Sito delle Fraternità

Evangeliche di

Gerusalemme di

Firenze

                                            Omelie anno2020

Santa Maria Assunta nella Badia Fiorentina

   

Domenica 27 settembre 2020 - XXVI domenica del T.O. -  Ez 18,25-28 – Fil 2,1-11 – Mt 21,28-32 - Badia Fiorentina - Fr. Antoine-Emmanuel

 

Vi ricordate dell’inizio del Vangelo di Giovanni?

In principio era il Verbo, (il Figlio)
e il Verbo era presso Dio (Padre)
e il Verbo era Dio.” (Gv 1,1)

E potremmo proseguire così:

E il Padre gli disse:

"Figlio, oggi va' a lavorare nella vigna”. (Mt 21, 28)

E disse di sì.

E “il Verbo si fece carne”. (Gv 1,14)

 

Tu non hai voluto né sacrificio né offerta,
un corpo invece mi hai preparato.
Non hai gradito
né olocausti né sacrifici per il peccato.
Allora ho detto: "Ecco, io vengo
- poiché di me sta scritto nel rotolo del libro -
per fare, o Dio, la tua volontà".
(Eb 10, 5-7)


Il Figlio “pur essendo nella condizione di Dio,

- ci dice oggi Paolo -
non ritenne un privilegio l'essere come Dio,

ma svuotò sé stesso
assumendo una condizione di servo.”
(cfr. Fil 2,5-7)

per lavorare alla Vigna del Padre.

 

E lavorare nella Vigna significava

nascere in una grande povertà… e disse di sì.

Significava vivere per anni da migrante… e disse di sì.

Mettersi in fila con i peccatori presso il Giordano… e disse di sì.

Essere bersagliato dalle tentazioni nel deserto… e disse di sì.

Andare di villaggio in villaggio, non avendo una pietra per posare il capo… e disse di sì.

Essere disprezzato, calunniato, rigettato… e disse di sì.

Essere tradito e venduto da un discepolo… e disse di sì.

Essere vittima di un processo iniquo… e disse di sì.

Essere flagellato e crocifisso come un maledetto da Dio… e disse di sì.

Essere abbandonato da Dio… e disse di sì.

 

Si! Ha lavorato nella Vigna del Padre!

Fino ad essere la Vite stessa

che dà vita ai tralci che siamo noi. (cfr Gv 15)


Il Figlio di Dio, Gesù Cristo, (…) non fu "sì" e "no",

ma in lui vi fu il "sì".”

(2 Cor 1,19)

*


E
tu, ed io?

Come stiamo rispondendo al Padre

che ci ha invitato a lavorare nella Sua Vigna,

ossia alla salvezza delle anime?

 

Abbiamo colto quanto il Padre ci onora,

chiedendoci di lavorare, con il Figlio Suo, nella Sua Vigna?

 

Assomigliamo al primo figlio della parabola odierna?

Lui dice di no!

Perché?

Perché teme di essere disprezzato, prendendo la via del servizio?

Teme di essere anch'egli bersagliato?

Ma, dice il Vangelo, “poi si pentì e vi andò”. (cfr Mt 21, 29)

Si pente di aver ferito il cuore del Padre,

e va nella vigna !

Ci va con l’umiltà di chi riconosce le proprie resistenze.

E lavora.

E questo avrà tanto rallegrato il cuore del Padre.

 

Oppure assomigliamo al secondo figlio?

Lui, subito, risponde di sì!

Per fare bella figura, per essere onorato.

Per lui, non conta la verità, conta la fama.

E questo certamente non lo porta a lavorare.

Nella vigna non ci va,

magari pensa che il padre non se ne accorgerà…

 

In fin dei conti, chi lavora nella Vigna del Padre?

Chi lavora con Gesù alla salvezza delle anime?

Solo chi si è pentito,

chi si è ravveduto,

e, quindi, lavora con un cuore umiliato.

In testa, chi c’è?

I pubblicani e le prostitute”

che hanno lasciato il regno del denaro e del sesso

per servire il Regno di Dio. (cfr. Mt 21,31)

 

*

Carissimi, oggi il Signore rinnova la Sua chiamata:

"Figlio, figlia, oggi va' a lavorare nella vigna". (cfr Mt 21,28)

 

Cosa rispondi?

Certo, ora diffidiamo del “sì” presuntuoso

di chi dice “Signore, signore” e non fa la volontà di Dio. (cfr. Mt 7,21)

Quindi non risponderemo con belle parole,

neanche con riti solenni,

ma con la vita, “con i fatti e nella verità”. (1 Gv 3,18)

 

A cominciare da una cosa semplice:

aver a cuore la Vigna!

Lasciar entrare nel nostro cuore

l’attenzione premurosa per la Vigna del Padre,

la passione, cioè, per la salvezza delle anime.

 

Il grande pericolo è l’insensibilità

dinanzi alle ingiustizie,

alla cultura di morte,

all’aborto e all’eutanasia

che così gravemente feriscono il cuore di Dio,

che così gravemente mettono in pericolo la salvezza eterna.

 

Il pericolo è di lasciarci contagiare dall’individualismo,

dal regno del sentire e del piacere.

Il virus più grave, oggi, è la pretesa umana

non solo di fare a meno di Dio,

ma di farci Dio,

di essere “signori” della vita e della morte.

 

Lavorare alla Vigna significa, al contrario,

farci servi della vita,

ed in particolare servi della vita più fragile, più debole,

con un immenso rispetto per la vita.

 

Servi della vita e servi dell’amore reciproco

come Paolo ci chiede oggi:

Rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità,

rimanendo unanimi e concordi.” (Fil 2,2)

 

E come giungere a questo servizio della vita e dell’unità?

Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù” (Fil 2,5),

ci risponde Paolo.

Entrate, cioè, nel “sì” di Gesù al Padre!

 

Allora, oggi, affidiamo a Gesù i nostri “no”,

i nostri “sì” falsi,

e accogliamo il Suo “sì”

Entriamo nel Suo “sì”!

Facciamolo nostro!

 

Venerdì 25 settembre 2020 - XXV settimana del T.O. - Qo. 3,1-11 – Lc 9,18-22 - Badia Fiorentina - Fr. Antoine-Emmanuel


 

«C'è un tempo per nascere e un tempo per morire,
un tempo per piantare e un tempo per sradicare quel che si è piantato.
Un tempo per uccidere e un tempo per curare”
, e così via…(Qo 3,1-2)

 

Allora, perché costruire una cattedrale, se poi sarà distrutta?

Perché curarsi, se poi si morirà?

Perché avere figli, se comunque moriranno?

 

Insomma: “Perché vivere, se si deve morire?”

 

Qualcuno risponde:

Se i morti non risorgono, mangiamo e beviamo, perché domani moriremo.”

(1 Cor 15,32)

cioè godiamoci la vita e basta!

 

Un altro preferisce la politica dello struzzo:

viviamo come se non si morisse!

La morte escludiamola dal nostro pensiero e dal nostro vivere quotidiano!

 

Oggi c’è una novità ulteriore:

della morte, come della stessa vita, diventiamo noi i signori!

Saremmo onnipotenti…

 

E il Qoelet, cosa dice?


Il versetto 11 che segue la litania degli opposti recita così, letteralmente:

(Dio) ha fatto bella ogni cosa a suo tempo;

ha pure messo nel loro cuore l’eternità;

l’uomo però non può scoprire l’opera che Dio compie dal principio alla fine.”

 

Esso dice due cose:

che nel cuore di ogni uomo vi è il senso dell’eternità,

il senso di un tempo che non ha fine;

che l'uomo, però, non è in grado di capire quello che Dio fa nel corso del tempo.

 

C’è un sapere ed un non sapere…


*

Torniamo alla nostra domanda: “Perché vivere, se si deve morire?”

Perchè abbiamo in noi un anelito all’eternità.

Perché c’è un oltre.

Perché c’è un’opera di Dio che ci sorpassa.

 

Dio sta operando nella nostra vita qualcosa che noi,

alla luce dell’Antico Testamento, non capiamo ancora…

 

Un’opera che il Vangelo, invece, ci svela!

E qui, ci vuole la fede di Pietro.

"Ma voi, chi dite che io sia?" chiede Gesù.

E Pietro risponde: "Il Cristo di Dio" (cfr. Lc 9,20)

 

Il Cristo vuole dire il Re, il Re atteso che salva il Popolo d’Israele.

Pietro riconosce in Gesù un Re.

Eppure Gesù non ha una reggia.

Non ha uno scettro.

Non ha un esercito.

Non ha ricchezze.

Non ha neanche possedimenti.

Non ha neppure una Regina…

 

A dire il vero, tutto ciò Pietro si aspettava che Gesù lo avesse presto!

Ma la fede compiuta di Pietro, la sua fede dopo la Pentecoste

riconosce in Gesù il Re, non solo senza reggia e senza esercito,

ma crocifisso.

Crocifisso e glorioso.

 

E in Gesù crocifisso, abbandonato e glorioso

si svela, appunto, “l’opera che Dio compie dal principio alla fine.”(Qo 3,11),

l’opera che Dio sta facendo nella tua e nella mia storia.

 

Allora: “Perché vivere, se si deve morire?”

Perché l’eternità di cui portiamo l’anelito non è un sogno, qualcosa di irreale:

è l’opera che Dio sta facendo in Gesù.

Ma per vederla, ci vuole la fede di Pietro.

Non vedi né reggia, né scettro, né esercito, né ricchezze…

Anzi vedi malattie, pandemia, conflitti, umiliazioni…

E credi che l’opera di Dio si stia compiendo

per portarci tutti nella Vita, quella eterna…

 

Chiediamo al Signore la fede di Pietro,

uno sguardo che vede oltre,

che crede in quello che non si vede e che dà senso al tempo.

Così la esprime lo stesso Pietro:

Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui.

Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa,

mentre raggiungete la mèta della vostra fede: la salvezza delle anime.”

(1 Pt 1,8-9)

 

Domenica 6 settembre 2020 - XXIII Domenica del T.O. - Ez 33,1.7-9 – Rm 13,8-10 - Mt 18,15-20 - Badia Fiorentina  - Fr. Antoine-Emmanuel
 

O figlio dell'uomo, io ti ho posto come sentinella per la casa d'Israele.

Quando sentirai dalla mia bocca una parola,

tu dovrai avvertirli da parte mia.” (Ez 33,7)

 

Al profeta Ezechiele, il Signore chiede di essere sentinella.

Come la sentinella posta sulle mura della città

che, vedendo sopraggiungere un pericolo, suona il corno e dà l'allarme al popolo.(Ez 33,3)


Questo compito, oggi, non è solo del profeta, è di tutti noi.

Siamo insieme sentinelle poste sulle mura della città.

 

Il che vuol dire che la nostra responsabilità è di ascoltare il Signore

pronti a dare l’allarme al popolo.

 

Se io dico al malvagio: "Malvagio, tu morirai",

e tu non parli perché il malvagio desista dalla sua condotta,

egli, il malvagio, morirà per la sua iniquità,

ma della sua morte io domanderò conto a te.” (Ez 33,8)

 

È questa la nostra responsabilità.

Non possiamo assistere, passivi, agli avvenimenti del mondo.

Non possiamo guardare all’attualità come si guarda una partita sul divano.

O meglio: bisogna guardare all’attualità come si guarda una partita,

ma scendendo in campo per far vincere l’Amore.

 

Non possiamo essere passivi.

Eppure i media ci presentano ogni giorno sfide immani e dolorosissime

sull’intero pianeta e pure nell’atmosfera

che tanto ci superano.

Cosa ci posso fare io?”...

Dico una preghiera e torno a “zappare il mio orticello…”

 

Il Vangelo odierno, anch’esso, ridesta il nostro senso di responsabilità.

 

Se il tuo fratello commetterà una colpa … (cf Mt 18,15)”,

lascialo andare per la sua via?

No!

Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va' e ammoniscilo…”

E datti da fare perché prenda coscienza del suo peccato

e torni a vivere la fraternità.

E se non ascolta né te né due o tre testimoni né l’ecclesia,

sia per te come il pagano o il pubblicano” (Mt 18,17),

cioè uno al quale va annunciata daccapo la Misericordia divina.

 

Quindi: “Va’!”

Il che vuol dire anche: “Sii pronto ad accogliere chi verrà da te,

quando tu avrai commesso una colpa…”

 

Iniziamo l’anno con questa parola: “Sentinella” per la città.

Ma che parola dobbiamo portare alla città nel contesto attuale

di pandemia, di incertezza enorme, di crisi sociale,

e soprattutto di perdita del senso di Dio?

 

Di risposte a questa domanda, ce ne sono tante.

Vorrei però darne due.

Due parole da gridare: “Cielo” e “Fraternità”.

 

Il primo grido da lanciare con la nostra vita è “Cielo”.

È la Parola più dimenticata oggi.

Il Cielo, l’eternità, l’orizzonte oltre la morte: chi ci pensa?

 

Il Vangelo odierno ci dice che

tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo,

e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.” (Mt 18,18)

Legare” significa lasciare qualcuno legarsi al male, a Satana.

Sciogliere” vuol dire offrire la Misericordia divina,

cioè accogliere nella comunità.

 

E quello che si decide, che si fa quaggiù

ha un riscontro decisivo nel cielo.

Il sì al Cielo è una vita che si consegna a Gesù, alla Sua Misericordia.

Il no al Cielo è una vita che si chiude alla Misericordia divina.

 

L’esistenza terrena non è altro che una palestra

in cui si gioca la nostra sorte eterna: cielo o inferno.

 

Ma chi è consapevole che la nostra esistenza quaggiù

è decisiva per la nostra sorte eterna?

Chi proclama la bellezza del dono che Dio ci offre gratuitamente

di una felicità eterna con Lui, in Lui?

Chi proclama la bellezza della Gerusalemme celeste,

di questa comunione eterna in cui saremo un cielo gli uni per gli altri?

 

Ecco il grido che noi come sentinelle dobbiamo lanciare insieme.

È un grido che già dice: “Dio”!

Semplicemente: “Dio”!

Perché oggi l’uomo si sta mettendo al posto di Dio.

Credo nell’uomo onnipotente, signore della vita” è il nuovo credo.

Siamo nel tempo della “apostasia”, che San Paolo descrive

nella Seconda lettera ai Tessalonicesi (2Ts 2,3-4).

E noi non possiamo non gridare la bellezza dell’Amore di Dio.

Non possiamo non gridare la speranza del cielo.

Non possiamo non pregare come Gesù ci esorta oggi:

Se due di voi sulla terra si metteranno d'accordo

per chiedere qualunque cosa,

il Padre mio che è nei cieli gliela concederà.” (Mt 18,19)

 

C'è, credo, una seconda parola da gridare: “Fraternità”.

 

Il Vangelo odierno è tratto dal Capitolo 18 di Matteo

che contiene l’insegnamento di Gesù sulla vita in comunità, in “ecclesia”.

Vi sono due parole chiave:

la prima è “piccolo”, il piccolo, la pecora smarrita … ;

la seconda è “fratello”.

Ecco già un aspetto essenziale:

la fraternità si fonda sull’attenzione al piccolo,

sul prendersi cura del piccolo.

 

Il Vangelo è il Vangelo della “fraternità”!

La prima parola del Risorto – indirizzata alla Maddalena – è:

Va' dai miei fratelli…”

Poi : “Salgo al Padre mio e Padre vostro,…". (cf Gv 20,17)

Il grande dono della Risurrezione è la fraternità.

Non una fraternità simbolica, ma reale:

siamo fratelli e sorelle perché figlie e figli del medesimo Padre!

Gesù nella sua morte, nel suo abbandono, e nella sua risurrezione

ci offre il dono della fraternità.

E questo dono va accolto, va vissuto.

 

Essere sentinelle vuole dire

proclamare la fraternità con la nostra vita!

 

Una vita che si prende cura della fraternità.

Guardate cosa ci dice oggi Gesù:

Se due di voi sulla terra si metteranno d'accordo”

(ἐὰν δύο ⸂συμφωνήσωσιν ἐξ ὑμῶν⸃ ἐπὶ τῆς γῆς)

Letteralmente: “Se due di voi “sumfonesosin”,

se faranno una sinfonia,

se saranno in armonia…

Ecco la fraternità: vivere questa “armonia” evangelica.

Papa Francesco ne parla in modo bellissimo nelle sue ultime catechesi per la pandemia:

Cosa rende possibile l’armonia?

«Cercare di arrampicarsi nella vita, di essere superiori agli altri, distrugge l'armonia. È la logica del dominio, di dominare gli altri.

L’armonia è un’altra cosa: è il servizio.»

(Udienza generale del 12.08.2020) 

 

Ogni volta che ci mettiamo a servizio degli altri,

siamo co-costruttori dell’armonia fraterna.

Ogni volta che vogliamo primeggiare o far valere il nostro pensiero,

distruggiamo l’armonia fraterna.

 

Essere sentinelle vuol dire anche offrire la fraternità!

Una conseguenza drammatica della pandemia

è che, accanto a tante bellissime prove di solidarietà,

sta crescendo una cultura dell’isolamento.

Domani faremo la spesa su internet,

incontreremo il medico su internet,

andremo a scuola su internet,

andremo in chiesa su internet,

vivremo l’accompagnamento spirituale su internet,

ordineremo dei figli su internet,

senza parlare di tutte le cose sporche che si fanno su internet.

 

Essere sentinelle vuole dire offrire la fraternità, quella reale,

anche nel piccolo, prima nel piccolo.

Vuole dire essere creativi per suscitare la fraternità

con credenti e non credenti,

con persone di altre religioni,

con i vicini di casa,

con i poveri.

 

E questo, sempre, nella reciprocità.

Ci dice oggi Paolo:

Non siate debitori di nulla a nessuno,

se non dell'amore vicendevole” (Rm 13,8).

L’amore vicendevole.

Papa Francesco insiste su questo nelle sue catechesi per la pandemia:

La preferenza per i più bisognosi va oltre la pur necessaria assistenza.

Implica infatti il camminare assieme,

il lasciarci evangelizzare da loro, che conoscono bene Cristo sofferente,

il lasciarci “contagiare” dalla loro esperienza della salvezza,

dalla loro saggezza e dalla loro creatività.

Condividere con i poveri significa arricchirci a vicenda.”

(Udienza generale del 19.08.2020) 


Il secondo grido è quindi: “Fraternità”.

 

Tra le due parole da gridare: “Cielo” e “Fraternità”, qual è la priorità oggi?

La priorità è vivere l’uno E l’altro!

Il vivere di Dio, il vivere in vista del Cielo non ci allontana dai fratelli;

al contrario ci spinge verso la fraternità universale.

Ci rivela la dignità infinita di ogni persona,

a partire dell’embrione.

 

E l’adoperarsi per la fraternità non ci allontana da Dio. Anzi!

Dove sono due o tre riuniti nel mio nome,

lì sono io in mezzo a loro" ci dice Gesù oggi. (Mt 18,20)

Nel mio nome” significa “in Gesù”, amandoci come Gesù ci ama.

Allora, vi è in mezzo a noi una presenza del tutto nuova e diversa di Gesù.

L’altro, il fratello è davvero il tuo cielo!

 

Tuo fratello è il tuo cielo”: non potrebbe essere questo l’unico grido ?

 

Martedì 1 settembre 2020 - XXII settimana del T.O. - 1 Co 2,10-16 – Lc 4,31-37 - Badia Fiorentina - Fr. Antoine-Emmanuel


 

Gesù è stato appena cacciato dalla sua città di Nazaret.

Allora, tace?

Rinuncia a portare il Vangelo, almeno in Galilea?

No!

Gesù continua a portare al mondo la bellezza del Vangelo,

anche se verrà rigettato.

 

La missione sempre continua,

ed è uno scendere.

 

La città che lo conosceva lo rigetta:

scende nella città che non lo conosce.

Non sale a Gerusalemme: scende a Cafarnao.

 

Cosa avviene allora nella sinagoga di Cafarnao dove insegna?

Un uomo si mette a gridare, a urlare.

Attraverso di lui, è lo spirito maligno – smascherato - che grida.

 

Vuole tenere Gesù a distanza dalla gente:

Cosa è tuo e nostro?” dice letteralmente.

Cosa abbiamo in comune?

Sottinteso: nulla!

Lo spirito del male rifiuta il farsi vicino di Dio,

la solidarietà di Dio con noi.

 

E suscita anche il sospetto sul ministero di Gesù:

Sei venuto a rovinarci?”

Gesù sarebbe venuto per perderci, per accusarci, …

Nega la misericordia di Dio, che viene a risplendere nella persona di Gesù.

 

Infine, lo spirito del male aggiunge una cosa che, questa volta, è vera:

Sei il santo di Dio!” (Lc 4,34)

Mescola menzogna e verità, creando smarrimento.


La santità di Dio sarebbe quella di un dio

che si tiene a distanza dall’uomo per “rovinarlo”!

Mentre la santità di Dio è il fuoco del Suo amore

che si fa vicino per salvarci, per pura misericordia.

 

Cosa libererà questo pover'uomo da tali menzogne,

da questo sguardo mortifero su Dio?

Gesù!

La Sua Parola!

 

La Parola di Gesù ci libera dal chiasso interiore prodotto dal demonio.

Ella porta chiarezza, luce, verità!

 

*

 

Ritroviamo un insegnamento molto simile nella prima lettura,

dove Paolo ci spiega che è lo Spirito di Gesù a portarci alla verità.

Fino a poter dire: “Abbiamo il “nous” di Cristo”,

il pensiero di Cristo.

 

Ci dice in particolare una cosa preziosissima:

Abbiamo ricevuto lo Spirito di Dio

per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato” (1Cor 2, 12),

per conoscere i doni di grazia che sono in noi.

 

Se lo spirito del male ci immerge in un chiasso

in cui non vediamo più i tesori di grazia che sono in noi,

lo Spirito di Dio invece ci fa riconoscere i doni che sono in noi!

 

Pochi giorni fa, all’inizio della nostra sessione di formazione estiva,

a noi fratelli e sorelle è stato chiesto di individuare

quali doni avremmo messi a disposizione della comunità

per quella sessione.

 

Potremmo fare lo stesso, noi tutti, all’inizio di questo anno pastorale.

Quale dono, quale abilità, quale carisma porto in me

e metterò a disposizione della fraternità tra noi tutti

e della nostra comune missione nella città di Firenze?

 

Vi invito quindi a prendere un tempo di preghiera,

a invocare lo Spirito Santo per riconoscere i doni di Dio che sono in noi,

e poi a scegliere di metterli in gioco

per il bene comune e per la nostra comune missione.

 

 

Domenica 12 luglio 2020 - XV Domenica del T.O. - Is 55,10-11 – Rm 8,18-23 - Mt 13,1-23 - Badia Fiorentina - Fr. Antoine-Emmanuel

 

Perché Gesù parla in parabole?

Perché questo linguaggio fatto di immagini tanto semplici

eppure non semplici da decifrare?

Perché un linguaggio che ci obbliga a cercare il significato nascosto?

Perché un linguaggio che ci chiede di spogliarci,

di rinunciare a una comprensione solo intellettuale,

e di inginocchiarci e di entrare in relazione con chi parla?

Perché un linguaggio che ci chiede di scendere nella semplicità?

 

Appunto perché è questo l’unico modo per entrare nel mistero di Dio! Riflettere sul divino si può fare elaborando tanti concetti e idee,

ma entrare in Dio chiede di spogliarci, di inginocchiarci.

 

Una parabola è una mano tesa da parte di Dio

che ci offre una via di spoliazione per entrare in Lui.

 

La parabola è un elemento tipico del linguaggio di Dio:

o chiedi umiltà di cuore ed amore,

ed entri in un universo di bellezza e di libertà;

o ti chiudi e ti trovi nel lockdown dell’anima ripiegata su di sé.

Ma se chiedi umiltà ed amore,

la Parola di Dio, come annuncia Isaia,

fa germogliare in te una vita nuova. (cf Is 55,10)

Tu divieni, noi diventiamo insieme, ciò che siamo in verità.

Germoglia la bellezza nascosta del nostro essere!

 

In altri termini, attraverso le Parabole

Dio vuole che Lo cerchiamo, come una diletta cerca il suo diletto,

e come Egli per primo ci cerca.

Non vuole un rapporto freddo, concettuale o commerciale:

questo è impossibile con Dio.

Vuole un rapporto d’amore,

un cercarsi a vicenda con Lui.

Chi entra in questa ricerca vicendevole,

avrà, sempre più, vita e gioia nella ricerca.

Chi rifiuta di entrare, perderà anche quello che ha,

ci fa capire Gesù, oggi, nel Vangelo.

 

Allora, oggi,

cerchiamo di entrare insieme in questo cercarsi a vicenda con Dio.

Una cosa è certa: oggi il Signore cerca ciascuno di noi.

Ci ha chiamati qui proprio per questo:

per cercarci, per trovarci, per abbracciarci,

e per - apparentemente – scomparire, perché Lo cerchiamo ancora di più.

 

Ci cerca oggi attraverso la Parabola del seminatore (Mt 13,1-23).

È la Parabola chiave del Vangelo…

 

Per entrare in questa parabola,

bisogna lasciare da parte l’immagine che possiamo avere

di un campo pulito, dissodato, perfetto,

come si vedono nelle grandi aziende agricole moderne.

E metterci nella realtà di un contadino con una terra povera,

su qualche collina della Galilea.

Scrive un esegeta contemporaneo:

Si fa qui “riferimento ad una coltivazione primitiva, poco razionale;

non si parla qui di terra già lavorata.

Infatti, prima si seminava, e poi si passava l’aratro “a chiodo”,

con un vomere che era poco più di un grosso chiodo di ferro

oppure anche di legno, abbastanza leggero,

che rivoltava la terra arida in attesa della pioggia autunnale.”

 

Gesù avrà visto questo sulle colline della Galilea,

e vi avrà riconosciuto qualcosa di suo,

del suo modo di fare, del suo modo di essere.

 

Il grano sul terreno calpestato

è come il suo essere bersagliato dal principe della menzogna, Satana.

Il terreno sassoso è il suo essere accolto, in modo superficiale,

da cuori senza radici in Dio.

Il terreno con spine è come il suo essere ucciso

dalle passioni degli uomini: l’invidia, la sete di potere,

la gelosia, la lussuria…

 

Gesù riconosce in quello che avviene in questi terreni

il suo donarsi, il suo essere crocifisso come un maledetto…

mentre viene a portare la vita, quella vera ed eterna…


Ma né il terreno battuto, né quello sassoso, né le spine

hanno impedito al dono di Gesù di trionfare

e portare nella Risurrezione una mietitura sconfinata: cento per uno.

 

Al tempo di Gesù cento per uno è una cifra sproporzionata!

Significa che la Risurrezione è un dono sproporzionato…

 

Se muori anche tu come il grano,

entri in una qualità di vita del tutto nuova: 100 x 1!

 

Se consegniamo a Gesù i nostri terreni battuti, sassosi e spinosi diventiamo terra buona, terra fertilissima!

 

E la terra buona permette al 100 x 1 della Parola di Dio

di dispiegare in noi i suoi effetti!

 

Ma, attenzione!

Il 100 x 1 non è un essere dottori in Sacra Scrittura.

Non è un esercitare il potere sugli altri, convincendoli a forza di versetti.

È un vivere veramente la Parola!

 

La posta in gioco è questo vivere la Parola di Dio.

 

Accogli il Vangelo della domenica o del giorno,

o quella Parola che il Signore ti ha dato,

e cerchi di viverla.

 

E questo in una duplice maniera:

ogni parola è una chiamata e una promessa.

Ogni parola va accolta come promessa:

Dio rivela con essa quello che vuol fare in noi, attraverso di noi.

E ogni parola è una chiamata:

ci rivela in che modo cambiare le nostre abitudini,

per orientarci verso l’amore.

 

Tutto ciò comporta un travaglio, è vero, spesso una lotta,

ma “le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili

alla gloria futura che sarà rivelata in noi.” (Rm 8,18)

 

Carissimi,

quest’estate potrebbe essere un tempo di esercizi spirituali

in cui cerchiamo di vivere la Parola di Dio.

 

Questo vuol dire :

  1. chiedere a Gesù di darci la Parola che ci chiede di vivere.

  2. Metterci in ascolto per individuare la risposta di Gesù, per sapere quale Parola cercheremo di vivere.

  3. prendere uno o più momenti di lectio divina su questa Parola.

  4. individuare bene la promessa che questa Parola costituisce.

  5. individuare bene la chiamata che ci rivolge.

  6. vivere questa Parola

  7. fare l’esame di coscienza quotidiano non a partire dai nostri ideali di perfezione - questi vanno confessati come peccato! – ma a partire da questa Parola: l’ho accolta? Ho creduto alla promessa? L’ho vissuta?

  8. Offrire a Dio e agli altri il 100 x 1 di una vita rinnovata nell’amore, grazie alla Parola!

 

sabato 4 luglio 2020 - XIII settimana del T.O. - Am 9,11-15 – Mt 9,14-17 - Badia Fiorentina - Fr. Antoine-Emmanuel


 

Quando, alla vigilia della sua passione,

Gesù si rivolge, nella preghiera, al Padre, dice:

Padre,”Ora io vengo a te e dico questo mentre sono nel mondo

perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia.” (Gv 17,13)

Gesù prega affinché i discepoli abbiano in loro stessi la sua gioia,

la pienezza della sua gioia.

 

La gioia di Gesù!

Gioia di contemplare l’opera del Padre:

Gesù esultò di gioia nello Spirito e disse:

Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra,

perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti

e le hai rivelate ai piccoli!” (Lc 10,21)

Gioia di fare la volontà del Padre.

Gioia anche per ogni anima che si converte al Regno di Dio

perché “vi sarà gioia nel cielo - e quindi nell’anima di Gesù –

per un solo peccatore che si converte

più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.”

(Lc 15,7) Gioia, quindi, di sedersi a tavola al banchetto di Levi, divenuto Matteo…

 

Allora, come potrebbero digiunare i discepoli

quando Gesù fa festa per ogni conversione?

Se non entrassero nella gioia di Gesù,

sarebbero come il figlio maggiore della parabola

che rifiuta di partecipare al banchetto per il ritorno del figlio perduto.

(cfr Lc 15, 25-30)

 

I discepoli veri fanno festa per ogni conversione!

Gioia per Levi che si converte (cfr Lc 5,27-32; Mc 2,13-17: Mt 9,9-13 );

gioia per Maria di Magdala che si converte (cfr Lc 7,37-50);

gioia per il posseduto geraseno che vuole seguire Gesù (cfr Mc 5, 1-20);

gioia per il cieco nato che diviene discepolo (cfr Gv 9, 24-38).

 

Poiché i discepoli sono gli amici dello Sposo,

la gioia dello Sposo è la loro gioia!

Non c’è più la gelosia.

Non c’è più la rabbia di Giona,

che si sdegna perché Dio manifesta la sua misericordia

nella città pagana di Ninive (Gn 4,1-3).

 

I discepoli sono - letteralmente nel testo odierno – “figli delle nozze”.

È un ebraismo che vuol dire che appartengono alle nozze (cfr Mt 9,15).

Vivono di quest’incontro amoroso tra Gesù e ogni anima.

E questo li fa felici!

 

Certo, digiuneranno quando lo Sposo sarà arrestato, flagellato e crocifisso. Anzi, parteciperanno alla sofferenza dello Sposo, (ibid.)

fino ad essere anch'essi perseguitati.

Ma l’ultima parola è la festa delle nozze.

L’ultima parola è la gioia delle nozze eterne.

 

E tu, sei “figlio-a delle nozze”?

