mie miserie…

questo sarebbe una violenza,

uno che si appropria della mia storia, quasi uno stupro…

 

Ma, con Gesù è tutt’altro,

perché il Suo modo di fare, il Suo modo di essere, cambia tutto.

Due volte il testo ci dice: “Mi ha detto tutto quello che ho fatto” (Gv 4,29.39)

Ma l’ha detto come? Con che tono? In quale maniera? Con quale sguardo?

L’ha detto come uno che mi conosce perché mi ama, direbbe la donna,

come Colui che ha pagato le estreme conseguenze delle mie miserie.

Tutto il mio Peccato, l’ha preso Lui.

Non si appropria della mia vita, si appropria del mio male,

cioè di quello che mi sfigura, che mi toglie la dignità.

E la mia vita, me la restituisce,

mi fa rinascere.”

 

Non è questo l’acqua di cui parla Gesù?

Lui, Gesù, ha la capacità di far sgorgare nell’intimo del nostro cuore

una sorgente di misericordia e di vita,

che, senza sosta, lava, purifica, guarisce la nostra anima.

Una sorgente che sussurra: “Sei giustificato, sei perdonato, sei sposato…”

Una sorgente che ci dà la vera vita

perché ci rende capaci di amare gli altri come Egli ama.

Ci rende vivi, perché diventiamo con Lui capaci di amore.

Gesù ci offre una freschezza interiore, un continuo rinnovamento del cuore,

ed è l’unica via per poter incontrare veramente Dio.

Se l’acqua di Gesù, l’acqua del suo costato, lava le nostre anime,

cominciamo, sì, a vedere Dio, a vedere il volto di tenerezza del Padre,

e allora ci mettiamo ad adorare il Padre in spirito e verità.(Gv 4,23-24)

 

L’adorazione, cioè l’andare al Tempio per offrire un sacrificio

non ha più bisogno di Tempio, di altare, di animali offerti,

di sangue di tori e di capri. (cfr Eb 9,11-14)

Dovunque siamo, possiamo adorare il Padre

e ne facciamo l’esperienza in questi giorni di prova drammatica per tanti.

Non abbiamo bisogno di recarci in un Tempio per adorare il Padre.

Il sacrificio vero ormai è il Sacrificio di Gesù,

al quale ci uniamo nel modo più perfetto nella celebrazione dell’Eucarestia,

ma al quale ci possiamo unire dovunque siamo.

Il culto vero è l’amore di Dio

che si esprime nella preghiera e nel servizio a chi ci sta vicino.

Ma in verità, cioè nel nome di Gesù,

unendoci a Gesù,

l’anima purificata dal suo Divino Amore.

 

In questi giorni attingiamo alla sorgente del cuore,

a Cristo vivo nei nostri cuori,

per convertire la nostra vita all’amore.

Il non uscire di casa è per amore,

la telefonata a una persona sola è per amore,

la preghiera per i sofferenti è per amore.

 

Il deserto che viviamo non è un deserto solitario:

siamo tutti insieme nel deserto, come il popolo d’Israele,

e lo sentiamo in particolare in questa domenica,

non potendo celebrare insieme l’Eucaristia.

Tutti insieme nel deserto…

E se ci capita di lamentarci, di piangere, di gridare, come gli Israeliti nel deserto (Es 17,3),

allora ci avviciniamo alla roccia dalla quale sgorga l’acqua: Gesù.

Gesù consolerà il nostro cuore e vi farà sgorgare l’amore per gli altri… che ci salva.

La Sua consolazione, la riverseremo con la preghiera sui malati e le loro famiglie,

su chi piange una persona cara e non può celebrare un funerale,

su chi non ne può più di stare in casa.

 

Vi invito a rileggere il capitolo quinto della Lettera ai Romani:

Ci vantiamo anche nelle tribolazioni, scrive Paolo,

sapendo che la tribolazione produce pazienza,

la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza.

La speranza poi non delude,

perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori

per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.” (Rm 5,3-5)

 

E, nello Spirito Santo, oggi il prete siete voi,

ciascuno di voi, esercitando con grande dignità il sacerdozio battesimale,

quello della preghiera e dell’offerta della propria vita nell’amore.

Se tutti, a casa, preghiamo,

oggi Firenze sarà costellata di oratori, di chiese, di cattedrali:

sarà una rete d’amore e di intercessione che si tesse

e va ad avvolgere di speranza tutti i sofferenti.

 

Davvero, pur dispersi, siamo una cosa sola.

Nell’amore.

 

 

venerdì 13 marzo 2020 - seconda settimana di Quaresima - Gen 37,4..28 – Mt 21,33-46 - Badia Fiorentina – Messa senza Popolo - f. Antoine-Emmanuel

 

C’era tutto: il terreno, la vigna già piantata, la siepe,

una buca per il torchio, il torchio e la torre… (Mt 21,33)

Non mancava niente per ottenere un raccolto abbondante.

Un raccolto, ci dice Matteo, che andava consegnato interamente al padrone della vigna.

 

C’era quindi il dono,

ma pure la richiesta di consegnare per intero i frutti della vigna, senza appropriarsi di nulla.

 

Ma i vignaioli non accettarono questo scambio.

Vollero appropriarsi non solo del frutto, ma pure della vigna,

e per ottenere l’uno e l’altro, non esitarono ad uccidere, anche il figlio.

 

Appropriarsi del frutto….

Fu già l’atteggiamento di Eva, e poi di Adamo.

È pure il modo di essere del nostro tempo:

il mondo è nostro, la vita è nostra, il corpo è nostro…

 

Mentre il Signore ci chiama a non appropriarci dei suoi doni,

a consegnare tutto, nel concreto dell’amore per Lui e per i fratelli.

Beati i poveri… (Mt 5,3)

Non è appunto povertà quello che le circostanze attuali ci chiedono?

Un invito a partire per il deserto.

 

Partiamo insieme per il deserto.

Non vivendolo come una condanna né da parte di Dio, né da parte di nessun altro.

Ma come una necessità.

E là, parlerò al suo cuore”. (Os 2,16)

È una forma di notte… non sappiamo il perché profondo di questa partenza,

di quest’esilio.

Ma, insieme, lo accettiamo.

Ed insieme scegliamo di viverlo in una grande solidarietà fattiva,

non dimenticando nessuno per strada.

 

Lasciamo tante cose, anche tra le più belle e significative della nostra vita,

per andare insieme incontro al Signore.

Partiamo come Giuseppe, portato dagli Ismaeliti in Egitto.

Con la certezza che Dio innalza gli umili.(Lc 1,52)

 

Cosa ci dirà il Signore nel deserto, nell’esilio?

Cosa farà?

Una cosa è sicura: Egli ci farà del bene, tanto, ma tanto bene.

 

Potremmo rileggere il capitolo 2 del Libro del profeta Osea.

Ecco alcuni versetti:

Farò cessare tutte le sue gioie,
le feste, i noviluni, i sabati,
tutte le sue assemblee solenni.
14 Devasterò le sue viti e i suoi fichi,
di cui ella diceva:
"Ecco il dono che mi hanno dato i miei amanti".

Li ridurrò a una sterpaglia
e a un pascolo di animali selvatici.
15 La punirò per i giorni dedicati ai Baal,
quando bruciava loro i profumi,
si adornava di anelli e di collane
e seguiva i suoi amanti, mentre dimenticava me!
Oracolo del Signore.
16 Perciò, ecco, io la sedurrò,
la condurrò nel deserto
e parlerò al suo cuore.
Le renderò le sue vigne
e trasformerò la valle di Acor
in porta di speranza.
Là mi risponderà
come nei giorni della sua giovinezza.”
(Os 2,13-17)

 

Carissimi,

"Non avete mai letto nelle Scritture:
La pietra che i costruttori hanno scartato
è diventata la pietra d'angolo;
questo è stato fatto dal Signore
ed è una meraviglia ai nostri occhi
?” (Mt 21,42)

 

La meraviglia, la vedremo!
 

Mercoledì 11 marzo 2020 - seconda settimana di Quaresima - Ger 18,18-20 – Mt 20,17-28 - Badia Fiorentina – Messa senza Popolo - f. Antoine-Emmanuel

 

È la terza volta che Gesù annuncia la sua Passione.

Perché tre volte?

O, meglio, perché Gesù deve ripetere per ben tre volte lo stesso annuncio,

se non perché gli apostoli non l’hanno ancora accolto?

 

Il Vangelo di Marco sottolinea addirittura che ad ogni annuncio

faceva seguito una domanda o un discorso degli apostoli

che dimostrava una reale incomprensione di quello che Gesù aveva annunciato!

Andate a leggere i tre annunci della Passione nel Vangelo di Marco… fa impressione.

 

E noi, ci sarebbe qualcosa che Gesù ci ha già ribadito più volte

e che non abbiamo ancora accolto?

Personalmente, come comunità, come Chiesa, come Popolo?

Vi è qualche richiesta Sua che abbiamo sempre accantonata?

Il lungo venerdì santo che stiamo vivendo è un tempo per chiedercelo.

 

Poi, non andremo a chiedere alla nostra mamma di intercedere per noi presso Gesù

per ottenere un “centuplo” in un regno di questo mondo,

come fecero Giacomo e Giovanni.

Chiediamo invece a Maria

di intercedere per noi perché sia dato a noi tutti il centuplo nel Regno di Dio,

nel Regno dell’Amore e della Misericordia.

E sappiamo qual è la nostra parte per ottenere il centuplo:

la via è sempre un “lasciare”. (cf Mt 19,29)

Non è pure ciò che impariamo in questi giorni?

 

Chiedere a Maria: siamo, sì, in un tempo mariano,

un tempo in cui bisogna ricorrere più che mai alla Mediatrice della grazia.

Lo facciamo in questi giorni attraverso la novena iniziata ieri,

affinché il Signore liberi la nostra terra dall’epidemia

e da tutte le piaghe da cui sono afflitti tanti popoli.

Affinché i governanti della terra abbiano il coraggio di invitare il mondo alla preghiera.

 

Sabato 7 marzo 2020I Settimana di Quaresima(A) -  Dt 26,16-19 – Mt 5,43-48 - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel


 

Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico.” (Mt 5,43)

Fu detto, ma non è scritto nell'Antico Testamento.

Era una tradizione che si trasmetteva,

e di cui si ritrova un'eco forte negli scritti di Qumran.

 

Perché è scritto: “Amerai il prossimo”.

Amerai il prossimo”, anche quando ti ferisce:

Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo,

ma amerai il tuo prossimo – che ti ha ferito – come te stesso.” (Lv 19,18)

 

Ma non è scritto: “odierai il tuo nemico”.

Era invece prescritto di guardarsi dal pericolo del popolo straniero idolatra.

 

Ma la tradizione aveva stabilito una distinzione radicale tra prossimo e nemici.

Con il pericolo di accentuare la divisione derivante dal peccato.

Perché il peccato suscita divisione, antagonismo, ….

sotto l’influsso del demonio chiamato, appunto, “divisore”.

 

C’è una “separazione” che suscita la vita, che appartiene alla creazione,

come avvenne, ad esempio, quando “Dio separò la luce dalle tenebre”. (Gen 1,4)

Ma c’è anche una separazione che suscita la morte, la frattura, l’inferno,

ed è propria del peccato.

 

Ora, rispetto a questa tradizione di separazione, oggi, si sente la voce di Gesù,

con il suo radicale: “Ma io vi dico…”

Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano.” (Mt 5,44)

Gesù abbatte le frontiere.

San Paolo lo proclamerà:

Non c'è Giudeo né Greco; non c'è schiavo né libero; non c'è maschio e femmina,

perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù.” (Gal 3,28)

Non vuol dire che non ci sono più distinzioni, che essere uomo o donna è la stessa cosa.

No!

Significa che non c’è più opposizione:

c’è ormai il dono della reciprocità,

dell’esistere l'uno per l’altro, l’uno dall’altro.

 

E da dove viene tale possibilità?

Dal fatto che c’è ormai un centro,

il “cuore del mondo”, direbbe Hans Urs von Balthazar.

Il “centro” è Gesù nel suo Mistero Pasquale.

Gesù abbandonato e glorificato nel suo abbandono.

Gesù che è morto nell’abbandono del Padre, al quale ha raccomandato il Suo Spirito,

ed è ormai glorioso in questo stato di dono infinito.

Egli, che ormai attira tutto, tutti, a Sé.(cfr Gv 12,32)

 

È in Lui che possiamo ormai farci “uno” anche con il “nemico”.

Perché il peccato, la divisione, l’ha presa Lui su di Sé.

Si è fatto divisione perché fossimo “uno”.

Tutti voi siete uno in Cristo Gesù” dice Paolo.

Lo siamo già.

Siamo “uno” più di quanto siamo disuniti e separati.

Ma dobbiamo diventare quello che siamo, “uno”, e servire l’unità.

 

E chi ci aiuterà?

Chi ci guida sicuramente e castamente verso il centro di unificazione dell’umanità intera?

La Madre.

