sito delle Fraternità Evangeliche

di Gerusalemme di Firenze

 

OMELIE anni 2017-18

            Santa Maria Assunta alla Badia Fiorentina  

 

   

Domenica 10 dicembre 2017 - IIa Domenica di Avvento anno B -.un monaco della Badia

 

Nel deserto. Ritroviamo il deserto di quaresima, l’Avvento essendo una “piccola quaresima” preparativa per accogliere il Salvatore. Qual è questo luogo “deserto” dove risuona la Parola di Dio? Per la quaresima il deserto è un luogo ostile alla vita, luogo di morte ove Gesù fu condotto per raggiungere l’umanità espulsa dal giardino di Eden. C’è di questo nel deserto di Avvento, ma con accento diverso, già perché il deserto di quaresima è quello di Gesù mentre quello dell’Avvento è di Giovanni Battista. Gli evangelisti hanno riconosciuto in lui quella “voce” nel deserto di cui Isaia parlava. Ma se è lui la voce che prepara la Parola, il Verbo di Dio, che cosa questo deserto è la via da prepararvi?

Il deserto nella Bibbia, oltre che luogo di morte è anche luogo di passaggio. Gli Ebrei che vi si trovavano stavano sia fuggendo la schiavitù e l’ingiustizia in Egitto verso la libertà in terra promessa, sia andando verso l’esilio in Babilonia dopo aver peccato contro l’Alleanza, oppure ritornando in terra santa dopo aver espiato i loro peccati. È proprio sulla strada di ritorno dall’esilio che risuona l’oracolo di Isaia...consolate, consolate il mio popolo... la sua tribolazione è compiuta, la sua colpa scontata...

Non ci si ferma nel deserto, vi s’incammina verso qualcosa...una promessa, punizione o consolazione. Se per caso ci si trova nel deserto, si deve sempre andare avanti per sopravvivere, anche i Beduini che vivono ai bordi del deserto si spostano sempre alla ricerca di acqua o di pascolo scarso. Guai a chi vi si ferma, guai a chi non vuole andare avanti, corre il rischio di morire di sete sul posto.

Ma se il deserto è luogo della mancanza... è anche il luogo del desiderio. Desiderio di vita, più di vita appunto perché c’è ne poca nel deserto, desiderio di giustizia perché ha forse sofferto o ha commesso ingiustizia, desiderio di libertà perché ha forse sofferto la schiavitù o l’oppressione. Davide perseguitato da Saul era andato nel deserto, Mattatia e i suoi figli Maccabei fuggirono nel deserto durante l’occupazione ellenistica, Giovanni Battista andò nel deserto per denunciare i peccati del popolo, gridare la parola di Dio, chiamare alla conversione.

Il deserto è quel posto tra Egitto / Babilonia e la terra promessa, tra il passato e il non-ancora, tra la promessa e il compimento, tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere. Luogo importante per conoscere le cose che si ritengono essenziali nella vita, i suoi desideri profondi, luogo per conoscersi meglio, conoscere più il suo Dio.

Giovanni Battista sta nel deserto sopratutto perché è l’uomo di desiderio, l’ultimo del popolo dell’attesa millenaria e ne dichiara il compimento prossimo. Ecco carissimi, il deserto ove risuona il grido del Battista è il luogo della nostra sete di più di vita, più di bontà, giustizia, libertà. L’Avvento è il momento propizio per visitare i nostri desideri più profondi, forse quei sogni che facevamo da giovani, gli ideali che avevamo a cuore. Che cosa ne abbiamo fatto, dove li abbiamo archiviati?

Forse visitare anche le delusioni, frustrazioni nella vita. Metterli in confronto alle promesse ricevute o fatte, agli sforzi compiuti per realizzarle, in confronto anche alle mancanze nostre, perché abbiamo sempre una parte di responsabilità di ciò che è. Ma guai a chi si rassegna al suo stato di insoddisfazione, guai a chi si ferma nel deserto, chi non vuole cambiare o andare avanti, a chi si scoraggia e si accontenta, si abitua della mediocrità. Per lui, per lei c’è e ci sarà solo amarezza, tristezza.

L’Avvento è il momento opportuno per lasciarsi condurre da Dio nel deserto perché ci parli nel cuore come dice il profeta Osea (2, 16). Accogliamo la parola del Battista e lasciamoci ridestare i desideri più veri, quelli che ci conducono alla vita vera, accogliamo la parola di Dio per ciascuno di noi stamattina... consolati, consolati figlio mio, figlia mia... voglio porre fine alle tue tribolazioni, volgiti a me, apriti al mio amore... La conversione che il Battista annuncia non è che questo: cambiare direzione per volgersi sempre più verso la sorgente di vita, verso Dio Padre da cui vengono tutti i beni e le benedizioni.

La conversione non è come si pensa di solito, una impresa dolorosa, fatta di sforzi, sacrifici, penitenze o chissà ancora... È sopratutto correggere la rotta della vita, ri-orientarla perché le nostre strade tendono sempre a sviare, spesso impercettibilmente, anche perché c’è un nemico della nostra felicità che sempre propone altre vie.

Lo sforzo della conversione, perché c’è ne, è proprio nel distaccarsi dalle cose o dalle vie che conducono a un meno di vita, meno di luce, il sacrificio quello di un bene per un bene più grande. Se il deserto dell’Avvento è il luogo dei nostri desideri, la via da preparare, da spianare sta nello scarto tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere, convertirsi è percorrere la strada che ci porta da ciò che siamo oggi a ciò che siamo chiamati ad essere domani... perché ci sarà sempre un scarto finchè siamo in questa vita.

Ciò che conta è di non lasciare indebolire il desiderio, anzi renderlo più vivo... appunto in questo tempo propizio di Avvento, perché l’uomo carissimi è quello che desidera, perciò l’importanza di essere rivolto, orientato verso la direzione giusta e buona. Raddrizzare, preparare la via al Signore è indirizzargli i nostri desideri, verso Lui e le sue promesse. Desideriamo non solo cose piccole, ma grandi, non solo i doni, ma il Donatore stesso. E Dio viene a nostro incontro su questa strada.

Il Signore non ritarda nel compiere la sua promessa ci ricorda san Pietro nella 2da lettura. Nello Spirito Santo compie oltre ogni nostro desiderio, non solo a Natale, ma già oggi in questa Eucarestia.

 

venerdì 8 dicembre 2017 - Gn 3,9..20 – Ef 1,3..12 – Lc 1,26-38 - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel

 

La liturgia oggi ci fa gridare di gratitudine e di gioia verso Dio!

«Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, scrive Paolo,

che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo.

In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo (Ef 1,3-4)

 

Ecco... che meraviglia!

Ognuno di noi è stato voluto, scelto, amato da Dio;

non da ieri,

ma da prima della creazione del mondo!

Siamo tutti nel pensiero di Dio da prima della creazione del mondo!

Non è che Dio ci abbia soltanto immaginati!

Non è che siamo solo nella «immaginazione» di Dio:

Siamo incisi nel suo cuore.

Abitavamo il Suo amore già prima della creazione del mondo.

Ed in Dio non c’è il tasto «cancellare» o «cestino»: non esiste!

Dio è Amore, e nel Suo Amore ci sei,

che tu lo voglia o meno, che tu lo sappia o meno.

 

Siamo stati scelti prima della creazione del mondo.

Ma per che cosa? In vista di che?

«per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità» (Ef. 1,4)

Santi ed immacolati

Lo siamo santi ed immacolati?

No! Ma è questa la nostra predestinazione, la nostra vocazione.

E cosa vuole dire «santi»?

Santo non vuol dire esser in una specie di perfezione, da vetrina,

come delle persone intoccabili, senza corpo, immateriali…

No!

Santi vuol dire pieni di amore.

È santo colui che ama!

La santità è l’Amore di Dio che ti entra dentro e ti trasforma.

 

Ti sei già innamorato?

Questo è l’inizio dell’amore.

È un primo uscire da te stesso, chiamato poi a crescere,

a convertirsi in amore pieno dove c’è un desiderare l’altro

ed un donarsi all’altro.

È come un' espropriazione di sé.

Non mi appartengo più, appartengo all’Amore.

Divengo un vuoto d’amore che fa spazio all’altro

e che si dona all’altro.


Ma è facile giungere all’amore?

Bastano due o tre «clic» per giungere all’amore vero?

No!

No… perché c’è un combattimento, una lotta.

La prima Lettura di oggi ci fa vedere una parte essenziale di questa lotta.

Vi si vede che il serpente, ossia il demonio, viene a sussurrare all’orecchio:

“... ma non è vero che Dio ti ama;

non è vero che Dio vuole che tu possa amare.

Dio è geloso dell’amore.

Dio non vuole che tu ami.

Richiuditi in te, cerca i tuoi interessi, cerca di essere potente”.

Ecco la menzogna contro la quale bisogna lottare.

E se non sei consapevole di questa lotta che si chiama «combattimento spirituale»,

sarai sempre nella frustrazione,

perché l’anima tua, come la mia, è fatta per l’Amore.

 

Oggi, nei nostri tempi, la lotta spirituale c’è di meno?

No!

La lotta è diventata più esigente che mai.

Perché?

Perché viviamo in mezzo a tanti rumori, con tanti giocattoli e telefonini.

Abbiamo trovato il modo di essere tutti indaffarati,

tutti come dei dirigenti di azienda con tanto business!

E non vediamo più qual è la vera posta in gioco nella nostra vita.

 

Poi un dettaglio… che non è un dettaglio:

A chi si rivolge il serpente? Alla donna.

Perché?

Perché la donna ha un compito del tutto particolare per quanto riguarda l’amore.

 

San Giovanni-Paolo II ci dice che l’ordine dell’amore

costituisce la vocazione della donna, ed afferma che

«La forza morale della donna, la sua forza spirituale

si unisce con la consapevolezza che Dio le affida in un modo speciale l'uomo, l'essere umano.

Naturalmente, Dio affida ogni uomo a tutti e a ciascuno.

Tuttavia, questo affidamento riguarda in modo speciale la donna

- proprio a motivo della sua femminilità –

ed esso decide in particolare della sua vocazione.» (Mulieris dignitatem, n.30)

 

La vocazione della donna è una realtà straordinaria:

una capacità di accoglienza, di tenerezza, di interiorità

che la fa essere non solo madre, ma anche maestra nell’amore.

L’uomo è sempre pronto, col rischio di sfigurare l’amore.

La donna ha bisogno di tempo,

e quindi si può aprire in profondità all’amore.

 

Ed è per questo che il diavolo si rivolge alla donna.

Cerca di distruggere in lei la bellezza dell’amore

per distruggerla pure, attraverso di lei, nell’uomo.

 

Apro una parentesi:

vedete il dramma della pornografia e della prostituzione di cui tante donne sono vittime?

È una profanazione dell’amore,

come è una profanazione del sesso, una profanazione del corpo.

E quindi rovina l’anima,

rovina i rapporti interpersonali.

Chiudo la parentesi.

 

È santo colui che ama!

E la donna ne porta in modo speciale la responsabilità, il carisma.

Questo però non avviene senza lotta spirituale.

 

Ora c’è, sempre nella prima lettura, un versetto che è come nascosto.

Cosa dice Dio al serpente?

«Io porrò inimicizia fra te e la donna,

fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa

e tu le insidierai il calcagno». (Gen 3,15)


C’è quindi una donna di cui il serpente insidierà il calcagno.

Ne soffrirà, ma quella donna schiaccerà la testa del serpente.

Dovunque questa donna verrà accolta, la testa del serpente sarà schiacciata.

È quindi una donna in cui la vocazione femminile, il genio femminile

potrà dispiegarsi pienamente;

una donna che veramente ci porterà sulla via dell’Amore,

e che, quindi, verrà odiata dal demonio.

 

Carissimo, carissima,

vuoi amare?

Vuoi giungere all’Amore vero, qualunque sia la tua vocazione?

Prendi con te Maria, l’Immacolata Concezione,

perché è Lei la donna che schiaccia la testa del serpente,

e che ti porta all’Amore.

Se vuoi amare, affidati alla Madonna.

 

Madonna, mia donna, la donna che Gesù mi dona

perché io entri nel Regno dell’Amore.

Nostra Signora,

la Signora che è nostra, che il Padre ci dona

perché viviamo appieno di Gesù, Suo Figlio.

La Vergine, la Sposa dello Spirito Santo,

che Egli ci dona perché viviamo di Lui, che è in persona l’Amore.

 

Chi ci salva dal peccato? Gesù!

Chi ci salva dal non amore? Gesù!

Chi ci salva dalla paura di amare? Gesù!

Ma come viene a noi Gesù?

Attraverso Maria!

Sempre attraverso Maria!

 

A chi ci affidiamo?

A chi vi affidiamo?

A Maria Santissima.

Al suo cuore immacolato.

 

Quando Madre Teresa aprì la sua prima casa per i morenti,

Le diede il nome di «casa del cuore puro», riferendosi alla Madonna.