Hai detto di sì al dono gratuito di essere sposato-a

da Gesù Messia, Signore e Salvatore?

E questo “sì” non può essere un mezzo sì.

Il vestito delle nozze non può essere

un patchwork di vecchia mentalità e di apertura alla gratuità dell’Amore. Questo sarebbe uno strappo peggiore nell’anima, (cfr Mt 9, 16)

una forma di schizofrenia spirituale.

No!

L’amore è gratuito,

e tutto ciò che in noi vuole meritare l’amore

va allontanato, abbandonato.

 

Se metti il vino nuovo

negli otri vecchi di una mentalità tutta concentrata su di te,

farai dei danni! (cfr Mt 9,17)

Ci vogliono otri nuovi:

non guardare più a te stesso!

Guarda a Lui e sarai raggiante! (cfr Sal 34,6)

 

Martedi 30 giugno 2020 - XIII settimana del T.O. - Am 3,1..4,12 – Mt 8,23-27 - Badia Fiorentina - Fr. Antoine-Emmanuel


Se due uomini camminano insieme,

significa che si sono messi d’accordo.

Se ruggisce il leone nella foresta,
significa che ha qualche preda.
Se il leoncello manda un grido dalla sua tana,
significa che ha preso qualcosa!

Se un uccello si precipita a terra in una trappola,
significa che c’era un'esca.
Se scatta la trappola dal suolo,
significa che ha preso qualche cosa.

Se risuona il corno nella città,
significa che il popolo è messo in allarme.
Se avviene nella città una sventura,
significa che il Signore ha agito.

(cfr Amos 3,1-7)

 

Similmente, se parla un profeta,

significa che il Signore gli ha rivelato che sta per agire nella storia.

 

Amos ha un'espressione molto bella

che viene usata per i colloqui tra amici:

il profeta ho ricevuto le confidenze intime di Dio.

E quindi parla.

 

Amos vuol farci capire che il parlare del profeta

ci chiama ad essere desti, a prestare attenzione, a convertirci…

perché significa che Dio è all'opera nella storia.

 

Avendo poi elencato tutte le occasioni

in cui il Popolo non ha ascoltato la Sua voce,

conclude dicendo: “Preparati all'incontro con il tuo Dio, o Israele!”

(Amos 4,12)

 

Incontro di giudizio, incontro di condanna?

Oppure incontro di tenerezza, incontro nuziale?

Tutto dipende dalla nostra conversione…

*

Se tutto ciò è vero del profeta,

è ancora più vero quando parla il Verbo di Dio!

Il parlare di Gesù significa che Dio è all’opera nella storia:

Dio sta aprendo vie nuove, anzi: Dio fa nuove tutte le cose. (cfr Ap 21,5)

 

Ed è quello che vediamo nel Vangelo odierno.

 

Siamo in Galilea.

Siamo sulla riva occidentale,

la riva conosciuta, la riva dei credenti nel Dio d’Israele,

la riva di cultura ebraica.

 

L’altra riva, quella orientale,

è la riva sconosciuta, la riva pagana,

la riva di un’altra cultura,

la riva in cui non vorresti mai approdare.

 

Ora, chi è il primo a salire nella barca?

Chi è il primo ad imbarcarsi verso l’altra riva? Gesù!

 

Gesù si imbarca!

S'imbarca verso la riva delle altre credenze,

delle altre culture, dell’altro.

 

E ci invita a salire, anche noi, sulla barca.

Gesù ci porta incontro all’altro,

incontro a quello che vorremmo evitare…

 

Perché Gesù ha nel cuore tante altre pecore

che non provengono dal recinto di Israele.

Anche quelle io devo guidare.

Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore.”

(Gv 10,16)

 

Ma l’andare verso l’altro non è facile.

Avvenne nel mare un grande sconvolgimento,” (Mt 8,24)

letteralmente un grande seisma

tanto che la barca era coperta dalle onde.” (idem)

Non è più la barca che sta sull’acqua,

ma l’acqua che copre la barca…

 

L’immagine indica lo scatenarsi violento delle potenze del male,

che si oppongono all’incontro con l’altro nell’amore,

che si oppongono alla via della riconciliazione, dell’unità…

 

E Gesù dorme.

Come, Gesù, puoi dormire, quando la barca è così scossa?

 

È come nel giorno dell’incontro con la donna di Samaria.

Gesù non aveva mangiato nulla, e “i discepoli lo pregavano:

"Rabbi, mangia".

Ma egli rispose loro: "Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete".

(Gv 4,31-32)

Ugualmente, Gesù ha un riposo che noi non conosciamo,

un riposarsi nel Padre…

Il Padre è in me ed io in Lui…(cfr Gv 14,10-11)

 

Allora lo svegliarono, dicendo:

"Salvaci, Signore, siamo perduti!". (Mt 8,25)

Ed egli disse loro: "Perché avete paura, gente di poca fede?",

letteralmente oligopistoi, mini-credenti!

 

Poi si alzò”, in greco, “risuscitò”!

Minacciò i venti e il mare e ci fu grande bonaccia.” (Mt 8,26)

È la Risurrezione di Gesù che ci permette

di giungere all’altra riva.

La Risurrezione di Gesù ci apre una via nuova

verso l’altro.

Vince in noi le resistenze, le paure,

tutto ciò che ostacola l’incontro.

 

Allora ci imbarchiamo?

Nell’altro incontreremo Dio!

Preparati all'incontro con il tuo Dio”.

 

 

Domenica 28 giugno 2020 - XIII Domenica del T.O. - 2 Re 4..16a – Rm 6,3..11 – Mt 10,37-42 - Badia Fiorentina - Fr. Antoine-Emmanuel

 

Vi ricordate del finale del Vangelo di Matteo?

Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli…” (Mt 28,19)

Sì… sappiamo di essere chiamati alla missione!

È finito il tempo in cui si pensava che fosse missionario

solo chi partiva per l'Africa o per l'America latina…

 

Eppure, ci risulta difficile essere davvero testimoni di Gesù

presso chi non lo conosce o presso chi lo conosce.

Perché?

È difficile dirlo… ma il Vangelo di oggi ci rivela tre motivi

della nostra difficoltà ad essere missionari del Vangelo.

*

Il primo motivo …

Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me;

chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me.” (Mt 10,37)

 

Il primo motivo della nostra scarsa fecondità missionaria

sta nei legami affettivi,

quando i legami affettivi in noi sono più forti dell’amore per Gesù.

 

L’affettività è una realtà sana, bella, santa!

Siamo fatti per la relazione.

E l’unico comandamento di Gesù

è di amarci gli uni gli altri come Egli ci ha amati.

 

Ma l’affettività può essere anche una gabbia,

un attendere tanto o tutto dagli altri,

il che ci lascia spesso nell’amarezza.

O un voler dominare gli altri…

Senza parlare poi delle dipendenze affettive che sono tanto dolorose.

 

L’affettività ha bisogno di una “pasqua”.

Ha bisogno di perdere,

di rinunciare al primato di qualunque legame umano

per dare a Gesù il primo posto.

E poi ritrovare gli affetti in Gesù.

Essi sono allora vissuti nella libertà e crescono verso l’amore vero.

Ogni affetto va sradicato dalla terra dell’io autosufficiente,

per essere ripiantato nella terra buona del primato dato a Gesù.

Allora cresce bene e porta frutto.

*

Il secondo motivo della nostra poca fecondità missionaria?

Eccolo:

Chi non prende la propria croce e non mi segue,

non è degno di me.” (Mt 10,38)

Il secondo motivo sta nella repulsione naturale

nei confronti della prova, dell’essere rigettati, scartati,

perseguitati a causa di Gesù.

 

Accettiamo i vantaggi, le consolazioni, le grazie,

i benefici dell’essere cristiani, e sono tanti.

Ma soffrire a causa di Gesù… no!

E dietro c’è tutta la teologia - o l’ateologia - che rifiuta il termine sacrificio

in nome dell’amore di Dio.

 

Ma Gesù è chiaro:

Chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me.” (ibid.)

Non si può vivere appieno di Gesù senza condividere il suo destino.

Non si può vivere “Lui in noi e noi in Lui”,

senza essere un giorno rigettati, scartati, derisi.

Il “mondo” non ama l’Amore.

Il Regno di Dio è il mondo alla rovescia.

Le Royaume, c’est le monde à l’envers”…

 

Seguire Gesù significa accettare di essere messi da parte, scartati.

Ma, nel momento in cui scegli questa via,

si apre dentro di te un’altra via, prima sconosciuta.

Rinunci alla via della notorietà,

o almeno al voler essere ben accettato dalla gente,

e si apre in te un dialogo d’amore con Gesù che non potevi immaginare.

Ci sono tanti segreti di Dio che non si trovano nei libri,

e che sono svelati solo quando si vivono le esigenze del Vangelo.

C’è un essere grandi in Dio, un essere beati in Dio, felici in Dio,

che si scopre solo se si accetta di essere flagellati da chi rifiuta Dio.

È la dinamica Pasquale che Paolo ci rivela oggi:

Se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui”. (Rm 6,8)

 

*

Il terzo motivo della nostra poca fecondità missionaria?
Eccolo:

Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà,

e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.” (Mt 10,39)
 

Il testo dice letteralmente:

Colui che ha trovato la propria vita – o la propria anima –

la perderà totalmente.

E colui che perde totalmente la propria vita – o la propria anima –

a causa di me la troverà.”

 

Se, da te stesso, senza Dio, senza Gesù, hai “trovato” la tua vita,

hai trovato la realizzazione di te;

se, senza Gesù, o solo con una vernice cristiana,

hai costruito la tua personalità, hai fabbricato la tua statura interiore,

sappi che non reggerà, crollerà,

come la casa costruita sulla sabbia.

 

È solido e attraversa la morte

solo quello che passa attraverso un “perdere” per Gesù.

È la sorprendente legge del Regno:

bisogna perdere la propria vita a causa di Gesù,

perdere il controllo, il dominio della propria vita, della propria anima

a causa di Gesù.

 

È necessario quel momento, quel passaggio,

in cui si ha l’impressione di affondare nel nulla,

di essersi sbagliati al cento per cento,

di perdere la propria anima.

Spesso, in quel momento, si torna indietro

per riaggrapparsi alle sicurezze di prima.

Ma, se accetti questo passaggio senza scappare,

se accetti di fare l’esperienza di Gesù abbandonato,

allora giungi all’altra riva:

scopri di essere vivo per Dio con un’altra vita, quella eterna.

 

*

Riassumiamo.

Cosa ci impedisce di essere realmente missionari?

L’attaccamento ai nostri affetti,

l’attaccamento al consenso sociale,

l’attaccamento a noi stessi.

 

Come fare con questi legami?

 

Qui bisogna leggere un versetto, sempre di Matteo,

nella parte che precede il vangelo di oggi:

Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra;

sono venuto a portare non pace, ma spada.” (Mt 10,34)

 

Ecco... è necessaria questa spada, la spada di Gesù,

per tagliare i legami che ci impediscono di amare.

E la spada è la sua Parola,

efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio;

essa penetra fino al punto di divisione dell'anima e dello spirito”. (Eb 4,12)

 

Allora, diventiamo missionari!

Non venditori!

Diventiamo missionari perché diventiamo Gesù.

Lo dice Gesù stesso:

«Chi accoglie voi accoglie me” (Mt 10,40)

 

Gesù ci rivela oggi una cosa bellissima:

possiamo essere portatori di una benedizione straordinaria!

 

Cosa avviene se le persone ci accolgono, ci ascoltano

perché siamo discepoli di Gesù?

Viene data loro una ricompensa, un dono straordinario!

Perché chi accoglie un profeta avrà una ricompensa di profeta (cfr. Mt 10,41),

come la vedova di Sarepta che, accogliendo Elia,

ebbe in dono di avere di che mangiare durante tutta la carestia,

ma soprattutto la risurrezione di suo figlio,

morto di una terribile malattia.

O come la sunamita che, accogliendo Eliseo, ebbe in dono

di avere finalmente un figlio.

Lo stesso vale per chi accoglie un giusto.

 

Ma chi dà solo da bere un bicchiere d’acqua

a un discepolo di Gesù, anche al più piccolo dei discepoli,

avrà una ricompensa ben più grande!

Non perderà la sua ricompensa.” (Mt 10,42)

Avrà una ricompensa che non gli verrà tolta,

una ricompensa eterna.

 

Vivendo di Gesù, noi diventiamo portatori di un dono di vita eterna!

 

Allora, vuoi portare la vita eterna agli altri?

Conosci la via!

 

mercoledì 24 giugno 2020 - NATIVITA DI SAN GIOVANNI BATTISTA -  Is 49,1-6 – At 13,22-26 – Lc 1, 57..80 -  Badia Fiorentina - Fr. Antoine-Emmanuel

 

Battesimo di Bianca Monica

 

Che sarà mai questo bambino?”(Lc 1,66),

fu la domanda di tutti i vicini di Zaccaria ed Elisabetta

nella regione montuosa della Giudea.

Che sarà mai questo bambino?

Un bambino nato da genitori anziani senza figli,

perché segnati dalla sterilità.

Un bambino il cui babbo fu muto e sordo,

durante la gravidanza della mamma,

fin dal giorno in cui, mentre svolgeva il servizio nel tempio,

ebbe una visione angelica.

E poi ritrovò l’udito e la parola il giorno della circoncisione del bambino

e si mise a lodare Dio.

Un bambino per il quale entrambi i genitori vollero

un nome che non apparteneva alla tradizione familiare:

Yo’-hannan”: Dio fa grazia,

Dio si manifesta misericordioso…

E magari alcuni sapevano anche della presenza

della giovane cugina Miriam di Nazareth, la cui visita

aveva segnato in profondità la madre del bambino, Elisabetta.

Che sarà mai questo bambino?

Un bambino santificato dallo Spirito Santo fin dal grembo materno:

Il Signore dal seno materno mi ha chiamato,

fin dal grembo di mia madre ha pronunciato il mio nome” (Is 49, 1)

avrebbe potuto dire di sé il Battista.

Anzi, ero ancora nel grembo materno

quando la venuta del Signore mi fece sussultare di gioia!

 

Che sarà mai questo bambino?

Sarà sacerdote come il padre, ripetendo i consueti sacrifici nel tempio?

Si sposerà?

Sarà padre di molti figli?

Che sarà mai?

Come fiorirà in lui il dono di Dio?

Senz’altro la sua vita era in sé stessa manifestazione

della Misericordia di Dio:

I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in Elisabetta

la sua grande misericordia e si rallegravano con lei.” (Lc 1,58).

Fu pure battezzato nello Spirito Santo fin dal seno materno,

anzi fu “colmato di Spirito Santo fin dal seno di sua madre” (Lc 1,15)

il che gli avrebbe donato una purezza di cuore incomparabile.

E poi portava il nome di Dio “Yoh”

e portava nel nome la grazia “hanan”…

Che sarà mai questo bambino?

*

Sarà… fu un santo, un grande santo,

il più grande dei figli nati da donna:

Fra i nati da donna non vi è alcuno più grande di Giovanni”. (Luca 7,28)

Fu un profeta, “anzi più che un profeta” (Luca 7,26)

Un gigante della santità…

*

Ma come mai poté diventare un gigante della santità?

Mi fermerei su un solo aspetto.

Giovanni Battista fu un vero e proprio figlio di Israele,

discepolo di una lunga tradizione,

un discepolo della Torah, un discepolo dei Profeti,

uno che visse in pienezza l’obbedienza alla Parola di Dio,

al punto di riconoscere la propria identità in essa:

Chi sei? (…) Che cosa dici di te stesso?”,

chiesero gli inviati delle autorità giudaiche,

e rispose: “Io sono voce di uno che grida nel deserto:

rendete diritta la via del Signore.” (cfr. Gv 1,19-23)

Giovanni fu profondamente fedele ad una lunga tradizione.

 

Però, allo stesso tempo, disse di sì ad un cammino del tutto nuovo

rinunciando alla carriera sacerdotale che gli apriva suo padre

per una via di spogliamento assoluto nel deserto e nel celibato,

e per un ministero talmente nuovo che le autorità giudaiche non capirono:

Perché dunque tu battezzi se non sei il Cristo né Elia né il profeta?

(Gv 1,25)

 

La grandezza di Giovanni sta nella sana fedeltà alla tradizione

e nella piena apertura alla novità voluta da Dio.

La vita non è la sintesi di queste differenze”,

scrive Romano Guardini,

non la loro mescolanza, non la loro identità ma è quell'unum”

che sta nel vivere appieno e l’uno e l’altro.

 

È un vivere pienamente la fedeltà ad una tradizione

che ci indica un percorso, una strada, delle norme,

e allo stesso tempo vivere in piena disponibilità al sorgere della vita,

ad una pienezza inaspettata.

L’una cosa ha bisogno dell’altra per non cadere

né nella rigidità, né nella follia.

 

Giovanni ebbe bisogno del racconto dell’Esodo, con l’agnello pasquale, (cfr. Es 12,1-11)

della tradizione dei sacrifici del Levitico

e delle profezie di Isaia

per parlare di un “agnello”.

Ma dovette pure fare un salto nell’inaudito

per riconoscere che Colui che era prima di lui

era “agnello”, “agnello di Dio che toglie il peccato del mondo”(cfr Gv 1,29-30),

e per trovare la sua gioia proprio nel diminuire (cfr Gv 3,29-30)

perché si manifestasse l’agnello, perché si manifestasse Gesù.

Così poté divenire l’uomo

che non ebbe come centro del proprio essere sé stesso, ma un altro.

Il centro era un altro, l’obiettivo era un altro, e l’altro era Gesù.

Fu un uomo rapito dal mistero pasquale

che trovò vita nel morire per amore.

Però “il più piccolo nel Regno è più grande di lui” (Lc 19,28)

Non sono il Cristo”, disse (Gv 1,20)

Non era lui la luce”, scrive l’evangelista (Gv 1,8).

Era solo “la lampada che arde e risplende” (Gv 5,35).

Giovanni non disse come Paolo:

Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me.”(Gal 2,20)

Non visse quello che l’evangelista scrive

parlando di Gesù che dimora in noi, e noi in lui. (cfr Gv 15,4-5)

Rimase come alla soglia del Regno,

alla soglia per farci entrare.

Fu il Battista… che ci porta a Gesù!

Giovanni era il precursore di Gesù e attirava tutti a lui;

allo stesso modo l’umiltà attira all’amore, cioè a Dio stesso,

perché Dio è Amore.

(Libro di vita di Gerusalemme, n.122)

Che sarà mai questo bambino?

Fu uno che andò fino in fondo nella propria vocazione.

Come Gesù, avrebbe potuto dire: “Ti ho glorificato sulla terra

compiendo l’opera che mi hai dato da fare” (Gv 17,4)

e fu questo il segreto della sua gioia perfetta (Gv 3,29)

*

E tu che sarai?

Che sarà mai il figlio di Dio che sei tu?

Anche tu andrai fino in fondo nella tua vocazione,

vivendo insieme fedeltà alla lunga tradizione che ti precede

e novità, lo sgorgare della vita,

rinunciando ad avere te stesso come centro, per centrarti su Gesù

e aprendoti, perché Gesù possa vivere in te, e tu in Gesù,

attraverso la Via dell’Amore reciproco?

*

E tu Bianca Monica?

Che sarà mai questa figlia amata da Dio

che oggi riceve il sacramento del Battesimo?

Vivrai pienamente il dono secolare della Chiesa

e altrettanto pienamente la novità di un cammino mai percorso finora,

che è il tuo cammino, la tua chiamata, il tuo essere missione?

 

Anche tu divieni sposa di Gesù crocifisso,

rinunciando a te stessa, per vivere pienamente di Lui.

E aprirti alla pienezza della Risurrezione

attraverso l’amore reciproco:

Ama e fa quello che vuoi!”, come dice Agostino.

 

Ti ricordi come Agostino parla del suo Battesimo nelle Confessioni?

Ne parla come di un rinascere nel Signore,

dicendo di Alipio, l’amico, che “volle rinascere anch’egli in te con me”.

Ne parla dicendo, e ripetendo: “Ti riconosco i tuoi doni,

Signore Dio mio, creatore di tutto,

abbastanza potente per dare forma alle nostre deformità.”

Al Battesimo, il 25 aprile del 387, andò con Alipio,

ma anche con il figlio Adeodato

di cui parla come suo “coetaneo nella tua grazia, Signore”.

E della grazia del Battesimo parla in questi termini:

Fummo battezzati e si dileguò da noi l’inquietudine della vita passata.

In quei giorni non mi saziavo di considerare con mirabile dolcezza

i tuoi profondi disegni sulla salute del genere umano.

Quante lacrime versate ascoltando gli accenti dai tuoi inni e cantici

che risuonavano dolcemente nella tua chiesa!

Una commozione violenta:

quegli accenti fluivano nelle mie orecchie

e distillavano nel mio cuore la verità,

eccitandovi un caldo sentimento di pietà.

Le lacrime che scorrevano mi facevano bene.” (Libro IX,6)

 

Domenica 14 giugno 2020 - SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO - Dt 8,2..16 – 1 Co 10,16-17 – Gv 6,51-58 - Badia Fiorentina Fr. Antoine-Emmanuel

 

Dopo la lunga immersione di novanta giorni nel mistero Pasquale,

oggi la chiesa lancia, dopo la Solennità della Santissima Trinità,

un secondo grido di stupore.

Stupore dinanzi alla Santissima Eucaristia.

Stupore per il dono che Gesù ci ha fatto e ci fa.

 

Cosa ci ha lasciato Gesù?

O, meglio, per essere fedeli alla cultura biblica ebraica,

che memoriale ci ha lasciato?

Lo ”zikharon”, il memoriale in ebraico,

non è un ricordo, ma una realtà

che permette di ricollegarsi ad un’esperienza di manifestazione di Dio,

di vivere di nuovo un avvenimento di grazia del passato.

Attraverso lo zikharon, il passato diviene presente.

 

Ci sono tanti memoriali nell’Antico Testamento.

Può essere un giorno come il sabato (Es 20,8),

possono essere delle pietre (Es 28,12),

una veste liturgica (Es 28,29),

un’offerta liturgica di farina (Lv 2,2),

dell’incenso (id.),

dell’oro (Nm 31,54),

una corona (Zc 6,14), e così via…

Attraverso queste realtà, il popolo si può ri-immergere nel dono di Dio.

 

Che memoriale ci ha lasciato Gesù?

In che maniera possiamo ricollegarci al dono della sua vita?

Ha scritto un libro? No!

Ha individuato un luogo sacro? No!

Una volta sola appare sulle sue labbra l’espressione “in memoria di me”

e si tratta di un gesto molto sobrio, incredibilmente sobrio:

la benedizione del pane e del vino,

con delle parole ben precise.

Questo è il mio corpo, che è dato per voi” (Lc 22,19)

Questo calice è la nuova Alleanza nel mio sangue, che è versato per voi”.

(Lc 22,20)

Gesù si dona…

Gesù transustanzia sé stesso,

facendo sì che il pane divenga il suo corpo, che il vino divenga il suo sangue.

 

Non è un ricordo: è un memoriale.

Il donarsi di Gesù si fa presente.

Anzi, è più di un memoriale: il donarsi è nel presente.

Oggi, su questo altare, Gesù si renderà totalmente presente.

 

Non ci dona un segno o un regalo, anche bellissimo:

dona sé stesso.

 

Tutto il mistero pasquale del morire abbandonato di Gesù

e del suo risorgere, della comunione eterna che offre al mondo,

tutto sarà qui a nostra disposizione.

Perché a nostra disposizione?

Per essere il nostro pane!

Non sarà il pane per sfamare il corpo:

un’ostia o un sorso di vino non sfama né disseta nessuno!

 

Bisogna andare, a questo punto, nella Sinagoga di Cafarnao

e mettersi in ascolto di Gesù.

Le Sue parole sono di una novità estrema,

al punto che quasi tutti vanno via.

 

Cosa dice Gesù?

"In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo

e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita.” (Gv 6,53)

Di che vita parla Gesù?

Non della vita biologica che si rileva con il polso

o con un elettroencefalogramma.

C’è un’altra vita che tanti, anche cristiani, non conoscono.

 

Gesù la chiama “vita eterna”, perché, appunto, è eterna.

Ma non significa che sia solo la vita dopo la morte.

Se così fosse, Gesù direbbe: “...non avrete la vita in voi”.

Inoltre vorrebbe dire che chi non ha ricevuto l’Eucarestia su questa Terra,

- ad esempio un fratello di un’altra religione -

non può andare in Paradiso.

Ma Gesù ci ha chiaramente parlato dell’ingresso in Paradiso

di chi si prende cura dei piccoli, dei poveri, dei malati, dei carcerati

senza conoscere Gesù.

 

No! Gesù parla qui al presente, dell' avere “oggi” la vita.

Ne parla, avrete notato, come vita in noi.

Sei veramente vivo, se hai la vita eterna in te.

 

Questa vita eterna in noi è alimentata dall’Eucarestia,

perché il principio di questa vita è semplice:

Gesù rimane in te, e tu rimani in Gesù.

Non è solo sapere delle cose su Gesù;

non è voler fare quello che Gesù ha detto;

non è voler imitare Gesù come un modello.

Lui in te e tu in Lui: questo è avere la vita in noi, la vita eterna.

 

Allora, l’Eucarestia diviene il magnete, la calamita della tua vita…

perché vuoi vivere!

E l’Eucarestia ti sprona alla santità:

non vuoi più dire né fare nulla che ti impedisca di ricevere l’Eucarestia.

 

E cosa scoprì?

Che, man mano, l’Eucarestia trasforma la tua vita.

Non puoi più vivere per te stesso:

l’Eucarestia ti spoglia dell’essere pieno di te stesso,

ti libera dalla paura di amare.

E, se permetti a Gesù Eucarestia di agire liberamente,

ti fa entrare nell’amore reciproco con gli altri.

 

La vita in te, il vivere Gesù in te e tu in Gesù, la vita eterna,

ti immerge in un rapporto nuovo con gli altri:

è una bomba d’amore!

 

Quando professiamo la nostra fede con il Simbolo degli Apostoli,

l’antichissima professione di fede romana,

professiamo la nostra fede nel Padre,

nel Figlio di cui è descritto il mistero,

e nello Spirito Santo.

E come viene descritta l’opera dello Spirito Santo?

Come agisce lo Spirito Santo?

Prima di tutto, nel suscitare un popolo che è la Chiesa universale, cattolica,

poi in due doni essenziali per il nostro quotidiano:

la comunione dei santi e la remissione dei peccati.

 

Cosa vuol dire “comunione dei santi”, communio sanctorum?

Il cardinale J. Ratzinger, oggi Papa emerito,

spiega che la comunione dei santi è innanzitutto

comunione ai doni santi di Dio: comunione eucaristica.

E poi ci fa entrare in comunione gli uni con gli altri1.

 

La comunione vera tra noi

non deriva dal fatto che noi, bravi come siamo,

ci siamo riuniti per condividere il dono di Dio! No!

La comunione vera viene da Dio,

è Dio che, nutrendoci con la santa Eucarestia,

ci tesse in un rapporto nuovo gli uni con gli altri,

che non possiamo neppure immaginare con i nostri ragionamenti.

 

Ecco l’Eucarestia:

il memoriale che rende presente e vivo per noi tutto il mistero Pasquale di Gesù;

il cibo che alimenta, dentro il nostro vivere biologico, una vita nuova:

Gesù in te e tu in Gesù”;

e la calamita che tesse rapporti nuovi tra noi.

 

Che dono stupendo!

Divino!

Beati siamo noi invitati alla cena del Signore!


 

1 Cfr. Joseph Ratzinger, Introduzione al Cristianesimo, Queriniana, 2005, p.324ss

 

venerdì 12 giugno 2020 - X settimana T.O. - 1 Re 19,9..16 – Mt 5,27-32 - Badia Fiorentina - Fr. Antoine-Emmanuel
 

Elia “s'inoltrò nel deserto una giornata di cammino

e andò a sedersi sotto una ginestra.

Desideroso di morire, disse:

"Ora basta, Signore! Prendi la mia vita,

perché io non sono migliore dei miei padri" (1 Re 19,4)

 

E' un grido di disperazione e di incomprensione:

come mai il Dio,

che sul Carmelo manifestò la sua onnipotenza

col fuoco che distrusse pure le pietre dell’altare (cfr 1Re 18,38),

oggi mi lascia solo con la minaccia di Gezabele?

Perché Dio mi abbandona?


“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
Lontane dalla mia salvezza le parole del mio grido!

 

Mio Dio, grido di giorno e non rispondi;
di notte, e non c'è tregua per me.

Eppure tu sei il Santo,
tu siedi in trono fra le lodi d'Israele.

In te confidarono i nostri padri,
confidarono e tu li liberasti;

a te gridarono e furono salvati,
in te confidarono e non rimasero delusi.

Ma io sono un verme e non un uomo,
rifiuto degli uomini, disprezzato dalla gente.”
(Sal 22(21), 2-7)

 

La risposta di Dio non è la distruzione dei nemici di Elia

né la sua salvezza immediata,

ma solo il pane per continuare il cammino (cfr 1Re 19,5-8),

il minimo necessario per non morire di fame e per camminare.

 

Dove va Elia?

Se ne va sul Sinai, sull’Oreb, dove Dio si manifestò con lampi e tuoni,

là dove manifestò la sua gloria e diede la legge (cfr Es 19,16-19; 20,1-18)

È un vero e proprio pellegrinaggio.

 

Cosa avviene allora nel santuario mèta del suo pellegrinaggio,

ossia nella grotta di Mosè?

Dio, che non ha abbandonato Elia,

porta a termine la purificazione del cuore di Elia

che, per amore, vuole compiere in lui.

 

Fu un’esperienza tremenda:

un vento che spezza le rocce,

un terremoto - chiedete alla gente in Umbria cosa significa! –

e un fuoco, un incendio.(1 Re 19,11-12)

Ora, tutte queste cose erano davanti a Dio,

ma Dio non era dentro.

 

Come se il Signore dicesse ad Elia:

Non cercarmi più nello straordinario,

nelle opere di potenza che fanno rumore tra gli uomini!

Vengo a te ormai in una voce di silenzio sottile.

Esci dalla caverna delle tue paure!

Ascoltami!”

 

Elia doveva passare per la depressione, per il deserto,

per la tentazione del suicidio,

per fare questo passaggio vitale, per conoscere Dio.

 

Egli pensava di essere pieno di zelo e di essere l’unico fedele a Dio.

(cfr 1Re 19,10)

No!

Fedeli ce ne sono 7000!

E chi ha zelo contro Baal è Dio stesso,

che purificherà, Lui, il suo popolo.(cfr 1 Re 19,17-18)

 

Tu, non pensare di salvare il popolo con il tuo zelo!

Devi perdere il tuo protagonismo spirituale

e rimetterti nelle mani di Dio

fino a ungere un altro al tuo posto.(cfr 1Re 19,16)

 

Servi Dio, perdendo quello che pensavi di essere…

 

Allora Elia diventa come Gesù abbandonato.

Come l’Abbandonato che porta la vittoria,

che porta la vita eterna.

Ma fu un lungo cammino, nel deserto,

un perdere tutto.

 

Elia fu poi portato in cielo su un carro di fuoco.(2 Re 2,11)

Perdendo tutto, fu rapito in Dio,

divenne tutto amore.

 

*

 

Ed il Vangelo?

Ci porta pure all’Oreb,

ci porta alla legge data a Mosè,

ma ormai liberata da un sovraccarico di norme

che ne spegneva l’esigenza e la chiarezza.