È proprio della madre prendersi cura dell’unità dei figli.

Maria ci genera a questa vita di unità.

Maria, vera figlia del Padre, che

fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti.” (Mt 5,45)

 

Abbiamo sentito, nella prima lettura, la Promessa che il Signore fa al suo popolo:

Egli ti metterà, per gloria, rinomanza e splendore, sopra tutte le nazioni che ha fatto

e tu sarai un popolo consacrato al Signore, tuo Dio, come egli ha promesso". (Dt 26,19)

In cosa consiste la “gloria, rinomanza e splendore” del Popolo di Dio?

Nella sua unità!

 

Nella lettera alla Chiesa di Filadelfia,

si dice che i nemici della comunità si prostreranno ai piedi della comunità,

perché vedranno l’amore con cui Gesù ama questa comunità.

Perché avranno visto nella comunità l’amore di Gesù! (cfr. Ap 3,9)

Avranno visto la sua unità che è la sua bellezza…

 

La stessa cosa possiamo intuire anche nella conclusione del Vangelo odierno:

Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.” (Mt 5,48).

Gesù non dice: “Tu, dunque, sii perfetto come è perfetto il Padre vostro celeste.”

No!

La perfezione evangelica non si può mai raggiungere da soli.

Si può essere “perfetti” solo insieme!

 

 

venerdi 6 marzo 2020 - I Settimana di Quaresima(A) - Ez 18,21-28 – Mt 5,20-26 - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel


 

Se dunque tu presenti la tua offerta all'altare

e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te,

lascia lì il tuo dono davanti all'altare,

va' prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono.” (Mt 5,23-24)

 

Questa Parola di Gesù porta in sé tutta una sapienza.

Vi è come un itinerario.

Vuoi andare dal Signore e offrire un sacrificio,

cioè spogliarti di qualcosa di prezioso

per obbedire alla Sua legge,

per ritrovare o approfondire la comunione con Dio?

Fai bene!

Ma la strada passa dalla comunione con i tuoi fratelli e sorelle.

Non si può scavalcare questa dimensione.

Non c’è una via diretta verso il Padre

in cui non viene richiesta la riconciliazione con il fratello.

E possiamo notare che Gesù non dice:

Ti ricordi che tuo fratello ha – legittimamente - qualche cosa contro di te”.

Può anche darsi che lui si sbagli

e che ti consideri colpevole, mentre non lo sei…

Anche in questo caso: “Va' prima a riconciliarti con il tuo fratello”.

Scrive il Cardinale Giuseppe Petrocchi, vescovo dell’Aquila:

Dobbiamo oltrepassare l’uscio di casa

e prendere l’iniziativa di andare

verso coloro che ci evitano o hanno qualcosa “contro di noi”.

Il Vangelo ci obbliga a fare “il primo passo”.

Questo è esplicitamente prescritto ogni qualvolta ci presentiamo al cospetto di Dio:

o nella preghiera

(«Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate,

perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi»: Mc 11,25)

o nel culto liturgico

(«se dunque presenti la tua offerta sull’altare, e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e và prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono»: Mt 5, 23-24).

È importante sottolineare che, in entrambi i casi,

non è precisato se “l’atteggiamento contro”

nasce dall’essere in torto o dall’aver ragione.

Nella logica di Dio ciò che conta è amare:

e fare tutto il possibile per riconciliarsi con il fratello.

Agendo così verranno poste le condizioni per ristabilire l’equità e l’ordine violato:

allora il torto sarà riparato e la verità sarà riconosciuta.

Solo quando c’è la carità, infatti, si può dare a ciascuno ciò che gli spetta (cfr. Rm 13,7).

Altrimenti c’è punizione, risarcimento, ritorsione, rivincita o vendetta:

ma non c’è, in senso pieno (cioè evangelico) giustizia,

che va sempre coniugata con la misericordia.

 

Dunque, guardiamoci dentro, scrutiamo i nostri archivi mentali ed emotivi:

identifichiamo “coloro” verso i quali - dopo aver puntato il dito “contro” –

dobbiamo tendere una mano amica.

 

Permettetemi di suggerirvi un metodo facile

per arrivare ad individuare rapidamente i soggetti a cui assegnare la precedenza:

lasciamoci guidare dal “sentimento- no! ” che, come un segnale di allarme, scatta

quando evochiamo un nome o un evento.

Più è acuta la nota stridente che avvertiamo dentro,

meglio identifichiamo “chi” o “cosa” dobbiamo raggiungere

con un “sovrappiù di amore”.”1

 

Non ci risulta facile vivere questo “sovrappiù di amore”,

questa giustizia che supera quella degli scribi e dei farisei. (Mt 5,20)

Ma, qui, bisogna guardare alla Croce.

È La Parola della nostra Quaresima.

Cos’ha fatto Gesù?

Che strada ha percorso per andare al Padre,

per offrire al Padre il sacrificio d’amore della Croce, dell’abbandono?

Per prima cosa, è andato verso ognuno di noi, verso tutti gli uomini.

Si è fatto vicino a noi, là dove siamo,

fino a raggiungere chi si trova nelle tenebre più oscure del peccato,

prendendo su di Sé il peccato.

Poi, è andato verso il Padre bisbigliando: “Tutto è compiuto”(Gv 19,30)

E infine: “Nelle tue mani consegno il mio spirito”. (Lc 23,46)

 

Se ci facciamo uno con Gesù, allora diventiamo capaci anche noi,

di andare verso il fratello o la sorella che ha qualcosa contro di noi.

Perché in lui, in lei, nella situazione dolorosa che c’è,

riconosciamo Gesù Abbandonato.

E lo vogliamo abbracciare…

 

Tutto sta lì:

La Croce è il serbatoio infinito dell’amore,

dove attingiamo la forza e la gioia dell’amore, della misericordia.

 

Scrive ancora il Cardinale Petrocchi:

Se ci capita di sperimentare l’opposizione violenta del nostro “uomo vecchio” (cfr. Ef 4, 20-24),

che “non pensa secondo Dio ma secondo gli uomini” (Mc 8,33),

non scoraggiamoci,

sapendo che «è apparsa la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini,

che ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani

e a vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo» (Tt 2, 11,12).

Non crediamo alla voce che ci induce a ritenere che vivere così è impossibile:

perché «quello che è impossibile agli uomini è possibile a Dio» (cfr. Lc 18,27).



 

 Messaggio per Natale 2019

 

Domenica 1 marzo 2020 - Ia Domenica di Quaresima (A) - Gn 2,7-9; 3,1-7a - Rm 5,12-19 – Mt 4,1-11 - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel


 

La prima lettura di questa domenica ci fa guardare ad Eva,

la donna alla quale viene affidata una missione splendida,

quella di essere la «vis-à-vis» di Adamo,

colei che in un faccia a faccia introduce l’umanità all’alterità,

che apre l’umanità all’altro, a Dio…

Perché “Non è bene che l’uomo sia solo”. (Gn 2,18)

 

A lei, appunto, il serpente si rivolge.

"È vero che Dio ha detto: "Non dovete mangiare di alcun albero del giardino"?".(Gen 3,1)

Come risponde Eva?

"Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare,

ma del frutto dell'albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto:

"Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete"".(Gen 3,2-3)

Qui, vorremmo rivolgerci ad Eva e dirle:

No! L’albero della conoscenza, dell’esperienza del bene e del male

non sta “in mezzo al giardino”.

In mezzo al giardino, c’è l’albero della vita,

che ci offre il frutto dell’immortalità!”

 

Ma, appena Eva comincia a prestare orecchio al serpente,

subito viene sviata,

e smarrisce il significato della Parola di Dio…

 

Peggio ancora, Eva si lascia totalmente ingannare dal serpente.

Come?

Il serpente la induce a dubitare della benevolenza di Dio.

È impossibile che Dio sia benevolo con voi, se mette dei limiti nella vostra vita!

Se c’è un limite, un divieto riguardo ad un albero,

significa che Dio non è benevolo…

 

E questo è stato, è, e sarà sempre il discorso di Satana.

Guarda i limiti che hai nella tua vita:

come puoi pensare che Dio ti voglia bene?


E questo discorso, Dio non lo fa tacere.

Perché essere messi alla prova ci fa crescere,

ci dà l’opportunità di confessare la nostra fede,

di esercitare la nostra libertà più profonda: quella di dire di sì all’amore di Dio.

 

La parola che traduciamo con “tentare”,

significa, all'origine, mettere alla prova,

cosa che si fa con qualcuno con cui si sigilla un’alleanza.

Si mette alla prova l’altro contraente,

perché, se supera la prova, l’alleanza sia rafforzata.

Ma il termine viene usato anche con il significato di “far deviare l’altro”.

Ora, Dio non ci tenta mai, nel senso che non ci induce mai a deviare,

ma permette, sì, che il diavolo tenti di farci deviare,

per farci crescere nel Suo Amore.

E noi, umilmente consapevoli della nostra fragilità,

chiediamo al Padre di evitarci questa prova,

e di liberarci, se siamo stati ingannati dalla tentazione.

Ma non mettiamo Dio alla prova,

perché la Sua Parola È Verità.

 

Gesù stesso, il Figlio di Dio fattosi uomo,

fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo.”(Mt 4,1)

Per amore del Padre, Gesù si ritirò nel deserto,

per quaranta giorni di digiuno e di solitudine,

in preparazione alla Sua missione di salvezza,

e doveva essere tentato per poter confessare nella sua umanità

la sua fedeltà assoluta al Padre,

il suo amore incondizionato per il Padre e per noi.

 

E la tentazione è la stessa che subì Eva.


Se tu sei Figlio di Dio,

se sei amato dal Padre tuo,

non è possibile che tu abbia dei limiti,

che tu abbia bisogno di pane:

allora di' che queste pietre diventino pane".(Mt 4,3)

 

Se sei amato dal Padre tuo,

non è possibile che tu sia limitato dal tempo,

dalle prove, dalle sconfitte.

"Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù”(Mt 4,6)

 

Se se sei amato dal Padre tuo,

non è possibile che tu sia limitato dal Suo volere.

Gettati ai miei piedi, mi adorerai e ti darò

tutti i regni del mondo e la loro gloria”. (cfr Mt 4,8-9)

 

Come puoi pensare di essere amato da Dio

se nella tua vita c’è la fragilità della creatura,

ci sono le prove e la dipendenza da Dio?

 

Un'illustrazione drammatica di quest’opera di Satana,

l’abbiamo purtroppo nelle recenti rivelazioni su Jean Vanier,

fondatore delle comunità dell’Arche.

Un fondatore è una persona scelta da Dio per far nascere nella Chiesa

una realtà che renda gloria a Dio, manifestando il Suo amore nel mondo.

E Jean Vanier ha risposto a questa chiamata.

Ma quando si riceve un grande dono da Dio,

la tentazione è di credersi onnipotenti in questo o quell'ambito.

Se Dio mi ama, non è possibile che mi metta dei limiti…

E cosi, soggiogato probabilmente dal suo mentore, il Padre Thomas Philippe,

si è reso onnipotente sull’intimità sessuale di donne che accompagnava spiritualmente.

È esattamente quello che il diavolo propone a Gesù: “Tutto sarà tuo” (Lc 4,7)

E, molto probabilmente, pensava di fare del bene,

di introdurre queste donne all’amore di Dio…

Si può considerare questa vicenda alla luce della Parabola della zizzania.

Dove il diavolo semina la zizzania?

Esattamente là dove il Signore ha seminato il grano buono, il dono del Regno.

E dove ha seminato tanto, il diavolo anche, di notte, semina tanto.

E semina una pianta che assomiglia molto al buon grano.

Assomigliava tanto all’amore quello che chiedeva Jean Vanier,

ma è una perversione terribile, devastante,

in cui la donna è abusata, ingannata dall’accompagnatore detto “spirituale”.

Queste sono le tenebre di Satana…

E tutti noi, dobbiamo essere attenti…

 

Resta vero che Jean Vanier è stato uno strumento di Dio

per un’opera splendida.

Il Signore sa far passare la Sua grazia attraverso delle persone fragili, molto fragili.

Come me, come te…

Ma dobbiamo essere attenti…

 

Attenti a non dialogare mai con la tentazione.

A rispondere come Gesù, con Gesù, con la Parola di Dio.

Nel deserto, Gesù ha risposto con la Parola di Dio,

confessando, per così dire, il suo credo:

Non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio".(Mt 4,4)

Non metterai alla prova il Signore Dio tuo". (Mt 4,7)

Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto". (Mt 4,10)

È una triplice confessione che dice: amo i limiti della mia umanità.

Non pretendo di avere tutto o di essere tutto.

 

E Gesù non ha peccato.

Gesù non è stato vinto dalla tentazione…

Ma è entrato nella tentazione,

anzi, con la sua morte in croce, è entrato pure nel peccato, nella morte,

nell’abbandono da parte di Dio…

E si è fatto peccato per noi. (cfr 2Cor 5,21)

L’ha interamente preso su di sé.

