Sito delle Fraternità

Evangeliche di

Gerusalemme di

Firenze

                                            Omelie anno2020

Santa Maria Assunta nella Badia Fiorentina

   

 

mercoledì 18 novembre 2020 - XXXIII settimana del T.O. - Ap 4,1-11 – Lc 19,11-28 - Badia Fiorentina - Fr. Antoine-Emmanuel


Ritroviamo di nuovo la Parabola dei talenti,

ma, questa volta, nel Vangelo di Luca,

che ci parla del dono di Dio offertoci in Gesù

come delle “mine”, delle monete d’oro.


Riascoltare la stessa parabola, o quasi, a tre giorni di distanza

è un invito ad approfondirne il senso…

 

Vorrei partire dal Prologo di San Giovanni, che ci parla

del dono di Dio, rappresentato nella parabola

dai lingotti d’argento o dalle monete d’oro:

Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia.

E precisa:

Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè,

la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. (Gv 1,16-17)

 

Nella Prima Alleanza, il dono è la Legge:

al credente vengono affidate come delle monete sacre,

che sono i comandamenti.

Si devono accogliere quei comandamenti, quelle monete,

e farle fruttificare attraverso l’obbedienza concreta ai comandamenti:

Ora, Israele, ascolta le leggi e le norme che io vi insegno,

affinché le mettiate in pratica, perché viviate ed entriate in possesso della terra

che il Signore, Dio dei vostri padri, sta per darvi. (Dt 4,1)

 

Nella Nuova Alleanza, le monete sacre a noi affidate sono, oltre ai comandamenti,

il dono che Gesù ci fa al momento di partire per un grande viaggio,

ossia quando passa dal mondo al Padre (cfr Gv 13,1):

sono, ci dice Giovanni nel Prologo, “la grazia e la verità”.


Nel Vangelo di Luca, il dono della Grazia e della Verità

è offerto in modo uguale a ciascuno.

A ciascuno una moneta d’oro…

Il terzo servo, quello che si chiude nella paura e nasconde il denaro,

non è quindi uno che abbia ricevuto di meno…

Gregorio Magno, commentando la parabola di Matteo,

identifica il terzo servo con coloro che “pur ritenendosi peccatori,

non si decidono ad affrontare le strade della santità.”

E fa l’esempio del primo degli Apostoli, Pietro,

quando, dopo la prima pesca miracolosa, dice a Gesù:

Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore”1

Quanto a San Giovanni Crisostomo, commentando lo stesso versetto, scrive:

Chi ha la grazia della parola e dell’insegnamento per giovare agli altri

e non se ne serve,

perderà anche la grazia.”2

Preziosa è la parabola nel racconto di Maria Valtorta,

in cui, se i primi due servi hanno ricevuto dieci o cinque lingotti d’argento,

il terzo ha ricevuto un lingotto d’oro.

 

Il terzo servo non è quindi uno sprovveduto, di classe inferiore…

 

Ma, il fatto di aver ricevuto tanto in questa vita

non assicura di essere premiati… anzi!

Si può aver ricevuto tanto,

ma essere interiormente chiusi nella propria paura di Dio,

al punto di seppellire il dono di Dio…

 

Ora, noi, qui, abbiamo ricevuto tanto.

Ma tanto…

Nel contesto di pandemia, di crisi, anche spirituale, immane che viviamo,

in mezzo a tanta disperazione,

noi siamo, per quanto riguarda la speranza, dei miliardari …

E guai a noi se non facciamo degli assegni,

se non facciamo fruttificare il dono ricevuto…

 

Nella parabola di Luca, possiamo pure sottolineare un altro aspetto.

Un uomo di nobile famiglia partì per un paese lontano,

per ricevere il titolo di re e poi ritornare.”(Lc 19,12),

ci racconta Luca.

La partenza di Gesù, il Suo passare dal mondo al Padre

e la lunga attesa del Suo ritorno in Gloria

ci sono presentati come il “viaggio” necessario per ricevere la Regalità.

La morte in Croce di Gesù, la Sua Risurrezione, la Sua Ascensione,

la Pentecoste e tutto il tempo che ci separa dal Suo ritorno in Gloria,

costituiscono la Sua intronizzazione eterna.

Poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre,

dopo avere ridotto al nulla ogni Principato e ogni Potenza e Forza.

È necessario infatti che egli regni

finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi.” (1 Cor 15,24-25)

 

Nella parabola di Luca, qual è il dono fatto ai servi

che hanno fatto fruttificare la moneta d’oro,

chi dieci per uno, chi cinque per uno?

Ricevi il potere sopra dieci città" dice l’uomo di nobile famiglia al primo.

E al secondo: "Tu pure sarai a capo di cinque città". (Lc 19,17.19)

Il Re quindi condivide il Suo Regno con quei servi.

 

E qui scopriamo una realtà splendida:

perché Gesù ci affida i suoi doni quaggiù sulla terra?

Per poter condividere con noi il Suo Regno eterno!

Il Suo desiderio, la sua mèta è che regniamo con Lui.

Ogni dono di “grazia” e di “verità” è come una promessa di gioia regale eterna!

Ogni dono è già un invito alla Liturgia celeste

che l’Apocalisse ci ha fatto contemplare!

Perché anche noi possiamo prostrarci “davanti a Colui che siede sul trono,

adorare Colui che vive nei secoli dei secoli

e gettare le nostre corone davanti al trono, dicendo:

«Tu sei degno, o Signore e Dio nostro, di ricevere la gloria, l'onore e la potenza,

perché tu hai creato tutte le cose, per la tua volontà esistevano e furono create».”

(cfr Ap 4,10-11)


E chi ha fatto fruttificare tanto la Grazia e la Verità che gli sono state affidate,

chi si avvicina alla morte avendo accolto con più amore il Divino Amore,

sarà eternamente colmato di gioia in quella stessa misura!

La vita presente ci è data per allargare il cuore

per ricevere con maggiore capacità l’eterna gioia…

Più ami ora, più amerai lassù!


 

1 cfr Omelia su Vangeli 9,3

2 Omelia sul Vg di Mt 78,3

 

 

Domenica 15 novembre 2020 - XXXIII Domenica del T.O. - Pr 31,10..31 – 1Ts 5,1-6 – Mt 25,14-30 - Badia Fiorentina  - Fr. Antoine-Emmanuel


 

Non c’è nessun dubbio che Gesù ci fa

dei doni particolari per questo tempo di pandemia.


 

Meditando il Vangelo odierno, mi è tornata in mente la domanda

che San Giovanni Paolo II rivolse

ai fedeli francesi nella sua omelia, il 1° giugno 1980, nei pressi di Parigi:

“France, Fille aînée de l’Eglise, es-tu fidèle aux promesses de ton baptême ?

Sei fedele alle promesse del tuo Battesimo?

Che tradurrei oggi in questi termini: “Cos’hai fatto del dono di Dio?”

È la domanda che ci pone la parabola.

 

Si parla di un padrone che, partendo per un viaggio (Mt 25,14),

chiama i suoi servi e consegna loro i suoi beni,

poi, dopo molto tempo, ritorna.

Chi “parte per un viaggio” e consegna i suoi beni? Gesù!

Gesù che passa dal mondo al Padre (cfr Gv 13,1) e ci lascia i suoi beni.

I talenti”, che erano dei lingotti d’argento di 27 kg,

stanno qui a simboleggiare il dono che Gesù ci fa nella Sua morte e risurrezione.

 

Alla vigilia della Sua Passione, Gesù ci parla del dono della Sua gioia (Gv 15,11;16,22.24),

della Sua pace (Gv 14,27; 16,33),

del Suo Corpo e del Suo Sangue (Mt 26,26-28; Mc 14,22-24; Lc 22,19-20; 1Cor 11,23-25),

del dono del Paraclito (Gv 14,16-17; 26; 15,26; 16,7.13),

del dono di Sé stesso….


Sono dei doni che hanno qualcosa in comune con la finanza!

Se li investi, producono un guadagno,

si moltiplicano.

Più ne vivi, più crescono in te.

Più li condividi, più sono abbondanti.

Più rendi grazie a Dio per essi, più ne gioisci.

Prendiamo l’esempio della pace che ci dona Gesù

nel Giorno in cui passa dal mondo al Padre:

Vi lascio la pace, vi do la mia pace.

Non come la dà il mondo, io la do a voi.

Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. (Gv 14,27)

Più accogliamo questa pace, questa riconciliazione con il Padre,

più essa diviene profonda in noi e trasforma la nostra vita.

Più la condividiamo con gli altri, offrendo riconciliazione e misericordia,

più questa pace diviene reale, penetra nella nostra vita.

Più rendiamo grazie a Dio per essa, più l’accogliamo per quello che è,

un dono essenzialmente gratuito di Dio, più il Signore ce la dona.

 

Questo dono, questi doni, Gesù ce li concede,

a ciascuno secondo la sua “dinamis”, la sua capacità.

Perché non fa mai a nessuno un dono che la sua natura non possa accogliere.

Il Signore è attento a chi siamo.

La grazia non elimina la natura, e nemmeno la schiaccia.

La Grazia divina non annulla, ma suppone e perfeziona la natura umana.”

dice San Tommaso d’Aquino.

E “abbiamo doni diversi secondo la grazia data a ciascuno di noi.” (Rm 12,6)

scrive l’Apostolo Paolo.

 

Ma quando abbiamo ricevuto questi doni di Gesù?

Quando abbiamo ricevuto i doni della Sua Pasqua?

Senza dubbio nel Battesimo

che ci ha immersi in Cristo.

Ma anche in ogni Eucarestia!


Oggi, questa Parabola si compie.

Oggi, Gesù elargisce a ciascuno il Suo dono,

la Sua grazia,

Oggi Gesù ci dà uno, due, cinque talenti…

secondo quello che possiamo accogliere e far fruttificare.

E non chiederà il frutto di cinque talenti a chi ne ha avuto uno!


Gesù ci fa questi doni del Suo Amore con un’attesa, un Suo desiderio:

che li facciamo fruttificare, per poter farci entrare nella Sua gioia eterna (cfr Mt 25,21.23),

per affidarci un dono immensamente più grande

che è la vita eterna, la Sua vita eterna.

I doni sono fatti per portarci e portare gli altri nella eterna gioia di Dio.

 

*

 

Cosa farai dei doni che riceverai in questa Eucarestia?

Se hai paura di Dio,

se hai di Dio un’idea sbagliata, l’idea di un tiranno ingiusto,

appena uscito dalla messa,

farai una buca nel terreno e vi nasconderai il dono.

 

Se invece hai intravisto che, in ogni dono,

c’è tutto l’Amore di Dio,

che si consegna a te,

e, attraverso di te, vuole consegnarsi agli altri,

cosa farai?

Subito, colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli,

e ne guadagnò altri cinque.” (Mt 25,16)

Subito

Per la gioia di poter essere strumento di quell’amore che vuole irrigare la terra,

di quel fuoco che Gesù vuole gettare sulla terra. (cfr Lc 12,49)

 

*

 

Ma, questi doni di Gesù, questi “carismi” del Suo Spirito Santo,

non sono dei doni slegati da quello che vivi e da quello che vive il mondo.

Sono dei doni per far fruttificare l’Amore nel mondo di oggi.

Non c’è nessun dubbio che Gesù ci faccia

dei doni particolari per questo tempo di pandemia.

  • A chi è malato, Gesù vuole donare la grazia di vivere il covid con Lui,

unito a Lui.

  • A chi si ritrova senza lavoro, Gesù vuole fare il dono

della sopportazione, della comunione alle sue umiliazioni,

e il dono di credere nella divina Provvidenza e di accoglierla.

  • A chi è non è malato e non ha gravi difficoltà materiali,

Gesù certamente vuole fare anche a lui grandi doni:

Ne elencherei cinque!

 

Il dono della fede nella vittoria pasquale di Gesù,

per invocare questa vittoria affinché

siano fermati sia la pandemia del covid

che la pandemia della paura e del totalitarismo in atto.

 

Il dono della compassione per trovare il modo di farsi vicino a chi soffre

per portargli la tenerezza e la forza di Gesù.


Il dono della speranza

per illuminare le ombre del mondo chiuso con la certezza della vita eterna.

 

Il dono della Chiesa, della Chiesa nella Sua unità attorno al Successore di Pietro

- senza lasciarsi ingannare dai cattolici che da un po’ di tempo

hanno iniziato a calpestare la fede in Gesù, rifiutando Papa Francesco.


E il dono di Maria,

dono sempre rinnovato della Regina che l’Apocalisse ci dipinge

come Regina del Cielo,

ma anche come la donna che oggi soffre,

la donna che oggi partorisce la vita di Gesù, in un mondo che rigetta Dio.

 

Gesù non ci abbandona in mezzo alla pandemia.

Può sembrare che dorma, ma Egli è nella barca con noi.

E ci dona tutto ciò di cui abbiamo bisogno.

 

Ma, cosa abbiamo fatto dei doni di Gesù?

Dall’inizio della pandemia, abbiamo accolto la Grazia?

Oppure la paura ci ha fatto chiudere le porte?


È la paura che ci impedisce di accogliere il dono di Dio

e di farlo fruttificare in favore degli altri.

La paura è un inganno, una trappola dell’Avversario.

La paura e la pigrizia, dice Gesù oggi,

parlando del “servo malvagio e pigro.”(Mt 25,26)

Non a caso la liturgia ci ha fatto sentire il ritratto della donna forte,

della donna santa che “Si procura lana e lino e li lavora volentieri con le mani. (Pr 31,13)

Che “Stende la sua mano alla conocchia e le sue dita tengono il fuso.

Apre le sue palme al misero, stende la mano al povero. (Pr 31, 19-20)

Niente pigrizia, ma la gioia di mettersi a servizio dei poveri.
 

Scrive Papa Francesco nel suo messaggio

per la Giornata dei poveri che celebriamo oggi:

“Sempre l’incontro con una persona in condizione di povertà ci provoca e ci interroga.

Come possiamo contribuire ad eliminare o almeno alleviare

la sua emarginazione e la sua sofferenza?

Come possiamo aiutarla nella sua povertà spirituale?

La comunità cristiana è chiamata a coinvolgersi

in questa esperienza di condivisione,

nella consapevolezza che non le è lecito delegarla ad altri.

E per essere di sostegno ai poveri è fondamentale

vivere la povertà evangelica in prima persona.

Non possiamo sentirci “a posto” quando un membro della famiglia umana

è relegato nelle retrovie e diventa un’ombra.

Il grido silenzioso dei tanti poveri deve trovare il popolo di Dio in prima linea,

sempre e dovunque,

per dare loro voce, per difenderli

e solidarizzare con essi davanti a tanta ipocrisia e tante promesse disattese,

e per invitarli a partecipare alla vita della comunità.

 

E aggiunge, parlando del tempo di pandemia che stiamo vivendo:

“Abbiamo maturato l’esigenza di una nuova fraternità,

capace di aiuto reciproco e di stima vicendevole.

Questo è un tempo favorevole per «sentire nuovamente

che abbiamo bisogno gli uni degli altri,

che abbiamo una responsabilità verso gli altri e verso il mondo.”

 

Questo è accogliere e far fruttificare il dono di Gesù.

Affinché Gesù ci dica nell’ultimo giorno:

Caro Giacomo, cara Giovanna, cara Maria…

sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto;

prendi parte alla gioia del tuo padrone".(Mt 25, 21.23)

Come Paolo ci ha detto oggi,

siamo “tutti figli della luce e figli del giorno;

noi non apparteniamo alla notte, né alle tenebre(1Ts 5,5)

Figli della luce che portano al mondo la luce e la gioia di Cristo.

 

 

 

sabato 14 novembre 2020 - XXXII settimana del T.O. - 3 Gv 5-8 – Lc 18,1-8 - Badia Fiorentina  - Fr. Antoine-Emmanuel


 

In questo tempo di “emergenza spirituale e sanitaria”,

bisogna pregare tanto, tanto…

 

Per accogliere il dono del Vangelo odierno, bisogna partire dal contesto,

ossia dal Vangelo di ieri e dell'altro ieri.

 

"Verranno giorni in cui desidererete vedere anche uno solo dei giorni del Figlio dell'uomo”,

(Lc 17,22),

verranno, cioè, dei giorni di prova sulla terra,

tali che desidererete tanto la venuta gloriosa di Gesù,

che sarà la liberazione totale e definitiva dalle forze del male

e porterà alla Risurrezione finale, in una terra nuova ed un cielo nuovo.

Desiderare", in greco, è una parola forte che ritroviamo, sempre nel Vangelo di Luca,

sulle labbra di Gesù, nell’ultima cena:

Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione (Lc 22,15).

 

E Gesù aggiunge: "Verranno giorni in cui desidererete vedere anche

uno solo dei giorni del Figlio dell'uomo, ma non lo vedrete.(ibid.),

Il che vuole dire che la prova sarà assai lunga.

E qual è la raccomandazione di Gesù in questo contesto di prova?

Vi diranno: "Eccolo là", oppure: "Eccolo qui"; non andateci, non seguiteli.(Lc 17,23)

È un invito a non agitarsi,

neanche su internet,

a non entrare nella frenesia, neppure religiosa.

Fiducia, solo fiducia, perché tutto è sotto la Signoria di Gesù,

che ci ha affidati alla maternità divina di Maria.

 

Poi, in una seconda tappa, Gesù parla di cosa avverrà quando, finalmente, Egli verrà nella Gloria.

La Sua venuta sarà ben visibile:

Perché come la folgore, guizzando, brilla da un capo all'altro del cielo,

così sarà il Figlio dell'uomo nel suo giorno. (Lc 17,24)

Non è il caso di oggi!

 

Ma va già accolto e vissuto quello che sarà il modo giusto di vivere quel momento.

 

Gesù ci illumina ricordandoci due momenti della storia biblica,

due momenti in cui la gente era tutta presa e immersa negli affari del mondo

e non vide quello che avveniva:

il tempo di Noè e il tempo di Lot.

 

La storia di Noè ci invita ad entrare nell’Arca, per non essere travolti dal diluvio.

La vicenda di Lot ci invita a fuggire da Sodoma,

la “città” di tutte le disobbedienze al Creatore, senza guardare indietro.

Ed ecco l’essenziale: Chi cercherà di salvare la propria vita, la perderà;

ma chi la perderà, la manterrà viva. (Lc 17,33)

Non cercare, cioè, di salvare la tua vita:

Affidala a chi ti può e ti vuole salvare!

Entra nell’Arca che è il Cuore Immacolato di Maria

così da vivere pienamente della Redenzione che è nella persona di Gesù.

E allontanati da ogni forma di disobbedienza al Creatore!

 

E per questo, rimani sveglio senza lasciarti prendere dagli affari mondani…

 

Oggi, non siamo – ancora – nel Giorno della venuta del Signore.

Ma, questi atteggiamenti sono già la nostra regola di vita.

 

Gesù è chiaro: non viene subito nella Gloria.

E le prove ci saranno, come la fame, la pandemia e le guerre di oggi.

Gesù aggiunge un altro invito, anch’esso essenziale: la preghiera.

Ed è il Vangelo odierno.

Diceva loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai.” (Lc 18,1)

Pregare senza scoraggiarsi mai.

Ecco… non scoraggiarsi nel pregare.

Perché se un giudice iniquo alla fine dà ascolto alla vedova che insiste

perché le sia fatta giustizia,

a maggior ragione, Dio farà giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui.”

Li farà forse aspettare a lungo?

Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. (Lc 18,7-8)

 

Bisogna imitare la preghiera di questa vedova…

In questo tempo di “emergenza spirituale e sanitaria”,

bisogna pregare tanto, tanto…

E pregare affidandoci a Colei che prega per noi, alla Madonna.

entrando nell’Arca che è il Suo Cuore Immacolato.

Non per fuggire dagli altri, ma per portare gli altri nella preghiera

nel modo più fecondo che ci sia.

 

Facciamo nostra oggi la preghiera

che San Luigi Marie Grignon de Monfort rivolgeva alla Madonna:

 

“Carissima e diletta Madre,

fa’ che io non abbia altra anima che la tua 

per lodare e glorificare il Signore;

che io non abbia altro cuore che il tuo

per amare Dio con puro e ardente amore, come te.

Amen.”

 

 

giovedì 12 novembre 2020 - XXXII settimana del T.O. - Fm 7-20 – Lc 17,20-25 - Badia Fiorentina  - Fr. Antoine-Emmanuel


 

"I farisei gli domandarono: "Quando verrà il regno di Dio?". (Lc17,20)

E come risponde Gesù?

Con una data? No!

Con un luogo? No!

Anzi, nessuno può dire: "Eccolo qui", oppure: "Eccolo là".

 

Perché, ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi!". (Lc 17,21)

È un presente. È, oggi, in mezzo a voi.

In mezzo" è “entos” in greco,

che significa sia “dentro” di noi che “tra” noi.

È una realtà interiore, ma non intimistica.

Il Regno è come un legame invisibile che ci unisce.

 

Ora, il “Regno di Dio” è la realtà più desiderabile che ci sia:

Dio che regna.

Non è più la gelosia che regna, non è più la diffidenza che regna,

non è più la competizione che regna…

Non è più satana che regna, non è più la morte che regna.

 

Non siamo abituati a questo Regno di Dio!

È una realtà nuova che Gesù porta,

che Gesù è, e che offre a noi, nella sua Morte e Risurrezione.

 

La fede ce lo rivela… E ci vuole il nostro “sì”.

 

Prendiamo l’esempio di Filemone.

Ha ricevuto l’annunzio del Vangelo da Paolo.

Ha ricevuto, cioè, la Vita da Paolo.

Ed è divenuto un collaboratore di Paolo.

È un uomo di grande carità.

Per opera sua "i santi", i cristiani, sono stati profondamente confortati. (Fm 7)

Ora, Filemone ha uno schiavo di nome Onesimo,

che è fuggito, e, magari, ha pure rubato.

Ma Onesimo è divenuto, anch'egli, cristiano,

e si è messo a servizio di Paolo che è in prigione.

E Paolo vorrebbe tanto tenere con sé Onesimo.

Ma lo rinvia a Filemone, con una richiesta:

quella di accoglierlo, di perdonarlo…

Anzi, Paolo invita Filemone ad accogliere Onesimo

non più come schiavo, ma molto più che schiavo, come fratello carissimo”.(Fm 16)

 

Questo era contrario alla cultura del tempo… umanamente impossibile.

Ma Paolo sa che il Regno di Dio è “in mezzo a noi”.

Sa che la sorgente dell’Amore è aperta e che possiamo attingervi l’impossibile.

Sa che, accogliendo il Regno di Dio che è in mezzo a noi,

è possibile questo cambiamento di sguardo:

non guardare più l’altro a partire da criteri mondani, esterni, e in fondo superficiali,

ma guardarlo come fratello carissimo.

Guardare chi mi ha ferito, chi mi ha deluso, chi mi ha tradito

come fratello carissimo è possibile.

 

L’avrà fatto Filèmone? Non lo sappiamo.

 

L’avrà fatto a due condizioni che le Beatitudini ci rivelano.

Quando il Regno di Dio, che è in mezzo a noi, diviene nostro?

"Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. (Mt 5,3)

Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.(Mt 5,10)


La ricchezza sovrabbondante d’amore che è il Regno

diviene nostra, quando il cuore diviene povero;

e quando siamo obbedienti alla volontà di Dio, fino a soffrirne.

Povertà e obbedienza del cuore sono condizioni indispensabili.

 

Sarà stato il caso di Filèmone? E il tuo?

 

Domenica 8 novembre 2020 - XXXII Domenica del Tempo Ordinario - Sap 6,12-16 – 1 Ts 4,13-18 – Mt 25,1-13 - Eremo di Lecceto - Fr. Antoine-Emmanuel

 

“L'infelice ragazzo che ero, infelice già sulla soglia della giovinezza,

te l'aveva (…) chiesta la castità.

Sì: "Dammi la castità e la continenza, ma non subito", dicevo.

Avevo paura che tu mi esaudissi troppo presto,

e troppo presto mi guarissi dal male del desiderio,

che preferivo vedere soddisfatto piuttosto che estinto.

E andavo per le male vie di una falsa religiosità,

non perché fosse per me una certezza,

ma per farmene schermo in qualche modo a tutte le altre fedi:

che non interrogavo con devozione, ma polemicamente attaccavo.”

(Confessioni VII,17)

 

È nota questa preghiera di Sant'Agostino.

Vi è la chiarezza della chiamata alla castità.

Ma il rimandarne il tempo.

E quindi una falsa religiosità.

 

È da questa falsa religiosità che il Signore vorrebbe liberarci in questo giorno.

Entriamo quindi nella Parabola odierna, pronti a lasciarci interpellare.

 

*

Comincia con “Il regno dei cieli sarà simile…” (Mt 25,1)

È uno sguardo sull’orizzonte della nostra vita.

Un orizzonte bellissimo: delle nozze!

La nostra vita terrena è preludio ad una festa di nozze.

Ad una gioia immensa: le Nozze dell’Agnello.

Eterna gioia nuziale in cui saremo una cosa sola con lo Sposo,

con Gesù crocifisso e risorto.

Nozze in cui saremo un Paradiso gli uni per gli altri.

San Paolo, nella seconda lettura, per ben tre volte

ci parla dell’essere insieme nell’eternità:

Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono morti.”

(1Ts 4,14 )

Verremo rapiti insieme (…) nelle nubi, per andare incontro al Signore in alto,

e così per sempre saremo con il Signore.” (1Ts 4,17)

E conclude: “Confortatevi dunque a vicenda con queste parole.” (1Ts 4,18)

 

Ecco l’orizzonte di luce, così vitale per noi tutti,

in particolare in questo tempo di pandemia.

Il Signore ci vuole con Lui eternamente nella Sala delle Nozze…

È un dono d’amore infinito, di misericordia senza limite,

che chiede però il nostro “sì”,

l’orientamento della nostra volontà in quella direzione.

Per entrare in Paradiso, bisogna sceglierlo già oggi!

In qualche modo, non si “entra” in Paradiso: vi si rimane!

Si tratta di scegliere oggi la via dell’amore.

Tutto passa. Ma l’amore non passerà.

Per non passare con questo mondo,

occorre scegliere, già ora, l’amore come unica legge della nostra vita.

 

E questo, con una consapevolezza ben chiara:

la scelta va fatta oggi.

Verrà un momento in cui sarà troppo tardi.

 

Perché il Regno di Dio sarà simile a dieci damigelle di nozze

che sono tutte desiderose di entrare nella gioia delle nozze.

Sono nella casa riservata per loro, e aspettano l’arrivo dello Sposo.

Quando verrà, dovranno uscire incontro a Lui

e entrare con Lui nella Sala delle nozze.

 

E quando verrà lo Sposo, sarà troppo tardi per prepararsi.

Oggi, possiamo procurarci l’olio necessario per la nostra lampada,

per incontrare lo Sposo nella notte della morte.

Ma verrà il momento in cui sarà troppo tardi per trovare l'olio,

cioè per convertirci all’amore.

 

Il giudizio è giudizio.

L’Amore avrà divinamente sete di accoglierci per l’eternità,

ma bisogna essere pronti.

Non domani, ma ora.

 

Bisogna dire “sì” all’Amore oggi.

Prima di tutto “sì” all’essere amati, misericordiati, perdonati.

“Sì” al Sangue di Gesù che ci purifica da ogni peccato.

“Sì” alla Sua Parola che ci guida sulla via dell’Amore.

“Si” al Suo Corpo che è la Chiesa, la comunità.

“Sì” ai gesti del Suo Amore che sono i sacramenti.

Per poter dire di “sì” all’Amore reciproco.

 

La conversione non si può rimandare.

E la conversione è certamente una “conversione-no”:

no al peccato, no alle gelosie, no alle impazienze, no all’impurità…

Ma è soprattutto una “conversione-sì”: “sì” all’Amore.

 

Quello che non possiamo rimandare è questo “sì” all’amore.

Papa Francesco nell’Enciclica “Fratelli Tutti” ci ricorda una cosa essenziale:

“Siamo fatti per l’amore

e c’è in ognuno di noi «una specie di legge di “estasi”:

uscire da sé stessi per trovare negli altri un accrescimento di essere».

Perciò «in ogni caso l’uomo deve pure decidersi una volta

ad uscire d’un balzo da sé stesso» (n.88)

 

Ci dà fastidio sentire la fine della parabola:

le cinque vergini sagge che non possono condividere l’olio

con le cinque vergini stolte…(cfr Mt 25,9)

E la stessa risposta dello Sposo: "In verità io vi dico: non vi conosco". (Mt 25, 12)

Ma è davvero quello che dobbiamo sentire.

Lo cantiamo così spesso nel Salmo 95: “Se ascoltaste oggi la sua voce!”

(Sal 95,7)

O nel Salmo 81:

Se il mio popolo mi ascoltasse! Se Israele camminasse per le mie vie!
Subito piegherei i suoi nemici e contro i suoi avversari volgerei la mia
mano; (…)

Lo nutrirei con fiore di frumento, lo sazierei con miele dalla roccia".

(Sal 81,14-15,17)

 

Se la falsa religiosità è rimandare a un domani incerto

la conversione alla castità o all’amore,

la vera religiosità è questo “sì” all’Amore.

 

Allora, non è che entreremo nella Sala delle Nozze…

Ci siamo già!

Possiamo già essere un Paradiso gli uni per gli altri.

Il nostro Libro di vita recita così:

Accogli l'invito all'amore fraterno come l'aprirsi a un grande mistero,

perché con esso entrerai nell'essere stesso di Dio.1

 

La lampada, l’abbiamo tutti…

L’olio è… la misura del nostro Amore.

Oggi, lo possiamo, anzi lo dobbiamo condividere…

È come l’olio di cui Elia parla alla vedova di Sarepta:

l'orcio dell'olio non diminuirà »(cfr 1Re 17,14 )

Oggi, più dai olio nuovo agli altri, più il tuo piccolo vaso si riempie!

 

Questo è il tempo della preparazione alle Nozze…

Tempo per fare la scelta che deciderà della nostra sorte eterna.

È tempo di Misericordia…

Con la gioiosa certezza che la sapienza dell’Amore

è splendida e non sfiorisce,
facilmente si lascia vedere da coloro che la amano
e si lascia trovare da quelli che la cercano.”
(cfr. Sap 6,12)

 

Ama l’Amore e Vedrai l’Amore.

Cerca l’Amore e troverai l’Amore.

 

1 Libro di vita di Gerusalemme, n.6

 

 

venerdì 6 novembre 2020 - XXXI settimana del T.O. - Fil 3,17-4,1 - Lc 16,1-8 - Badia Fiorentina - Fr. Antoine-Emmanuel

 

Quanto amo questa parabola!