Gesù non abolisce la legge ma la porta al suo compimento (cfr Mt 5,17)

che sta nel perdersi, nel donarsi,

e quindi nel rinunciare a ogni compromesso con il non amore.

 

Non commettere adulterio” (Mt 5,27)

né con il cuore, né con lo sguardo, né con il corpo,

né con le parole, né con la vita.

È possibile non commetterlo?

Sì!

Sì perché Gesù ce ne darà la forza.

L’amore di Gesù, quando è accolto, è più forte dell’innamoramento

più forte delle passioni,

più forte dei ragionamenti.

Quando è accolto…”! Ecco la legge delle leggi!

Allora è Gesù che adempie la legge dentro di noi,

perché lo lasciamo vivere e agire in noi.

 

Allora sei portato anche tu su un carro di fuoco

sei portato nell’amore Divino

che già sulla terra ti fa vivere nelle più piccole cose una vita celeste,

cioè una vita in cui regna l’amore.

Una vita in cui regna un amore casto e fedele,

un amore luminoso.

 

A Dio niente è impossibile!

Ma bisogna credere nell’amore!

Bisogna amare l’amore.

 

martedì 9 giugno 2020 - X Settimana T.O.  - 1 Re17, 7-16 – Mt 5, 13-16 - Badia Fiorentina - Fr. Antoine-Emmanuel


 

I miei pensieri non sono i vostri pensieri,
le vostre vie non sono le mie vie, oracolo del Signore.”
(Is 55,8).

 

Non è facile accettare i pensieri ed i disegni di Dio

che ci spiazzano!


Basti pensare ad Elia, quando l’acqua del torrente Kerit

viene a mancare.

 

A chi il Signore invia Elia così che possa mangiare e bere?

Ad una ricca famiglia in Israele,

una famiglia molto religiosa e devota di Dio, e ricca?

 

No! Dio lo invia presso una donna straniera,

una donna che ha rispetto per il Dio di Elia,

ma lo chiama “tuo Dio” (Elohera)

Inoltre ad Elia Dio chiede di abitare da lei!

Non solo di varcare la porta di una casa pagana,

ma proprio di abitarvi.

Poi lo manda a chiedere pane e acqua ad una donna estremamente povera, al punto che sta per morire di fame con suo figlio orfano di padre.

Sembra un'offesa, un furto ai poveri.

 

Cosa fa Elia?

Obbedisce, accetta una via

che sembra in contraddizione con la legge e con la giustizia.


E il frutto sarà che questa donna ne sarà benedetta:

la condizione di estrema indigenza diverrà luogo della manifestazione della compassione e della potenza del Dio d’Israele per tutti.

 

E noi…

Siamo pronti a lasciarci spiazzare

da vie sorprendenti che ci scandalizzano?

È necessario per essere fedeli alla nostra vocazione profetica.

Se accettiamo solo le vie di sempre, le vie che conosciamo,

le vie che ci rassicurano,

la nostra vita non sarà per niente profetica.

 

Oggi Gesù ci chiede questa vitalità profetica.

Ha appena pronunciato le Beatitudini che descrivono

quello che avviene ai veri discepoli:

sono persone che entrano nella povertà del cuore,

che si affliggono per la globalizzazione dell’indifferenza

e per la mondanità spirituale

che hanno fame e sete della giustizia, della fine della cultura dello scarto,

e così via…

E non possono non soffrirne.

 

Gesù, poi, conclude affermando che la sorte dei veri discepoli

è identica a quella dei profeti.

Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi.” (Mt 5,12)

Ma subito lancia un doppio appello:

Fate attenzione che la vostra vita cristiana non perda il suo sapore!

Che non si lasci contaminare dalla sapienza mondana!”

E poi: “Non nascondete il dono di Dio!”

 

Questo ci interroga:

Nelle mie scelte sto perdendo man mano il sapore evangelico

per pigrizia spirituale?

E nascondo il dono di Dio per paura di non piacere?

Sono sale senza sapore e luce nascosta …

o sono - e siamo - sale di sapienza evangelica e luce che risplende, accettando, come Elia, delle vie che tanto ci spiazzano?

 

Domenica 7 giugno 2020 - SANTISSIMA TRINITA - Es 34,4..9 – 2 Cor 13,11-13 – Gv 3,16-18 -  Badia Fiorentina - Fr. Antoine-Emmanuel


 

Abbiamo camminato per più di 90 giorni,

vivendo la Quaresima, la Settimana Santa, l’Ottava di Pasqua,

il Tempo Pasquale, l’Ascensione, la Pentecoste.

E, alla fine di questo itinerario, la Chiesa lancia tre grida di gioia:

il primo grido è la Santissima Trinità, il secondo la Santa Eucaristia,

il terzo il Sacro Cuore di Gesù.

Sono l’espressione della meraviglia della Chiesa!

 

Oggi il primo grido è quindi la Santissima Trinità.

Perché questo grido?

Perché attraverso la Pasqua di Gesù,

si è svelato, come mai prima, il volto di Dio.

 

Dio è uno: “Adonai Ehad”(Dt 6,4).

In pieno accordo con i nostri fratelli ebrei e musulmani,

proclamiamo più che mai che vi è un solo Dio.

Non ci sono diversi dei che si devono accontentare,

in una diplomazia complicata, perché bisticciano tra di loro.

Dio è uno: non ci sono tre dei.

 

Ma la venuta di Gesù ha messo in piena luce

quello che già il Primo Testamento faceva intravedere.

Ossia che Dio non è un singolo, un essere solitario, monoblocco,

in una santità solitaria.


Dio è Padre, dono di sé, che esce da sé stesso, che dà vita fino a perdersi.

Dio in esodo d’amore.

 

Dio è Figlio, è aperto, è apertura, è tutta ricezione dell’amore

e continuo traboccare d’amore.

 

E l’Amore che circola tra Dio Padre e Dio Figlio

è Lui stesso - dovrei dire Lei stessa - Dio.

 

Dio è esodo d’amore e accoglienza dell’amore.

Nell’esodo, nel dono di sé, è come se morisse.

Nell’accoglienza dell'amore è come se risorgesse.

È mistero di perdita di sé e di rigenerazione.

E lo Spirito Santo è questo mistero,

questo soffio che svuota e riempie.

 

Il Figlio è quindi immagine del Padre: il Padre è in Lui.

Lo Spirito è lo slancio d’amore del Padre, il perdersi del Padre.

E il Padre è la gioia del Figlio, a Lui si consegna.

 

Quando si dice “Dio è uno”, non si intende un’unità fredda, morta:

è un’unità viva, un continuo ed eterno scambio d’amore,

un amplesso continuo d’amore, una danza.

 

Una danza che vuol condividere con altri il suo movimento, la sua gioia,

e perciò crea;

crea l’universo e crea delle libertà

che potranno scegliere di entrare nella danza:

siamo noi!

E il desiderio divino di condividere la gioia della danza è tale

che trasforma anche il nostro rifiuto di danzare,

facendone, se lo vogliamo, la via regale

per prenderci e portarci nel cuore della danza:

è il mistero della Redenzione,

il dono di Gesù.

 

Carissimi, fa bene all’anima contemplare questa danza divina:

ci fa respirare interiormente!

Ma è soprattutto un invito ad entrare nella danza divina,

ad entrare nella Trinità.

 

Come si fa?

E' necessaria almeno un’altra persona.

Non si danza da soli.

 

Se sorridi, fai un primo passo,

se ti metti al servizio, fai un secondo passo,

se ti metti in ascolto, fai un terzo passo,

se consoli, un quarto passo,

se accarezzi, un quinto passo,

se dai il tuo tempo, un sesto passo,

se dai i tuoi soldi, un settimo passo,

se ti lasci pure amare, un ottavo passo,

se perdoni, la danza si fa gioia,

se ti lasci perdonare, si fa allegrezza,

se ti lasci guidare dai passi dell’altro, la danza ti inebria,

se ti perdi per l’altro, sei vicino alla pienezza,

se accogli pure l’altro che si perde per te, sei nella pienezza della danza.

E, necessariamente, ti metterai a danzare con altri, sempre più numerosi, perché avrai gustato la gioia della danza.

 

Questo è vivere la Trinità.

 

Sappiamo di essere tutti chiamati alla “santità”.

La santità nel Primo Testamento significa separazione:

Dio non è l’uomo, l’uomo non è Dio.

Dio è Santo, è altro.

E la Scrittura dice: “Siate santi perché io sono santo.”(Lev 19,2)

Come si fa?

Danzando!

La santità non è un’avventura solitaria.

Si diviene santo/a, santi, insieme.

La santità è entrare nella danza:

ho bisogno di te per diventare santo!

Non posso entrare senza di te nella santità…

 

Com'è bello che la Chiesa abbia canonizzato

Agostino e la madre Monica,

Francesco e Chiara,

Teresina ed i suoi genitori,

i fratelli di Tibherine tutti, e non uno solo di loro.

A dire il vero, se prendete un qualunque santo,

ci sono accanto a lui, a lei, altri da canonizzare.

 

Quindi, se vuoi essere santo, tendi la mano agli altri

e comincia a ballare con loro.

Tendi la mano a un malato, e la danza non tarderà;

tendi la mano ad un anziano, a un carcerato, ad una persona noiosa

e la danza verrà presto.

Senza mai dimenticare che in realtà,

il primo a tenderti la mano è sempre il Signore.

È lui che ha l’iniziativa della danza.

Nel malato o nell’anziano, è il Signore che ti tende la mano:

vuoi entrare nella danza dell’Amore?

+

 

Carissimi Kim e Bianca,

vi preparate al Battesimo per entrare nella danza,

per essere rapiti dall’Amore.

Il Battesimo è un’immersione

nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

Siete pronti a perdervi?

Si tratta di entrare in un nuovo modo di stare al mondo…

Ma non mancano in noi, in voi, le resistenze.

Si ha, talvolta, l’impressione di perdere tutto, di morire,

la paura ti prende,

e c’è la voce che ti dice: “Chi te lo fa fare?” …

Va detto: c’è una lotta, quella giusta, per abbandonarsi a Dio,

rinunziando ad essere il centro di tutto.

 

Allora, oggi, la Chiesa, maternamente,

vi offre un’unzione di forza

perché possiate andare avanti nel cammino verso il Battesimo.

Un’unzione per aver la forza per danzare,

per amare come Gesù ci ama!

 

mercoledì  3 giugno 2020 - IX settimana del T.O. - 2 Tm 1,1..12 – Mc 12,18-27 - Badia Fiorentina - Fr. Antoine-Emmanuel


 

Alla risurrezione, quando risorgeranno, di quale di loro sarà moglie? Poiché tutti e sette l'hanno avuta in moglie". (Mc 12,23)

La risposta di Gesù è chiara:

Quando risorgeranno dai morti, non prenderanno né moglie né marito, ma saranno come angeli nei cieli.”(Mc 12,25)

Quando il Signore riunirà l’anima immortale

al corpo glorificato,

non ci sarà più il matrimonio.

Saremo come angeli nei cieli”.

 

Allora, gli sposi che tanto si sono amati sulla terra,

condividendo prove e gioie,

soffrendo per amore,

servendo insieme la vita,

saranno separati?

 

Gesù non dice questo.

Dice che il matrimonio non ci sarà più.

 

E l’amore?

Non ci sarà più l’amore?

 

A questa domanda troviamo la risposta, luminosissima,

nella prima lettera ai Corinzi:

 

Si spegnerà l’amore?

No!

La carità, - l’amore, l’agàpe, - non avrà mai fine.

Le profezie scompariranno, il dono delle lingue cesserà

e la conoscenza svanirà.” (1 Cor 13, 8)

L’amore non passerà.

ἀγάπη οὐδέποτε ⸀πίπτει.

Letteralmente non cadrà mai!

 

Ma bisogna essere precisi.

Quale amore non tramonterà?

L’amore che è magnanimo e benevolo,

che non è invidioso, non si vanta, non si gonfia d'orgoglio,

non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse,

non si adira, non tiene conto del male ricevuto,

non gode dell'ingiustizia ma si rallegra della verità.

L’amore che tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.”

(cfr 1 Cor 13,4-7)

 

Quest’amore non passerà.

Tra la donna e i sette mariti successivi,

cosa rimarrà?

Tutto ciò che c’era tra loro che era “agape” …

 

Tutto ciò che tra noi, con i nostri conoscenti,

parenti, amici e nemici, è amore

non passerà…

 

A dire il vero,

non è che sopravviva qualcosa di terrestre che era perfetto.

È vero il contrario:

Quello che quaggiù è agape è un anticipo del cielo,

è un po’ di cielo sulla terra.

 

Lo dice San Giovanni nella sua prima lettera:
“Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita,

perché amiamo i fratelli.” (1 Gv 3,14)

 

Dovunque vi è agape, vi è già una scintilla di vita eterna…

 

Questo, i sadducei, pur molto religiosi, non lo accettavano.

Perché?

Perché non conoscete le Scritture né la potenza di Dio”(Mc 12,24),

dice loro Gesù.

 

Ecco la chiave:

conoscere le Scritture e conoscere la potenza di Dio.

Non conoscevano le Scritture,

perché non vi sapevano leggere la Promessa di vita eterna

che esse contengono.

 

E non conoscevano “la potenza di Dio”.

Limitavano la potenza di Dio a loro misura.

Dio non aveva il “diritto” di compiere delle meraviglie

oltre quello che essi potevano intendere…

 

Era impossibile per loro credere che Dio agisse per noi,

non già in base alle nostre opere,

ma secondo il suo progetto e la sua grazia.” (2 Tim 1,9)

È questo che Paolo insegna oggi a Timoteo!

 

Non mettiamo mai limiti all’opera di Dio in noi e tra noi!

Lasciamo che Egli faccia germogliare l’amore tra noi,

sono già semi di eternità!

 

Le piccole esperienze di Pentecoste della terra

sono un anticipo della Pentecoste eterna,

che ci farà entrare eternamente nell’Amore!

 

sabato 30 maggio 2020 - VEGLIA DI PENTECOSTE - Gv 7,37-39 -  Badia Fiorentina - Fr. Antoine-Emmanuel


 

Questa sera, vi propongo di fermarci sulla seconda lettura,

quella dal libro della Genesi, al capitolo 11,

che ci racconta la costruzione della città di Babele.

 

Per capire bene di che cosa si tratta,

bisogna partire – paradossalmente - dal libro dell’Apocalisse.

 

Leggendo l’Apocalisse, si scopre qual è il grande progetto di Dio:

è una città eterna, un convivere insieme, eternamente, nell’amore,

senza tempio, perché si vivrà in Dio, si vivrà di Dio,

si vivrà Dio, si vivrà nell’amore.

 

Sarà questo un dono di Dio, un’opera di Dio.

È chiaro nell’Apocalisse:

la Gerusalemme Celeste scenderà dal cielo. (cfr Ap 21, 2)

 

Di questo progetto, l’uomo porta in sé l’anelito.

Siamo fatti in vista di questa comunione eterna.

 

Quest’anelito, lo si vede fin dalle origini:

dopo il diluvio,

quando Dio fa alleanza con Noè e la sua discendenza,

appena gli uomini trovano una pianura ricca, cosa fanno?

Costruiscono una città!

C’è un desiderio di vivere insieme in una città.

Hanno fatto scoperte tecnologiche - i mattoni, l’asfalto –

e subito si danno da fare per edificare una città. (cfr Gen 11,4)

 

Sembra un progetto bello, sano, corrispondente al disegno di Dio.

Però, bisogna guardare da vicino e discernere.

Cosa vediamo?

Nel discernere e decidere di costruire la città, Dio è escluso:

tutto è opera dell’uomo.

Fanno una città da soli, senza Dio:

Dio non è presente nel loro operare.

E poi nel progetto stesso,

la città prevede una torre, un edificio religioso,

la cui cima è nel cielo. (ib.)

Quindi l’andare verso Dio, l’andare verso il cielo

sarà opera dell’uomo.

Tutto riposerà sulle sole forze umane.

E così si raggiungerà Dio, e così si diverrà Dio.

 

L’uomo quindi non nega il progetto di una città eterna,

non nega il progetto di essere tutti una cosa sola,

ma questo non lo vuole ricevere da Dio:

lo vuole edificare da sé stesso.

E così si farà un nome (ib):

non sarà Dio che scriverà i nomi nel cielo (Lc 10,20),

è l’uomo che afferma, scrive, anzi fa il proprio nome.

 

Come reagisce Dio?

Scende a vedere (cfr Gen11,5-6),

e osserva che l’uomo è partito per una direzione

in cui niente gli sarà impossibile.

L’uomo si è avviato verso l’onnipotenza,

l’uomo si fa Dio.

 

E questo lo mette in grave pericolo,

sia perché chiude all’umanità le porte della vita eterna,

sia perché genera un’oppressione terribile dei poveri, dei piccoli.

Un midrash ebraico racconta

che, durante la costruzione della Torre di Babele,

quando si rompeva un mattone si facevano grandi lamenti;

ma quando era un uomo a cadere e morire,

lo si sostituiva senza reazioni di sorta…

 

Allora, per misericordia,

il Signore suscita nell’umanità una diversità di lingue,

e, da lì, una diversità di culture,

che fa sì che non si capiscano più

e che debbano fermare il cantiere di quella città.

 

La città si chiamava Babele.

L’etimologia è “Bab’Ilu”: “la porta del divino”, “la porta del cielo”.

Ma diventa il luogo della confusione, del “babal” in ebraico,

che significa “confondere”. (cfr Gen 11, 7- 9)

 

Questo testo ci rivela la Misericordia di Dio:

come nel Giardino dell’Eden, l’uomo si appropria del frutto,

si appropria della fecondità (cfr Gen 3,1-6)

e il Signore fa sì che non muoia eternamente,

così qui gli uomini si appropriano della comunione,

e il Signore fa sì che non vada in porto

un progetto che sarebbe un inferno.


E, subito, Dio si mette all’opera

per guidare l’umanità verso l’altra città, quella vera, quella eterna,

la città di Dio di cui Gerusalemme è il riflesso terreno.

Infatti, cosa avviene subito dopo?

La chiamata di Abramo. (cfr Gen 12, 1-3)

Dio rivela ad Abramo il suo progetto,

perché, come dice la Lettera agli Ebrei,

Abramo “aspettava la città dalle salde fondamenta,

il cui architetto e costruttore è Dio stesso”. (Eb 11,10)

Poi rivela a Giacobbe la scala offerta da Dio, la vera,

che porta, sì, al cielo. (cfr Gen 28, 12-15)

 

E se andiamo direttamente nel Nuovo Testamento,

vediamo che l’unità, la comunione eterna tra gli uomini,

è l’oggetto della preghiera di Gesù,

alla vigilia della sua Passione. (cfr Gv 17,11.21-23)

Gesù è “morto per radunare nell’unità

i figli di Dio che erano dispersi.” (Gv 11,52).

Ed è il dono che si manifesta a Pentecoste.

Lo Spirito Santo rende possibile l’unità vera,

che non è opera dell’uomo,

nel suo delirio di onnipotenza,

ma è il dono di Dio, che condivide con noi la Sua unità nella diversità.

Un’unità non fondata sulla volontà di potenza ma sull’amore umile

che si dona all’altro e fa spazio in sé per ricevere l’altro.

 

Lo Spirito Santo è l’artigiano della Città vera ed eterna

verso la quale Egli porta gli uomini.

 

Ma l’uomo non accoglie questa Parola

e rimane nella nostalgia della grande Babel, della grande Babilonia,

della città edificata senza Dio

dell'unità senza Dio, anzi contro Dio.

 

A guardare bene, ci sono nella nostra umanità

due movimenti che attraversano

la coscienza delle persone e dei popoli:

l‘anelito verso la Gerusalemme Celeste,

dono assolutamente gratuito di Dio

e la nostalgia di Babilonia la grande,

opera dell’orgoglio umano.

 

Questo vuol dire che dobbiamo essere sempre attenti

nelle nostre scelte.

Dobbiamo discernere in che direzione ci muoviamo,

su che via ci troviamo.

Sapendo che i nuovi mezzi tecnologici frutto del genio umano,

come un tempo i mattoni,

possono essere al servizio del Sì alla Gerusalemme Celeste,

all’amore reciproco, all’attenzione ai poveri,

oppure essere i mezzi per costruire Babilonia.

 

Ci vuole discernimento

perché entrambi sono progetti di unità del genere umano

entrambi sono generosi…

Ciò che riguarda l’unità del genere umano,

come, ad esempio, una forma di governo mondiale

non è tuttavia necessariamente un bene:

può essere al servizio di Babilonia.

Ci vuole discernimento.

 

La stessa filantropia può nascondere un delirio di onnipotenza…

 

Facciamo un esempio: il 26 marzo 2020,

la Microsoft ha depositato due brevetti

presso l’Organizzazione Mondiale per la Proprietà Intellettuale.

Uno dei due è un microchip da inserire nel corpo umano

che comunica a un server i dati del corpo stesso.

Così, ad esempio,

se una tale pubblicità fa alzare la temperatura del tuo corpo,

il server ne sarà informato

e potrà migliorare la sua offerta pubblicitaria.

Per questo servizio al server riceverai dei soldi virtuali.

 

Vi chiedo:

questo progetto serve la Gerusalemme Celeste o serve Babilonia?

Già è in sé una forma di prostituzione

ad un impero di potere, di consumo e di denaro

che assomiglia tanto ad una fiera.

Ma poi, a che altri fini potrebbe servire questo microchip?

Può darsi che un giorno

sarà impossibile comprare o vendere

se non si ha questo microchip…

Allora sarà veramente a servizio della fiera

la cui manipolazione delle coscienze avrà trionfato.

Diciamo, en passant, che questo brevetto

ha ricevuto il numero 06 06 06.

 

Quindi ci vuole e ci vorrà un discernimento

tra quello che porta a Gerusalemme

e quello che porta a Babilonia,

e non è e non sarà facile.

 

Babilonia ha un grande potere di seduzione,

perché risponde all’anelito all’unità che è in noi.

La grande Babilonia è una cultura seducente

e tanto legata al potere economico.

 

Davvero lo Spirito Santo è e sarà il nostro grande aiuto,

per discernere le vie di Babilonia dalle vie di Gerusalemme.

 

Poi, un aiuto essenziale è la consacrazione alla Madonna.

L’opera di Maria è e sarà di invitarci

a fare quello che Gesù ci comanda (Gv 2,5),

ossia a vivere l’amore reciproco radicato nella Pasqua di Gesù.

 

L’essenziale non è

cercare di sradicare i germi di zizzania di Babilonia,

ma far crescere tanto, ma tanto, l’amore reciproco!

 

Sarà pure custodire e far crescere

la memoria viva di Gerusalemme.

Ed è per questo

che la nostra piccola fraternità ha un compito prezioso,

con il nome che portiamo.

 

E come finirà questo contrasto?

Con la caduta di Babilonia!

Ma l’Apocalisse ci dice che non avverrà subito

perché l’umanità subirà prima le conseguenze del suo orgoglio.

 

Allora, oggi, in questa festa,

chiediamo allo Spirito Santo

tre doni essenziali per la Chiesa, per noi:

un dono di discernimento

per riconoscere le vie di Babilonia;

un dono di forza per staccarci ad ogni costo da queste vie,

per non essere mai dominati dalla paura,

e soprattutto un dono di amore reciproco

per edificare già sulla terra un po' della Gerusalemme Celeste.

 

 

mercoledì 27 maggio 2020 - VII SETTIMANA DI PASQUA - NOVENA DI PENTECOSTE Luce per l’intelletto e fiamma ardente nel cuore - At 20,28-38 – Gv 17,11-19 - Badia Fiorentina - Fr. Antoine-Emmanuel

 

Oggi vorrei partire dal Salmo 85,

un salmo che descrive l’intervento del Signore,

quando mette fine alla sua ira.

 

Recita così il versetto 11:

Amore e verità si sono incontrati,

giustizia e pace si sono abbracciati.”

Letteralmente: “Hesed ed Emeth si sono incontrati”

 

Hesed significa la bontà, la benevolenza, la misericordia.

Ad esempio in Isaia 54,8:

Con un Hesed perenne ho avuto pietà di te,
dice il tuo Redentore, il Signore.”

 

Emeth invece significa la fedeltà, la stabilità, l’affidabilità, la verità.

Come nell’Amen che diciamo così spesso.

 

Il Salmo ci dice che “Hesed ed Emeth si sono incontrati.”

Questo è tipico dell’intervento di Dio:

bontà e verità insieme;

un dono di stabilità e un dono di vitalità insieme.

Un intervento di Dio ti dà radici e ti mette in movimento.

 

Un altro modo di intenderlo potrebbe essere

che Dio ti illumina e Dio ti fa bruciare di amore.

 

Con la luce, scopri di essere,

scopri la solidità della tua esistenza: sei radicato nell’amore di Dio,

non sei frutto del caso e in balia di venti oscuri.

 

Con l’amore, Dio ti spinge a donarti,

nel perderti che ti porta nel non essere dell’amore.

 

*

Ora, veniamo al Vangelo odierno,

meglio all’intera preghiera sacerdotale di Gesù.

Per che cosa Gesù prega?

Perché noi abbiamo la vita, quella eterna.

E le sue richieste si possono riassumere in due richieste:

che siamo consacrati nella verità (cfr Gv 17,17.19)

e che diventiamo una cosa sola. (cfr Gv 17,11.22)

 

Consacrati nella verità significa custoditi nel nome del Padre,

significa essere con Gesù là dove Egli si trova,

essendo custoditi dal maligno, …

 

Essere una cosa sola significa

che l’amore con cui il Padre ha amato Gesù è in noi e tra noi.

 

Sono due richieste diverse?

Sì, perché in una si tratta della verità e nell’altra dell’amore.

Ma sono necessari entrambi

perché si realizzi il dono della vita, quella eterna.

 

*


Così nel Veni Creator,

si chiede allo Spirito di essere luce per l’intelletto

e amore nel cuore,

e quest’ultima richiesta è spesso interpretata

come chiedere il fuoco dell’amore nel cuore.

 

Luce e fuoco sono due immagini molto forti,

perché, senza la luce, si è nel buio.

L’intelletto, senza lo Spirito Santo, è nel buio,

anche se crede di essere nella luce.

E, senza il fuoco, si è nel freddo:

il cuore, senza lo Spirito Santo, è freddo, incapace dell’amore vero.

 

Il Veni Creator ci fa pregare per la luce e per il fuoco:

amore e verità si incontrano”... sempre!

 

Perché l’amore senza verità, senza stabilità, è superficiale e ci inganna.

La verità senza amore è sterile, è morta.

*

Tutto ciò ha due conseguenze.

 

La prima è che se vuoi comprendere una situazione, discernere,

non devi farlo da solo.

C’è una luce che viene solo quando siamo riuniti,

almeno in due, nell’amore.

Non isolarti per discernere: non avrai che verità parziali.

Il tutto è superiore alla parte”!

La verità si trova quando si entra in un traboccare, un oltrepassare.

Bisogna perdersi nell’amore per giungere alla verità.

 

Una seconda conseguenza:

vuoi amare? Vuoi consegnarti in una certa situazione?

Hai bisogno della verità, della stabilità, dell’obbedienza!

Se ti stacchi dall’obbedienza della fede, dall’obbedienza ecclesiale,

crederai di amare, ma in realtà affermerai il tuo io…

 

Chiediamo quindi allo Spirito Santo questa doppia grazia:

luce per l’intelletto e fuoco per il cuore.

 

Luce per conoscere Gesù, Amore per perderci, fino a perderLo,

per essere in Lui per sempre.

 

Chiediamo quindi allo Spirito Santo la Luce per poter perdere la luce.

Per trovarLa per sempre.

 

Chiediamo allo Spirito di conoscere il nostro essere, per poter perderci.

Di riconoscere di essere amati, per poter perdere questo amore, amando.

 

È quello che lo Spirito Santo fa per l’ostia:

la consacra perché sia spezzata e mangiata.

La fa essere per non essere più.

In questo sta la Vita, quella eterna.

 

 

Domenica 24 maggio 2020 - ASCENSIONE DEL SIGNORE - NOVENA DI PENTECOSTE - IL DATORE DEI DONI At 1, 1-11 – Ef 1,17-23 – Mt 28,16-20 - Badia Fiorentina - fr. Antoine Emmanuel

 

Non ti chiediamo dei “regali”:

ti chiediamo di saper accogliere Te vivo in noi!

 

A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra.” (Mt 28,18)

Non è facile accogliere una parola come questa

quando vediamo tutti i disastri causati dall’attuale pandemia

che lascia tantissime famiglie in una situazione drammatica,

e che ormai invade tanti paesi.

Come conciliare questi drammi con la Signoria di Gesù?

 

Bisogna ripartire dai Vangeli.

Vi scopriamo che Gesù preannuncia chiaramente

che la storia sarà segnata da tanti drammi che devono avvenire (cfr Mt 24,6)

prima che il nostro mondo giunga al suo traguardo di luce e di Eternità.

 

Tutto è già orientato verso la venuta di Gesù in gloria,

oggi annunciata dagli angeli (At 1,10-11),

ma la storia non giungerà a questo traguardo

senza i drammi che la segnano.

 

Lo stesso Paolo scrive

che “dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni"

(At 14,22).

Ad esempio, nella seconda lettera ai Tessalonicesi

parla di ciò che chiama l’apostasia:

Verrà l'apostasia e si rivelerà l'uomo dell'iniquità,

il figlio della perdizione, l'avversario,

colui che s'innalza sopra ogni essere chiamato e adorato come Dio,

fino a insediarsi nel tempio di Dio,

pretendendo di essere Dio.” (2 Tes 2, 3-4)

 

Anche Giovanni, nell’Apocalisse,

ci fa intravedere i dolori che segneranno la storia

attraverso la descrizione di una realtà molto impressionante,

che chiama la “bestia”, che sedurrà tutti i popoli

perché conoscerà una guarigione da una ferita mortale. (cfr Ap 13,3).

 

Pensando a tutti questi eventi,

non possiamo non chiedere al Signore: “Quando avverranno

e quando finirà tutto questo travaglio?”

E la risposta è la stessa che Gesù diede agli apostoli:

"Non spetta a voi conoscere tempi o momenti

che il Padre ha riservato al suo potere.” (At 1,7)

Allora Gesù ci lascia soli e indifesi dinanzi all’avvenire?

No! Perché agli apostoli risponde pure:

Ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi”(At 1,8)

 

Non siamo per niente sprovveduti dinanzi all’avvenire:

Gesù stesso è con noi “fino alla fine del mondo” (Mt 28,20)

e ci dona lo Spirito “senza misura” (Gv 3,34)

Ma cosa significa ricevere lo Spirito Santo?

 

Nel contesto della nostra novena di Pentecoste,

vorrei oggi partire dal libro di Isaia, al capitolo 11.

 

Il contesto è l'oppressione devastante dell’Assiria,

quel popolo che il profeta paragona a una grande foresta.

Un potere immenso quindi.

Immenso… ma nella Signoria di Dio:

Dio permette per un certo tempo quella prova, ma vi pone dei limiti,

e viene l’ora della liberazione.

Come? Attraverso un albero molto grande? No!

Attraverso un “germoglio” della radice di Davide (cfr Is 11,1),

cioè attraverso il dono di un re umile per Israele.

 

Cosa fa questo re?

La sua prima azione non sarà partire in guerra contro l’oppressore!

La prima sua azione è prendersi cura dei poveri.

È un re giusto, che esercita la giustizia di Dio

che è attenzione al povero.

Agirà non con le armi, ma con la parola,

una parola potente, il cui frutto sarà la riconciliazione:

Il lupo dimorerà insieme con l’agnello,

il leopardo si sdraierà accanto al capretto” (Is 11,6)… e così via.