A tal punto che oggi possiamo dire: il mio peccato sei Tu!

 

Questa è la vittoria di cui ci parla Paolo nella lettera ai Romani.

Riassumendo, potremmo dire

che la disobbedienza di Adamo e di Eva è stata terribilmente contagiosa,

ha raggiunto tutta l’umanità in un modo devastante:

A causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo

e, con il peccato, la morte, e così in tutti gli uomini si è propagata la morte.” (Rm 5,12)

Ma Paolo ha capito che la vittoria di Gesù,

la misericordia, la grazia, il dono gratuito della Vita eterna,

sono una realtà molto (πολλω in greco) più potente!

Quando la riceviamo, ne siamo trasformati per l’eternità!


Allora, oggi, ci rivolgiamo alla nuova Eva, a Maria,

perché ci conduca all’Albero della Vita, alla Croce,

affinché possiamo ricevere la grazia della vittoria pasquale di Gesù,

ed esserne contagiosi nel nostro mondo,

malato di paura e di angoscia…

Maria ci conduca all’Albero della Croce,

a Gesù crocifisso ed abbandonato,

perché possiamo “volgere lo sguardo a Colui che abbiamo trafitto.” (Cfr Gv 19,37)

Viviamo questa Parola durante la Quaresima,

e faremo l’esperienza di cui parla il Salmista:

Guardate a lui e sarete raggianti, i vostri volti non dovranno arrossire.

Questo povero grida e il Signore lo ascolta, lo salva da tutte le sue angosce.” (Sal 33,6-7)

 

mercoledì 26 febbraio 2020 - Le Ceneri - Gl 2,12-18 – 2Co 5,20-6,2 – Mt 6,1..18 - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel


 

La Liturgia della Quaresima si apre con la Lettura del Profeta Gioele.

Se andate a leggere nella Bibbia, vedrete che il testo liturgico

ha un omesso un piccolo particolare, una parola, “Attah”,

che significa “ora”.

Il profeta Gioele invita a ritornare ora al Signore,

e con tutto il cuore. (cfr Gl 2,12)

Ed è quello che vogliamo fare insieme in questo giorno.

Non solo per una Quaresima personale, per la nostra propria santificazione,

ma per una Quaresima comunitaria, ecclesiale.

 

Come popolo, vogliamo tornare al Signore.

E, come popolo, presentiamo al Signore, con preghiere di supplica,

tutte le sofferenze, tutte le sfide del mondo contemporaneo… che sono tante.

 

Come dice San Paolo, non vogliamo ricevere invano la grazia della salvezza:

la vogliamo accogliere. (cfr 2Cor 6,1)

E la vogliamo accogliere “a nome” e “per” tutta l’umanità.

 

Per avviarci in questo cammino quaresimale possiamo fare nostro

il messaggio di Papa Francesco per questa Quaresima.

Papa Francesco rinnova oggi un invito, fatto già nella lettera “Christus vivit”.

«Guarda le braccia aperte di Cristo crocifisso,

lasciati salvare sempre nuovamente.

E quando ti avvicini per confessare i tuoi peccati, credi fermamente nella sua misericordia

che ti libera dalla colpa.

Contempla il suo sangue versato con tanto affetto e lasciati purificare da esso.

Così potrai rinascere sempre di nuovo».1

 

È un invito a soffermare lo sguardo su Gesù crocifisso.

Allora, cerchiamo di capire insieme come si può guardare a Gesù crocifisso.

Se leggiamo i quattro Vangeli,

scopriamo che ci sono sette modi di guardare al Crocifisso.

 

Il primo modo è quello degli scribi, dei sommi sacerdoti, e di uno dei briganti,

cioè di coloro che, vedendo Gesù nell’immensa sofferenza,

nell’annientamento della Croce,

lo ingiuriano: bestemmie, grida, derisione, …

Siamo noi, quando siamo in collera, perché vorremmo salvarci con le nostre forze

e rifiutiamo la Sapienza della Croce.

 

Il secondo modo è quello della folla, di chi, avendo visto Gesù morire sul Golgota,

se ne torna battendosi il petto. (cfr Lc 23,48)

Siamo noi quando cominciamo a prendere coscienza del dono di Dio nella morte di Cristo,

ma senza cambiare il nostro stile di vita.

 

Il terzo sguardo è quello del Centurione pagano.

Avendo visto Gesù spirare in questo modo, disse:

Davvero quest’uomo era figlio di Dio”. (Mc 15,39)

Avviene quando, per pura grazia, irrompe nella nostra coscienza il senso della Croce,

e riconosciamo in Gesù crocifisso una manifestazione della santità di Dio.

Ma ancora senza speranza.

 

Il quarto modo è quello del Buon Ladrone

che, avendo visto la Madre,

e poi guardando Gesù nel suo abisso di sofferenza,

si rivolge a Lui e Gli chiede: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno.”(Lc 23,42)

Siamo noi quando riconosciamo nella Croce

la manifestazione della Misericordia di Dio.

Quando capiamo che la Croce è l’inizio di un nuovo Regno.

 

Il quinto sguardo è quello del discepolo che Gesù ama, quello di Giovanni.

Colui che ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera.” (Gv 19,35)

E cos’ha visto, essendo vicino a Gesù grazie alla sua vicinanza a Maria?

Ha visto “uscire” dal corpo di Gesù “sangue e acqua”(cfr Gv 19,34):

il poco sangue che Gesù non aveva sparso nella sua passione.

Ma pure acqua, acqua viva.

Ha visto nel Crocifisso la sorgente della vita nuova, la speranza di un mondo nuovo.

E Giovanni riconosce l’adempimento della profezia di Zaccaria.

Se noi, cioè, ci apriamo allo spirito di grazia e di consolazione,

saremo in grado di guardare veramente a colui che abbiamo trafitto,

ne faremo il lutto come si fa il lutto per un figlio unico, (cfr Zc 12,10)

cioè condivideremo il lutto di Maria,

e scopriremo che, nella morte in croce di Gesù,

c’è per la casa di Davide e per gli abitanti di Gerusalemme,

cioè per tutti noi, una sorgente zampillante per lavare il peccato e le impurità. (cfr Zc 13,1)

Il sesto sguardo è quello di Paolo,

che ripone nella croce di Gesù tutta la sua fierezza.

Siamo noi quando scopriamo che «Dio fece (Gesù) peccato in nostro favore» (2Cor 5,21).

Fece ricadere sul suo Figlio tutti i nostri peccati, fino a “mettere Dio contro Dio”,

come scrisse Papa Benedetto XVI2.”3

 

E il settimo sguardo è quello di Maria.

È uno sguardo che entra nel mistero della Croce, per parteciparvi .

È il nostro sguardo quando, con Maria, capiamo che non possiamo essere redenti

se non ci associamo, nell’amore, al mistero della Redenzione,

se non partecipiamo alla Sua offerta di Sé stesso, per la salvezza del mondo.

 

Carissimi, per questa Quaresima possiamo custodire in cuor nostro

questo invito a guardare a Gesù crocifisso.

E vi propongo, sulla scia di quello che Papa Francesco ci dice oggi,

di vivere queste parole: “Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto.” (Gv 19,37)

Proviamo, per questi 40 giorni, a vivere questa Parola,

cioè a tener viva nel nostro cuore la memoria di Gesù crocifisso,

a tenere lo sguardo fisso su Gesù nel suo morire d’amore,

nel suo abbandono, nel suo consegnarsi per tutta l’umanità.

 

Cosa sarà il nostro digiuno? Sarà un partecipare all’abbandono di Gesù.

In questo tempo favorevole,

lasciamoci perciò condurre come Israele nel deserto (cfr Os 2,16),

così da poter finalmente ascoltare la voce del nostro Sposo,

lasciandola risuonare in noi con maggiore profondità e disponibilità.”4

 

Cosa sarà la nostra preghiera?

Sarà uno stare con Gesù crocifisso.

nella sua offerta al Padre.

L’esperienza della misericordia, infatti,

è possibile solo in un “faccia a faccia” col Signore crocifisso e risorto

«che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me» (Gal 2,20).

Un dialogo cuore a cuore, da amico ad amico.

Ecco perché la preghiera è tanto importante nel tempo quaresimale.5

 

Cosa sarà la nostra carità? Sarà l’offerta della nostra vita

insieme al Crocifisso risorto per la vita del mondo.

Mettere il Mistero pasquale al centro della vita significa sentire compassione

per le piaghe di Cristo crocifisso presenti

nelle tante vittime innocenti…”6 del nostro tempo.

Ed impegnarci con tanto, tanto amore.

 

 

1 - Papa Francesco, Christus Vivit, n.123

2 - cfr Enc. Deus caritas est, 12

3 - Cfr. Papa Francesco, Messaggio per la Quaresima 2020

4 - Cfr. Papa Francesco, Messaggio per la Quaresima 2020

5 - Papa Francesco, Messaggio per la Quaresima 2020

6 - Cfr. Papa Francesco, Messaggio per la Quaresima 2020

 

Venerdi  21 febbraio 2020 - VI settimana del T.O. - Settimo anniversario della morte di fr. Pierre-Marie - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel
 

In questo giorno in cui vogliamo rendere grazie a Dio per Pierre-Marie, potremmo tornare a leggere il primo documento che scrisse e diede alla Diocesi di Parigi per presentare la sua visione. Si tratta di un documento dell’ottobre 1974, intitolato “Monaci, nella città”.

Comincia con un invito immediato a riconoscere la tensione polare della vita cristiana: lottare con il mondo, che si traduce in conversione per liberarci dalla mondanità e in testimonianza per render visibile la vita nuova del Regno; e inserirsi nel mondo, per amore di Dio e per amore di tutto ciò che Dio, per amore, ha creato.

Detto questo, Pierre-Marie non parte subito con tante buone intenzioni. Perché, prima, bisogna individuare la chiamata del Signore.

 

La prima chiamata è, e rimane sempre, quella all’amore fraterno. Non c’è niente che venga prima dell’amore. Ce lo insegna sia la vita di Gesù che la sua predicazione. E per non mentire, l’amore deve essere negli atti ed in verità.

Inoltre l’amore, se è autentico, parlerà al mondo di oggi. “Se la Chiesa ama, la si crederà”.

Come vivere, quindi, questa prima chiamata? Vivendo come fratelli e sorelle!

 

La seconda chiamata è a seguire Gesù da vicino. Il modello da imitare è solo Lui. Lo scopo non è un eroismo nell'esercizio delle virtù, bensì l'imitazione di Gesù. Ora, Egli è povero, puro ed obbediente. Così dobbiamo essere anche noi, scegliendo di essere poveri, casti ed obbedienti. Non secondo un ideale di vita astratto, ma secondo Gesù. E qui compare la parola “monaco”.

 

La terza chiamata sarà quella a ritirarsi dal mondo per vivere pienamente l’amore ed i consigli evangelici? No! È a rimanervi, secondo la preghiera di Gesù nel Suo Testamento: “Padre, non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal Maligno.” (Gv 17,15) L’esigenza nostra è la rottura con la mondanità, ma è pure la comunione. E la chiave è il perdersi. Perdersi per rompere con la mondanità, perdersi per donarsi all’amore, alla comunione. E seguono degli “e”: inserimento e contestazione, contemplare e condividere. Pierre-Marie esclude l'”o”: “Non dobbiamo contemplare Dio o agire per gli uomini, ma dobbiamo unificare contemplazione e condivisione.”

 

La quarta chiamata è quella ecclesiale. Compare qui un altro “e”: tutto è già nel Testamento di Gesù…e c’è da proporre un nuovo modo di presenza ecclesiale nel mondo, che non è né il monastero claustrale né il ministero parrocchiale. E questo, là dove si svolge la vita nel mondo di oggi, ossia nella città. Bisogna che germinino nuovi luoghi di accoglienza, di preghiera e di riposo in Dio, e di lode col canto. Si tratta di essere nella città “in un modo monastico nuovo”.

E viene proposto un tema ripreso da Evdokimov: è necessario che rinasca, sulla scia del Monaco per eccellenza che è Gesù, un “monachesimo interiorizzato”. E se alcuni lo vivono, sarà contagioso!

Ecco la chiamata!

 

E la risposta qual è?

Dar vita ad un nuovo stile cristiano. E subito vien detto che esso non dovrà irrigidirsi in una forma. Certo, non si tratta di seguire le mode, ma nemmeno di stabilire una forma definitiva. “Riteniamo che, mentre l’esigenza fondamentale deve rimanere ferma e immodificabile, la "forma" che la nostra risposta assume debba evitare di codificarsi o fissarsi troppo rapidamente.”

Deve nascere quindi una nuova forma di vita, con delle persone che si impegnino a vivere una vita comune rispondente alle chiamate sopra elencate.

E nel concreto cosa faranno? Oltre ad avere questa identità, quale sarà la nostra missione? Sarà di offrire uno spazio, con 6 + 1 aspetti.

 

1.Uno spazio di preghiera e di silenzio, un luogo che manifesterà la priorità dell’Unico necessario e del solo Assoluto: il Signore.