E' provocatoria... ma preziosissima.

E' una chiamata all'inventività, alla creatività,

...meglio, all'ingegnosità !

Avete mai visto un padrone o un datore di lavoro, un dirigente d'azienda

che loda un dipendente disonesto che ha fatto delle truffe?

Lo loda non per le truffe,

ma per la sua inventività...

per essere stato creativo in vista del suo avvenire.

Aveva truffato anche i debitori del padrone,

con fatture esagerate.

Ora riporta le fatture alle cifre vere,

e così facendo si fa degli amici per il domani.

E per lui il domani è la perdita del lavoro.

E' furbo!

E' inventivo in vista del proprio futuro.

Ha capito che, facendo del bene ai poveri,

avrà un aiuto domani.

Ha capito che liberare i poveri dai loro debiti

gli assicurerà un futuro sereno.

Ecco l'amministratore furbo:

fa delle scelte oggi, in vista del domani!

 

Così ha agito un dipendente disonesto

... e quanto Gesù desidera che la stessa inventività

l'abbiano i figli della luce,

cioè i suoi discepoli.

 

Gesù vorrebbe che diventassimo creativi

in vista del nostro domani;

e non solo del nostro, ma di tutti gli uomini.

La disonestà dell'amministratore la rifiutiamo;

la furbizia in vista del domani, la dobbiamo imitare!

Anche noi dobbiamo fare delle scelte

in vista del domani che è l'oltre la morte.

 

Sei furbo in vista del Cielo?

Sei ingegnoso, sei creativo?


La furbizia evangelica è fare scelte d'amore,

di solidarietà, di fraternità.

E' alleggerire il debito dei poveri,

il peso che grava sui poveri,

e la pandemia sta creando tante, ma tante povertà.

 

Se liberiamo i poveri dalla miseria,

riconoscendo la loro dignità,

riconoscendo che i nostri beni appartengono a loro

e se li liberiamo dal peso della miseria attraverso una carità creativa,

allora prepariamo il futuro, l'eternità

non solo per noi stessi, ma per tanti.

Ogni gesto d'amore ha, in positivo,

una ripercussione sull'ecosistema spirituale...

molto più di quanto ogni scelta di odio

ne possa avere, in negativo.

 

Signore, il tuo Spirito Santo

ci renda creativi nell'amore.

Rendici più creativi

degli scienziati della Silicon Valley,

più scaltri dei traders di Wall Street.

Rendici inventivi in vista del Cielo,

creativi perché nessuno vada parduto,

creativi fin da questa sera ...


 

 

Mercoledì 4 novembre 2020 - XXXI settimana del T.O. - Fil 2,12-18 – Lc 14,25-33 - Badia Fiorentina - Fr. Antoine-Emmanuel



O benedetta voce del Vangelo!

Felice richiamo che viene a liberarci

da tutto ciò che ostacola il nostro cammino nell'amore!

 

Oggi il richiamo è triplice:

tre domande per verificare la libertà della nostra anima.

 

Il primo riguarda gli affetti.

Vi è, oggi, nel mio cuore qualche affetto

che abbia il sopravvento sul Primo Amore che è Gesù?

Non si tratta di condannare gli affetti,

bensì di ri-ordinarli.

Affinché ogni affetto sia nutrito, purificato, approfondito

dal Primo Amore del nostro cuore che non può essere che Gesù.

E la saldezza di questo Primo Amore

che ci rende capaci di amare in verità.

Gesù chiede il primo posto.

Anzi, chiede tutto il posto ...

perché in Lui possiamo amare gli altri

con un amore non solo umano, ma divino ...

"Se uno non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre,

la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle..." (Lc 14,26)

L'affermazione di Gesù

è senz'altro molto esigente.

Significa un taglio ...

come avviene in un innesto,

per portare un frutto di una qualità infinitamente migliore,

per amare in Gesù padre, madre, moglie, figli, fratelli e sorelle,

per amarli di puro amore ...

 

Il secondo richiamo

riguarda la nostra croce.

Ciascuno di noi porta la propria croce,

ossia quel peso, quell'umiliazione magari nascosta a tutti,

quella sofferenza che ci viene dallo scegliere l'amore.

Amare veramente, lasciare Gesù amare in noi,

non può essere facile, "tutto rose e fiori"...

Ci sono necessariamente le sofferenze della croce:

la sete interiore,

la lacerazione, l’essere tirati da una parte e dall'altra,

la sensazione talvolta di soffocamento

l'essere disprezzati, insultati, a volte maledetti.

E, più doloroso ancora, il sentirsi abbandonati da Dio.

E viene la tentazione di rinunciare, di scappare,

di scendere dalla croce...

Ti capita?

Anche Gesù nel Getsemani, nella sua volontà umana,

avrebbe voluto che il calice fosse stato allontanato da Lui ...

Allora ci gettiamo in Gesù,

per dire con Lui: "Non quello che voglio io, ma quello che vuoi tu"...(cfr Mc 14,36)

così da entrare nella vita della Resurrezione,

in una qualità di vita che rimane sconosciuta

a chi non ha sofferto con Gesù.

 

Il terzo richiamo riguarda i beni.

Vi è qualche bene, una ricchezza di qualsiasi genere,

un ruolo, un titolo,

al quale siamo attaccati,

in cui poco a poco abbiamo riposto la nostra sicurezza,

davanti agli uomini, ma pure davanti a Dio?

E' necessario un cambiamento di proprietà:

questo tesoro, questo ruolo

in verità è Tuo, Signore ...

Mi è affidato in questo momento,

ma non è una proprietà assoluta ...

Se lo fosse, vorrebbe dire che sono io la proprietà di quel bene.

Perderei la mia libertà,

vi sarebbe un bene, un tesoro, un ruolo che potrebbe spegnere in me

il fuoco dell'amore ...

e farmi ripiegare su me stesso ....

 

*

 

Gesù, non voglio essere né come chi inizia a costruire una torre

e non porta a termine il cantiere,

né come il re che parte per la guerra con una pretesa insensata ...

Oggi mi fermo, mi siedo, rifletto, prego.

Ti presento i miei affetti, le mie resistenze, i miei beni

e ti affido sia il cantiere che la battaglia ...

 

Senza di Te siamo "senza speranza e senza Dio nel mondo" (Ef 2,12)

Ma il tuo sangue ci ha resi "vicini" (cfr Ef 2,13),

ci ha avvicinati a Dio e ci ha avvicinati agli altri nell'Amore.

Il tuo sangue ha fatto cadere le barriere, i muri,

e ha reso possibile l'amore.

La battaglia l'hai vinta Tu!

Il cantiere dell'amore vero l'hai portato a termine Tu!

Ma oggi ci chiami a costruire con Te, a lottare con Te ...

Eccoci!

 

 

lunedi 2 novembre 2020 - Commemorazione di tutti i fedeli defunti - Giobbe 19,1.23-27a – Rm 5,5-11 – Gv 6,37-40 - Badia Fiorentina - Fr. Antoine-Emmanuel


 

Nel suo Commento alla Prima Lettera ai Corinzi,

San Giovanni Crisostomo ricorda le preghiere, anzi i sacrifici,

che Giobbe faceva per purificare i propri figli:

Giobbe “si alzava di buon mattino e offriva olocausti per ognuno di loro.

Giobbe infatti pensava:

"Forse i miei figli hanno peccato e hanno maledetto Dio nel loro cuore".

Così era solito fare Giobbe ogni volta.”

Da questa bellissima sollecitudine di Giobbe per i figli,

San Giovanni Crisostomo trae una certezza:

Se i figli di Giobbe sono stati purificati dal sacrificio del loro padre,

perché dovremmo dubitare che le nostre offerte per i morti

portino loro qualche consolazione?"

E aggiunge: “Non esitiamo a soccorrere coloro che sono morti

e ad offrire per loro le nostre preghiere»1.

 

Soccorrere coloro che sono morti”…

Ma vi è nella Scrittura un fondamento per questa forma di preghiera?

Il Catechismo della Chiesa Cattolica, prima di citare G. Crisostomo

ci rinvia al Secondo Libro dei Maccabei.

Vi si racconta che [Giuda Maccabeo] “fece offrire il sacrificio espiatorio per i morti, perché fossero assolti dal peccato» (2 Mac 12,45).

Il Signore quindi aveva già educato il suo popolo

a pregare e ad offrire sacrifici per i defunti,

in vista della loro purificazione dal peccato.

Il Catechismo fa pure leva su alcune parole di Gesù nel Vangelo di Matteo,

già sottolineate da San Gregorio Magno:

A chi parlerà contro il Figlio dell'uomo, sarà perdonato”, dice Gesù.

Ma a chi parlerà contro lo Spirito Santo, non sarà perdonato,

né in questo mondo né in quello futuro.” (Mt 12,32)

«Per quanto riguarda alcune colpe leggere,

si deve credere che c'è, prima del giudizio,

un fuoco purificatore;

infatti colui che è la Verità afferma che,

se qualcuno pronuncia una bestemmia contro lo Spirito Santo,

non gli sarà perdonata né in questo secolo, né in quello futuro.

Da questa affermazione si deduce

che certe colpe possono essere rimesse in questo secolo,

ma certe altre nel secolo futuro ».2

 

Si è capito, e tanti mistici l’hanno confermato,

che “Coloro che muoiono nella grazia e nell'amicizia di Dio,

ma sono imperfettamente purificati,

sebbene siano certi della loro salvezza eterna,

vengono però sottoposti, dopo la loro morte, ad una purificazione,

al fine di ottenere la santità necessaria per entrare nella gioia del cielo.”3

 

Santa Caterina da Genova,

che nella sua esperienza spirituale personale intuì qualcosa del Purgatorio,

ci aiuta a comprendere un poco questo Mistero:

Vedo che il paradiso non ha porta alcuna: chi vuole entrare lo può fare,

perché Dio è tutto misericordia e sta con le braccia aperte verso di noi,

per riceverci nella sua gloria.

La divina essenza è pura e monda

- molto più di quanto l'uomo possa immaginare –

e l'anima che ha in sé la minima imperfezione - un fuscello, per dire –

preferirebbe gettarsi in uno o mille inferni,

piuttosto che ritrovarsi alla presenza divina con una minima macchia.

Ma compito del purgatorio è quello di togliere la macchia!

L'anima sceglie questo luogo per trovare in esso la misericordia

che le occorre per potersi mondare dalle sue colpe.”4

 

Il Purgatorio è un immenso dono di misericordia da parte di Dio.

Offre all’anima, aperta alla grazia, la purificazione di cui ha bisogno

per entrare nella pienezza eterna dell’Amore.

 

Caterina da Genova fa una splendida affermazione:

L'amore di Dio che riempie l'anima (secondo quanto io vedo)

dona una gioia che non si può esprimere a parole,

ma questa gioia non toglie nemmeno una scintilla di pena

nelle anime del purgatorio.

L'amore trattenuto produce una pena grande

quanto è la perfezione di quell'amore di cui Dio l'ha resa capace.

Ne consegue che le anime del purgatorio provano

gioia grandissima e pena grandissima senza che la prima ne impedisca l'altra.”5

 

E si deve aggiungere una cosa stupenda:

il Signore vuole tessere tra noi tutti, uomini di ogni generazione,

un amore vivo, una carità concreta, una comunione splendida.

Da ciò questa realtà meravigliosamente espressa

dal Catechismo della Chiesa Cattolica:

Nella comunione dei santi, “tra i fedeli, che già hanno raggiunto la patria celeste

o che stanno espiando le loro colpe nel purgatorio,

o che ancora sono pellegrini sulla terra,

esiste certamente un vincolo perenne di carità

ed un abbondante scambio di tutti i beni”.

In questo ammirabile scambio, la santità dell'uno giova agli altri,

ben al di là del danno che il peccato dell'uno ha potuto causare agli altri.

In tal modo, il ricorso alla comunione dei santi permette al peccatore contrito

di essere in più breve tempo e più efficacemente purificato dalle pene del peccato.”6

È un circolo virtuoso:

noi pellegrini sulla terra preghiamo per le anime del Purgatorio,

e la nostra preghiera è essenziale per loro.

Non possono in nessun modo avanzare verso la piena gioia della visione beatifica

senza la nostra preghiera…

E, una volta giunti nel Paradiso, pregano per noi, intercedono, ci sostengono…

 

Ma cosa accade se noi trascuriamo la preghiera per le anime del Purgatorio?

La loro purificazione impiega molto, molto più “tempo”,

e noi non siamo sostenuti dal loro aiuto…

Non ho dubbi che questa sia la ragione fondamentale

della perdita della fede nel mondo odierno…

 

È vero che le indulgenze sono state oggetto

di una concezione mercantile che non ha senso.

Ma, in realtà, esprimono la tenerezza della Chiesa

che ci invita ad attingere nella preghiera, nei sacramenti,

e, soprattutto nell’Eucarestia,

per portare sollievo alle anime del Purgatorio.

Manifestano l’Indulgenza del Padre

che vuole portare al Cielo tutte le anime… tutte!

 

Quanto amore c’è nel pregare per le anime del Purgatorio…

Lo facciamo ogni giorno nell’Eucarestia,

perché crediamo alla vita eterna.

Perché crediamo che “Questa infatti è la volontà del Padre:

che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna;

e”, dice Gesù, “io lo risusciterò nell'ultimo giorno". (cfr Gv 6,40)

Tutto il male che ostacola il nostro ingresso nell' Eterno Amore,

Gesù crocifisso, Gesù Abbandonato, l'ha assunto,

l'ha fatto Suo…

Niente ci impedisce di entrare nell’eterno abbraccio di Dio.

Ma è necessario il nostro Sì!

E' necessario l’abbandono alla Misericordia divina.

E' necessario essere purificati dal desiderio di meritare l’Amore,

dalla convinzione di non poter essere perdonati,

da ogni resistenza all’Amore…

 

Il paradiso non è un luogo da favola, e nemmeno un giardino incantato.

Il paradiso è l’abbraccio con Dio, Amore infinito,

e ci entriamo grazie a Gesù, che è morto in croce per noi.

Dove c’è Gesù, c’è la misericordia e la felicità.”7

 

 

1 Cfr : Catechismo della Chiesa Cattolica, n.1032

2 idem

3 Idem

4 Trattato del Purgatorio, n.10

5 Idem, n.14

6 Catechismo della Chiesa Cattolica, n.1475

7 Papa Francesco, Udienza Generale, 25.10.2017

 

Domenica 1 novembre 2020 - Solennità di tutti i Santi - Ap 7,2..14 – 1 Gv3,1-3 – Mt 5,1-12 - Badia Fiorentina - Fr. Antoine-Emmanuel


 

Abbiamo iniziato l’anno pastorale con la chiamata ad essere sentinelle,

a gridare al nostro tempo profondamente ferito dalla pandemia due parole:

fraternità e cielo.

Oggi è la parola “cielo” che risuona!

Oggi proclamiamo, senza paura, un'immensa speranza per l’umanità.

Una speranza capace di illuminare

anche le tenebre più fitte del mondo di oggi e di domani.

Una speranza tale che possiamo “sperare contro ogni speranza” (Rm 4,18)

 

La speranza che ci anima è… la speranza del Cielo.

È un orizzonte di luce e di amore che è ben oltre tutto ciò che possiamo immaginare.

L’abbiamo sentito nella Seconda Lettura:

Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio,

e lo siamo realmente!” (1Gv 3,1)

Figli di Dio, lo siamo, eppure, “ciò che saremo non è stato ancora rivelato”.

Il modo in cui saremo amati da Dio e lo ameremo,

e il modo in cui ci ameremo di puro amore gli uni gli altri

non è stato ancora rivelato”.

Sappiamo però che “saremo simili” a Gesù…

Ameremo come Lui, in Lui…cioè di un amore senza limiti…(cfr 1Gv 3,2)


Tutto questo va oltre la nostra conoscenza…

Però abbiamo a nostra disposizione anche il grande dono dell’Apocalisse,

che è la visione che Giovanni ricevette a Patmos, una domenica.

 

Cosa ci dice il testo di oggi, tratto dal capitolo settimo dell’Apocalisse?

Ci parla degli eletti come di “coloro che furono segnati con il sigillo”.

E chi è segnato con il sigillo?

I “servi del nostro Dio” (cfr Ap 7,3-4),

coloro che servono Dio,

la cui volontà è orientata al servizio di Dio.

Così si entra in Paradiso: volendo quello che vuole Dio.

 

E ad entrarci c’è una folla immensa!

Sono centoquarantaquattromila, nuovo Popolo di Dio,

sono “una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare”.

Ecco il Cielo: “una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare”

E, cosa bellissima, sono “di ogni nazione, tribù, popolo e lingua”.(Ap 7,9)

Una diversità splendida…

 

Cosa fanno?

Gridavano a gran voce:

"La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all'Agnello".(Ap 7,10)

Gridano che la salvezza non è opera loro, né di nessun altro, fuorché di Dio.

Gridano che solo Dio e l’Agnello, solo il Padre e il Figlio salvano!

Solo l’Amore tra il Padre e il Figlio può portarci in Cielo!

È il loro primo grido, il grido fondamentale…

 

Giovanni ci dice pure che

Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all'Agnello,

avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani.”(Ap 7,9)

Sono rivestiti di una “stola”, una veste lunga, bianca.

Sono rivestiti di luce: sono stati purificati.

Come?

Hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell'Agnello.”

(Ap 7,14)

La loro luce proviene dal Sangue di Gesù.


E hanno una palma in mano, segno di vittoria,

proclamano cioè la vittoria di Gesù…

 

Ecco la salvezza per te…

No! Per noi!

Il Paradiso si illumina – almeno un po’ – quando lo accogliamo insieme.

 

Fa impressione la diversità di esperienza mistica

tra Angela da Foligno e Chiara Lubich:

Immersa nella Trinità – e questo è il Paradiso –,

Angela da Foligno riferisce di aver visto sé stessa in piedi al centro della Trinità "nell'immensa tenebra”, “nella notte”1.

E ciò perché era sola.

Il Paradiso che vide Chiara Lubich, invece, “era luminoso, era oro e fiamma, perché erano più persone, erano un drappello”.

 

Il Paradiso è comunione…

Questo è meravigliosamente raffigurato dal Beato Angelico

nella sua rappresentazione del Giudizio universale.2.

 

Fra' Angelico ebbe l’audacia di rappresentare gli eletti come un girotondo…

I beati e gli angeli si danno la mano, con una freschezza ed una gioia stupende!

 

Il Cielo è comunione…

Anche le Beatitudini ci orientano in questa direzione.

Cosa sono le Beatitudini?

Sono il ritratto concretissimo del vero discepolo di Gesù.

Un discepolo di Gesù entra necessariamente in una forma di povertà,

perché l’Amore ti chiede tutto…

Un discepolo di Gesù rinuncia alla violenza, sceglie la mitezza dell’Amore.

Soffre pure, perché l’Amore è sempre un soffrire per e con gli altri.

E ancora, l’Amore ha fame e sete e di giustizia;

l’Amore perdona;

l’Amore purifica il cuore,

e l’Amore vero è perseguitato, perché il “mondo” lo rifiuta.

 

Gesù dichiara che tutto questo è beatitudine,

perché ci apre, già quaggiù, al dono del Regno di Dio,

e, poi, ci apre le porte del Paradiso.

E se ci insultano, se ci perseguitano, “rallegratevi ed esultate,

perché grande è la vostra ricompensa nei cieli.” (Mt 5,12)

La ricompensa può essere “grande”, molto grande…

 

Si entra nel Cielo con l’amore che ci abita già qui sulla terra,

ci dice Caterina da Siena, che da Dio Padre ebbe questa confidenza:

L'anima giusta che finisce la vita in affetto di carità ed è legata a Dio nell'amore,

non può crescere in virtù, poiché viene a mancare il tempo di quaggiù,

ma può sempre amare con quella dilezione che la porta a Me,

e con tale misura le viene misurato il premio. (…)
Nell'amore i beati godono dell'eterna mia visione,

partecipando ognuno, secondo la sua misura, di quel bene,

che io ho in me medesimo.

Con quella misura d'amore con la quale sono venuti a me,

con essa viene loro misurato.”

(Dialogo, n.41)

 

Vedete l’importanza di coltivare la fraternità universale e l’amicizia sociale,

come ci chiede papa Francesco?

Vivere la fraternità è portare gli altri verso il Cielo.

E più ami, più conduci gli altri verso l’Amore vero,

più grande sarà l’Amore di cui vivranno in Cielo… e tu con loro!

 

L’essenziale è quindi dire di SI all’Amore di Gesù,

al “Sangue dell’Agnello”;

dirGli di SI con la propria vita,

gettando la propria vita nell’Amore di Gesù.

 

1 (cit. in T. SPIDLIK, L'idée russe, Troyes 1994, p. 62).

2 L'opera proviene dallo scomparso convento di Santa Maria degli Angeli a Firenze. Dipinto probabilmente verso il 1431, doveva essere originariamente destinato all'oratorio degli Scolari, a lato del convento.

https://it.wikipedia.org/wiki/Giudizio_universale_(Angelico)

 

mercoledì 28 ottobre 2020 - Santi Apostoli Simone e Giuda - Ef 2,19-22 – Lc 6,1-19 -  - Badia Fiorentina - Fr. Antoine-Emmanuel


 

L’urgenza della preghiera


 

E avvenne in questi giorni che Gesù uscì nella montagna per pregare.

E trascorse la notte nella preghiera di Dio.” (Lc 6,12)

Una notte intera nella preghiera.

Una notte nella preghiera di Dio,

cioè un immergersi nella preghiera durante tutta la notte.

 

Non sembra che questo fosse il fare solito di Gesù.

Ma questa volta sì.

 

Il contesto è la missione di Gesù in Galilea:

la pesca miracolosa, la purificazione di un lebbroso, la guarigione di un paralitico,

il banchetto nella casa di Levi, le spighe strappate in giorno di sabato,

e, infine, la guarigione dell’uomo con la mano paralizzata, di sabato.

 

Questa missione si è appena conclusa

con la rabbia degli scribi e dei farisei.

Luca parla di “anoia”, cioè una “follia” nella loro rabbia…

Ed essi “discutevano tra loro su quello che avrebbero potuto fare a Gesù.”

(Lc 6,11)

 

Quindi, nel momento in cui si fa viva l’opposizione, il rigetto, la prova,

Gesù si ritira in preghiera per tutta la notte.

Non per fuggire dalla realtà, non per proteggersi,

ma per adempiere pienamente la volontà del Padre in quel momento storico.

E lo possiamo contemplare sulle colline che sono sopra il lago di Galilea,

nel buio della notte, in preghiera.

 

Non siete voi che avete scelto me, ma io ho scelto voi”(Gv 15,16)

dirà Gesù agli apostoli.

Quella notte scelse 12 uomini “perché stessero con lui,

e per mandarli a predicare”.(Mc 3,14)

12 uomini che Egli ricevette dal Padre:

Non quello che voglio io, ma quello che vuoi tu.” (Mc 14,36)

 

Per affrontare l’opposizione alla sua missione,

Gesù sceglie la comunione, l’essere con alcuni compagni, alcuni apostoli.

La preghiera non isola: apre ad una maggiore comunione.

 

Gesù camminerà con questi 12 uomini

di cui conosce benissimo le imperfezioni,

ma il Regno di Dio non si costruisce da soli;

il Regno di Dio non è una giustapposizione di solitudini.

E il Regno di Dio non è il trionfo della perfezione umana:

è il trionfo della Misericordia.

 

E siccome il rimedio al male del mondo è l’offerta della misericordia senza limiti,

Gesù tende la mano anche a Giuda Iscariota.

Gesù non rifiuta questa immensa prova

di prendere tra i suoi discepoli uno nel cui cuore entrerà Satana.

Perché la Redenzione vuole offrirla - deve offrirla - a tutti,

al prezzo della propria vita.

Sopprimere Satana avrebbe significato sopprimere l’umanità,

talmente il Principe di questo mondo si era annidato negli uomini e tra gli uomini.

Questa scelta Gesù non la fece, non la fece il Padre.

Gesù ha scelto di morire affinché noi non moriamo eternamente.

 

La notte nella preghiera di Dio, come dice San Luca,

sarà stata una notte di lotta,

un rinnovato Sì al Padre

affinché a tutti fosse offerta la salvezza e la conoscenza della verità.

 

Gesù ha assunto tutta la realtà umana,

inquinata com’era, destinata alla perdizione com'era.

 

Ed eccolo che, al mattino, chiama tutti i discepoli,

e, tra loro, “ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli”. (Lc 6,13)

 

Quello che ha maturato nella preghiera, lo adempie.

L’amore maturato nella preghiera diviene azione, realtà.

 

*

 

Carissimi, da questa pagina evangelica ricordiamo la necessità della preghiera.

Se vogliamo vivere pienamente la vita cristiana,

se vogliamo compiere in questa vita la volontà di Dio,

la preghiera non è un lusso, è una necessità.

E questo è particolarmente vero nei momenti di prova, di scelte, di smarrimento.

 

Così scrive Padre Pierre-Marie nel nostro Libro di vita:

Raddoppia la preghiera nei momenti importanti,

nell’ora delle scelte, delle difficoltà, delle tentazioni,

delle reciproche incomprensioni,

come ha fatto Gesù stesso.

Veglia e prega in ogni momento

per avere la forza di sfuggire a tutto ciò che deve accadere

e di comparire con fiducia davanti al Figlio dell’Uomo.”

(Libro di vita di Gerusalemme, n.18)

 

Il tempo che viviamo ci chiama alla preghiera,

all’urgenza della preghiera.

Non per isolarci, bensì per entrare in una maggiore comunione,

e rispondere insieme alla volontà di Dio nel nostro contesto storico.

 

Ci vuole la preghiera per restare in piedi.

Ci vuole la preghiera per non cedere alla paura, all’angoscia.

Ci vuole la preghiera per essere veramente fratelli.

Ci vuole la preghiera per diventare quello che siamo:

Concittadini dei Santi, familiari di Dio”(Ef 2,19)

per essere nel cuore del mondo niente meno che il tempio di Dio

affinché, in noi e tra di noi, la gente possa trovare ed incontrare il vero volto di Dio.

 

Chiediamo a San Simone, il cananeo, il lebbroso, l’apostolo “misericordiato”,

e a San Giuda detto “Taddeo”, cioè il coraggioso,

di intercedere per noi perché possiamo fare come loro esperienza di misericordia,

e avere come loro il coraggio di vivere e di proclamare la Misericordia

nel mondo di oggi.

 

 

Sabato 24 ottobre 2020 - XXIX settimana del T.O. - Ef 4,7-16 – Lc 13,1-9 - Badia Fiorentina - Fr. Antoine-Emmanuel

 

Ciascuno di noi è un riflesso unico della Pasqua di Gesù...

"Credete che le vittime del crollo del ponte di Genova

fossero più peccatori di tutti, per aver subìto tale sorte?”

No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo.”

 

"Credete che le vittime del virus

fossero più peccatori di tutti, per aver subìto tale sorte?”

No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo.”(cfr Lc 13, 2-5)

 

Risuona oggi una chiamata forte alla conversione,

ad un cambiamento del modo di pensare e di vivere.

E come? In che senso?

Che cosa si chiede ad un fico? Di portare frutto!

E' questa la nostra conversione: portare il frutto che il Signore aspetta da noi.

 

Il frutto che il Signore aspetta dal fico

non è quello che aspetta dall’ulivo o dal melo.

Si tratta di portare il frutto della pianticella di Dio che sono io.

 

È quello che la Lettera agli Efesini ci insegna oggi.

 

A ciascuno di noi, scrive Paolo, è stata data la grazia

secondo la misura del dono di Cristo.” (Ef 4,7)

E Paolo si basa sul Salmo 68 :

Asceso in alto, ha portato con sé prigionieri,
ha distribuito doni agli uomini
.” (Ef 4,8)
Paolo presenta dunque la Vittoria Pasquale di Gesù

come un ingresso trionfale su un monte,

con la distribuzione del “bottino” ai suoi discepoli.

Gesù ci ha offerto il “bottino” del Mistero pasquale:

a ciascuno è offerto una parte, un raggio, della Vittoria Pasquale.

A tutti è offerto lo stesso mistero,

ma il dono fatto a ciascuno è unico.

 

Scrive Chiara Lubich:

«L’amore è luce, è come un raggio di luce che, quando attraversa una goccia d’acqua,

si dispiega in un magnifico arcobaleno, con i suoi sette colori.

Tutti colori di luce, che a loro volta si dispiegano in infinite gradazioni.

E come l’arcobaleno è rosso, arancio, giallo, verde, azzurro, indaco, violetto,

l’amore, la vita di Gesù in noi, avrebbe dovuto assumere diversi colori,

esprimersi in vari modi, diversi l’uno dall’altro».1

 

Col battesimo, con la vita cristiana vissuta pienamente,

non solo riflettiamo la Vittoria Pasquale di Gesù,

ma diveniamo quel raggio che siamo.

 

Tu sei un riflesso unico della Pasqua di Gesù…

 

E se ciascuno di noi diviene veramente il riflesso che è,

offriamo al mondo la Luce di Cristo!

 

O, per dirlo con l’immagine usata da Paolo,

se accogliamo la nostra parte del “bottino” della Vittoria Pasquale di Gesù,

se viviamo del dono di Gesù,

allora, insieme siamo una Presenza viva di Gesù nel mondo.

E questa presenza è molto concreta!

Insieme, siamo Presenza concreta, viva e operante di Gesù:

siamo niente meno che il “Corpo di Cristo”!

 

E' questa la nostra conversione…

 

In questo tempo di grande sofferenza,

in cui il virus genera delle situazioni terribilmente inumane,

Gesù ci chiede di diventare al 100% il dono che siamo per il mondo.

 

Noi siamo la Sua presenza nel mondo…

Così Egli ha voluto…

*

Aggiungo una piccola nota.

Oggi siamo a 9 giorni dalla festa dei Santi e dalla commemorazione dei fedeli defunti.

Vi suggerisco una novena a San Michele2 per le anime del Purgatorio.

Vi è oggi un immenso bisogno di pregare per le anime del Purgatorio.

Il Signore ha voluto un meraviglioso scambio di doni,

un “tesserci” nell’amore reciproco,

nel senso che le anime del Purgatorio hanno un bisogno vitale della nostra preghiera,

per abbreviare la loro purificazione nell’amore

ed entrare nella pienezza dell’Amore che è il Cielo.

E quando sono in Cielo, a loro volta, pregano per noi…

Ma se non preghiamo per loro, ci viene a mancare un aiuto essenziale,

e la fede scompare sulla terra, l’amore si raffredda, e cresce la cultura anticristica.

Buona novena !