E come otterrà questa riconciliazione?

L’otterrà perché agirà, parlerà, in modo tale

che “la conoscenza del Signore riempirà la terra

come le acque ricoprono il mare” (Is 11,9)

 

Ma come può un re avere un tale profilo?

Perché avrà fatto grandi studi, in una grande scuola?

No! Perché “lo Spirito del Signore si poserà su di lui.” (Is 11,2)

Lo Spirito di Dio - e sappiamo che è Dio stesso - si poserà,

si fermerà, dimorerà in lui.

È qualcosa di immenso!

Il Dio-Puro-Amore, il Dio Santo… in un uomo!

 

E come agirà Dio-Spirito in quel re?

Non gli farà dei “regali”

ma in lui sarà “Spirito di sapienza e di intelligenza”,

sarà “Spirito di consiglio e di fortezza”,

sarà “Spirito di conoscenza e di timore del Signore.”(ib)

 

Susciterà nel re una ricchezza interiore,

nel momento in cui si poserà su di lui,

una ricchezza interiore che lo renderà

capace di servire il popolo in un modo splendido.

Lo Spirito Santo è nel re sapienza e intelligenza…

È come quando in un vaso si mette una fiamma,

e la fiamma trasforma il vaso che diviene sorgente di Luce.

 

Di chi parla Isaia? Di Gesù!

Gesù è questo re totalmente infuocato di Spirito Santo,

ed Egli stesso dirà: “Lo Spirito del Signore è su di me.”(Lc 4,18)

 

Ma non parla solo di Gesù!

Perché, se diciamo di sì alla Promessa del Padre,

anche su di noi si posa lo Spirito

e ci dona una nuova sapienza, un nuovo discernimento e così via.

Abbiamo allora in noi i carismi di Gesù!

Quei carismi essenziali che ci rendono capaci di servire come Gesù,

di dare la vita come Gesù.

Essi sono per la nostra santificazione personale e per il bene degli altri!

 

Lo Spirito Santo non ci fa dei piccoli regali,

da accumulare per farci santi. No!

C’è un modo di pensare lo Spirito Santo

come il babbo natale del tempo Pasquale,

che ci fa dei “regali” e poi va via! No!

Al contrario, viene ad abitare in noi,

e in noi rimane lo Spirito, che è il soffio divino

che ci disturba, che ci fa muovere,

e che è Santo, nell'alterità totale, puro amore.

 

Dal di dentro lo Spirito Santo ci spiazza,

ed è per questo che rimandiamo sempre a domani

il vero sì allo Spirito Santo!

Ma se dici di sì, vedi nascere in te un amore che non conoscevi:

quel fiume che sgorga dal tuo cuore, di cui parla Gesù. (cfr. Gv 7,38)

Perdi il controllo della tua vita,

perdi l’abitudine di misurare sempre il tuo donarti,

di misurare sempre il tuo tempo, i tuoi sforzi,

per paura di perderti.

Allora avvengono in noi tre meraviglie:

Si dispiega in noi lo Spirito di sapienza e discernimento:

il vaso qui è il nostro modo di pensare che viene trasformato.

Si dispiega in noi lo Spirito di consiglio e di fortezza:

il vaso qui è il nostro modo di agire che viene trasformato.

Si dispiega in noi lo Spirito di conoscenza e di timore del Signore:

il vaso qui è il nostro modo di rapportarci a Dio Padre

che viene trasformato.

 

Non è vero che ci imbattiamo sempre nelle stesse difficoltà?

Non ce la faccio a pensare diversamente, ad agire diversamente,

a credere diversamente…”

Ma lo Spirito Santo si insinua dentro il nostro pensare, agire e credere

e vi dà fuoco, come un metallo che a contatto col fuoco diventa fuoco.

E il fuoco non viene dall’esterno, ma dall’interno,

dalla misteriosa presenza di Dio Spirito in noi.

 

Comprendiamo allora la posta in gioco nella festa di Pentecoste che viene!

È la trasformazione della nostra vita nell’Amore.

Quella trasformazione che non può essere

che il capolavoro dell’artista che è Dio, che è lo Spirito Santo.

L’artista è il Soffio Divino che,

come il vento muove i rami di un albero o smuove una barca,

muove i rami del tuo essere e ti spinge in avanti perché tu possa amare.

 

È una meraviglia, una meraviglia…

perché il dono che Gesù ci annuncia,

che è la Promessa del Padre (cfr At 1, 4)

non sono dei “regali” anche bellissimi… è Dio Spirito Santo in noi:

è lo Spirito in persona che viene a dimorare in noi!

Lui è datore di doni, sì, perché dona Sé stesso, viene in persona,

e il suo venire in noi si riflette

in una molteplicità di meraviglie che compie in noi.

Così non siamo per niente sprovveduti dinanzi al domani!

 

Spirito Santo, non ti chiediamo dei “regali”:

ti chiediamo di saper accogliere Te vivo in noi!

Ti chiediamo di saper accogliere Te vivo in noi!

 

 

venerdì 22 maggio 2020 - VI settimana di Pasqua - Atti 18,9-18 – Gv 16,20-23 - f. Antoine-Emmanuel

 

Come mai Paolo poté rimanere un anno e mezzo nella stessa città, a Corinto,

senza esserne cacciato fuori, come era avvenuto spesso in altre città?

Ci possono essere delle motivazioni sociologiche o storiche

legate alla città di Corinto, con una popolazione povera intorno al porto,

tra cui anche tanti poveri di spirito,

oppure spiegazioni legate alla persona del proconsole romano

che non si lasciava manipolare dai Giudei e così via.

Ma la ragione fondamentale è un dono di Dio, un disegno particolare di Dio

rivelato a Paolo appena arrivò in quella città:

Una notte, in visione, il Signore disse a Paolo:

"Non aver paura; continua a parlare e non tacere,

perché io sono con te e nessuno cercherà di farti del male:

in questa città io ho un popolo numeroso". (Atti 18,9-10)

Questa Parola non era solo un'informazione,

e ancor meno solo una predizione dell’avvenire.

Era una missione,

alla quale Paolo obbedì.

Ecco il profilo del discepolo: un'obbedienza viva al Signore,

ai suoi tempi, ai suoi disegni.

 

E come si conoscono i disegni di Dio?

I disegni di Dio talvolta possono esserci trasmessi attraverso una profezia,

come avvenne per Paolo;

ma il più spesso questo avviene attraverso le mozioni dello Spirito Santo.

Le mozioni sono dei movimenti interiori, come una spinta interiore dello Spirito

che ci spinge in una certa direzione, che, in fin dei conti, è sempre quella dell’amore.

O si resiste a questo movimento per ribellione, per volontà propria, pigrizia o paura;

o ci si lascia spingere.

Allora abbiamo non solo una direzione nella quale camminare,

ma pure una forza, un’energia per camminare.

Non a caso lo Spirito Santo è chiamato pneuma, cioè soffio:

è un soffio che ti spinge.

Non lo vedi, non lo puoi ingabbiare, ma ti spinge di sicuro!

 

Oggi vorremmo soffermarci su un nome dato allo Spirito Santo.

Non è un nome dato dai teologi, ma da Gesù stesso:

Paraclito”, dal greco parakaleo (cfr Gv 14,16),

colui che puoi chiamare e che viene in tuo soccorso.

Che Gesù abbia dato alla Terza Persona della Trinità il nome di Paraclito

è cosa straordinaria!

Dio stesso ci soccorre!

 

Per capire questo nome ci sono due piste:

la prima è nell’Antico Testamento.

Nell'Antico Testamento non si parla direttamente di Dio-Paraclito,

ma Dio si presenta come tale:

Io sono il tuo Paraclito” (Is 51,12)

Io sono colui che “consola come una madre” (Is 66,13)

E Dio invita a consolare il popolo,

come scritto all’inizio del cosiddetto libro della Consolazione nel Profeta Isaia:

Consolate, consolate il mio popolo, dice il Signore.” (Is 40,1)

Il termine “consolare” significa, in ebraico,

permettere all’altro di fare un profondo sospiro di sollievo.

È quello che fa Dio:

dona all’uomo questo profondo sollievo,

perché allevia le sue pene, libera dalle schiavitù, perdona i peccati.

 

Ecco chi è lo Spirito Santo per noi:

è conforto, sollievo, come una madre.

Come aleggiava sulle acque del caos primordiale, in quanto Spirito Creatore, (cfr Gn 1,2)

così aleggia pure sul nostro caos interiore, portandoci consolazione.

 

L’altra pista è contemplare Gesù nella sua vita pubblica come consolatore.

Perché Gesù si presenta così!

Quante volte Gesù ha permesso a degli uomini e a delle donne, a dei bambini

di fare un sospiro di sollievo.

Grazie al suo silenzio, come con la donna adultera.

Grazie ai suoi gesti affettuosi, come con i bambini.

Grazie al suo perdono, come con Maria di Magdala.

Grazie alle sue parole, tante volte con gli apostoli, e così via.

 

Tutto un insieme di silenzio, di gesti, di parole

che portavano il conforto,

che rompevano la solitudine.

Come qualcuno che entra là dove tu porti da solo un peso sproporzionato,

e lo porta con te, lo porta per te.

 

Ecco quello che fa pure lo Spirito Santo:

si offre a noi nel profondo del cuore per offrirci un conforto interiore.

È il dolce consolatore recita il Veni Creator,

il consolatore perfetto recita la sequenza di Pentecoste,

Colui che maternamente ci libera dall’ansia,

non attraverso dei discorsi lunghi,

ma attraverso una presenza amica.

 

I cristiani dei primi secoli, in epoca di persecuzione,

lo chiamarono avvocato,

perché sperimentarono che lo Spirito Santo difendeva contro le accuse,

sia quelle dei nemici della Chiesa

sia quelle del demonio.

È l’avvocato che non ti lascia solo, quando sei accusato.

 

Poi, quando la persecuzione diminuì,

Lo si chiamò di più consolatore.

Ecco come San Bonaventura descrive la consolazione dello Spirito Santo

in un’omelia appunto tra l’Ascensione e la Pentecoste.

La consolazione dello Spirito è vera, perfetta e proporzionata.

È vera perché usa la consolazione là dove è da applicare, cioè all’anima,

non alla carne come fa invece il mondo,

che consola la carne e affligge l’anima,

simile in ciò a un cattivo albergatore che cura il cavallo e trascura il cavaliere.

È perfetta, perché consola in ogni tribolazione,

non come fa il mondo, che nel dare una consolazione procura due tribolazioni,

come uno che rammenda un vecchio cappotto chiudendo un buco e aprendone due.

È proporzionata perché là dove c’è una maggiore tribolazione

porta una più grande consolazione,

non come fa il mondo che nella prosperità consola e blandisce,

nelle avversità irride e condanna.”1

 

Carissimi, chiediamo al Padre una nuova effusione dello Spirito Santo

affinché nei tempi difficili che viviamo e vivremo,

non ci manchi MAI la consolazione dello Spirito Santo.

Tante cose potranno esserci tolte, ma la dolce e forte presenza dello Spirito Santo no!

È grazie a Lui che avviene e avverrà nella nostra vita

quello che Gesù dice oggi ai suoi Apostoli:

La vostra tristezza si cambierà in gioia”. (Gv 16,20)

 

Spirito Santo, guidaci con le tue mozioni interiori,

consolaci con il tuo alito benefico,

perché possiamo sempre amare.

Sempre.

 

1 Citato da P. Raniero Cantalamessa, “Il canto dello Spirito”, Ancora,1998, p.76

 

martedì 19 maggio 2020 - VI settimana di Pasqua - Atti 16,22-34 – Gv 16,5-11 - f. Antoine-Emmanuel


 

Gesù sa di essere “la luce del mondo”(Gv 8,12), di essere “la via, la verità e la vita”(Gv 14,6).

Eppure dice: “E' bene per voi che io me ne vada” (Gv 16,7).

Come può essere un bene che vada via

Colui che è la Luce del mondo, la Via, la Verità e la Vita ?

Perché se non me ne vado, non verrà a voi il Paraclito”(ib.).

Questo ci dice quanto il dono dello Spirito Santo sia di un valore incommensurabile.

Tutt’altro che un piccolo aiutino!

 

E oggi Gesù ci descrive un effetto della presenza dello Spirito Santo in noi.

Cosa avviene quando accogliamo il Paraclito,

quando da Lui ci lasciamo istruire e guidare

con illimitata fiducia e obbedienza”, come diceva Papa Giovanni Paolo II?

Avviene lo stesso che avvenne con Gesù:

suscitiamo una frattura.

Di fatto, quando Gesù venne nel mondo,

si creò una frattura tra chi credeva e chi non credeva.

Chiunque infatti fa il male, odia la luce,

e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate.

Invece chi fa la verità viene verso la luce,

perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio".

(Gv 3,20-21)

 

È quello che Luca descrive attraverso le parole del vecchio Simeone a Maria:

"Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione

- e anche a te una spada trafiggerà l'anima -,

affinché siano svelati i pensieri di molti cuori". (Luca 2,34-35)

 

Allo stesso modo, se siamo fedeli allo Spirito Santo,

la nostra vita, le nostre parole, metteranno in luce, sveleranno

l’opposizione a Dio che c’è nel mondo, “dimostrerà la colpa del mondo”(Gv 16,8) come dice Gesù.

È lo stesso verbo che ritroviamo in Giovanni 3,20: “perché le sue opere non vengano riprovate”,

le opere del mondo, cioè, saranno smascherate.

 

Questo avverrà in tre modi.

 

Se sarai fedele allo Spirito Santo, con la tua vita

farai vedere che la salvezza è dono gratuito di Gesù.

Allora darai fastidio a chi rifiuta Gesù,

verrà smascherato il peccato che è il non credere in Gesù,

il rifiuto di affidarsi a Gesù Crocifisso abbandonato e Risorto.

Invece, darai gioia a chi ha il cuore umile.

 

Se sarai fedele allo Spirito Santo, con la tua vita farai vedere Gesù,

farai vedere la via della Santità, la via della Salvezza, della Croce:

darai fastidio a Chi odia questa via,

ma rallegrerai chi ha il cuore povero.

 

Se sarai fedele allo Spirito Santo,

con la tua vita farai vedere che il male è sconfitto, che si può amare, che si può perdonare,

che Satana è sconfitto, e pure il peccato, e la stessa morte:

darai fastidio a chi appartiene a Satana,

ma darai speranza a chi ha il cuore aperto.

 

Creerai quindi una spaccatura,

quella spaccatura che si vede sul Golgota,

tra il ladrone che lancia ingiurie a Gesù,

e l'altro ladrone che invece a Gesù chiede Misericordia e accoglie già il Paradiso.

 

È quello che si vede benissimo con Papa Francesco che crea una spaccatura,

e non ne ha paura: sa che deve essere così.

 

È quello che avviene con Paolo e Sila a Filippi:

da una parte c’è Lidia che ha il cuore aperto al Vangelo e si schiera con Paolo,

e dall’altra parte c’è chi sfrutta una ragazza posseduta

e si schiera contro Paolo e Sila, suscitando l’odio contro di loro

al punto che sono bastonati (cfr Atti 16,22) e gettati in prigione.

E il male ebbe l’ultima parola?

No! E non l’avrà mai!

Paolo e Sila sono interiormente liberati dall’angoscia

al punto che cantano le lodi di Dio in piena notte,

e sono liberati dalla stessa prigione.

E la conclusione è la gioia del custode della prigione e della sua famiglia:

la gioia di credere.(cfr At 16,34)

 

Se siamo fedeli allo Spirito Santo, certo ad alcuni daremo fastidio,

ma susciteremo in tanti la gioia di credere, la gioia della fede.

 

 giovedì 14 maggio 2020 - San Mattia, Apostolo - Atti 1,15-26 – Gv 15,9-17 - f. Antoine-Emmanuel

Oggi potremmo esprimere la nostra riconoscenza a San Mattia per il suo sì!

Mattia accettò di consegnarsi al Signore per vivere il Ministero Apostolico.

Non era un ministero facile,

ma era molto importante dare il segno dell’essere 12 apostoli.

È il segno che ricorda che la mietitura della Risurrezione è un popolo,

come il popolo di Israele è costituito di dodici Tribù.

 

Il Popolo di Dio si edifica con ciascuno.

Ciascuno è prezioso!

Giuda, da parte sua, aveva disertato,

mentre il suo pentimento avrebbe costituito una gemma luminosissima nella Chiesa…

Mattia disse di sì (cfr At 1, 24-26),

ed oggi, si tratta per noi di dire di sì come Mattia.

 

Dici di sì a quella che è, hic et nunc, la tua chiamata,

ricordandoti che ogni pietra è importante per edificare il Popolo Santo di Dio.

E, più ti lasci afferrare dalla Misericordia, più sei prezioso per la Chiesa.

 

Oggi ci ricordiamo anche che non siamo noi che abbiamo scelto Gesù! No!

Vi ho scelti, dice Gesù.

E vi ho costituiti, stabiliti.

Vi ho costituiti” … così che voi non siate soggetti a tutti i venti.

La chiamata di Gesù ci conferisce una saldezza.

Egli ci radica in Lui, e questo ci permette -paradossalmente- di andare, come dice Gesù,

di camminare, e di portare frutto.(cfr Gv 15,16)

 

Quindi, per portare frutto, dobbiamo sempre ricollegarci alla nostra chiamata,

ripristinare la “connessione” con la chiamata di Gesù.

 

E il frutto è quello dell’amore,

l’amore nella sua radicalità e nella sua reciprocità.

Perché Gesù ci comanda e ci dona l’amore con due dimensioni:

come ho amato voi” e “gli uni gli altri”.(cfr Gv 15,12)

Il “come” non è quello di un modello,

come l’artista si ispira a un modello, e poi se ne disfa.

Il “come” è un attingere continuo all’Amore di Cristo.

Questo fa sì che la reciprocità dell’amore tra noi

divenga lo spazio in cui Gesù si manifesta e si rivela.

E ci ricordiamo qui che il “metro di distanza sanitaria” tra noi,

lo possiamo vivere come il ricordo della presenza di Gesù in mezzo a noi!

 

A questo proposito, bisogna essere inventivi in questo momento:

nessun abbraccio, nessuna pacca sulle spalle… e così via!

Allora inventiamo altri gesti e non spegniamo l’amore!

 

È nel comandamento dell’amore reciproco

che possiamo trovare un senso profondo anche alle misure sanitarie

che ci vengono imposte per l’Eucarestia.

Sapete che il Vangelo di Giovanni non riporta

il racconto dell’istituzione dell’Eucarestia.

Dove l’avremmo cercato, nell'ultima cena, troviamo la lavanda dei piedi,

che è un gesto “sanitario” di amore reciproco!

Come per dirci: “Ecco il frutto dell’Eucarestia: lavarci i piedi gli uni gli altri”.

 

Poi, se andiamo nel capitolo sesto del Vangelo di Giovanni,

comprendiamo, se leggiamo l’intero capitolo,

che nell’Eucarestia non va cercato un pane per stare bene.

C’è tutta un’agitazione dopo la moltiplicazione dei pani,

perché la folla cerca Gesù per avere il pane, per i propri bisogni.

Gesù insegna allora chiaramente che questa ricerca è vana.

Egli è Pane del cielo, Pane della vita, Pane vivo,

perché dona la sua carne e il suo sangue.

Sembra che San Giovanni abbia voluto dire a chi già era solito celebrare l’Eucarestia:

Attenzione! Che l’Eucaristia non sia: “ Vado a prendere quello che serve a me e torno a casa” No!

Si va alla Celebrazione Eucaristica per nutrirsi di Gesù,

per poter amare come Lui, per vivere l’amore reciproco!

Si va alla Celebrazione Eucaristica per imparare la lavanda dei piedi reciproca.

Allora facciamo dei gesti penosi di questi giorni di pandemia

una scuola di amore fraterno per re-imparare l’indissolubilità tra Eucarestia e Amore reciproco.

È in questo spirito che il pannello che sarà all’ingresso della Badia comincia così:

Per prenderci cura gli uni degli altri”…

Il Signore ci dia la grazia di vivere con gioia questa scuola!

 

venerdi 1° maggio 2020 - San Giuseppe, lavoratore - Col. 3, 14-15, 17, 23-24 - Mt. 13,54-58 - f. Antoine-Emmanuel


 

Qualunque cosa facciate, in parole e in opere, tutto avvenga nel nome del Signore Gesù,

rendendo grazie per mezzo di lui a Dio Padre.” (Col 3,17)

Con questi versetti della lettera ai Colossesi,

la festa di San Giuseppe ci interroga sulle motivazioni delle nostre scelte quotidiane,

su quello che ispira il nostro lavoro, i nostri compiti, il nostro agire quotidiano.

Cosa ci motiva?

 

Commentando le parole di Gesù: “In verità, in verità io vi dico:

chiunque commette il peccato è schiavo del peccato” (Gv 8,34),

il Cardinale Carlo-Maria Martini scrive:

Chi non si apre ad un’esistenza autentica è schiavo di tutte le contingenze quotidiane.

Se esaminiamo una delle nostre giornate, soprattutto se siamo impegnati in una vita attiva,

credo che non sfuggiremo all’impressione di essere in qualche modo schiavi delle cose.

Non soltanto schiavi delle passioni, il che può accadere in un modo più o meno palese,

ma schiavi dei compiti, degli orari, delle urgenze, del telefono,

senza in fondo sapere bene, in mezzo a tante preoccupazioni,

quello che stiamo facendo e perché lo facciamo.”1

 

Questo ci spinge ad interrogarci sul nostro modo di vivere, in questo tempo di pandemia.

Allora, guardiamo con semplicità…

 

Vivere la quarantena, restare chiusi in casa è cosa buona,

perché ci prendiamo cura gli uni degli altri,

cercando di fermare il contagio del virus.

Ma non è cosa buona, perché ci allontaniamo dall’essere insieme,

dal vivere insieme, fisicamente, gli uni con gli altri, gli uni per gli altri,

attenti ai più deboli, ai più fragili,

che è la nostra vocazione.

 

Rispettare tutte le misure di distanza sociale è cosa buona,

per evitare la trasmissione della malattia.

Ma è cosa grave, perché diviene dittatura della salute:

tutto il vivere è centrato non più sul fine ultimo dell’uomo che è l’eternità,

ma solo sulla sua salute.

 

Essere esigenti e vietare le celebrazioni nelle chiese, come pure nelle sinagoghe e nelle moschee,

è necessario per evitare il contagio, per proteggere chi è a rischio.

Ma è cosa molto grave, perché nega la libertà di culto,

e perché priva il Popolo di Dio del Pane di vita.

 

Usare applicazioni sugli smartphone per controllare il contagio può essere efficace

per proteggere i più deboli,

ma è molto pericoloso, perché è una porta aperta ad un controllo totalitario delle persone

che mette a rischio la libertà personale, in nome dell’idolatria della salute.

 

Vaccinare l’intera popolazione mondiale è cosa desiderabile per fermare l’epidemia.

Ma è tanto pericoloso, perché è la porta aperta a un totalitarismo della medicina,

e ad un uso senza discernimento dell’intelligenza artificiale

che servirebbe il transumanesimo,

la voglia di “creare” un uomo che non conosca più limiti.

 

Allora, come dice Paolo nella prima lettera ai Tessalonicesi:

Non dormiamo dunque come gli altri, ma vigiliamo e siamo sobri.” (1 Tess 5,6)

 

Vigiliamo, perché dietro tutti questi rischi,

non ci sono semplicemente degli uomini che potrebbero ordire una trama,

ma vi è il demonio che ci attira man mano in un grande tranello,

in cui l’umanità si lascia sedurre…

Si lascia sedurre dalla possibilità di diventare essa stessa il “creatore”.

E le vittime saranno ancora una volta i più fragili, i più poveri…

 

Come dice Paolo nella lettera agli Efesini:

La nostra battaglia infatti non è contro la carne e il sangue,

ma contro i Principati e le Potenze, contro i dominatori di questo mondo tenebroso,

contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti.” (Ef 6,12)

 

Quindi bisogna vigilare.

 

Vigilare perché ci vengono offerti dei mezzi che sono tanto graditi

per rendere la vita più piacevole, per avere sempre “di più”, e per la nostra salute,

ma che comportano una privazione graduale delle nostre libertà fondamentali.

 

Vigilare per non lasciarci sedurre da una compassione che scansa Dio.

La “compassione” che nega Dio è la rovina della persona umana,

e della sua vocazione alla comunione e all’eternità.

 

Il discernimento è estremamente delicato.

Abbiamo bisogno dello Spirito Santo, della Sapienza Divina, per non essere ingannati.

Da soli saremo ingannati.

 

Abbiamo bisogno della Beata Vergine Maria,

alla quale il nostro tempo è affidato in modo particolare,

ed alla quale, l’Italia, il Canada, gli Stati Uniti oggi si consacrano,

come l’India ha già fatto il giorno di Pasqua.

 

Bisogna, come San Giuseppe, rimanere in ascolto dell’angelo,

anche in piena notte, per alzarci appena è necessario farlo,

e fuggire dalla violenza di Erode,

per proteggere la vita di Gesù in ogni persona umana,

per proteggere non solo la salute, ma pure l’anima.

 

Sia chiaro che non si tratta di disinteressarsi della salute,

delle condizioni materiali della vita:

sarebbe assurdo.

Ma si tratta di preoccuparsene e di preoccuparsi pure dell’anima.

L’una e l’altra preoccupazione sono, e saranno sempre, in tensione polare.

Ma questa tensione è sana.

Ci mantiene poveri gli uni dinanzi agli altri, e soprattutto poveri dinanzi a Dio.

 

Vegliamo e siamo attenti a non cadere nel grande rifiuto della Croce,

nella grande affermazione dell’onnipotenza dell’uomo,

che vuole avviare l’uomo, senza ritorno, alla negazione di Dio.

Quello che è “buono”, non può essere anche non buono, grave, pericoloso…

Come dice Paolo nella prima lettura odierna: “Servite il Signore che è Cristo!” (Col 3,24)

Solo Lui!

 

Perché "ogni cosa che farai avrà senso

solo se la farai in funzione della vita eterna." (Chiara Corbella Petrillo)

 

1 Commento al Vangelo di Giovanni - Tradotto dal francese

 

mercoledi 29 aprile 2020 - Santa Caterina da Siena - 1Gv 1,5 - 2,2 - Mt 11,25-30 - f. Antoine-Emmanuel

 

«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra,

perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli.” (Mt 11,25)

Oggi cogliamo dalla Parola di Dio un invito a farci piccoli,

ad essere profondamente piccoli, in greco “nèpioi”,

che significa “piccoli bambini”.

 

Gesù ci dice che il Padre rivela alcune cose ai “piccoli” e non ai “sapienti” ed ai “dotti”.

Gesù non parla qui degli orgogliosi o dei prepotenti!

Parla di chi è “sophos” e “synetos”, sapiente ed intelligente.

Ora, la sapienza e l’intelligenza sono doni grandi di Dio.

Eppure c’è una rivelazione che viene fatta non a loro, ma ai piccoli.

C’è quindi un’infanzia interiore che ci apre i tesori di Dio.

Questa dovrebbe essere la sapienza dei monaci… ma, prima ancora, di tutti i cristiani!

 

Che cosa rivela il Padre ai piccoli ?

Rivela Gesù!

Penso, oggi, a Caterina da Siena a Santa Maria Novella,

che, pregando dinanzi al grande Crocifisso di Giotto,

capì che bisognava avvicinarsi ai piedi di Gesù, poi alla ferita del costato, e poi alla sua bocca,

per consegnare a Lui la propria memoria, la propria intelligenza e la propria volontà.

 

C’è una conoscenza di Gesù che viene non dall’esser sapienti o intelligenti,

ma dall’essere piccoli.

Infatti, se entri dalla porta piccola, dalla porta dei piccoli, cosa vedi?

Se entri dal costato di Gesù, cosa vedi?

Vedi l’Amore!

 

Cosa si vede nel costato aperto, ferito, di Gesù?

Si vede la ferita nella ferita…

La prima lancia che trafisse dall'interno il cuore di Gesù fu il non amore dei Suoi compagni.

Perché Gesù è tutto Amore.

Quando il Verbo si fece carne (Gv 1,14),

quando il Figlio di Dio si fece carne e divenne l’uomo Gesù,

non perse la sua identità divina che è essere Amore!

Gesù è Amore!

 

Qui giungiamo a qualcosa di essenziale!

La Sua presenza in mezzo a noi è presenza di Amore,

è l’amore reciproco tra noi che è, finalmente, possibile!

 

Dire che Gesù è con noi tutti i giorni fino alla fine del mondo (Mt 28,20)

e dire che il Regno è in mezzo a noi (Lc 17,21) è la stessa cosa!

Gesù è QUI con noi…

E, quindi, il Regno dell’Amore è QUI offerto a noi…

 

Questo ha una conseguenza molto concreta per ogni incontro interpersonale.

Quando ci prepariamo ad incontrare qualcuno,

possiamo partire dalla dimensione psicologica: il temperamento, l’umore, il passato, ecc.

Oppure partiamo dal dono!

Dal dono della presenza di Gesù in mezzo a noi, della presenza del Regno in mezzo a noi.

E, se partiamo dal dono, permettiamo al Regno di manifestarsi,

e siamo beati perché crediamo pur non avendo visto. (Gv 20,29)

Sì, partiamo dalla Fede!

 

Concludo con un invito molto semplice.

In questi tempi, dobbiamo stare ad almeno un metro gli uni dagli altri.

Allora, questo metro sia per noi il ricordo

che, in mezzo a noi, c’è Gesù, c’è il Regno!!

Il metro diverrà il metro dell’Amore!

Ecco quello che il Padre rivela ai piccoli!

 

sabato 25 aprile 2020 - San Marco Evangelista - 1 Pt 5,5-14 – Mc 16,15-20 - f. Antoine-Emmanuel


 

Credere, perder la vita ed annunciare


 

Celebriamo oggi la festa di San Marco Evangelista.

Dei quattro evangelisti, Marco è quello che più usa la parola “Vangelo”.

Si dice che Marco scriva per i catecumeni.

Scrive come un compendio per chi si incammina verso il Battesimo.

Vuole svelare la novità e la forza, appunto, del “Vangelo”.

 

Se Luca e Giovanni non usano la parola Vangelo,

se Matteo la usa solo quattro volte, Marco invece la usa ben otto volte.

Inizia il suo Vangelo appunto con l’espressione Vangelo:

Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio.” (Mc 1,1)

E lo conclude con il mandato di portare, di annunciare il Vangelo a tutto il creato.

Il quadro è già chiaro!

 

All’interno del suo Vangelo, il termine compare diverse volte.

La prima è nel primo capitolo:

Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio,

e diceva: "Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo".

(Mc 1,14-15)

Convertitevi, cioè Credete al Vangelo.

Tutto comincia con il credere nel Vangelo.

Ed è una metanoia!

 

La seconda si trova nei capitoli ottavo e decimo:

Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà;

ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà. “ (Mc 8,35)

E nel capitolo decimo, Gesù dice a Pietro:

"In verità io vi dico: non c'è nessuno

che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi

per causa mia e per causa del Vangelo,

che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case

e fratelli e sorelle e madri e figli e campi,

insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà.” (Mc 10,28-30)

Si tratta di lasciare e di perdere … per il Vangelo.

 

La terza, vi abbiamo già accennato:

"Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura.

Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato.” (Mc 16,15-16)

 

Vi è come un itinerario in tre tappe:

Credere al Vangelo, perdere la propria vita per il Vangelo, e poi annunciare il Vangelo.