2. Uno spazio di vita fraterna, dove si vivrà una condivisione autentica, in cui si veda che la carità è la priorità.

3. Uno spazio che richiede un impegno, che può prendere diverse forme fino ad una consegna definitiva e totale di sé.

4. Un luogo di accoglienza e di condivisione attorno alla Parola di Dio, attraverso la liturgia e attraverso un’accoglienza umana molto concreta e fraterna.

5. Un luogo da cui parta un’azione sul mondo, attraverso il lavoro, l’evangelizzazione, e dei segni evangelici non senza follia di attenzione ai poveri.

6. Un luogo che sia un segno escatologico, in cui si sappia leggere la storia presente alla luce della speranza cristiana.

7. Tutto ciò si può riassumere nella sfida di scrutare l’invisibile e, avendolo visto, di raccontarlo con la nostra vita.

Giungendo alla fine del documento, Pierre-Marie afferma che vivere tutto ciò non è utopia, è realismo. Perché? Su che cosa si fonda la possibilità di vivere quest' avventura? E risponde con un versetto del Vangelo che, quindi, è come il fondamento sicuro di tutto ciò che si vivrà: Luca 17,21. “Perché, ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi!". Questa non sarebbe la Parola fondante del nostro carisma?

 

L'ENTUSIASMO NON È UN'UTOPIA. PER IL CREDENTE È IL PIÙ ALTO REALISMO: "IN VERITÀ, IN VERITÀ, VE LO DICO, IL REGNO DI DIO È DENTRO DI VOI. "

 

IL PIÙ ALTO È IL PROFONDO.

IL PIÙ PROFONDO È IL PIÙ COMUNE.

AL CUORE DI TUTTI I CUORI RISIEDE L'UNICO.

 

DOBBIAMO SOLO ACCETTARE DI ESSERE CHI SIAMO:

"IL CORPO DI CRISTO."

LO SPIRITO FARÀ IL RESTO.

 

lunedì 17 febbraio 2020 - Sette Santi Fondatori - Sir 44,1-2.10-15 - Ef 4,1-6.15-16 - Gv 17,20-24 - Santissima Annunziata - fr. Antoine-Emmanuel


Tutti siano una sola cosa.”(Gv 17,21)

La visione di Gesù è immensa! Immensa!

Pensate: “Tutti siano una sola cosa”!

La prospettiva di Gesù, ciò per cui Egli prega e si offre

è l’unità di tutto il genere umano, nessuno escluso.

 

La prospettiva è ancor più grandiosa quando si comprende

che l’unità per la quale Gesù prega non è un metterci gli uni accanto agli altri,

bensì essere “uno” come il Padre ed il Figlio sono una cosa sola!

Una forma di interiorità reciproca tra noi che non sappiamo ben descrivere.

Un accoglierci gli uni gli altri nell’amore, che è opera dello Spirito Santo.

È questo che Gesù vuole darci!

Non può essere che un dono, vero?

Ma che speranza straordinaria, quando si vedono tutti i conflitti che lacerano l’umanità…

 

Allora, dopo che ha espresso questa visione di unità perfetta del genere umano,

vediamo Gesù fare grandi raduni di folla per compattare la gente?

No!

Al contrario, lo vediamo andare da solo verso la sua passione,

verso la sua morte in croce, dove sarà abbandonato da Dio,

dove sarà in una solitudine infinita.

Perché?

Perché è appunto sulla croce che Egli rende possibile questa unità.

Da una parte, perché prende su di Sé tutto ciò che è di ostacolo all’unità:

le nostre gelosie, i nostri egoismi, le nostre guerre.

Li assume totalmente e definitivamente.

 

E dall’altra, perché Egli è, in mezzo a noi, la nostra unità,

perché, lasciandoci amare da Lui,

diventiamo capaci di amarci vicendevolmente come Egli ci ama!

 

Tutto ciò, Gesù l’ha adempiuto nel suo mistero Pasquale!

È fatto!

Tutto è compiuto!” (Gv 19,30)

In Lui siamo già una cosa sola.

Secondo lo sguardo di Dio,

la realtà è che prima di essere distinti, siamo ormai uno.

L'essenziale è accogliere questo dono e viverne.

 

Ma dove andare per ricevere questo dono?

La risposta è semplice: sotto la croce.

Come Giovanni andò sotto la croce.

E cosa fece Giovanni sotto la croce? Dove si mise?

Accanto alla Madonna, accanto a Maria.

Ecco il nostro posto, come ben intuirono i Sette Servi Fondatori,

fino a vestirsi di nero, come segno del loro essere servi di Maria Desolata:

Il vostro è l’abito che vi ricorda di me ai piedi della croce.”

disse loro la Madonna, apparendo a Monte Senario il venerdì santo del 1246

 

Sotto la croce, presso la croce, come mi impressiona Maria,

come mi innamora Maria!

È la donna totalmente aperta all’agire di Dio;

Maria è come un “sì” vivo

a quello che Gesù vive,

a quello che Gesù ci dona nell’ora in cui è abbandonato dal Padre.

Maria è in Gesù e Gesù è in Maria.

Maria non è corredentrice nel senso

di essere collaboratrice dall'esterno all’opera della redenzione.

È corredentrice perché Lei, la Madonna, è in Gesù, unico Redentore e suo Redentore,

e Gesù è in Lei.

 

L’unità compiuta, l’unità perfetta di cui ci parla Gesù, la troviamo facendoci vicini a Maria.

E cosa sentiamo?

"Donna, ecco tuo figlio!". "Ecco tua madre!" (Gv 19, 26-27)

Maria riceve da Gesù una nuova maternità, la sua piena maternità divina.

per partorirci nell’unità, per partorirci nell’amore reciproco.

Di ciò i Sette Santi Servi sono grandi testimoni.

Proclamavano che era Nostra Signora che li aveva chiamati insieme,

e che Lei era per loro capofamiglia!

Tutto quello che è avvenuto è da attribuirsi solo a nostra Signora”, scrisse Sant’Alessio.

 

La vera devozione a Maria non è un fatto individuale:

La vera devozione a Maria ci invia gli uni verso gli altri.

Il profumo mariano che si sente nella vostra comunità

è pure profumo di amore fraterno, di semplicità, di ospitalità.

Fin dall’apparizione, che ebbe luogo a Santa Reparata, la vigilia del 15 agosto 1244,

i Sette Fondatori sapevano che avrebbero avuto

solo da combattere ogni forma di divisione e di odio

con una vita in comune a testimonianza di un vero amore,

decisamente evangelico,

vissuto nell’umiltà della mente e del cuore per il servizio di Dio e dei fratelli

Davvero Maria ci insegna ad essere santi insieme.

Ci insegna che non si può essere santi che insieme.

Basta ricordarci della così bella amicizia tra Santo Sostegno e Santo Uguccione!

 

È la posta in gioco qual è? È l’evangelizzazione!

Tutti siano una sola cosa, perché il mondo creda.” (Gv 17, 21)

Che cosa colpirà le persone che sono oggi lontane mille miglia dalla fede cristiana?

Non più quello che viviamo dentro le mura delle nostre chiese,

perché non ci vengono più.

Colpirà la qualità dell'amore che si vedrà tra noi e che avremo per loro.

Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri".

(Gv 13,35)

Quando viviamo nell’amore, diventiamo una pagina aperta di Vangelo vivo.

 

C’è tutto un cristianesimo individualistico che sta andando in fiamme oggi,

come le fiamme hanno divorato la Cattedrale Notre Dame di Parigi.

Non possiamo più essere neanche delle comunità poste le une accanto alle altre.

È impossibile oggi… o diventeremo totalmente insignificanti.

 

Il Signore ci invita ad amare l’altra comunità, l’altra parrocchia

come la nostra, come se fosse la nostra.

Una grazia del nostro tempo è la caduta dei campanilismi ecclesiali.

Come Paolo ci ha detto nella seconda lettura,

i doni preziosi, diversi, che abbiamo ricevuto sono fatti per servire l’unità,

per accogliere l’unità realizzata da Gesù sulla croce.

Affinché il mondo creda.

 

Signore Gesù, questa sera, avvicinandoci all’altare,

ci avviciniamo a te crocifisso, abbandonato e risorto.

Per diventare una cosa sola.

 

Maria, Madre della Chiesa,

a te ci affidiamo, per saper accogliere e vivere l'unità.

Affinché il mondo creda.

 

 

Domenica 16 febbraio 2020 - VI domenica del T.O.- Sir 15,15-20 – 1 Co 2,6-10 – Mt 5,17-37 - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel


 

Il Vangelo di oggi ci parla di violenza nei rapporti interpersonali,

di sguardi di concupiscenza sulle donne, di ripudio della moglie e di menzogne.

Sono davvero queste le cose che interessano a Gesù?

Sarebbe venuto a ristabilire i principi morali e basta?

Oppure la Sua visione sarebbe altra?

 

Partiamo della seconda Lettura.

Paolo scrive alla comunità della città di Corinto,

e torna sul modo in cui, in un passato recente, ha evangelizzato questa città,

per sottolineare un aspetto:

non si è presentato “ad annunciare loro il mistero di Dio

con l'eccellenza della parola o della sapienza.” (1 Co 2,1)

Non ha fatto grandi discorsi ben preparati, usando un’arte oratoria di alto livello.

No!

Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi, se non Gesù Cristo,

e Cristo crocifisso”. (1 Co 2,2)

La chiave di volta della sua predicazione era tutta lì: Gesù crocifisso.

E Paolo ne parla come di una vera “Sapienza”.

C’è una Sapienza della croce, un logos della Croce.

C’è un modo di comprendere e di vivere la vita che si ispira alla Croce.

E Paolo insiste:

 

Parliamo, sì, di sapienza”.

Ma di una sapienza che non è di questo mondo.”

Parliamo (…) della sapienza di Dio, che è nel mistero,

che è rimasta nascosta, e che Dio ha stabilito prima dei secoli

per la nostra gloria.” (1Cor 2,6-7)

 

Quanta intelligenza, quanta Sapienza c’era nella Thorah!

Quanta intelligenza, quanta Sapienza c’era nella filosofia greca o in quelle dell’Oriente…

Ma c’è un’altra sapienza

che è capace di illuminare in modo incomparabile il pensiero e la vita.

Si tratta di una Sapienza che “occhio non vide, né orecchio udì”. (1Cor 2,9)

Non è mai salita dal cuore dell’uomo,(cfr id.)

neanche di Socrate, di Platone o Aristotele…

 

La Croce, cioè la sofferenza, l’abbandono da parte del Padre,

la morte e la risurrezione di Gesù,

sono la sorgente di una Sapienza nuova, nuovissima.

Come mai?

Per il fatto che Gesù ha assunto totalmente e definitivamente la sofferenza,

il male, il peccato, e la stessa morte.

Li ha fatti suoi.

Nel momento in cui Gesù, Verbo di Dio, Figlio di Dio,

vive l’esperienza di esser abbandonato dal Padre, d’essere senza Dio,

in questa notte di Dio1,

Egli assume ogni male, ogni disordine,

ogni guerra, ogni tristezza, ogni peccato,

ogni ferita al disegno d’Amore del Padre.

 

Ha fatto suo il mio peccato.

E' divenuto il mio peccato.

Certo non l’ha “commesso”, ma vi si è inserito e l’ha assunto.

E, ormai, se guardo alla mia vita passata, non vedo più i miei peccati:

vedo Gesù crocifisso ed abbandonato.

E' una totale rivoluzione nel pensiero e nella vita!

Innanzi tutto perché Gesù ci libera da ogni paura: ha assunto Lui il male!

E poi, ci fa innamorare di Lui che si è così caricato di tutta la nostra miseria.

E, innamorati di Lui, lo vogliamo raggiungere in tutte le sofferenze dei fratelli,

perché Lui si trova lì!

 

Torno alla mia prima domanda:

a Gesù interessano la violenza nei rapporti interpersonali,

gli sguardi di concupiscenza sulle donne, il ripudio della moglie e le menzogne?

E perché ci dice che, “se la nostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei,

non entreremo nel Regno dei cieli”? (cfr Mt 5,20)

 

Non lo dice perché è venuto ad alzare il livello delle norme morali!

Ma perché, con la Sua presenza, il mondo è cambiato,

la nostra vita è cambiata!

Prendendo il male su di Sé, ci ha resi capaci di amarci gli uni gli altri,

di diventare una cosa sola, amandoci.

Ed è questo, sì, che Gli interessa!

È a questo che guarda!

Prendendo il male su di Sé, ci permette di entrare nell’amore

ben al di là di quello che vivevano ed insegnavano gli scribi e i farisei.

 

Allora perché ci dice di rinunciare alla violenza nei rapporti interpersonali,

agli sguardi di concupiscenza sulle donne,

al ripudio della moglie e alle menzogne?

Perché tutto ciò è di ostacolo all’amore reciproco,

e Gesù ci ha liberati dalla schiavitù di questi mali.

 

E tutto questo è molto concreto.