 

 

1 https://www.cittanuova.it/una-rivoluzione-alternativa/?ms=001&se=013

2 Un bell' aiuto per questa novena è il rosario di San Michele che si trova facilmente su internet.

 

martedì 20 ottobre 2020 - XXIX settimana del T.O. - Ep 2,12-22 – Lc 12,35-38 -  Badia Fiorentina - Fr. Antoine-Emmanuel

 

Eutheos” è una piccola parola greca

che significa “subito”, immediatamente.

È molto cara a Marco… ma la troviamo oggi nel Vangelo di Luca.

Siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito.” (Lc 12,36)

 

Aprire subito a Gesù quando torna dalle nozze…

Aprire subito a Gesù

quando viene a noi avendo sposato la nostra umanità.

 

Gli apri subito? Oppure…

 

Oppure sei come quegli invitati

che erano tutti presi dal proprio “campo”, e dai propri “affari” (cfr. Mt 22,5) e non hai aperto…

Oppure come quell’uomo che disse a Gesù:

"Signore,” ti aprirò, ma “permettimi di andare prima a seppellire mio padre". (cfr Lc 9,59)

O come l’altro che disse:“Ti aprirò, Signore;

"prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia".

(cfr Lc 9,61)

 

Oppure avverrà come nel Cantico:

Ecco “La voce del mio amato che bussa:
"Aprimi, sorella mia,
mia amica, mia colomba, mio tutto;
perché il mio capo è madido di rugiada,
i miei riccioli di gocce notturne".

E tu dirai: "Mi sono tolta la veste;
come indossarla di nuovo?
Mi sono lavata i piedi;
come sporcarli di nuovo?"
. (Ct 5,2-3)

 

A Gesù aprirai subito quando verrà a te nel giorno della tua morte? Quando busserà alla porta della tua vita per accoglierti nel Paradiso?

 

Come risponderai nell’ultimo giorno?

Per saperlo, basta guardare come rispondi oggi nel quotidiano.

 

Apri subito quando Gesù viene nel fratello,

quando bussa alla porta del tuo cuore attraverso un fratello,

uno sconosciuto, un povero?

 

Apri subito quando Gesù viene nel tuo cuore, ti istruisce,

ti spinge ad un tempo di preghiera o ad un gesto di amore?


Apri subito quando Gesù viene attraverso una prova, una croce che non avresti mai voluto portare?

 

Ecco: sto alla porta e busso.

Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta,

io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me.” (Ap 3,20)

 

Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli;

in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola

e passerà a servirli.” (Lc 12,37)


Ecco perché Gesù bussa:

per servirti, per servirci.

Come in questa Eucarestia.

 

 

Domenica 18 ottobre 2020 - XXIX Domenica del T.O. - Is 45,1.4-6 – 1 Ts1,1-5b – Mt 22,15-21 - Badia Fiorentina - Fr. Antoine-Emmanuel

 

 

Dunque, di' a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?"

(Mt 22,17)

Dobbiamo obbedire alle leggi fiscali di Cesare,

oppure dobbiamo obbedire alle leggi di Dio, del Dio d’Israele?

Dobbiamo obbedire a Cesare quando ci chiede di pagare le tasse,

e quindi riconoscere la sua sovranità, lui che si pretende “divinus”,

oppure dobbiamo obbedire alle leggi di Dio?

 

Questi “oppure” sono rovinosi.

Distruggono la vita, distruggono l’amore… ci allontanano dalla verità.

Non è “o”, bensì “e”, come ci dice Gesù oggi:

"Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare

e a Dio quello che è di Dio" (Mt 22,21)

 

Basti guardare la moneta che veniva usata per il "tributum capitis"

che tutti gli Ebrei, dai 14 ai 65 anni,

erano tenuti a pagare all’imperatore di Roma,

il “denario” romano della zecca di Roma.

"Questa immagine e l'iscrizione, di chi sono?"(Mt 22,20)

Letteralmente: “Questa icona e questa epigrafè, di chi sono?”

Questa moneta d’argento con cui si pagava il tributo

recava l’effigie dell’imperatore

- si trattava allora di Tiberio, che governava dal 14 d.C. –

e la scritta: TI. CÆSAR, DIVI AUG. F. AUG.

Ossia: TIBERIUS CÆSAR, DIVI AUGUSTI FILIUS AUGUSTUS,

cioè «Tiberio Cesare, figlio del divino Augusto, Augusto».”

Aveva pure sul lato opposto la scritta: PONTIFEX MAXIMUS.

È chiaro che appartiene a Cesare,

quindi non rubare a Cesare ciò che gli appartiene!


E cosa, o chi, porta l’immagine, l’icona, e l’epigrafé di Dio?

Di chi sei l’immagine tu? Di Dio!

E chi ha scritto i nostri nomi nei cieli? Dio!

Quindi, non rubare a Dio ciò che appartiene a Lui… cioè te stesso!

Tutto l’universo è di Dio!

Non siamo noi il Creatore dell’universo!

E con il Battesimo, siamo entrati nel modo di appartenere a Dio Padre

che è quello del Figlio di Dio!

Apparteniamo a Dio Padre, come Gli appartiene Gesù,

cioè nell’Amore filiale!

Gli apparteniamo perché siamo amati come figli Suoi,

amati con un amore divino!

 

Quindi, il denaro delle tasse lo paghi a Cesare,

e tu stesso non dimenticare mai che appartieni a Dio!

 

*

 

Bene, ma come armonizzare il potere di Cesare e il potere di Dio?

Nel concreto, non è per niente semplice!

Qui, ci viene in aiuto la prima lettura.

Siamo nel 539 a C.

Da anni, Israele è esiliato in terra straniera, in Babilonia.

Nell’anno 539, Ciro, re dei Persiani dal 557 al 529,

entra trionfalmente a Babilonia.

E la sua politica è molto diversa da quella dei Babilonesi:

autorizza Israele a tornare in patria,

e sosterrà pure la ricostruzione del tempio.

Ora, la scuola del profeta Isaia legge questi fatti storici

usando per il re straniero Ciro

i termini che erano propri del re d’Israele, del Messia!

Dice il Signore del suo eletto, di Ciro:

"Io l'ho preso per la destra,

per abbattere davanti a lui le nazioni,
per sciogliere le cinture ai fianchi dei re,
per aprire davanti a lui i battenti delle porte
e nessun portone rimarrà chiuso.”
(Is 45,1)

 

Cosa vuole dirci Isaia?

Vuole illustrarci la sovranità di Dio sulla storia.

Anche il re Ciro, che non conosce Dio (cfr Is 45,4),

serve il disegno di Dio!


Ciro è libero, Dio non ha mai fatto di lui un fantoccio.

Dio rispetta la libertà degli uomini,

in particolare di chi ha un potere politico.

Non ci manipola!

Anzi, ha creato Lui la nostra libertà!

Abbiamo quindi una vera responsabilità nei confronti della storia.

Quello che troveranno i nostri figli dipende da noi.

Spetta a noi prenderci cura della casa comune che è la terra

con un vivo senso di responsabilità.

 

Eppure, "A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra” (Mt 28,18)

dice Gesù risorto!

E fra qualche settimana, festeggeremo Gesù Re dell’universo!

 

Anche qui, bisogna mettere una “e” dove vorremmo mettere delle “o”.

Vi è la sovranità assoluta di Dio sulla storia,

e vi è la suprema libertà e responsabilità di noi uomini.

 

Basti pensare, nella Passione di Gesù nel Vangelo di Giovanni,

alla risposta di Gesù a Pilato:

"Tu non avresti alcun potere su di me,

se ciò non ti fosse stato dato dall'alto.

Per questo chi mi ha consegnato a te ha un peccato più grande". (Gv 19,11)

Gli uomini hanno una vera responsabilità in quello che sta accadendo,

eppure attraverso queste vicende avviene il trionfo regale di Gesù

sul peccato e sulla morte.

 

Bisogna qui sottolineare che la sovranità di Dio sulla storia

non è né una sovranità cieca né una sovranità tirannica.

È la sovranità dell’Amore,

dell’Amore di Dio che fa sì che “tutto concorre al bene,

per quelli che amano Dio,

per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno.

Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto,

li ha anche predestinati a essere conformi all'immagine del Figlio suo,

perché egli sia il primogenito tra molti fratelli;

quelli poi che ha predestinato, li ha anche chiamati;

quelli che ha chiamato, li ha anche giustificati;

quelli che ha giustificato, li ha anche glorificati. (Rm 8,28-30)

Ecco la sovranità di Dio!

 

Prendiamo un esempio molto concreto: l’attuale pandemia.

Bisogna affermare due cose che sembrano contrapposte:

da una parte, affermiamo che abbiamo la responsabilità

di affrontare la pandemia,

di proteggere gli altri come proteggiamo noi stessi,

di prenderci cura dei più fragili,

di vegliare sulla fraternità in un tempo di disgregazione dell’amicizia sociale.

Tutto dipende da noi, da te.

 

Eppure affermiamo che tutto è nelle mani di Dio,

che Dio è Signore di tutta questa vicenda.

Dio ha permesso questa prova,

non l’ha impedita,

e quindi ha voluto che avvenisse,

anche se non ne è per niente l’autore.

 

La prima affermazione ci spinge ad agire:

siamo responsabili della vita altrui.

La seconda affermazione ci induce ad avere una fiducia totale,

ricordandoci che Gesù è venuto, ed è morto per amore nostro,

per ridurre all'impotenza (…) colui che della morte ha il potere,

cioè il diavolo,

e liberare così quelli che, per timore della morte,

erano soggetti a schiavitù per tutta la vita.” (Eb 2,14-15)

 

È forte, è fortissima l’onda di paura, di paura della morte

che invade il mondo occidentale.

E la paura suscita l’aggressività.

Non è facile oggi contenere la tensione psicologica e sociale

che suscitano la pandemia e le misure prese dai governi.

 

Essere missionari oggi significa essere missionari di pace.

Testimoni di una fiducia profonda nel Signore

che non ci rende per niente insensibili, ma, al contrario,

ci rende pieni di compassione.

Eppure di serenità.

Vi ricordate dell'appello di Paolo ai Filippesi, anch'essi provati:

Non angustiatevi per nulla,

ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste

con preghiere, suppliche e ringraziamenti.

E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza,

custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù.” (Fil 4,6-7)

 

Così saremo missionari: compassione

e serenità profonda, serenità veramente soprannaturale.

Perché tutto è nelle mani di Dio.

Anche la pandemia.

Gesù è Signore della pandemia.

Soffre più di noi con chi soffre.

Piange più di noi con chi piange.

E sa usare il male, la realtà diabolica che è la pandemia

per liberarci dalla cultura anticristica,

dalla cultura della competizione e dello scarto,

dalla cultura della morte,

che vuole uccidere i nostri giovani,

come i Moloch dell’antichità.

 

Ciascuno di noi può dire come Paolo:

So in chi ho posto la mia fede.” (2 Tm 1,12)

Mi impegno come se tutto dipendesse da me,

e mi fido perché tutto è nelle mani di Dio.

 

 

Domenica 11 ottobre 2020 - XXVIII Domenica del T.O. - Is 25,6-10a – Fil 4,12..20 – Mt 22,1-14 - Badia Fiorentina - Fr. Antoine-Emmanuel


Dentro di me ho pianto leggendo questa pagina del Vangelo.

Perché è un ritratto, bruciante di verità,

di quello che avviene oggi.

 

Da un lato, c’è un invito bellissimo, stupendo, da parte di Dio.

Dall’altro, c’è un rifiuto immenso.

Un immane rifiuto…

 

L’invito è stupendo…

In una gratuità ed una misericordia straordinarie,

Dio ci invita alle nozze eterne del Suo Figlio Gesù,

cioè alla gioia sconfinata del Paradiso.

È un invito alla gioia senza fine dell’Amore reciproco

nel Seno del Padre.

Un invito a entrare nell’eterna danza dell’amore vicendevole.

La Sposa saremo noi, amati, infinitamente amati dallo Sposo Gesù,

Sposa che sarà la gioia del Padre,

amandoci tra noi a vicenda con un amore puro, gioioso, tenero

che è lo Spirito Santo.

È al di là dei nostri sogni…

Ed è il dono di Dio sigillato per sempre nella Croce gloriosa di Gesù.

 

Ma non volevano venire.” (Mt 22,3)

 

Perché non volevano venire?

Perché “andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari”, (Mt 22,5)

e altri uccisero i servi del Re, perché non volevano sentire l’invito.

Campi, affari e sopruso…

Vogliamo fare gli affari nostri.

Senza Dio.

Ci dà fastidio tutto quello che non è produzione nostra,

che rimette in questione la nostra signoria.

Vogliamo farci gli affari nostri,

al punto che ci siamo creati un mondo di preoccupazioni

con il mondo virtuale.

Siamo tutti stra-occupati a rispondere ai messaggi,

a guardare tanti video,

a fare innumerevole cose, anche sporche, sulla rete…

Ci siamo creati un mondo di occupazioni, di preoccupazioni,

di tecnologie in sé buone,

ma che assorbono il nostro tempo,

la nostra attenzione, le nostre relazioni…

e soprattutto il tempo per Dio.

 

Il pensiero della salvezza eterna non c’è più.

Perché si pensa di essere signori della vita e della morte.

Dio” siamo noi ormai…

 

Altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero.” (Mt 22,6)

Questo si chiama “persecuzione religiosa”,

che non è mai stata tanto violenta come oggi,

nei confronti del cristianesimo e delle altre religioni.

 

E si volgono le spalle all’invito di Dio…

Per tanti, Cristo è morto invano.

 

Questo sistema fatto di campi, affari e sopruso,

non è ciò che l’Apocalisse chiama la “Bestia”?

Bestia, oggi, con la ferita mortale della pandemia.

 

La pandemia uccide in quanto malattia.

Ma uccide ancora di più, impedendo l’amicizia sociale,

uccide la concordia e la pace, perché crea divisioni.

Uccide, perché è veicolo della paura della morte,

quella paura di cui parla la lettera agli Ebrei:

Gesù è venuto per “ridurre all'impotenza mediante la morte

colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo,

e liberare così quelli che, per timore della morte,

erano soggetti a schiavitù per tutta la vita.” (Eb 2,14-15)

E quanto è forte questa schiavitù oggi…

e solo la Croce gloriosa di Gesù ce ne può liberare.

 

E ci vuole tanto discernimento,

perché, se ad un tratto scomparirà la pandemia,

quando la Bestia, oltre la ferita mortale, riprenderà vita,

tutti si meraviglieranno e l’adoreranno…


E l’opera della Bestia è e sarà sempre

di rubarci la gioia delle nozze,

di vietarci l’accesso alla gioia eterna di Dio,

alla gioia eterna in Dio,

offertaci per pura misericordia.

*

 

Uno potrà dire:

Ma io ho accolto quest’invito:

sono cristiano, dico le mie preghiere, vado a messa,

faccio un po’ di volontariato…”

 

Per rispondere, bisogna andare alla seconda parte della parabola.

 

Con immensa bontà, il Re ha accolto nella Reggia

tutti coloro che i servi hanno trovato “ai crocicchi delle strade”

(Mt 22,9).

Luca racconta che si tratta di “poveri, storpi, ciechi e zoppi”

(cfr. Lc 14,21).

Siamo noi!

Immensamente misericordiati

Noi che siamo entrati nella Festa che ogni Eucaristia ci fa già gustare.

È la bellezza e la gioia della vita cristiana.

 

E, cosa splendida, il Re non solo ci ha invitati,

ma ci ha offerto il vestito delle nozze.

È chiaro questo nella parabola,

perché sarebbe insensato pretendere

che un povero, trovato per le strade,

possa venire con un abito degno della Reggia!

Peraltro, gli storici ci dicono che

era costume in Oriente che i sovrani, invitando,

donassero agli ospiti ricche vesti, profumi, alloggi sontuosi.”

 

Sì, siamo stati rivestiti di misericordia!

Come scrive Paolo agli Efesini,

ci è stato concesso di «rivestire l’uomo nuovo,

creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera» (Ef 4,24).

E questo vestito di grazia, ricevuto nel Battesimo,

ci rende capaci non solo di fare opere buone,

ma di farle con amore puro, casto, gioioso.

Rallegriamoci ed esultiamo”, canta l’Apocalisse,
“rendiamo a lui gloria,
perché sono giunte le nozze dell'Agnello;

la sua sposa è pronta:
le fu data una veste di lino puro e splendente".
La veste di lino sono le opere giuste dei santi.”
(Ap 19,7-8)

 

Ma di questo vestito nuziale,

questo vestito che dice il tuo essere uno con lo Sposo Gesù,

cosa ne hai fatto?

 

Cos’hai fatto del dono di Dio?

Cos’hai fatto dei talenti a te affidati? (Mt 25,14-30)

Sei di coloro che diranno: "Signore, Signore,

non abbiamo forse profetato nel tuo nome?

E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni?

E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?" (Mt 7,22)

e non fanno la volontà del Padre?

Perché “Non chiunque mi dice: "Signore, Signore",

entrerà nel regno dei cieli,

ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli.” (Mt 7,21)

Sei di coloro che suscitano scandali che fanno cadere i piccoli? (Mt 18,6)

 

Gesù dice questo, oggi, attraverso l’immagine

dell’uomo che certamente ha ricevuto il vestito nuziale,

ma l’usa per i suoi fini,

e pretende di entrare nella festa senza di esso:

Non ho bisogno del tuo vestito per entrare nella tua festa.

E il vestito mi serve per quello che interessa a me:

farmi un nome, esercitare un potere sugli altri,

gioire dei piaceri più morbosi…”

E sono gli abusi di cui oggi si parla.


Ma prima di parlare di abusi gravi,

noi… noi non possiamo dire: “Io sono cristiano,

dico le mie preghiere e faccio un po’ di opere buone,

perciò sono a posto,

e mi dispiace tanto per coloro che andranno all'inferno.”


Se porti il vestito delle nozze,

entri già nelle nozze,

e, di per sé, entra nel tuo cuore il desiderio,

anzi la passione della salvezza delle anime.

Entra nel tuo cuore la certezza

che la salvezza del mondo è nella persona di Gesù, e solo in Lui.

E sai che devi assolutamente offrire questa salvezza al mondo.

Vuoi, con le tue sorelle e i tuoi fratelli nella fede,

essere una presenza di Cristo nel mondo,

per il mondo,

affinché nessuno si perda.

 

È chiaro che il vestito è un’immagine,

perché la vita di fede non ti copre esteriormente come una veste,

bensì ti trasforma fino nelle profondità del cuore.

Portare il vestito delle nozze,

è vivere queste nozze,

e dare la propria vita perché tutti vi entrino!

 

Questa è la nostra missione.

Non è di terrorizzare il mondo con la paura dell’inferno.

Non è neppure di tacere: l’inferno c’è,

e non pochi mistici ci dicono che è affollato…

La nostra missione è di proclamare con la nostra vita

e, se necessario, con le parole,

la bellezza dell’invito alle nozze,

la bellezza del vivere già le nozze

attraverso l’amore reciproco, come Gesù ci ha amati.

E questo non può non costarci la persecuzione

che oggi c’è e domani ci sarà di più…

Ma, se sei rivestito di Gesù, come l’apostolo Paolo,

puoi dire:

So vivere nella povertà come so vivere nell'abbondanza;

sono allenato a tutto e per tutto, alla sazietà e alla fame, all'abbondanza e all'indigenza.

Tutto posso in colui che mi dà la forza.” (Fil 4,12-13)

 

Tutto possiamo in colui che ci dà la forza!

 

mercoledì 7 ottobre 2020 - Madonna del Santo Rosario - Gal 2,1..14 – Lc 11,1-4 - Badia Fiorentina - Fr. Antoine-Emmanuel


Ogni volta che la liturgia ci propone come Vangelo

l’insegnamento del Padre Nostro,

è per noi un'occasione per una sana verifica.

 

Il mio modo di pregare è intonato

all’insegnamento di Gesù sulla preghiera,

oppure sono su un’altra via?

 

Possiamo, alla luce del Padre Nostro, porci cinque domande.

 

La prima: “La nostra preghiera, in tutte le sue forme,

fondamentalmente, ci fa volgere verso il Padre?”

Certo, le vie della preghiera sono numerosissime,

e la nostra vita di preghiera sarà un immergerci nel Nome di Gesù

ed un lasciarci guidare dallo Spirito Santo.

Certo, ci affidiamo a Maria, agli Angeli e ai santi.

Ma con la diversità delle tonalità, delle vie, dei colori della preghiera,

ci apriamo al Padre, alla presenza del Padre, all’amore del Padre?

 

La seconda domanda:

La nostra preghiera ci porta a decentrarci da noi stessi?

A cercare più la volontà di Dio che la nostra?”

In altri termini, la nostra preghiera

dice: “Sia fatta la mia volontà” oppure la “tua”? ( cfr Mt 6,10)

 

La terza domanda:

Abbiamo la semplicità, l’umiltà

di chiedere a Dio il pane quotidiano?”

Accettiamo di affidare al Signore

le nostre necessità più ordinarie, più quotidiane?

 

La quarta domanda:

Siamo consapevoli che il nostro chiedere la Misericordia divina

implica la nostra disponibilità a perdonare anche noi?”

Oppure la nostra preghiera corre su un binario diverso,

e pensiamo che si possa da una parte serbare rancore,

e dall’altra chiedere l’Amore?

 

Infine, quinta domanda:

Siamo soliti chiedere al Signore

di evitarci la tentazione, perché sappiamo di essere tanto fragili?”

La nostra preghiera si ricorda

della nostra vulnerabilità?

 

Queste ed altre domande ci vengono

dal guardare la nostra preghiera nello specchio del Padre Nostro.

E, senza dubbio, ci rendiamo conto

che abbiamo non pochi passi da fare

per giungere ad una preghiera

accordata con il cuore di Gesù.

 

Se vuoi pregare”, scrive Evagrio Pontico,

invoca Dio che dona la preghiera a chi prega”.

A chi prega…

 

E, qui, possiamo oggi chiedere in modo particolare

l’aiuto di Maria.

Perché l’Ave Maria, il Santo Rosario, l’affidarci alla Madonna

ci fa fare passi da gigante nella vita di preghiera.

 

Come Gesù ricevette dalla Vergine Maria un grande insegnamento

sulla preghiera, così anche noi!

 

Quanto ci aiuta il Rosario a camminare verso una preghiera

semplice, fiduciosa, filiale!

 

È una preghiera biblica che rende la Parola a Dio,

perché riprende le parole dell’Angelo Gabriele nell’Annunciazione

e quelle di Elisabetta nella Visitazione. (Lc 1,28.42)

È una preghiera radicata nella fede della Chiesa indivisa,

che professa, dal Concilio di Efeso, che Maria è “Madre di Dio”.

E poi aggiunge semplicemente: “Prega per noi…”

 

Ma come pregare il Rosario?

 

Vi propongo tre piccole chiavi.


La prima riguarda il dove pregare il Rosario?

Una grazia da chiedere è di far scendere il Rosario nel cuore.

Non è più una preghiera delle labbra.

Non è più una preghiera della testa,

che si mescola a tante distrazioni:

prego il Rosario e allo stesso tempo penso

a cosa preparerò per la cena…

 

La grazia da chiedere è il Rosario pregato nel cuore.

La preghiera si svolge dentro.

Il cuore prega.

Il Rosario è disceso nel profondo di noi stessi.

 

Una sorella mi diceva di recente:

"È lei, la preghiera del Rosario, che prega in me.

Talvolta sono distratta,

ma lei mi aiuta e mi fa tornare nel cuore.

E, là, prega lei…."

 

Una seconda chiave è rendersi conto

che il Rosario è centrato sul Nome di Gesù e sul Nome di Maria.

È immenso il mistero del Nome di Gesù.

Solo il Padre, solo Gesù, solo lo Spirito Santo

sanno quanto grande è il Nome di Gesù.

E il Rosario ce lo fa ripetere decine di volte.

Insieme al Nome di Maria.

E questo spiega la potenza incredibile della preghiera del Rosario,

insieme alla semplicità del cuore che richiede e che plasma in noi.

 

Infine, terza chiave,

il Rosario è una preghiera cristologica, anche nel senso

che ci fa meditare i misteri della vita di Gesù.


E questo può avvenire in una forma che vi condivido.

Quando si medita un mistero del Rosario,

ad esempio il terzo mistero doloroso, che è “La coronazione di spine”,

si può, ad ogni Ave Maria, aggiungere una piccola frase

che ci immette nel mistero.

Ad esempio:

e benedetto è il frutto del tuo seno Gesù che fu coronato di spine…”;

poi, all'Ave Maria successiva:

e benedetto è il frutto del tuo seno Gesù che non portò nessuna corona, se non una corona di spine …”;

poi:

e benedetto è il frutto del tuo seno Gesù Re dell’Universo umiliato …”

poi ancora:

e benedetto è il frutto del tuo seno Gesù che è in persona il Regno di Dio …”.

 

Oppure per il quarto mistero della gioia,

La presentazione di Gesù al Tempio”:

 

Santa Maria, Madre di Dio “che presenti Gesù al Tempio…”

Santa Maria, Madre di Dio “a cui Simeone annuncia che il tuo cuore sarà trafitto da una spada …”

E così via…

 

Non si tratta di fare una trattato di teologia.

Ma di lasciarci guidare dallo Spirito, di immergerci nel mistero,

e le frasi brevi verranno in modo molto semplice.

Siamo nel mistero con Maria.

E questo è il Rosario.

 

La Madonna ci aiuti a convertire sempre la nostra preghiera

perché divenga di più la preghiera di Gesù,

anzi, per lasciar Gesù pregare il Padre in noi!

 

 

Domenica 4 ottobre 2020 - XXVII Domenica del T.O. - Is 5,1-7 – Fil 4,6-9 – Mt 21,33-43 -  Badia Fiorentina - Fr. Antoine-Emmanuel


 

Quant'è attuale questa parabola!

Io la chiamerei la “parabola dell’appropriazione”.

 

Infatti ai contadini viene affidata una vigna, con tutto ciò che è necessario.

Essi vi lavoreranno e al padrone consegneranno i frutti

nel tempo della vendemmia, in autunno.

Ma cosa avviene?

Questi contadini si appropriano dei frutti,

e si appropriano pure della vigna stessa.

E, per appropriarsi di tutto, uccidono sia i servi del padrone che il figlio del padrone.

 

Perché dico che questa parabola è attuale, anzi attualissima?

Penso ad una foto pubblicata nella prima pagina dell’Avvenire, questa settimana.

Vi si vedono dei bimbi, numerosi, “ordinati” da qualche “cliente”.

Ma per la pandemia, non si possono inviare quei bambini all’estero ai cosiddetti clienti…

E questo avviene in Cina, in Ucraina, in India… e altrove.

 

È il dramma dell’appropriazione della vita.

La nostra società, la nostra cultura è,

nei confronti di Dio, una cultura dell’appropriazione.

Non ci si appropria solo dei frutti e della vigna,

ma anche della vita, delle leggi della vita, e dell’esistenza stessa della vita.

Tutto è nostro!”

Ma non è il “tutto è nostro e noi siamo di Cristo” di San Paolo (cfr 1Cor 3,21-23).

È “tutto è nostro” perché noi siamo gli unici signori

dell’esistenza, della vita e delle leggi della vita.

 

Il rapporto con Dio è totalmente cambiato:

non è più la sola infedeltà a Dio;

non è più il dire che non esiste Dio;

non è più il dire che “Dio è morto”.

È dire: “Dio siamo noi!”

 

Scrive Paolo, nella seconda lettera ai Tessalonicesi:

Nessuno vi inganni in alcun modo!

Prima infatti verrà l'apostasia e si rivelerà l'uomo dell'iniquità,

il figlio della perdizione, l'avversario,

colui che s'innalza sopra ogni essere chiamato e adorato come Dio,

fino a insediarsi nel tempio di Dio, pretendendo di essere Dio.” (2 Ts 2,3-4)

Non è questa la realtà odierna?

 

Questo farsi Dio non può non creare uno squilibrio, un disordine

sia nell’equilibrio del creato che nell’armonia della famiglia umana,

perché qualcosa di fondamentale è toccato.

Se una creatura agisce come se fosse il Creatore, tutto l’ecosistema è scosso.

 

Non ho dubbi che la pandemia del Covid19 sia la conseguenza di questo disordine.

Non è una punizione di Dio, che Iddio avrebbe fabbricato nel suo laboratorio!

È la conseguenza logica dell’apostasia.

 

Cosa ci dice, infatti, la parabola?

Che quest’appropriazione causa violenza, grande violenza.

La violenza del mettere a morte i servi ed il Figlio di Dio.

 

Questo non è avvenuto solo nel passato: avviene e avverrà.

Chi vuole appropriarsi del trono di Dio non sopporta né i servi di Dio,

né i figli di Dio.

Questo si chiama “persecuzione”.

Può essere persecuzione aperta o persecuzione subdola,

ma è lo stesso violenta.

 

Penso a una giovane mamma che,

scoprendo che il bambino che porta in grembo è pesantemente handicappato,

ha incontrato di recente una dottoressa che voleva imporle l’aborto,

accusandola di far soffrire altrimenti il bimbo,

il che è, da un punto di vista medico, una menzogna.

Questo è tipico della compassione senza Dio,

come lo è la vendita di bambini attraverso internet:

fa leva sulla compassione per le coppie sterili,

che siano eterosessuali o omosessuali.

E guai a chi osa rimettere tale pratica in questione:

viene “scomunicato”.

 

Cosa ci dice, ancora, la parabola?

Che la violenza non avrà l’ultima parola:

La pietra scartata dai costruttori è divenuta la pietra d’angolo.” (Sal 118,22)

Ma, a che prezzo?

Al prezzo di quante anime?

Quante anime si perdono…

Da cui le lacrime della Madonna, ieri ed oggi…

 

Come reagire noi?

Come servire il Signore?

La lettera ai Filippesi che riceviamo in questo giorno

ci invita a custodire una serenità di fondo,

una fiducia profonda nel Signore.

Non angustiatevi per nulla…”

vivendo l’istante presente nella certezza che “Il Signore è vicino” (Fil 4,5).

È la certezza della fedeltà assoluta di Dio.

 

Poi ci parla della preghiera in questi termini:

In ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste

con preghiere, suppliche e ringraziamenti.” (Fil 4,6)

 

Infine, con il Vangelo odierno risuona la chiamata

a ristabilire l’ordine, a vivere la gioia dell’Alleanza,

ossia a consegnare a Dio i frutti della sua Vigna

E qual è il frutto che Dio aspetta?

È l’amore fraterno, il vivere la fraternità.

 

Noi siamo la vigna del Signore, e ne siamo felici.