 

Questo significa che per proclamare il Vangelo è necessario, innanzi tutto,

credere in esso e perdere la propria vita per esso.

 

La proclamazione del Vangelo non può essere qualcosa di esterno alla propria vita.

Si annuncia soltanto il Vangelo che si è accolto

fino a perdere, tappa dopo tappa, la propria vita per esso.

Anzi, si annuncia il Vangelo nella misura in cui si perde la vita per esso…

 

Quindi il Vangelo non è soltanto un annuncio, un contenuto:

è una vita che ci attraversa… o non ci attraversa.

È Gesù stesso.

Il Vangelo è “Gesù Figlio di Dio”, come dice Marco all’inizio del Suo Vangelo.

 

Allora si capisce l’espressione “proclamate il Vangelo a ogni creatura “.

Se io vivo il Vangelo, sono una buona novella per il creato,

se invece rimango nei miei egoismi, non sono per nulla una buona notizia per il creato…

 

Ma questo annuncio, questo vivere il Vangelo,

comincia con l’essere Vangelo per i miei fratelli e sorelle.

Sono un Vangelo per miei fratelli e sorelle, per chi incontro nel quotidiano?

 

Che messaggio diffonde intorno a me la mia vita?

Ci sono due possibilità: o Il messaggio è “io vivo per me”,

oppure è “la mia vita ti appartiene, la mia vita è dono di me stesso”.

Ma non un dono per amore di me, un dono per amore degli altri.

Chiara Lubich così si rivolgeva a dei giovani: "Alla

vvostra età fiorisce l'amore, quello bello e naturale.

NNoi vorremmo che si mantenesse così e non degenerasse in egoismo, in amor proprio.”


Si può amare per amore, oppure si può amare per egoismo!

Solo Gesù ci porta e ci custodisce nell’amare per amore.

Allora la nostra vita è davvero un Vangelo per gli altri.

 

È in qualche modo quello che Paolo scrive ai Corinzi:

Gesù “è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per sé stessi,

ma per colui che è morto e risorto per loro.

Cosicché non guardiamo più nessuno alla maniera umana;

se anche abbiamo conosciuto Cristo alla maniera umana, ora non lo conosciamo più così.

Tanto che, se uno è in Cristo, è una nuova creatura;

le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove.” (2 Cor 5,15-17)

 

Ecco quello che possiamo cercare nel Tempo Pasquale:

diventare queste creature nuove,

diventare Vangelo per gli altri.

 

Questo non vuole dire vita impeccabile, retta, senza passi falsi.

Vuol dire una vita in cui il peccato è già assunto da Gesù nella sua vittoria pasquale.

È una vita nella luce della Resurrezione!

 

E per vivere questa vita, per essere Vangelo vivente,

non siamo soli.

Marco ci ricorda nel Vangelo odierno

che Gesù Risorto è con noi,

confermando l’annuncio con i segni del Regno!

 

*

Possiamo allora chiederci in particolare:

Nelle prossime settimane, nei prossimi mesi,

in cui vivremo in un ambiente tanto diverso da quello precedente alla pandemia,

come sarò un Vangelo per gli altri, come saremo un Vangelo per gli altri?”

Come essere un Vangelo per gli altri, portando la mascherina,

e a un metro o due metri di distanza?

Certamente valorizzando lo sguardo, valorizzando il tempo, valorizzando l’ascolto…

Gesù amò tanto con più di una “mascherina” sul volto durante la Passione…

Amò tanto, pur essendo ridotto a così poco, a causa della violenza degli uomini.

L’Amore vero trova sempre una via!

 

La grande assemblea non sarà possibile,

ma sarà possibile la qualità dell’incontro interpersonale.

E sarà una priorità prendersi cura di chi sarà escluso dal vivere insieme.

 

Bisogna, certo, valorizzare gli incontri virtuali,

ma senza mai sentirci soddisfatti di questa modalità,

in cui non c’è la presenza, la corporeità, la fisicità della vita, dell’umanità.

 

La tentazione sarà di ripiegarci su noi stessi, aspettando di essere finalmente “liberi” …

No, è proprio oggi che Gesù mi chiede e ti chiede di essere Vangelo per gli altri.

 

giovedi 9 aprile 2020 - Giovedì Santo – Messa in cena Domini - Is 50,4-7 – Fil 2,6-11 – Gv 13,1-15 - Badia Fiorentina – Messa senza Popolo - f. Antoine-Emmanuel

 

La liturgia del Giovedì Santo ci invita a soffermarci sul rito della Pasqua ebraica.

Questo rito ha un aspetto essenziale: esso non si svolge nel tempio, ma nella casa.

Il Libro dell’Esodo, al capitolo 12, dice così:

Il dieci di questo mese, ciascuno si procuri un agnello per famiglia, un agnello per casa.” (Es 12,3)

Il centro del rito non è il tempio, non è un santuario: è la famiglia, è la casa.

Il tempio è soltanto il luogo dove viene ucciso l’agnello che sarà consumato nelle case.

 

Le case vengono preparate con molta cura, togliendo il lievito vecchio,

e predisponendo ogni cosa per la cena pasquale.

La Liturgia serale stessa non è una liturgia sacerdotale:

è una liturgia familiare, alla quale tutti partecipano,

anche i bambini che pongono al capofamiglia alcune domande

sul senso del rito che viene compiuto.

 

Sappiamo anche che la casa stessa viene segnata:

si prende un po’ del sangue dell’Agnello

e lo si pone sui due stipiti e sull’architrave della casa in cui si mangia la Pasqua.

In questo modo la famiglia viene preservata dal flagello.

Il sangue sulle case dove vi troverete servirà da segno in vostro favore:

io vedrò il sangue e passerò oltre.” (Es 12,13)

 

Si capisce che la Pasqua, cioè la memoria della liberazione dalla schiavitù dell’Egitto,

la grande manifestazione di Dio come Salvatore,

deve entrare nella famiglia, nella casa.

 

La liberazione deve entrare nei rapporti familiari,

perché non si viva più secondo il lievito vecchio delle gelosie, delle tristezze, dei rancori,

bensì secondo la vita nuova, la Vita Pasquale,

in cui la libertà dataci da Dio trasforma le relazioni.

E la famiglia celebra tutto questo

attraverso il canto dei Salmi, nel corso della cena pasquale!

 

Lo stesso vale per l’ultima Cena.

Si svolge anch'essa in una casa: un uomo che “porta una brocca d’acqua”

indica agli apostoli la casa e il padrone di casa mostra loro al piano superiore

una sala grande e arredata.

E, lì, prepararono la Pasqua.(cfr Lc 22,10-13)

 

La sera, sono presenti i dodici Apostoli con Gesù, e, credo, le donne in una sala accanto.

 

Attorno alla mensa, probabilmente sdraiati secondo l'uso romano,

Giovanni si trova accanto a Gesù; Pietro non è lontano da Giovanni.

Giuda ha un posto d’onore.

 

È nella casa che si manifesta la novità della Pasqua di Cristo.

È nella casa che avviene una nuova purificazione,

quando Gesù si mette in ginocchio davanti a ciascuno degli apostoli, per lavare loro i piedi.

E' necessario che siano purificati da Gesù stesso,

solo l'Amore di Gesù li rende capaci di avvicinarsi

al banchetto pasquale, al banchetto eucaristico.

E' in una casa che è istituita l'Eucarestia, non nel tempio o in altro luogo sacro.

È nella casa che, così purificati dall’Amore,

possono accedere al banchetto eucaristico.

E la casa diviene come il luogo che già prefigura il banchetto eterno.

Ecco come la casa diventa preziosa alla luce della Pasqua ebraica e cristiana.

 

È nella casa che la lavanda dei piedi e l’Eucarestia

ci rendono capaci di vivere in una maniera nuova,

di accedere alla novità del Regno.

 

È nella casa appunto che si sente per la prima volta il comandamento dell’amore:

Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi.”(Gv 15,12)

È nella casa che si sente Gesù pregare

perché noi diventiamo una cosa sola

È nella casa che Gesù esprime il suo desiderio che siamo una cosa sola

come il padre e il figlio sono una cosa sola.(cfr Gv 17,21)

La casa diviene santuario: santuario dell’Amore!


Gesù vuole portare una rivoluzione dentro le case.

Vi afferma che nella casa il primo deve essere come colui che serve;

che non ci si dovrà comportare come i regnanti della terra;(cfr Lc 22,25-26)

che bisognerà lavarsi i piedi gli uni agli altri,(Gv 13,14)

anzi… dare la propria vita per i propri amici.(Gv 15,13)


E' impressionante ascoltare questi testi, nella loro luce,

in quest’anno in cui centinaia di migliaia di cristiani

celebrano il Giovedì Santo all'interno delle case,

perché siamo come in un deserto, a causa della pandemia.

 

Il profeta Osea dice che il deserto era stato e sarebbe stato di nuovo

il luogo dell’incontro con Dio.(Os 12,10; 2,16)

Anzi dice che Dio ci ha conosciuti nel deserto in una terra di febbre.

L’attuale deserto, questo tempo di febbre dovuta al virus,

può essere l’occasione perché l’Amore di Cristo entri nelle case,

nella tua casa.

Perché viviamo come il Giovedì Santo, in ogni casa, durante tutto l'anno.

Non è questa la rivoluzione della tenerezza di cui Papa Francesco si fa portavoce?


La bacinella e il grembiule di Gesù bussano alla porta delle case!

Il pane ed il vino consacrati bussano alle porte delle case!

Gesù servo, Gesù consegnato nel più grande Amore

bussa alla porta delle case…

Vorrebbe trasformare il vivere insieme!

 

Se “L’individualismo postmoderno e globalizzato favorisce uno stile di vita

che indebolisce lo sviluppo e la stabilità dei legami tra le persone,

e che snatura i vincoli familiari” … (Evangelii Gaudium, n.67)

al contrario, “il modo di relazionarci con gli altri

che realmente ci risana invece di farci ammalare,

è una fraternità mistica, contemplativa,

che sa guardare alla grandezza sacra del prossimo,

che sa scoprire Dio in ogni essere umano,

che sa sopportare le molestie del vivere insieme aggrappandosi all’amore di Dio,

che sa aprire il cuore all’amore divino per cercare la felicità degli altri

come la cerca il loro Padre buono.

Proprio in questa epoca, e anche là dove sono un «piccolo gregge» (Lc 12,32),

i discepoli del Signore sono chiamati a vivere come comunità

che sia sale della terra e luce del mondo (cfr Mt 5,13-16).

Sono chiamati a dare testimonianza di una appartenenza evangelizzatrice

in maniera sempre nuova. Non lasciamoci rubare la comunità!”

(Evangelii Gaudium, n.92)


Ecco: sto alla porta e busso.

Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me.

Il vincitore lo farò sedere con me, sul mio trono,

come anche io ho vinto e siedo con il Padre mio sul suo trono.

Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese". (Ap 3,20-22)

 

 

mercoledi 25 marzo 2020 - Solennità dell’Annunciazione del Signore - Is 7,10-14; 8,10 – Eb 10,4-10- Lc 1,26-38 - Badia Fiorentina – Messa senza Popolo - f. Antoine-Emmanuel

 

Una dichiarazione d’amore alla volontà di Dio!


 

Oggi eravamo milioni, forse, a pregare insieme il Padre Nostro.

A dire insieme: “Sia fatta la tua volontà!” (Mt 6,10)

Quante volte al giorno ripetiamo queste parole:

Sia fatta la tua volontà!”

Non diciamo: “Che io faccia la tua volontà” o “Che noi facciamo la tua volontà”,

in tal caso il centro sarebbe ancora il mio “io” o il nostro “noi”.

No! Il centro è “la Tua volontà”!

Pregare con queste parole è fare una dichiarazione d’amore alla volontà di Dio!

 

Inoltre è una preghiera che avvolge, comprende tutta l'umanità

che si estende a tutti.

Che in tutti avvenga la Tua volontà! E tra tutti!

 

E in che misura? Molto? Pienamente?

No! “Come in cielo”! (Ib.)

E in Cielo, tutto è Amore, tutto è obbediente a Dio, tutto vive di Dio: questa è la misura!

 

Il Salmo odierno era già una bellissima tappa verso questa consegna di noi stessi:

Sacrificio e offerta non gradisci, gli orecchi mi hai aperto,


non hai chiesto olocausto né sacrificio per il peccato.

8 Allora ho detto: "Ecco, io vengo.

Nel rotolo del libro su di me è scritto 9 di fare la tua volontà:

mio Dio, questo io desidero; la tua legge è nel mio intimo". (Sal 40,7-9)

Il più bell'atto d’amore per Dio non è che io decida di fare un sacrificio,

anche di tanti montoni o tori… ,

ma che io mi consegni alla volontà di Dio.

 

Di questo abbiamo oggi un modello straordinario: Maria.

Maria si trova a casa, come tutti noi.

E l’angelo Le rivela la volontà di Dio:

Hai trovato grazia presso Dio,… concepirai e partorirai… il Figlio di Dio.” (cfr Lc 1, 30-32)

Qual è la risposta di Maria?

Sono la serva del Signore: io farò la sua volontà”? No!

Maria vive già l’inversione evangelica,

e dice: “Avvenga per me secondo la tua parola.” (Lc 1,38),

cioè, non sono io che farò la volontà di Dio,

ma in qualche modo la volontà di Dio “mi farà”, mi plasmerà.

 

In Lei, la misura, infatti, è “come in cielo”,

perché Maria è l’Immacolata.

 

E non c'è una sottomissione impersonale,

c’è un dialogo: “Come avverrà?”… (Lc 1,34),

una domanda che non è un mettere Dio alla prova nè un dubbio,

ma un'apertura, come una porta spalancata allo Spirito Santo.

Lo Spirito Santo scenderà su di te...

ti coprirà con la sua ombra” (Lc 1,35),

avverrà quindi qualcosa di più luminoso della luce del sole:

Dio si farà carne!

 

Sì, “Avvenga per me secondo la tua parola!” (Lc 1,38)

 

Nel 2004 il Cardinale Piovanelli mi scrisse una lettera

In cui citava queste parole del teologo Urs von Balthasar:

Pronunciando con prontezza il suo “Ecce ancilla Domini”,

Maria mostra tutta la sua disponibilità attiva:

Essa è come l’argilla umida nella quale soltanto si lascia imprimere la forma di Cristo”.

Ecco quello che siamo chiamati ad essere: argilla umida

che si lascia plasmare dalla volontà di Dio.

 

Maria è modello? Sì!

Solo modello? No!

È madre! È la madre che ci insegna a consegnarci alla volontà di Dio.

Si consegna con noi, e noi con Lei.

 

E tutto questo è molto concreto in questi giorni.

Voglio fare la volontà di Dio, allora esco a fare mille cose, per far piacere agli altri”?

Sarà la volontà di Dio?

No!

Non faccio “io” la volontà di Dio, ma bisogna che la volontà di Dio “mi faccia”, mi plasmi.

Oggi la volontà di Dio è il nostro stare a casa, per amore,

per non aggiungere altri contagi.

Ma, se è volontà di Dio, è gioia,

gioia di adempiere insieme quel che piace a Dio.

 

Questo può essere il tempo di una grande obbedienza d’amore a Dio…

E’ doloroso, è penoso,

con tutte le notizie che si sentono, anche dei nostri cari…

E non si sa più cosa inventare per giocare con i bambini,

non si sa più come convivere con gli altri familiari,

non si sa più come impiegare il tempo,

magari non si sa più come pregare…

Ma l’anima sa di fare la volontà di Dio,

di essere consegnata alla volontà di Dio,

e, in ciò, trova forze nuove.

L’anima per la sua gioia di essere consegnata amorosamente alla volontà di Dio,

sprigiona tutta una vitalità che si fa sorriso, inventività nell’amore, tenerezza.

 

Un giorno, Chiara Lubich, mi è stato raccontato, ebbe queste parole:

Essere la volontà di Dio non vuol dire che io accolgo la volontà di Dio,

vuol dire che la volontà di Dio mi prende.

La protagonista non sono io, è la volontà di Dio. ”

 

E spiega come gli avvenimenti stessi sono per noi la volontà di Dio:

Provate a vivere questo, vedrete come è bello: (…)

ti portano una minestra (…) che non ti piace:

è volontà di Dio, comanda la minestra, lì, quasi, perché è un segno della volontà di Dio.

Dovete fare una passeggiata ma non ne avete voglia:

eh! ti comanda la passeggiata, quella volontà di Dio.”

Per noi, sarebbe: “Devi rimanere a casa ma non ne hai voglia:

eh! ti comanda lo stare a casa, quella volontà di Dio.”

È bellissimo vivere così! Provate, provate, (…): lasciar che sia lei a fare.

E in questo senso si vive già come in Paradiso, (…)

È molto bella la volontà di Dio, a me piace tantissimo.

C'è una santa che dice che lei,

quando le nominano soltanto questa parola: “volontà di Dio”, va in estasi, tanto le piace.

Io la capisco, perché questa parola mi piace da quando ero piccolina,

mi piace tantissimo questa parola,

perché è il mio disegno, è la mia realizzazione,

è quell'unica roba che voglio: la volontà di Dio.”

 

 

giovedì 19 marzo 2020 - Solennità di San Giuseppe - 2 Sam 7,4..16 – Rm 4,13..22- Lc 2,41-51a - Badia Fiorentina – Messa senza Popolo - f. Antoine-Emmanuel


 

In questo tempo di prova, San Giuseppe è una figura che ci è vicina, molto vicina.

Molto vicina, perché Giuseppe è uno che ha conosciuto la prova.

 

Basti pensare al suo dolore, quando scoprì che Maria era incinta,

e non poteva capire quello che avveniva. (Mt 1, 18-25)

Alla sofferenza di non poterle offrire per il parto altro che una poverissima grotta a Betlemme. (Lc 2,7; Mt 2,1)

Alla partenza in piena notte per proteggere il bambino dalla violenza di Erode.(Mt 2, 13-14)

O alla perdita, lungo la via di ritorno da Gerusalemme, di Gesù dodicenne. (Lc 2, 43-46)

E tanti altri misteri dolorosi che noi non conosciamo…

Tutti vissuti con tanta fede, umiltà e discrezione.

 

Oggi, vi propongo di soffermarci sulla sua partenza per l'esilio.

Ricordiamoci il contesto.

Giuseppe, Maria ed il bambino Gesù hanno appena ricevuto la visita dei Magi,

la bellissima testimonianza di questi scienziati, questi sapienti,

convenuti per adorare Gesù. (Mt 2, 1-2. 9-11)

Era il preannuncio del dono che Gesù sarebbe stato per tutti i popoli. (cfr Lc 2, 10-11)

Ed i loro regali sono ancora lì, come ricordo gioioso di un’ora tanto luminosa e bella.

Ora, in piena notte, avviene l’inatteso:

l’irruzione di una violenza orrenda proveniente

non da un castigo divino, ma dalla miseria umana.

Erode, il potente re Erode, vuole uccidere il bambino. (Mt 2,13)

E bisogna agire subito, lasciare tutto, per proteggere la vita del bambino.

Addio alla vita serena di famiglia, al lavoro, ai vicini di casa,

alla Sinagoga, al Tempio non lontano…

Si tratta di lasciare tutto un modo di vivere, per diventare migranti.

Ed è Giuseppe a prendere in mano la situazione,

per portare la famiglia in una nuova realtà di vita,

con una fiducia totale nella Provvidenza divina.

Come Abramo, che, “per fede, chiamato da Dio,

obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità,

e partì senza sapere dove andava.” (cfr Eb 11,8)

 

San Giuseppe non esita, non si attarda, non fa domande:

bisogna proteggere la vita, ad ogni costo per Lui.

Vanno in esilio per un tempo indeterminato.

Quando finirà? Quando si tornerà?

Non lo sanno.

Quel che conta è la vita del più piccolo.

L’unica bussola è il prendersi cura della vita dell’altro,

l’amarsi gli uni gli altri.

Con la certezza che Dio provvederà;

che Dio è fedele, fedelissimo nell’Amore.

*

Carissimi, questa storia non è lontana dalla nostra:

lasciare tante cose, anche le più significative, all’improvviso,

in una notte di dolore che avvolge la terra.

Certamente non per un castigo divino,

ma per un dramma che si aggiunge a tutte le violenze,

tutte le sofferenze delle guerre, dei migranti, delle cavallette in Africa, della fame, …

Un dramma che ferisce il cuore di Dio più del nostro,

perché in Dio non c’è nessuna indifferenza.

Tutto grava sull’anima di Gesù nel Getsemani,

e lo schiaccia nell’ora del suo abbandono sulla Croce.

 

San Giuseppe è oggi per noi un compagno e un modello.

Da Lui impariamo a prenderci cura della vita,

in particolare della vita del più debole, del più vulnerabile.

Con Lui, ogni nostra scelta in questi giorni sia per prenderci cura degli altri.

Il non uscire di casa è un prendersi cura degli altri,

sapendo che ogni persona che si ammala può occupare all’ospedale un posto

e impedire ad un altro di essere curato.

E tutto ciò, facendo nostra la fiducia che Giuseppe ebbe nel Signore.

 

San Giuseppe ci insegna l’arte di lasciare tanto per salvare la vita altrui.

Fiduciosi nella Grazia di Dio.

E, con Lui, possiamo pure gridare verso Dio, quando veniamo a sapere delle vittime,

che, come i bambini martiri di Betlemme, soffrono e muoiono. (Mt 2, 16)

 

Ma, mi direte, Giuseppe, si è preso cura della vita di Gesù in persona, noi no!

No… oppure sì?

La nostra attenzione alla vita altrui, in ogni circostanza,

è sempre un’attenzione a Gesù.

Quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.” (Mt 25,40)

Ogni persona è per noi un riflesso di Gesù,

uno per il quale Gesù è morto,

una parola di Dio, eco del Verbo di Dio.

 

Oggi, è Gesù che soffre negli ospedali e nelle case,

Gesù che grida nel dolore: “Perché mi hai abbandonato?” (Mt 27,46; Mc 15,34)

Ed è Gesù che, tutt'uno con ogni sofferente,

porta la più profonda consolazione e la Risurrezione.

Egli, vincitore di ogni male, è la Risurrezione e la Vita.

 

Sì, è di Gesù che ci prendiamo cura,

e, come Giuseppe, lo facciamo con Maria.

Giuseppe non partì da solo con Gesù: era con Maria,

e sapeva che Maria aveva una vicinanza materna insuperabile

per prendersi cura del bambino.

E questo rimane vero anche oggi:

la Vergine Maria è più vicina ad ogni sofferente di quanto possiamo immaginare.

La sua maternità, nell’ora della prova, si dilata in una vicinanza straordinaria.

Accanto ad ogni letto d’ospedale,

dentro ogni casa nella solitudine,

vi è Maria, madre di compassione,

Maria, Mediatrice della Grazia,

Maria, Corredentrice, unita all’Unico Redentore e Suo Redentore,

Maria, avvocata nostra.

 

E San Giuseppe ci sussurra quello che Egli stesso sentì:

Non temere di prendere con te Maria tua sposa” (Mt 1,20):

immensa è la Sua compassione.

 

Buona festa di San Giuseppe!

 

Domenica 15 marzo 2020 - III Domenica di Quaresima (A) - Es 17,3-7 - Rm 5,1..8 – Gv 4,5..42 - Badia Fiorentina – Messa senza Popolo - f. Antoine-Emmanuel

 

 

L’incontro con Gesù è una realtà fantastica, un dono splendido.

 

Basta contemplare il Suo incontro con la donna di Samaria.

Avete notato quello che più ha segnato questa donna?

Mi ha detto tutto quello che ho fatto!”

Ma, chiunque mi dicesse, nel primo colloquio, la mia fragilità, le mie miserie…

questo sarebbe una violenza,

uno che si appropria della mia storia, quasi uno stupro…

 

Ma, con Gesù è tutt’altro,

perché il Suo modo di fare, il Suo modo di essere, cambia tutto.

Due volte il testo ci dice: “Mi ha detto tutto quello che ho fatto” (Gv 4,29.39)

Ma l’ha detto come? Con che tono? In quale maniera? Con quale sguardo?

L’ha detto come uno che mi conosce perché mi ama, direbbe la donna,

come Colui che ha pagato le estreme conseguenze delle mie miserie.

Tutto il mio Peccato, l’ha preso Lui.

Non si appropria della mia vita, si appropria del mio male,

cioè di quello che mi sfigura, che mi toglie la dignità.

E la mia vita, me la restituisce,

mi fa rinascere.”

 

Non è questo l’acqua di cui parla Gesù?

Lui, Gesù, ha la capacità di far sgorgare nell’intimo del nostro cuore

una sorgente di misericordia e di vita,

che, senza sosta, lava, purifica, guarisce la nostra anima.

Una sorgente che sussurra: “Sei giustificato, sei perdonato, sei sposato…”

Una sorgente che ci dà la vera vita

perché ci rende capaci di amare gli altri come Egli ama.

Ci rende vivi, perché diventiamo con Lui capaci di amore.

Gesù ci offre una freschezza interiore, un continuo rinnovamento del cuore,

ed è l’unica via per poter incontrare veramente Dio.

Se l’acqua di Gesù, l’acqua del suo costato, lava le nostre anime,

cominciamo, sì, a vedere Dio, a vedere il volto di tenerezza del Padre,

e allora ci mettiamo ad adorare il Padre in spirito e verità.(Gv 4,23-24)

 

L’adorazione, cioè l’andare al Tempio per offrire un sacrificio

non ha più bisogno di Tempio, di altare, di animali offerti,

di sangue di tori e di capri. (cfr Eb 9,11-14)

Dovunque siamo, possiamo adorare il Padre

e ne facciamo l’esperienza in questi giorni di prova drammatica per tanti.

Non abbiamo bisogno di recarci in un Tempio per adorare il Padre.

Il sacrificio vero ormai è il Sacrificio di Gesù,

al quale ci uniamo nel modo più perfetto nella celebrazione dell’Eucarestia,

ma al quale ci possiamo unire dovunque siamo.

Il culto vero è l’amore di Dio

che si esprime nella preghiera e nel servizio a chi ci sta vicino.

Ma in verità, cioè nel nome di Gesù,

unendoci a Gesù,

l’anima purificata dal suo Divino Amore.

 

In questi giorni attingiamo alla sorgente del cuore,

a Cristo vivo nei nostri cuori,

per convertire la nostra vita all’amore.

Il non uscire di casa è per amore,

la telefonata a una persona sola è per amore,

la preghiera per i sofferenti è per amore.

 

Il deserto che viviamo non è un deserto solitario:

siamo tutti insieme nel deserto, come il popolo d’Israele,

e lo sentiamo in particolare in questa domenica,

non potendo celebrare insieme l’Eucaristia.

Tutti insieme nel deserto…

E se ci capita di lamentarci, di piangere, di gridare, come gli Israeliti nel deserto (Es 17,3),

allora ci avviciniamo alla roccia dalla quale sgorga l’acqua: Gesù.

Gesù consolerà il nostro cuore e vi farà sgorgare l’amore per gli altri… che ci salva.

La Sua consolazione, la riverseremo con la preghiera sui malati e le loro famiglie,

su chi piange una persona cara e non può celebrare un funerale,

su chi non ne può più di stare in casa.

 

Vi invito a rileggere il capitolo quinto della Lettera ai Romani:

Ci vantiamo anche nelle tribolazioni, scrive Paolo,

sapendo che la tribolazione produce pazienza,

la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza.

La speranza poi non delude,

perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori

per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.” (Rm 5,3-5)

 

E, nello Spirito Santo, oggi il prete siete voi,

ciascuno di voi, esercitando con grande dignità il sacerdozio battesimale,

quello della preghiera e dell’offerta della propria vita nell’amore.

Se tutti, a casa, preghiamo,

oggi Firenze sarà costellata di oratori, di chiese, di cattedrali:

sarà una rete d’amore e di intercessione che si tesse

e va ad avvolgere di speranza tutti i sofferenti.

 

Davvero, pur dispersi, siamo una cosa sola.

Nell’amore.

 

 

venerdì 13 marzo 2020 - seconda settimana di Quaresima - Gen 37,4..28 – Mt 21,33-46 - Badia Fiorentina – Messa senza Popolo - f. Antoine-Emmanuel

 

C’era tutto: il terreno, la vigna già piantata, la siepe,

una buca per il torchio, il torchio e la torre… (Mt 21,33)

Non mancava niente per ottenere un raccolto abbondante.

Un raccolto, ci dice Matteo, che andava consegnato interamente al padrone della vigna.

 

C’era quindi il dono,

ma pure la richiesta di consegnare per intero i frutti della vigna, senza appropriarsi di nulla.

 

Ma i vignaioli non accettarono questo scambio.

Vollero appropriarsi non solo del frutto, ma pure della vigna,

e per ottenere l’uno e l’altro, non esitarono ad uccidere, anche il figlio.

 

Appropriarsi del frutto….

Fu già l’atteggiamento di Eva, e poi di Adamo.

È pure il modo di essere del nostro tempo:

il mondo è nostro, la vita è nostra, il corpo è nostro…

 

Mentre il Signore ci chiama a non appropriarci dei suoi doni,

a consegnare tutto, nel concreto dell’amore per Lui e per i fratelli.

Beati i poveri… (Mt 5,3)

Non è appunto povertà quello che le circostanze attuali ci chiedono?

Un invito a partire per il deserto.

 

Partiamo insieme per il deserto.

Non vivendolo come una condanna né da parte di Dio, né da parte di nessun altro.

Ma come una necessità.

E là, parlerò al suo cuore”. (Os 2,16)

È una forma di notte… non sappiamo il perché profondo di questa partenza,

di quest’esilio.

Ma, insieme, lo accettiamo.

Ed insieme scegliamo di viverlo in una grande solidarietà fattiva,

non dimenticando nessuno per strada.

 

Lasciamo tante cose, anche tra le più belle e significative della nostra vita,

per andare insieme incontro al Signore.

Partiamo come Giuseppe, portato dagli Ismaeliti in Egitto.

Con la certezza che Dio innalza gli umili.(Lc 1,52)

 

Cosa ci dirà il Signore nel deserto, nell’esilio?

Cosa farà?

Una cosa è sicura: Egli ci farà del bene, tanto, ma tanto bene.

 

Potremmo rileggere il capitolo 2 del Libro del profeta Osea.

Ecco alcuni versetti:

Farò cessare tutte le sue gioie,
le feste, i noviluni, i sabati,
tutte le sue assemblee solenni.
14 Devasterò le sue viti e i suoi fichi,
di cui ella diceva:
"Ecco il dono che mi hanno dato i miei amanti".

Li ridurrò a una sterpaglia
e a un pascolo di animali selvatici.
15 La punirò per i giorni dedicati ai Baal,
quando bruciava loro i profumi,
si adornava di anelli e di collane
e seguiva i suoi amanti, mentre dimenticava me!
Oracolo del Signore.
16 Perciò, ecco, io la sedurrò,
la condurrò nel deserto
e parlerò al suo cuore.
Le renderò le sue vigne
e trasformerò la valle di Acor
in porta di speranza.
Là mi risponderà
come nei giorni della sua giovinezza.”
(Os 2,13-17)

 

Carissimi,

"Non avete mai letto nelle Scritture:
La pietra che i costruttori hanno scartato
è diventata la pietra d'angolo;
questo è stato fatto dal Signore
ed è una meraviglia ai nostri occhi
?” (Mt 21,42)

 

La meraviglia, la vedremo!
 