Madre Teresa sapeva per esperienza che il cuore immacolato di Maria

è una vera e propria dimora.

Occorre dimorare, rimanere nel cuore di Maria, cioè nel suo amore:

Non andartene mai!

Non lasciare mai il cuore di Maria.

Allora l’amore fiorirà in te,

perché Gesù fiorirà in te.

Perché la Madonna è Santa Maria del Fiore,

e «il Fiore» è Gesù.

 

martedì 5 dicembre 2017 - Is 11,1-10 - Lc 10,21-24 - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel


Eccoci avviati nel cammino dell’Avvento,

un tempo benedetto che viene a scavare in noi il desiderio di Dio,

affinché il Signore ci trovi «vigilanti nell'attesa», come dice la liturgia,

ardenti nel desiderio di Lui.

 

E come lo scava in noi questo desiderio?

Mediante la Parola, in modo particolare mediante il Profeta Isaia.

 

Oggi dobbiamo lasciarci sedurre dalla visione che ci propone Isaia.

Egli ci descrive una realtà splendida:

«Il lupo dimorerà insieme con l'agnello;

il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme

e un piccolo fanciullo li guiderà.» (Cfr Is 11,6)
 

È un mondo riconciliato,

dove Il lupo, il forte, è capace di dimorare insieme all’agnello, a chi è fragile.

La violenza è stata trasformata in convivenza.

Chi guida il vitello ed il leoncello è un bambino:

è un mondo dove non c’è più né paura né angoscia e quindi non c’è violenza.

Il serpente velenoso rinuncia ad uccidere,

non ha più bisogno di uccidere,

perché regna la fiducia reciproca.

 

È difficile per noi immaginare un mondo così pieno di pace.

Quale ne è il segreto?

Come tale riconciliazione può divenire realtà?

Ce lo dice Isaia:

«Non agiranno più iniquamente né saccheggeranno in tutto il mio santo monte,

perché la conoscenza del Signore riempirà la terra come le acque ricoprono il mare.» (Cfr Is 11,9)

 

La riconciliazione tra uomini, tribù, e popoli avviene

quando cresce la conoscenza del Signore.

Chi conosce il Signore depone le armi,

perché chi conosce il Signore non ha più paura:

è liberato dalla paura di morire.

Sappiamo che nella Bibbia conoscere, in ebraico yada’,

significa una conoscenza intima, amorosa,

a cuore aperto e nel donarsi dei corpi.

Ed è così che il Signore desidera essere da noi conosciuto.

È una tale conoscenza di Dio che trasforma i nostri rapporti interpersonali.


Com’è preziosa questa profezia quando si guarda all'attualità:

allo Yemen che entra nel caos;

agli Stati Uniti che vogliono spostare a Gerusalemme la loro ambasciata

e già provocano l’ira dei palestinesi e dei paesi musulmani;

a tutti gli altri conflitti che formano ciò che Papa Francesco

chiama “la terza guerra mondiale a pezzi”.

 

E come può realizzarsi questa conoscenza del Signore che sconfigge ogni paura

ed apre alla riconciliazione?

Avverrà tramite quel germoglio che spunterà dal tronco di Iesse,

quel virgulto che germoglierà dalle sue radici,

sul quale si poserà lo spirito del Signore. (Cfr Is 11,1-2)

Come ha fatto notare il Papa nell'omelia, questa mattina,

confluiscono qui la piccolezza, l’umiltà del germoglio,

ed il dono grande dello Spirito.

Solo quel germoglio umilissimo e traboccante del dono dello Spirito

può farci conoscere ed amare Dio.

Solo Gesù può farci conoscere Dio!

Nessuno sa ... chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo” (cf Lc 10,22)

come abbiamo sentito nel Vangelo.

 

La nostra preghiera questa sera è quindi rivolta al Padre:

Venga il tuo Figlio,

ci riveli il tuo volto troppo sconosciuto agli uomini!

Venga Colui che rivelandoti ci disarmerà!

Venga Colui che guidandoci verso di Te, ci porterà gli uni verso gli altri.

Ci faccia passare dalla diffidenza reciproca all’amore reciproco!

Amen.

 

Domenica 3 dicembre 2017 - Is 63,16 ..64,7 – 1Cor 1,3-9 – Mc 13,33-37 - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel

 

Da sveglio, ho fatto un sogno strano!

Guardavo: vedevo la Chiesa, i cristiani del nostro tempo.

Li ho visti impegnati.

Pregavano.

Si incontravano.

Leggevano la Bibbia.

Erano espertissimi nei dogmi della Chiesa.

Ho visto un gran darsi da fare tra loro in parrocchia.

Facevano anche opere di bene, specie per i più poveri.

Il loro stare insieme non era molto gioioso, ma si incontravano.

Ho visto pure che tutti invecchiavano.

Erano sempre gli stessi volti.

La gente da fuori non è che li disprezzasse,

ma era come se non esistessero.

Li guardava come un gruppo nostalgico,

totalmente fuori dalla realtà,

non parlavano più la stessa lingua.

Una realtà anacronistica.

No… non si guardava neanche a loro:

la loro vita non diceva più niente a chi non era dentro la loro cerchia.

Erano divenuti un club.

Una realtà chiusa.

Senza nessuna intenzione cattiva.

Chiusa.

 

Brutto sogno, vero?

Ma quando ho letto il Vangelo odierno, mi son detto:

«Vegliate» vorrà dire:

fate attenzione a non diventare un club di questo genere?


Allora… guardiamo da vicino questo Vangelo.

Vi si parla di un padrone

che affida la propria casa alla custodia dei suoi servi.

È chiaro che si tratta di Gesù,

Gesù che passa dal mondo al Padre

e che ci affida la sua «casa»,

chiedendoci di vegliare, di non addormentarci

fino alla sua venuta gloriosa alla fine dei tempi.

 

E cos’è questa «casa» a noi affidata?

Sono tutte le ricchezze che Gesù ci affida nel Suo mistero pasquale.

E nel cuore di esse, cosa c’è?

Qual è la grande novità che Gesù ci porta ?

È Lui stesso!

E' l’esser Dio e uomo,

veramente uomo e veramente Dio:

questa è la grandissima novità!

 

La preghiera d’Isaia che abbiamo sentito nella prima lettura è stata esaudita!

Dio ha squarciato i cieli.

È disceso a dimorare in mezzo a noi facendosi uomo. (cfr Is. 63,16).

 

La «casa» a noi affidata è il divino nell’umano, l’umano nel divino.

Non nella confusione,

bensì nell’unione, nell’amore che fa unità tra ciò che è assolutamente diverso.

 

A noi uomini, risulta impossibile tenere insieme le due realtà.

Come è avvenuto in Gesù?

Con Maria e nello Spirito Santo.

Come potremo custodire la “casa”, custodire questa unità?

Con Maria e nello Spirito Santo.

 

Ebbene, noi cristiani d’occidente abbiamo custodito questa “casa”?

Credo sia lucidissimo su questo lo sguardo di La Pira.

In un saggio scritto nel 1950 sull’Assunzione di Maria,

parla degli effetti dell’«immanentismo (marxista) o idealista (egheliano)

che hanno spezzato il rapporto tra l’uomo e il suo termine (la risurrezione)

avendo spezzato (o almeno tentato di spezzare) il rapporto reale che unisce l’uomo a Cristo1

Quattro anni dopo, scrisse alle claustrali:

«Ascolti, Madre reverenda: sa cosa è questo materialismo ateo, marxista, teorico?

È un cristianesimo spezzato radicalmente in due;

è Cristo diviso, spezzato;

la natura divina violentemente divisa dalla natura umana2

Ed aggiungeva:

«Né è scaturito il dramma immane e doloroso della storia di oggi, e, forse della storia di domani».

 

La cultura occidentale nella quale viviamo

è una cultura in cui la natura divina è stata violentemente divisa dalla natura umana.

Ecco l’aria che si respira oggi in occidente:

l’occidente ha creato un Vangelo senza Cristo,

un Natale senza Dio,

una compassione evangelica senza Dio,

una Chiesa senza Gesù che è lo Stato che crea leggi ingiuste nel nome della compassione.

Ad esempio, su che cosa si fonda la volontà di rendere l’eutanasia legale e pagata dallo Stato?

Sulla compassione.

Ma una compassione senza Dio.

 

Allora possiamo farci una domanda.

Noi cristiani praticanti non abbiamo respirato, anche noi, quest’aria?

Oscilliamo tra un umanesimo senza Dio, che è di moda

e un culto senza umanità.

In altre parole, anche dentro la stessa Chiesa, io per primo,

siamo contagiati da questo pensiero

che non sa riconciliare l’umano e il divino e continuamente li divide

 

Quanto ci risulta difficile essere nel mondo senza allontanarci da Dio!

Com’è difficile adorare Dio senza tagliarci fuori dal mondo!

 

Questo vide perfettamente Padre Pierre-Marie, fondatore delle nostre fraternità,

quando pose come fulcro del nostro carisma questa frase del Vangelo di Giovanni:

«Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal Maligno.» (Gv 17,15)

Non è una richiesta che Gesù ci fa,

è una preghiera che Gesù rivolge al Padre:

Lui solo ci rende capaci di questa unità tra il divino e l’umano.

 

Cosa avviene invece se ci immergiamo in un'adorazione che si allontana dall’uomo?

Si crea il club del mio brutto sogno!

Nel club ci si addormenta, per riprendere le parole del Vangelo odierno.

Addormentarci è chiudere poco a poco gli occhi sul mondo.

E questo in nome di Dio!

Finché un giorno ci si accorge che non si è più in grado di portare Dio al mondo.

 

Già San Giovanni-Paolo II parlava del rischio di cadere «preda di una specie d’introversione ecclesiale»3

E Papa Francesco nella Evangelii Gaudium parla della necessità

di «trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari,

il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato

per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione». 4

Ecco la sfida: vegliare per non cadere nella introversione,

e convertirci all’amore che, gli occhi aperti sul mondo,

vuole portare a tutti la gioia del Vangelo.

 

Si deve allora lasciare il tappeto di preghiera?

No!

Anzi… questa conversione richiede una maggiore fedeltà alla preghiera,

ma una preghiera col cuore aperto sul mondo.

Una preghiera con la finestra dell’amore aperta sugli altri,

specialmente sui più poveri.

Una preghiera col cuore ferito non da un qualche sentimentalismo,

ma ferito dalle stesse ferite di Cristo.

Una preghiera che diviene olocausto, sacrificio d’amore unito al sacrificio di Cristo per il mondo.

E questo insieme a Maria santissima,

colei che custodisce la Casa fino al ritorno in gloria del Figlio Suo.

 

Carissimi,

tremo, perché non vorrei tradire la chiamata forte dello Spirito Santo in questo nostro tempo…

Ma mi rassicura il fatto che stiamo per iniziare qui in Badia

un cammino sinodale in cui tutti insieme cercheremo la via di questa conversione.

In questo cammino entriamo fiduciosi perché in Gesù

siamo stati «arricchiti di tutti i doni, quelli della parola e quelli della conoscenza.

La testimonianza di Cristo si è stabilita tra noi così saldamente

che non ci manca più alcun carisma». (cfr 1 Cor 1,3..7)

 

E fin d'ora, con voi, affido a Maria Santissima questi 9 mesi,

dall' 8 dicembre all’8 settembre

in cui insieme chiederemo al Signore: “Mostraci il tuo volere!”

Insegnaci come esser nel mondo ed esser in te.

Pienamente nel mondo e pienamente in Dio.

 

1 Giorgio La Pira, L’Assunzione di Maria, Ed Fondazione La Pira, 1996, p.23

2 Giorgio La Pira, Lettere alle claustrali, Ed Vita e Pensiero, 1978, p.85

3 Citata da Papa Francesco, Evangelii Gaudium, n.27

4 Papa Francesco, Evangelii Gaudium, n.27

 

Venerdì 1 dicembre 2017 - Fil 2,5-11 – Salmo 21 – Lc 14,15-24 - San Paolo, Pistoia - f. Antoine-Emmanuel

 

Innanzitutto vorrei dirvi che sono molto colpito dalla vostra scelta

di mettere i poveri al centro della preghiera dei primi venerdì del mese.

Sono certo che questo sarà molto gradito al cuore di Gesù.

 

Sono rimasto molto impressionato dal messaggio di Papa Francesco

per la prima Giornata del povero.

Si conclude così:

«Questa nuova Giornata Mondiale, pertanto,

diventi un richiamo forte alla nostra coscienza credente

affinché siamo sempre più convinti

che condividere con i poveri ci permette di comprendere il Vangelo nella sua verità più profonda.

I poveri non sono un problema: sono una risorsa

a cui attingere per accogliere e vivere l’essenza del Vangelo.»

Che cambiamento di sguardo…

vedere il povero, il migrante della Nigeria, il rifugiato di Siria,

come colui che ci fa entrare nel Vangelo,

che ci fa entrare nel Regno…

Chiediamo al Signore questo cambiamento di sguardo !

 

Ora mettiamoci all’ascolto del Vangelo che abbiamo appena sentito.