Nella sua morte in Croce ci ha dato tutto,

ci ha resi capaci di amore reciproco.

E, sì, lo vogliamo vivere e offrire!

 

Quindi la nostra risposta sarà la fiducia, la preghiera e l'amore reciproco.

 

Aggiungo una chiave essenziale.

Attraverso chi ci viene la grazia? Maria.

Chi è stata per noi accanto a Gesù crocifisso? Maria.

Chi intercede per noi oggi presso Gesù? Maria.

 

Quando Chiara Lubich visse l’esperienza mistica collettiva del Paradiso, nel 1949,

quale fu la sua prima grande sorpresa?

Quanto in cielo Maria era grande, immensa!

È a Lei che possiamo rivolgerci

per vivere appieno la nostra vita di fede, di speranza e di carità

in questo mondo travagliato.

 

Ma è anche con Lei che dobbiamo collaborare.

Il grande teologo tedesco Urs von Balthazar

era molto legato da una profonda amicizia con Adrienne von Speyr.

Un giorno, mentre il teologo stava predicando gli esercizi spirituali,

Adrienne era in camera sua in preghiera, e, dalla finestra,

ebbe la visione di un immenso temporale,

e vide una donna nei dolori del parto, dolori immensi.

Adrienne si mise a gridare: “Bisogna aiutare questa donna!”

Quando raccontò della visione ad Urs von Balthazar,

egli l'aiutò a leggere la visione,

sulla base del capitolo 12 dell’Apocalisse.

Adrienne capì che era una visione della Madonna nel travaglio del parto:

la Madre “dolorosa” per i dolori del Figlio…

 

Io conservo nel cuore il suo grido: “Bisogna aiutare questa donna!”

Bisogna essere con Maria nella co-redenzione, per la salvezza delle anime.

 

 

Domenica 27 settembre 2020 - XXVI domenica del T.O. -  Ez 18,25-28 – Fil 2,1-11 – Mt 21,28-32 - Badia Fiorentina - Fr. Antoine-Emmanuel

 

Vi ricordate dell’inizio del Vangelo di Giovanni?

In principio era il Verbo, (il Figlio)
e il Verbo era presso Dio (Padre)
e il Verbo era Dio.” (Gv 1,1)

E potremmo proseguire così:

E il Padre gli disse:

"Figlio, oggi va' a lavorare nella vigna”. (Mt 21, 28)

E disse di sì.

E “il Verbo si fece carne”. (Gv 1,14)

 

Tu non hai voluto né sacrificio né offerta,
un corpo invece mi hai preparato.
Non hai gradito
né olocausti né sacrifici per il peccato.
Allora ho detto: "Ecco, io vengo
- poiché di me sta scritto nel rotolo del libro -
per fare, o Dio, la tua volontà".
(Eb 10, 5-7)


Il Figlio “pur essendo nella condizione di Dio,

- ci dice oggi Paolo -
non ritenne un privilegio l'essere come Dio,

ma svuotò sé stesso
assumendo una condizione di servo.”
(cfr. Fil 2,5-7)

per lavorare alla Vigna del Padre.

 

E lavorare nella Vigna significava

nascere in una grande povertà… e disse di sì.

Significava vivere per anni da migrante… e disse di sì.

Mettersi in fila con i peccatori presso il Giordano… e disse di sì.

Essere bersagliato dalle tentazioni nel deserto… e disse di sì.

Andare di villaggio in villaggio, non avendo una pietra per posare il capo… e disse di sì.

Essere disprezzato, calunniato, rigettato… e disse di sì.

Essere tradito e venduto da un discepolo… e disse di sì.

Essere vittima di un processo iniquo… e disse di sì.

Essere flagellato e crocifisso come un maledetto da Dio… e disse di sì.

Essere abbandonato da Dio… e disse di sì.

 

Si! Ha lavorato nella Vigna del Padre!

Fino ad essere la Vite stessa

che dà vita ai tralci che siamo noi. (cfr Gv 15)


Il Figlio di Dio, Gesù Cristo, (…) non fu "sì" e "no",

ma in lui vi fu il "sì".”

(2 Cor 1,19)

*


E
tu, ed io?

Come stiamo rispondendo al Padre

che ci ha invitato a lavorare nella Sua Vigna,

ossia alla salvezza delle anime?

 

Abbiamo colto quanto il Padre ci onora,

chiedendoci di lavorare, con il Figlio Suo, nella Sua Vigna?

 

Assomigliamo al primo figlio della parabola odierna?

Lui dice di no!

Perché?

Perché teme di essere disprezzato, prendendo la via del servizio?

Teme di essere anch'egli bersagliato?

Ma, dice il Vangelo, “poi si pentì e vi andò”. (cfr Mt 21, 29)

Si pente di aver ferito il cuore del Padre,

e va nella vigna !

Ci va con l’umiltà di chi riconosce le proprie resistenze.

E lavora.

E questo avrà tanto rallegrato il cuore del Padre.

 

Oppure assomigliamo al secondo figlio?

Lui, subito, risponde di sì!

Per fare bella figura, per essere onorato.

Per lui, non conta la verità, conta la fama.

E questo certamente non lo porta a lavorare.

Nella vigna non ci va,

magari pensa che il padre non se ne accorgerà…

 

In fin dei conti, chi lavora nella Vigna del Padre?

Chi lavora con Gesù alla salvezza delle anime?

Solo chi si è pentito,

chi si è ravveduto,

e, quindi, lavora con un cuore umiliato.

In testa, chi c’è?

I pubblicani e le prostitute”

che hanno lasciato il regno del denaro e del sesso

per servire il Regno di Dio. (cfr. Mt 21,31)

 

*

Carissimi, oggi il Signore rinnova la Sua chiamata:

"Figlio, figlia, oggi va' a lavorare nella vigna". (cfr Mt 21,28)

 

Cosa rispondi?

Certo, ora diffidiamo del “sì” presuntuoso

di chi dice “Signore, signore” e non fa la volontà di Dio. (cfr. Mt 7,21)

Quindi non risponderemo con belle parole,

neanche con riti solenni,

ma con la vita, “con i fatti e nella verità”. (1 Gv 3,18)

 

A cominciare da una cosa semplice:

aver a cuore la Vigna!

Lasciar entrare nel nostro cuore

l’attenzione premurosa per la Vigna del Padre,

la passione, cioè, per la salvezza delle anime.

 

Il grande pericolo è l’insensibilità

dinanzi alle ingiustizie,

alla cultura di morte,

all’aborto e all’eutanasia

che così gravemente feriscono il cuore di Dio,

che così gravemente mettono in pericolo la salvezza eterna.

 

Il pericolo è di lasciarci contagiare dall’individualismo,

dal regno del sentire e del piacere.

Il virus più grave, oggi, è la pretesa umana

non solo di fare a meno di Dio,

ma di farci Dio,

di essere “signori” della vita e della morte.

 

Lavorare alla Vigna significa, al contrario,

farci servi della vita,

ed in particolare servi della vita più fragile, più debole,

con un immenso rispetto per la vita.

 

Servi della vita e servi dell’amore reciproco

come Paolo ci chiede oggi:

Rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità,

rimanendo unanimi e concordi.” (Fil 2,2)

 

E come giungere a questo servizio della vita e dell’unità?

Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù” (Fil 2,5),

ci risponde Paolo.

Entrate, cioè, nel “sì” di Gesù al Padre!

 

Allora, oggi, affidiamo a Gesù i nostri “no”,

i nostri “sì” falsi,

e accogliamo il Suo “sì”

Entriamo nel Suo “sì”!

Facciamolo nostro!

 

Venerdì 25 settembre 2020 - XXV settimana del T.O. - Qo. 3,1-11 – Lc 9,18-22 - Badia Fiorentina - Fr. Antoine-Emmanuel


 

«C'è un tempo per nascere e un tempo per morire,
un tempo per piantare e un tempo per sradicare quel che si è piantato.
Un tempo per uccidere e un tempo per curare”
, e così via…(Qo 3,1-2)

 

Allora, perché costruire una cattedrale, se poi sarà distrutta?

Perché curarsi, se poi si morirà?

Perché avere figli, se comunque moriranno?

 

Insomma: “Perché vivere, se si deve morire?”

 

Qualcuno risponde:

Se i morti non risorgono, mangiamo e beviamo, perché domani moriremo.”

(1 Cor 15,32)

cioè godiamoci la vita e basta!

 

Un altro preferisce la politica dello struzzo:

viviamo come se non si morisse!

La morte escludiamola dal nostro pensiero e dal nostro vivere quotidiano!

 

Oggi c’è una novità ulteriore:

della morte, come della stessa vita, diventiamo noi i signori!

Saremmo onnipotenti…

 

E il Qoelet, cosa dice?


Il versetto 11 che segue la litania degli opposti recita così, letteralmente:

(Dio) ha fatto bella ogni cosa a suo tempo;

ha pure messo nel loro cuore l’eternità;

l’uomo però non può scoprire l’opera che Dio compie dal principio alla fine.”

 

Esso dice due cose:

che nel cuore di ogni uomo vi è il senso dell’eternità,

il senso di un tempo che non ha fine;

che l'uomo, però, non è in grado di capire quello che Dio fa nel corso del tempo.

 

C’è un sapere ed un non sapere…


*

Torniamo alla nostra domanda: “Perché vivere, se si deve morire?”

Perchè abbiamo in noi un anelito all’eternità.

Perché c’è un oltre.

Perché c’è un’opera di Dio che ci sorpassa.

 

Dio sta operando nella nostra vita qualcosa che noi,

alla luce dell’Antico Testamento, non capiamo ancora…

 

Un’opera che il Vangelo, invece, ci svela!

E qui, ci vuole la fede di Pietro.

"Ma voi, chi dite che io sia?" chiede Gesù.

E Pietro risponde: "Il Cristo di Dio" (cfr. Lc 9,20)

 

Il Cristo vuole dire il Re, il Re atteso che salva il Popolo d’Israele.

Pietro riconosce in Gesù un Re.

Eppure Gesù non ha una reggia.

Non ha uno scettro.

Non ha un esercito.

Non ha ricchezze.

Non ha neanche possedimenti.

Non ha neppure una Regina…

 

A dire il vero, tutto ciò Pietro si aspettava che Gesù lo avesse presto!

Ma la fede compiuta di Pietro, la sua fede dopo la Pentecoste

riconosce in Gesù il Re, non solo senza reggia e senza esercito,

ma crocifisso.

Crocifisso e glorioso.

 

E in Gesù crocifisso, abbandonato e glorioso

si svela, appunto, “l’opera che Dio compie dal principio alla fine.”(Qo 3,11),

l’opera che Dio sta facendo nella tua e nella mia storia.

 

Allora: “Perché vivere, se si deve morire?”

Perché l’eternità di cui portiamo l’anelito non è un sogno, qualcosa di irreale:

è l’opera che Dio sta facendo in Gesù.

Ma per vederla, ci vuole la fede di Pietro.

Non vedi né reggia, né scettro, né esercito, né ricchezze…

Anzi vedi malattie, pandemia, conflitti, umiliazioni…

E credi che l’opera di Dio si stia compiendo

per portarci tutti nella Vita, quella eterna…

 

Chiediamo al Signore la fede di Pietro,

uno sguardo che vede oltre,

che crede in quello che non si vede e che dà senso al tempo.

Così la esprime lo stesso Pietro:

Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui.

Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa,

mentre raggiungete la mèta della vostra fede: la salvezza delle anime.”

(1 Pt 1,8-9)

 

Domenica 6 settembre 2020 - XXIII Domenica del T.O. - Ez 33,1.7-9 – Rm 13,8-10 - Mt 18,15-20 - Badia Fiorentina  - Fr. Antoine-Emmanuel
 

O figlio dell'uomo, io ti ho posto come sentinella per la casa d'Israele.

Quando sentirai dalla mia bocca una parola,

tu dovrai avvertirli da parte mia.” (Ez 33,7)

 

Al profeta Ezechiele, il Signore chiede di essere sentinella.

Come la sentinella posta sulle mura della città

che, vedendo sopraggiungere un pericolo, suona il corno e dà l'allarme al popolo.(Ez 33,3)


Questo compito, oggi, non è solo del profeta, è di tutti noi.

Siamo insieme sentinelle poste sulle mura della città.

 

Il che vuol dire che la nostra responsabilità è di ascoltare il Signore

pronti a dare l’allarme al popolo.

 

Se io dico al malvagio: "Malvagio, tu morirai",

e tu non parli perché il malvagio desista dalla sua condotta,

egli, il malvagio, morirà per la sua iniquità,

ma della sua morte io domanderò conto a te.” (Ez 33,8)

 

È questa la nostra responsabilità.

Non possiamo assistere, passivi, agli avvenimenti del mondo.

Non possiamo guardare all’attualità come si guarda una partita sul divano.

O meglio: bisogna guardare all’attualità come si guarda una partita,

ma scendendo in campo per far vincere l’Amore.

 

Non possiamo essere passivi.

Eppure i media ci presentano ogni giorno sfide immani e dolorosissime

sull’intero pianeta e pure nell’atmosfera

che tanto ci superano.

Cosa ci posso fare io?”...

Dico una preghiera e torno a “zappare il mio orticello…”

 

Il Vangelo odierno, anch’esso, ridesta il nostro senso di responsabilità.

 

Se il tuo fratello commetterà una colpa … (cf Mt 18,15)”,

lascialo andare per la sua via?

No!

Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va' e ammoniscilo…”

E datti da fare perché prenda coscienza del suo peccato

e torni a vivere la fraternità.

E se non ascolta né te né due o tre testimoni né l’ecclesia,

sia per te come il pagano o il pubblicano” (Mt 18,17),

cioè uno al quale va annunciata daccapo la Misericordia divina.

 

Quindi: “Va’!”

Il che vuol dire anche: “Sii pronto ad accogliere chi verrà da te,

quando tu avrai commesso una colpa…”

 

Iniziamo l’anno con questa parola: “Sentinella” per la città.

Ma che parola dobbiamo portare alla città nel contesto attuale

di pandemia, di incertezza enorme, di crisi sociale,

e soprattutto di perdita del senso di Dio?

 

Di risposte a questa domanda, ce ne sono tante.

Vorrei però darne due.

Due parole da gridare: “Cielo” e “Fraternità”.

 

Il primo grido da lanciare con la nostra vita è “Cielo”.

È la Parola più dimenticata oggi.

Il Cielo, l’eternità, l’orizzonte oltre la morte: chi ci pensa?

 

Il Vangelo odierno ci dice che

tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo,

e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.” (Mt 18,18)

Legare” significa lasciare qualcuno legarsi al male, a Satana.

Sciogliere” vuol dire offrire la Misericordia divina,

cioè accogliere nella comunità.

 

E quello che si decide, che si fa quaggiù

ha un riscontro decisivo nel cielo.

Il sì al Cielo è una vita che si consegna a Gesù, alla Sua Misericordia.

Il no al Cielo è una vita che si chiude alla Misericordia divina.

 

L’esistenza terrena non è altro che una palestra

in cui si gioca la nostra sorte eterna: cielo o inferno.

 

Ma chi è consapevole che la nostra esistenza quaggiù

è decisiva per la nostra sorte eterna?

Chi proclama la bellezza del dono che Dio ci offre gratuitamente

di una felicità eterna con Lui, in Lui?

Chi proclama la bellezza della Gerusalemme celeste,

di questa comunione eterna in cui saremo un cielo gli uni per gli altri?

 

Ecco il grido che noi come sentinelle dobbiamo lanciare insieme.

È un grido che già dice: “Dio”!

Semplicemente: “Dio”!

Perché oggi l’uomo si sta mettendo al posto di Dio.

Credo nell’uomo onnipotente, signore della vita” è il nuovo credo.

Siamo nel tempo della “apostasia”, che San Paolo descrive

nella Seconda lettera ai Tessalonicesi (2Ts 2,3-4).

E noi non possiamo non gridare la bellezza dell’Amore di Dio.

Non possiamo non gridare la speranza del cielo.

Non possiamo non pregare come Gesù ci esorta oggi:

Se due di voi sulla terra si metteranno d'accordo

per chiedere qualunque cosa,

il Padre mio che è nei cieli gliela concederà.” (Mt 18,19)

 

C'è, credo, una seconda parola da gridare: “Fraternità”.

 

Il Vangelo odierno è tratto dal Capitolo 18 di Matteo

che contiene l’insegnamento di Gesù sulla vita in comunità, in “ecclesia”.

Vi sono due parole chiave:

la prima è “piccolo”, il piccolo, la pecora smarrita … ;

la seconda è “fratello”.

Ecco già un aspetto essenziale:

la fraternità si fonda sull’attenzione al piccolo,

sul prendersi cura del piccolo.

 

Il Vangelo è il Vangelo della “fraternità”!

La prima parola del Risorto – indirizzata alla Maddalena – è:

Va' dai miei fratelli…”

Poi : “Salgo al Padre mio e Padre vostro,…". (cf Gv 20,17)

Il grande dono della Risurrezione è la fraternità.

Non una fraternità simbolica, ma reale:

siamo fratelli e sorelle perché figlie e figli del medesimo Padre!

Gesù nella sua morte, nel suo abbandono, e nella sua risurrezione

ci offre il dono della fraternità.

E questo dono va accolto, va vissuto.

 

Essere sentinelle vuole dire

proclamare la fraternità con la nostra vita!

 

Una vita che si prende cura della fraternità.

Guardate cosa ci dice oggi Gesù:

Se due di voi sulla terra si metteranno d'accordo”

(ἐὰν δύο ⸂συμφωνήσωσιν ἐξ ὑμῶν⸃ ἐπὶ τῆς γῆς)

Letteralmente: “Se due di voi “sumfonesosin”,

se faranno una sinfonia,

se saranno in armonia…

Ecco la fraternità: vivere questa “armonia” evangelica.

Papa Francesco ne parla in modo bellissimo nelle sue ultime catechesi per la pandemia:

Cosa rende possibile l’armonia?

«Cercare di arrampicarsi nella vita, di essere superiori agli altri, distrugge l'armonia. È la logica del dominio, di dominare gli altri.

L’armonia è un’altra cosa: è il servizio.»

(Udienza generale del 12.08.2020) 

 

Ogni volta che ci mettiamo a servizio degli altri,

siamo co-costruttori dell’armonia fraterna.

Ogni volta che vogliamo primeggiare o far valere il nostro pensiero,

distruggiamo l’armonia fraterna.

 

Essere sentinelle vuol dire anche offrire la fraternità!

Una conseguenza drammatica della pandemia

è che, accanto a tante bellissime prove di solidarietà,

sta crescendo una cultura dell’isolamento.

Domani faremo la spesa su internet,

incontreremo il medico su internet,

andremo a scuola su internet,

andremo in chiesa su internet,

vivremo l’accompagnamento spirituale su internet,

ordineremo dei figli su internet,

senza parlare di tutte le cose sporche che si fanno su internet.

 

Essere sentinelle vuole dire offrire la fraternità, quella reale,

anche nel piccolo, prima nel piccolo.

Vuole dire essere creativi per suscitare la fraternità

con credenti e non credenti,

con persone di altre religioni,

con i vicini di casa,

con i poveri.

 

E questo, sempre, nella reciprocità.

Ci dice oggi Paolo:

Non siate debitori di nulla a nessuno,

se non dell'amore vicendevole” (Rm 13,8).

L’amore vicendevole.

Papa Francesco insiste su questo nelle sue catechesi per la pandemia:

La preferenza per i più bisognosi va oltre la pur necessaria assistenza.

Implica infatti il camminare assieme,

il lasciarci evangelizzare da loro, che conoscono bene Cristo sofferente,

il lasciarci “contagiare” dalla loro esperienza della salvezza,

dalla loro saggezza e dalla loro creatività.

Condividere con i poveri significa arricchirci a vicenda.”

(Udienza generale del 19.08.2020) 


Il secondo grido è quindi: “Fraternità”.

 

Tra le due parole da gridare: “Cielo” e “Fraternità”, qual è la priorità oggi?

La priorità è vivere l’uno E l’altro!

Il vivere di Dio, il vivere in vista del Cielo non ci allontana dai fratelli;

al contrario ci spinge verso la fraternità universale.

Ci rivela la dignità infinita di ogni persona,

a partire dell’embrione.

 

E l’adoperarsi per la fraternità non ci allontana da Dio. Anzi!

Dove sono due o tre riuniti nel mio nome,

lì sono io in mezzo a loro" ci dice Gesù oggi. (Mt 18,20)

Nel mio nome” significa “in Gesù”, amandoci come Gesù ci ama.

Allora, vi è in mezzo a noi una presenza del tutto nuova e diversa di Gesù.

L’altro, il fratello è davvero il tuo cielo!

 

Tuo fratello è il tuo cielo”: non potrebbe essere questo l’unico grido ?

 

Martedì 1 settembre 2020 - XXII settimana del T.O. - 1 Co 2,10-16 – Lc 4,31-37 - Badia Fiorentina - Fr. Antoine-Emmanuel


 

Gesù è stato appena cacciato dalla sua città di Nazaret.

Allora, tace?

Rinuncia a portare il Vangelo, almeno in Galilea?

No!

Gesù continua a portare al mondo la bellezza del Vangelo,

anche se verrà rigettato.

 

La missione sempre continua,

ed è uno scendere.

 

La città che lo conosceva lo rigetta:

scende nella città che non lo conosce.

Non sale a Gerusalemme: scende a Cafarnao.

 

Cosa avviene allora nella sinagoga di Cafarnao dove insegna?

Un uomo si mette a gridare, a urlare.

Attraverso di lui, è lo spirito maligno – smascherato - che grida.

 

Vuole tenere Gesù a distanza dalla gente:

Cosa è tuo e nostro?” dice letteralmente.

Cosa abbiamo in comune?

Sottinteso: nulla!

Lo spirito del male rifiuta il farsi vicino di Dio,

la solidarietà di Dio con noi.

 

E suscita anche il sospetto sul ministero di Gesù:

Sei venuto a rovinarci?”

Gesù sarebbe venuto per perderci, per accusarci, …

Nega la misericordia di Dio, che viene a risplendere nella persona di Gesù.

 

Infine, lo spirito del male aggiunge una cosa che, questa volta, è vera:

Sei il santo di Dio!” (Lc 4,34)

Mescola menzogna e verità, creando smarrimento.


La santità di Dio sarebbe quella di un dio

che si tiene a distanza dall’uomo per “rovinarlo”!

Mentre la santità di Dio è il fuoco del Suo amore

che si fa vicino per salvarci, per pura misericordia.

 

Cosa libererà questo pover'uomo da tali menzogne,

da questo sguardo mortifero su Dio?

Gesù!

La Sua Parola!

 

La Parola di Gesù ci libera dal chiasso interiore prodotto dal demonio.

Ella porta chiarezza, luce, verità!

 

*

 

Ritroviamo un insegnamento molto simile nella prima lettura,

dove Paolo ci spiega che è lo Spirito di Gesù a portarci alla verità.

Fino a poter dire: “Abbiamo il “nous” di Cristo”,

il pensiero di Cristo.

 

Ci dice in particolare una cosa preziosissima:

Abbiamo ricevuto lo Spirito di Dio

per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato” (1Cor 2, 12),

per conoscere i doni di grazia che sono in noi.

 

Se lo spirito del male ci immerge in un chiasso

in cui non vediamo più i tesori di grazia che sono in noi,

lo Spirito di Dio invece ci fa riconoscere i doni che sono in noi!

 

Pochi giorni fa, all’inizio della nostra sessione di formazione estiva,

a noi fratelli e sorelle è stato chiesto di individuare

quali doni avremmo messi a disposizione della comunità

per quella sessione.

 

Potremmo fare lo stesso, noi tutti, all’inizio di questo anno pastorale.

Quale dono, quale abilità, quale carisma porto in me

e metterò a disposizione della fraternità tra noi tutti

e della nostra comune missione nella città di Firenze?

 

Vi invito quindi a prendere un tempo di preghiera,

a invocare lo Spirito Santo per riconoscere i doni di Dio che sono in noi,

e poi a scegliere di metterli in gioco

per il bene comune e per la nostra comune missione.

 

 

Domenica 12 luglio 2020 - XV Domenica del T.O. - Is 55,10-11 – Rm 8,18-23 - Mt 13,1-23 - Badia Fiorentina - Fr. Antoine-Emmanuel

 

Perché Gesù parla in parabole?

Perché questo linguaggio fatto di immagini tanto semplici

eppure non semplici da decifrare?

Perché un linguaggio che ci obbliga a cercare il significato nascosto?

Perché un linguaggio che ci chiede di spogliarci,

di rinunciare a una comprensione solo intellettuale,

e di inginocchiarci e di entrare in relazione con chi parla?

Perché un linguaggio che ci chiede di scendere nella semplicità?

 

Appunto perché è questo l’unico modo per entrare nel mistero di Dio! Riflettere sul divino si può fare elaborando tanti concetti e idee,

ma entrare in Dio chiede di spogliarci, di inginocchiarci.

 

Una parabola è una mano tesa da parte di Dio

che ci offre una via di spoliazione per entrare in Lui.

 

La parabola è un elemento tipico del linguaggio di Dio:

o chiedi umiltà di cuore ed amore,

ed entri in un universo di bellezza e di libertà;

o ti chiudi e ti trovi nel lockdown dell’anima ripiegata su di sé.

Ma se chiedi umiltà ed amore,

la Parola di Dio, come annuncia Isaia,

fa germogliare in te una vita nuova. (cf Is 55,10)

Tu divieni, noi diventiamo insieme, ciò che siamo in verità.

Germoglia la bellezza nascosta del nostro essere!

 

In altri termini, attraverso le Parabole

Dio vuole che Lo cerchiamo, come una diletta cerca il suo diletto,

e come Egli per primo ci cerca.

Non vuole un rapporto freddo, concettuale o commerciale:

questo è impossibile con Dio.

Vuole un rapporto d’amore,

un cercarsi a vicenda con Lui.

Chi entra in questa ricerca vicendevole,

avrà, sempre più, vita e gioia nella ricerca.

Chi rifiuta di entrare, perderà anche quello che ha,

ci fa capire Gesù, oggi, nel Vangelo.

 

Allora, oggi,

cerchiamo di entrare insieme in questo cercarsi a vicenda con Dio.

Una cosa è certa: oggi il Signore cerca ciascuno di noi.

Ci ha chiamati qui proprio per questo:

per cercarci, per trovarci, per abbracciarci,

e per - apparentemente – scomparire, perché Lo cerchiamo ancora di più.

 

Ci cerca oggi attraverso la Parabola del seminatore (Mt 13,1-23).

È la Parabola chiave del Vangelo…

 

Per entrare in questa parabola,

bisogna lasciare da parte l’immagine che possiamo avere

di un campo pulito, dissodato, perfetto,

come si vedono nelle grandi aziende agricole moderne.

E metterci nella realtà di un contadino con una terra povera,

su qualche collina della Galilea.

Scrive un esegeta contemporaneo:

Si fa qui “riferimento ad una coltivazione primitiva, poco razionale;

non si parla qui di terra già lavorata.

Infatti, prima si seminava, e poi si passava l’aratro “a chiodo”,

con un vomere che era poco più di un grosso chiodo di ferro

oppure anche di legno, abbastanza leggero,

che rivoltava la terra arida in attesa della pioggia autunnale.”

 

Gesù avrà visto questo sulle colline della Galilea,

e vi avrà riconosciuto qualcosa di suo,

del suo modo di fare, del suo modo di essere.

 

Il grano sul terreno calpestato

è come il suo essere bersagliato dal principe della menzogna, Satana.

Il terreno sassoso è il suo essere accolto, in modo superficiale,

da cuori senza radici in Dio.

Il terreno con spine è come il suo essere ucciso

dalle passioni degli uomini: l’invidia, la sete di potere,

la gelosia, la lussuria…

 

Gesù riconosce in quello che avviene in questi terreni

il suo donarsi, il suo essere crocifisso come un maledetto…

mentre viene a portare la vita, quella vera ed eterna…


Ma né il terreno battuto, né quello sassoso, né le spine

hanno impedito al dono di Gesù di trionfare

e portare nella Risurrezione una mietitura sconfinata: cento per uno.

 

Al tempo di Gesù cento per uno è una cifra sproporzionata!

Significa che la Risurrezione è un dono sproporzionato…

 

Se muori anche tu come il grano,

entri in una qualità di vita del tutto nuova: 100 x 1!

 

Se consegniamo a Gesù i nostri terreni battuti, sassosi e spinosi diventiamo terra buona, terra fertilissima!

 

E la terra buona permette al 100 x 1 della Parola di Dio

di dispiegare in noi i suoi effetti!

 

Ma, attenzione!

Il 100 x 1 non è un essere dottori in Sacra Scrittura.

Non è un esercitare il potere sugli altri, convincendoli a forza di versetti.

È un vivere veramente la Parola!

 

La posta in gioco è questo vivere la Parola di Dio.

 

Accogli il Vangelo della domenica o del giorno,

o quella Parola che il Signore ti ha dato,

e cerchi di viverla.

 

E questo in una duplice maniera:

ogni parola è una chiamata e una promessa.

Ogni parola va accolta come promessa:

Dio rivela con essa quello che vuol fare in noi, attraverso di noi.

E ogni parola è una chiamata:

ci rivela in che modo cambiare le nostre abitudini,

per orientarci verso l’amore.

 

Tutto ciò comporta un travaglio, è vero, spesso una lotta,

ma “le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili

alla gloria futura che sarà rivelata in noi.” (Rm 8,18)

 

Carissimi,

quest’estate potrebbe essere un tempo di esercizi spirituali

in cui cerchiamo di vivere la Parola di Dio.

 

Questo vuol dire :

  1. chiedere a Gesù di darci la Parola che ci chiede di vivere.

  2. Metterci in ascolto per individuare la risposta di Gesù, per sapere quale Parola cercheremo di vivere.

  3. prendere uno o più momenti di lectio divina su questa Parola.

  4. individuare bene la promessa che questa Parola costituisce.

  5. individuare bene la chiamata che ci rivolge.

  6. vivere questa Parola

  7. fare l’esame di coscienza quotidiano non a partire dai nostri ideali di perfezione - questi vanno confessati come peccato! – ma a partire da questa Parola: l’ho accolta? Ho creduto alla promessa? L’ho vissuta?

  8. Offrire a Dio e agli altri il 100 x 1 di una vita rinnovata nell’amore, grazie alla Parola!

 

sabato 4 luglio 2020 - XIII settimana del T.O. - Am 9,11-15 – Mt 9,14-17 - Badia Fiorentina - Fr. Antoine-Emmanuel


 

Quando, alla vigilia della sua passione,

Gesù si rivolge, nella preghiera, al Padre, dice:

Padre,”Ora io vengo a te e dico questo mentre sono nel mondo

perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia.” (Gv 17,13)

Gesù prega affinché i discepoli abbiano in loro stessi la sua gioia,

la pienezza della sua gioia.