Mercoledì 11 marzo 2020 - seconda settimana di Quaresima - Ger 18,18-20 – Mt 20,17-28 - Badia Fiorentina – Messa senza Popolo - f. Antoine-Emmanuel

 

È la terza volta che Gesù annuncia la sua Passione.

Perché tre volte?

O, meglio, perché Gesù deve ripetere per ben tre volte lo stesso annuncio,

se non perché gli apostoli non l’hanno ancora accolto?

 

Il Vangelo di Marco sottolinea addirittura che ad ogni annuncio

faceva seguito una domanda o un discorso degli apostoli

che dimostrava una reale incomprensione di quello che Gesù aveva annunciato!

Andate a leggere i tre annunci della Passione nel Vangelo di Marco… fa impressione.

 

E noi, ci sarebbe qualcosa che Gesù ci ha già ribadito più volte

e che non abbiamo ancora accolto?

Personalmente, come comunità, come Chiesa, come Popolo?

Vi è qualche richiesta Sua che abbiamo sempre accantonata?

Il lungo venerdì santo che stiamo vivendo è un tempo per chiedercelo.

 

Poi, non andremo a chiedere alla nostra mamma di intercedere per noi presso Gesù

per ottenere un “centuplo” in un regno di questo mondo,

come fecero Giacomo e Giovanni.

Chiediamo invece a Maria

di intercedere per noi perché sia dato a noi tutti il centuplo nel Regno di Dio,

nel Regno dell’Amore e della Misericordia.

E sappiamo qual è la nostra parte per ottenere il centuplo:

la via è sempre un “lasciare”. (cf Mt 19,29)

Non è pure ciò che impariamo in questi giorni?

 

Chiedere a Maria: siamo, sì, in un tempo mariano,

un tempo in cui bisogna ricorrere più che mai alla Mediatrice della grazia.

Lo facciamo in questi giorni attraverso la novena iniziata ieri,

affinché il Signore liberi la nostra terra dall’epidemia

e da tutte le piaghe da cui sono afflitti tanti popoli.

Affinché i governanti della terra abbiano il coraggio di invitare il mondo alla preghiera.

 

Sabato 7 marzo 2020I Settimana di Quaresima(A) -  Dt 26,16-19 – Mt 5,43-48 - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel


 

Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico.” (Mt 5,43)

Fu detto, ma non è scritto nell'Antico Testamento.

Era una tradizione che si trasmetteva,

e di cui si ritrova un'eco forte negli scritti di Qumran.

 

Perché è scritto: “Amerai il prossimo”.

Amerai il prossimo”, anche quando ti ferisce:

Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo,

ma amerai il tuo prossimo – che ti ha ferito – come te stesso.” (Lv 19,18)

 

Ma non è scritto: “odierai il tuo nemico”.

Era invece prescritto di guardarsi dal pericolo del popolo straniero idolatra.

 

Ma la tradizione aveva stabilito una distinzione radicale tra prossimo e nemici.

Con il pericolo di accentuare la divisione derivante dal peccato.

Perché il peccato suscita divisione, antagonismo, ….

sotto l’influsso del demonio chiamato, appunto, “divisore”.

 

C’è una “separazione” che suscita la vita, che appartiene alla creazione,

come avvenne, ad esempio, quando “Dio separò la luce dalle tenebre”. (Gen 1,4)

Ma c’è anche una separazione che suscita la morte, la frattura, l’inferno,

ed è propria del peccato.

 

Ora, rispetto a questa tradizione di separazione, oggi, si sente la voce di Gesù,

con il suo radicale: “Ma io vi dico…”

Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano.” (Mt 5,44)

Gesù abbatte le frontiere.

San Paolo lo proclamerà:

Non c'è Giudeo né Greco; non c'è schiavo né libero; non c'è maschio e femmina,

perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù.” (Gal 3,28)

Non vuol dire che non ci sono più distinzioni, che essere uomo o donna è la stessa cosa.

No!

Significa che non c’è più opposizione:

c’è ormai il dono della reciprocità,

dell’esistere l'uno per l’altro, l’uno dall’altro.

 

E da dove viene tale possibilità?

Dal fatto che c’è ormai un centro,

il “cuore del mondo”, direbbe Hans Urs von Balthazar.

Il “centro” è Gesù nel suo Mistero Pasquale.

Gesù abbandonato e glorificato nel suo abbandono.

Gesù che è morto nell’abbandono del Padre, al quale ha raccomandato il Suo Spirito,

ed è ormai glorioso in questo stato di dono infinito.

Egli, che ormai attira tutto, tutti, a Sé.(cfr Gv 12,32)

 

È in Lui che possiamo ormai farci “uno” anche con il “nemico”.

Perché il peccato, la divisione, l’ha presa Lui su di Sé.

Si è fatto divisione perché fossimo “uno”.

Tutti voi siete uno in Cristo Gesù” dice Paolo.

Lo siamo già.

Siamo “uno” più di quanto siamo disuniti e separati.

Ma dobbiamo diventare quello che siamo, “uno”, e servire l’unità.

 

E chi ci aiuterà?

Chi ci guida sicuramente e castamente verso il centro di unificazione dell’umanità intera?

La Madre.

È proprio della madre prendersi cura dell’unità dei figli.

Maria ci genera a questa vita di unità.

Maria, vera figlia del Padre, che

fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti.” (Mt 5,45)

 

Abbiamo sentito, nella prima lettura, la Promessa che il Signore fa al suo popolo:

Egli ti metterà, per gloria, rinomanza e splendore, sopra tutte le nazioni che ha fatto

e tu sarai un popolo consacrato al Signore, tuo Dio, come egli ha promesso". (Dt 26,19)

In cosa consiste la “gloria, rinomanza e splendore” del Popolo di Dio?

Nella sua unità!

 

Nella lettera alla Chiesa di Filadelfia,

si dice che i nemici della comunità si prostreranno ai piedi della comunità,

perché vedranno l’amore con cui Gesù ama questa comunità.

Perché avranno visto nella comunità l’amore di Gesù! (cfr. Ap 3,9)

Avranno visto la sua unità che è la sua bellezza…

 

La stessa cosa possiamo intuire anche nella conclusione del Vangelo odierno:

Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.” (Mt 5,48).

Gesù non dice: “Tu, dunque, sii perfetto come è perfetto il Padre vostro celeste.”

No!

La perfezione evangelica non si può mai raggiungere da soli.

Si può essere “perfetti” solo insieme!

 

 

venerdi 6 marzo 2020 - I Settimana di Quaresima(A) - Ez 18,21-28 – Mt 5,20-26 - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel


 

Se dunque tu presenti la tua offerta all'altare

e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te,

lascia lì il tuo dono davanti all'altare,

va' prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono.” (Mt 5,23-24)

 

Questa Parola di Gesù porta in sé tutta una sapienza.

Vi è come un itinerario.

Vuoi andare dal Signore e offrire un sacrificio,

cioè spogliarti di qualcosa di prezioso

per obbedire alla Sua legge,

per ritrovare o approfondire la comunione con Dio?

Fai bene!

Ma la strada passa dalla comunione con i tuoi fratelli e sorelle.

Non si può scavalcare questa dimensione.

Non c’è una via diretta verso il Padre

in cui non viene richiesta la riconciliazione con il fratello.

E possiamo notare che Gesù non dice:

Ti ricordi che tuo fratello ha – legittimamente - qualche cosa contro di te”.

Può anche darsi che lui si sbagli

e che ti consideri colpevole, mentre non lo sei…

Anche in questo caso: “Va' prima a riconciliarti con il tuo fratello”.

Scrive il Cardinale Giuseppe Petrocchi, vescovo dell’Aquila:

Dobbiamo oltrepassare l’uscio di casa

e prendere l’iniziativa di andare

verso coloro che ci evitano o hanno qualcosa “contro di noi”.

Il Vangelo ci obbliga a fare “il primo passo”.

Questo è esplicitamente prescritto ogni qualvolta ci presentiamo al cospetto di Dio:

o nella preghiera

(«Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate,

perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi»: Mc 11,25)

o nel culto liturgico

(«se dunque presenti la tua offerta sull’altare, e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e và prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono»: Mt 5, 23-24).

È importante sottolineare che, in entrambi i casi,

non è precisato se “l’atteggiamento contro”

nasce dall’essere in torto o dall’aver ragione.

Nella logica di Dio ciò che conta è amare:

e fare tutto il possibile per riconciliarsi con il fratello.

Agendo così verranno poste le condizioni per ristabilire l’equità e l’ordine violato:

allora il torto sarà riparato e la verità sarà riconosciuta.

Solo quando c’è la carità, infatti, si può dare a ciascuno ciò che gli spetta (cfr. Rm 13,7).

Altrimenti c’è punizione, risarcimento, ritorsione, rivincita o vendetta:

ma non c’è, in senso pieno (cioè evangelico) giustizia,

che va sempre coniugata con la misericordia.

 

Dunque, guardiamoci dentro, scrutiamo i nostri archivi mentali ed emotivi:

identifichiamo “coloro” verso i quali - dopo aver puntato il dito “contro” –

dobbiamo tendere una mano amica.

 

Permettetemi di suggerirvi un metodo facile

per arrivare ad individuare rapidamente i soggetti a cui assegnare la precedenza:

lasciamoci guidare dal “sentimento- no! ” che, come un segnale di allarme, scatta

quando evochiamo un nome o un evento.

Più è acuta la nota stridente che avvertiamo dentro,

meglio identifichiamo “chi” o “cosa” dobbiamo raggiungere

con un “sovrappiù di amore”.”1

 

Non ci risulta facile vivere questo “sovrappiù di amore”,

questa giustizia che supera quella degli scribi e dei farisei. (Mt 5,20)

Ma, qui, bisogna guardare alla Croce.

È La Parola della nostra Quaresima.

Cos’ha fatto Gesù?

Che strada ha percorso per andare al Padre,

per offrire al Padre il sacrificio d’amore della Croce, dell’abbandono?

Per prima cosa, è andato verso ognuno di noi, verso tutti gli uomini.

Si è fatto vicino a noi, là dove siamo,

fino a raggiungere chi si trova nelle tenebre più oscure del peccato,

prendendo su di Sé il peccato.

Poi, è andato verso il Padre bisbigliando: “Tutto è compiuto”(Gv 19,30)

E infine: “Nelle tue mani consegno il mio spirito”. (Lc 23,46)

 

Se ci facciamo uno con Gesù, allora diventiamo capaci anche noi,

di andare verso il fratello o la sorella che ha qualcosa contro di noi.

Perché in lui, in lei, nella situazione dolorosa che c’è,

riconosciamo Gesù Abbandonato.

E lo vogliamo abbracciare…

 

Tutto sta lì:

La Croce è il serbatoio infinito dell’amore,

dove attingiamo la forza e la gioia dell’amore, della misericordia.

 

Scrive ancora il Cardinale Petrocchi:

Se ci capita di sperimentare l’opposizione violenta del nostro “uomo vecchio” (cfr. Ef 4, 20-24),

che “non pensa secondo Dio ma secondo gli uomini” (Mc 8,33),

non scoraggiamoci,

sapendo che «è apparsa la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini,

che ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani

e a vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo» (Tt 2, 11,12).

Non crediamo alla voce che ci induce a ritenere che vivere così è impossibile:

perché «quello che è impossibile agli uomini è possibile a Dio» (cfr. Lc 18,27).



 

 Messaggio per Natale 2019

 

Domenica 1 marzo 2020 - Ia Domenica di Quaresima (A) - Gn 2,7-9; 3,1-7a - Rm 5,12-19 – Mt 4,1-11 - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel


 

La prima lettura di questa domenica ci fa guardare ad Eva,

la donna alla quale viene affidata una missione splendida,

quella di essere la «vis-à-vis» di Adamo,

colei che in un faccia a faccia introduce l’umanità all’alterità,

che apre l’umanità all’altro, a Dio…

Perché “Non è bene che l’uomo sia solo”. (Gn 2,18)

 

A lei, appunto, il serpente si rivolge.

"È vero che Dio ha detto: "Non dovete mangiare di alcun albero del giardino"?".(Gen 3,1)

Come risponde Eva?

"Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare,

ma del frutto dell'albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto:

"Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete"".(Gen 3,2-3)

Qui, vorremmo rivolgerci ad Eva e dirle:

No! L’albero della conoscenza, dell’esperienza del bene e del male

non sta “in mezzo al giardino”.

In mezzo al giardino, c’è l’albero della vita,

che ci offre il frutto dell’immortalità!”

 

Ma, appena Eva comincia a prestare orecchio al serpente,

subito viene sviata,

e smarrisce il significato della Parola di Dio…

 

Peggio ancora, Eva si lascia totalmente ingannare dal serpente.

Come?

Il serpente la induce a dubitare della benevolenza di Dio.

È impossibile che Dio sia benevolo con voi, se mette dei limiti nella vostra vita!

Se c’è un limite, un divieto riguardo ad un albero,

significa che Dio non è benevolo…

 

E questo è stato, è, e sarà sempre il discorso di Satana.

Guarda i limiti che hai nella tua vita:

come puoi pensare che Dio ti voglia bene?


E questo discorso, Dio non lo fa tacere.

Perché essere messi alla prova ci fa crescere,

ci dà l’opportunità di confessare la nostra fede,

di esercitare la nostra libertà più profonda: quella di dire di sì all’amore di Dio.

 

La parola che traduciamo con “tentare”,

significa, all'origine, mettere alla prova,

cosa che si fa con qualcuno con cui si sigilla un’alleanza.

Si mette alla prova l’altro contraente,

perché, se supera la prova, l’alleanza sia rafforzata.

Ma il termine viene usato anche con il significato di “far deviare l’altro”.

Ora, Dio non ci tenta mai, nel senso che non ci induce mai a deviare,

ma permette, sì, che il diavolo tenti di farci deviare,

per farci crescere nel Suo Amore.

E noi, umilmente consapevoli della nostra fragilità,

chiediamo al Padre di evitarci questa prova,

e di liberarci, se siamo stati ingannati dalla tentazione.

Ma non mettiamo Dio alla prova,

perché la Sua Parola È Verità.

 

Gesù stesso, il Figlio di Dio fattosi uomo,

fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo.”(Mt 4,1)

Per amore del Padre, Gesù si ritirò nel deserto,

per quaranta giorni di digiuno e di solitudine,

in preparazione alla Sua missione di salvezza,

e doveva essere tentato per poter confessare nella sua umanità

la sua fedeltà assoluta al Padre,

il suo amore incondizionato per il Padre e per noi.

 

E la tentazione è la stessa che subì Eva.


Se tu sei Figlio di Dio,

se sei amato dal Padre tuo,

non è possibile che tu abbia dei limiti,

che tu abbia bisogno di pane:

allora di' che queste pietre diventino pane".(Mt 4,3)

 

Se sei amato dal Padre tuo,

non è possibile che tu sia limitato dal tempo,

dalle prove, dalle sconfitte.

"Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù”(Mt 4,6)

 

Se se sei amato dal Padre tuo,

non è possibile che tu sia limitato dal Suo volere.

Gettati ai miei piedi, mi adorerai e ti darò

tutti i regni del mondo e la loro gloria”. (cfr Mt 4,8-9)

 

Come puoi pensare di essere amato da Dio

se nella tua vita c’è la fragilità della creatura,

ci sono le prove e la dipendenza da Dio?

 

Un'illustrazione drammatica di quest’opera di Satana,

l’abbiamo purtroppo nelle recenti rivelazioni su Jean Vanier,

fondatore delle comunità dell’Arche.

Un fondatore è una persona scelta da Dio per far nascere nella Chiesa

una realtà che renda gloria a Dio, manifestando il Suo amore nel mondo.

E Jean Vanier ha risposto a questa chiamata.

Ma quando si riceve un grande dono da Dio,

la tentazione è di credersi onnipotenti in questo o quell'ambito.

Se Dio mi ama, non è possibile che mi metta dei limiti…

E cosi, soggiogato probabilmente dal suo mentore, il Padre Thomas Philippe,

si è reso onnipotente sull’intimità sessuale di donne che accompagnava spiritualmente.

È esattamente quello che il diavolo propone a Gesù: “Tutto sarà tuo” (Lc 4,7)

E, molto probabilmente, pensava di fare del bene,

di introdurre queste donne all’amore di Dio…

Si può considerare questa vicenda alla luce della Parabola della zizzania.

Dove il diavolo semina la zizzania?

Esattamente là dove il Signore ha seminato il grano buono, il dono del Regno.

E dove ha seminato tanto, il diavolo anche, di notte, semina tanto.

E semina una pianta che assomiglia molto al buon grano.

Assomigliava tanto all’amore quello che chiedeva Jean Vanier,

ma è una perversione terribile, devastante,

in cui la donna è abusata, ingannata dall’accompagnatore detto “spirituale”.

Queste sono le tenebre di Satana…

E tutti noi, dobbiamo essere attenti…

 

Resta vero che Jean Vanier è stato uno strumento di Dio

per un’opera splendida.

Il Signore sa far passare la Sua grazia attraverso delle persone fragili, molto fragili.

Come me, come te…

Ma dobbiamo essere attenti…

 

Attenti a non dialogare mai con la tentazione.

A rispondere come Gesù, con Gesù, con la Parola di Dio.

Nel deserto, Gesù ha risposto con la Parola di Dio,

confessando, per così dire, il suo credo:

Non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio".(Mt 4,4)

Non metterai alla prova il Signore Dio tuo". (Mt 4,7)

Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto". (Mt 4,10)

È una triplice confessione che dice: amo i limiti della mia umanità.

Non pretendo di avere tutto o di essere tutto.

 

E Gesù non ha peccato.

Gesù non è stato vinto dalla tentazione…

Ma è entrato nella tentazione,

anzi, con la sua morte in croce, è entrato pure nel peccato, nella morte,

nell’abbandono da parte di Dio…

E si è fatto peccato per noi. (cfr 2Cor 5,21)

L’ha interamente preso su di sé.

A tal punto che oggi possiamo dire: il mio peccato sei Tu!

 

Questa è la vittoria di cui ci parla Paolo nella lettera ai Romani.

Riassumendo, potremmo dire

che la disobbedienza di Adamo e di Eva è stata terribilmente contagiosa,

ha raggiunto tutta l’umanità in un modo devastante:

A causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo

e, con il peccato, la morte, e così in tutti gli uomini si è propagata la morte.” (Rm 5,12)

Ma Paolo ha capito che la vittoria di Gesù,

la misericordia, la grazia, il dono gratuito della Vita eterna,

sono una realtà molto (πολλω in greco) più potente!

Quando la riceviamo, ne siamo trasformati per l’eternità!


Allora, oggi, ci rivolgiamo alla nuova Eva, a Maria,

perché ci conduca all’Albero della Vita, alla Croce,

affinché possiamo ricevere la grazia della vittoria pasquale di Gesù,

ed esserne contagiosi nel nostro mondo,

malato di paura e di angoscia…

Maria ci conduca all’Albero della Croce,

a Gesù crocifisso ed abbandonato,

perché possiamo “volgere lo sguardo a Colui che abbiamo trafitto.” (Cfr Gv 19,37)

Viviamo questa Parola durante la Quaresima,

e faremo l’esperienza di cui parla il Salmista:

Guardate a lui e sarete raggianti, i vostri volti non dovranno arrossire.

Questo povero grida e il Signore lo ascolta, lo salva da tutte le sue angosce.” (Sal 33,6-7)

 

mercoledì 26 febbraio 2020 - Le Ceneri - Gl 2,12-18 – 2Co 5,20-6,2 – Mt 6,1..18 - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel


 

La Liturgia della Quaresima si apre con la Lettura del Profeta Gioele.

Se andate a leggere nella Bibbia, vedrete che il testo liturgico

ha un omesso un piccolo particolare, una parola, “Attah”,

che significa “ora”.

Il profeta Gioele invita a ritornare ora al Signore,

e con tutto il cuore. (cfr Gl 2,12)

Ed è quello che vogliamo fare insieme in questo giorno.

Non solo per una Quaresima personale, per la nostra propria santificazione,

ma per una Quaresima comunitaria, ecclesiale.

 

Come popolo, vogliamo tornare al Signore.

E, come popolo, presentiamo al Signore, con preghiere di supplica,

tutte le sofferenze, tutte le sfide del mondo contemporaneo… che sono tante.

 

Come dice San Paolo, non vogliamo ricevere invano la grazia della salvezza:

la vogliamo accogliere. (cfr 2Cor 6,1)

E la vogliamo accogliere “a nome” e “per” tutta l’umanità.

 

Per avviarci in questo cammino quaresimale possiamo fare nostro

il messaggio di Papa Francesco per questa Quaresima.

Papa Francesco rinnova oggi un invito, fatto già nella lettera “Christus vivit”.

«Guarda le braccia aperte di Cristo crocifisso,

lasciati salvare sempre nuovamente.

E quando ti avvicini per confessare i tuoi peccati, credi fermamente nella sua misericordia

che ti libera dalla colpa.

Contempla il suo sangue versato con tanto affetto e lasciati purificare da esso.

Così potrai rinascere sempre di nuovo».1

 

È un invito a soffermare lo sguardo su Gesù crocifisso.

Allora, cerchiamo di capire insieme come si può guardare a Gesù crocifisso.

Se leggiamo i quattro Vangeli,

scopriamo che ci sono sette modi di guardare al Crocifisso.

 

Il primo modo è quello degli scribi, dei sommi sacerdoti, e di uno dei briganti,

cioè di coloro che, vedendo Gesù nell’immensa sofferenza,

nell’annientamento della Croce,

lo ingiuriano: bestemmie, grida, derisione, …

Siamo noi, quando siamo in collera, perché vorremmo salvarci con le nostre forze

e rifiutiamo la Sapienza della Croce.

 

Il secondo modo è quello della folla, di chi, avendo visto Gesù morire sul Golgota,

se ne torna battendosi il petto. (cfr Lc 23,48)

Siamo noi quando cominciamo a prendere coscienza del dono di Dio nella morte di Cristo,

ma senza cambiare il nostro stile di vita.

 

Il terzo sguardo è quello del Centurione pagano.

Avendo visto Gesù spirare in questo modo, disse:

Davvero quest’uomo era figlio di Dio”. (Mc 15,39)

Avviene quando, per pura grazia, irrompe nella nostra coscienza il senso della Croce,

e riconosciamo in Gesù crocifisso una manifestazione della santità di Dio.

Ma ancora senza speranza.

 

Il quarto modo è quello del Buon Ladrone

che, avendo visto la Madre,

e poi guardando Gesù nel suo abisso di sofferenza,

si rivolge a Lui e Gli chiede: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno.”(Lc 23,42)

Siamo noi quando riconosciamo nella Croce

la manifestazione della Misericordia di Dio.

Quando capiamo che la Croce è l’inizio di un nuovo Regno.

 

Il quinto sguardo è quello del discepolo che Gesù ama, quello di Giovanni.

Colui che ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera.” (Gv 19,35)

E cos’ha visto, essendo vicino a Gesù grazie alla sua vicinanza a Maria?

Ha visto “uscire” dal corpo di Gesù “sangue e acqua”(cfr Gv 19,34):

il poco sangue che Gesù non aveva sparso nella sua passione.

Ma pure acqua, acqua viva.

Ha visto nel Crocifisso la sorgente della vita nuova, la speranza di un mondo nuovo.

E Giovanni riconosce l’adempimento della profezia di Zaccaria.

Se noi, cioè, ci apriamo allo spirito di grazia e di consolazione,

saremo in grado di guardare veramente a colui che abbiamo trafitto,

ne faremo il lutto come si fa il lutto per un figlio unico, (cfr Zc 12,10)

cioè condivideremo il lutto di Maria,

e scopriremo che, nella morte in croce di Gesù,

c’è per la casa di Davide e per gli abitanti di Gerusalemme,

cioè per tutti noi, una sorgente zampillante per lavare il peccato e le impurità. (cfr Zc 13,1)

Il sesto sguardo è quello di Paolo,

che ripone nella croce di Gesù tutta la sua fierezza.

Siamo noi quando scopriamo che «Dio fece (Gesù) peccato in nostro favore» (2Cor 5,21).

Fece ricadere sul suo Figlio tutti i nostri peccati, fino a “mettere Dio contro Dio”,

come scrisse Papa Benedetto XVI2.”3

 

E il settimo sguardo è quello di Maria.

È uno sguardo che entra nel mistero della Croce, per parteciparvi .

È il nostro sguardo quando, con Maria, capiamo che non possiamo essere redenti

se non ci associamo, nell’amore, al mistero della Redenzione,

se non partecipiamo alla Sua offerta di Sé stesso, per la salvezza del mondo.

 

Carissimi, per questa Quaresima possiamo custodire in cuor nostro

questo invito a guardare a Gesù crocifisso.

E vi propongo, sulla scia di quello che Papa Francesco ci dice oggi,

di vivere queste parole: “Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto.” (Gv 19,37)

Proviamo, per questi 40 giorni, a vivere questa Parola,

cioè a tener viva nel nostro cuore la memoria di Gesù crocifisso,

a tenere lo sguardo fisso su Gesù nel suo morire d’amore,

nel suo abbandono, nel suo consegnarsi per tutta l’umanità.

 

Cosa sarà il nostro digiuno? Sarà un partecipare all’abbandono di Gesù.

In questo tempo favorevole,

lasciamoci perciò condurre come Israele nel deserto (cfr Os 2,16),

così da poter finalmente ascoltare la voce del nostro Sposo,

lasciandola risuonare in noi con maggiore profondità e disponibilità.”4

 

Cosa sarà la nostra preghiera?

Sarà uno stare con Gesù crocifisso.

nella sua offerta al Padre.

L’esperienza della misericordia, infatti,

è possibile solo in un “faccia a faccia” col Signore crocifisso e risorto

«che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me» (Gal 2,20).

Un dialogo cuore a cuore, da amico ad amico.

Ecco perché la preghiera è tanto importante nel tempo quaresimale.5

 

Cosa sarà la nostra carità? Sarà l’offerta della nostra vita

insieme al Crocifisso risorto per la vita del mondo.

Mettere il Mistero pasquale al centro della vita significa sentire compassione

per le piaghe di Cristo crocifisso presenti

nelle tante vittime innocenti…”6 del nostro tempo.

Ed impegnarci con tanto, tanto amore.

 

 

1 - Papa Francesco, Christus Vivit, n.123

2 - cfr Enc. Deus caritas est, 12

3 - Cfr. Papa Francesco, Messaggio per la Quaresima 2020

4 - Cfr. Papa Francesco, Messaggio per la Quaresima 2020

5 - Papa Francesco, Messaggio per la Quaresima 2020

6 - Cfr. Papa Francesco, Messaggio per la Quaresima 2020

 

Venerdi  21 febbraio 2020 - VI settimana del T.O. - Settimo anniversario della morte di fr. Pierre-Marie - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel
 

In questo giorno in cui vogliamo rendere grazie a Dio per Pierre-Marie, potremmo tornare a leggere il primo documento che scrisse e diede alla Diocesi di Parigi per presentare la sua visione. Si tratta di un documento dell’ottobre 1974, intitolato “Monaci, nella città”.

Comincia con un invito immediato a riconoscere la tensione polare della vita cristiana: lottare con il mondo, che si traduce in conversione per liberarci dalla mondanità e in testimonianza per render visibile la vita nuova del Regno; e inserirsi nel mondo, per amore di Dio e per amore di tutto ciò che Dio, per amore, ha creato.

Detto questo, Pierre-Marie non parte subito con tante buone intenzioni. Perché, prima, bisogna individuare la chiamata del Signore.

 

La prima chiamata è, e rimane sempre, quella all’amore fraterno. Non c’è niente che venga prima dell’amore. Ce lo insegna sia la vita di Gesù che la sua predicazione. E per non mentire, l’amore deve essere negli atti ed in verità.

Inoltre l’amore, se è autentico, parlerà al mondo di oggi. “Se la Chiesa ama, la si crederà”.

Come vivere, quindi, questa prima chiamata? Vivendo come fratelli e sorelle!

 

La seconda chiamata è a seguire Gesù da vicino. Il modello da imitare è solo Lui. Lo scopo non è un eroismo nell'esercizio delle virtù, bensì l'imitazione di Gesù. Ora, Egli è povero, puro ed obbediente. Così dobbiamo essere anche noi, scegliendo di essere poveri, casti ed obbedienti. Non secondo un ideale di vita astratto, ma secondo Gesù. E qui compare la parola “monaco”.

 

La terza chiamata sarà quella a ritirarsi dal mondo per vivere pienamente l’amore ed i consigli evangelici? No! È a rimanervi, secondo la preghiera di Gesù nel Suo Testamento: “Padre, non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal Maligno.” (Gv 17,15) L’esigenza nostra è la rottura con la mondanità, ma è pure la comunione. E la chiave è il perdersi. Perdersi per rompere con la mondanità, perdersi per donarsi all’amore, alla comunione. E seguono degli “e”: inserimento e contestazione, contemplare e condividere. Pierre-Marie esclude l'”o”: “Non dobbiamo contemplare Dio o agire per gli uomini, ma dobbiamo unificare contemplazione e condivisione.”

 

La quarta chiamata è quella ecclesiale. Compare qui un altro “e”: tutto è già nel Testamento di Gesù…e c’è da proporre un nuovo modo di presenza ecclesiale nel mondo, che non è né il monastero claustrale né il ministero parrocchiale. E questo, là dove si svolge la vita nel mondo di oggi, ossia nella città. Bisogna che germinino nuovi luoghi di accoglienza, di preghiera e di riposo in Dio, e di lode col canto. Si tratta di essere nella città “in un modo monastico nuovo”.

E viene proposto un tema ripreso da Evdokimov: è necessario che rinasca, sulla scia del Monaco per eccellenza che è Gesù, un “monachesimo interiorizzato”. E se alcuni lo vivono, sarà contagioso!

Ecco la chiamata!

 

E la risposta qual è?

Dar vita ad un nuovo stile cristiano. E subito vien detto che esso non dovrà irrigidirsi in una forma. Certo, non si tratta di seguire le mode, ma nemmeno di stabilire una forma definitiva. “Riteniamo che, mentre l’esigenza fondamentale deve rimanere ferma e immodificabile, la "forma" che la nostra risposta assume debba evitare di codificarsi o fissarsi troppo rapidamente.”

Deve nascere quindi una nuova forma di vita, con delle persone che si impegnino a vivere una vita comune rispondente alle chiamate sopra elencate.

E nel concreto cosa faranno? Oltre ad avere questa identità, quale sarà la nostra missione? Sarà di offrire uno spazio, con 6 + 1 aspetti.

 

1.Uno spazio di preghiera e di silenzio, un luogo che manifesterà la priorità dell’Unico necessario e del solo Assoluto: il Signore.

2. Uno spazio di vita fraterna, dove si vivrà una condivisione autentica, in cui si veda che la carità è la priorità.

3. Uno spazio che richiede un impegno, che può prendere diverse forme fino ad una consegna definitiva e totale di sé.

4. Un luogo di accoglienza e di condivisione attorno alla Parola di Dio, attraverso la liturgia e attraverso un’accoglienza umana molto concreta e fraterna.

5. Un luogo da cui parta un’azione sul mondo, attraverso il lavoro, l’evangelizzazione, e dei segni evangelici non senza follia di attenzione ai poveri.

6. Un luogo che sia un segno escatologico, in cui si sappia leggere la storia presente alla luce della speranza cristiana.

7. Tutto ciò si può riassumere nella sfida di scrutare l’invisibile e, avendolo visto, di raccontarlo con la nostra vita.