E qui occorre un po’ di fantasia per entrare nel capitolo 14 del Vangelo di Luca.

 

Immaginate che voi abbiate organizzato una grande cena.

Ma… bella, preparata con cura…

Avete poi invitato una persona che sta diventando famosa… Gesù!

Avete anche invitato amici e persone religiose come voi.

Una bella serata, in prospettiva!

 

E cosa capita?

Tre cose, una dopo l’altra.

 

La prima è che in casa avete anche una persona disabile.

E siamo di sabato, giorno in cui non è lecito lavorare.

Ora Gesù prende per mano quel disabile, lo guarisce e lo congeda,

il che mette i vostri ospiti molto religiosi in un profondo disagio!

Poi Gesù domanda ai vostri ospiti: «Chi di voi, se un figlio o un bue gli cade nel pozzo,

non lo tirerà fuori subito in giorno di sabato?».

E non potevano rispondere nulla a queste parole, ci racconta Luca. (Lc 14,5-6)

Il clima della cena ne viene non poco alterato…

 

Avviene poi una seconda cosa.

Gesù osserva la gente e nota come i vostri invitati scelgano i primi posti.

Cosa fa Gesù?

Tace?

No!

Si rivolge ai vostri ospiti e dice loro:

«Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, (…)

va' a metterti all'ultimo posto», ci dice ancora Luca. (Lc 14,8...10)

Nuovo disagio attorno alla mensa!

 

Ma non è finito!

Ora, Gesù si rivolge a te, e dice:

«Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli

né i tuoi parenti né i ricchi vicini» (…) come appunto tu hai fatto.

Al contrario, «quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi;

e sarai beato perché non hanno da ricambiarti.

Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti». (Lc 14,12...14)

 

Carissimi, voi lo invitereste di nuovo questo ospite chiamato Gesù?

 

La verità è che Gesù scuote le nostre abitudini.

Ci disturba!

Mette fortemente in discussione tre abitudini, tre criteri a cui teniamo.

Primo: ciò che mi interessa è la mia spiritualità.

Mi interessa esser a posto con il sabato. Il disabile non è la mia priorità.

Secondo criterio:

tutte le occasioni son buone per ricavare un po’ di onori, per esser al primo posto.

Lo fanno tutti, comunque!

Infine, terzo criterio:

scelgo ciò che mi fa comodo e che mi garantisce un vantaggio…

 

Ecco tre leggi della mondanità spirituale:

A me interessa la mia spiritualità

A me interessa il mio posto.

A me interessa il mio profitto.

 

Ed è questo che Gesù demolisce.

Gesù ci sposta dal centro, dall’esser noi al centro.

 

Questo l’ha capito Teresina quando scrive:

«Dal giorno in cui ho rinunciato a cercare me stessa,

ho vissuto la vita più bella che ci sia.»


Di fatto, uno degli invitati qualcosa l’ha capito.

Ascoltando e vedendo come Gesù agiva,

gli disse: «Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio!» (Lc 14,15)

 

Sembra che quest’uomo abbia come intuito qualcosa

di ciò che avverrà nel Regno.

Sarà una tavola di poveri ove tutti si serviranno a vicenda.

La grazia, la vita di Gesù, circolerà dall’uno all’altro.

Tutti saranno appassionati alla felicità dell’altro.

La povertà di tutti permetterà alla vita divina di passare dall’uno all’altro.

Un grande, grande gioia!

La Beatitudine!

Questa mattina parlavo con un nostro amico cieco.

Mi raccontava come, pur cieco, alzava Piero, un disabile, la mattina

e lo coricava la sera, finché è morto, pochi anni fa.

E mi raccontava del sorriso di Piero, che non vedeva, ma che lo colma ancora di gioia!

Penso anche alla famiglia di Louise in Canada.

Ha adottato 28 figli disabili.

Ed è stupendo vedere Louis-Étienne, un ragazzo down, che dà da mangiare a Catherine

che sta sulla sedia a rotelle.

Lì si vede già il Regno… La povertà in cui fiorisce l’Amore.

 

Ora, cosa risponde Gesù a quest’invitato che ha intuito la bellezza della mensa del Regno?

Hai capito bene! Non ti sei sbagliato! Hai saputo interpretare le mie parole ed i miei gesti.

È vero che essere alla mensa del Regno è cosa straordinaria.

MA…

Ma, vedi, cosa avviene?

Io, Gesù, vengo ad offrirvi questa mensa.

Ma quando ve l’offro,

uno mi risponde: scusami, ma sono occupato con i miei beni!

Un altro mi risponde: scusami, ho un' urgenza sul lavoro!

Ed un terzo non si scusa neppure, e mi dice: son occupato con mia moglie.

E Gesù aggiungerebbe oggi: un quarto mi dice: ho da fare con il mio smartphone.

Tutti hanno cose urgenti da fare

 

Ora, in questo Vangelo, chi sono tutte queste persone così occupate?

Sono persone molto religiose!

E cosa fa colui che li aveva invitati?

Manda a cercare persone meno religiose ma col cuore libero:

«conduci qui i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi» dice al servo.

Anzi va a cercare vagabondi, rifugiati, gente senza tetto…

«Esci per le strade e lungo le siepi e costringili ad entrare.» (Lc 14,21...23)

 

Ecco la realtà.

Dove si fa strada il Vangelo?

Nel cuore dei poveri!

Chi è centrato sulla propria spiritualità e sulle sue ricchezze

non ha spazio né tempo per il Vangelo.

Si va a messa la domenica per esser a posto,

ma il Vangelo non penetra nel cuore.

 

Sarebbe questo l’elogio della disoccupazione, della mendicità, della miseria?

No!

Ma è una costatazione: solo i poveri di cuore accolgono il Regno di Dio.

 

Allora…finisco con quattro suggerimenti.

 

1 - Guarda in che cosa sei povero.

E riconosci che lì sta per te la via della Beatitudine.

Non maledire la tua povertà.

Guarda ad essa come al varco per l’amore vero.

 

2 - Fatti vicino ai poveri.

Bisogna che diventiamo amici dei poveri,

almeno di un povero,

di un migrante, di un rifugiato.

Sono loro che ci insegneranno ciò che non passa.

Charles de Foucauld scriveva ad un amico:

«Devo essere fratello universale,

devo essere un fratello molto tenero e molto dedito verso tutti

sull’esempio del CUORE di Gesù, maestro e modello che adoriamo

(Lettera a M. de Balthazar, 2.03.1902)

 

3 - Non lasciarti affascinare da ciò che la TV e lo smartphone

ti presentano come via di felicità.

La felicità, la troverai nell’amicizia con i poveri.

Penso ad una lettera di Charles de Foucauld scritta al suo vescovo in cui parla della sua gioia

perché gli abitanti di Beni Abbès cominciano a comprendere che nella sua casa appena costruita

i poveri vi hanno un fratello. (Lettera del 19.01.1902)

Charles viene riconosciuto come fratello dai più poveri.

Ecco il Vangelo !

 

4 - Innamorati di Gesù povero.

L'essenziale è innamorarci di Gesù povero !

La povertà vera, la povertà umile, è quella di Gesù.

È la povertà di chi si fa povero per gli altri.

Guarda a Gesù Eucarestia: è Gesù nel vertice della sua povertà.

È tutto puramente dono.

Ed è glorioso, luminoso…

 

«Signor mio e Sposo mio, pregava Charles de Foucauld,

datemi la grazia di condividere nella mia vita e nella mia morte

la vostra povertà, il vostro spogliamento,

di non mancare mai un’occasione di farmi vicino a Voi spogliandomi.»

Amen.

 

Martedi 28 novembre 2017 - Mc 1,16-20 - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel

 

Esercizi spirituali nel quotidiano – 1° giorno

 

«Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono.» (Mc 1,16-18)

Nel primo giorno degli Esercizi spirituali nel quotidiano,

possiamo accogliere questo testo come metro per guardare al nostro passato,

ed in modo particolare all’anno che si sta concludendo.

 

Cosa fa Gesù? Si fa vicino a Simone e Andrea, e poi a Giacomo e Giovanni.

Li raggiunge nel luogo in cui vivono che è il lago,

e nella loro occupazione che è la pesca.

Li guarda.

Li chiama.

Li chiama a seguire lui, che vuol dire mettersi in cammino dietro a lui,

prendere la sua strada.

E annunzia loro che la loro vita ne sarà trasformata:

«vi farò diventare pescatori di uomini».

E che fanno?

Obbediscono!

Lasciano il lago e la pesca, la famiglia e le loro abitudini,

e seguono Gesù.

 

E tu, ed io?

Gesù non ha raggiunto anche noi nei luoghi in cui viviamo,

e nelle nostre occupazioni?

Ricordiamoci dei momenti particolari in cui Gesù ci si è fatto vicino.

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Come avvenne alla finestra con la mamma, per Agostino,

sulle scale, la sera di Natale, per Teresa di Lisieux;

nel confessionale della chiesa di Sant' Agostino a Parigi, per Charles de Foucauld,

sul treno per Madre Teresa.

Circostanze spesso molto ordinarie della vita

in cui lo sguardo, la voce di Gesù ci hanno raggiunti.

A casa?

Per strada?

Nell'incontro con un amico?

In una condivisione sul Vangelo?

Alla Badia?

Cerchiamo di ricordarci almeno un incontro con Gesù.

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L’incontro con Gesù viene a ridestare le profondità del nostro essere,

come se qualcosa in noi si fosse addormentato e all’improvviso si risvegliasse.

Vi è in noi un movimento, una vita, un risveglio dell’Amore.

Vi è una chiamata,

come la necessità di metterci in cammino.

L’intimo mio mi chiama a uscire da me,

a rinunziare alle mie comodità, ai miei egoismi.

Dal di dentro Gesù bussa…

Bussa perché io esca verso gli altri,

verso l’Amore.

Ma le vecchie abitudini, i vecchi condizionamenti riaffiorano,

mille ragioni per non cambiare strada,

per restare fermi in ciò che ci fa comodo…

Poi ci sono le paure,

soprattutto la paura di perder il controllo sulla nostra vita.

L’avversario lavora in tutto ciò

Infondendo in noi il sospetto che chi ci chiama non ci ami,

non voglia il nostro bene…

 

Eppure, se siamo qui questa sera,

è perché la chiamata di Gesù non è rimasta senza risposta da parte nostra.

Abbiamo zoppicato sul cammino,

le resistenze sono state molte,

le cadute non sono mancate.

Ma questa sera, possiamo dire a Gesù: eccoci!

 

Eccoci grati, anzi gratissimi,

perché il Tuo amore è stato più forte di tutte le lusinghe del demonio

e di tutte le pesantezze dell’uomo vecchio.

Gesù, sei stato forte in noi!

Ci hai sostenuti…

Ed eccoci!

 

Il Vangelo odierno ci invita poi ad un’altra presa di coscienza.

«Vi farò diventare pescatori di uomini»,

dice Gesù.

Cioè Io trasformerò la vostra vita,

Io vi trasformerò!

Guardiamo bene:

la nostra risposta alla chiamata di Gesù non ci ha trasformati?

Sei lo stesso di quando ti sei veramente messo in cammino alla sequela di Gesù?

Non sei cambiato?

 

Il segno più sicuro del cambiamento è questo:

come vivi ora le prove della vita?

Come prima?

E lo spazio del tuo cuore…

guardiamo allo spazio che Gesù ha aperto nel nostro intimo!

Non si è dilatato?

E la speranza per il domani?

Non si è incarnata nel quotidiano,

donandoci forza contro tutte le disperazioni nella nostra mente e nel mondo intorno a noi?

 

«Vi farò diventare pescatori di uomini»,

cioè farò sì che la vostra vita faccia uscire altre persone

dalle tenebre, dalla tristezza, dall’angoscia…

Non si è avverato questo?

In parte, non lo sappiamo, non lo possiamo misurare.

Ma non ne abbiamo avuto qualche segno?

Signore, ti presentiamo le nostre reti,

te le offriamo.

Tu solo sai chi c’è in queste reti.

E queste reti, te le offriamo oggi

nel primo giorno dei nostri esercizi.

 

Un altro aiuto per offrire a Gesù la trasformazione e la fecondità della nostra vita

è di partire dalla prima lettura della liturgia di oggi.

Vi si vede una statua enorme di straordinario splendore.

«Ma una pietra si staccò dal monte, senza intervento di mano d'uomo,

e andò a battere contro i piedi della statua, che erano di ferro e d'argilla,

e li frantumò.» (cfr. Dn 2,34)

Gesù non ha fatto anche questo nella nostra vita?

La piccola pietra del Vangelo è venuta ad abbattere la statua della nostra immagine di noi stessi.

Non abbiamo perso un po’ di autosufficienza?

La pietra evangelica è venuta a frantumare

o il disprezzo di noi stessi

o la superbia…

Ci siamo resi conto che non possiamo esser i giudici di noi stessi né di nessun altro.

Abbiamo trovato in Gesù la verità, il giudizio, lo sguardo che non ci inganna.