 

La gioia di Gesù!

Gioia di contemplare l’opera del Padre:

Gesù esultò di gioia nello Spirito e disse:

Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra,

perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti

e le hai rivelate ai piccoli!” (Lc 10,21)

Gioia di fare la volontà del Padre.

Gioia anche per ogni anima che si converte al Regno di Dio

perché “vi sarà gioia nel cielo - e quindi nell’anima di Gesù –

per un solo peccatore che si converte

più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.”

(Lc 15,7) Gioia, quindi, di sedersi a tavola al banchetto di Levi, divenuto Matteo…

 

Allora, come potrebbero digiunare i discepoli

quando Gesù fa festa per ogni conversione?

Se non entrassero nella gioia di Gesù,

sarebbero come il figlio maggiore della parabola

che rifiuta di partecipare al banchetto per il ritorno del figlio perduto.

(cfr Lc 15, 25-30)

 

I discepoli veri fanno festa per ogni conversione!

Gioia per Levi che si converte (cfr Lc 5,27-32; Mc 2,13-17: Mt 9,9-13 );

gioia per Maria di Magdala che si converte (cfr Lc 7,37-50);

gioia per il posseduto geraseno che vuole seguire Gesù (cfr Mc 5, 1-20);

gioia per il cieco nato che diviene discepolo (cfr Gv 9, 24-38).

 

Poiché i discepoli sono gli amici dello Sposo,

la gioia dello Sposo è la loro gioia!

Non c’è più la gelosia.

Non c’è più la rabbia di Giona,

che si sdegna perché Dio manifesta la sua misericordia

nella città pagana di Ninive (Gn 4,1-3).

 

I discepoli sono - letteralmente nel testo odierno – “figli delle nozze”.

È un ebraismo che vuol dire che appartengono alle nozze (cfr Mt 9,15).

Vivono di quest’incontro amoroso tra Gesù e ogni anima.

E questo li fa felici!

 

Certo, digiuneranno quando lo Sposo sarà arrestato, flagellato e crocifisso. Anzi, parteciperanno alla sofferenza dello Sposo, (ibid.)

fino ad essere anch'essi perseguitati.

Ma l’ultima parola è la festa delle nozze.

L’ultima parola è la gioia delle nozze eterne.

 

E tu, sei “figlio-a delle nozze”?

Hai detto di sì al dono gratuito di essere sposato-a

da Gesù Messia, Signore e Salvatore?

E questo “sì” non può essere un mezzo sì.

Il vestito delle nozze non può essere

un patchwork di vecchia mentalità e di apertura alla gratuità dell’Amore. Questo sarebbe uno strappo peggiore nell’anima, (cfr Mt 9, 16)

una forma di schizofrenia spirituale.

No!

L’amore è gratuito,

e tutto ciò che in noi vuole meritare l’amore

va allontanato, abbandonato.

 

Se metti il vino nuovo

negli otri vecchi di una mentalità tutta concentrata su di te,

farai dei danni! (cfr Mt 9,17)

Ci vogliono otri nuovi:

non guardare più a te stesso!

Guarda a Lui e sarai raggiante! (cfr Sal 34,6)

 

Martedi 30 giugno 2020 - XIII settimana del T.O. - Am 3,1..4,12 – Mt 8,23-27 - Badia Fiorentina - Fr. Antoine-Emmanuel


Se due uomini camminano insieme,

significa che si sono messi d’accordo.

Se ruggisce il leone nella foresta,
significa che ha qualche preda.
Se il leoncello manda un grido dalla sua tana,
significa che ha preso qualcosa!

Se un uccello si precipita a terra in una trappola,
significa che c’era un'esca.
Se scatta la trappola dal suolo,
significa che ha preso qualche cosa.

Se risuona il corno nella città,
significa che il popolo è messo in allarme.
Se avviene nella città una sventura,
significa che il Signore ha agito.

(cfr Amos 3,1-7)

 

Similmente, se parla un profeta,

significa che il Signore gli ha rivelato che sta per agire nella storia.

 

Amos ha un'espressione molto bella

che viene usata per i colloqui tra amici:

il profeta ho ricevuto le confidenze intime di Dio.

E quindi parla.

 

Amos vuol farci capire che il parlare del profeta

ci chiama ad essere desti, a prestare attenzione, a convertirci…

perché significa che Dio è all'opera nella storia.

 

Avendo poi elencato tutte le occasioni

in cui il Popolo non ha ascoltato la Sua voce,

conclude dicendo: “Preparati all'incontro con il tuo Dio, o Israele!”

(Amos 4,12)

 

Incontro di giudizio, incontro di condanna?

Oppure incontro di tenerezza, incontro nuziale?

Tutto dipende dalla nostra conversione…

*

Se tutto ciò è vero del profeta,

è ancora più vero quando parla il Verbo di Dio!

Il parlare di Gesù significa che Dio è all’opera nella storia:

Dio sta aprendo vie nuove, anzi: Dio fa nuove tutte le cose. (cfr Ap 21,5)

 

Ed è quello che vediamo nel Vangelo odierno.

 

Siamo in Galilea.

Siamo sulla riva occidentale,

la riva conosciuta, la riva dei credenti nel Dio d’Israele,

la riva di cultura ebraica.

 

L’altra riva, quella orientale,

è la riva sconosciuta, la riva pagana,

la riva di un’altra cultura,

la riva in cui non vorresti mai approdare.

 

Ora, chi è il primo a salire nella barca?

Chi è il primo ad imbarcarsi verso l’altra riva? Gesù!

 

Gesù si imbarca!

S'imbarca verso la riva delle altre credenze,

delle altre culture, dell’altro.

 

E ci invita a salire, anche noi, sulla barca.

Gesù ci porta incontro all’altro,

incontro a quello che vorremmo evitare…

 

Perché Gesù ha nel cuore tante altre pecore

che non provengono dal recinto di Israele.

Anche quelle io devo guidare.

Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore.”

(Gv 10,16)

 

Ma l’andare verso l’altro non è facile.

Avvenne nel mare un grande sconvolgimento,” (Mt 8,24)

letteralmente un grande seisma

tanto che la barca era coperta dalle onde.” (idem)

Non è più la barca che sta sull’acqua,

ma l’acqua che copre la barca…

 

L’immagine indica lo scatenarsi violento delle potenze del male,

che si oppongono all’incontro con l’altro nell’amore,

che si oppongono alla via della riconciliazione, dell’unità…

 

E Gesù dorme.

Come, Gesù, puoi dormire, quando la barca è così scossa?

 

È come nel giorno dell’incontro con la donna di Samaria.

Gesù non aveva mangiato nulla, e “i discepoli lo pregavano:

"Rabbi, mangia".

Ma egli rispose loro: "Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete".

(Gv 4,31-32)

Ugualmente, Gesù ha un riposo che noi non conosciamo,

un riposarsi nel Padre…

Il Padre è in me ed io in Lui…(cfr Gv 14,10-11)

 

Allora lo svegliarono, dicendo:

"Salvaci, Signore, siamo perduti!". (Mt 8,25)

Ed egli disse loro: "Perché avete paura, gente di poca fede?",

letteralmente oligopistoi, mini-credenti!

 

Poi si alzò”, in greco, “risuscitò”!

Minacciò i venti e il mare e ci fu grande bonaccia.” (Mt 8,26)

È la Risurrezione di Gesù che ci permette

di giungere all’altra riva.

La Risurrezione di Gesù ci apre una via nuova

verso l’altro.

Vince in noi le resistenze, le paure,

tutto ciò che ostacola l’incontro.

 

Allora ci imbarchiamo?

Nell’altro incontreremo Dio!

Preparati all'incontro con il tuo Dio”.

 

 

Domenica 28 giugno 2020 - XIII Domenica del T.O. - 2 Re 4..16a – Rm 6,3..11 – Mt 10,37-42 - Badia Fiorentina - Fr. Antoine-Emmanuel

 

Vi ricordate del finale del Vangelo di Matteo?

Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli…” (Mt 28,19)

Sì… sappiamo di essere chiamati alla missione!

È finito il tempo in cui si pensava che fosse missionario

solo chi partiva per l'Africa o per l'America latina…

 

Eppure, ci risulta difficile essere davvero testimoni di Gesù

presso chi non lo conosce o presso chi lo conosce.

Perché?

È difficile dirlo… ma il Vangelo di oggi ci rivela tre motivi

della nostra difficoltà ad essere missionari del Vangelo.

*

Il primo motivo …

Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me;

chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me.” (Mt 10,37)

 

Il primo motivo della nostra scarsa fecondità missionaria

sta nei legami affettivi,

quando i legami affettivi in noi sono più forti dell’amore per Gesù.

 

L’affettività è una realtà sana, bella, santa!

Siamo fatti per la relazione.

E l’unico comandamento di Gesù

è di amarci gli uni gli altri come Egli ci ha amati.

 

Ma l’affettività può essere anche una gabbia,

un attendere tanto o tutto dagli altri,

il che ci lascia spesso nell’amarezza.

O un voler dominare gli altri…

Senza parlare poi delle dipendenze affettive che sono tanto dolorose.

 

L’affettività ha bisogno di una “pasqua”.

Ha bisogno di perdere,

di rinunciare al primato di qualunque legame umano

per dare a Gesù il primo posto.

E poi ritrovare gli affetti in Gesù.

Essi sono allora vissuti nella libertà e crescono verso l’amore vero.

Ogni affetto va sradicato dalla terra dell’io autosufficiente,

per essere ripiantato nella terra buona del primato dato a Gesù.

Allora cresce bene e porta frutto.

*

Il secondo motivo della nostra poca fecondità missionaria?

Eccolo:

Chi non prende la propria croce e non mi segue,

non è degno di me.” (Mt 10,38)

Il secondo motivo sta nella repulsione naturale

nei confronti della prova, dell’essere rigettati, scartati,

perseguitati a causa di Gesù.

 

Accettiamo i vantaggi, le consolazioni, le grazie,

i benefici dell’essere cristiani, e sono tanti.

Ma soffrire a causa di Gesù… no!

E dietro c’è tutta la teologia - o l’ateologia - che rifiuta il termine sacrificio

in nome dell’amore di Dio.

 

Ma Gesù è chiaro:

Chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me.” (ibid.)

Non si può vivere appieno di Gesù senza condividere il suo destino.

Non si può vivere “Lui in noi e noi in Lui”,

senza essere un giorno rigettati, scartati, derisi.

Il “mondo” non ama l’Amore.

Il Regno di Dio è il mondo alla rovescia.

Le Royaume, c’est le monde à l’envers”…

 

Seguire Gesù significa accettare di essere messi da parte, scartati.

Ma, nel momento in cui scegli questa via,

si apre dentro di te un’altra via, prima sconosciuta.

Rinunci alla via della notorietà,

o almeno al voler essere ben accettato dalla gente,

e si apre in te un dialogo d’amore con Gesù che non potevi immaginare.

Ci sono tanti segreti di Dio che non si trovano nei libri,

e che sono svelati solo quando si vivono le esigenze del Vangelo.

C’è un essere grandi in Dio, un essere beati in Dio, felici in Dio,

che si scopre solo se si accetta di essere flagellati da chi rifiuta Dio.

È la dinamica Pasquale che Paolo ci rivela oggi:

Se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui”. (Rm 6,8)

 

*

Il terzo motivo della nostra poca fecondità missionaria?
Eccolo:

Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà,

e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.” (Mt 10,39)
 

Il testo dice letteralmente:

Colui che ha trovato la propria vita – o la propria anima –

la perderà totalmente.

E colui che perde totalmente la propria vita – o la propria anima –

a causa di me la troverà.”

 

Se, da te stesso, senza Dio, senza Gesù, hai “trovato” la tua vita,

hai trovato la realizzazione di te;

se, senza Gesù, o solo con una vernice cristiana,

hai costruito la tua personalità, hai fabbricato la tua statura interiore,

sappi che non reggerà, crollerà,

come la casa costruita sulla sabbia.

 

È solido e attraversa la morte

solo quello che passa attraverso un “perdere” per Gesù.

È la sorprendente legge del Regno:

bisogna perdere la propria vita a causa di Gesù,

perdere il controllo, il dominio della propria vita, della propria anima

a causa di Gesù.

 

È necessario quel momento, quel passaggio,

in cui si ha l’impressione di affondare nel nulla,

di essersi sbagliati al cento per cento,

di perdere la propria anima.

Spesso, in quel momento, si torna indietro

per riaggrapparsi alle sicurezze di prima.

Ma, se accetti questo passaggio senza scappare,

se accetti di fare l’esperienza di Gesù abbandonato,

allora giungi all’altra riva:

scopri di essere vivo per Dio con un’altra vita, quella eterna.

 

*

Riassumiamo.

Cosa ci impedisce di essere realmente missionari?

L’attaccamento ai nostri affetti,

l’attaccamento al consenso sociale,

l’attaccamento a noi stessi.

 

Come fare con questi legami?

 

Qui bisogna leggere un versetto, sempre di Matteo,

nella parte che precede il vangelo di oggi:

Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra;

sono venuto a portare non pace, ma spada.” (Mt 10,34)

 

Ecco... è necessaria questa spada, la spada di Gesù,

per tagliare i legami che ci impediscono di amare.

E la spada è la sua Parola,

efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio;

essa penetra fino al punto di divisione dell'anima e dello spirito”. (Eb 4,12)

 

Allora, diventiamo missionari!

Non venditori!

Diventiamo missionari perché diventiamo Gesù.

Lo dice Gesù stesso:

«Chi accoglie voi accoglie me” (Mt 10,40)

 

Gesù ci rivela oggi una cosa bellissima:

possiamo essere portatori di una benedizione straordinaria!

 

Cosa avviene se le persone ci accolgono, ci ascoltano

perché siamo discepoli di Gesù?

Viene data loro una ricompensa, un dono straordinario!

Perché chi accoglie un profeta avrà una ricompensa di profeta (cfr. Mt 10,41),

come la vedova di Sarepta che, accogliendo Elia,

ebbe in dono di avere di che mangiare durante tutta la carestia,

ma soprattutto la risurrezione di suo figlio,

morto di una terribile malattia.

O come la sunamita che, accogliendo Eliseo, ebbe in dono

di avere finalmente un figlio.

Lo stesso vale per chi accoglie un giusto.

 

Ma chi dà solo da bere un bicchiere d’acqua

a un discepolo di Gesù, anche al più piccolo dei discepoli,

avrà una ricompensa ben più grande!

Non perderà la sua ricompensa.” (Mt 10,42)

Avrà una ricompensa che non gli verrà tolta,

una ricompensa eterna.

 

Vivendo di Gesù, noi diventiamo portatori di un dono di vita eterna!

 

Allora, vuoi portare la vita eterna agli altri?

Conosci la via!

 

mercoledì 24 giugno 2020 - NATIVITA DI SAN GIOVANNI BATTISTA -  Is 49,1-6 – At 13,22-26 – Lc 1, 57..80 -  Badia Fiorentina - Fr. Antoine-Emmanuel

 

Battesimo di Bianca Monica

 

Che sarà mai questo bambino?”(Lc 1,66),

fu la domanda di tutti i vicini di Zaccaria ed Elisabetta

nella regione montuosa della Giudea.

Che sarà mai questo bambino?

Un bambino nato da genitori anziani senza figli,

perché segnati dalla sterilità.

Un bambino il cui babbo fu muto e sordo,

durante la gravidanza della mamma,

fin dal giorno in cui, mentre svolgeva il servizio nel tempio,

ebbe una visione angelica.

E poi ritrovò l’udito e la parola il giorno della circoncisione del bambino

e si mise a lodare Dio.

Un bambino per il quale entrambi i genitori vollero

un nome che non apparteneva alla tradizione familiare:

Yo’-hannan”: Dio fa grazia,

Dio si manifesta misericordioso…

E magari alcuni sapevano anche della presenza

della giovane cugina Miriam di Nazareth, la cui visita

aveva segnato in profondità la madre del bambino, Elisabetta.

Che sarà mai questo bambino?

Un bambino santificato dallo Spirito Santo fin dal grembo materno:

Il Signore dal seno materno mi ha chiamato,

fin dal grembo di mia madre ha pronunciato il mio nome” (Is 49, 1)

avrebbe potuto dire di sé il Battista.

Anzi, ero ancora nel grembo materno

quando la venuta del Signore mi fece sussultare di gioia!

 

Che sarà mai questo bambino?

Sarà sacerdote come il padre, ripetendo i consueti sacrifici nel tempio?

Si sposerà?

Sarà padre di molti figli?

Che sarà mai?

Come fiorirà in lui il dono di Dio?

Senz’altro la sua vita era in sé stessa manifestazione

della Misericordia di Dio:

I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in Elisabetta

la sua grande misericordia e si rallegravano con lei.” (Lc 1,58).

Fu pure battezzato nello Spirito Santo fin dal seno materno,

anzi fu “colmato di Spirito Santo fin dal seno di sua madre” (Lc 1,15)

il che gli avrebbe donato una purezza di cuore incomparabile.

E poi portava il nome di Dio “Yoh”

e portava nel nome la grazia “hanan”…

Che sarà mai questo bambino?

*

Sarà… fu un santo, un grande santo,

il più grande dei figli nati da donna:

Fra i nati da donna non vi è alcuno più grande di Giovanni”. (Luca 7,28)

Fu un profeta, “anzi più che un profeta” (Luca 7,26)

Un gigante della santità…

*

Ma come mai poté diventare un gigante della santità?

Mi fermerei su un solo aspetto.

Giovanni Battista fu un vero e proprio figlio di Israele,

discepolo di una lunga tradizione,

un discepolo della Torah, un discepolo dei Profeti,

uno che visse in pienezza l’obbedienza alla Parola di Dio,

al punto di riconoscere la propria identità in essa:

Chi sei? (…) Che cosa dici di te stesso?”,

chiesero gli inviati delle autorità giudaiche,

e rispose: “Io sono voce di uno che grida nel deserto:

rendete diritta la via del Signore.” (cfr. Gv 1,19-23)

Giovanni fu profondamente fedele ad una lunga tradizione.

 

Però, allo stesso tempo, disse di sì ad un cammino del tutto nuovo

rinunciando alla carriera sacerdotale che gli apriva suo padre

per una via di spogliamento assoluto nel deserto e nel celibato,

e per un ministero talmente nuovo che le autorità giudaiche non capirono:

Perché dunque tu battezzi se non sei il Cristo né Elia né il profeta?

(Gv 1,25)

 

La grandezza di Giovanni sta nella sana fedeltà alla tradizione

e nella piena apertura alla novità voluta da Dio.

La vita non è la sintesi di queste differenze”,

scrive Romano Guardini,

non la loro mescolanza, non la loro identità ma è quell'unum”

che sta nel vivere appieno e l’uno e l’altro.

 

È un vivere pienamente la fedeltà ad una tradizione

che ci indica un percorso, una strada, delle norme,

e allo stesso tempo vivere in piena disponibilità al sorgere della vita,

ad una pienezza inaspettata.

L’una cosa ha bisogno dell’altra per non cadere

né nella rigidità, né nella follia.

 

Giovanni ebbe bisogno del racconto dell’Esodo, con l’agnello pasquale, (cfr. Es 12,1-11)

della tradizione dei sacrifici del Levitico

e delle profezie di Isaia

per parlare di un “agnello”.

Ma dovette pure fare un salto nell’inaudito

per riconoscere che Colui che era prima di lui

era “agnello”, “agnello di Dio che toglie il peccato del mondo”(cfr Gv 1,29-30),

e per trovare la sua gioia proprio nel diminuire (cfr Gv 3,29-30)

perché si manifestasse l’agnello, perché si manifestasse Gesù.

Così poté divenire l’uomo

che non ebbe come centro del proprio essere sé stesso, ma un altro.

Il centro era un altro, l’obiettivo era un altro, e l’altro era Gesù.

Fu un uomo rapito dal mistero pasquale

che trovò vita nel morire per amore.

Però “il più piccolo nel Regno è più grande di lui” (Lc 19,28)

Non sono il Cristo”, disse (Gv 1,20)

Non era lui la luce”, scrive l’evangelista (Gv 1,8).

Era solo “la lampada che arde e risplende” (Gv 5,35).

Giovanni non disse come Paolo:

Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me.”(Gal 2,20)

Non visse quello che l’evangelista scrive

parlando di Gesù che dimora in noi, e noi in lui. (cfr Gv 15,4-5)

Rimase come alla soglia del Regno,

alla soglia per farci entrare.

Fu il Battista… che ci porta a Gesù!

Giovanni era il precursore di Gesù e attirava tutti a lui;

allo stesso modo l’umiltà attira all’amore, cioè a Dio stesso,

perché Dio è Amore.

(Libro di vita di Gerusalemme, n.122)

Che sarà mai questo bambino?

Fu uno che andò fino in fondo nella propria vocazione.

Come Gesù, avrebbe potuto dire: “Ti ho glorificato sulla terra

compiendo l’opera che mi hai dato da fare” (Gv 17,4)

e fu questo il segreto della sua gioia perfetta (Gv 3,29)

*

E tu che sarai?

Che sarà mai il figlio di Dio che sei tu?

Anche tu andrai fino in fondo nella tua vocazione,

vivendo insieme fedeltà alla lunga tradizione che ti precede

e novità, lo sgorgare della vita,

rinunciando ad avere te stesso come centro, per centrarti su Gesù

e aprendoti, perché Gesù possa vivere in te, e tu in Gesù,

attraverso la Via dell’Amore reciproco?

*

E tu Bianca Monica?

Che sarà mai questa figlia amata da Dio

che oggi riceve il sacramento del Battesimo?

Vivrai pienamente il dono secolare della Chiesa

e altrettanto pienamente la novità di un cammino mai percorso finora,

che è il tuo cammino, la tua chiamata, il tuo essere missione?

 

Anche tu divieni sposa di Gesù crocifisso,

rinunciando a te stessa, per vivere pienamente di Lui.

E aprirti alla pienezza della Risurrezione

attraverso l’amore reciproco:

Ama e fa quello che vuoi!”, come dice Agostino.

 

Ti ricordi come Agostino parla del suo Battesimo nelle Confessioni?

Ne parla come di un rinascere nel Signore,

dicendo di Alipio, l’amico, che “volle rinascere anch’egli in te con me”.

Ne parla dicendo, e ripetendo: “Ti riconosco i tuoi doni,

Signore Dio mio, creatore di tutto,

abbastanza potente per dare forma alle nostre deformità.”

Al Battesimo, il 25 aprile del 387, andò con Alipio,

ma anche con il figlio Adeodato

di cui parla come suo “coetaneo nella tua grazia, Signore”.

E della grazia del Battesimo parla in questi termini:

Fummo battezzati e si dileguò da noi l’inquietudine della vita passata.

In quei giorni non mi saziavo di considerare con mirabile dolcezza

i tuoi profondi disegni sulla salute del genere umano.

Quante lacrime versate ascoltando gli accenti dai tuoi inni e cantici

che risuonavano dolcemente nella tua chiesa!

Una commozione violenta:

quegli accenti fluivano nelle mie orecchie

e distillavano nel mio cuore la verità,

eccitandovi un caldo sentimento di pietà.

Le lacrime che scorrevano mi facevano bene.” (Libro IX,6)

 

Domenica 14 giugno 2020 - SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO - Dt 8,2..16 – 1 Co 10,16-17 – Gv 6,51-58 - Badia Fiorentina Fr. Antoine-Emmanuel

 

Dopo la lunga immersione di novanta giorni nel mistero Pasquale,

oggi la chiesa lancia, dopo la Solennità della Santissima Trinità,

un secondo grido di stupore.

Stupore dinanzi alla Santissima Eucaristia.

Stupore per il dono che Gesù ci ha fatto e ci fa.

 

Cosa ci ha lasciato Gesù?

O, meglio, per essere fedeli alla cultura biblica ebraica,

che memoriale ci ha lasciato?

Lo ”zikharon”, il memoriale in ebraico,

non è un ricordo, ma una realtà

che permette di ricollegarsi ad un’esperienza di manifestazione di Dio,

di vivere di nuovo un avvenimento di grazia del passato.

Attraverso lo zikharon, il passato diviene presente.

 

Ci sono tanti memoriali nell’Antico Testamento.

Può essere un giorno come il sabato (Es 20,8),

possono essere delle pietre (Es 28,12),

una veste liturgica (Es 28,29),

un’offerta liturgica di farina (Lv 2,2),

dell’incenso (id.),

dell’oro (Nm 31,54),

una corona (Zc 6,14), e così via…

Attraverso queste realtà, il popolo si può ri-immergere nel dono di Dio.

 

Che memoriale ci ha lasciato Gesù?

In che maniera possiamo ricollegarci al dono della sua vita?

Ha scritto un libro? No!

Ha individuato un luogo sacro? No!

Una volta sola appare sulle sue labbra l’espressione “in memoria di me”

e si tratta di un gesto molto sobrio, incredibilmente sobrio:

la benedizione del pane e del vino,

con delle parole ben precise.

Questo è il mio corpo, che è dato per voi” (Lc 22,19)

Questo calice è la nuova Alleanza nel mio sangue, che è versato per voi”.

(Lc 22,20)

Gesù si dona…

Gesù transustanzia sé stesso,

facendo sì che il pane divenga il suo corpo, che il vino divenga il suo sangue.

 

Non è un ricordo: è un memoriale.

Il donarsi di Gesù si fa presente.

Anzi, è più di un memoriale: il donarsi è nel presente.

Oggi, su questo altare, Gesù si renderà totalmente presente.

 

Non ci dona un segno o un regalo, anche bellissimo:

dona sé stesso.

 

Tutto il mistero pasquale del morire abbandonato di Gesù

e del suo risorgere, della comunione eterna che offre al mondo,

tutto sarà qui a nostra disposizione.

Perché a nostra disposizione?

Per essere il nostro pane!

Non sarà il pane per sfamare il corpo:

un’ostia o un sorso di vino non sfama né disseta nessuno!

 

Bisogna andare, a questo punto, nella Sinagoga di Cafarnao

e mettersi in ascolto di Gesù.

Le Sue parole sono di una novità estrema,

al punto che quasi tutti vanno via.

 

Cosa dice Gesù?

"In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo

e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita.” (Gv 6,53)

Di che vita parla Gesù?

Non della vita biologica che si rileva con il polso

o con un elettroencefalogramma.

C’è un’altra vita che tanti, anche cristiani, non conoscono.

 

Gesù la chiama “vita eterna”, perché, appunto, è eterna.

Ma non significa che sia solo la vita dopo la morte.

Se così fosse, Gesù direbbe: “...non avrete la vita in voi”.

Inoltre vorrebbe dire che chi non ha ricevuto l’Eucarestia su questa Terra,

- ad esempio un fratello di un’altra religione -

non può andare in Paradiso.

Ma Gesù ci ha chiaramente parlato dell’ingresso in Paradiso

di chi si prende cura dei piccoli, dei poveri, dei malati, dei carcerati

senza conoscere Gesù.

 

No! Gesù parla qui al presente, dell' avere “oggi” la vita.

Ne parla, avrete notato, come vita in noi.

Sei veramente vivo, se hai la vita eterna in te.

 

Questa vita eterna in noi è alimentata dall’Eucarestia,

perché il principio di questa vita è semplice:

Gesù rimane in te, e tu rimani in Gesù.

Non è solo sapere delle cose su Gesù;

non è voler fare quello che Gesù ha detto;

non è voler imitare Gesù come un modello.

Lui in te e tu in Lui: questo è avere la vita in noi, la vita eterna.

 

Allora, l’Eucarestia diviene il magnete, la calamita della tua vita…

perché vuoi vivere!

E l’Eucarestia ti sprona alla santità:

non vuoi più dire né fare nulla che ti impedisca di ricevere l’Eucarestia.

 

E cosa scoprì?

Che, man mano, l’Eucarestia trasforma la tua vita.

Non puoi più vivere per te stesso:

l’Eucarestia ti spoglia dell’essere pieno di te stesso,

ti libera dalla paura di amare.

E, se permetti a Gesù Eucarestia di agire liberamente,

ti fa entrare nell’amore reciproco con gli altri.

 

La vita in te, il vivere Gesù in te e tu in Gesù, la vita eterna,

ti immerge in un rapporto nuovo con gli altri:

è una bomba d’amore!

 

Quando professiamo la nostra fede con il Simbolo degli Apostoli,

l’antichissima professione di fede romana,

professiamo la nostra fede nel Padre,

nel Figlio di cui è descritto il mistero,

e nello Spirito Santo.

E come viene descritta l’opera dello Spirito Santo?

Come agisce lo Spirito Santo?

Prima di tutto, nel suscitare un popolo che è la Chiesa universale, cattolica,

poi in due doni essenziali per il nostro quotidiano:

la comunione dei santi e la remissione dei peccati.

 

Cosa vuol dire “comunione dei santi”, communio sanctorum?

Il cardinale J. Ratzinger, oggi Papa emerito,

spiega che la comunione dei santi è innanzitutto

comunione ai doni santi di Dio: comunione eucaristica.

E poi ci fa entrare in comunione gli uni con gli altri1.

 

La comunione vera tra noi

non deriva dal fatto che noi, bravi come siamo,

ci siamo riuniti per condividere il dono di Dio! No!

La comunione vera viene da Dio,

è Dio che, nutrendoci con la santa Eucarestia,

ci tesse in un rapporto nuovo gli uni con gli altri,

che non possiamo neppure immaginare con i nostri ragionamenti.

 

Ecco l’Eucarestia:

il memoriale che rende presente e vivo per noi tutto il mistero Pasquale di Gesù;

il cibo che alimenta, dentro il nostro vivere biologico, una vita nuova:

Gesù in te e tu in Gesù”;

e la calamita che tesse rapporti nuovi tra noi.

 

Che dono stupendo!

Divino!

Beati siamo noi invitati alla cena del Signore!


 

1 Cfr. Joseph Ratzinger, Introduzione al Cristianesimo, Queriniana, 2005, p.324ss

 

venerdì 12 giugno 2020 - X settimana T.O. - 1 Re 19,9..16 – Mt 5,27-32 - Badia Fiorentina - Fr. Antoine-Emmanuel
 

Elia “s'inoltrò nel deserto una giornata di cammino

e andò a sedersi sotto una ginestra.

Desideroso di morire, disse:

"Ora basta, Signore! Prendi la mia vita,

perché io non sono migliore dei miei padri" (1 Re 19,4)

 

E' un grido di disperazione e di incomprensione:

come mai il Dio,

che sul Carmelo manifestò la sua onnipotenza

col fuoco che distrusse pure le pietre dell’altare (cfr 1Re 18,38),

oggi mi lascia solo con la minaccia di Gezabele?