Giungendo alla fine del documento, Pierre-Marie afferma che vivere tutto ciò non è utopia, è realismo. Perché? Su che cosa si fonda la possibilità di vivere quest' avventura? E risponde con un versetto del Vangelo che, quindi, è come il fondamento sicuro di tutto ciò che si vivrà: Luca 17,21. “Perché, ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi!". Questa non sarebbe la Parola fondante del nostro carisma?

 

L'ENTUSIASMO NON È UN'UTOPIA. PER IL CREDENTE È IL PIÙ ALTO REALISMO: "IN VERITÀ, IN VERITÀ, VE LO DICO, IL REGNO DI DIO È DENTRO DI VOI. "

 

IL PIÙ ALTO È IL PROFONDO.

IL PIÙ PROFONDO È IL PIÙ COMUNE.

AL CUORE DI TUTTI I CUORI RISIEDE L'UNICO.

 

DOBBIAMO SOLO ACCETTARE DI ESSERE CHI SIAMO:

"IL CORPO DI CRISTO."

LO SPIRITO FARÀ IL RESTO.

 

lunedì 17 febbraio 2020 - Sette Santi Fondatori - Sir 44,1-2.10-15 - Ef 4,1-6.15-16 - Gv 17,20-24 - Santissima Annunziata - fr. Antoine-Emmanuel


Tutti siano una sola cosa.”(Gv 17,21)

La visione di Gesù è immensa! Immensa!

Pensate: “Tutti siano una sola cosa”!

La prospettiva di Gesù, ciò per cui Egli prega e si offre

è l’unità di tutto il genere umano, nessuno escluso.

 

La prospettiva è ancor più grandiosa quando si comprende

che l’unità per la quale Gesù prega non è un metterci gli uni accanto agli altri,

bensì essere “uno” come il Padre ed il Figlio sono una cosa sola!

Una forma di interiorità reciproca tra noi che non sappiamo ben descrivere.

Un accoglierci gli uni gli altri nell’amore, che è opera dello Spirito Santo.

È questo che Gesù vuole darci!

Non può essere che un dono, vero?

Ma che speranza straordinaria, quando si vedono tutti i conflitti che lacerano l’umanità…

 

Allora, dopo che ha espresso questa visione di unità perfetta del genere umano,

vediamo Gesù fare grandi raduni di folla per compattare la gente?

No!

Al contrario, lo vediamo andare da solo verso la sua passione,

verso la sua morte in croce, dove sarà abbandonato da Dio,

dove sarà in una solitudine infinita.

Perché?

Perché è appunto sulla croce che Egli rende possibile questa unità.

Da una parte, perché prende su di Sé tutto ciò che è di ostacolo all’unità:

le nostre gelosie, i nostri egoismi, le nostre guerre.

Li assume totalmente e definitivamente.

 

E dall’altra, perché Egli è, in mezzo a noi, la nostra unità,

perché, lasciandoci amare da Lui,

diventiamo capaci di amarci vicendevolmente come Egli ci ama!

 

Tutto ciò, Gesù l’ha adempiuto nel suo mistero Pasquale!

È fatto!

Tutto è compiuto!” (Gv 19,30)

In Lui siamo già una cosa sola.

Secondo lo sguardo di Dio,

la realtà è che prima di essere distinti, siamo ormai uno.

L'essenziale è accogliere questo dono e viverne.

 

Ma dove andare per ricevere questo dono?

La risposta è semplice: sotto la croce.

Come Giovanni andò sotto la croce.

E cosa fece Giovanni sotto la croce? Dove si mise?

Accanto alla Madonna, accanto a Maria.

Ecco il nostro posto, come ben intuirono i Sette Servi Fondatori,

fino a vestirsi di nero, come segno del loro essere servi di Maria Desolata:

Il vostro è l’abito che vi ricorda di me ai piedi della croce.”

disse loro la Madonna, apparendo a Monte Senario il venerdì santo del 1246

 

Sotto la croce, presso la croce, come mi impressiona Maria,

come mi innamora Maria!

È la donna totalmente aperta all’agire di Dio;

Maria è come un “sì” vivo

a quello che Gesù vive,

a quello che Gesù ci dona nell’ora in cui è abbandonato dal Padre.

Maria è in Gesù e Gesù è in Maria.

Maria non è corredentrice nel senso

di essere collaboratrice dall'esterno all’opera della redenzione.

È corredentrice perché Lei, la Madonna, è in Gesù, unico Redentore e suo Redentore,

e Gesù è in Lei.

 

L’unità compiuta, l’unità perfetta di cui ci parla Gesù, la troviamo facendoci vicini a Maria.

E cosa sentiamo?

"Donna, ecco tuo figlio!". "Ecco tua madre!" (Gv 19, 26-27)

Maria riceve da Gesù una nuova maternità, la sua piena maternità divina.

per partorirci nell’unità, per partorirci nell’amore reciproco.

Di ciò i Sette Santi Servi sono grandi testimoni.

Proclamavano che era Nostra Signora che li aveva chiamati insieme,

e che Lei era per loro capofamiglia!

Tutto quello che è avvenuto è da attribuirsi solo a nostra Signora”, scrisse Sant’Alessio.

 

La vera devozione a Maria non è un fatto individuale:

La vera devozione a Maria ci invia gli uni verso gli altri.

Il profumo mariano che si sente nella vostra comunità

è pure profumo di amore fraterno, di semplicità, di ospitalità.

Fin dall’apparizione, che ebbe luogo a Santa Reparata, la vigilia del 15 agosto 1244,

i Sette Fondatori sapevano che avrebbero avuto

solo da combattere ogni forma di divisione e di odio

con una vita in comune a testimonianza di un vero amore,

decisamente evangelico,

vissuto nell’umiltà della mente e del cuore per il servizio di Dio e dei fratelli

Davvero Maria ci insegna ad essere santi insieme.

Ci insegna che non si può essere santi che insieme.

Basta ricordarci della così bella amicizia tra Santo Sostegno e Santo Uguccione!

 

È la posta in gioco qual è? È l’evangelizzazione!

Tutti siano una sola cosa, perché il mondo creda.” (Gv 17, 21)

Che cosa colpirà le persone che sono oggi lontane mille miglia dalla fede cristiana?

Non più quello che viviamo dentro le mura delle nostre chiese,

perché non ci vengono più.

Colpirà la qualità dell'amore che si vedrà tra noi e che avremo per loro.

Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri".

(Gv 13,35)

Quando viviamo nell’amore, diventiamo una pagina aperta di Vangelo vivo.

 

C’è tutto un cristianesimo individualistico che sta andando in fiamme oggi,

come le fiamme hanno divorato la Cattedrale Notre Dame di Parigi.

Non possiamo più essere neanche delle comunità poste le une accanto alle altre.

È impossibile oggi… o diventeremo totalmente insignificanti.

 

Il Signore ci invita ad amare l’altra comunità, l’altra parrocchia

come la nostra, come se fosse la nostra.

Una grazia del nostro tempo è la caduta dei campanilismi ecclesiali.

Come Paolo ci ha detto nella seconda lettura,

i doni preziosi, diversi, che abbiamo ricevuto sono fatti per servire l’unità,

per accogliere l’unità realizzata da Gesù sulla croce.

Affinché il mondo creda.

 

Signore Gesù, questa sera, avvicinandoci all’altare,

ci avviciniamo a te crocifisso, abbandonato e risorto.

Per diventare una cosa sola.

 

Maria, Madre della Chiesa,

a te ci affidiamo, per saper accogliere e vivere l'unità.

Affinché il mondo creda.

 

 

Domenica 16 febbraio 2020 - VI domenica del T.O.- Sir 15,15-20 – 1 Co 2,6-10 – Mt 5,17-37 - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel


 

Il Vangelo di oggi ci parla di violenza nei rapporti interpersonali,

di sguardi di concupiscenza sulle donne, di ripudio della moglie e di menzogne.

Sono davvero queste le cose che interessano a Gesù?

Sarebbe venuto a ristabilire i principi morali e basta?

Oppure la Sua visione sarebbe altra?

 

Partiamo della seconda Lettura.

Paolo scrive alla comunità della città di Corinto,

e torna sul modo in cui, in un passato recente, ha evangelizzato questa città,

per sottolineare un aspetto:

non si è presentato “ad annunciare loro il mistero di Dio

con l'eccellenza della parola o della sapienza.” (1 Co 2,1)

Non ha fatto grandi discorsi ben preparati, usando un’arte oratoria di alto livello.

No!

Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi, se non Gesù Cristo,

e Cristo crocifisso”. (1 Co 2,2)

La chiave di volta della sua predicazione era tutta lì: Gesù crocifisso.

E Paolo ne parla come di una vera “Sapienza”.

C’è una Sapienza della croce, un logos della Croce.

C’è un modo di comprendere e di vivere la vita che si ispira alla Croce.

E Paolo insiste:

 

Parliamo, sì, di sapienza”.

Ma di una sapienza che non è di questo mondo.”

Parliamo (…) della sapienza di Dio, che è nel mistero,

che è rimasta nascosta, e che Dio ha stabilito prima dei secoli

per la nostra gloria.” (1Cor 2,6-7)

 

Quanta intelligenza, quanta Sapienza c’era nella Thorah!

Quanta intelligenza, quanta Sapienza c’era nella filosofia greca o in quelle dell’Oriente…

Ma c’è un’altra sapienza

che è capace di illuminare in modo incomparabile il pensiero e la vita.

Si tratta di una Sapienza che “occhio non vide, né orecchio udì”. (1Cor 2,9)

Non è mai salita dal cuore dell’uomo,(cfr id.)

neanche di Socrate, di Platone o Aristotele…

 

La Croce, cioè la sofferenza, l’abbandono da parte del Padre,

la morte e la risurrezione di Gesù,

sono la sorgente di una Sapienza nuova, nuovissima.

Come mai?

Per il fatto che Gesù ha assunto totalmente e definitivamente la sofferenza,

il male, il peccato, e la stessa morte.

Li ha fatti suoi.

Nel momento in cui Gesù, Verbo di Dio, Figlio di Dio,

vive l’esperienza di esser abbandonato dal Padre, d’essere senza Dio,

in questa notte di Dio1,

Egli assume ogni male, ogni disordine,

ogni guerra, ogni tristezza, ogni peccato,

ogni ferita al disegno d’Amore del Padre.

 

Ha fatto suo il mio peccato.

E' divenuto il mio peccato.

Certo non l’ha “commesso”, ma vi si è inserito e l’ha assunto.

E, ormai, se guardo alla mia vita passata, non vedo più i miei peccati:

vedo Gesù crocifisso ed abbandonato.

E' una totale rivoluzione nel pensiero e nella vita!

Innanzi tutto perché Gesù ci libera da ogni paura: ha assunto Lui il male!

E poi, ci fa innamorare di Lui che si è così caricato di tutta la nostra miseria.

E, innamorati di Lui, lo vogliamo raggiungere in tutte le sofferenze dei fratelli,

perché Lui si trova lì!

 

Torno alla mia prima domanda:

a Gesù interessano la violenza nei rapporti interpersonali,

gli sguardi di concupiscenza sulle donne, il ripudio della moglie e le menzogne?

E perché ci dice che, “se la nostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei,

non entreremo nel Regno dei cieli”? (cfr Mt 5,20)

 

Non lo dice perché è venuto ad alzare il livello delle norme morali!

Ma perché, con la Sua presenza, il mondo è cambiato,

la nostra vita è cambiata!

Prendendo il male su di Sé, ci ha resi capaci di amarci gli uni gli altri,

di diventare una cosa sola, amandoci.

Ed è questo, sì, che Gli interessa!

È a questo che guarda!

Prendendo il male su di Sé, ci permette di entrare nell’amore

ben al di là di quello che vivevano ed insegnavano gli scribi e i farisei.

 

Allora perché ci dice di rinunciare alla violenza nei rapporti interpersonali,

agli sguardi di concupiscenza sulle donne,

al ripudio della moglie e alle menzogne?

Perché tutto ciò è di ostacolo all’amore reciproco,

e Gesù ci ha liberati dalla schiavitù di questi mali.

 

E tutto questo è molto concreto.

Se impariamo e viviamo la Sapienza della Croce,

quando una persona ci mette in crisi,

invece di arrabbiarci e di insultarla,

riconosceremo in lei ed in noi una Presenza di Gesù insultato ed Abbandonato

e l’ira scomparirà dal nostro cuore…(cfr Mt 5,22)

 

Se, dunque, presentiamo la nostra offerta all'altare

e lì ci ricordiamo che nostro fratello ha qualche cosa contro di noi,

che abbia ragione o meno,

riconosceremo in questa situazione Gesù disprezzato ed Abbandonato,

e, lasciando il nostro dono davanti all'altare,

avremo la forza di andare con umiltà e semplicità dal fratello

per un dialogo sincero di riconciliazione,

e, poi, torneremo a offrire il nostro dono. (cfr Mt 5,23-24)
 

Se, vedendo una donna o un uomo,

affiora in noi un pensiero di impurità o di concupiscenza,

riconosceremo in ciò Gesù maltrattato ed Abbandonato,(cfr Mt 5,28)

ed il pensiero finirà lì.

 

Se la vita coniugale diventa difficile, penosa

e siamo tentati di liberarci del coniuge,

riconosceremo lì Gesù sfinito ed Abbandonato,

e lo vorremo abbracciare in questa situazione, senza fuggire.( cfr Mt 5,32)

 

Se siamo portati a fare dei discorsi in cui si mescolano verità e menzogna

secondo i nostri interessi,

riconosceremo in noi Gesù falsamente accusato ed Abbandonato,

e saremo disgustati dalla menzogna.(cfr Mt 5,33-37)

 

Questa è la Sapienza della Croce

Allora l’amore diventa possibile!

L’amore reciproco è il frutto del nostro affidamento totale

a Gesù abbandonato.

 

Anzi, se sposiamo Gesù Abbandonato,

diventiamo dei servitori, degli strumenti dell’amore reciproco nel mondo,

come lo è stata Chiara Lubich alla quale mi ispiro moltissimo dicendo queste cose.

 

Concludo con la Prima Lettura.

È tratta dal Libro del Siracide.

Se tu vuoi, puoi osservare i comandamenti,

scrive Ben Sira,

l'essere fedele dipende dalla tua buona volontà.”

Ed aggiunge:

Egli ti ha posto davanti fuoco e acqua: là dove vuoi tendi la tua mano.” (Sir 15,16)

Il Signore ci offre di scegliere l’acqua, l’Acqua viva.

Qui si gioca la nostra libertà.

Possiamo dire di Sì all’Acqua viva del Mistero Pasquale.

Possiamo dire di Sì alla Sapienza della Croce.

Siamo assolutamente liberi.

 

E ormai, se lo vogliamo,

possiamo, sì, possiamo osservare i comandamenti.

Possiamo, anzi, osservare Il Comandamento dell’Amore reciproco,

come Gesù ci ha amati, (cfr Gv 13,34)

poiché se sposiamo Gesù Abbandonato,

ameremo come non avremmo mai potuto immaginare!

Perché Gesù crocifisso ed abbandonato

ci ha sposati per primo… per puro Amore!

 

1  L’espressione è di Chiara Lubich

 

giovedì 6 febbraio 2020-  IV settimana del Tempo Ordinario - 1 Re 2,1..12 – Mc 6,7-13 - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel


 

La prima lettura di oggi tralascia una parte notevole del testo!

Perché se Davide consiglia a Salomone di essere profondamente fedele alla legge di Dio,

gli dice anche di uccidere sia Ioab che Simei…

e di proteggere invece un certo Barzillài…

 

L’essenziale del testamento di Davide rimane però l’obbedienza profonda alla legge di Dio.

Questo è l’essenziale del testamento a suo figlio Salomone.

Allora riuscirai in tutto quello che farai e progetterai.” (cfr 1Re 2,3)

Quindi il segreto della sua vita sarà un’obbedienza profonda alla Parola di Dio.

Davide avrebbe potuto dare tanti consigli militari, diplomatici, politici a suo figlio,

ma si attiene all'essenziale: l’obbedienza alla Parola di Dio

perché sa che è da questa obbedienza che deriva ogni Sapienza.

 

Cerchiamo quindi anche noi di ascoltare oggi il vangelo

e di accoglierlo come Sapienza per la nostra vita.

Cosa ci insegna il Vangelo odierno?

 

Gesù “Chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due.” (Mc 6,7)

Soffermiamoci su questi due verbi: chiamare a sé e inviare.

Non ci ricordano qualcos’altro?

Non è quello che fa il cuore: chiamare a sé il sangue e poi inviarlo in tutto il corpo?

Gesù con la sua Parola è il cuore dell’umanità.

Ci chiama a sé, per purificarci, per rigenerarci, per riempirci del suo amore.

E poi ci invia, per portare la bellezza del suo amore nel mondo.

Il nostro compito è di lasciarci attirare e di lasciarci inviare.

Di riconoscere Gesù come il cuore pulsante della nostra vita,

di permettere alla sua Parola di adempiere in noi questa bellissima missione.

 

Vediamo poi che Gesù invia i suoi apostoli vietando loro di portare pane, sacca e denaro.

Bisogna che gli apostoli siano in una reale vulnerabilità,

che non abbiano alcun mezzo, alcuna sicurezza.

Ci vuole totale insicurezza per poter veramente vivere e annunciare il Regno.

Sono quindi beate le nostre insicurezze… quando le accogliamo come dono di Gesù,

come slancio per vivere pienamente del Regno.

 

Gesù chiede inoltre ai suoi apostoli di rimanere nella prima casa che li avrà accolti,

di non desiderare un altro alloggio,

di non sognare un altrove…

bensì di rimanere… per non rischiare di essere sempre alla ricerca delle proprie comodità:

l’erba nel giardino del vicino è più verde…, come si dice spesso.

No, mettiti al lavoro nel campo dell’amore fraterno, là dove Dio ti ha posto,

là dove la porta si è aperta per te.

 

Però se gli apostoli non fossero accolti, se non fossero ascoltati, cosa chiede Gesù?

Di andare via e di scuotere la polvere sotto i loro piedi prima di partire.

Come per dire che anche la polvere che hanno sotto i sandali non la prendono,

non prendono nulla, non chiedono nulla,

sappiano che il Regno di Dio che annunciano è totalmente dono,

e dono gratuito.

Ecco la testimonianza, come dice il Vangelo, che Gesù chiede:

testimoniare la gratuità del dono del Regno di Dio.

 

Infine la chiamata degli apostoli è a proclamare la conversione,

a scacciare i demoni e a ungere gli infermi per guarirli,

cioè a far vedere la vita del Regno.

Il Regno non è un’idea, non è un’ideologia, è una vita, una vitalità divina

che si dispiega attraverso le nostre mani, attraverso il nostro operare,

attraverso il nostro cuore.

 

La domanda è allora semplice:

noi, qui presenti, lasciamo passare il Regno di Dio attraverso di noi?

Siamo pronti ad abbracciare un'insicurezza umana

per testimoniare della solidità del Regno di Dio?

Ecco la bellissima chiamata che il Signore ci rivolge oggi,

Egli che è il Cuore pulsante della nostra umanità,

il cuore Eucaristico che ci fa vivere.

 

Domenica 26 gennaio 2020 - III Domenica del Tempo Ordinario - DOMENICA DELLA PAROLA - Is 8,23 – 9,3 – 1 Co 1,10..17 – Mt 4, 12-23 - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel

 

Celebriamo oggi la prima Domenica della Parola,

ed è per noi occasione per dire grazie a Dio per il dono della sua Parola.

Il dono della Sacra Scrittura, della Bibbia,

ma più ancora il dono della Parola.

La Parola viva di Dio che, nel nostro quotidiano, ci parla, ci trasforma, ci guida.

Non possiamo abituarci a un tale dono!

Il Padre ha preso l’iniziativa di parlarci fin dall’origine,

e, anche quando siamo caduti nella sfiducia e nella disobbedienza, Dio non ha taciuto:

è venuto a cercarci: “Dove sei?” (Gen 3,9)

È così è cominciato un dialogo tra Dio e l’umanità

che continua, e attraversa il tempo, attraversa le generazioni.

Dio ha poi ispirato al suo popolo di trasmettere per iscritto alcune sue parole,

testimonianza di questo dialogo.

Ed è lo Spirito Santo che rende viva per noi la Scrittura,

che, perciò, diviene Parola vivente per noi,

Parola che ci fa diventare un unico popolo, il popolo di Dio.

 

Allora, oggi, rendiamo grazie a Dio per ogni volta, nella nostra vita,

in cui il testo sacro è divenuto Parola viva per noi.

Tu apri, tu preghi, leggi, mediti, ascolti, …

e un versetto diviene luminoso,

pieno di una presenza, di una vita nuova.

La Parola ci raggiunge.

Attraverso una parola, La Parola di Dio ci raggiunge.

E, come per i discepoli di Emmaus, il cuore arde dentro di noi. (cfr Lc 24,32)

 

E la Parola non è solo informativa.

È Promessa, promessa di un dono che ci viene incontro nella nostra vita.

È operante: il Papa, nella sua odierna lettera,

parla del “carattere performativo della parola di Dio,

soprattutto quando nell’azione liturgica,

emerge il suo carattere propriamente sacramentale”. (Aperuit illis, 2)

È operante.

Ma è pure relazione, dialogo:

rende possibile un dialogo d’amore tra Dio e i suoi figli, e noi.

Basta ricordarci di Sant’Antonio Abate che, a 18 anni, entrando in una chiesa,

sentì: “Va', vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo;

e vieni! Seguimi!” (Mc 10,21; Mt 19,21)

Basta ricordarsi di Sant’Agostino che sentì nel giardino. “Prendi, leggi!”

e si mise a leggere la lettera ai Romani. (Conf. VIII.12.29)

O di Chiara Lubich: “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi.”(Gv 15,12),

e del grido di Gesù: “Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?”(Sal 22,2; in Mc 15,34; Mt 27,46)

O di Padre Pierre Marie: “Non prego che tu li tolga dal mondo,

ma che tu li custodisca dal Maligno.”(Gv 17,15)

 

Un solo versetto può cambiare una vita,

e, attraverso una vita, la vita di tanti, tanti…

 

Però, non è il versetto in sé che è potente:

è la Parola di Dio che è potente.

La Parola di Dio è capace di creare, cioè di chiamare all’esistenza”.(cfr Gen 1)

Ed è capace di ricreare, capace, cioè di chiamare ad una vita nuova.

Ed è capace di riunire, di chiamarci all’unità.

 

Nel Vangelo odierno abbiamo l’esempio dei primi quattro Apostoli,

che sentono una sola parola di Gesù:

Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini.”(Mt 4,19)

Questa parola ha una potenza straordinaria!

La vita viene fecondata dalla Parola, e porta un frutto immenso.

 

Il potere della Parola di Dio non è un potere razionale, di convinzione.

Non è neanche un potere sentimentale, di emozioni.

Certo, illumina la ragione, porta un'intelligenza del Creatore e del Creato

Certo, può accendere il nostro mondo affettivo.

Ma agisce più profondamente.

Raggiunge lo spirito in noi, (cfr Eb 4,12)

suscita un dialogo con Dio che sollecita l'anima nell'intimo.

Scopriamo di essere amati da Dio con una profondità d’amore impensabile.

Anche la chiamata alla conversione che sentiamo nel Vangelo odierno,

Convertitevi: Il regno di Dio è vicino!” (Mt 4,17),

anche questa parola, come ogni parola che ci chiama alla conversione,

è una parola d’amore.

E l’amore percepito, sperimentato, suscita da parte nostra una risposta d’amore

che agisce sulla nostra volontà.

 

La parola di Dio ha un effetto liberatorio:

libera in noi l’amore

perché ci rivela una Misericordia infinita

che rompe la schiavitù del peccato e della morte,

e ci apre allo stupore e alla meraviglia.

Così “Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce” (Mt 4,16),

come dice il Vangelo odierno.

La grande luce è l’Amore misericordioso di Dio di cui ci parla l’intera Scrittura.

Lo dice oggi papa Francesco:

Costantemente, la Parola di Dio richiama all’amore misericordioso del Padre

che chiede ai figli di vivere nella carità. (…)

La Parola di Dio è in grado di aprire i nostri occhi

per permetterci di uscire dall’individualismo

che conduce all’asfissia e alla sterilità,

mentre spalanca la strada della condivisione e della solidarietà.” (Aperuit illis, 13)

 

È una grande luce, perché la Parola di Dio non è un discorso:

è una Persona!

L’ascolto della Parola non è un ascolto anonimo di parole:

È un incontro!

Non è la Bibbia che veneriamo: è il Verbo di Dio!

Quando leggiamo la Bibbia, riviviamo l’esperienza dei quattro Apostoli.

Si fa vivo qualcuno che ci chiama.

Da qui la gioia della lectio divina, la gioia della liturgia.

 

Perché la predicazione di Paolo era così feconda e suscitava delle comunità?

Perché annunciava il Vangelo “non con sapienza di parola”,

cioè senza usare dei discorsi per convincere.

Paolo si fidava della Parola.

Ma dice pure che non voleva che fosse “resa vana la croce di Cristo” (cfr 1Cor 10,17),

perché lì sta il segreto della potenza della Parola!

 

La Parola è morta sulla Croce.

L’abbiamo fatta tacere.

E, anche se l'abbiamo coperta di bestemmie, di grida, di rumori,

la Parola non si è vendicata.

Non ci ha minacciati, non ci ha maledetti, non ci ha abbandonati.

Ed è Risorta, Parola viva nell’uomo per l’eternità!

Sì, c’è ormai una Parola umana e divina che ci raggiunge, e ci dona la vita eterna.

 

Allora oggi, sì, ringraziamo per ogni nostra esperienza della Parola di vita,

della Parola che risorge e ci fa risorgere.

E ci lasciamo fecondare da essa per diventare un Popolo,

un Popolo che celebra l’Eucaristia

e che vive una vita eucaristica.

 

La Parola si fa carne.

La Parola si fa Pane di vita.

La Parola ci fa diventare un popolo nuovo, un solo corpo.

Magnificat!

 

Lunedì 20 gennaio 2020 - II settimana del Tempo Ordinario - 1 Sam 15,16-23 – Mc 2,18-22 - Eremo di Lecceto - f. Antoine-Emmanuel


 

Il Vangelo odierno ci colloca in un giorno di digiuno, secondo i precetti ebraici.

In questo giorno, vedendo che i discepoli di Gesù non digiunano,

i discepoli di Giovanni ed i farisei chiedono a Gesù:

Perché i discepoli di Giovanni e i discepoli dei farisei digiunano,

mentre i tuoi discepoli non digiunano?” (Mt 2,18)

 

La risposta di Gesù a questa domanda è molto sorprendente,

perché Egli passa ad un registro del tutto inaspettato.

Per loro, il digiuno si decide a partire dai precetti.

Per Gesù, il digiuno si decide a partire dalla presenza o dall’assenza dello Sposo.

È un altro modo di concepire la vita del credente.

 

Il centro nevralgico non è più la legge: è lo Sposo.

E questo cambiamento è molto profondo:

se il centro nevralgico è la legge che diviene legalismo,

il centro è la mia osservanza della legge.

Il centro sono io davanti a Dio… sono io.

Invece, se il centro nevralgico è lo Sposo,

il centro non sono più io: è un altro!

È la persona dello Sposo.

 

E Gesù insiste: questo cambiamento di prospettiva va fatto al cento per cento.

Ed usa due immagini prese dalla realtà delle nozze:

il vestito nuziale e il vino delle nozze.

Per entrambi, c’è necessità di continuità:

c’è sempre bisogno del vestito e del vino.

Ma anche di rottura con qualcosa di vecchio,

per accogliere pienamente la novità.

 

Gesù ci chiede questo cambiamento:

non pensare la vita cristiana come incentrata sulla legge,

qualunque legge,

ma di pensarla a partire dal rapporto con Lui, lo Sposo.

È una conversione del cuore!

È una grande “perdita”:

perdo la speranza di essere gradito a Dio attraverso la mia conformità a dei precetti.

Ma per un grande guadagno: sarò gradito a Dio entrando nella realtà nuziale,

ricevendo la santità dello Sposo.

 

Non vuol dire che non ci sono più sforzi da fare!

Non è quietismo,

perché accordare la mia vita a quella dello Sposo è un grande sforzo di conversione!

È quello che suggeriva Madeleine Delbrel

quando paragonava la vita con Cristo ad una danza.

Io, come la sposa, devo lasciarmi guidare dal danzatore, da Gesù:

lasciarmi guidare da quello che decide Lui!

È Lui che indica il movimento,

è Lui che mi porta a compiere dei passi sempre nuovi…

È a Lui che ci consegniamo in questa Eucarestia.

 

Domenica 19 gennaio 2020 - II Domenica del Tempo Ordinario - Is 49,3..6 – 1 Co 1,1-3 – Gv 1,29-34 - Poggio a Caiano - f. Antoine-Emmanuel


 

L’icona del Battesimo di Gesù che abbiamo sotto i nostri occhi

ci fa contemplare il nostro Signore che scende nel luogo più profondo della terra,

che scende laddove i peccatori scendono,

che scende nel nostro peccato.

 

E, oggi, vogliamo lasciare Gesù scendere nel più profondo della nostra umanità,

dove noi siamo più che fragili:

siamo tentati, siamo peccatori, siamo malati, siamo pericolosi per gli altri.

Gesù scende nei nostri inferi, là dove noi siamo soli…

E bisogna acconsentire a questa discesa di Gesù dentro di noi.

Ci sono tante resistenze in noi,

perché le nostre fragilità sono in contraddizione

con l'anelito sano alla vita e all’amore che tutti abbiamo.

 

Perché Gesù scende?

Il Battista ci risponde: “Per battezzarci nello Spirito.” (cfr Gv 1,33)

Giovanni aspettava la venuta del Messia come l'ora del giudizio:

l’albero senza frutto sarebbe stato tagliato,

il grano messo nel granaio, ma la pula gettata al fuoco.

Il suo era un battesimo con l’acqua,

un rito di conversione in cui si sceglieva di rinunciare al peccato,

in vista della venuta del Messia.

Il battesimo con l’acqua era il segno di un impegno,

di una decisione dell’uomo.

Invece il battesimo nello Spirito da parte del Messia avrebbe avuto un’efficacia divina:

avrebbe bruciato tutto quello che non era secondo Dio…

 

Ma quello che Giovanni Battista non sapeva ancora

era come il Messia avrebbe distrutto il peccato: prendendolo!

Gesù non distrugge il peccatore,

ma distrugge il peccato prendendolo su di sé.

Davvero è l’Agnello di Dio.

 

Quando Gesù discende in noi, è per prendere su di sè il male,

per mettere fuoco al peccato.

Questa è l’opera della Misericordia.

E ci ritroviamo con il fuoco dentro:

il fuoco dell’Amore, il fuoco della Misericordia, il fuoco dello Spirito Santo.

La più bella effusione dello Spirito Santo avviene proprio

a partire dal perdono, dall’assoluzione…

Il legno sono i nostri peccati!

Gesù mette il fuoco a tutto il nostro mondo interiore!

Mette fuoco alla nostra intelligenza, alla nostra memoria e alla nostra volontà.

Ricordiamoci della confessione di Gesù:

Ho un battesimo nel quale sarò battezzato,

e come sono angosciato finché non sia compiuto!” (Lc 12,50)

E la meta di questo suo battesimo, della passione e morte di Gesù,

era il nostro battesimo nello Spirito,

il quale è un vero e proprio battesimo di fuoco!

Spetta a noi quindi consegnarci, consegnare al fuoco dello Spirito Santo,

consegnare alla misericordia divina la nostra memoria.

Immergere nella Misericordia ogni ricordo.