La statua è a terra o sta crollando…

Ma rinasce la vita,

la nostra vera identità di figlie e figli amatissimi del Padre.

Anche questo ha fatto Gesù!

 

Gesù, con Pietro ed Andrea, con Giacomo e Giovanni,

ti ringraziamo di esserti fatto vicino a noi,

di averci chiamati

e di aver trasformata la nostra vita.

Questa sera, lasciamo che tu rinnovi questa meraviglia

Accogliamo il tuo sguardo.

...

La tua voce.

---

E confessiamo con gioia:

Sì, crediamo che puoi trasformare profondamente la nostra vita.

Fin d'ora ti offriamo la rete che Tu riempirai!

 

Domenica 26 novembre 2017 - XXXIVa Domenica del Tempo Ordinario Anno A Cristo Re dell’Universo - Badia Fiorentina - un monaco della Badia


 

Era nel 1925 quando il Papa Pio XI istituì la festa del Cristo Re. La fine del 19mo e l’inizio del 20mo secolo era un tempo instabile: regni, paesi, i grandi del mondo, potenze politiche, intellettuali... adottavano atteggiamenti ostili, non solo gli uni verso gli altri, ma diventavano anche indifferenti, avversi nei confronti della fede. La Chiesa ha risposto proclamando il regno di Cristo su tutto e tutti : non è solo Re dei re della terra, ma anche dell’universo. Ogni cosa, tutto gli è stato sottomesso, ha ridotto al nulla ogni principato, ogni potenza e forza, ha posto tutti i nemici sotto i suoi piedi, annientando anche la morte...dice Paolo ai Corinzi nella 2a lettura.

Ma di che natura è il regno di Cristo? Non è come il regno di Davide, suo antenato, una delle figure di questo regno. Confondere regni era causa di errori nel passato, tentazioni di scambiare, mescolare regno di Cristo e regno cristiano o regno della Chiesa. Il regno di Cristo non si misura coi criteri del mondo: territorio, numero dei sudditi, dell’esercito, prestigio mondiale. Mio regno non è di quaggiù dice Gesù a Pilato (Gv 18, 36). È da notare, era lo stesso Pio XI a rinunciare agli stati papali per sbloccare la situazione complicata fra l’Italia e il Vaticano dal 1870. Per esprimere più chiaramente il carattere fuori del mondo di questo regno, Paolo VI nel 1960 sposta la celebrazione del Cristo Re all’ultima domenica del tempo ordinario, sottolineando così la sua prospettiva escatologica.

E che cosa ci aspetta alla fine? Molti religioni lo intendono come un incontro temibile con un giudice universale. Non è così per noi. Il profeta Ezechiele ci fa capire nella 1ma lettura che è come un pastore che accoglie il suo gregge dopo il suo viaggio in questa terra, in questa vita. Ecco, io stesso cercherò il mio gregge, come un pastore lo radunerò da tutti i luoghi dove era disperso, io stesso lo condurrò, lo pascerò...

È vero ci sarà un giudizio, ma il nostro pastore sa quanto è pericolosa la traversata di questa vita, quanto è facile smarrirsi, ferirsi nel corpo e nell’anima nei giorni nuvolosi e di caligine. Ed è proprio come buon pastore che ci fa ascoltare in quest’ultima domenica dell’anno il vangelo sul giudizio finale, non per spavertarci... MA per avvertirci che : primo, non tutte le vie verso Dio si equivalgono come di solito si dice, secondo, il verdetto che ci aspetta siamo noi oggi a deciderlo. Quando, Signore, quali sono i segni della venuta di questo giorno ? Sentivamo i discepoli domandare questi ultimi giorni. Quel giorno è oggi, risponde il nostro vangelo, i segni della sua venuta sono la piccolezza, vulnerabilità, l’umiltà...del povero, dello straniero, malato, prigioniero. Colui che incontreremo il quel giorno non ci è sconosciuto, viene già oggi al nostro incontro... tutto quello che avete avete fatto a uno di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me! Ed è appunto provvidenziale l’iniziativa di fine anno della nostra Chiesa Fiorentina : esercizi spirituali per incontrare Gesù, conoscerlo sempre più, seguendolo incontrare i piccoli, riconoscerci in essi: nel paralitico, nell’emorroissa, in Bartimeo.... E così potremo distinguere Gesù oggi nascosto nei panni del piccolo, povero, malato, cieco.

A giudicarci infatti siamo noi stessi, la sentenza nostra la redigiamo oggi nel nostro quotidiano. All’ultimo giorno il giudice universale non farà che aprire il libro di vita e leggere ciò che vi scriviamo ora. Ci sarà in quel giorno una luce abbagliante per rendere manifesta tutta la nostra vita. Il giudizio è questo: una distinzione chiara, netta tra bene e male, vita e morte, pecore e capre. E qual è il criterio di questo giudizio, distinzione, selezione?

Non è qualcosa di segreta, intesa solo da pochi privilegiati iniziati. Non ha nemmeno a che fare con criteri di valutazione di questo mondo: appartenenza sociale, razziale, culturale, averi materiali, intellettuali. Questi criteri lo sappiamo bene, scompaiono con la morte. Che cosa valgono davanti a Dio tutti i nostri averi, conoscenze se non sono impiegati in questa vita per amare? Non c’è, non ci sarà altro criterio di selezione fra tutti gli uomini se non l’amore. Alla sera della vita saremo [tutti] giudicati sull’amore ha detto San Giovanni della Croce. Sull’amore per tutti, ma in particolare per i più piccoli, deboli, poveri.

Gesù rivela qui un criterio di vita comprensibile a tutti gli uomini, criterio che va oltre tutte le barriere ideologiche, politiche, culturali, religiose. Criterio d’azione intelligibile a Donald Trump e Kim Jong-un, comprensibile ai musulmani, buddisti, induisti, taoisti... Ma se vale per tutti gli uomini, per noi cristiani però.... si tratta di qualcosa di molto più serio. Si tratta di un imperativo, un comandamento... nella misura che abbiamo conosciuto quel Dio che si è identificato con il più piccolo. Il catechismo c’insegna 2 presenze palesi del Signore e ci dice come comportarsi. La prima è nei sacramenti, nel tabernacolo per esempio, si deve inchinarsi o inginocchiarsi davanti al Santissimo esposto. L’altra presenza del Signore è nei poveri, malati, emarginati. Carissimi, saremo giudicati su come ci siamo comportati davanti a questi ultimi e non quella della prima presenza.

Per questo Nìnive, Tiro, Sidone, Corea del Nord... saranno giudicati meno duramente di noi che abbiamo udito il vangelo (Mt 11,22). Ma non a nostro svantaggio! È vero.. tutti, credenti e non credenti, battezzati o no, siamo tutti smarriti, limitati, feriti nella nostra capacità di amare. MA il nostro vantaggio immenso di noi cristiani è questo... sappiamo dove attingere, da cui ricevere l’amore necessario per amare. Conosciamo Colui che ci ha amati per primo e ci ha amati fino alla morte e al di là della morte. Conosciamo Colui che ci da la forza per amare... non solo i più piccoli, deboli... ma anche i più grandi, i più forti che forse ci guardano dall’alto in basso. Amare non solo chi ci ama, ma anche coloro che non ci amano, perfino coloro che ci perseguitano.

Per questo Giovanni l’evangelista può dire... colui che ama è già passato dalla morte alla vita (1Gv 3,14), dalle tenebre alla luce, cioè è già citato in giudizio. Colui che ama ha fiducia davanti al giudice universale, teme nulla... perché l’amore scaccia il timore, il che suppone un castigo.

Con fede, attingiamo adesso a piene mani dall’Eucarestia, tutto l’amore che ci occorre per amare, servire, per regnare con Cristo

 

Sabato 25 novembre 2017 - XXXIII sett. T.O.  - 1 Mac 6,1-13 - Lc 20,27-40 - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel

 

Il pensiero contemporaneo è non poco paradossale.

Da un lato sta emergendo il transumanesimo.

Esso sostiene che non è detto che l’uomo debba morire,

ed incoraggia lo studio scientifico, medico, tecnologico

che farà sì – credono – che non si muoia più.

Dall’altro lato, si sta sviluppando l’eutanasia.

In alcuni paesi, come il Canada, viene chiamata

«soins de fin de vie», cura di fine vita,

ossia viene presentata come una cura,

ed è a spese dello Stato, come ogni cura.

 

Quando penso a questa moderna filosofia,

non posso non sentire in cuor mio il Salmo 81:

«Se il mio popolo mi ascoltasse! Se Israele camminasse per le mie vie! (…)

Lo nutrirei con fiore di frumento,lo sazierei con miele dalla roccia». (Sal 81,14..17)

Se i nostri contemporanei ascoltassero il Vangelo odierno,

come sarebbero illuminati…

È un Vangelo di una tale ricchezza!

Cosa ci insegna?

La prima cosa è che possiamo esser giudicati degni dell’altro mondo. (Lc 20,35)

E quindi c’è un altro mondo.

La morte non è un cadere nel non essere, nel vuoto, nell’oblio.

Non è scomparire, bensì, per chi ne è degno, approdare in un altro mondo,

un «mondo», cosmos in greco, che significa che vi è ordine, anzi bellezza.

Ma c’è di più.

Gesù parla di coloro che sono giudicati degni dell’altro mondo

e della risurrezione dai morti.

L’altro mondo non ha come traguardo uno sheol, ordinato ma senza vita.

La parola risurrezione significa uno svegliarsi, un mettersi in piedi.

Si tratta quindi di vita, di una vita nuova, dell’esser rigenerati a vita nuova.

L’altro mondo non è il mondo della morte, ma l'ingresso in una vita nuova.

Per grazia, saremo figli della risurrezione, ci dice Gesù.

Questo significa che la risurrezione la si riceverà come dono.

 

Ma cosa vuol dire essere figli della risurrezione?

Il Vangelo odierno ci rivela tre cose.

La prima è che i figli della risurrezione sono figli di Dio.(Lc 20,36)

Vi è quindi una relazione di figliolanza con Dio Padre.

I figli della risurrezione sono riempiti della vita divina che ricevono dal Padre.

Ricevono la sovrabbondanza dell’amore divino.


Gesù ci dice poi che sono simili agli angeli.

Non divengono angeli, ma sono simili a loro.

Ora gli angeli sono gli inviati di Dio, i servi di Dio, i messaggeri di Dio,

e sono adoratori di Dio.

In tutto sono di Dio.

In tutto esistono per Dio, esistono per l’Amore.

Sono servi e cantori dell’Amore.

Cosi sono i figli della risurrezione,

come rapiti dall’amore divino!

 

Gesù aggiunge infine che non potranno più morire,

quindi non ci sarà più la paura della morte che è il grande ostacolo all’amore sulla terra.

L’Amore non sarà più soffocato dalla paura.

L’amore divino potrà finalmente dispiegarsi pienamente in noi.

 

E cosa dice ancora Gesù?

Non prendono moglie né marito.

Perché?

Perché sono entrati in un Amore infinitamente più ampio di quello del matrimonio.

E perché non c’è più bisogno della procreazione per assicurarsi una posterità.

Allora, significa che non si darà più vita, che saremo sterili?

No!

Al contrario, sarà un continuo dar vita gli uni agli altri.

L’Amore reciproco vissuto in pienezza sarà costantemente fecondo.

 

Se il mio popolo mi ascoltasse!

Se ascoltasse il Vangelo!

Se ascoltasse questo Vangelo…

lo sazierei con miele dalla roccia,

lo sazierei col miele della speranza che non delude

E non ci sarebbero più uomini che, come il Re Antioco nella prima lettura,

muoiono nelle più profonda tristezza (1Mac 6,13)

essendo anche vissuti con una profonda tristezza nell’anima, perché privi di speranza.

 

Carissimi come i nostri contemporanei potranno scoprire questo Vangelo?

Lo scopriranno sul nostro volto e nella nostra vita

se viviamo già come figlie e figli della risurrezione

e se ci facciamo vicini a loro…

Non è questa la bellezza della nostra vocazione?

 

venerdì  24 novembre 2017 - XXXIII sett. T.O. - 1 Mac 4,36..59 - Lc 19,45-48 - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel

 

Il primo Libro dei Maccabei ci parla di una «grandissima gioia»

nel giorno in cui il Tempio di Gerusalemme fu riconsacrato.

Il santuario ritornò ad essere luogo di adorazione del Dio d’Israele.

Era stato profanato,

consegnato al culto degli idoli…

e ritrovò quel giorno la vera Adorazione.

E «grandissima fu la gioia del Popolo»!

Carissimi, questa è una figura,

un avvenimento storico che rimanda a qualcosa di più profondo e di universale.

Quando è avvenuta una riconsacrazione, non più circoscritta ad un luogo e ad un momento,

ma illimitata e che attraversa la storia fino a raggiungere ciascuno di noi?

La Pasqua di Gesù è una riconsacrazione del cuore umano!

Il primo santuario, il vero santuario di Dio su questa terra non è fatto di pietra né di oro.