Se impariamo e viviamo la Sapienza della Croce,

quando una persona ci mette in crisi,

invece di arrabbiarci e di insultarla,

riconosceremo in lei ed in noi una Presenza di Gesù insultato ed Abbandonato

e l’ira scomparirà dal nostro cuore…(cfr Mt 5,22)

 

Se, dunque, presentiamo la nostra offerta all'altare

e lì ci ricordiamo che nostro fratello ha qualche cosa contro di noi,

che abbia ragione o meno,

riconosceremo in questa situazione Gesù disprezzato ed Abbandonato,

e, lasciando il nostro dono davanti all'altare,

avremo la forza di andare con umiltà e semplicità dal fratello

per un dialogo sincero di riconciliazione,

e, poi, torneremo a offrire il nostro dono. (cfr Mt 5,23-24)
 

Se, vedendo una donna o un uomo,

affiora in noi un pensiero di impurità o di concupiscenza,

riconosceremo in ciò Gesù maltrattato ed Abbandonato,(cfr Mt 5,28)

ed il pensiero finirà lì.

 

Se la vita coniugale diventa difficile, penosa

e siamo tentati di liberarci del coniuge,

riconosceremo lì Gesù sfinito ed Abbandonato,

e lo vorremo abbracciare in questa situazione, senza fuggire.( cfr Mt 5,32)

 

Se siamo portati a fare dei discorsi in cui si mescolano verità e menzogna

secondo i nostri interessi,

riconosceremo in noi Gesù falsamente accusato ed Abbandonato,

e saremo disgustati dalla menzogna.(cfr Mt 5,33-37)

 

Questa è la Sapienza della Croce

Allora l’amore diventa possibile!

L’amore reciproco è il frutto del nostro affidamento totale

a Gesù abbandonato.

 

Anzi, se sposiamo Gesù Abbandonato,

diventiamo dei servitori, degli strumenti dell’amore reciproco nel mondo,

come lo è stata Chiara Lubich alla quale mi ispiro moltissimo dicendo queste cose.

 

Concludo con la Prima Lettura.

È tratta dal Libro del Siracide.

Se tu vuoi, puoi osservare i comandamenti,

scrive Ben Sira,

l'essere fedele dipende dalla tua buona volontà.”

Ed aggiunge:

Egli ti ha posto davanti fuoco e acqua: là dove vuoi tendi la tua mano.” (Sir 15,16)

Il Signore ci offre di scegliere l’acqua, l’Acqua viva.

Qui si gioca la nostra libertà.

Possiamo dire di Sì all’Acqua viva del Mistero Pasquale.

Possiamo dire di Sì alla Sapienza della Croce.

Siamo assolutamente liberi.

 

E ormai, se lo vogliamo,

possiamo, sì, possiamo osservare i comandamenti.

Possiamo, anzi, osservare Il Comandamento dell’Amore reciproco,

come Gesù ci ha amati, (cfr Gv 13,34)

poiché se sposiamo Gesù Abbandonato,

ameremo come non avremmo mai potuto immaginare!

Perché Gesù crocifisso ed abbandonato

ci ha sposati per primo… per puro Amore!

 

1  L’espressione è di Chiara Lubich

 

giovedì 6 febbraio 2020-  IV settimana del Tempo Ordinario - 1 Re 2,1..12 – Mc 6,7-13 - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel


 

La prima lettura di oggi tralascia una parte notevole del testo!

Perché se Davide consiglia a Salomone di essere profondamente fedele alla legge di Dio,

gli dice anche di uccidere sia Ioab che Simei…

e di proteggere invece un certo Barzillài…

 

L’essenziale del testamento di Davide rimane però l’obbedienza profonda alla legge di Dio.

Questo è l’essenziale del testamento a suo figlio Salomone.

Allora riuscirai in tutto quello che farai e progetterai.” (cfr 1Re 2,3)

Quindi il segreto della sua vita sarà un’obbedienza profonda alla Parola di Dio.

Davide avrebbe potuto dare tanti consigli militari, diplomatici, politici a suo figlio,

ma si attiene all'essenziale: l’obbedienza alla Parola di Dio

perché sa che è da questa obbedienza che deriva ogni Sapienza.

 

Cerchiamo quindi anche noi di ascoltare oggi il vangelo

e di accoglierlo come Sapienza per la nostra vita.

Cosa ci insegna il Vangelo odierno?

 

Gesù “Chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due.” (Mc 6,7)

Soffermiamoci su questi due verbi: chiamare a sé e inviare.

Non ci ricordano qualcos’altro?

Non è quello che fa il cuore: chiamare a sé il sangue e poi inviarlo in tutto il corpo?

Gesù con la sua Parola è il cuore dell’umanità.

Ci chiama a sé, per purificarci, per rigenerarci, per riempirci del suo amore.

E poi ci invia, per portare la bellezza del suo amore nel mondo.

Il nostro compito è di lasciarci attirare e di lasciarci inviare.

Di riconoscere Gesù come il cuore pulsante della nostra vita,

di permettere alla sua Parola di adempiere in noi questa bellissima missione.

 

Vediamo poi che Gesù invia i suoi apostoli vietando loro di portare pane, sacca e denaro.

Bisogna che gli apostoli siano in una reale vulnerabilità,

che non abbiano alcun mezzo, alcuna sicurezza.

Ci vuole totale insicurezza per poter veramente vivere e annunciare il Regno.

Sono quindi beate le nostre insicurezze… quando le accogliamo come dono di Gesù,

come slancio per vivere pienamente del Regno.

 

Gesù chiede inoltre ai suoi apostoli di rimanere nella prima casa che li avrà accolti,

di non desiderare un altro alloggio,

di non sognare un altrove…

bensì di rimanere… per non rischiare di essere sempre alla ricerca delle proprie comodità:

l’erba nel giardino del vicino è più verde…, come si dice spesso.

No, mettiti al lavoro nel campo dell’amore fraterno, là dove Dio ti ha posto,

là dove la porta si è aperta per te.

 

Però se gli apostoli non fossero accolti, se non fossero ascoltati, cosa chiede Gesù?

Di andare via e di scuotere la polvere sotto i loro piedi prima di partire.

Come per dire che anche la polvere che hanno sotto i sandali non la prendono,

non prendono nulla, non chiedono nulla,

sappiano che il Regno di Dio che annunciano è totalmente dono,

e dono gratuito.

Ecco la testimonianza, come dice il Vangelo, che Gesù chiede:

testimoniare la gratuità del dono del Regno di Dio.

 

Infine la chiamata degli apostoli è a proclamare la conversione,

a scacciare i demoni e a ungere gli infermi per guarirli,

cioè a far vedere la vita del Regno.

Il Regno non è un’idea, non è un’ideologia, è una vita, una vitalità divina

che si dispiega attraverso le nostre mani, attraverso il nostro operare,

attraverso il nostro cuore.

 

La domanda è allora semplice:

noi, qui presenti, lasciamo passare il Regno di Dio attraverso di noi?

Siamo pronti ad abbracciare un'insicurezza umana

per testimoniare della solidità del Regno di Dio?

Ecco la bellissima chiamata che il Signore ci rivolge oggi,

Egli che è il Cuore pulsante della nostra umanità,

il cuore Eucaristico che ci fa vivere.

 

Domenica 26 gennaio 2020 - III Domenica del Tempo Ordinario - DOMENICA DELLA PAROLA - Is 8,23 – 9,3 – 1 Co 1,10..17 – Mt 4, 12-23 - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel

 

Celebriamo oggi la prima Domenica della Parola,

ed è per noi occasione per dire grazie a Dio per il dono della sua Parola.

Il dono della Sacra Scrittura, della Bibbia,

ma più ancora il dono della Parola.

La Parola viva di Dio che, nel nostro quotidiano, ci parla, ci trasforma, ci guida.

Non possiamo abituarci a un tale dono!

Il Padre ha preso l’iniziativa di parlarci fin dall’origine,

e, anche quando siamo caduti nella sfiducia e nella disobbedienza, Dio non ha taciuto:

è venuto a cercarci: “Dove sei?” (Gen 3,9)

È così è cominciato un dialogo tra Dio e l’umanità

che continua, e attraversa il tempo, attraversa le generazioni.

Dio ha poi ispirato al suo popolo di trasmettere per iscritto alcune sue parole,

testimonianza di questo dialogo.

Ed è lo Spirito Santo che rende viva per noi la Scrittura,

che, perciò, diviene Parola vivente per noi,

Parola che ci fa diventare un unico popolo, il popolo di Dio.

 

Allora, oggi, rendiamo grazie a Dio per ogni volta, nella nostra vita,

in cui il testo sacro è divenuto Parola viva per noi.

Tu apri, tu preghi, leggi, mediti, ascolti, …

e un versetto diviene luminoso,

pieno di una presenza, di una vita nuova.

La Parola ci raggiunge.

Attraverso una parola, La Parola di Dio ci raggiunge.

E, come per i discepoli di Emmaus, il cuore arde dentro di noi. (cfr Lc 24,32)

 

E la Parola non è solo informativa.

È Promessa, promessa di un dono che ci viene incontro nella nostra vita.

È operante: il Papa, nella sua odierna lettera,

parla del “carattere performativo della parola di Dio,

soprattutto quando nell’azione liturgica,

emerge il suo carattere propriamente sacramentale”. (Aperuit illis, 2)

È operante.

Ma è pure relazione, dialogo:

rende possibile un dialogo d’amore tra Dio e i suoi figli, e noi.

Basta ricordarci di Sant’Antonio Abate che, a 18 anni, entrando in una chiesa,

sentì: “Va', vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo;

e vieni! Seguimi!” (Mc 10,21; Mt 19,21)

Basta ricordarsi di Sant’Agostino che sentì nel giardino. “Prendi, leggi!”

e si mise a leggere la lettera ai Romani. (Conf. VIII.12.29)

O di Chiara Lubich: “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi.”(Gv 15,12),

e del grido di Gesù: “Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?”(Sal 22,2; in Mc 15,34; Mt 27,46)

O di Padre Pierre Marie: “Non prego che tu li tolga dal mondo,

ma che tu li custodisca dal Maligno.”(Gv 17,15)

 

Un solo versetto può cambiare una vita,

e, attraverso una vita, la vita di tanti, tanti…

 

Però, non è il versetto in sé che è potente:

è la Parola di Dio che è potente.

La Parola di Dio è capace di creare, cioè di chiamare all’esistenza”.(cfr Gen 1)

Ed è capace di ricreare, capace, cioè di chiamare ad una vita nuova.

Ed è capace di riunire, di chiamarci all’unità.

 

Nel Vangelo odierno abbiamo l’esempio dei primi quattro Apostoli,

che sentono una sola parola di Gesù:

Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini.”(Mt 4,19)

Questa parola ha una potenza straordinaria!

La vita viene fecondata dalla Parola, e porta un frutto immenso.

 

Il potere della Parola di Dio non è un potere razionale, di convinzione.

Non è neanche un potere sentimentale, di emozioni.

Certo, illumina la ragione, porta un'intelligenza del Creatore e del Creato

Certo, può accendere il nostro mondo affettivo.

Ma agisce più profondamente.

Raggiunge lo spirito in noi, (cfr Eb 4,12)

suscita un dialogo con Dio che sollecita l'anima nell'intimo.

Scopriamo di essere amati da Dio con una profondità d’amore impensabile.

Anche la chiamata alla conversione che sentiamo nel Vangelo odierno,

Convertitevi: Il regno di Dio è vicino!” (Mt 4,17),

anche questa parola, come ogni parola che ci chiama alla conversione,

è una parola d’amore.

E l’amore percepito, sperimentato, suscita da parte nostra una risposta d’amore

che agisce sulla nostra volontà.

 

La parola di Dio ha un effetto liberatorio:

libera in noi l’amore

perché ci rivela una Misericordia infinita

che rompe la schiavitù del peccato e della morte,

e ci apre allo stupore e alla meraviglia.

Così “Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce” (Mt 4,16),

come dice il Vangelo odierno.

La grande luce è l’Amore misericordioso di Dio di cui ci parla l’intera Scrittura.

Lo dice oggi papa Francesco:

Costantemente, la Parola di Dio richiama all’amore misericordioso del Padre

che chiede ai figli di vivere nella carità. (…)

La Parola di Dio è in grado di aprire i nostri occhi

per permetterci di uscire dall’individualismo

che conduce all’asfissia e alla sterilità,

mentre spalanca la strada della condivisione e della solidarietà.” (Aperuit illis, 13)

 

È una grande luce, perché la Parola di Dio non è un discorso:

è una Persona!

L’ascolto della Parola non è un ascolto anonimo di parole:

È un incontro!

Non è la Bibbia che veneriamo: è il Verbo di Dio!

Quando leggiamo la Bibbia, riviviamo l’esperienza dei quattro Apostoli.

Si fa vivo qualcuno che ci chiama.

Da qui la gioia della lectio divina, la gioia della liturgia.

 

Perché la predicazione di Paolo era così feconda e suscitava delle comunità?