Perché Dio mi abbandona?


“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
Lontane dalla mia salvezza le parole del mio grido!

 

Mio Dio, grido di giorno e non rispondi;
di notte, e non c'è tregua per me.

Eppure tu sei il Santo,
tu siedi in trono fra le lodi d'Israele.

In te confidarono i nostri padri,
confidarono e tu li liberasti;

a te gridarono e furono salvati,
in te confidarono e non rimasero delusi.

Ma io sono un verme e non un uomo,
rifiuto degli uomini, disprezzato dalla gente.”
(Sal 22(21), 2-7)

 

La risposta di Dio non è la distruzione dei nemici di Elia

né la sua salvezza immediata,

ma solo il pane per continuare il cammino (cfr 1Re 19,5-8),

il minimo necessario per non morire di fame e per camminare.

 

Dove va Elia?

Se ne va sul Sinai, sull’Oreb, dove Dio si manifestò con lampi e tuoni,

là dove manifestò la sua gloria e diede la legge (cfr Es 19,16-19; 20,1-18)

È un vero e proprio pellegrinaggio.

 

Cosa avviene allora nel santuario mèta del suo pellegrinaggio,

ossia nella grotta di Mosè?

Dio, che non ha abbandonato Elia,

porta a termine la purificazione del cuore di Elia

che, per amore, vuole compiere in lui.

 

Fu un’esperienza tremenda:

un vento che spezza le rocce,

un terremoto - chiedete alla gente in Umbria cosa significa! –

e un fuoco, un incendio.(1 Re 19,11-12)

Ora, tutte queste cose erano davanti a Dio,

ma Dio non era dentro.

 

Come se il Signore dicesse ad Elia:

Non cercarmi più nello straordinario,

nelle opere di potenza che fanno rumore tra gli uomini!

Vengo a te ormai in una voce di silenzio sottile.

Esci dalla caverna delle tue paure!

Ascoltami!”

 

Elia doveva passare per la depressione, per il deserto,

per la tentazione del suicidio,

per fare questo passaggio vitale, per conoscere Dio.

 

Egli pensava di essere pieno di zelo e di essere l’unico fedele a Dio.

(cfr 1Re 19,10)

No!

Fedeli ce ne sono 7000!

E chi ha zelo contro Baal è Dio stesso,

che purificherà, Lui, il suo popolo.(cfr 1 Re 19,17-18)

 

Tu, non pensare di salvare il popolo con il tuo zelo!

Devi perdere il tuo protagonismo spirituale

e rimetterti nelle mani di Dio

fino a ungere un altro al tuo posto.(cfr 1Re 19,16)

 

Servi Dio, perdendo quello che pensavi di essere…

 

Allora Elia diventa come Gesù abbandonato.

Come l’Abbandonato che porta la vittoria,

che porta la vita eterna.

Ma fu un lungo cammino, nel deserto,

un perdere tutto.

 

Elia fu poi portato in cielo su un carro di fuoco.(2 Re 2,11)

Perdendo tutto, fu rapito in Dio,

divenne tutto amore.

 

*

 

Ed il Vangelo?

Ci porta pure all’Oreb,

ci porta alla legge data a Mosè,

ma ormai liberata da un sovraccarico di norme

che ne spegneva l’esigenza e la chiarezza.

Gesù non abolisce la legge ma la porta al suo compimento (cfr Mt 5,17)

che sta nel perdersi, nel donarsi,

e quindi nel rinunciare a ogni compromesso con il non amore.

 

Non commettere adulterio” (Mt 5,27)

né con il cuore, né con lo sguardo, né con il corpo,

né con le parole, né con la vita.

È possibile non commetterlo?

Sì!

Sì perché Gesù ce ne darà la forza.

L’amore di Gesù, quando è accolto, è più forte dell’innamoramento

più forte delle passioni,

più forte dei ragionamenti.

Quando è accolto…”! Ecco la legge delle leggi!

Allora è Gesù che adempie la legge dentro di noi,

perché lo lasciamo vivere e agire in noi.

 

Allora sei portato anche tu su un carro di fuoco

sei portato nell’amore Divino

che già sulla terra ti fa vivere nelle più piccole cose una vita celeste,

cioè una vita in cui regna l’amore.

Una vita in cui regna un amore casto e fedele,

un amore luminoso.

 

A Dio niente è impossibile!

Ma bisogna credere nell’amore!

Bisogna amare l’amore.

 

martedì 9 giugno 2020 - X Settimana T.O.  - 1 Re17, 7-16 – Mt 5, 13-16 - Badia Fiorentina - Fr. Antoine-Emmanuel


 

I miei pensieri non sono i vostri pensieri,
le vostre vie non sono le mie vie, oracolo del Signore.”
(Is 55,8).

 

Non è facile accettare i pensieri ed i disegni di Dio

che ci spiazzano!


Basti pensare ad Elia, quando l’acqua del torrente Kerit

viene a mancare.

 

A chi il Signore invia Elia così che possa mangiare e bere?

Ad una ricca famiglia in Israele,

una famiglia molto religiosa e devota di Dio, e ricca?

 

No! Dio lo invia presso una donna straniera,

una donna che ha rispetto per il Dio di Elia,

ma lo chiama “tuo Dio” (Elohera)

Inoltre ad Elia Dio chiede di abitare da lei!

Non solo di varcare la porta di una casa pagana,

ma proprio di abitarvi.

Poi lo manda a chiedere pane e acqua ad una donna estremamente povera, al punto che sta per morire di fame con suo figlio orfano di padre.

Sembra un'offesa, un furto ai poveri.

 

Cosa fa Elia?

Obbedisce, accetta una via

che sembra in contraddizione con la legge e con la giustizia.


E il frutto sarà che questa donna ne sarà benedetta:

la condizione di estrema indigenza diverrà luogo della manifestazione della compassione e della potenza del Dio d’Israele per tutti.

 

E noi…

Siamo pronti a lasciarci spiazzare

da vie sorprendenti che ci scandalizzano?

È necessario per essere fedeli alla nostra vocazione profetica.

Se accettiamo solo le vie di sempre, le vie che conosciamo,

le vie che ci rassicurano,

la nostra vita non sarà per niente profetica.

 

Oggi Gesù ci chiede questa vitalità profetica.

Ha appena pronunciato le Beatitudini che descrivono

quello che avviene ai veri discepoli:

sono persone che entrano nella povertà del cuore,

che si affliggono per la globalizzazione dell’indifferenza

e per la mondanità spirituale

che hanno fame e sete della giustizia, della fine della cultura dello scarto,

e così via…

E non possono non soffrirne.

 

Gesù, poi, conclude affermando che la sorte dei veri discepoli

è identica a quella dei profeti.

Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi.” (Mt 5,12)

Ma subito lancia un doppio appello:

Fate attenzione che la vostra vita cristiana non perda il suo sapore!

Che non si lasci contaminare dalla sapienza mondana!”

E poi: “Non nascondete il dono di Dio!”

 

Questo ci interroga:

Nelle mie scelte sto perdendo man mano il sapore evangelico

per pigrizia spirituale?

E nascondo il dono di Dio per paura di non piacere?

Sono sale senza sapore e luce nascosta …

o sono - e siamo - sale di sapienza evangelica e luce che risplende, accettando, come Elia, delle vie che tanto ci spiazzano?

 

Domenica 7 giugno 2020 - SANTISSIMA TRINITA - Es 34,4..9 – 2 Cor 13,11-13 – Gv 3,16-18 -  Badia Fiorentina - Fr. Antoine-Emmanuel


 

Abbiamo camminato per più di 90 giorni,

vivendo la Quaresima, la Settimana Santa, l’Ottava di Pasqua,

il Tempo Pasquale, l’Ascensione, la Pentecoste.

E, alla fine di questo itinerario, la Chiesa lancia tre grida di gioia:

il primo grido è la Santissima Trinità, il secondo la Santa Eucaristia,

il terzo il Sacro Cuore di Gesù.

Sono l’espressione della meraviglia della Chiesa!

 

Oggi il primo grido è quindi la Santissima Trinità.

Perché questo grido?

Perché attraverso la Pasqua di Gesù,

si è svelato, come mai prima, il volto di Dio.

 

Dio è uno: “Adonai Ehad”(Dt 6,4).

In pieno accordo con i nostri fratelli ebrei e musulmani,

proclamiamo più che mai che vi è un solo Dio.

Non ci sono diversi dei che si devono accontentare,

in una diplomazia complicata, perché bisticciano tra di loro.

Dio è uno: non ci sono tre dei.

 

Ma la venuta di Gesù ha messo in piena luce

quello che già il Primo Testamento faceva intravedere.

Ossia che Dio non è un singolo, un essere solitario, monoblocco,

in una santità solitaria.


Dio è Padre, dono di sé, che esce da sé stesso, che dà vita fino a perdersi.

Dio in esodo d’amore.

 

Dio è Figlio, è aperto, è apertura, è tutta ricezione dell’amore

e continuo traboccare d’amore.

 

E l’Amore che circola tra Dio Padre e Dio Figlio

è Lui stesso - dovrei dire Lei stessa - Dio.

 

Dio è esodo d’amore e accoglienza dell’amore.

Nell’esodo, nel dono di sé, è come se morisse.

Nell’accoglienza dell'amore è come se risorgesse.

È mistero di perdita di sé e di rigenerazione.

E lo Spirito Santo è questo mistero,

questo soffio che svuota e riempie.

 

Il Figlio è quindi immagine del Padre: il Padre è in Lui.

Lo Spirito è lo slancio d’amore del Padre, il perdersi del Padre.

E il Padre è la gioia del Figlio, a Lui si consegna.

 

Quando si dice “Dio è uno”, non si intende un’unità fredda, morta:

è un’unità viva, un continuo ed eterno scambio d’amore,

un amplesso continuo d’amore, una danza.

 

Una danza che vuol condividere con altri il suo movimento, la sua gioia,

e perciò crea;

crea l’universo e crea delle libertà

che potranno scegliere di entrare nella danza:

siamo noi!

E il desiderio divino di condividere la gioia della danza è tale

che trasforma anche il nostro rifiuto di danzare,

facendone, se lo vogliamo, la via regale

per prenderci e portarci nel cuore della danza:

è il mistero della Redenzione,

il dono di Gesù.

 

Carissimi, fa bene all’anima contemplare questa danza divina:

ci fa respirare interiormente!

Ma è soprattutto un invito ad entrare nella danza divina,

ad entrare nella Trinità.

 

Come si fa?

E' necessaria almeno un’altra persona.

Non si danza da soli.

 

Se sorridi, fai un primo passo,

se ti metti al servizio, fai un secondo passo,

se ti metti in ascolto, fai un terzo passo,

se consoli, un quarto passo,

se accarezzi, un quinto passo,

se dai il tuo tempo, un sesto passo,

se dai i tuoi soldi, un settimo passo,

se ti lasci pure amare, un ottavo passo,

se perdoni, la danza si fa gioia,

se ti lasci perdonare, si fa allegrezza,

se ti lasci guidare dai passi dell’altro, la danza ti inebria,

se ti perdi per l’altro, sei vicino alla pienezza,

se accogli pure l’altro che si perde per te, sei nella pienezza della danza.

E, necessariamente, ti metterai a danzare con altri, sempre più numerosi, perché avrai gustato la gioia della danza.

 

Questo è vivere la Trinità.

 

Sappiamo di essere tutti chiamati alla “santità”.

La santità nel Primo Testamento significa separazione:

Dio non è l’uomo, l’uomo non è Dio.

Dio è Santo, è altro.

E la Scrittura dice: “Siate santi perché io sono santo.”(Lev 19,2)

Come si fa?

Danzando!

La santità non è un’avventura solitaria.

Si diviene santo/a, santi, insieme.

La santità è entrare nella danza:

ho bisogno di te per diventare santo!

Non posso entrare senza di te nella santità…

 

Com'è bello che la Chiesa abbia canonizzato

Agostino e la madre Monica,

Francesco e Chiara,

Teresina ed i suoi genitori,

i fratelli di Tibherine tutti, e non uno solo di loro.

A dire il vero, se prendete un qualunque santo,

ci sono accanto a lui, a lei, altri da canonizzare.

 

Quindi, se vuoi essere santo, tendi la mano agli altri

e comincia a ballare con loro.

Tendi la mano a un malato, e la danza non tarderà;

tendi la mano ad un anziano, a un carcerato, ad una persona noiosa

e la danza verrà presto.

Senza mai dimenticare che in realtà,

il primo a tenderti la mano è sempre il Signore.

È lui che ha l’iniziativa della danza.

Nel malato o nell’anziano, è il Signore che ti tende la mano:

vuoi entrare nella danza dell’Amore?

+

 

Carissimi Kim e Bianca,

vi preparate al Battesimo per entrare nella danza,

per essere rapiti dall’Amore.

Il Battesimo è un’immersione

nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

Siete pronti a perdervi?

Si tratta di entrare in un nuovo modo di stare al mondo…

Ma non mancano in noi, in voi, le resistenze.

Si ha, talvolta, l’impressione di perdere tutto, di morire,

la paura ti prende,

e c’è la voce che ti dice: “Chi te lo fa fare?” …

Va detto: c’è una lotta, quella giusta, per abbandonarsi a Dio,

rinunziando ad essere il centro di tutto.

 

Allora, oggi, la Chiesa, maternamente,

vi offre un’unzione di forza

perché possiate andare avanti nel cammino verso il Battesimo.

Un’unzione per aver la forza per danzare,

per amare come Gesù ci ama!

 

mercoledì  3 giugno 2020 - IX settimana del T.O. - 2 Tm 1,1..12 – Mc 12,18-27 - Badia Fiorentina - Fr. Antoine-Emmanuel


 

Alla risurrezione, quando risorgeranno, di quale di loro sarà moglie? Poiché tutti e sette l'hanno avuta in moglie". (Mc 12,23)

La risposta di Gesù è chiara:

Quando risorgeranno dai morti, non prenderanno né moglie né marito, ma saranno come angeli nei cieli.”(Mc 12,25)

Quando il Signore riunirà l’anima immortale

al corpo glorificato,

non ci sarà più il matrimonio.

Saremo come angeli nei cieli”.

 

Allora, gli sposi che tanto si sono amati sulla terra,

condividendo prove e gioie,

soffrendo per amore,

servendo insieme la vita,

saranno separati?

 

Gesù non dice questo.

Dice che il matrimonio non ci sarà più.

 

E l’amore?

Non ci sarà più l’amore?

 

A questa domanda troviamo la risposta, luminosissima,

nella prima lettera ai Corinzi:

 

Si spegnerà l’amore?

No!

La carità, - l’amore, l’agàpe, - non avrà mai fine.

Le profezie scompariranno, il dono delle lingue cesserà

e la conoscenza svanirà.” (1 Cor 13, 8)

L’amore non passerà.

ἀγάπη οὐδέποτε ⸀πίπτει.

Letteralmente non cadrà mai!

 

Ma bisogna essere precisi.

Quale amore non tramonterà?

L’amore che è magnanimo e benevolo,

che non è invidioso, non si vanta, non si gonfia d'orgoglio,

non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse,

non si adira, non tiene conto del male ricevuto,

non gode dell'ingiustizia ma si rallegra della verità.

L’amore che tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.”

(cfr 1 Cor 13,4-7)

 

Quest’amore non passerà.

Tra la donna e i sette mariti successivi,

cosa rimarrà?

Tutto ciò che c’era tra loro che era “agape” …

 

Tutto ciò che tra noi, con i nostri conoscenti,

parenti, amici e nemici, è amore

non passerà…

 

A dire il vero,

non è che sopravviva qualcosa di terrestre che era perfetto.

È vero il contrario:

Quello che quaggiù è agape è un anticipo del cielo,

è un po’ di cielo sulla terra.

 

Lo dice San Giovanni nella sua prima lettera:
“Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita,

perché amiamo i fratelli.” (1 Gv 3,14)

 

Dovunque vi è agape, vi è già una scintilla di vita eterna…

 

Questo, i sadducei, pur molto religiosi, non lo accettavano.

Perché?

Perché non conoscete le Scritture né la potenza di Dio”(Mc 12,24),

dice loro Gesù.

 

Ecco la chiave:

conoscere le Scritture e conoscere la potenza di Dio.

Non conoscevano le Scritture,

perché non vi sapevano leggere la Promessa di vita eterna

che esse contengono.

 

E non conoscevano “la potenza di Dio”.

Limitavano la potenza di Dio a loro misura.

Dio non aveva il “diritto” di compiere delle meraviglie

oltre quello che essi potevano intendere…

 

Era impossibile per loro credere che Dio agisse per noi,

non già in base alle nostre opere,

ma secondo il suo progetto e la sua grazia.” (2 Tim 1,9)

È questo che Paolo insegna oggi a Timoteo!

 

Non mettiamo mai limiti all’opera di Dio in noi e tra noi!

Lasciamo che Egli faccia germogliare l’amore tra noi,

sono già semi di eternità!

 

Le piccole esperienze di Pentecoste della terra

sono un anticipo della Pentecoste eterna,

che ci farà entrare eternamente nell’Amore!

 

sabato 30 maggio 2020 - VEGLIA DI PENTECOSTE - Gv 7,37-39 -  Badia Fiorentina - Fr. Antoine-Emmanuel


 

Questa sera, vi propongo di fermarci sulla seconda lettura,

quella dal libro della Genesi, al capitolo 11,

che ci racconta la costruzione della città di Babele.

 

Per capire bene di che cosa si tratta,

bisogna partire – paradossalmente - dal libro dell’Apocalisse.

 

Leggendo l’Apocalisse, si scopre qual è il grande progetto di Dio:

è una città eterna, un convivere insieme, eternamente, nell’amore,

senza tempio, perché si vivrà in Dio, si vivrà di Dio,

si vivrà Dio, si vivrà nell’amore.

 

Sarà questo un dono di Dio, un’opera di Dio.

È chiaro nell’Apocalisse:

la Gerusalemme Celeste scenderà dal cielo. (cfr Ap 21, 2)

 

Di questo progetto, l’uomo porta in sé l’anelito.

Siamo fatti in vista di questa comunione eterna.

 

Quest’anelito, lo si vede fin dalle origini:

dopo il diluvio,

quando Dio fa alleanza con Noè e la sua discendenza,

appena gli uomini trovano una pianura ricca, cosa fanno?

Costruiscono una città!

C’è un desiderio di vivere insieme in una città.

Hanno fatto scoperte tecnologiche - i mattoni, l’asfalto –

e subito si danno da fare per edificare una città. (cfr Gen 11,4)

 

Sembra un progetto bello, sano, corrispondente al disegno di Dio.

Però, bisogna guardare da vicino e discernere.

Cosa vediamo?

Nel discernere e decidere di costruire la città, Dio è escluso:

tutto è opera dell’uomo.

Fanno una città da soli, senza Dio:

Dio non è presente nel loro operare.

E poi nel progetto stesso,

la città prevede una torre, un edificio religioso,

la cui cima è nel cielo. (ib.)

Quindi l’andare verso Dio, l’andare verso il cielo

sarà opera dell’uomo.

Tutto riposerà sulle sole forze umane.

E così si raggiungerà Dio, e così si diverrà Dio.

 

L’uomo quindi non nega il progetto di una città eterna,

non nega il progetto di essere tutti una cosa sola,

ma questo non lo vuole ricevere da Dio:

lo vuole edificare da sé stesso.

E così si farà un nome (ib):

non sarà Dio che scriverà i nomi nel cielo (Lc 10,20),

è l’uomo che afferma, scrive, anzi fa il proprio nome.

 

Come reagisce Dio?

Scende a vedere (cfr Gen11,5-6),

e osserva che l’uomo è partito per una direzione

in cui niente gli sarà impossibile.

L’uomo si è avviato verso l’onnipotenza,

l’uomo si fa Dio.

 

E questo lo mette in grave pericolo,

sia perché chiude all’umanità le porte della vita eterna,

sia perché genera un’oppressione terribile dei poveri, dei piccoli.

Un midrash ebraico racconta

che, durante la costruzione della Torre di Babele,

quando si rompeva un mattone si facevano grandi lamenti;

ma quando era un uomo a cadere e morire,

lo si sostituiva senza reazioni di sorta…

 

Allora, per misericordia,

il Signore suscita nell’umanità una diversità di lingue,

e, da lì, una diversità di culture,

che fa sì che non si capiscano più

e che debbano fermare il cantiere di quella città.

 

La città si chiamava Babele.

L’etimologia è “Bab’Ilu”: “la porta del divino”, “la porta del cielo”.

Ma diventa il luogo della confusione, del “babal” in ebraico,

che significa “confondere”. (cfr Gen 11, 7- 9)

 

Questo testo ci rivela la Misericordia di Dio:

come nel Giardino dell’Eden, l’uomo si appropria del frutto,

si appropria della fecondità (cfr Gen 3,1-6)

e il Signore fa sì che non muoia eternamente,

così qui gli uomini si appropriano della comunione,

e il Signore fa sì che non vada in porto

un progetto che sarebbe un inferno.


E, subito, Dio si mette all’opera

per guidare l’umanità verso l’altra città, quella vera, quella eterna,

la città di Dio di cui Gerusalemme è il riflesso terreno.

Infatti, cosa avviene subito dopo?

La chiamata di Abramo. (cfr Gen 12, 1-3)

Dio rivela ad Abramo il suo progetto,

perché, come dice la Lettera agli Ebrei,

Abramo “aspettava la città dalle salde fondamenta,

il cui architetto e costruttore è Dio stesso”. (Eb 11,10)

Poi rivela a Giacobbe la scala offerta da Dio, la vera,

che porta, sì, al cielo. (cfr Gen 28, 12-15)

 

E se andiamo direttamente nel Nuovo Testamento,

vediamo che l’unità, la comunione eterna tra gli uomini,

è l’oggetto della preghiera di Gesù,

alla vigilia della sua Passione. (cfr Gv 17,11.21-23)

Gesù è “morto per radunare nell’unità

i figli di Dio che erano dispersi.” (Gv 11,52).

Ed è il dono che si manifesta a Pentecoste.

Lo Spirito Santo rende possibile l’unità vera,

che non è opera dell’uomo,

nel suo delirio di onnipotenza,

ma è il dono di Dio, che condivide con noi la Sua unità nella diversità.

Un’unità non fondata sulla volontà di potenza ma sull’amore umile

che si dona all’altro e fa spazio in sé per ricevere l’altro.

 

Lo Spirito Santo è l’artigiano della Città vera ed eterna

verso la quale Egli porta gli uomini.

 

Ma l’uomo non accoglie questa Parola

e rimane nella nostalgia della grande Babel, della grande Babilonia,

della città edificata senza Dio

dell'unità senza Dio, anzi contro Dio.

 

A guardare bene, ci sono nella nostra umanità

due movimenti che attraversano

la coscienza delle persone e dei popoli:

l‘anelito verso la Gerusalemme Celeste,

dono assolutamente gratuito di Dio

e la nostalgia di Babilonia la grande,

opera dell’orgoglio umano.

 

Questo vuol dire che dobbiamo essere sempre attenti

nelle nostre scelte.

Dobbiamo discernere in che direzione ci muoviamo,

su che via ci troviamo.

Sapendo che i nuovi mezzi tecnologici frutto del genio umano,

come un tempo i mattoni,

possono essere al servizio del Sì alla Gerusalemme Celeste,

all’amore reciproco, all’attenzione ai poveri,

oppure essere i mezzi per costruire Babilonia.

 

Ci vuole discernimento

perché entrambi sono progetti di unità del genere umano

entrambi sono generosi…

Ciò che riguarda l’unità del genere umano,

come, ad esempio, una forma di governo mondiale

non è tuttavia necessariamente un bene:

può essere al servizio di Babilonia.

Ci vuole discernimento.

 

La stessa filantropia può nascondere un delirio di onnipotenza…

 

Facciamo un esempio: il 26 marzo 2020,

la Microsoft ha depositato due brevetti

presso l’Organizzazione Mondiale per la Proprietà Intellettuale.

Uno dei due è un microchip da inserire nel corpo umano

che comunica a un server i dati del corpo stesso.

Così, ad esempio,

se una tale pubblicità fa alzare la temperatura del tuo corpo,

il server ne sarà informato

e potrà migliorare la sua offerta pubblicitaria.

Per questo servizio al server riceverai dei soldi virtuali.

 

Vi chiedo:

questo progetto serve la Gerusalemme Celeste o serve Babilonia?

Già è in sé una forma di prostituzione

ad un impero di potere, di consumo e di denaro

che assomiglia tanto ad una fiera.

Ma poi, a che altri fini potrebbe servire questo microchip?

Può darsi che un giorno

sarà impossibile comprare o vendere

se non si ha questo microchip…

Allora sarà veramente a servizio della fiera

la cui manipolazione delle coscienze avrà trionfato.

Diciamo, en passant, che questo brevetto

ha ricevuto il numero 06 06 06.

 

Quindi ci vuole e ci vorrà un discernimento

tra quello che porta a Gerusalemme

e quello che porta a Babilonia,

e non è e non sarà facile.

 

Babilonia ha un grande potere di seduzione,

perché risponde all’anelito all’unità che è in noi.

La grande Babilonia è una cultura seducente

e tanto legata al potere economico.

 

Davvero lo Spirito Santo è e sarà il nostro grande aiuto,

per discernere le vie di Babilonia dalle vie di Gerusalemme.

 

Poi, un aiuto essenziale è la consacrazione alla Madonna.

L’opera di Maria è e sarà di invitarci

a fare quello che Gesù ci comanda (Gv 2,5),

ossia a vivere l’amore reciproco radicato nella Pasqua di Gesù.

 

L’essenziale non è

cercare di sradicare i germi di zizzania di Babilonia,

ma far crescere tanto, ma tanto, l’amore reciproco!

 

Sarà pure custodire e far crescere

la memoria viva di Gerusalemme.

Ed è per questo

che la nostra piccola fraternità ha un compito prezioso,

con il nome che portiamo.

 

E come finirà questo contrasto?

Con la caduta di Babilonia!

Ma l’Apocalisse ci dice che non avverrà subito

perché l’umanità subirà prima le conseguenze del suo orgoglio.

 

Allora, oggi, in questa festa,

chiediamo allo Spirito Santo

tre doni essenziali per la Chiesa, per noi:

un dono di discernimento

per riconoscere le vie di Babilonia;

un dono di forza per staccarci ad ogni costo da queste vie,

per non essere mai dominati dalla paura,

e soprattutto un dono di amore reciproco

per edificare già sulla terra un po' della Gerusalemme Celeste.

 

 

mercoledì 27 maggio 2020 - VII SETTIMANA DI PASQUA - NOVENA DI PENTECOSTE Luce per l’intelletto e fiamma ardente nel cuore - At 20,28-38 – Gv 17,11-19 - Badia Fiorentina - Fr. Antoine-Emmanuel

 

Oggi vorrei partire dal Salmo 85,

un salmo che descrive l’intervento del Signore,

quando mette fine alla sua ira.

 

Recita così il versetto 11:

Amore e verità si sono incontrati,

giustizia e pace si sono abbracciati.”

Letteralmente: “Hesed ed Emeth si sono incontrati”

 

Hesed significa la bontà, la benevolenza, la misericordia.

Ad esempio in Isaia 54,8:

Con un Hesed perenne ho avuto pietà di te,
dice il tuo Redentore, il Signore.”

 

Emeth invece significa la fedeltà, la stabilità, l’affidabilità, la verità.

Come nell’Amen che diciamo così spesso.

 

Il Salmo ci dice che “Hesed ed Emeth si sono incontrati.”

Questo è tipico dell’intervento di Dio:

bontà e verità insieme;

un dono di stabilità e un dono di vitalità insieme.

Un intervento di Dio ti dà radici e ti mette in movimento.

 

Un altro modo di intenderlo potrebbe essere

che Dio ti illumina e Dio ti fa bruciare di amore.

 

Con la luce, scopri di essere,

scopri la solidità della tua esistenza: sei radicato nell’amore di Dio,

non sei frutto del caso e in balia di venti oscuri.

 

Con l’amore, Dio ti spinge a donarti,

nel perderti che ti porta nel non essere dell’amore.

 

*

Ora, veniamo al Vangelo odierno,

meglio all’intera preghiera sacerdotale di Gesù.

Per che cosa Gesù prega?

Perché noi abbiamo la vita, quella eterna.

E le sue richieste si possono riassumere in due richieste:

che siamo consacrati nella verità (cfr Gv 17,17.19)

e che diventiamo una cosa sola. (cfr Gv 17,11.22)

 

Consacrati nella verità significa custoditi nel nome del Padre,

significa essere con Gesù là dove Egli si trova,

essendo custoditi dal maligno, …

 

Essere una cosa sola significa

che l’amore con cui il Padre ha amato Gesù è in noi e tra noi.

 

Sono due richieste diverse?

Sì, perché in una si tratta della verità e nell’altra dell’amore.

Ma sono necessari entrambi

perché si realizzi il dono della vita, quella eterna.

 

*


Così nel Veni Creator,

si chiede allo Spirito di essere luce per l’intelletto

e amore nel cuore,

e quest’ultima richiesta è spesso interpretata

come chiedere il fuoco dell’amore nel cuore.

 

Luce e fuoco sono due immagini molto forti,

perché, senza la luce, si è nel buio.

L’intelletto, senza lo Spirito Santo, è nel buio,

anche se crede di essere nella luce.

E, senza il fuoco, si è nel freddo:

il cuore, senza lo Spirito Santo, è freddo, incapace dell’amore vero.

 

Il Veni Creator ci fa pregare per la luce e per il fuoco:

amore e verità si incontrano”... sempre!

 

Perché l’amore senza verità, senza stabilità, è superficiale e ci inganna.

La verità senza amore è sterile, è morta.

*

Tutto ciò ha due conseguenze.

 

La prima è che se vuoi comprendere una situazione, discernere,

non devi farlo da solo.

C’è una luce che viene solo quando siamo riuniti,

almeno in due, nell’amore.

Non isolarti per discernere: non avrai che verità parziali.

Il tutto è superiore alla parte”!

La verità si trova quando si entra in un traboccare, un oltrepassare.

Bisogna perdersi nell’amore per giungere alla verità.

 

Una seconda conseguenza:

vuoi amare? Vuoi consegnarti in una certa situazione?

Hai bisogno della verità, della stabilità, dell’obbedienza!

Se ti stacchi dall’obbedienza della fede, dall’obbedienza ecclesiale,

crederai di amare, ma in realtà affermerai il tuo io…

 

Chiediamo quindi allo Spirito Santo questa doppia grazia:

luce per l’intelletto e fuoco per il cuore.