È il tuo cuore, il mio, quello di ogni persona.

Ed è la comunione dei nostri cuori.

Cosa fa Gesù quando entra nel Tempio,

sia all’inizio del suo ministero che a pochi giorni della Sua Pasqua?

Scaccia “quelli che vendevano”.

Riporta il santuario alla gratuità dell’incontro con il Padre.

E cosa dice?

«La mia casa sarà casa di preghiera.»

E non più un «covo di ladri».

E questa è una citazione del Libro di Isaia

che annunzia che la Casa di Dio sarebbe «casa di preghiera per tutti i popoli».(Is 56,7)

Gesù apre l’adorazione vera a tutti i popoli.

Ogni cuore torna ad essere santuario di Dio,

nella gratuità e nella preghiera.

Questo è il frutto della morte di Gesù sulla croce.

Il suo sangue versato è venuto a purificare i nostri cuori

dagli idoli, dal culto offerto a ciò che non è Dio.

E «grandissima fu la gioia del Popolo»!

Grandissima è la nostra gioia quando torniamo alla vera adorazione.

Se adoriamo qualcosa, come il successo, i soldi, il sesso

o se adoriamo qualcuno in un affetto che diviene idolatria,

allora il nostro cuore può essere nell’ebbrezza,

ma perde la gioia,

perché adoriamo una realtà che non corrisponde alla sete profonda del nostro cuore,

fatto, creato per Dio!

Ma quando il Sangue di Gesù ci libera dagli idoli,

subentra una grandissima gioia…

Il nostro cuore e la comunione dei cuori

vengono riconsacrati a Dio…

O Signore, «l’uomo, una particella del tuo creato, vuole lodarti

scrive Sant' Agostino.

«Sei tu che lo stimoli a dilettarsi delle tue lodi,

perché ci hai fatti per te,

e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te.» (Agostino, Le Confessioni, 1)

Finché non è da te riconsacrato a te!

 

Signore Gesù,

in questa tua Santa Eucarestia,

vieni, te ne preghiamo, a riconsacrare i nostri cuori a te!

Amen.

 

Giovedì 23 novembre 2017 - XXXIII sett. T.O.  - 1 Mac 2,15-29 - Lc 19,41-44 -  San Paolo, Pistoia  - f. Antoine-Emmanuel

«Gesù, quando fu vicino a Gerusalemme, alla vista della città pianse su di essa.» (Lc 19,41)

Gesù pianse.

Gesù pianse su Gerusalemme.

 

Ed oggi, vedendo Pistoia, cosa fa Gesù?

Piange?

Pianse su Gerusalemme perché non aveva compreso «quello che porta alla pace».

Gerusalemme era entrata in ciò che il profeta Isaia chiama “indurimento del cuore”.

Quello che porta alla pace era stato nascosto ai suoi occhi,

a causa della chiusura del suo cuore, del rifiuto di lasciarsi riconciliare con Dio

mediante l’Amore di Gesù.

 

La città era entrata nell'autosufficienza, nell'autoreferenzialità.

A volte ci si aggrappa ad un sistema religioso

che dà sicurezza, potere, e pure la salvezza….

e non si vuole lasciare quel sistema.

È quello che ci racconta anche l’evangelista Giovanni:

«Sebbene Gesù avesse compiuto segni così grandi davanti a loro,

non credevano in lui
 

«Tuttavia, ci racconta ancora Giovanni, anche tra i capi, molti credettero in lui,

ma, a causa dei farisei, non lo dichiaravano, per non essere espulsi dalla sinagoga.

Amavano infatti la gloria degli uomini più che la gloria di Dio.» (Gv 12, 37. 42-43)

 

La pace, la riconciliazione con Dio viene loro offerta come dono gratuito,

ma non la vogliono accogliere.

 

E noi, fratelli e sorelle ?

I nostri cuori sono aperti alla pace di Dio?

Oppure preferiamo risolvere i conflitti in noi e tra noi con i nostri mezzi, le nostre guerre?

Si dirà di noi che non abbiamo riconosciuto il tempo in cui siamo stati visitati?

Oppure, ci lasciamo visitare? La pace di Gesù la vogliamo accogliere?

 

Se Gesù proclama beati gli artigiani di pace,

è perché Lui stesso è il primo artigiano di pace.

Lavora volentieri in noi e tra noi.

Lui conosce il perché delle nostre tensioni, delle nostre paure, delle nostre violenze.

E ci offre la Sua visita.

Ma non ci cura da lontano o con delle medicine.

Ci cura, ci salva, incontrandoci, abitando in noi e tra noi.

Quante volte il Signore è stato lui stesso la pace del mio cuore, della mia vita !

Quante volte ha fatto tacere le molte voci, i rumori del mio intimo !

Quante volte è entrato nella piccola Gerusalemme del mio cuore

per cacciarne i venditori, cioè tutto ciò che in me cercava di mercanteggiare con l’amore di Dio !

Quante volte mi ha disarmato delle armi che avevo contro me stesso

e mi ha riconciliato con la mia umanità !

Quante volte mi ha riportato nella gioia e nella libertà dell’amore !

 

E tu, lo lascerai entrare stasera nella piccola Gerusalemme del tuo cuore ?

Ti senti a disagio, non osi accoglierlo, perché c’è tanto traffico, tanto rumore, tanto peccato dentro di te ?

Appunto perché c’è tanto traffico, tanto rumore, tanto peccato ...

occorre lasciarlo entrare.

 

In te, in me, nella nostra piccola Gerusalemme,

come nella Gerusalemme delle nostre relazioni,

viene per morire d’amore e per risorgere.

Viene per togliere al peccato la sua forza e per portarci nella libertà dell’Amore.

 

Il dono suo si chiama Pace,

cioè si chiama Risurrezione.

Vita nuova!

Diamoci da fare perché Gesù non pianga dinanzi alla porta del nostro cuore.

Che non sia come l’amante del Cantico al quale la diletta tarda ad aprire la porta.

Diamoci da fare … e questo «fare» sia la fede.

Credo, Gesù, che nella tua Eucarestia vieni a noi,

per portarci la tua Pace,

perché la possiamo portare anche alla città.

 

Domenica  19 novembre 2017 - XXXIII sett. T.O.  - Pv 31,10..31 – 1Tess 5,1-6 - Mt 25,14-30 - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel

 

Carissimi fratelli e sorelle,

chi siamo noi cristiani?

Siamo tutti «figli della luce e figli del giorno», risponde oggi Paolo!

Ed aggiunge: «Noi non apparteniamo alla notte, né alle tenebre». (1Ts 5,5)

Siamo cioè uomini e donne che vivono nella luce,

e la Luce, lo sappiamo, è Cristo.

È un dono, è una gioia, è pure una responsabilità:

a vantaggio del mondo dobbiamo riflettere la Luce di Cristo.

Come rifletterla?

Vediamo che risposta ci dà il Vangelo odierno.

Parlando del Regno, “avverrà”, ci dice Gesù, “come a un uomo che,

partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni.

A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì.” (Mt 25,14-15).

Ma quando è avvenuto questo?

Quando il Signore, mentre partiva per un misterioso viaggio, ci ha consegnato i suoi beni,

affidando a ciascuno di noi quello che corrisponde alla nostra «dunamis», alla nostra capacità?

Una partenza di Gesù?

Un momento in cui abbiamo ricevuto doni suoi?

Ricordiamoci del capitolo 13 del Vangelo di Giovanni :

«Sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre,

avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine.» (Gv 13,1)

La partenza di Gesù è la sua morte in croce e la sua glorificazione.

E cosa ci ha lasciato mentre partiva, cosa ci ha affidato?

«Vi do un comandamento nuovo» (Gv 13,34)

«Vi lascio la pace, vi do la mia pace» (Gv 14,27)

«Perché ... la vostra gioia sia piena» (Gv 15,11)

«Ecco il mio corpo» (cfr Lc 22,19)

«Ecco il mio sangue» (cfr Lc 22,20)

«Ricevete lo Spirito Santo» (Gv 20,22)

Ecco il dono che Gesù fa, quando se ne va!

A ciascuno di noi, Gesù si è donato.

Per ciascuno di noi, si è consegnato.

E questo è avvenuto per ciascuno di noi nel giorno del nostro battesimo.

Il nostro essere è ricco di un dono esattamente proporzionato a ciò che siamo.

Siamo stati abbelliti di una bellezza divina.

 

Ma, ci chiede il Vangelo odierno,

cos’hai fatto con questi doni?

Hai avuto paura di Dio, hai considerato che Dio fosse duro ed intransigente

e hai nascosto il dono nel terreno?

Oppure hai, letteralmente, lavorato nel dono, col dono ricevuto?

La vita cristiana è questo: un lavorare usando il dono del battesimo!

Su questo saremo giudicati: sulle opere che avremo compiuto a partire dai doni di Gesù.

 

«Non dormiamo dunque come gli altri, ma vigiliamo e siamo sobri»(1Ts 5,6)

come ci dice Paolo oggi.

E, aggiungerei, diamoci da fare per sapere bene che doni abbiamo ricevuto.

Come possiamo lavorare con i doni di Gesù se non sappiamo cosa sono?

 

Ora, oggi, c’è un dono molto particolare che Papa Francesco ci invita a scoprire.

Un dono straordinario nella prospettiva della salvezza.

È un dono di cui ci parla la prima lettura:

cosa fa la donna forte e santa di cui ci parla il Libro dei Proverbi?

«Apre le sue palme al misero,

stende la mano al povero.» (Pr 31,20)

Ecco il dono: la presenza del povero,

la presenza del povero vista nella luce di Cristo.

La conclusione del Messaggio del Papa per la giornata di oggi è impressionante:

Questa nuova Giornata Mondiale diventi un richiamo forte alla nostra coscienza credente

affinché siamo sempre più convinti

che condividere con i poveri ci permette di comprendere il Vangelo nella sua verità più profonda.

I poveri non sono un problema: sono una risorsa a cui attingere

per accogliere e vivere l’essenza del Vangelo. (Messaggio per la giornata del povero 2017)

Per te, per me, i poveri, che cosa sono?

Un problema o una risorsa per vivere il vangelo?

Un fastidio o un dono meraviglioso per andare incontro a Gesù in verità?

Bisogna capire che, con Gesù, il povero è divenuto sacramento…

Siamo chiamati, pertanto, a tendere la mano ai poveri,

a incontrarli, guardarli negli occhi, abbracciarli,

per far sentire loro il calore dell’amore che spezza il cerchio della solitudine.

La loro mano tesa verso di noi è anche un invito ad uscire dalle nostre certezze e comodità,

e a riconoscere il valore che la povertà in sé stessa costituisce. (ibidem)

Di questo La Pira aveva chiara consapevolezza:

Egli contava sui poveri, contava sulla loro preghiera.

Sapeva che il povero apre il cammino all’amicizia con Dio.

Possiamo chiedergli di aiutarci con la sua preghiera,

perché il nostro sguardo sui poveri cambi,

per poter vivere le Beatitudini di cui parla il Papa oggi:

Benedette, pertanto, le mani che si aprono ad accogliere i poveri e a soccorrerli:

sono mani che portano speranza.

Benedette le mani che superano ogni barriera di cultura, di religione e di nazionalità

versando olio di consolazione sulle piaghe dell’umanità.

Benedette le mani che si aprono senza chiedere nulla in cambio,

senza “se”, senza “però” e senza “forse”:

sono mani che fanno scendere sui fratelli la benedizione di Dio. (ibid.)

Ed il Papa si fa concretissimo:

In questa domenica, se nel nostro quartiere vivono dei poveri che cercano protezione e aiuto,

avviciniamoci a loro: sarà un momento propizio per incontrare il Dio che cerchiamo

Concludo con queste parole che collegano l’Eucaristia che ora celebriamo

e la vicinanza con i poveri:

Se vogliamo incontrare realmente Cristo, è necessario che ne tocchiamo il corpo

in quello piagato dei poveri, come riscontro della comunione sacramentale ricevuta nell’Eucaristia.

Il Corpo di Cristo, spezzato nella sacra liturgia, si lascia ritrovare dalla carità

condivisa nei volti e nelle persone dei fratelli e delle sorelle più deboli.(ibid.)

 

sabato 18 novembre 2017 -  XXXII sett. T.O.  - Sap. 18,14..19,9 - Lc 18,1-8 - Badia Fiorentina f. Antoine-Emmanuel

 

Il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”(Lc 18,8)

Cosa troverà?

Macerie di distruzione atomica?

Oppure fede ed amore?

Questa domanda non è per curiosità:

è una domanda che ci impegna.

Nella storia degli uomini, come ho contribuito io?

La mia vita, le mie scelte quali conseguenze hanno avuto sulla storia?

Hanno portato al “nucleare” oppure all’amore?

È una domanda decisiva.

Anzi è l'essenza del giudizio finale, alla fine dei tempi,

in cui sarà portata alla luce la mia vita e ciò che ne è conseguito.

È quindi una domanda più che seria.