Perché annunciava il Vangelo “non con sapienza di parola”,

cioè senza usare dei discorsi per convincere.

Paolo si fidava della Parola.

Ma dice pure che non voleva che fosse “resa vana la croce di Cristo” (cfr 1Cor 10,17),

perché lì sta il segreto della potenza della Parola!

 

La Parola è morta sulla Croce.

L’abbiamo fatta tacere.

E, anche se l'abbiamo coperta di bestemmie, di grida, di rumori,

la Parola non si è vendicata.

Non ci ha minacciati, non ci ha maledetti, non ci ha abbandonati.

Ed è Risorta, Parola viva nell’uomo per l’eternità!

Sì, c’è ormai una Parola umana e divina che ci raggiunge, e ci dona la vita eterna.

 

Allora oggi, sì, ringraziamo per ogni nostra esperienza della Parola di vita,

della Parola che risorge e ci fa risorgere.

E ci lasciamo fecondare da essa per diventare un Popolo,

un Popolo che celebra l’Eucaristia

e che vive una vita eucaristica.

 

La Parola si fa carne.

La Parola si fa Pane di vita.

La Parola ci fa diventare un popolo nuovo, un solo corpo.

Magnificat!

 

Lunedì 20 gennaio 2020 - II settimana del Tempo Ordinario - 1 Sam 15,16-23 – Mc 2,18-22 - Eremo di Lecceto - f. Antoine-Emmanuel


 

Il Vangelo odierno ci colloca in un giorno di digiuno, secondo i precetti ebraici.

In questo giorno, vedendo che i discepoli di Gesù non digiunano,

i discepoli di Giovanni ed i farisei chiedono a Gesù:

Perché i discepoli di Giovanni e i discepoli dei farisei digiunano,

mentre i tuoi discepoli non digiunano?” (Mt 2,18)

 

La risposta di Gesù a questa domanda è molto sorprendente,

perché Egli passa ad un registro del tutto inaspettato.

Per loro, il digiuno si decide a partire dai precetti.

Per Gesù, il digiuno si decide a partire dalla presenza o dall’assenza dello Sposo.

È un altro modo di concepire la vita del credente.

 

Il centro nevralgico non è più la legge: è lo Sposo.

E questo cambiamento è molto profondo:

se il centro nevralgico è la legge che diviene legalismo,

il centro è la mia osservanza della legge.

Il centro sono io davanti a Dio… sono io.

Invece, se il centro nevralgico è lo Sposo,

il centro non sono più io: è un altro!

È la persona dello Sposo.

 

E Gesù insiste: questo cambiamento di prospettiva va fatto al cento per cento.

Ed usa due immagini prese dalla realtà delle nozze:

il vestito nuziale e il vino delle nozze.

Per entrambi, c’è necessità di continuità:

c’è sempre bisogno del vestito e del vino.

Ma anche di rottura con qualcosa di vecchio,

per accogliere pienamente la novità.

 

Gesù ci chiede questo cambiamento:

non pensare la vita cristiana come incentrata sulla legge,

qualunque legge,

ma di pensarla a partire dal rapporto con Lui, lo Sposo.

È una conversione del cuore!

È una grande “perdita”:

perdo la speranza di essere gradito a Dio attraverso la mia conformità a dei precetti.

Ma per un grande guadagno: sarò gradito a Dio entrando nella realtà nuziale,

ricevendo la santità dello Sposo.

 

Non vuol dire che non ci sono più sforzi da fare!

Non è quietismo,

perché accordare la mia vita a quella dello Sposo è un grande sforzo di conversione!

È quello che suggeriva Madeleine Delbrel

quando paragonava la vita con Cristo ad una danza.

Io, come la sposa, devo lasciarmi guidare dal danzatore, da Gesù:

lasciarmi guidare da quello che decide Lui!

È Lui che indica il movimento,

è Lui che mi porta a compiere dei passi sempre nuovi…

È a Lui che ci consegniamo in questa Eucarestia.

 

Domenica 19 gennaio 2020 - II Domenica del Tempo Ordinario - Is 49,3..6 – 1 Co 1,1-3 – Gv 1,29-34 - Poggio a Caiano - f. Antoine-Emmanuel


 

L’icona del Battesimo di Gesù che abbiamo sotto i nostri occhi

ci fa contemplare il nostro Signore che scende nel luogo più profondo della terra,

che scende laddove i peccatori scendono,

che scende nel nostro peccato.

 

E, oggi, vogliamo lasciare Gesù scendere nel più profondo della nostra umanità,

dove noi siamo più che fragili:

siamo tentati, siamo peccatori, siamo malati, siamo pericolosi per gli altri.

Gesù scende nei nostri inferi, là dove noi siamo soli…

E bisogna acconsentire a questa discesa di Gesù dentro di noi.

Ci sono tante resistenze in noi,

perché le nostre fragilità sono in contraddizione

con l'anelito sano alla vita e all’amore che tutti abbiamo.

 

Perché Gesù scende?

Il Battista ci risponde: “Per battezzarci nello Spirito.” (cfr Gv 1,33)

Giovanni aspettava la venuta del Messia come l'ora del giudizio:

l’albero senza frutto sarebbe stato tagliato,

il grano messo nel granaio, ma la pula gettata al fuoco.

Il suo era un battesimo con l’acqua,

un rito di conversione in cui si sceglieva di rinunciare al peccato,

in vista della venuta del Messia.

Il battesimo con l’acqua era il segno di un impegno,

di una decisione dell’uomo.

Invece il battesimo nello Spirito da parte del Messia avrebbe avuto un’efficacia divina:

avrebbe bruciato tutto quello che non era secondo Dio…

 

Ma quello che Giovanni Battista non sapeva ancora

era come il Messia avrebbe distrutto il peccato: prendendolo!

Gesù non distrugge il peccatore,

ma distrugge il peccato prendendolo su di sé.

Davvero è l’Agnello di Dio.

 

Quando Gesù discende in noi, è per prendere su di sè il male,

per mettere fuoco al peccato.

Questa è l’opera della Misericordia.

E ci ritroviamo con il fuoco dentro:

il fuoco dell’Amore, il fuoco della Misericordia, il fuoco dello Spirito Santo.

La più bella effusione dello Spirito Santo avviene proprio

a partire dal perdono, dall’assoluzione…

Il legno sono i nostri peccati!

Gesù mette il fuoco a tutto il nostro mondo interiore!

Mette fuoco alla nostra intelligenza, alla nostra memoria e alla nostra volontà.

Ricordiamoci della confessione di Gesù:

Ho un battesimo nel quale sarò battezzato,

e come sono angosciato finché non sia compiuto!” (Lc 12,50)

E la meta di questo suo battesimo, della passione e morte di Gesù,

era il nostro battesimo nello Spirito,

il quale è un vero e proprio battesimo di fuoco!

Spetta a noi quindi consegnarci, consegnare al fuoco dello Spirito Santo,

consegnare alla misericordia divina la nostra memoria.

Immergere nella Misericordia ogni ricordo.

Perché ogni memoria che non è consegnata alla misericordia

è un legame, un peso… e sei sorpreso di essere bloccato sulla Via dell’Amore.

Si tratta di sottometterci alla Misericordia.

La memoria senza misericordia è una memoria che accusa,

e ci ritroviamo con un tribunale dentro di noi.

 

Poi spetta a noi consegnare alla Misericordia la nostra intelligenza.

Guardare alla realtà avendo come luce la misericordia.

La verità non appare che con la misericordia.

La giustizia separata dalla misericordia non è giusta, non è vera.

Amore e verità si incontrano…(cfr Sal 84,11)

Intelligenza è intus legere: leggere quello che sta dentro la realtà.

La leggi bene con la luce della Misericordia.

 

Infine, spetta a noi consegnare alla misericordia divina la nostra volontà.

Per giungere ad agire come Dio:

Non voglio il sacrificio, voglio La misericordia”. (cfr Mt 9,13;12,7; 1Sam 15,22; Os 6,6)

Mi impegno perché la Misericordia sia accolta, vissuta…

e sono il primo a scegliere di fare Misericordia.

Rinunciamo ad un idealismo in cui dovremmo essere perfetti, senza difetti…

non esiste!

La più alta perfezione quaggiù non è essere senza difetti,

è perdonare.

Il perdono è l’unica vittoria sul male.

 

Chiediamo questo fuoco interiore, che si diffonderà a tutto il nostro essere.

Il battesimo è un'immersione!

E Gesù è colui che ti battezza nello Spirito.

Attraverso di te manifesterò il mio splendore” (cfr Is 49,3) dice Dio al suo Servo.

Il Padre manifesta lo splendore della sua misericordia nella persona di Gesù,

che si è consacrato, Egli stesso, affinché noi fossimo consacrati nella Verità.(cfr Gv 17,19)

 

È a partire da questo fuoco interiore in ciascuno,

che ci sarà il fuoco dell’Amore tra noi,

che ci sarà il cammino verso l’unità per la quale preghiamo in questa settimana.

 

Nella seconda lettura Paolo ci parla della Chiesa

come coloro che sono stati santificati in Cristo Gesù,

ma pure come coloro che sono stati chiamati

a essere santi insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome di Gesù.(cfr 1Cor 1,2)

La Chiesa è in questo essere “santi insieme agli altri”

Non santi da soli.

La santità non è un affare individuale:

sei santo se fai santi gli altri, e se ti lasci santificare dagli altri.

Una comunità è santa se vive questo scambio con le altre comunità.

L’unità che chiediamo in questi giorni è questa unità viva.

La chiediamo in questa Eucaristia che ci immette nel Corpo Vivo di Cristo

 

 

Martedì 14 gennaio 2020 - I settimana del Tempo Ordinario - 1 Sam 1,9-20 – Mc 1,21-18 - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel


Nel santuario di Silo, oggi, vi sono un sacerdote e una donna.

Una donna, Anna, che prega,

una donna immersa nella preghiera.

Preghiera vitale, che scaturisce dalla prova della sterilità,

e dall’umiliazione ripetuta.

Una donna che grida verso Dio per ottenere un figlio,

che grida con fede…

 

E c’è un sacerdote, Eli.

Mentre ella prolungava la preghiera davanti al Signore, Eli stava osservando la sua bocca.

Anna pregava in cuor suo e si muovevano soltanto le labbra,

ma la voce non si udiva.”(1Sam 1,12-13)

Che sguardo pone il sacerdote sulla donna?

Eli la ritenne ubriaca.”(ibid.)

Il sacerdote è incapace di discernere la bellezza dell’anima della donna che prega.

Le disse Eli: "Fino a quando rimarrai ubriaca? Smaltisci il tuo vino!".

Anna rispose: "No, mio signore; io sono una donna affranta

e non ho bevuto né vino né altra bevanda inebriante,

ma sto solo sfogando il mio cuore davanti al Signore.

Non considerare la tua schiava una donna perversa”,

letteralmente una figlia di Belial,

una donna posseduta,

poiché finora mi ha fatto parlare l'eccesso del mio dolore e della mia angoscia".(1Sam 1,15-16)

E il sacerdote infine le risponde:

"Va' in pace e il Dio d'Israele ti conceda quello che gli hai chiesto." (1Sam 1,17)

 

Ma Eli colse il dono che era per lui quella donna?

Colse il dono che il Signore gli faceva

attraverso la testimonianza di fede e di preghiera di Anna?

La vita di Eli sarebbe potuta cambiare

se avesse accolto quella testimonianza?

Avrebbe scoperto la verità della preghiera oltre i riti del santuario?

Avrebbe scoperto la bellezza della reciprocità tra l’uomo e la donna,

e non avrebbe lasciato i suoi figli abusare delle donne alla porta del tempio?

Invece non si lasciò interpellare dal dono che Dio gli faceva attraverso la donna…

 

Carissimi, si tratta di mantenere il cuore aperto alla novità di Dio.

Di discernere il dono che Egli ci fa attraverso l’altro, il diverso…

 

Al Signore piace suscitare novità nella nostra vita!

Entra nella nostra vita personale e comunitaria

come già entrò nella sinagoga di Cafarnao.

Il suo entrare non fa tanto rumore,

ma quando lo lasciamo parlare,

quando facciamo spazio alla Sua Parola,

facciamo l’esperienza che “parla con autorità”, e “non come gli scribi”. (cfr Mc 1,22.27)

C’è sempre nella Parola di Gesù una novità.

Questo è il fondamento della nostra lectio divina.

Novità e autorità.

La sua Parola ci spinge fuori dal tran-tran religioso,

dal solito mercato in cui compriamo la benevolenza di Dio con un po’ di pietà religiosa.

 

Ma, se accogliamo veramente la Parola di Gesù,

allora sorge in noi una scontentezza, un fastidio,

anzi una voglia di rigetto della stessa Parola.

"Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci?

Io so chi tu sei: il santo di Dio!".(Mc 1,24)

Le forze del male sono disturbate, e quindi si ribellano…

Ci fanno credere che Gesù sia venuto per rovinarci…

 

A queste forze, a questi movimenti interiori,

bisogna rispondere non dialogando con essi,

ma opponendo ad essi la Parola di Gesù.