Perché ogni memoria che non è consegnata alla misericordia

è un legame, un peso… e sei sorpreso di essere bloccato sulla Via dell’Amore.

Si tratta di sottometterci alla Misericordia.

La memoria senza misericordia è una memoria che accusa,

e ci ritroviamo con un tribunale dentro di noi.

 

Poi spetta a noi consegnare alla Misericordia la nostra intelligenza.

Guardare alla realtà avendo come luce la misericordia.

La verità non appare che con la misericordia.

La giustizia separata dalla misericordia non è giusta, non è vera.

Amore e verità si incontrano…(cfr Sal 84,11)

Intelligenza è intus legere: leggere quello che sta dentro la realtà.

La leggi bene con la luce della Misericordia.

 

Infine, spetta a noi consegnare alla misericordia divina la nostra volontà.

Per giungere ad agire come Dio:

Non voglio il sacrificio, voglio La misericordia”. (cfr Mt 9,13;12,7; 1Sam 15,22; Os 6,6)

Mi impegno perché la Misericordia sia accolta, vissuta…

e sono il primo a scegliere di fare Misericordia.

Rinunciamo ad un idealismo in cui dovremmo essere perfetti, senza difetti…

non esiste!

La più alta perfezione quaggiù non è essere senza difetti,

è perdonare.

Il perdono è l’unica vittoria sul male.

 

Chiediamo questo fuoco interiore, che si diffonderà a tutto il nostro essere.

Il battesimo è un'immersione!

E Gesù è colui che ti battezza nello Spirito.

Attraverso di te manifesterò il mio splendore” (cfr Is 49,3) dice Dio al suo Servo.

Il Padre manifesta lo splendore della sua misericordia nella persona di Gesù,

che si è consacrato, Egli stesso, affinché noi fossimo consacrati nella Verità.(cfr Gv 17,19)

 

È a partire da questo fuoco interiore in ciascuno,

che ci sarà il fuoco dell’Amore tra noi,

che ci sarà il cammino verso l’unità per la quale preghiamo in questa settimana.

 

Nella seconda lettura Paolo ci parla della Chiesa

come coloro che sono stati santificati in Cristo Gesù,

ma pure come coloro che sono stati chiamati

a essere santi insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome di Gesù.(cfr 1Cor 1,2)

La Chiesa è in questo essere “santi insieme agli altri”

Non santi da soli.

La santità non è un affare individuale:

sei santo se fai santi gli altri, e se ti lasci santificare dagli altri.

Una comunità è santa se vive questo scambio con le altre comunità.

L’unità che chiediamo in questi giorni è questa unità viva.

La chiediamo in questa Eucaristia che ci immette nel Corpo Vivo di Cristo

 

 

Martedì 14 gennaio 2020 - I settimana del Tempo Ordinario - 1 Sam 1,9-20 – Mc 1,21-18 - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel


Nel santuario di Silo, oggi, vi sono un sacerdote e una donna.

Una donna, Anna, che prega,

una donna immersa nella preghiera.

Preghiera vitale, che scaturisce dalla prova della sterilità,

e dall’umiliazione ripetuta.

Una donna che grida verso Dio per ottenere un figlio,

che grida con fede…

 

E c’è un sacerdote, Eli.

Mentre ella prolungava la preghiera davanti al Signore, Eli stava osservando la sua bocca.

Anna pregava in cuor suo e si muovevano soltanto le labbra,

ma la voce non si udiva.”(1Sam 1,12-13)

Che sguardo pone il sacerdote sulla donna?

Eli la ritenne ubriaca.”(ibid.)

Il sacerdote è incapace di discernere la bellezza dell’anima della donna che prega.

Le disse Eli: "Fino a quando rimarrai ubriaca? Smaltisci il tuo vino!".

Anna rispose: "No, mio signore; io sono una donna affranta

e non ho bevuto né vino né altra bevanda inebriante,

ma sto solo sfogando il mio cuore davanti al Signore.

Non considerare la tua schiava una donna perversa”,

letteralmente una figlia di Belial,

una donna posseduta,

poiché finora mi ha fatto parlare l'eccesso del mio dolore e della mia angoscia".(1Sam 1,15-16)

E il sacerdote infine le risponde:

"Va' in pace e il Dio d'Israele ti conceda quello che gli hai chiesto." (1Sam 1,17)

 

Ma Eli colse il dono che era per lui quella donna?

Colse il dono che il Signore gli faceva

attraverso la testimonianza di fede e di preghiera di Anna?

La vita di Eli sarebbe potuta cambiare

se avesse accolto quella testimonianza?

Avrebbe scoperto la verità della preghiera oltre i riti del santuario?

Avrebbe scoperto la bellezza della reciprocità tra l’uomo e la donna,

e non avrebbe lasciato i suoi figli abusare delle donne alla porta del tempio?

Invece non si lasciò interpellare dal dono che Dio gli faceva attraverso la donna…

 

Carissimi, si tratta di mantenere il cuore aperto alla novità di Dio.

Di discernere il dono che Egli ci fa attraverso l’altro, il diverso…

 

Al Signore piace suscitare novità nella nostra vita!

Entra nella nostra vita personale e comunitaria

come già entrò nella sinagoga di Cafarnao.

Il suo entrare non fa tanto rumore,

ma quando lo lasciamo parlare,

quando facciamo spazio alla Sua Parola,

facciamo l’esperienza che “parla con autorità”, e “non come gli scribi”. (cfr Mc 1,22.27)

C’è sempre nella Parola di Gesù una novità.

Questo è il fondamento della nostra lectio divina.

Novità e autorità.

La sua Parola ci spinge fuori dal tran-tran religioso,

dal solito mercato in cui compriamo la benevolenza di Dio con un po’ di pietà religiosa.

 

Ma, se accogliamo veramente la Parola di Gesù,

allora sorge in noi una scontentezza, un fastidio,

anzi una voglia di rigetto della stessa Parola.

"Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci?

Io so chi tu sei: il santo di Dio!".(Mc 1,24)

Le forze del male sono disturbate, e quindi si ribellano…

Ci fanno credere che Gesù sia venuto per rovinarci…

 

A queste forze, a questi movimenti interiori,

bisogna rispondere non dialogando con essi,

ma opponendo ad essi la Parola di Gesù.

"Taci! Esci da lui!" (Mc 1,25)

Allora scopriamo che Gesù non è venuto per rovinarci,

bensì per rovinare l’opera di Satana

che ci imprigiona in una visione statica, chiusa, impermeabile alla grazia.

 

Carissimi, lasciamo Gesù parlare con autorità dentro di noi!

Lasciamo il Signore parlarci attraverso i fratelli, le sorelle, gli avvenimenti.

Ecco, io faccio nuove tutte le cose…” (Ap 21,5)

 

 

Domenica 12 gennaio 2020 - Battesimo del Signore - Is 42,1..7 – Atti 10,34-38 – Mt 3,13-17 - Badia Fiorentina - fr.Antoine-Emmanuel

 

Per cogliere tutta la ricchezza di questo Vangelo,

bisogna, credo, partire da quello che precede,

ossia dalla vita di Giovanni Battista, come l’evangelista Matteo ce la presenta.

 

È una vita tutta orientata, centrata, sull’arrivo del Messia.

Tutto in Giovanni è orientato verso la venuta del Messia:

egli è la “Voce che grida nel deserto

invitando a preparare la via del Signore.(cfr Mt 3,3)

Il suo andare nel deserto, la grande austerità della sua vita,

e la stessa predicazione tutto è centrato sul Messia che viene.

Non lo fa da dilettante: è la sua vita.

 

E come annuncia, come presenta il Messia?

Presenta la sua venuta come l’ora del giudizio, del fuoco.

Ogni pianta che non porta frutto sarà tagliata.

Il frumento, lo raccoglierà nel granaio,

ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile.” (Mt 3,12)

 

Il Messia, lo presenta poi come colui che è “più forte di me”:

sarà l’uomo rivestito della forza di Dio.

E un santo, il Santo: Giovanni non è degno neanche di togliergli i sandali.

Il che era un gesto che neanche un servitore ebreo poteva fare,

ma solo uno schiavo pagano.(cfr Mt 3,11)

In una parola, il Messia battezzerà nello Spirito di Dio, e ciò sarà un fuoco!

Sarà distrutto tutto ciò che non è secondo Dio

 

Ebbene, Giovanni Battista finora non conosceva Gesù di Nazareth.

Lo dice egli stesso: “Io non lo conoscevo”.(Gv 1,31.33)

Il che può essere inteso nel senso che non lo conosceva affatto

oppure che non conosceva il mistero del suo essere, della sua missione.

 

Ora, oggi, Gesù arriva sulla sponda del Giordano,

e Giovanni Battista lo riconosce.

Riconosce in lui il Messia tanto atteso.

 

Allora è chiaro per Giovanni che

a Gesù egli deve chiedere il battesimo di fuoco:

Ho bisogno di essere battezzato da te (Mt 3,14), gli dice infatti.

 

Perché?

Giovanni non è stato santificato in modo eccezionale fin dal grembo materno?

Sì, appunto! E, perciò, ha il senso della grandezza di Dio,

e a Dio rimette ogni giudizio.

E quindi vuole passare per il fuoco,

vuole sottomettersi al fuoco del Messia di Dio.

Tutti vengono a lui, ma lui vuole sottomettersi al Messia di Dio.

 

E cosa avviene? Una inversione.

Gesù chiede a Giovanni Battista una inversione radicale.

Non uno spostamento interiore nelle sue convinzioni,

bensì una inversione, una rivoluzione.

Gesù gli chiede il battesimo nell’acqua!

Non ha senso!

Il battesimo nell’acqua è per i peccatori,

la confessione dei peccati è per i peccatori.

È un segno di conversione per rompere col peccato,

per non essere bruciati vivi dal fuoco del Messia.

 

E il Messia chiede, Egli stesso, questo battesimo!

Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?(Mt 3,14)

Aphès arti risponde Gesù,

usando il verbo “aphìemi” che significa liberare, lasciare andare, perdonare;

è tutto l’opposto del tenere, del custodire per sé, dell’imprigionare.

Ora, lascia fare!”

Ora, rinuncia a essere tu padrone della situazione!

Il momento è venuto per te di disfarti dei tuoi giudizi a priori, delle tue convinzioni,

perché conviene per noi adempire pienamente quello che è giusto,

adempiere pienamente la volontà del Padre. (cfr Mt 3,15)

 

Per Giovanni è un'inversione, una rivoluzione,

una rinuncia interiore immensa!

Capovolge tutto il suo modo di essere perde tutto!

 

Se il Messia scende nell’acqua per un rito penitenziale,

dov’è la scure? Dov’è il fuoco?

 

E avviene una cosa straordinaria:

Aphièsin auton”, lo lascia fare.

Giovanni lascia Gesù fare,

non imprigiona Gesù nelle proprie convinzioni.

Perde tutto per Gesù, e battezza Gesù!

Battezza il Messia,

conferisce al Messia di Dio il rito di penitenza dei peccatori.

Sbaglio? Errore? Bestemmia?

Non ha il tempo di pensarci, perché Dio dà subito un segno chiaro, indiscutibile.

Giovanni aveva sentito in cuor suo:

Colui sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito,

è lui che Battezza nello Spirito Santo. (Gv 1,33)

Ora, questo, lo vede!

Vede la grande colomba scendere e rimanere sopra Gesù.

La colomba significa nella Genesi la fine del diluvio,

la fine della punizione del peccato,

la fine dell’espiazione del peccato.

Oggi viene la colomba, perché ormai c’è qualcuno che prende su di sé il peccato.

Lo espia Lui.

Lo prende su di sé Lui.

Ed è questo il senso dello scendere di Gesù nell’acqua insieme ai peccatori.

E Giovanni lo chiamerà ormai l’Agnello (Gv 1,29.36),

la vittima del sacrificio che libera l’umanità dal peccato.

 

Carissimi, ci voleva questa inversione!

La verità si scopre quando si acconsente ad un capovolgimento radicale,

anche delle nostre più belle convinzioni.

 

Ricordatevi di Pietro.

Voleva impedire a Gesù di prendere la via della Croce.

Va dietro a me!” (Mc 8,33; Mt 16,23), gli dice Gesù.

 

Non voleva che Gesù gli lavasse i piedi.

Mai mi laverai i piedi, per l’eternità!” (Gv 13,8)

Se non ti lavo io, non potrai partecipare alla mia vita”, risponde Gesù.

 

Ricordatevi di Tommaso.

Non voleva credere che Gesù fosse risorto.

Metti la mano nel mio costato…”

E non essere incredulo, ma credente.” (Gv 20,27).

 

Anche noi siamo chiamati ad acconsentire a questo capovolgimento,

cioè, come Giovanni, a lasciare Gesù fare;

a lasciare Gesù essere Colui che è.

Egli è il Servo sostenuto da Dio.

che porterà il diritto alle nazioni.

Come?

Non griderà ne alzerà il tono,

non farà udire in piazza la sua voce,

non spegnerà una canna inclinata ,

non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta.” (Is 42,2-3)

 

La salvezza del mondo non viene attraverso la violenza delle armi,

ma attraverso la mitezza di Cristo.

L’unica vittoria sullo tsunami continuo del male

è la mitezza di Cristo.

E non verrà meno e non si abbatterà finché non avrà stabilito il diritto sulla terra.” (Is 42,4)

 

Giovanni Battista diceva che il Messia avrebbe battezzato col fuoco:

un fuoco che avrebbe bruciato tutto ciò che non era secondo Dio.

Sì!

Questo fuoco è più potente di tutte le forze del male,

più potente di tutte le armi nucleari.

È il fuoco dell’amore divino.

Ma è inseparabile dalla mitezza.

Beati i miti, perché avranno in eredità la terra.” (Mt 5,5)

 

Oggi, Gesù passa beneficando

e risanando tutti coloro che stanno sotto il potere del diavolo,

perché Dio è con lui(At 10,38) abbiamo sentito nella seconda lettura.

Oggi Gesù passa in mezzo a noi,

e ci invita a disarmare, a lasciarlo fare,

a permettere alla sua mitezza e al suo amore di convertire i nostri cuori.

Passa in mezzo a noi e si consegna nell’Eucarestia,

per battezzarci nello Spirito Santo.

È un nuovo battesimo, un'inversione del nostro modo di pensare,

un'immersione nell'amore mite e umile che salva il mondo

 


lunedi 6 gennaio 2020 - Epifania del Signore
- Is 60,1-6 – Ef 3,2..6 – Mt 2,1-12 - Badia Fiorentina - fr.Antoine-Emmanuel

 

Celebriamo oggi, con grande gioia, la festa dell’Epifania del Signore,

la sua manifestazione.

Una festa piena di luce!

Ma, allora, dimentichiamo la tensione terribile del mondo contemporaneo?

Con quello che sta avvenendo in Iran e Iraq in questi giorni

Celebriamo la Liturgia per dimenticare quello che avviene nel mondo?

La religione sarebbe “oppio del popolo”?

 

Oppure questo Vangelo ha qualcosa da dirci nell'oggi del mondo,

quest’oggi pesantissimo di minacce?

 

Leggiamo insieme questo Vangelo.

I magi, degli scienziati convenuti dall’Oriente,

videro spuntare una stella,

una stella nuova, una stella imprevedibile.

 

Riconobbero che questo spuntare significava la nascita del Messia,

del re atteso dai Giudei.

E, vista la grandezza del segno, si misero in cammino,

e questi scienziati, ricchi, visti i regali, ed umili,

seguirono la stella.

Ebbero la stella come guida durante il loro lungo percorso.

 

Ma quando arrivarono a Gerusalemme,

la stella non era più visibile, non brillava su Gerusalemme.

Come mai? Perché la stella non brillava su Gerusalemme?

C’erano dei santi a Gerusalemme:

il vecchio Simeone, la vedova Anna che pregava nel tempio

C’erano dei poveri, amati da Dio, come il cieco nato,

degli anawim, dei piccoli


Ma la stella poteva brillare sulla città

che era pure il centro nevralgico

di un potere civile, e poi religioso, così chiusi alla manifestazione di Dio?

Questi ladri e briganti di cui avrebbe parlato Gesù,

che non entrano nel recinto delle pecore dalla porta ma vi salgono da un’altra parte,

per appropriarsi delle persone e non per servirle… (cfr Gv 10,1).

Questi capi dei sacerdoti e quelle autorità che, più tardi,

avrebbero consegnato Gesù per farlo condannare a morte e crocifiggerlo (cfr. Luca 24,20).

Davvero", diranno i primi discepoli dopo la Risurrezione,

in questa città Erode e Ponzio Pilato

con le nazioni e i popoli di Israele

si sono alleati contro il tuo santo servo Gesù che tu hai consacrato.” (Atti 4,27)

 

Infatti, quando quegli scienziati umili chiesero:

Dov'è colui che è nato, il re dei Giudei?

Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo.”

All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme." (Mt 2,2-3)

Furono turbati,

poi cercarono nelle Scritture

e trovarono la risposta esatta, giustissima: “A Betlemme".

 

Ma nessuno si mosse!

C’era un'inerzia, una chiusura terribile,

un attaccamento smisurato al potere.

L’unica decisione fu quella di Erode, un po’ più tardi:

uccidere il neonato.

Per paura di un neonato

 

Invece gli scienziati pagani si rimisero in cammino.

E la stella di nuovo apparve.

Al vedere la stella provarono una gioia grandissima.” (Mt 2,10)

E la stella indicò con precisione

non un palazzo civile o religioso ma una casa.

Solo una casa…

Non trovarono né maggiordomo, né milizia, né corte, né una grande cerimonia:

Videro il bambino con Maria sua madre”.(Mt 2,11)

 

Ed ecco come un padre della Chiesa, San Pietro Crisologo,

racconta quello che avvenne nella casa:

 

«Oggi i magi si stupiscono di scoprire glorioso nelle sue fasce colui che era rimasto a lungo nascosto nel cielo, invisibile.

 

Oggi i magi guardano con profondo stupore quello che vedono davanti ai loro occhi: il cielo sulla terra, la terra nel cielo ; l'uomo in Dio, Dio nell'uomo ; e colui che il mondo intero non può contenere, racchiuso nel corpo di un bambino ! E appena lo vedono, proclamano senza indugio la loro fede, offrendo i loro doni simbolici : con l'incenso lo confessano Dio ; con l'oro, lo riconoscono re ; con la mirra, annunciano la sua morte futura.

 

Così i pagani, che erano gli ultimi, diventano i primi ; perché la venuta dei pagani alla fede ha inizio con la fede dei magi »

 

Com’è impressionante la fede di questi scienziati pagani!

Com’è impressionante la complementarietà dei loro doni

per confessare il mistero di Gesù…

 

Carissimi cosa vediamo, cosa leggiamo in questo Vangelo?

Che Dio è capace di accendere la fiamma dell’amore, della fede nel cuore degli uomini,

anche dei più lontani dalla sorgente più immediata della Rivelazione.

Dio è capace di capolavori nei cuori degli uomini, oltre ogni frontiera…

Per Dio non ci sono lontani…

Le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità,

a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa

per mezzo del Vangelo,

ci dice oggi l’Apostolo Paolo. (Ef 3,6)

 

Questo ci dà la certezza che su tutta la faccia della terra c’è tanta santità seminata nei cuori.

 

Sul potere che semina violenza non brilla la stella.

Ma Dio continua e continuerà ad accendere amore e fede umile

in tanti uomini di buona volontà, capaci di aprirsi alla novità di Dio

e di inginocchiarsi dinanzi all’infanzia di Dio.

Dio continua e continuerà a rendere possibile il suo grande capolavoro

che è l’amore reciproco.

 

La stella di Dio non brilla sui poteri, siano essi musulmani o cristiani,

che seminano la violenza,

ma brilla in tanti cuori che camminano

E conduce a Gesù, venuto a portare la vittoria su ogni male e sulla stessa morte,

guidandoci alla certezza che la violenza non avrà l’ultima parola,

e che la guerra non produce che distruzione e morte, come diceva ieri Papa Francesco.

 

Si, fratelli e sorelle, la Scrittura aveva qualcosa da dirci su quest'oggi.

 

*

 

E a noi, qui in Badia, questo Vangelo ha qualcosa da dire?

Credo che ci interroghi!

Se noi siamo fermi, attaccati alle nostre sicurezze, alle nostre abitudini,

allora la stella su di noi non brillerà.

Pur avendo tutta la scienza delle scritture e della tradizione monastica,

se siamo attaccati alle nostre vie, alle nostre abitudini,

la stella non brillerà.

Crederemo di essere nella luce ma saremo soltanto nella nostra luce.

 

Perché Dio è sempre all'opera, prende l'iniziativa,

va in cerca dei suoi figli,

anche in questo tempo, specialmente in questo tempo.

E ci chiede di essere all’erta, attenti ai segni dei tempi,

liberi dai nostri poteri,

per incamminarci, appena la stella ci invita ad alzarci.

Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce…!” (Is 60,1)

 

Ed, oggi con grande gioia, accogliamo come catecumena Bianca.

Tu, Bianca, durante i tuoi studi di filosofia,

ti sei messa in ricerca della verità,

della vera felicità

La stella ti ha raggiunto,

poi si è resa più visibile nella testimonianza

di tuo padre e di Daniela e di chi viveva le "10 Parole" ed eccoti

a muovere gli ultimi passi che ti porteranno al Battesimo nella notte di Pasqua.

 

 

 

Dimanche 5 janvier 2020 - 2ème dimanche après Noël (Italie) - Si 24,1-16; Ps 147; Ep 1,1-18; Jn 1,1-18 - Badia Fiorentina - frère Jean-Christophe


 

Le Prologue de saint Jean nous plonge au cœur du mystère du Verbe, la Parole de Dieu.

Il nous est dit tout d’abord que la Parole de Dieu est au commencement.

Dans un sens plus large que le sens temporel, nous pouvons comprendre que la Parole de Dieu est au principe.

Elle est principe de toute chose.

Il n’y a pas de vie sans don de la Parole.

Elle est fondement de toute la création.

N’est-ce pas par sa Parole que Dieu changea le chaos initial en cosmos ?

La Parole donnée crée et sépare : la lumière et les ténèbres, le ciel et la terre, la mer et la terre ferme, le jour et la nuit.

La Parole recrée dans l’harmonie.

Elle relie le créé à Celui qui est la Vie, à Dieu lui-même.


Ensuite, Jean nous dit que le Verbe est Dieu lui-même.

La Parole de Dieu est Dieu même.

Rien d’autre que lui-même peut dire Dieu… sinon il ne serait pas Dieu !

Seul Dieu peut parler de lui.

Dieu parle pour nous dire qui il est.

Dieu parle pour se donner, pour se livrer à nous.

Sa Parole est puissante puisqu’elle est Dieu même.

Elle donne la vie, guérit l’homme, féconde la terre.

La vie de Dieu se communique par le don de sa Parole.

« La parole qui sort de ma bouche ne me revient pas sans résultat », dit Dieu par le prophète Isaïe (Is 55,11).

 

Saint Jean continue : « Le Verbe était la vraie lumière qui éclaire tout homme en venant dans le monde. »

La lumière de la Parole de Dieu s’est faite révélation.

Dieu a transmis sur des tables de pierre les dix commandements.

Il a dicté les préceptes du triple amour de Dieu, du prochain et de soi-même (Lv 19,18 ; Dt 6,4).

Dieu enseigne les voies de la justice et de la sagesse.

Dieu, que nul ne peut voir et que personne n’entend, est un vrai pédagogue.

Il parle incessamment au cœur de l’homme.

Dieu éclaire l’intérieur de l’homme par sa Parole.

« La parole est tout près de toi ;

elle est dans ta bouche et dans ton cœur pour que tu la mettes en pratique » (Dt 30,14).

 

A tous ceux qui ont accueilli le Verbe de Dieu, « il leur a donné de pouvoir devenir enfants de Dieu » (Jn 1,12).

Saint Jean nous précise par là que la Parole de Dieu est engendrement.

La première naissance est charnelle.

La deuxième est spirituelle.

Elle fait « naître d’en-haut » (Jn 3,7).

Il ne s’agit pas de minimiser la première par rapport à la seconde mais de découvrir que l’une trouve son achèvement dans l’autre.

La Parole de Dieu est ce « glaive à double tranchant » (He 4,12) qui fraye un chemin à l’Esprit dans notre chair.

La Parole de Dieu fait passer du désordre de nos existences à une vie ordonnée à l’action de l’Esprit.

Elle « filialise » notre être. (Si cela ne se traduit pas en italien, on enlève !)

Nous devenons un être nouveau, enfant de Dieu, né de Dieu.


Saint Jean arrive alors à la révélation plénière du salut.

L’Evangile va plus loin que tout ce qui nous est dit dans la première Alliance.

La Parole de Dieu, c’est quelqu’un.

En Jésus le Christ, la Parole de Dieu s’est incarnée.

« Et le Verbe s’est fait chair et il a demeuré parmi nous » (Jn 1,14).

La Parole de Dieu s’est inscrite dans la réalité humaine.

Jésus dit Dieu par ce qu’il dit et par ce qu’il est.

Vivre de « toute parole sortie de la bouche de Dieu » (Mt 4,4), c’est vivre de Jésus, la Parole incarnée.

Voilà la grande nouveauté.

Suivre Jésus, c’est découvrir Dieu.

Garder sa Parole, c’est vivre une rencontre intérieure avec Dieu.

« Si quelqu’un m’aime, il gardera ma parole, et mon Père l’aimera et nous viendrons vers lui et nous nous ferons une demeure chez lui » (Jn 14,23).

 

Le Père fait de nous ses fils, en sorte que fils dans le Fils, nous devenons cohéritiers du Christ.

Celui qui entend cette Vie divine parler en lui entend le murmure de sa propre naissance.

Chers frères et sœurs, un peu plus loin dans l’Évangile, Jésus dira :

« Celui qui écoute ma parole et qui croit en celui qui m'a envoyé a la vie éternelle » (Jn, 5, 24).

Dès lors qu’on accueille sa Parole, qu’on la médite, qu’on la laisse vivre en nous, que nous acceptons de nous recevoir d’elle alors nous naissons à nous-même.

Nous entrons dans cette vie divine que Jésus est venu nous révéler.

 

Dans cette Eucharistie, laissons-nous engendrer par la Parole de Dieu.

Devenons ce que nous sommes en Dieu depuis toute éternité.

Soyons saints et immaculés en sa présence dans l’amour.

 

 


venerdì 3 gennaio 2020 - Feria dopo Natale - Santo Nome di Gesù -
1 Gv 2,29 – 3,6 – Gv 1,29-34 - Badia Fiorentina - fr. Antoine-Emmanuel


 

Al Divino lottatore che combatté con Giacobbe tutta la notte,

Giacobbe chiese:

Svelami il tuo nome

Gli rispose: “Perché mi chiedi il nome?”

E qui, lo benedisse.” (Gn 33,30)

 

A Mosè che Dio incontrò al Roveto ardente dopo 40 anni di deserto,

Dio disse: “Io ti mando dal faraone. Fa' uscire dall’Egitto il mio popolo!”

Mosè disse a Dio: “Ecco io vado dagli Israeliti e dico loro:

Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi.”

Mi diranno: “Qual è il suo nome?”

E, io, che cosa risponderò a loro?” (Es 3, 10.13)

E la risposta fu un nome non pronunciabile, misterioso…


All’Angelo del Signore che gli apparve

per annunciargli la nascita di Sansone,

Manoach chiese:Come ti chiami perché ti rendiamo onore

quando si sarà avverata la tua parola?”

L’Angelo del Signore gli rispose:

Perché mi chiedi il mio nome? Esso è misterioso!” (Gdc 13,17-18)

 

Quanto vorremmo conoscere il nome di Dio con noi,

di Dio presente nella nostra storia…

 

È così prezioso conoscere il nome dell’altro,

il nome di Dio con noi…

Conoscere il nome è già ricevere l’altro in cuor nostro.

Conoscere il nome è la primizia dell’amore.

 

E venne il Giorno in cui si conobbe il Nome!

A Maria fu rivelato dall’angelo Gabriele:

E lo chiamerai Gesù.” (Lc 1,31)

E pure a Giuseppe, quando nel sogno sentì:

E tu lo chiamerai Gesù.” (Mt 1,21)

Nome prezioso, preziosissimo,

Nome adorabile…

 

Il Cantico dei Cantici inizia con questo versetto:

Aroma che si spande è il tuo nome,

per questo le ragazze di te si innamorano. (Ct 1,3)

Il nome dell’amato è come aroma che si spande,

il nome dell’amato è come una fragranza, un profumo delizioso,

di cui la diletta ha un desiderio immenso.
 

E la Diletta Chiesa di Dio ha un desiderio immenso del nome di Gesù.

E noi oggi riceviamo in cuor nostro il Nome.

Il santo Nome di Gesù: Dio salva

Egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati(Mt 1,21)

 

Ed è appunto quello che Giovanni Battista confessa oggi dinanzi ai suoi discepoli.

Vede Gesù venire verso di lui e dice:

Ecco l’agnello di Dio”.(Gv 1,29)

Ci sarà quindi un sacrificio,

ed è Dio stesso che offre l’agnello.

che porta l’agnello per il sacrificio.

E l’agnello è colui che toglie il peccato del mondo.

Nel vocabolario di San Giovanni toglie significa qui

portare via, far scomparire, il peccato.

 

In lui si adempie la profezia di Geremia che recita così:

In quei giorni e in quel tempo, oracolo del Signore,

si cercherà l’iniquità d’Israele,

ma essa non sarà più.

Si cercheranno i peccati di Giuda, ma non si troveranno

perché io perdonerò al resto che lascerò.” (Ger 50,20)

È una cosa incredibile: l’iniquità non sarà più,

i peccati non si troveranno più,

non per qualche effetto magico, ma perché c’è un agnello, Gesù,

che prende su di sé tutto il peccato del mondo.

 

Lo dice oggi Giovanni pure nella sua prima lettera:

Voi sapete che Egli si manifestò per togliere i peccati

e che in lui non c’è peccato

E aggiunge: “Chiunque rimane in lui non pecca.

Chiunque pecca non l’ha visto né lha conosciuto.” (1Gv 3, 5-6)

Ecco l’invito forte di oggi: rimanere in lui,

rimanere in Gesù, accogliendo in noi il suo Nome e quindi la sua persona.

Perché Egli viene, come ci dice Giovanni Battista, per battezzarci nello Spirito”.

Non è più solo il battesimo nell'acqua del Battista:

è una vita nuova nella grazia.

 

La fragranza del Nome suo è quella di una vita nuova,

della vita di Gesù in noi e tra noi,

al punto che San Giovanni può scrivere:

Fin d’ora siamo figli di Dio.” (1Gv 3,2)

Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio,

e lo siamo realmente.” (1Gv 3,1)

Non simbolicamente, non figurativamente, ma realmente.

 

Ma sei pronto a far spazio dentro di te al Nome di Gesù?

Aprimi, sorella mia, mia amica, mia Colomba, mio tutto;

perché il mio capo è madido di rugiada,

i miei riccioli di gocce notturne”. (Ct 5,2)

Apri il tuo cuore al mio Nome!

 

Tanti nomi abitano il nostro cuore,

ma solo il nome di Gesù può unificare la nostra vita,

solo il nome di Gesù può dare salvezza alla nostra vita.

Tutto ciò che non sarà consegnato al nome di Gesù sarà perso.

Tutto ciò che al nome di Gesù sarà offerto

sarà purificato e salvato.

 

Non vi è infatti sotto il cielo altro nome dato agli uomini

nel quale è stabilito che noi siamo salvati.” (Atti 4,12)