 

Ora, le due grandi mani che ci sono state affidate per lavorare alla storia umana

sono la preghiera e l’amore.

Sono attive queste mie mani?

Il Vangelo odierno ci invita a guardare la preghiera,

la preghiera che è una leva potentissima per trasformare la storia,

per portarla a Dio.

È nota la frase di Teresa del Bambino Gesù :

«Un sapiente ha detto: datemi una leva… e io solleverò il mondo.

Ciò che Archimede non ha potuto ottenere perché la sua domanda non si indirizzava a Dio (…)

i santi l'hanno ottenuto…

L'Onnipotente ha dato loro come punto d'appoggio Lui stesso, e Lui solo…»

 

Oggi Gesù ci invita a usare questa leva con perseveranza.

Ci dice una parabola «sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi». (Lc 18,1)

Naturalmente, con le nostre forze,

la nostra preghiera è come una batteria:

si scarica velocemente.

Prego per un malato... poi prego meno… poi mi dimentico.

Prego per la pace... poi prego meno… poi mi dimentico.

Prego per poter rinunziare ad una cattiva abitudine,

poi prego meno, poi mi dimentico.

Non è sempre facile perseverare nel rivolgersi di Dio, nell'invocare Dio,

anche perché la nostra cultura ci spinge a vivere tutto senza Dio.

Ma Gesù ci chiede questa perseveranza.

E, come sempre nel Vangelo, quello che ci chiede, ce lo dona.

Il dono che ci vuol fare oggi è di perseverare nel contare su Dio:

passare dalla preghiera a batteria alla preghiera collegata alla rete.

E come si fa questo collegamento?

Dove si va a cercare questo contatto con Dio che non si esaurisce?

Credo che la fedeltà all'Adorazione Eucaristica sia una risposta.

 

L’Adorazione è un collegarsi alla preghiera di Gesù.

Ci lasciamo attirare da Lui secondo la Sua promessa,

e diventiamo una cosa sola con Lui: Lui in noi, noi in Lui.

Ed in Lui apriamo il cuore al mondo.

In Lui, preghiamo, supplichiamo, ringraziamo, piangiamo, esultiamo.

Uniti a Lui, il nostro cuore diviene un cuore

che presenta il mondo al Padre,

che benedice il mondo,

che lo avvolge nell’amore divino.

«Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui?

Li farà forse aspettare a lungo?

Io vi dico che farà loro giustizia prontamente.» (Lc 18,7-8)

Se il mio cuore è nella notte,

pregherò per il mondo con Gesù nella Sua Passione e nel Suo abbandono,

guardando verso la Risurrezione.

Se il mio cuore è luminoso come il giorno, contemplerò la Sua Risurrezione

chiedendone la grazia per il mondo intero,

ricordandomi della Sua Passione che continua.

Giorno e notte diverranno amore.

Giorno e notte mi serviranno per portare il mondo a Dio.

 

Dio non è un giudice a cui non piace esser disturbato:

è un Padre che tanto desidera il nostro esser importuni!

 

martedi 14 novembre 2017 -  XXXII sett. T.O. - Sap 2,23-3,9 - Lc 17,7-10 - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel


Com’è prezioso questo Vangelo per tutti noi che, in un modo o nell’altro, serviamo il Signore!

Davvero concretissimo !

Di che si tratta ?

Di un servo che ha lavorato: ha lavorato bene, ha lavorato tutto il giorno nei campi.

Poi viene la sera e torna nella casa del padrone.

Per il servo, nella cultura dell’epoca, è ovvio che prima servirà la cena al padrone, poi mangerà lui.

È ovvio perché è servo, cioè schiavo, appartiene al padrone.

Dopo aver servito nei campi, rimane servo nella casa!

 

E noi, quando abbiamo lavorato per la Chiesa,

per la comunità, per la missione, per gli altri nelle opere di carità, per la famiglia, la parrocchia...

come viviamo questo «dopo» ?

Cosa ci aspettiamo in modo conscio o inconscio ?

Ciò che ci aspettiamo ci rivela che rapporto abbiamo con il Signore.

 

Pretendo gratitudine dagli altri ?

Pretendo stima, complimenti ?

Pretendo riconoscenza da parte di Dio ?

Pretendo la salvezza in virtù dei miei meriti ?

 

Tutte queste nostre reazioni oggi le possiamo offrire al Signore col cuore pentito...

Farne un fuoco d’Amore...

Signore, quanto è vero che il mio cuore non è puro

e che talvolta pretendo di esser ringraziato, riconosciuto...

 

Questo non vuol dire che non si debba accogliere

gratitudine, stima, complimenti dagli altri ;

e che non si debba accogliere tenerezza e salvezza da parte di Dio.

 

Ma accoglierli con un cuore di povero è tutt’altro !

Diviene stupore, meraviglia !

Niente mi è dovuto, perché l’amore non può pretendere nulla.

Allora ogni espressione di gratitudine o di tenerezza

diviene una sorpresa, un carezza per l’anima !

 

Carissimi, siamo servi del Signore. E lo siamo in ogni momento.

Non accumuliamo meriti, ma accumuliamo motivi di ringraziamento al Signore

che ci ha fatto il dono straordinario di chiamarci al suo servizio.

 

Rimaniamo servi !

Non lasciamoci tentare dalle voci che ci invitano a riprenderci il dono della nostra vita

perché non abbiamo il contraccambio che aspettavamo.

 

Perché celebriamo l’Eucarestia ?

Per unirci a Gesù servo,

per entrare nella gratuità del Suo amore per il Padre

che non pretende nulla, ma accoglie l’infinita sua tenerezza,

che si manifesterà in eterno :

Anche se agli occhi degli uomini ci capita di subire castighi,
la nostra speranza resta piena d'immortalità.
In cambio di una breve pena riceveremo grandi benefici,
perché Dio ci avrà provati e ci avrà trovati degni di sé;
ci avrà saggiati come oro nel crogiuolo
e ci avrà graditi come l'offerta di un olocausto.
Nel giorno del nostro giudizio risplenderemo,
come scintille nella stoppia che corrono qua e là.
(...) perché grazia e misericordia sono per i suoi eletti. (cfr Sap 3,4-9)

Per noi. Gratuitamente !

 

Domenica  12 novembre 2017 - XXXII sett. T.O.  - Sap 6,12-16 – 1 Tess 4,13-18 - Mt 25,1-13 - San Bartolomeo, Pistoia - f. Antoine-Emmanuel

 

Questo è un Vangelo che ha di che scandalizzarci!

Non è che ci dispiace sentir parlare di queste vergini che non condividono l'olio?

O di questo Sposo che non apre la porta alle vergini che ne sono sprovviste?

Non è un Vangelo facile!

Ma non è vero che il Vangelo non è facile ?

È un continuo richiamo alla conversione.

Cerchiamo di capire il senso di questo brano.

 

Partiamo da un esempio semplice.

Con un po' di fantasia, pensate che un amico vi abbia promesso di venire a trovarvi.

Bene! Cosa faccio? Beh! Non faccio nulla.

Verrà. E la camera degli ospiti la preparerò quando egli arriverà.

Quindi la venuta dell'amico non appartiene al mio quotidiano.

Egli arriverà un giorno e quel giorno ci penserò!

 

Ma cosa ci dice Gesù nella parabola odierna?

Che tale modo di fare non va bene quando si tratta della venuta dello Sposo.

E chi è lo Sposo?

Gesù l'ha rivelato fin dal suo primo segno : lo Sposo è Lui.

L'unico vero Sposo è Lui.

L'eterno Sposo nostro è Lui.

E non posso dirmi : verrà, sì, e a preparare il suo arrivo ci penserò allora!

Perché questo non va...

Per riprendere l'immagine dell'ospite, il tempo per preparare la camera non ci sarà!

Come mai? Per una ragione semplice,

a causa del modo di venire di Gesù-Sposo che avverrà in tre modi.

 

Gesù, lo incontreremo nella nostra morte :

ci verrà incontro con il corpo piagato e glorioso;

e la morte non sappiamo quando avverrà.

Bisogna essere pronti all'incontro.

 

Inoltre sappiamo che il traguardo finale della storia è la venuta in gloria di Gesù

e di questa venuta, nessuno sa né il giorno né l'ora.

Bisogna essere pronti all'incontro.

Infine Gesù viene in tanti modi ed incessantemente nel nostro quotidiano,

ed occorre essere pronti ad accoglierlo.

La vita cristiana, appunto sta in questa prontezza.

Oggi siamo pronti ad accogliere Gesù nel momento in cui verrà a manifestarsi nel nostro cuore!

Pronti anche ad accoglierlo quando si farà vivo attraverso la Parola.

Pronti a riconoscerlo nel povero che ci verrà incontro.

Pronti a vederlo nell'amico che incontreremo e nel nemico che ci rende la vita difficile.

Pronti ad accoglierlo nel dolore, nella sofferenza in cui Lo abbracceremo.

Sempre pronti. ...

Si tratta di una prontezza del cuore.

Di un desiderio anzi di incontrarlo, per fargli festa,

per abbracciarlo, per consolarlo ,

per essere da Lui abbracciati e consolati

per portare, poi, il suo sorriso e il suo amore dovunque intorno a noi.

 

Il salmo odierno già ce lo faceva capire :

O Dio, tu sei il mio Dio, dall'aurora io ti cerco.

O Gesù, tu sei il mio Dio, dall'aurora io ti cerco

Ha sete di te l 'anima mia

Desidera te la mia carne! (Sal. 62 (63),2 ).

Questa è la vita cristiana.

Questa è la vera sapienza.

La sapienza del cuore che in tutto cerca Gesù e lo trova.

Anche nel dolore.

È la sapienza di cui ci ha parlato la prima lettura.

"È splendida e non sfiorisce"

Non sfiorisce perché Gesù è vivo e nella sua resurrezione, non cessa di venire.

Perciò rimaniamo pronti, desiderosi di Lui!

 

Ma è facile, immediato, scontato questo incontro?

La parabola ci dice di no!

Perché la venuta di Gesù come avviene?

Avviene di notte.

Con gli occhi della carne, non lo vedi.

Ti viene detto : Eccolo venire, ma tu con i tuoi occhi non Lo vedi.

Tu devi partire ed andare incontro a Lui nel buio, nella notte.

E perciò ci vuole la lampada e l 'olio

così da poter giungere al luogo dell'incontro.

E cos'è la lampada?

È una vita ordinata all'amore, il vivere secondo i comandamenti.

E l 'olio?

È il desiderio vivo di Gesù,

l'apertura costante ad accoglierlo.

È la fiducia, una fiducia concreta e profonda in Lui :

se, dinanzi a Dio, ti fidi delle tue opere buone, sei senza olio;

se dinanzi a Dio, ti fidi dell'amore misericordioso di Gesù, morto sulla croce per te, allora l'olio ce l'hai .

San Serafino di Sarov diceva che l 'olio e' lo Spirito Santo, l 'acquisizione dello Spirito Santo,

cioè il lasciare lo Spirito irrigare e trasformare il più profondo del nostro essere.

Allora, sì, la prontezza, il desiderio di Gesù ci sarà in noi!

 

In una recente condivisione su questo Vangelo con diversi giovani, una ragazza ha detto:

devo essere pronta non tanto per un avvenimento, che è la venuta gloriosa di Gesù,

non tanto per "salvarmi ",

ma devo essere pronta per qualcuno, per Gesù.

È tanto vero! !

*

Carissimi, verrà un giorno in cui sarà troppo tardi.

Ma ora non lo è! !

Oggi, ora, prepara la camera dell'ospite,

prepara, anzi la stanza nuziale del tuo cuore per accogliere Gesù che viene.

Viene ora nell'Eucarestia.

Non lo vedi con i tuoi occhi, per gli occhi del corpo è notte,

ma con la lampada accesa del tuo cuore, ora gli vai incontro :

ti lasci visitare ,abbracciare, amare,

gli offri la tua vita, tutto il tuo essere.

Poi, cosa farai uscendo da questa chiesa?

Andrai a proporre l'olio a tutti coloro che non ce l'hanno;

andrai a condividere la gioia immensa che c 'è nell'amare Gesù e nell'essere da Lui amati.

 

Domenica 12 novembre 2017 - XXXIIma Domenica del Tempo Ordinario Anno A - Badia Fiorentina - un monaco della Badia


        I giorni si accorciano, le notti si allungano...annunciano la fine dell’anno. Così le letture della Messa oggi e nei prossimi giorni annunciano già la fine del tempo liturgico. Ascolteremo temi sul regno che viene, sull’atteggiamento necessario per accoglierlo, l’attesa, la vigilanza. Perché la liturgia vuole essere appunto uno specchio della vita, la fine dell’anno liturgico rispecchiando la fine dell’uomo in questo mondo.

La liturgia ci incoraggia appunto a porre sempre più seriamente la domanda: dove sto andando? Che cosa faccio per arrivarci? Non siamo come gli altri che non hanno speranza dice san Paolo ai Tessalonicesi nella 2a lettura. Il traguardo della nostra esistenza non è di quaggiù. Come questi vergini della parabola, siamo in questa vita in attesa dell’incontro finale con Dio. Incontro, sia quello personale alla fine del nostro cammino in questa vita, sia quello universale alla fine di questo mondo, al termine della storia.