"Taci! Esci da lui!" (Mc 1,25)

Allora scopriamo che Gesù non è venuto per rovinarci,

bensì per rovinare l’opera di Satana

che ci imprigiona in una visione statica, chiusa, impermeabile alla grazia.

 

Carissimi, lasciamo Gesù parlare con autorità dentro di noi!

Lasciamo il Signore parlarci attraverso i fratelli, le sorelle, gli avvenimenti.

Ecco, io faccio nuove tutte le cose…” (Ap 21,5)

 

 

Domenica 12 gennaio 2020 - Battesimo del Signore - Is 42,1..7 – Atti 10,34-38 – Mt 3,13-17 - Badia Fiorentina - fr.Antoine-Emmanuel

 

Per cogliere tutta la ricchezza di questo Vangelo,

bisogna, credo, partire da quello che precede,

ossia dalla vita di Giovanni Battista, come l’evangelista Matteo ce la presenta.

 

È una vita tutta orientata, centrata, sull’arrivo del Messia.

Tutto in Giovanni è orientato verso la venuta del Messia:

egli è la “Voce che grida nel deserto

invitando a preparare la via del Signore.(cfr Mt 3,3)

Il suo andare nel deserto, la grande austerità della sua vita,

e la stessa predicazione tutto è centrato sul Messia che viene.

Non lo fa da dilettante: è la sua vita.

 

E come annuncia, come presenta il Messia?

Presenta la sua venuta come l’ora del giudizio, del fuoco.

Ogni pianta che non porta frutto sarà tagliata.

Il frumento, lo raccoglierà nel granaio,

ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile.” (Mt 3,12)

 

Il Messia, lo presenta poi come colui che è “più forte di me”:

sarà l’uomo rivestito della forza di Dio.

E un santo, il Santo: Giovanni non è degno neanche di togliergli i sandali.

Il che era un gesto che neanche un servitore ebreo poteva fare,

ma solo uno schiavo pagano.(cfr Mt 3,11)

In una parola, il Messia battezzerà nello Spirito di Dio, e ciò sarà un fuoco!

Sarà distrutto tutto ciò che non è secondo Dio

 

Ebbene, Giovanni Battista finora non conosceva Gesù di Nazareth.

Lo dice egli stesso: “Io non lo conoscevo”.(Gv 1,31.33)

Il che può essere inteso nel senso che non lo conosceva affatto

oppure che non conosceva il mistero del suo essere, della sua missione.

 

Ora, oggi, Gesù arriva sulla sponda del Giordano,

e Giovanni Battista lo riconosce.

Riconosce in lui il Messia tanto atteso.

 

Allora è chiaro per Giovanni che

a Gesù egli deve chiedere il battesimo di fuoco:

Ho bisogno di essere battezzato da te (Mt 3,14), gli dice infatti.

 

Perché?

Giovanni non è stato santificato in modo eccezionale fin dal grembo materno?

Sì, appunto! E, perciò, ha il senso della grandezza di Dio,

e a Dio rimette ogni giudizio.

E quindi vuole passare per il fuoco,

vuole sottomettersi al fuoco del Messia di Dio.

Tutti vengono a lui, ma lui vuole sottomettersi al Messia di Dio.

 

E cosa avviene? Una inversione.

Gesù chiede a Giovanni Battista una inversione radicale.

Non uno spostamento interiore nelle sue convinzioni,

bensì una inversione, una rivoluzione.

Gesù gli chiede il battesimo nell’acqua!

Non ha senso!

Il battesimo nell’acqua è per i peccatori,

la confessione dei peccati è per i peccatori.

È un segno di conversione per rompere col peccato,

per non essere bruciati vivi dal fuoco del Messia.

 

E il Messia chiede, Egli stesso, questo battesimo!

Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?(Mt 3,14)

Aphès arti risponde Gesù,

usando il verbo “aphìemi” che significa liberare, lasciare andare, perdonare;

è tutto l’opposto del tenere, del custodire per sé, dell’imprigionare.

Ora, lascia fare!”

Ora, rinuncia a essere tu padrone della situazione!

Il momento è venuto per te di disfarti dei tuoi giudizi a priori, delle tue convinzioni,

perché conviene per noi adempire pienamente quello che è giusto,

adempiere pienamente la volontà del Padre. (cfr Mt 3,15)

 

Per Giovanni è un'inversione, una rivoluzione,

una rinuncia interiore immensa!

Capovolge tutto il suo modo di essere perde tutto!

 

Se il Messia scende nell’acqua per un rito penitenziale,

dov’è la scure? Dov’è il fuoco?

 

E avviene una cosa straordinaria:

Aphièsin auton”, lo lascia fare.

Giovanni lascia Gesù fare,

non imprigiona Gesù nelle proprie convinzioni.

Perde tutto per Gesù, e battezza Gesù!

Battezza il Messia,

conferisce al Messia di Dio il rito di penitenza dei peccatori.

Sbaglio? Errore? Bestemmia?

Non ha il tempo di pensarci, perché Dio dà subito un segno chiaro, indiscutibile.

Giovanni aveva sentito in cuor suo:

Colui sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito,

è lui che Battezza nello Spirito Santo. (Gv 1,33)

Ora, questo, lo vede!

Vede la grande colomba scendere e rimanere sopra Gesù.

La colomba significa nella Genesi la fine del diluvio,

la fine della punizione del peccato,

la fine dell’espiazione del peccato.

Oggi viene la colomba, perché ormai c’è qualcuno che prende su di sé il peccato.

Lo espia Lui.

Lo prende su di sé Lui.

Ed è questo il senso dello scendere di Gesù nell’acqua insieme ai peccatori.

E Giovanni lo chiamerà ormai l’Agnello (Gv 1,29.36),

la vittima del sacrificio che libera l’umanità dal peccato.

 

Carissimi, ci voleva questa inversione!

La verità si scopre quando si acconsente ad un capovolgimento radicale,

anche delle nostre più belle convinzioni.

 

Ricordatevi di Pietro.

Voleva impedire a Gesù di prendere la via della Croce.

Va dietro a me!” (Mc 8,33; Mt 16,23), gli dice Gesù.

 

Non voleva che Gesù gli lavasse i piedi.

Mai mi laverai i piedi, per l’eternità!” (Gv 13,8)

Se non ti lavo io, non potrai partecipare alla mia vita”, risponde Gesù.

 

Ricordatevi di Tommaso.

Non voleva credere che Gesù fosse risorto.

Metti la mano nel mio costato…”

E non essere incredulo, ma credente.” (Gv 20,27).

 

Anche noi siamo chiamati ad acconsentire a questo capovolgimento,

cioè, come Giovanni, a lasciare Gesù fare;

a lasciare Gesù essere Colui che è.

Egli è il Servo sostenuto da Dio.

che porterà il diritto alle nazioni.

Come?

Non griderà ne alzerà il tono,

non farà udire in piazza la sua voce,

non spegnerà una canna inclinata ,

non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta.” (Is 42,2-3)

 

La salvezza del mondo non viene attraverso la violenza delle armi,

ma attraverso la mitezza di Cristo.

L’unica vittoria sullo tsunami continuo del male

è la mitezza di Cristo.

E non verrà meno e non si abbatterà finché non avrà stabilito il diritto sulla terra.” (Is 42,4)

 

Giovanni Battista diceva che il Messia avrebbe battezzato col fuoco:

un fuoco che avrebbe bruciato tutto ciò che non era secondo Dio.

Sì!

Questo fuoco è più potente di tutte le forze del male,

più potente di tutte le armi nucleari.

È il fuoco dell’amore divino.

Ma è inseparabile dalla mitezza.

Beati i miti, perché avranno in eredità la terra.” (Mt 5,5)

 

Oggi, Gesù passa beneficando

e risanando tutti coloro che stanno sotto il potere del diavolo,

perché Dio è con lui(At 10,38) abbiamo sentito nella seconda lettura.

Oggi Gesù passa in mezzo a noi,

e ci invita a disarmare, a lasciarlo fare,

a permettere alla sua mitezza e al suo amore di convertire i nostri cuori.

Passa in mezzo a noi e si consegna nell’Eucarestia,

per battezzarci nello Spirito Santo.

È un nuovo battesimo, un'inversione del nostro modo di pensare,

un'immersione nell'amore mite e umile che salva il mondo

 


lunedi 6 gennaio 2020 - Epifania del Signore
- Is 60,1-6 – Ef 3,2..6 – Mt 2,1-12 - Badia Fiorentina - fr.Antoine-Emmanuel

 

Celebriamo oggi, con grande gioia, la festa dell’Epifania del Signore,

la sua manifestazione.

Una festa piena di luce!

Ma, allora, dimentichiamo la tensione terribile del mondo contemporaneo?

Con quello che sta avvenendo in Iran e Iraq in questi giorni

Celebriamo la Liturgia per dimenticare quello che avviene nel mondo?

La religione sarebbe “oppio del popolo”?

 

Oppure questo Vangelo ha qualcosa da dirci nell'oggi del mondo,

quest’oggi pesantissimo di minacce?

 

Leggiamo insieme questo Vangelo.

I magi, degli scienziati convenuti dall’Oriente,

videro spuntare una stella,

una stella nuova, una stella imprevedibile.

 

Riconobbero che questo spuntare significava la nascita del Messia,

del re atteso dai Giudei.

E, vista la grandezza del segno, si misero in cammino,

e questi scienziati, ricchi, visti i regali, ed umili,

seguirono la stella.

Ebbero la stella come guida durante il loro lungo percorso.

 

Ma quando arrivarono a Gerusalemme,

la stella non era più visibile, non brillava su Gerusalemme.

Come mai? Perché la stella non brillava su Gerusalemme?

C’erano dei santi a Gerusalemme:

il vecchio Simeone, la vedova Anna che pregava nel tempio

C’erano dei poveri, amati da Dio, come il cieco nato,

degli anawim, dei piccoli


Ma la stella poteva brillare sulla città

che era pure il centro nevralgico

di un potere civile, e poi religioso, così chiusi alla manifestazione di Dio?

Questi ladri e briganti di cui avrebbe parlato Gesù,

che non entrano nel recinto delle pecore dalla porta ma vi salgono da un’altra parte,

per appropriarsi delle persone e non per servirle… (cfr Gv 10,1).

Questi capi dei sacerdoti e quelle autorità che, più tardi,

avrebbero consegnato Gesù per farlo condannare a morte e crocifiggerlo (cfr. Luca 24,20).

Davvero", diranno i primi discepoli dopo la Risurrezione,

in questa città Erode e Ponzio Pilato

con le nazioni e i popoli di Israele

si sono alleati contro il tuo santo servo Gesù che tu hai consacrato.” (Atti 4,27)

 

Infatti, quando quegli scienziati umili chiesero:

Dov'è colui che è nato, il re dei Giudei?

Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo.”

All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme." (Mt 2,2-3)

Furono turbati,

poi cercarono nelle Scritture

e trovarono la risposta esatta, giustissima: “A Betlemme".

 

Ma nessuno si mosse!

C’era un'inerzia, una chiusura terribile,

un attaccamento smisurato al potere.

L’unica decisione fu quella di Erode, un po’ più tardi:

uccidere il neonato.

Per paura di un neonato

 

Invece gli scienziati pagani si rimisero in cammino.

E la stella di nuovo apparve.

Al vedere la stella provarono una gioia grandissima.” (Mt 2,10)

E la stella indicò con precisione

non un palazzo civile o religioso ma una casa.

Solo una casa…

Non trovarono né maggiordomo, né milizia, né corte, né una grande cerimonia:

Videro il bambino con Maria sua madre”.(Mt 2,11)

 

Ed ecco come un padre della Chiesa, San Pietro Crisologo,

racconta quello che avvenne nella casa:

 

«Oggi i magi si stupiscono di scoprire glorioso nelle sue fasce colui che era rimasto a lungo nascosto nel cielo, invisibile.

 

Oggi i magi guardano con profondo stupore quello che vedono davanti ai loro occhi: il cielo sulla terra, la terra nel cielo ; l'uomo in Dio, Dio nell'uomo ; e colui che il mondo intero non può contenere, racchiuso nel corpo di un bambino ! E appena lo vedono, proclamano senza indugio la loro fede, offrendo i loro doni simbolici : con l'incenso lo confessano Dio ; con l'oro, lo riconoscono re ; con la mirra, annunciano la sua morte futura.

 

Così i pagani, che erano gli ultimi, diventano i primi ; perché la venuta dei pagani alla fede ha inizio con la fede dei magi »

 

Com’è impressionante la fede di questi scienziati pagani!

Com’è impressionante la complementarietà dei loro doni

per confessare il mistero di Gesù…

 

Carissimi cosa vediamo, cosa leggiamo in questo Vangelo?

Che Dio è capace di accendere la fiamma dell’amore, della fede nel cuore degli uomini,

anche dei più lontani dalla sorgente più immediata della Rivelazione.