 

Luce per conoscere Gesù, Amore per perderci, fino a perderLo,

per essere in Lui per sempre.

 

Chiediamo quindi allo Spirito Santo la Luce per poter perdere la luce.

Per trovarLa per sempre.

 

Chiediamo allo Spirito di conoscere il nostro essere, per poter perderci.

Di riconoscere di essere amati, per poter perdere questo amore, amando.

 

È quello che lo Spirito Santo fa per l’ostia:

la consacra perché sia spezzata e mangiata.

La fa essere per non essere più.

In questo sta la Vita, quella eterna.

 

 

Domenica 24 maggio 2020 - ASCENSIONE DEL SIGNORE - NOVENA DI PENTECOSTE - “IL DATORE DEI DONI At 1, 1-11 – Ef 1,17-23 – Mt 28,16-20 - Badia Fiorentina - fr. Antoine Emmanuel

 

Non ti chiediamo dei “regali”:

ti chiediamo di saper accogliere Te vivo in noi!

 

A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra.” (Mt 28,18)

Non è facile accogliere una parola come questa

quando vediamo tutti i disastri causati dall’attuale pandemia

che lascia tantissime famiglie in una situazione drammatica,

e che ormai invade tanti paesi.

Come conciliare questi drammi con la Signoria di Gesù?

 

Bisogna ripartire dai Vangeli.

Vi scopriamo che Gesù preannuncia chiaramente

che la storia sarà segnata da tanti drammi che devono avvenire (cfr Mt 24,6)

prima che il nostro mondo giunga al suo traguardo di luce e di Eternità.

 

Tutto è già orientato verso la venuta di Gesù in gloria,

oggi annunciata dagli angeli (At 1,10-11),

ma la storia non giungerà a questo traguardo

senza i drammi che la segnano.

 

Lo stesso Paolo scrive

che “dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni"

(At 14,22).

Ad esempio, nella seconda lettera ai Tessalonicesi

parla di ciò che chiama l’apostasia:

Verrà l'apostasia e si rivelerà l'uomo dell'iniquità,

il figlio della perdizione, l'avversario,

colui che s'innalza sopra ogni essere chiamato e adorato come Dio,

fino a insediarsi nel tempio di Dio,

pretendendo di essere Dio.” (2 Tes 2, 3-4)

 

Anche Giovanni, nell’Apocalisse,

ci fa intravedere i dolori che segneranno la storia

attraverso la descrizione di una realtà molto impressionante,

che chiama la “bestia”, che sedurrà tutti i popoli

perché conoscerà una guarigione da una ferita mortale. (cfr Ap 13,3).

 

Pensando a tutti questi eventi,

non possiamo non chiedere al Signore: “Quando avverranno

e quando finirà tutto questo travaglio?”

E la risposta è la stessa che Gesù diede agli apostoli:

"Non spetta a voi conoscere tempi o momenti

che il Padre ha riservato al suo potere.” (At 1,7)

Allora Gesù ci lascia soli e indifesi dinanzi all’avvenire?

No! Perché agli apostoli risponde pure:

Ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi”(At 1,8)

 

Non siamo per niente sprovveduti dinanzi all’avvenire:

Gesù stesso è con noi “fino alla fine del mondo” (Mt 28,20)

e ci dona lo Spirito “senza misura” (Gv 3,34)

Ma cosa significa ricevere lo Spirito Santo?

 

Nel contesto della nostra novena di Pentecoste,

vorrei oggi partire dal libro di Isaia, al capitolo 11.

 

Il contesto è l'oppressione devastante dell’Assiria,

quel popolo che il profeta paragona a una grande foresta.

Un potere immenso quindi.

Immenso… ma nella Signoria di Dio:

Dio permette per un certo tempo quella prova, ma vi pone dei limiti,

e viene l’ora della liberazione.

Come? Attraverso un albero molto grande? No!

Attraverso un “germoglio” della radice di Davide (cfr Is 11,1),

cioè attraverso il dono di un re umile per Israele.

 

Cosa fa questo re?

La sua prima azione non sarà partire in guerra contro l’oppressore!

La prima sua azione è prendersi cura dei poveri.

È un re giusto, che esercita la giustizia di Dio

che è attenzione al povero.

Agirà non con le armi, ma con la parola,

una parola potente, il cui frutto sarà la riconciliazione:

Il lupo dimorerà insieme con l’agnello,

il leopardo si sdraierà accanto al capretto” (Is 11,6)… e così via.

E come otterrà questa riconciliazione?

L’otterrà perché agirà, parlerà, in modo tale

che “la conoscenza del Signore riempirà la terra

come le acque ricoprono il mare” (Is 11,9)

 

Ma come può un re avere un tale profilo?

Perché avrà fatto grandi studi, in una grande scuola?

No! Perché “lo Spirito del Signore si poserà su di lui.” (Is 11,2)

Lo Spirito di Dio - e sappiamo che è Dio stesso - si poserà,

si fermerà, dimorerà in lui.

È qualcosa di immenso!

Il Dio-Puro-Amore, il Dio Santo… in un uomo!

 

E come agirà Dio-Spirito in quel re?

Non gli farà dei “regali”

ma in lui sarà “Spirito di sapienza e di intelligenza”,

sarà “Spirito di consiglio e di fortezza”,

sarà “Spirito di conoscenza e di timore del Signore.”(ib)

 

Susciterà nel re una ricchezza interiore,

nel momento in cui si poserà su di lui,

una ricchezza interiore che lo renderà

capace di servire il popolo in un modo splendido.

Lo Spirito Santo è nel re sapienza e intelligenza…

È come quando in un vaso si mette una fiamma,

e la fiamma trasforma il vaso che diviene sorgente di Luce.

 

Di chi parla Isaia? Di Gesù!

Gesù è questo re totalmente infuocato di Spirito Santo,

ed Egli stesso dirà: “Lo Spirito del Signore è su di me.”(Lc 4,18)

 

Ma non parla solo di Gesù!

Perché, se diciamo di sì alla Promessa del Padre,

anche su di noi si posa lo Spirito

e ci dona una nuova sapienza, un nuovo discernimento e così via.

Abbiamo allora in noi i carismi di Gesù!

Quei carismi essenziali che ci rendono capaci di servire come Gesù,

di dare la vita come Gesù.

Essi sono per la nostra santificazione personale e per il bene degli altri!

 

Lo Spirito Santo non ci fa dei piccoli regali,

da accumulare per farci santi. No!

C’è un modo di pensare lo Spirito Santo

come il babbo natale del tempo Pasquale,

che ci fa dei “regali” e poi va via! No!

Al contrario, viene ad abitare in noi,

e in noi rimane lo Spirito, che è il soffio divino

che ci disturba, che ci fa muovere,

e che è Santo, nell'alterità totale, puro amore.

 

Dal di dentro lo Spirito Santo ci spiazza,

ed è per questo che rimandiamo sempre a domani

il vero sì allo Spirito Santo!

Ma se dici di sì, vedi nascere in te un amore che non conoscevi:

quel fiume che sgorga dal tuo cuore, di cui parla Gesù. (cfr. Gv 7,38)

Perdi il controllo della tua vita,

perdi l’abitudine di misurare sempre il tuo donarti,

di misurare sempre il tuo tempo, i tuoi sforzi,

per paura di perderti.

Allora avvengono in noi tre meraviglie:

Si dispiega in noi lo Spirito di sapienza e discernimento:

il vaso qui è il nostro modo di pensare che viene trasformato.

Si dispiega in noi lo Spirito di consiglio e di fortezza:

il vaso qui è il nostro modo di agire che viene trasformato.

Si dispiega in noi lo Spirito di conoscenza e di timore del Signore:

il vaso qui è il nostro modo di rapportarci a Dio Padre

che viene trasformato.

 

Non è vero che ci imbattiamo sempre nelle stesse difficoltà?

Non ce la faccio a pensare diversamente, ad agire diversamente,

a credere diversamente…”

Ma lo Spirito Santo si insinua dentro il nostro pensare, agire e credere

e vi dà fuoco, come un metallo che a contatto col fuoco diventa fuoco.

E il fuoco non viene dall’esterno, ma dall’interno,

dalla misteriosa presenza di Dio Spirito in noi.

 

Comprendiamo allora la posta in gioco nella festa di Pentecoste che viene!

È la trasformazione della nostra vita nell’Amore.

Quella trasformazione che non può essere

che il capolavoro dell’artista che è Dio, che è lo Spirito Santo.

L’artista è il Soffio Divino che,

come il vento muove i rami di un albero o smuove una barca,

muove i rami del tuo essere e ti spinge in avanti perché tu possa amare.

 

È una meraviglia, una meraviglia…

perché il dono che Gesù ci annuncia,

che è la Promessa del Padre (cfr At 1, 4)

non sono dei “regali” anche bellissimi… è Dio Spirito Santo in noi:

è lo Spirito in persona che viene a dimorare in noi!

Lui è datore di doni, sì, perché dona Sé stesso, viene in persona,

e il suo venire in noi si riflette

in una molteplicità di meraviglie che compie in noi.

Così non siamo per niente sprovveduti dinanzi al domani!

 

Spirito Santo, non ti chiediamo dei “regali”:

ti chiediamo di saper accogliere Te vivo in noi!

Ti chiediamo di saper accogliere Te vivo in noi!

 

 

venerdì 22 maggio 2020 - VI settimana di Pasqua - Atti 18,9-18 – Gv 16,20-23 - f. Antoine-Emmanuel

 

Come mai Paolo poté rimanere un anno e mezzo nella stessa città, a Corinto,

senza esserne cacciato fuori, come era avvenuto spesso in altre città?

Ci possono essere delle motivazioni sociologiche o storiche

legate alla città di Corinto, con una popolazione povera intorno al porto,

tra cui anche tanti poveri di spirito,

oppure spiegazioni legate alla persona del proconsole romano

che non si lasciava manipolare dai Giudei e così via.

Ma la ragione fondamentale è un dono di Dio, un disegno particolare di Dio

rivelato a Paolo appena arrivò in quella città:

Una notte, in visione, il Signore disse a Paolo:

"Non aver paura; continua a parlare e non tacere,

perché io sono con te e nessuno cercherà di farti del male:

in questa città io ho un popolo numeroso". (Atti 18,9-10)

Questa Parola non era solo un'informazione,

e ancor meno solo una predizione dell’avvenire.

Era una missione,

alla quale Paolo obbedì.

Ecco il profilo del discepolo: un'obbedienza viva al Signore,

ai suoi tempi, ai suoi disegni.

 

E come si conoscono i disegni di Dio?

I disegni di Dio talvolta possono esserci trasmessi attraverso una profezia,

come avvenne per Paolo;

ma il più spesso questo avviene attraverso le mozioni dello Spirito Santo.

Le mozioni sono dei movimenti interiori, come una spinta interiore dello Spirito

che ci spinge in una certa direzione, che, in fin dei conti, è sempre quella dell’amore.

O si resiste a questo movimento per ribellione, per volontà propria, pigrizia o paura;

o ci si lascia spingere.

Allora abbiamo non solo una direzione nella quale camminare,

ma pure una forza, un’energia per camminare.

Non a caso lo Spirito Santo è chiamato pneuma, cioè soffio:

è un soffio che ti spinge.

Non lo vedi, non lo puoi ingabbiare, ma ti spinge di sicuro!

 

Oggi vorremmo soffermarci su un nome dato allo Spirito Santo.

Non è un nome dato dai teologi, ma da Gesù stesso:

Paraclito”, dal greco parakaleo (cfr Gv 14,16),

colui che puoi chiamare e che viene in tuo soccorso.

Che Gesù abbia dato alla Terza Persona della Trinità il nome di Paraclito

è cosa straordinaria!

Dio stesso ci soccorre!

 

Per capire questo nome ci sono due piste:

la prima è nell’Antico Testamento.

Nell'Antico Testamento non si parla direttamente di Dio-Paraclito,

ma Dio si presenta come tale:

Io sono il tuo Paraclito” (Is 51,12)

Io sono colui che “consola come una madre” (Is 66,13)

E Dio invita a consolare il popolo,

come scritto all’inizio del cosiddetto libro della Consolazione nel Profeta Isaia:

Consolate, consolate il mio popolo, dice il Signore.” (Is 40,1)

Il termine “consolare” significa, in ebraico,

permettere all’altro di fare un profondo sospiro di sollievo.

È quello che fa Dio:

dona all’uomo questo profondo sollievo,

perché allevia le sue pene, libera dalle schiavitù, perdona i peccati.

 

Ecco chi è lo Spirito Santo per noi:

è conforto, sollievo, come una madre.

Come aleggiava sulle acque del caos primordiale, in quanto Spirito Creatore, (cfr Gn 1,2)

così aleggia pure sul nostro caos interiore, portandoci consolazione.

 

L’altra pista è contemplare Gesù nella sua vita pubblica come consolatore.

Perché Gesù si presenta così!

Quante volte Gesù ha permesso a degli uomini e a delle donne, a dei bambini

di fare un sospiro di sollievo.

Grazie al suo silenzio, come con la donna adultera.

Grazie ai suoi gesti affettuosi, come con i bambini.

Grazie al suo perdono, come con Maria di Magdala.

Grazie alle sue parole, tante volte con gli apostoli, e così via.

 

Tutto un insieme di silenzio, di gesti, di parole

che portavano il conforto,

che rompevano la solitudine.

Come qualcuno che entra là dove tu porti da solo un peso sproporzionato,

e lo porta con te, lo porta per te.

 

Ecco quello che fa pure lo Spirito Santo:

si offre a noi nel profondo del cuore per offrirci un conforto interiore.

È il dolce consolatore recita il Veni Creator,

il consolatore perfetto recita la sequenza di Pentecoste,

Colui che maternamente ci libera dall’ansia,

non attraverso dei discorsi lunghi,

ma attraverso una presenza amica.

 

I cristiani dei primi secoli, in epoca di persecuzione,

lo chiamarono avvocato,

perché sperimentarono che lo Spirito Santo difendeva contro le accuse,

sia quelle dei nemici della Chiesa

sia quelle del demonio.

È l’avvocato che non ti lascia solo, quando sei accusato.

 

Poi, quando la persecuzione diminuì,

Lo si chiamò di più consolatore.

Ecco come San Bonaventura descrive la consolazione dello Spirito Santo

in un’omelia appunto tra l’Ascensione e la Pentecoste.

La consolazione dello Spirito è vera, perfetta e proporzionata.

È vera perché usa la consolazione là dove è da applicare, cioè all’anima,

non alla carne come fa invece il mondo,

che consola la carne e affligge l’anima,

simile in ciò a un cattivo albergatore che cura il cavallo e trascura il cavaliere.

È perfetta, perché consola in ogni tribolazione,

non come fa il mondo, che nel dare una consolazione procura due tribolazioni,

come uno che rammenda un vecchio cappotto chiudendo un buco e aprendone due.

È proporzionata perché là dove c’è una maggiore tribolazione

porta una più grande consolazione,

non come fa il mondo che nella prosperità consola e blandisce,

nelle avversità irride e condanna.”1

 

Carissimi, chiediamo al Padre una nuova effusione dello Spirito Santo

affinché nei tempi difficili che viviamo e vivremo,

non ci manchi MAI la consolazione dello Spirito Santo.

Tante cose potranno esserci tolte, ma la dolce e forte presenza dello Spirito Santo no!

È grazie a Lui che avviene e avverrà nella nostra vita

quello che Gesù dice oggi ai suoi Apostoli:

La vostra tristezza si cambierà in gioia”. (Gv 16,20)

 

Spirito Santo, guidaci con le tue mozioni interiori,

consolaci con il tuo alito benefico,

perché possiamo sempre amare.

Sempre.

 

1 Citato da P. Raniero Cantalamessa, “Il canto dello Spirito”, Ancora,1998, p.76

 

martedì 19 maggio 2020 - VI settimana di Pasqua - Atti 16,22-34 – Gv 16,5-11 - f. Antoine-Emmanuel


 

Gesù sa di essere “la luce del mondo”(Gv 8,12), di essere “la via, la verità e la vita”(Gv 14,6).

Eppure dice: “E' bene per voi che io me ne vada” (Gv 16,7).

Come può essere un bene che vada via

Colui che è la Luce del mondo, la Via, la Verità e la Vita ?

Perché se non me ne vado, non verrà a voi il Paraclito”(ib.).

Questo ci dice quanto il dono dello Spirito Santo sia di un valore incommensurabile.

Tutt’altro che un piccolo aiutino!

 

E oggi Gesù ci descrive un effetto della presenza dello Spirito Santo in noi.

Cosa avviene quando accogliamo il Paraclito,

quando da Lui ci lasciamo istruire e guidare

con illimitata fiducia e obbedienza”, come diceva Papa Giovanni Paolo II?

Avviene lo stesso che avvenne con Gesù:

suscitiamo una frattura.

Di fatto, quando Gesù venne nel mondo,

si creò una frattura tra chi credeva e chi non credeva.

Chiunque infatti fa il male, odia la luce,

e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate.

Invece chi fa la verità viene verso la luce,

perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio".

(Gv 3,20-21)

 

È quello che Luca descrive attraverso le parole del vecchio Simeone a Maria:

"Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione

- e anche a te una spada trafiggerà l'anima -,

affinché siano svelati i pensieri di molti cuori". (Luca 2,34-35)

 

Allo stesso modo, se siamo fedeli allo Spirito Santo,

la nostra vita, le nostre parole, metteranno in luce, sveleranno

l’opposizione a Dio che c’è nel mondo, “dimostrerà la colpa del mondo”(Gv 16,8) come dice Gesù.

È lo stesso verbo che ritroviamo in Giovanni 3,20: “perché le sue opere non vengano riprovate”,

le opere del mondo, cioè, saranno smascherate.

 

Questo avverrà in tre modi.

 

Se sarai fedele allo Spirito Santo, con la tua vita

farai vedere che la salvezza è dono gratuito di Gesù.

Allora darai fastidio a chi rifiuta Gesù,

verrà smascherato il peccato che è il non credere in Gesù,

il rifiuto di affidarsi a Gesù Crocifisso abbandonato e Risorto.

Invece, darai gioia a chi ha il cuore umile.

 

Se sarai fedele allo Spirito Santo, con la tua vita farai vedere Gesù,

farai vedere la via della Santità, la via della Salvezza, della Croce:

darai fastidio a Chi odia questa via,

ma rallegrerai chi ha il cuore povero.

 

Se sarai fedele allo Spirito Santo,

con la tua vita farai vedere che il male è sconfitto, che si può amare, che si può perdonare,

che Satana è sconfitto, e pure il peccato, e la stessa morte:

darai fastidio a chi appartiene a Satana,

ma darai speranza a chi ha il cuore aperto.

 

Creerai quindi una spaccatura,

quella spaccatura che si vede sul Golgota,

tra il ladrone che lancia ingiurie a Gesù,

e l'altro ladrone che invece a Gesù chiede Misericordia e accoglie già il Paradiso.

 

È quello che si vede benissimo con Papa Francesco che crea una spaccatura,

e non ne ha paura: sa che deve essere così.

 

È quello che avviene con Paolo e Sila a Filippi:

da una parte c’è Lidia che ha il cuore aperto al Vangelo e si schiera con Paolo,

e dall’altra parte c’è chi sfrutta una ragazza posseduta

e si schiera contro Paolo e Sila, suscitando l’odio contro di loro

al punto che sono bastonati (cfr Atti 16,22) e gettati in prigione.

E il male ebbe l’ultima parola?

No! E non l’avrà mai!

Paolo e Sila sono interiormente liberati dall’angoscia

al punto che cantano le lodi di Dio in piena notte,

e sono liberati dalla stessa prigione.

E la conclusione è la gioia del custode della prigione e della sua famiglia:

la gioia di credere.(cfr At 16,34)

 

Se siamo fedeli allo Spirito Santo, certo ad alcuni daremo fastidio,

ma susciteremo in tanti la gioia di credere, la gioia della fede.

 

 giovedì 14 maggio 2020 - San Mattia, Apostolo - Atti 1,15-26 – Gv 15,9-17 - f. Antoine-Emmanuel

Oggi potremmo esprimere la nostra riconoscenza a San Mattia per il suo sì!

Mattia accettò di consegnarsi al Signore per vivere il Ministero Apostolico.

Non era un ministero facile,

ma era molto importante dare il segno dell’essere 12 apostoli.

È il segno che ricorda che la mietitura della Risurrezione è un popolo,

come il popolo di Israele è costituito di dodici Tribù.

 

Il Popolo di Dio si edifica con ciascuno.

Ciascuno è prezioso!

Giuda, da parte sua, aveva disertato,

mentre il suo pentimento avrebbe costituito una gemma luminosissima nella Chiesa…

Mattia disse di sì (cfr At 1, 24-26),

ed oggi, si tratta per noi di dire di sì come Mattia.

 

Dici di sì a quella che è, hic et nunc, la tua chiamata,

ricordandoti che ogni pietra è importante per edificare il Popolo Santo di Dio.

E, più ti lasci afferrare dalla Misericordia, più sei prezioso per la Chiesa.

 

Oggi ci ricordiamo anche che non siamo noi che abbiamo scelto Gesù! No!

Vi ho scelti, dice Gesù.

E vi ho costituiti, stabiliti.

Vi ho costituiti” … così che voi non siate soggetti a tutti i venti.

La chiamata di Gesù ci conferisce una saldezza.

Egli ci radica in Lui, e questo ci permette -paradossalmente- di andare, come dice Gesù,

di camminare, e di portare frutto.(cfr Gv 15,16)

 

Quindi, per portare frutto, dobbiamo sempre ricollegarci alla nostra chiamata,

ripristinare la “connessione” con la chiamata di Gesù.

 

E il frutto è quello dell’amore,

l’amore nella sua radicalità e nella sua reciprocità.

Perché Gesù ci comanda e ci dona l’amore con due dimensioni:

come ho amato voi” e “gli uni gli altri”.(cfr Gv 15,12)

Il “come” non è quello di un modello,

come l’artista si ispira a un modello, e poi se ne disfa.

Il “come” è un attingere continuo all’Amore di Cristo.

Questo fa sì che la reciprocità dell’amore tra noi

divenga lo spazio in cui Gesù si manifesta e si rivela.

E ci ricordiamo qui che il “metro di distanza sanitaria” tra noi,

lo possiamo vivere come il ricordo della presenza di Gesù in mezzo a noi!

 

A questo proposito, bisogna essere inventivi in questo momento:

nessun abbraccio, nessuna pacca sulle spalle… e così via!

Allora inventiamo altri gesti e non spegniamo l’amore!

 

È nel comandamento dell’amore reciproco

che possiamo trovare un senso profondo anche alle misure sanitarie

che ci vengono imposte per l’Eucarestia.

Sapete che il Vangelo di Giovanni non riporta

il racconto dell’istituzione dell’Eucarestia.

Dove l’avremmo cercato, nell'ultima cena, troviamo la lavanda dei piedi,

che è un gesto “sanitario” di amore reciproco!

Come per dirci: “Ecco il frutto dell’Eucarestia: lavarci i piedi gli uni gli altri”.

 

Poi, se andiamo nel capitolo sesto del Vangelo di Giovanni,

comprendiamo, se leggiamo l’intero capitolo,

che nell’Eucarestia non va cercato un pane per stare bene.

C’è tutta un’agitazione dopo la moltiplicazione dei pani,

perché la folla cerca Gesù per avere il pane, per i propri bisogni.

Gesù insegna allora chiaramente che questa ricerca è vana.

Egli è Pane del cielo, Pane della vita, Pane vivo,

perché dona la sua carne e il suo sangue.

Sembra che San Giovanni abbia voluto dire a chi già era solito celebrare l’Eucarestia:

Attenzione! Che l’Eucaristia non sia: “ Vado a prendere quello che serve a me e torno a casa” No!

Si va alla Celebrazione Eucaristica per nutrirsi di Gesù,

per poter amare come Lui, per vivere l’amore reciproco!

Si va alla Celebrazione Eucaristica per imparare la lavanda dei piedi reciproca.

Allora facciamo dei gesti penosi di questi giorni di pandemia

una scuola di amore fraterno per re-imparare l’indissolubilità tra Eucarestia e Amore reciproco.

È in questo spirito che il pannello che sarà all’ingresso della Badia comincia così:

Per prenderci cura gli uni degli altri”…

Il Signore ci dia la grazia di vivere con gioia questa scuola!

 

venerdi 1° maggio 2020 - San Giuseppe, lavoratore - Col. 3, 14-15, 17, 23-24 - Mt. 13,54-58 - f. Antoine-Emmanuel


 

Qualunque cosa facciate, in parole e in opere, tutto avvenga nel nome del Signore Gesù,

rendendo grazie per mezzo di lui a Dio Padre.” (Col 3,17)

Con questi versetti della lettera ai Colossesi,

la festa di San Giuseppe ci interroga sulle motivazioni delle nostre scelte quotidiane,

su quello che ispira il nostro lavoro, i nostri compiti, il nostro agire quotidiano.

Cosa ci motiva?

 

Commentando le parole di Gesù: “In verità, in verità io vi dico:

chiunque commette il peccato è schiavo del peccato” (Gv 8,34),

il Cardinale Carlo-Maria Martini scrive:

Chi non si apre ad un’esistenza autentica è schiavo di tutte le contingenze quotidiane.

Se esaminiamo una delle nostre giornate, soprattutto se siamo impegnati in una vita attiva,

credo che non sfuggiremo all’impressione di essere in qualche modo schiavi delle cose.

Non soltanto schiavi delle passioni, il che può accadere in un modo più o meno palese,

ma schiavi dei compiti, degli orari, delle urgenze, del telefono,

senza in fondo sapere bene, in mezzo a tante preoccupazioni,

quello che stiamo facendo e perché lo facciamo.”1

 

Questo ci spinge ad interrogarci sul nostro modo di vivere, in questo tempo di pandemia.

Allora, guardiamo con semplicità…

 

Vivere la quarantena, restare chiusi in casa è cosa buona,

perché ci prendiamo cura gli uni degli altri,

cercando di fermare il contagio del virus.

Ma non è cosa buona, perché ci allontaniamo dall’essere insieme,

dal vivere insieme, fisicamente, gli uni con gli altri, gli uni per gli altri,

attenti ai più deboli, ai più fragili,

che è la nostra vocazione.

 

Rispettare tutte le misure di distanza sociale è cosa buona,

per evitare la trasmissione della malattia.

Ma è cosa grave, perché diviene dittatura della salute:

tutto il vivere è centrato non più sul fine ultimo dell’uomo che è l’eternità,

ma solo sulla sua salute.

 

Essere esigenti e vietare le celebrazioni nelle chiese, come pure nelle sinagoghe e nelle moschee,

è necessario per evitare il contagio, per proteggere chi è a rischio.

Ma è cosa molto grave, perché nega la libertà di culto,

e perché priva il Popolo di Dio del Pane di vita.

 

Usare applicazioni sugli smartphone per controllare il contagio può essere efficace

per proteggere i più deboli,

ma è molto pericoloso, perché è una porta aperta ad un controllo totalitario delle persone

che mette a rischio la libertà personale, in nome dell’idolatria della salute.

 

Vaccinare l’intera popolazione mondiale è cosa desiderabile per fermare l’epidemia.

Ma è tanto pericoloso, perché è la porta aperta a un totalitarismo della medicina,

e ad un uso senza discernimento dell’intelligenza artificiale

che servirebbe il transumanesimo,

la voglia di “creare” un uomo che non conosca più limiti.

 

Allora, come dice Paolo nella prima lettera ai Tessalonicesi:

Non dormiamo dunque come gli altri, ma vigiliamo e siamo sobri.” (1 Tess 5,6)

 

Vigiliamo, perché dietro tutti questi rischi,

non ci sono semplicemente degli uomini che potrebbero ordire una trama,

ma vi è il demonio che ci attira man mano in un grande tranello,

in cui l’umanità si lascia sedurre…

Si lascia sedurre dalla possibilità di diventare essa stessa il “creatore”.

E le vittime saranno ancora una volta i più fragili, i più poveri…

 

Come dice Paolo nella lettera agli Efesini:

La nostra battaglia infatti non è contro la carne e il sangue,

ma contro i Principati e le Potenze, contro i dominatori di questo mondo tenebroso,

contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti.” (Ef 6,12)

 

Quindi bisogna vigilare.

 

Vigilare perché ci vengono offerti dei mezzi che sono tanto graditi

per rendere la vita più piacevole, per avere sempre “di più”, e per la nostra salute,

ma che comportano una privazione graduale delle nostre libertà fondamentali.

 

Vigilare per non lasciarci sedurre da una compassione che scansa Dio.

La “compassione” che nega Dio è la rovina della persona umana,

e della sua vocazione alla comunione e all’eternità.

 

Il discernimento è estremamente delicato.

Abbiamo bisogno dello Spirito Santo, della Sapienza Divina, per non essere ingannati.

Da soli saremo ingannati.

 

Abbiamo bisogno della Beata Vergine Maria,

alla quale il nostro tempo è affidato in modo particolare,

ed alla quale, l’Italia, il Canada, gli Stati Uniti oggi si consacrano,

come l’India ha già fatto il giorno di Pasqua.

 

Bisogna, come San Giuseppe, rimanere in ascolto dell’angelo,

anche in piena notte, per alzarci appena è necessario farlo,

e fuggire dalla violenza di Erode,

per proteggere la vita di Gesù in ogni persona umana,

per proteggere non solo la salute, ma pure l’anima.

 

Sia chiaro che non si tratta di disinteressarsi della salute,

delle condizioni materiali della vita:

sarebbe assurdo.

Ma si tratta di preoccuparsene e di preoccuparsi pure dell’anima.

L’una e l’altra preoccupazione sono, e saranno sempre, in tensione polare.

Ma questa tensione è sana.

Ci mantiene poveri gli uni dinanzi agli altri, e soprattutto poveri dinanzi a Dio.

 

Vegliamo e siamo attenti a non cadere nel grande rifiuto della Croce,

nella grande affermazione dell’onnipotenza dell’uomo,

che vuole avviare l’uomo, senza ritorno, alla negazione di Dio.

Quello che è “buono”, non può essere anche non buono, grave, pericoloso…

Come dice Paolo nella prima lettura odierna: “Servite il Signore che è Cristo!” (Col 3,24)

Solo Lui!

 

Perché "ogni cosa che farai avrà senso

solo se la farai in funzione della vita eterna." (Chiara Corbella Petrillo)

 

1 Commento al Vangelo di Giovanni - Tradotto dal francese

 

mercoledi 29 aprile 2020 - Santa Caterina da Siena - 1Gv 1,5 - 2,2 - Mt 11,25-30 - f. Antoine-Emmanuel

 

«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra,

perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli.” (Mt 11,25)

Oggi cogliamo dalla Parola di Dio un invito a farci piccoli,

ad essere profondamente piccoli, in greco “nèpioi”,

che significa “piccoli bambini”.