Questa parabola è una delle più belle immagini bibliche dell’esistenza umana. In questa storia però, non so se avete notato, manca stranamente un personaggio centrale. Ci sono le damigelle d’onore, c’è la sala di nozze la cui porta fu chiusa ad alcune, c’è lo sposo, ma dice niente sulla sposa, non se ne parla mai. È dimenticata! Che cos’è uno sposalizio senza sposa? Le dieci damigelle son venute appunto par accompagnarla con fiaccole / lampade quando lo sposo verrà di notte per prenderla dalla sua famiglia. Come mai non è nemmeno citata?

Perché carissimi, questi dieci vergini sono una figura. Dieci è il numero di totalità, è il numero che rappresenta tutta l’umanità. Le dieci vergini sono tutte insieme la sposa. Come nella guarigione dei dieci lebbrosi (Lc 17, 12), la purificazione dal peccato è offerta a tutta l’umanità, ma pochi riconoscono la sorgente della purificazione, pochi sono salvati. Così in questa parabola, è tutta l’umanità che Dio vuole sposare. Gesù è venuto per renderla bella, santa, tutta gloriosa, senza macchia (Ef 5, 26), pronta per le nozze eterne.

Deve essere preparata, sempre in attesa perché non è tanto che lo sposo tarda, per Lui un giorno è come mille anni e mille anni come un solo giorno. Lo sposo usa pazienza verso tutti (2 Pi 3, 8), è infatti Lui che aspetta, vuole dare tempo a tutti. È sicuro che verrà ma non si sa quando, perciò si deve essere pronti ad ogni momento. Vediamo qui la serietà della vita, non sappiamo quanto tempo ci rimane. Sappiamo che moriremo tutti un giorno, ma non sappiamo quando e come. Non sapevano tutti quelli che stamattina sono usciti di casa per andare... chi in Chiesa, chi per divertirsi, chi per lavoro, chi per altre cose... ma chi stasera non torna più a casa perché oggi incontra la morte.

È la condizione comune a tutti, grandi-piccoli, ricchi-poveri, giovani-anziani, malati-sani... la spada di Damocle sulla testa, come un ladro atteso e temuto. Ma per noi cristiani, non è la falce della morte che aspettiamo, è lo sposo delle nostre anime che viene in quel giorno, in quel ora stabilita per ciascuno.

E quando verrà, si farà una distinzione. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, le sagge dalle stolte, coloro che hanno costruito sulla roccia o sulla sabbia, che hanno impiegato il loro talento o l’hanno sepolto, il grano dalla zizzania, a destra e a sinistra (Mt 25, 32). Il vangelo ce lo dice, la liturgia ce lo ripete...non per spaventarci, ma per responsabilizzarci!

Le nostre lampade si spengono, dateci un po’ del vostro olio! I padri della Chiesa e molti altri hanno scritto tanto su questo olio delle dieci vergini. Si ritiene che si riferisca allo Spirito Santo. Gregorio Magno, Agostino dicono che rappresenta le opere buone, Girolamo precisa che sono opere perseveranti, per Ilario sono le preghiere, penitenze e altre opere meritevoli. Ma perché le vergini sagge non lo condividono? La carità se è vera si verifica appunto nel dono.

È vero, possiamo capire l’olio qui come figura dello Spirito Santo, l’amore infinito di Dio che c’è sempre per tutti e non mancherà mai ogni volta che lo chiediamo. Non è dunque l’olio dello Spirito che manca alle vergini stolte... Ma l’olio di scorta in piccoli vasi... cioè la nostra risposta d’amore all’amore, alla misericordia ricevuta da Dio. Ci vuole quello che abbiamo guadagnato impiegando i talenti ricevuti. E questa risposta, nessuno può farla a nostro posto. Non si può condividerla .

L’olio di scorta è l’amore dato, scambiato, è la misericordia, il perdono donato durante la vita... da cui saremo riconosciuti o no come discepoli di Gesù quando busseremo alla porta della sala nuziale. Senza abito di nozze non possiamo entrarvi. Non basta aver ricevuto la misericordia, essere invitato alle nozze, non basta essere innestato alla vigna...non basta dire “Signore, Signore”, aver cantato tutta la vita “Kyrie Eleison”...pur con voci angeliche e in polifonia... occorrono dei frutti, ci vuole una lampada accesa che dia luce e calore tutto intorno.

5 sagge, 5 stolte. Saggezza e stoltezza nella stessa proporzione. Ci è data la responsabilità di far crescere l’una e sminuire l’altra. Anche se ne abbiamo poca, amiamo la sapienza, chiediamola, cerchiamola. Facilmente si lascia vedere, trovare da coloro che la desiderano dice la prima lettura. Anzi lei stessa va in cerca di quelli che sono degni di lei, va loro incontro.

Se siamo ancora qua stamattina, abbiamo ancora, ci è dato ancora tempo per comprare l’olio di scorta presso i venditori. E chi sono questi venditori? Non dobbiamo cercarli lontano, sono accanto à noi : i poveri, i piccoli, quel fratello, quella sorella complicata, penosa, quel visitatore della Badia chiassoso... mostriamo loro pazienza, misericordia e guadagniamo ancora più misericordia, aumentiamo nostro olio di scorta.

Riceviamo con fede questa Eucarestia, nuovo capitale di carità, amore da impiegare, far fruttificare sempre più attorno a noi.

 

 

martedi 7 novembre 2017 - XXXI sett. T.O. - Rm 12,5-16a - Lc 14,15-24 - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel


Nel vangelo di ieri, Gesù esortava i suoi ascoltatori

- siamo sempre a pranzo nella casa di un capo dei farisei, di sabato -

ad invitare, quando si dà un banchetto, poveri, storpi, zoppi, ciechi.

E Gesù concludeva con una beatitudine :

« sarai beato perché non hanno da ricambiarti.

Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti". (Lc 14,14)

 

Uno dei presenti, probabilmente colpito da questa promessa,

esclama : «Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio!» (Lc 14,15)

Egli ha capito che a chi sceglie l’amore disinteressato per i poveri,

viene promessa la gioia del Regno, il banchetto eterno !

 

Ma una cosa è capire, altra cosa è mettere in pratica.

E perciò Gesù racconta una parabola che fa vedere

che spesso chi è invitato al Banchetto del Regno non vi partecipa

perché è troppo preso da altri interessi :

« Tutti, uno dopo l'altro, cominciarono a scusarsi.

Il primo gli disse: “Ho comprato un campo e devo andare a vederlo;

ti prego di scusarmi”.

Un altro disse: “Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli;

ti prego di scusarmi”.

Un altro disse: “Mi sono appena sposato e perciò non posso venire”. (Lc 14,18-20)

 

Possedere un campo è una cosa legittima, vero ?

Lavorare nel campo è una cosa buona ;

sposarsi e prendersi cura della propria sposa è cosa eccellente...

Ma, capita che queste realtà arrivino ad occuparci talmente il cuore

che l’invito per il Regno viene trascurato o disprezzato.


Il mio cuore è talmente preso da affari, lavoro o relazioni

che la chiamata del Signore non vi trova più spazio...

 

Siamo invitati al banchetto dell’Amore,

ma siamo troppo impegnati per andarci...


Carissimi, com’è forte il richiamo di questa pagina evangelica !

È un invito a guardare bene nei nostri cuori e nella nostra agenda :

siamo disponibili quando l’Amore ci chiama ?

 

Nella mia agenda c’è spazio per i poveri, gli storpi, gli zoppi, ed i ciechi ?

Nella rubrica del mio cellulare ci sono dei poveri, degli storpi,degli zoppi, e dei ciechi ?

 

O, per riprendere le parole di Paolo ai Romani che abbiamo sentite :

nel nostro cuore c’è spazio per la sollecitudine verso le necessità dei fratelli,

per la premura nell'ospitalità,

per benedire coloro che ci perseguitano,

per rallegrarci con quelli che sono nella gioia,

per piangere con quelli che sono nel pianto ? (cfr Rm 12,13-15)

 

Signore, guardaci dall’aspettarci tutto

da ciò che, pur benedetto, non è che terreno.

Insegnaci a mantenere il cuore disponibile,

anzi come insoddisfatto, nella costante apertura a ciò che non passa.

Dacci i gusto del cielo nel quale entriamo già, quando scegliamo l’amore disinteressato !

 

Domenica 5 novembre 2017 - Dedicazione della Cattedrale S.Maria del Fiore - 1Re 8,22..30 – 1 Pt 2,4-9 – Gv 4,19-24 Badia Fiorentina - fr. Antoine-Emmanuel


 

Una delle più belle esperienze che ho vissuto a Montréal

è stata la dedicazione del Santuario del Santissimo Sacramento a noi affidato.

Che liturgia splendida !

Rimane nella mia memoria l’aspersione del Popolo e dell’altare;

la consacrazione dell’altare,

unto col Santo crisma

e trasformato in un roveto ardente dal fuoco che vi si accende sopra,

dopo che le reliquie dei santi vi sono state murate dentro ;

la benedizione e l'illuminazione della croce di consacrazione ;

l’incensamento del Popolo di Dio e poi dell’intero edificio,

e la splendida preghiera della dedicazione.

 

Ma ciò che maggiormente ci ha segnati

è stato, quel giorno, una vera e propria esperienza spirituale :

quella liturgia è stata come un battesimo,

il battesimo della comunità eucaristica che si raduna in quella chiesa.

C’è un prima ed un dopo quel giorno,

perché è stata una consacrazione del Popolo di Dio,

che si raduna nell’edificio che è stato consacrato appunto per questo popolo.

«Dio è spirito, dice Gesù alla donna di Samaria,

e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità.» ( Gv 4,24)

Il fulcro, l’essenziale non è più il luogo di culto,

bensì il popolo santo che si raduna in quel luogo.

 

Celebrare l’anniversario della Dedicazione della Badia come si è fatto la domenica scorsa,

o celebrare oggi l’anniversario della Dedicazione della Cattedrale,

è quindi un'occasione bellissima per riprendere coscienza che apparteniamo

ad un popolo santo, ad un popolo consacrato.

Il Signore ci ha consacrati come Suo popolo !

Tempio vero e proprio siamo ... noi !

Siamo stati « impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale,

per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio,

per mezzo di Gesù Cristo» (1Pt 2,5),

abbiamo sentito nella prima Lettera dell’Apostolo Pietro.

Siamo un Popolo per Dio !

Un Popolo profondamente sacerdotale

che trova la sua identità e la sua gioia

nel comune movimento ascendente di azione di grazia, di lode,

di offerta a Dio delle nostre vite e della nostra comunione.

«Noi, un tempo eravamo esclusi dalla misericordia,

ora invece abbiamo ottenuto misericordia.»

«un tempo eravamo non-popolo, ora invece siamo il popolo di Dio» (cfr. 1Pt 2,10),

dice ancora Pietro.

 

Anzi, noi siamo «la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa,

il popolo che Dio si è acquistato.» (1Pt 2,9)

Che splendida vocazione !


Come Salomone possiamo «stendere le mani verso il cielo» e pregare :

« Signore, siano aperti i tuoi occhi notte e giorno verso questa casa,

verso il luogo di cui hai detto: Lì sarà il mio nome!

Ascolta la preghiera che i tuoi servi innalzano in questo luogo !» (cfr 1 Re 8,22..30)

E cosa chiediamo ?

Di diventare ciò che siamo :

di diventare, cioè, in questo centro storico di Firenze,

un Popolo profondamente sacerdotale.

 

Come esserlo ?

Che offerta aspetta il Signore ?

Che sacrificio aspetta ?

Il Sacrificio amorevole della nostra vita, certo !

Ma in qual modo ?

La risposta, per noi cristiani che preghiamo nel centro storico di Firenze,

mi sembra che la si trovi nella Lettera ai Romani, nel capitolo quindicesimo.

Paolo vi parla della grazia che gli è stata «concessa da parte di Dio». (cfr Rm15,15)

Quale grazia ?

«... di essere un ministro di Gesù Cristo tra i pagani,

esercitando l'ufficio sacro del vangelo di Dio

perché i pagani divengano una oblazione gradita, santificata dallo Spirito Santo. » (Rm15,16)

 

Paolo ha capito che il suo compito, la grazia per lui,

è di far sì che i pagani possano offrirsi a Dio in Cristo Gesù.

Incontra le folle di uomini e donne del suo tempo,

con la diversità di religioni, di riti, di filosofie,

e vorrebbe offrirli tutti a Dio in Cristo Gesù.

Questo era nel suo cuore come un fuoco divorante. (cfr Ger 20,9)

Paolo è un uomo profondamente sacerdotale.

Vuole offrire l’umanità intera al Padre mediante il Sangue di Gesù,

conducendo tutti all’obbedienza della fede. (cfr Rm 1,5)

 

Carissimi, è questa la nostra vocazione di Popolo sacerdotale

nel centro storico di Firenze.