Dio è capace di capolavori nei cuori degli uomini, oltre ogni frontiera…

Per Dio non ci sono lontani…

Le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità,

a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa

per mezzo del Vangelo,

ci dice oggi l’Apostolo Paolo. (Ef 3,6)

 

Questo ci dà la certezza che su tutta la faccia della terra c’è tanta santità seminata nei cuori.

 

Sul potere che semina violenza non brilla la stella.

Ma Dio continua e continuerà ad accendere amore e fede umile

in tanti uomini di buona volontà, capaci di aprirsi alla novità di Dio

e di inginocchiarsi dinanzi all’infanzia di Dio.

Dio continua e continuerà a rendere possibile il suo grande capolavoro

che è l’amore reciproco.

 

La stella di Dio non brilla sui poteri, siano essi musulmani o cristiani,

che seminano la violenza,

ma brilla in tanti cuori che camminano

E conduce a Gesù, venuto a portare la vittoria su ogni male e sulla stessa morte,

guidandoci alla certezza che la violenza non avrà l’ultima parola,

e che la guerra non produce che distruzione e morte, come diceva ieri Papa Francesco.

 

Si, fratelli e sorelle, la Scrittura aveva qualcosa da dirci su quest'oggi.

 

*

 

E a noi, qui in Badia, questo Vangelo ha qualcosa da dire?

Credo che ci interroghi!

Se noi siamo fermi, attaccati alle nostre sicurezze, alle nostre abitudini,

allora la stella su di noi non brillerà.

Pur avendo tutta la scienza delle scritture e della tradizione monastica,

se siamo attaccati alle nostre vie, alle nostre abitudini,

la stella non brillerà.

Crederemo di essere nella luce ma saremo soltanto nella nostra luce.

 

Perché Dio è sempre all'opera, prende l'iniziativa,

va in cerca dei suoi figli,

anche in questo tempo, specialmente in questo tempo.

E ci chiede di essere all’erta, attenti ai segni dei tempi,

liberi dai nostri poteri,

per incamminarci, appena la stella ci invita ad alzarci.

Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce…!” (Is 60,1)

 

Ed, oggi con grande gioia, accogliamo come catecumena Bianca.

Tu, Bianca, durante i tuoi studi di filosofia,

ti sei messa in ricerca della verità,

della vera felicità

La stella ti ha raggiunto,

poi si è resa più visibile nella testimonianza

di tuo padre e di Daniela e di chi viveva le "10 Parole" ed eccoti

a muovere gli ultimi passi che ti porteranno al Battesimo nella notte di Pasqua.

 

 

 

Dimanche 5 janvier 2020 - 2ème dimanche après Noël (Italie) - Si 24,1-16; Ps 147; Ep 1,1-18; Jn 1,1-18 - Badia Fiorentina - frère Jean-Christophe


 

Le Prologue de saint Jean nous plonge au cœur du mystère du Verbe, la Parole de Dieu.

Il nous est dit tout d’abord que la Parole de Dieu est au commencement.

Dans un sens plus large que le sens temporel, nous pouvons comprendre que la Parole de Dieu est au principe.

Elle est principe de toute chose.

Il n’y a pas de vie sans don de la Parole.

Elle est fondement de toute la création.

N’est-ce pas par sa Parole que Dieu changea le chaos initial en cosmos ?

La Parole donnée crée et sépare : la lumière et les ténèbres, le ciel et la terre, la mer et la terre ferme, le jour et la nuit.

La Parole recrée dans l’harmonie.

Elle relie le créé à Celui qui est la Vie, à Dieu lui-même.


Ensuite, Jean nous dit que le Verbe est Dieu lui-même.

La Parole de Dieu est Dieu même.

Rien d’autre que lui-même peut dire Dieu… sinon il ne serait pas Dieu !

Seul Dieu peut parler de lui.

Dieu parle pour nous dire qui il est.

Dieu parle pour se donner, pour se livrer à nous.

Sa Parole est puissante puisqu’elle est Dieu même.

Elle donne la vie, guérit l’homme, féconde la terre.

La vie de Dieu se communique par le don de sa Parole.

« La parole qui sort de ma bouche ne me revient pas sans résultat », dit Dieu par le prophète Isaïe (Is 55,11).

 

Saint Jean continue : « Le Verbe était la vraie lumière qui éclaire tout homme en venant dans le monde. »

La lumière de la Parole de Dieu s’est faite révélation.

Dieu a transmis sur des tables de pierre les dix commandements.

Il a dicté les préceptes du triple amour de Dieu, du prochain et de soi-même (Lv 19,18 ; Dt 6,4).

Dieu enseigne les voies de la justice et de la sagesse.

Dieu, que nul ne peut voir et que personne n’entend, est un vrai pédagogue.

Il parle incessamment au cœur de l’homme.

Dieu éclaire l’intérieur de l’homme par sa Parole.

« La parole est tout près de toi ;

elle est dans ta bouche et dans ton cœur pour que tu la mettes en pratique » (Dt 30,14).

 

A tous ceux qui ont accueilli le Verbe de Dieu, « il leur a donné de pouvoir devenir enfants de Dieu » (Jn 1,12).

Saint Jean nous précise par là que la Parole de Dieu est engendrement.

La première naissance est charnelle.

La deuxième est spirituelle.

Elle fait « naître d’en-haut » (Jn 3,7).

Il ne s’agit pas de minimiser la première par rapport à la seconde mais de découvrir que l’une trouve son achèvement dans l’autre.

La Parole de Dieu est ce « glaive à double tranchant » (He 4,12) qui fraye un chemin à l’Esprit dans notre chair.

La Parole de Dieu fait passer du désordre de nos existences à une vie ordonnée à l’action de l’Esprit.

Elle « filialise » notre être. (Si cela ne se traduit pas en italien, on enlève !)

Nous devenons un être nouveau, enfant de Dieu, né de Dieu.


Saint Jean arrive alors à la révélation plénière du salut.

L’Evangile va plus loin que tout ce qui nous est dit dans la première Alliance.

La Parole de Dieu, c’est quelqu’un.

En Jésus le Christ, la Parole de Dieu s’est incarnée.

« Et le Verbe s’est fait chair et il a demeuré parmi nous » (Jn 1,14).

La Parole de Dieu s’est inscrite dans la réalité humaine.

Jésus dit Dieu par ce qu’il dit et par ce qu’il est.

Vivre de « toute parole sortie de la bouche de Dieu » (Mt 4,4), c’est vivre de Jésus, la Parole incarnée.

Voilà la grande nouveauté.

Suivre Jésus, c’est découvrir Dieu.

Garder sa Parole, c’est vivre une rencontre intérieure avec Dieu.

« Si quelqu’un m’aime, il gardera ma parole, et mon Père l’aimera et nous viendrons vers lui et nous nous ferons une demeure chez lui » (Jn 14,23).

 

Le Père fait de nous ses fils, en sorte que fils dans le Fils, nous devenons cohéritiers du Christ.

Celui qui entend cette Vie divine parler en lui entend le murmure de sa propre naissance.

Chers frères et sœurs, un peu plus loin dans l’Évangile, Jésus dira :

« Celui qui écoute ma parole et qui croit en celui qui m'a envoyé a la vie éternelle » (Jn, 5, 24).

Dès lors qu’on accueille sa Parole, qu’on la médite, qu’on la laisse vivre en nous, que nous acceptons de nous recevoir d’elle alors nous naissons à nous-même.

Nous entrons dans cette vie divine que Jésus est venu nous révéler.

 

Dans cette Eucharistie, laissons-nous engendrer par la Parole de Dieu.

Devenons ce que nous sommes en Dieu depuis toute éternité.

Soyons saints et immaculés en sa présence dans l’amour.

 

 


venerdì 3 gennaio 2020 - Feria dopo Natale - Santo Nome di Gesù -
1 Gv 2,29 – 3,6 – Gv 1,29-34 - Badia Fiorentina - fr. Antoine-Emmanuel


 

Al Divino lottatore che combatté con Giacobbe tutta la notte,

Giacobbe chiese:

Svelami il tuo nome

Gli rispose: “Perché mi chiedi il nome?”

E qui, lo benedisse.” (Gn 33,30)

 

A Mosè che Dio incontrò al Roveto ardente dopo 40 anni di deserto,

Dio disse: “Io ti mando dal faraone. Fa' uscire dall’Egitto il mio popolo!”

Mosè disse a Dio: “Ecco io vado dagli Israeliti e dico loro:

Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi.”

Mi diranno: “Qual è il suo nome?”

E, io, che cosa risponderò a loro?” (Es 3, 10.13)

E la risposta fu un nome non pronunciabile, misterioso…


All’Angelo del Signore che gli apparve

per annunciargli la nascita di Sansone,

Manoach chiese:Come ti chiami perché ti rendiamo onore

quando si sarà avverata la tua parola?”

L’Angelo del Signore gli rispose:

Perché mi chiedi il mio nome? Esso è misterioso!” (Gdc 13,17-18)

 

Quanto vorremmo conoscere il nome di Dio con noi,

di Dio presente nella nostra storia…

 

È così prezioso conoscere il nome dell’altro,

il nome di Dio con noi…

Conoscere il nome è già ricevere l’altro in cuor nostro.

Conoscere il nome è la primizia dell’amore.

 

E venne il Giorno in cui si conobbe il Nome!

A Maria fu rivelato dall’angelo Gabriele:

E lo chiamerai Gesù.” (Lc 1,31)

E pure a Giuseppe, quando nel sogno sentì:

E tu lo chiamerai Gesù.” (Mt 1,21)

Nome prezioso, preziosissimo,

Nome adorabile…

 

Il Cantico dei Cantici inizia con questo versetto:

Aroma che si spande è il tuo nome,

per questo le ragazze di te si innamorano. (Ct 1,3)

Il nome dell’amato è come aroma che si spande,

il nome dell’amato è come una fragranza, un profumo delizioso,

di cui la diletta ha un desiderio immenso.
 

E la Diletta Chiesa di Dio ha un desiderio immenso del nome di Gesù.

E noi oggi riceviamo in cuor nostro il Nome.

Il santo Nome di Gesù: Dio salva

Egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati(Mt 1,21)

 

Ed è appunto quello che Giovanni Battista confessa oggi dinanzi ai suoi discepoli.

Vede Gesù venire verso di lui e dice:

Ecco l’agnello di Dio”.(Gv 1,29)

Ci sarà quindi un sacrificio,

ed è Dio stesso che offre l’agnello.

che porta l’agnello per il sacrificio.

E l’agnello è colui che toglie il peccato del mondo.

Nel vocabolario di San Giovanni toglie significa qui

portare via, far scomparire, il peccato.

 

In lui si adempie la profezia di Geremia che recita così:

In quei giorni e in quel tempo, oracolo del Signore,

si cercherà l’iniquità d’Israele,

ma essa non sarà più.

Si cercheranno i peccati di Giuda, ma non si troveranno

perché io perdonerò al resto che lascerò.” (Ger 50,20)

È una cosa incredibile: l’iniquità non sarà più,

i peccati non si troveranno più,

non per qualche effetto magico, ma perché c’è un agnello, Gesù,

che prende su di sé tutto il peccato del mondo.

 

Lo dice oggi Giovanni pure nella sua prima lettera:

Voi sapete che Egli si manifestò per togliere i peccati

e che in lui non c’è peccato

E aggiunge: “Chiunque rimane in lui non pecca.

Chiunque pecca non l’ha visto né lha conosciuto.” (1Gv 3, 5-6)

Ecco l’invito forte di oggi: rimanere in lui,

rimanere in Gesù, accogliendo in noi il suo Nome e quindi la sua persona.

Perché Egli viene, come ci dice Giovanni Battista, per battezzarci nello Spirito”.

Non è più solo il battesimo nell'acqua del Battista:

è una vita nuova nella grazia.

 

La fragranza del Nome suo è quella di una vita nuova,

della vita di Gesù in noi e tra noi,

al punto che San Giovanni può scrivere:

Fin d’ora siamo figli di Dio.” (1Gv 3,2)

Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio,

e lo siamo realmente.” (1Gv 3,1)

Non simbolicamente, non figurativamente, ma realmente.

 

Ma sei pronto a far spazio dentro di te al Nome di Gesù?

Aprimi, sorella mia, mia amica, mia Colomba, mio tutto;

perché il mio capo è madido di rugiada,

i miei riccioli di gocce notturne”. (Ct 5,2)

Apri il tuo cuore al mio Nome!

 

Tanti nomi abitano il nostro cuore,

ma solo il nome di Gesù può unificare la nostra vita,

solo il nome di Gesù può dare salvezza alla nostra vita.

Tutto ciò che non sarà consegnato al nome di Gesù sarà perso.

Tutto ciò che al nome di Gesù sarà offerto

sarà purificato e salvato.

 

Non vi è infatti sotto il cielo altro nome dato agli uomini

nel quale è stabilito che noi siamo salvati.” (Atti 4,12)