 

Gesù ci dice che il Padre rivela alcune cose ai “piccoli” e non ai “sapienti” ed ai “dotti”.

Gesù non parla qui degli orgogliosi o dei prepotenti!

Parla di chi è “sophos” e “synetos”, sapiente ed intelligente.

Ora, la sapienza e l’intelligenza sono doni grandi di Dio.

Eppure c’è una rivelazione che viene fatta non a loro, ma ai piccoli.

C’è quindi un’infanzia interiore che ci apre i tesori di Dio.

Questa dovrebbe essere la sapienza dei monaci… ma, prima ancora, di tutti i cristiani!

 

Che cosa rivela il Padre ai piccoli ?

Rivela Gesù!

Penso, oggi, a Caterina da Siena a Santa Maria Novella,

che, pregando dinanzi al grande Crocifisso di Giotto,

capì che bisognava avvicinarsi ai piedi di Gesù, poi alla ferita del costato, e poi alla sua bocca,

per consegnare a Lui la propria memoria, la propria intelligenza e la propria volontà.

 

C’è una conoscenza di Gesù che viene non dall’esser sapienti o intelligenti,

ma dall’essere piccoli.

Infatti, se entri dalla porta piccola, dalla porta dei piccoli, cosa vedi?

Se entri dal costato di Gesù, cosa vedi?

Vedi l’Amore!

 

Cosa si vede nel costato aperto, ferito, di Gesù?

Si vede la ferita nella ferita…

La prima lancia che trafisse dall'interno il cuore di Gesù fu il non amore dei Suoi compagni.

Perché Gesù è tutto Amore.

Quando il Verbo si fece carne (Gv 1,14),

quando il Figlio di Dio si fece carne e divenne l’uomo Gesù,

non perse la sua identità divina che è essere Amore!

Gesù è Amore!

 

Qui giungiamo a qualcosa di essenziale!

La Sua presenza in mezzo a noi è presenza di Amore,

è l’amore reciproco tra noi che è, finalmente, possibile!

 

Dire che Gesù è con noi tutti i giorni fino alla fine del mondo (Mt 28,20)

e dire che il Regno è in mezzo a noi (Lc 17,21) è la stessa cosa!

Gesù è QUI con noi…

E, quindi, il Regno dell’Amore è QUI offerto a noi…

 

Questo ha una conseguenza molto concreta per ogni incontro interpersonale.

Quando ci prepariamo ad incontrare qualcuno,

possiamo partire dalla dimensione psicologica: il temperamento, l’umore, il passato, ecc.

Oppure partiamo dal dono!

Dal dono della presenza di Gesù in mezzo a noi, della presenza del Regno in mezzo a noi.

E, se partiamo dal dono, permettiamo al Regno di manifestarsi,

e siamo beati perché crediamo pur non avendo visto. (Gv 20,29)

Sì, partiamo dalla Fede!

 

Concludo con un invito molto semplice.

In questi tempi, dobbiamo stare ad almeno un metro gli uni dagli altri.

Allora, questo metro sia per noi il ricordo

che, in mezzo a noi, c’è Gesù, c’è il Regno!!

Il metro diverrà il metro dell’Amore!

Ecco quello che il Padre rivela ai piccoli!

 

sabato 25 aprile 2020 - San Marco Evangelista - 1 Pt 5,5-14 – Mc 16,15-20 - f. Antoine-Emmanuel


 

Credere, perder la vita ed annunciare


 

Celebriamo oggi la festa di San Marco Evangelista.

Dei quattro evangelisti, Marco è quello che più usa la parola “Vangelo”.

Si dice che Marco scriva per i catecumeni.

Scrive come un compendio per chi si incammina verso il Battesimo.

Vuole svelare la novità e la forza, appunto, del “Vangelo”.

 

Se Luca e Giovanni non usano la parola Vangelo,

se Matteo la usa solo quattro volte, Marco invece la usa ben otto volte.

Inizia il suo Vangelo appunto con l’espressione Vangelo:

Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio.” (Mc 1,1)

E lo conclude con il mandato di portare, di annunciare il Vangelo a tutto il creato.

Il quadro è già chiaro!

 

All’interno del suo Vangelo, il termine compare diverse volte.

La prima è nel primo capitolo:

Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio,

e diceva: "Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo".

(Mc 1,14-15)

Convertitevi, cioè Credete al Vangelo.

Tutto comincia con il credere nel Vangelo.

Ed è una metanoia!

 

La seconda si trova nei capitoli ottavo e decimo:

Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà;

ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà. “ (Mc 8,35)

E nel capitolo decimo, Gesù dice a Pietro:

"In verità io vi dico: non c'è nessuno

che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi

per causa mia e per causa del Vangelo,

che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case

e fratelli e sorelle e madri e figli e campi,

insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà.” (Mc 10,28-30)

Si tratta di lasciare e di perdere … per il Vangelo.

 

La terza, vi abbiamo già accennato:

"Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura.

Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato.” (Mc 16,15-16)

 

Vi è come un itinerario in tre tappe:

Credere al Vangelo, perdere la propria vita per il Vangelo, e poi annunciare il Vangelo.

 

Questo significa che per proclamare il Vangelo è necessario, innanzi tutto,

credere in esso e perdere la propria vita per esso.

 

La proclamazione del Vangelo non può essere qualcosa di esterno alla propria vita.

Si annuncia soltanto il Vangelo che si è accolto

fino a perdere, tappa dopo tappa, la propria vita per esso.

Anzi, si annuncia il Vangelo nella misura in cui si perde la vita per esso…

 

Quindi il Vangelo non è soltanto un annuncio, un contenuto:

è una vita che ci attraversa… o non ci attraversa.

È Gesù stesso.

Il Vangelo è “Gesù Figlio di Dio”, come dice Marco all’inizio del Suo Vangelo.

 

Allora si capisce l’espressione “proclamate il Vangelo a ogni creatura “.

Se io vivo il Vangelo, sono una buona novella per il creato,

se invece rimango nei miei egoismi, non sono per nulla una buona notizia per il creato…

 

Ma questo annuncio, questo vivere il Vangelo,

comincia con l’essere Vangelo per i miei fratelli e sorelle.

Sono un Vangelo per miei fratelli e sorelle, per chi incontro nel quotidiano?

 

Che messaggio diffonde intorno a me la mia vita?

Ci sono due possibilità: o Il messaggio è “io vivo per me”,

oppure è “la mia vita ti appartiene, la mia vita è dono di me stesso”.

Ma non un dono per amore di me, un dono per amore degli altri.

Chiara Lubich così si rivolgeva a dei giovani: "Alla

vvostra età fiorisce l'amore, quello bello e naturale.

NNoi vorremmo che si mantenesse così e non degenerasse in egoismo, in amor proprio.”


Si può amare per amore, oppure si può amare per egoismo!

Solo Gesù ci porta e ci custodisce nell’amare per amore.

Allora la nostra vita è davvero un Vangelo per gli altri.

 

È in qualche modo quello che Paolo scrive ai Corinzi:

Gesù “è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per sé stessi,

ma per colui che è morto e risorto per loro.

Cosicché non guardiamo più nessuno alla maniera umana;

se anche abbiamo conosciuto Cristo alla maniera umana, ora non lo conosciamo più così.

Tanto che, se uno è in Cristo, è una nuova creatura;

le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove.” (2 Cor 5,15-17)

 

Ecco quello che possiamo cercare nel Tempo Pasquale:

diventare queste creature nuove,

diventare Vangelo per gli altri.

 

Questo non vuole dire vita impeccabile, retta, senza passi falsi.

Vuol dire una vita in cui il peccato è già assunto da Gesù nella sua vittoria pasquale.

È una vita nella luce della Resurrezione!

 

E per vivere questa vita, per essere Vangelo vivente,

non siamo soli.

Marco ci ricorda nel Vangelo odierno

che Gesù Risorto è con noi,

confermando l’annuncio con i segni del Regno!

 

*

Possiamo allora chiederci in particolare:

Nelle prossime settimane, nei prossimi mesi,

in cui vivremo in un ambiente tanto diverso da quello precedente alla pandemia,

come sarò un Vangelo per gli altri, come saremo un Vangelo per gli altri?”

Come essere un Vangelo per gli altri, portando la mascherina,

e a un metro o due metri di distanza?

Certamente valorizzando lo sguardo, valorizzando il tempo, valorizzando l’ascolto…

Gesù amò tanto con più di una “mascherina” sul volto durante la Passione…

Amò tanto, pur essendo ridotto a così poco, a causa della violenza degli uomini.

L’Amore vero trova sempre una via!

 

La grande assemblea non sarà possibile,

ma sarà possibile la qualità dell’incontro interpersonale.

E sarà una priorità prendersi cura di chi sarà escluso dal vivere insieme.

 

Bisogna, certo, valorizzare gli incontri virtuali,

ma senza mai sentirci soddisfatti di questa modalità,

in cui non c’è la presenza, la corporeità, la fisicità della vita, dell’umanità.

 

La tentazione sarà di ripiegarci su noi stessi, aspettando di essere finalmente “liberi” …

No, è proprio oggi che Gesù mi chiede e ti chiede di essere Vangelo per gli altri.

 

giovedi 9 aprile 2020 - Giovedì Santo – Messa in cena Domini - Is 50,4-7 – Fil 2,6-11 – Gv 13,1-15 - Badia Fiorentina – Messa senza Popolo - f. Antoine-Emmanuel

 

La liturgia del Giovedì Santo ci invita a soffermarci sul rito della Pasqua ebraica.

Questo rito ha un aspetto essenziale: esso non si svolge nel tempio, ma nella casa.

Il Libro dell’Esodo, al capitolo 12, dice così:

Il dieci di questo mese, ciascuno si procuri un agnello per famiglia, un agnello per casa.” (Es 12,3)

Il centro del rito non è il tempio, non è un santuario: è la famiglia, è la casa.

Il tempio è soltanto il luogo dove viene ucciso l’agnello che sarà consumato nelle case.

 

Le case vengono preparate con molta cura, togliendo il lievito vecchio,

e predisponendo ogni cosa per la cena pasquale.

La Liturgia serale stessa non è una liturgia sacerdotale:

è una liturgia familiare, alla quale tutti partecipano,

anche i bambini che pongono al capofamiglia alcune domande

sul senso del rito che viene compiuto.

 

Sappiamo anche che la casa stessa viene segnata:

si prende un po’ del sangue dell’Agnello

e lo si pone sui due stipiti e sull’architrave della casa in cui si mangia la Pasqua.

In questo modo la famiglia viene preservata dal flagello.

Il sangue sulle case dove vi troverete servirà da segno in vostro favore:

io vedrò il sangue e passerò oltre.” (Es 12,13)

 

Si capisce che la Pasqua, cioè la memoria della liberazione dalla schiavitù dell’Egitto,

la grande manifestazione di Dio come Salvatore,

deve entrare nella famiglia, nella casa.

 

La liberazione deve entrare nei rapporti familiari,

perché non si viva più secondo il lievito vecchio delle gelosie, delle tristezze, dei rancori,

bensì secondo la vita nuova, la Vita Pasquale,

in cui la libertà dataci da Dio trasforma le relazioni.

E la famiglia celebra tutto questo

attraverso il canto dei Salmi, nel corso della cena pasquale!

 

Lo stesso vale per l’ultima Cena.

Si svolge anch'essa in una casa: un uomo che “porta una brocca d’acqua”

indica agli apostoli la casa e il padrone di casa mostra loro al piano superiore

una sala grande e arredata.

E, lì, prepararono la Pasqua.(cfr Lc 22,10-13)

 

La sera, sono presenti i dodici Apostoli con Gesù, e, credo, le donne in una sala accanto.

 

Attorno alla mensa, probabilmente sdraiati secondo l'uso romano,

Giovanni si trova accanto a Gesù; Pietro non è lontano da Giovanni.

Giuda ha un posto d’onore.

 

È nella casa che si manifesta la novità della Pasqua di Cristo.

È nella casa che avviene una nuova purificazione,

quando Gesù si mette in ginocchio davanti a ciascuno degli apostoli, per lavare loro i piedi.

E' necessario che siano purificati da Gesù stesso,

solo l'Amore di Gesù li rende capaci di avvicinarsi

al banchetto pasquale, al banchetto eucaristico.

E' in una casa che è istituita l'Eucarestia, non nel tempio o in altro luogo sacro.

È nella casa che, così purificati dall’Amore,

possono accedere al banchetto eucaristico.

E la casa diviene come il luogo che già prefigura il banchetto eterno.

Ecco come la casa diventa preziosa alla luce della Pasqua ebraica e cristiana.

 

È nella casa che la lavanda dei piedi e l’Eucarestia

ci rendono capaci di vivere in una maniera nuova,

di accedere alla novità del Regno.

 

È nella casa appunto che si sente per la prima volta il comandamento dell’amore:

Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi.”(Gv 15,12)

È nella casa che si sente Gesù pregare

perché noi diventiamo una cosa sola

È nella casa che Gesù esprime il suo desiderio che siamo una cosa sola

come il padre e il figlio sono una cosa sola.(cfr Gv 17,21)

La casa diviene santuario: santuario dell’Amore!


Gesù vuole portare una rivoluzione dentro le case.

Vi afferma che nella casa il primo deve essere come colui che serve;

che non ci si dovrà comportare come i regnanti della terra;(cfr Lc 22,25-26)

che bisognerà lavarsi i piedi gli uni agli altri,(Gv 13,14)

anzi… dare la propria vita per i propri amici.(Gv 15,13)


E' impressionante ascoltare questi testi, nella loro luce,

in quest’anno in cui centinaia di migliaia di cristiani

celebrano il Giovedì Santo all'interno delle case,

perché siamo come in un deserto, a causa della pandemia.

 

Il profeta Osea dice che il deserto era stato e sarebbe stato di nuovo

il luogo dell’incontro con Dio.(Os 12,10; 2,16)

Anzi dice che Dio ci ha conosciuti nel deserto in una terra di febbre.

L’attuale deserto, questo tempo di febbre dovuta al virus,

può essere l’occasione perché l’Amore di Cristo entri nelle case,

nella tua casa.

Perché viviamo come il Giovedì Santo, in ogni casa, durante tutto l'anno.

Non è questa la rivoluzione della tenerezza di cui Papa Francesco si fa portavoce?


La bacinella e il grembiule di Gesù bussano alla porta delle case!

Il pane ed il vino consacrati bussano alle porte delle case!

Gesù servo, Gesù consegnato nel più grande Amore

bussa alla porta delle case…

Vorrebbe trasformare il vivere insieme!

 

Se “L’individualismo postmoderno e globalizzato favorisce uno stile di vita

che indebolisce lo sviluppo e la stabilità dei legami tra le persone,

e che snatura i vincoli familiari” … (Evangelii Gaudium, n.67)

al contrario, “il modo di relazionarci con gli altri

che realmente ci risana invece di farci ammalare,

è una fraternità mistica, contemplativa,

che sa guardare alla grandezza sacra del prossimo,

che sa scoprire Dio in ogni essere umano,

che sa sopportare le molestie del vivere insieme aggrappandosi all’amore di Dio,

che sa aprire il cuore all’amore divino per cercare la felicità degli altri

come la cerca il loro Padre buono.

Proprio in questa epoca, e anche là dove sono un «piccolo gregge» (Lc 12,32),

i discepoli del Signore sono chiamati a vivere come comunità

che sia sale della terra e luce del mondo (cfr Mt 5,13-16).

Sono chiamati a dare testimonianza di una appartenenza evangelizzatrice

in maniera sempre nuova. Non lasciamoci rubare la comunità!”

(Evangelii Gaudium, n.92)


Ecco: sto alla porta e busso.

Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me.

Il vincitore lo farò sedere con me, sul mio trono,

come anche io ho vinto e siedo con il Padre mio sul suo trono.

Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese". (Ap 3,20-22)

 

 

mercoledi 25 marzo 2020 - Solennità dell’Annunciazione del Signore - Is 7,10-14; 8,10 – Eb 10,4-10- Lc 1,26-38 - Badia Fiorentina – Messa senza Popolo - f. Antoine-Emmanuel

 

Una dichiarazione d’amore alla volontà di Dio!


 

Oggi eravamo milioni, forse, a pregare insieme il Padre Nostro.

A dire insieme: “Sia fatta la tua volontà!” (Mt 6,10)

Quante volte al giorno ripetiamo queste parole:

Sia fatta la tua volontà!”

Non diciamo: “Che io faccia la tua volontà” o “Che noi facciamo la tua volontà”,

in tal caso il centro sarebbe ancora il mio “io” o il nostro “noi”.

No! Il centro è “la Tua volontà”!

Pregare con queste parole è fare una dichiarazione d’amore alla volontà di Dio!

 

Inoltre è una preghiera che avvolge, comprende tutta l'umanità

che si estende a tutti.

Che in tutti avvenga la Tua volontà! E tra tutti!

 

E in che misura? Molto? Pienamente?

No! “Come in cielo”! (Ib.)

E in Cielo, tutto è Amore, tutto è obbediente a Dio, tutto vive di Dio: questa è la misura!

 

Il Salmo odierno era già una bellissima tappa verso questa consegna di noi stessi:

Sacrificio e offerta non gradisci, gli orecchi mi hai aperto,


non hai chiesto olocausto né sacrificio per il peccato.

8 Allora ho detto: "Ecco, io vengo.

Nel rotolo del libro su di me è scritto 9 di fare la tua volontà:

mio Dio, questo io desidero; la tua legge è nel mio intimo". (Sal 40,7-9)

Il più bell'atto d’amore per Dio non è che io decida di fare un sacrificio,

anche di tanti montoni o tori… ,

ma che io mi consegni alla volontà di Dio.

 

Di questo abbiamo oggi un modello straordinario: Maria.

Maria si trova a casa, come tutti noi.

E l’angelo Le rivela la volontà di Dio:

Hai trovato grazia presso Dio,… concepirai e partorirai… il Figlio di Dio.” (cfr Lc 1, 30-32)

Qual è la risposta di Maria?

Sono la serva del Signore: io farò la sua volontà”? No!

Maria vive già l’inversione evangelica,

e dice: “Avvenga per me secondo la tua parola.” (Lc 1,38),

cioè, non sono io che farò la volontà di Dio,

ma in qualche modo la volontà di Dio “mi farà”, mi plasmerà.

 

In Lei, la misura, infatti, è “come in cielo”,

perché Maria è l’Immacolata.

 

E non c'è una sottomissione impersonale,

c’è un dialogo: “Come avverrà?”… (Lc 1,34),

una domanda che non è un mettere Dio alla prova nè un dubbio,

ma un'apertura, come una porta spalancata allo Spirito Santo.

Lo Spirito Santo scenderà su di te...

ti coprirà con la sua ombra” (Lc 1,35),

avverrà quindi qualcosa di più luminoso della luce del sole:

Dio si farà carne!

 

Sì, “Avvenga per me secondo la tua parola!” (Lc 1,38)

 

Nel 2004 il Cardinale Piovanelli mi scrisse una lettera

In cui citava queste parole del teologo Urs von Balthasar:

Pronunciando con prontezza il suo “Ecce ancilla Domini”,

Maria mostra tutta la sua disponibilità attiva:

Essa è come l’argilla umida nella quale soltanto si lascia imprimere la forma di Cristo”.

Ecco quello che siamo chiamati ad essere: argilla umida

che si lascia plasmare dalla volontà di Dio.

 

Maria è modello? Sì!

Solo modello? No!

È madre! È la madre che ci insegna a consegnarci alla volontà di Dio.

Si consegna con noi, e noi con Lei.

 

E tutto questo è molto concreto in questi giorni.

Voglio fare la volontà di Dio, allora esco a fare mille cose, per far piacere agli altri”?

Sarà la volontà di Dio?

No!

Non faccio “io” la volontà di Dio, ma bisogna che la volontà di Dio “mi faccia”, mi plasmi.

Oggi la volontà di Dio è il nostro stare a casa, per amore,

per non aggiungere altri contagi.

Ma, se è volontà di Dio, è gioia,

gioia di adempiere insieme quel che piace a Dio.

 

Questo può essere il tempo di una grande obbedienza d’amore a Dio…

E’ doloroso, è penoso,

con tutte le notizie che si sentono, anche dei nostri cari…

E non si sa più cosa inventare per giocare con i bambini,

non si sa più come convivere con gli altri familiari,

non si sa più come impiegare il tempo,

magari non si sa più come pregare…

Ma l’anima sa di fare la volontà di Dio,

di essere consegnata alla volontà di Dio,

e, in ciò, trova forze nuove.

L’anima per la sua gioia di essere consegnata amorosamente alla volontà di Dio,

sprigiona tutta una vitalità che si fa sorriso, inventività nell’amore, tenerezza.

 

Un giorno, Chiara Lubich, mi è stato raccontato, ebbe queste parole:

Essere la volontà di Dio non vuol dire che io accolgo la volontà di Dio,

vuol dire che la volontà di Dio mi prende.

La protagonista non sono io, è la volontà di Dio. ”

 

E spiega come gli avvenimenti stessi sono per noi la volontà di Dio:

Provate a vivere questo, vedrete come è bello: (…)

ti portano una minestra (…) che non ti piace:

è volontà di Dio, comanda la minestra, lì, quasi, perché è un segno della volontà di Dio.

Dovete fare una passeggiata ma non ne avete voglia:

eh! ti comanda la passeggiata, quella volontà di Dio.”

Per noi, sarebbe: “Devi rimanere a casa ma non ne hai voglia:

eh! ti comanda lo stare a casa, quella volontà di Dio.”

È bellissimo vivere così! Provate, provate, (…): lasciar che sia lei a fare.

E in questo senso si vive già come in Paradiso, (…)

È molto bella la volontà di Dio, a me piace tantissimo.

C'è una santa che dice che lei,

quando le nominano soltanto questa parola: “volontà di Dio”, va in estasi, tanto le piace.

Io la capisco, perché questa parola mi piace da quando ero piccolina,

mi piace tantissimo questa parola,

perché è il mio disegno, è la mia realizzazione,

è quell'unica roba che voglio: la volontà di Dio.”

 

 

giovedì 19 marzo 2020 - Solennità di San Giuseppe - 2 Sam 7,4..16 – Rm 4,13..22- Lc 2,41-51a - Badia Fiorentina – Messa senza Popolo - f. Antoine-Emmanuel


 

In questo tempo di prova, San Giuseppe è una figura che ci è vicina, molto vicina.

Molto vicina, perché Giuseppe è uno che ha conosciuto la prova.

 

Basti pensare al suo dolore, quando scoprì che Maria era incinta,

e non poteva capire quello che avveniva. (Mt 1, 18-25)

Alla sofferenza di non poterle offrire per il parto altro che una poverissima grotta a Betlemme. (Lc 2,7; Mt 2,1)

Alla partenza in piena notte per proteggere il bambino dalla violenza di Erode.(Mt 2, 13-14)

O alla perdita, lungo la via di ritorno da Gerusalemme, di Gesù dodicenne. (Lc 2, 43-46)

E tanti altri misteri dolorosi che noi non conosciamo…

Tutti vissuti con tanta fede, umiltà e discrezione.

 

Oggi, vi propongo di soffermarci sulla sua partenza per l'esilio.

Ricordiamoci il contesto.

Giuseppe, Maria ed il bambino Gesù hanno appena ricevuto la visita dei Magi,

la bellissima testimonianza di questi scienziati, questi sapienti,

convenuti per adorare Gesù. (Mt 2, 1-2. 9-11)

Era il preannuncio del dono che Gesù sarebbe stato per tutti i popoli. (cfr Lc 2, 10-11)

Ed i loro regali sono ancora lì, come ricordo gioioso di un’ora tanto luminosa e bella.

Ora, in piena notte, avviene l’inatteso:

l’irruzione di una violenza orrenda proveniente

non da un castigo divino, ma dalla miseria umana.

Erode, il potente re Erode, vuole uccidere il bambino. (Mt 2,13)

E bisogna agire subito, lasciare tutto, per proteggere la vita del bambino.

Addio alla vita serena di famiglia, al lavoro, ai vicini di casa,

alla Sinagoga, al Tempio non lontano…

Si tratta di lasciare tutto un modo di vivere, per diventare migranti.

Ed è Giuseppe a prendere in mano la situazione,

per portare la famiglia in una nuova realtà di vita,

con una fiducia totale nella Provvidenza divina.

Come Abramo, che, “per fede, chiamato da Dio,

obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità,

e partì senza sapere dove andava.” (cfr Eb 11,8)

 

San Giuseppe non esita, non si attarda, non fa domande:

bisogna proteggere la vita, ad ogni costo per Lui.

Vanno in esilio per un tempo indeterminato.

Quando finirà? Quando si tornerà?

Non lo sanno.

Quel che conta è la vita del più piccolo.

L’unica bussola è il prendersi cura della vita dell’altro,

l’amarsi gli uni gli altri.

Con la certezza che Dio provvederà;

che Dio è fedele, fedelissimo nell’Amore.

*

Carissimi, questa storia non è lontana dalla nostra:

lasciare tante cose, anche le più significative, all’improvviso,

in una notte di dolore che avvolge la terra.

Certamente non per un castigo divino,

ma per un dramma che si aggiunge a tutte le violenze,

tutte le sofferenze delle guerre, dei migranti, delle cavallette in Africa, della fame, …

Un dramma che ferisce il cuore di Dio più del nostro,

perché in Dio non c’è nessuna indifferenza.

Tutto grava sull’anima di Gesù nel Getsemani,

e lo schiaccia nell’ora del suo abbandono sulla Croce.

 

San Giuseppe è oggi per noi un compagno e un modello.

Da Lui impariamo a prenderci cura della vita,

in particolare della vita del più debole, del più vulnerabile.

Con Lui, ogni nostra scelta in questi giorni sia per prenderci cura degli altri.

Il non uscire di casa è un prendersi cura degli altri,

sapendo che ogni persona che si ammala può occupare all’ospedale un posto

e impedire ad un altro di essere curato.

E tutto ciò, facendo nostra la fiducia che Giuseppe ebbe nel Signore.

 

San Giuseppe ci insegna l’arte di lasciare tanto per salvare la vita altrui.

Fiduciosi nella Grazia di Dio.

E, con Lui, possiamo pure gridare verso Dio, quando veniamo a sapere delle vittime,

che, come i bambini martiri di Betlemme, soffrono e muoiono. (Mt 2, 16)

 

Ma, mi direte, Giuseppe, si è preso cura della vita di Gesù in persona, noi no!

No… oppure sì?

La nostra attenzione alla vita altrui, in ogni circostanza,

è sempre un’attenzione a Gesù.

Quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.” (Mt 25,40)

Ogni persona è per noi un riflesso di Gesù,

uno per il quale Gesù è morto,

una parola di Dio, eco del Verbo di Dio.

 

Oggi, è Gesù che soffre negli ospedali e nelle case,

Gesù che grida nel dolore: “Perché mi hai abbandonato?” (Mt 27,46; Mc 15,34)

Ed è Gesù che, tutt'uno con ogni sofferente,

porta la più profonda consolazione e la Risurrezione.

Egli, vincitore di ogni male, è la Risurrezione e la Vita.

 

Sì, è di Gesù che ci prendiamo cura,

e, come Giuseppe, lo facciamo con Maria.

Giuseppe non partì da solo con Gesù: era con Maria,

e sapeva che Maria aveva una vicinanza materna insuperabile

per prendersi cura del bambino.

E questo rimane vero anche oggi:

la Vergine Maria è più vicina ad ogni sofferente di quanto possiamo immaginare.

La sua maternità, nell’ora della prova, si dilata in una vicinanza straordinaria.

Accanto ad ogni letto d’ospedale,

dentro ogni casa nella solitudine,

vi è Maria, madre di compassione,

Maria, Mediatrice della Grazia,

Maria, Corredentrice, unita all’Unico Redentore e Suo Redentore,

Maria, avvocata nostra.

 

E San Giuseppe ci sussurra quello che Egli stesso sentì:

Non temere di prendere con te Maria tua sposa” (Mt 1,20):

immensa è la Sua compassione.

 

Buona festa di San Giuseppe!

 

Domenica 15 marzo 2020 - III Domenica di Quaresima (A) - Es 17,3-7 - Rm 5,1..8 – Gv 4,5..42 - Badia Fiorentina – Messa senza Popolo - f. Antoine-Emmanuel

 

 

L’incontro con Gesù è una realtà fantastica, un dono splendido.

 

Basta contemplare il Suo incontro con la donna di Samaria.

Avete notato quello che più ha segnato questa donna?

Mi ha detto tutto quello che ho fatto!”

Ma, chiunque mi dicesse, nel primo colloquio, la mia fragilità, le mie miserie…

questo sarebbe una violenza,

uno che si appropria della mia storia, quasi uno stupro…

 

Ma, con Gesù è tutt’altro,

perché il Suo modo di fare, il Suo modo di essere, cambia tutto.

Due volte il testo ci dice: “Mi ha detto tutto quello che ho fatto” (Gv 4,29.39)

Ma l’ha detto come? Con che tono? In quale maniera? Con quale sguardo?

L’ha detto come uno che mi conosce perché mi ama, direbbe la donna,

come Colui che ha pagato le estreme conseguenze delle mie miserie.

Tutto il mio Peccato, l’ha preso Lui.

Non si appropria della mia vita, si appropria del mio male,

cioè di quello che mi sfigura, che mi toglie la dignità.

E la mia vita, me la restituisce,

mi fa rinascere.”

 

Non è questo l’acqua di cui parla Gesù?

Lui, Gesù, ha la capacità di far sgorgare nell’intimo del nostro cuore

una sorgente di misericordia e di vita,

che, senza sosta, lava, purifica, guarisce la nostra anima.

Una sorgente che sussurra: “Sei giustificato, sei perdonato, sei sposato…”

Una sorgente che ci dà la vera vita

perché ci rende capaci di amare gli altri come Egli ama.

Ci rende vivi, perché diventiamo con Lui capaci di amore.

Gesù ci offre una freschezza interiore, un continuo rinnovamento del cuore,

ed è l’unica via per poter incontrare veramente Dio.

Se l’acqua di Gesù, l’acqua del suo costato, lava le nostre anime,

cominciamo, sì, a vedere Dio, a vedere il volto di tenerezza del Padre,

e allora ci mettiamo ad adorare il Padre in spirito e verità.(Gv 4,23-24)

 

L’adorazione, cioè l’andare al Tempio per offrire un sacrificio