Non è di lamentarci perché Firenze è affollata di turisti.

Non è di vivere di nostalgia.

E ancora meno di guardar passare i visitatori, come si guarda passare un treno.

È di darci da fare perché queste anime che visitano la nostra città

possano innalzarsi nell’Amore di Gesù verso il Padre.

Firenze ha la vocazione di spazio nuziale per le anime vive

che vi lodano Gesù, aiutate dalla bellezza dell'arte sacra;

è di sala operatoria per le anime malate o morte

che vagano per le strade di Firenze

e che attraverso l’arte sacra scopriranno Colui che è la Vita.

Per noi, la Chiesa in uscita è l’andare incontro ai mille volti

che guardano al volto di Gesù nei musei,

senza sapere che questo volto è il volto del loro Salvatore...

 

Il Professore, Giorgio La Pira, morto 40 anni fa, in questo giorno, aveva un senso profondissimo

della vocazione santa di Firenze.

Chi, oggi, ci provoca a ritrovare questa vocazione santa ?

Sono i turisti ! Sono loro che, come avvenne a Paolo nella sua visione di Filippi,

ci chiamano : « Aiutateci ! » (cfr Atti 16,9)

« Parlateci di Gesù !»

 

Non dovrei dire i «turisti»

perché per La Pira non ci possono esser «turisti» nella santa città di Firenze!

Perché non parlare di pellegrini in cerca di bellezza, di bellezza sacra ?

Assomigliano ai magi del Vangelo che hanno visto una stella,

sono venuti fin qui,

e che noi dobbiamo accompagnare perché entrino nella casa,

adorino il Bambino nelle braccia di Maria,

e ripartano per un’altra via.

 

Ecco la nostra vocazione : un Popolo santo

che vorrebbe servire l’incontro di ogni visitatore con Gesù.

E questo si traduce nel concreto

in un sorriso, una parola di benvenuto, un colloquio,

una visita guidata della Badia, come alcuni di voi fanno così bene...

... comunque : in un incontro personale.

Non è vero che siamo « il popolo che Dio si è acquistato

perché proclami le opere meravigliose di lui

che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce» ? (1Pt 2,9)

 

Signore, ascolta la preghiera che i tuoi servi innalzano in questo luogo

Fa che ci svegliamo e diventiamo ciò che siamo :

un Popolo profondamente sacerdotale che,

attraverso il ministero dell’incontro e dell’amicizia

ti offra i «pellegrini» di Firenze.

 

venerdi 3 novembre 2017 - XXX settimana T.O. - Rm 9,1-5 – Lc 14,1-6 - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel


Siamo di sabato...

Gesù lo sa. Lo sa benissimo.

Anzi ha tutto il rispetto e l’amore che si deve a questo giorno santo.

 

Per di più si trova a pranzo non da chiunque, ma da uno dei capi dei farisei.

 

Ora, la legge mosaica è chiara :

« Il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio:

tu non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo,

né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te.

Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi,

ma si è riposato il giorno settimo.

Perciò il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato sacro.»

(Es 20,10-11).

 

Allora perché Gesù compie un miracolo appunto in questo giorno,

e in questa casa?

Sarà una provocazione gratuita ? Una sfida ?

Gesù prese l’idropico per mano, lo guarì e lo congedò...

Perché ?

 

La risposta è quest’uomo stesso! A causa di quest’uomo.

Ciò che spinge Gesù a guarire quest’uomo non è una teoria,

non sono dei concetti, delle idee..

È questo uomo, con il suo volto, la sua storia, la sua sofferenza... È lui !

 

Noi siamo immersi in un sistema di pensiero

che fa sì che, spesso, non vediamo più la persona.

Gesù vede.

Di lui, e di lui solo, si può dire che pienamente «ha occhi e vede».

Come se la sua «legge» fosse la persona accanto a lui !

Perché la sua legge è l’amore.

 

Meditavo oggi su questo Vangelo in codesta prospettiva

quando mi sono trovato a leggere

ciò che Papa Francesco ha detto pochi giorni fa in un convegno sull’Europa.

Ascoltate :


«Il primo, e forse più grande, contributo

che i cristiani possono portare all’Europa di oggi è ricordarle

che essa non è una raccolta di numeri o di istituzioni,

ma è fatta di persone.

Purtroppo, si nota come spesso qualunque dibattito

si riduca facilmente ad una discussione di cifre.

Non ci sono i cittadini, ci sono i voti.

Non ci sono i migranti, ci sono le quote.

Non ci sono lavoratori, ci sono gli indicatori economici.

Non ci sono i poveri, ci sono le soglie di povertà.

Il concreto della persona umana è così ridotto ad un principio astratto,

più comodo e tranquillizzante.

Se ne comprende la ragione: le persone hanno volti,

ci obbligano ad una responsabilità reale, fattiva, “personale”;

le cifre ci occupano con ragionamenti, anche utili ed importanti,

ma rimarranno sempre senz’anima.

Ci offrono l’alibi di un disimpegno, perché non ci toccano mai nella carne.»

( Ai partecipanti alla Conferenza “(Re)Thinking Europe” organizzata dalla Commissione delle Conferenze Episcopali dell’Unione Europea (Comece) in collaborazione con la Segreteria di Stato . 27-29 ottobre 2017)

 

Benedico il Signore per questa chiamata di Papa Francesco

a smettere di ridurre la persona umana ad un principio astratto,

più comodo e tranquillizzante.

Tutta la Amoris Laetitia è su questa linea.

Si china sulla realtà di ciò che vivono le persone, le coppie, le famiglie.

Ci obbliga ad uscire da un sistema di pensiero che faceva comodo.

Che mi faceva comodo...

Conta la persona che mi sta davanti.

Anche se deve dar fastidio al “fariseo” che vede non la persona ma la legge...

 

Signore Gesù, donaci il tuo sguardo attento ad ogni persona,

donaci la tua obbedienza che ti rende disponibile a chi ti sta vicino.

Liberaci Signore !

 

mercoledì 1 novembre 2017 - Tutti i Santi - Ap 7,2-14 – 1 Gv 3,1-3 – Mt 5,1-12 - Badia Fiorentina - fr. Antoine-Emmanuel

 

« Guarda ad oriente, Gerusalemme,
osserva la gioia che ti viene da Dio.

Deponi, o Gerusalemme, la veste del lutto e dell'afflizione,
rivestiti dello splendore della gloria
che ti viene da Dio per sempre
. »(cfr. Ba 4,36-5,3)

Ecco l’invito della festa di Tutti i Santi !

Un invito a guardare verso l’oriente che è Cristo,

Cristo circondato dalla folla di tutti i santi.

Ciascuno di loro riflette in un modo unico il volto di Gesù.

Tutti partecipano al coro che intona le lodi eterne di Dio.

È « una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare,

di ogni nazione, tribù, popolo e lingua.

Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all'Agnello, avvolti in vesti candide,

e tenevano rami di palma nelle loro mani.

E gridavano a gran voce:

"La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all'Agnello"». (Ap 7,9-10)

Essi invitano anche noi ad entrare in questa lode, in questa gioia !

Come se ci dicessero : non perdete tempo !

Non sprecate nessun giorno del vostro pellegrinaggio terreno :

Entrate, entrate già nella gioia del Regno,

come abbiamo fatto noi, mentre camminavamo come voi sulla terra.

Anche noi eravamo peccatori, deboli, fragili,

ma ci siamo lasciati plasmare dall’Amore divino

e il Regno di Dio è entrato nel profondo del nostro cuore.

Siamo passati attraverso la grande tribolazione

e abbiamo lavato le nostre vesti,

rendendole candide nel sangue dell'Agnello. (cfr. Ap 7,14)

Ed eccoci che oramai intercediamo per tutti voi, specie per i più poveri.

 

Carissimi, l’amore dei santi per noi è immenso.

Ci scelgono, ci accompagnano, pregano per noi ...

E se noi corrispondiamo al loro affetto,

allora entriamo in una vera e propria amicizia con loro.

Penso a Caterina di Sant'Agostino, una religiosa canadese,

il cui padre spirituale era San Giovanni di Brébeuf,

già deceduto, che veramente la guidava !

Penso a Marcel Van, un giovane redentorista del Vietnam

che viveva un'amicizia profondissima

con Santa Teresa del Bambino Gesù !

 

« Anche noi dunque, circondati da tale moltitudine di testimoni,

avendo deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia,

corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti,

tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede

e la porta a compimento.» (Eb 12,1-2)

E come correre ?

Si tratta di correre sulla via delle Beatitudini, che è la via maestra della Santità !

 

La bellezza delle Beatitudini sta in questo :

che sono vere !

Sono vere e concretissime ;

e dobbiamo esser attenti a non farne degli slogan un po' idealistici.

Le Beatitudini sono vicinissime a ciò che viviamo giorno per giorno.

Ma bisogna entrarci !

 

Sei stata paziente e misericordiosa con il marito ?

Entra nella beatitudine dei misericordiosi :

insieme a tutti i misericordiosi della terra, sei beata

perché insieme a loro troverai misericordia.

 

Hai accolto con mitezza un'umiliazione sul posto di lavoro ?

Entra nella beatitudine dei miti:

Insieme a tutti i miti della terra, sei beato/a

perché insieme a loro erediterai la terra.

 

Hai pianto perché è venuta a mancare una cara amica ?

Entra nella beatitudine degli afflitti:

Sei beato/a

perché insieme a tutti i afflitti della terra sarai consolata.

 

Hai cercato di riconciliare i tuoi familiari che non si parlano più ?

Entra nella beatitudine degli operatori di pace:

sei beata/o perché insieme a tutti gli operatori di pace sarai chiamato figlio di Dio

 

Ti sei dato da fare per prenderti cura di alcuni migranti,

malgrado tutte le resistenze che sentivi dentro di te ?

Entra nella beatitudine di coloro che hanno fame e sete della giustizia:

sei beata/o perché insieme a loro sarai saziato.

 

Ti hanno preso in giro perché hai testimoniato la tua fede in una cena tra amici,

e hai risposto con amore ?

Beato/a te !

Insieme a tutti i perseguitati a causa del nome di Gesù,

rallegrati ed esulta, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli.

 

La povertà in spirito, l’afflizione, la mitezza, la fame e la sete della giustizia,

la misericordia, la purezza di cuore, l’artigianato della pace,

la persecuzione a causa dell'obbedienza a Dio e della fede in Gesù...

sono altrettante porte per entrare ogni giorno

in ciò che Gesù chiama la Beatitudine,

che non è altro che la sua gioia umile e profonda.

 

Ma spesso noi non ci entriamo.

Dimentichiamo le Beatitudini e rimaniamo nella sofferenza, nelle lacrime

e talvolta nel dolore dell’ingiustizia e nella collera.

 

Come sarebbe proficuo se guardassimo

all’ultima settimana o all’ultimo mese,

a ciò che abbiamo vissuto... alla luce delle Beatitudini !

Sarebbe probabilmente per noi una grande sorpresa,

proveremmo un senso di stupore.

Signore Gesù, con la tua Croce e la tua Risurrezione

hai cambiato la faccia della terra :

il nostro pianto diviene speranza,

la misericordia ci apre già un po' di cielo,

la mitezza ci rende ricchi di un tesoro che non passa...

la povertà del cuore ci fa entrare nel Regno dell’Amore !

E tutto ciò comincia nelle più piccole cose del quotidiano.

 

Davvero : guarda ad oriente, Gerusalemme,

osserva la gioia che ti viene da Dio ....

 

Santi e sante di tutti i paesi, di tutti i tempi,

conosciuti e sconosciuti,

pregate per noi affinché entriamo già ora nella gioia delle Beatitudini !

 

Domenica 29 ottobre 2017 - Dedicazione della Badia Fiorentina -  XXX sett. T.O. - un monaco della Badia Fiorentina
 

Non sappiamo esattamente quand’era il giorno, l’anno della dedicazione della Badia Fiorentina. Oggi perciò, insieme a tutte le altre chiese in Toscana, spesso antiche, di cui non si conosce il giorno di dedicazione, in questa ultima domenica di ottobre, facciamone memoria.

Di per sè, una chiesa riceve la “consacrazione” con la semplice celebrazione della Messa. Fu solo verso VIII° secolo che man mano i riti dell’unzione dei muri, dell’altare, l’offerta dell’incenso sull’altare... sono stati aggiunti nella celebrazione di dedicazione.

Facciamo memoria dunque di quelle Eucarestie celebrate per la prima volta in questa chiesa, in quella primitiva sotto il patrocinio di Santo Stefano attorno al 960, quand’era diventata chiesa dell’Abbazia Benedettina nel 978 intitolata alla Vergine Maria nella sua Assunzione, poi dopo il rifacimento in stile gotico a tre navate da Arnolfo di Cambio nel duecento, e poi nel seicento dopo la ristrutturazione importante in questa forma odierna a croce greca. Eucaristie di dedicazione che hanno consacrato il cambiamento quasi continuo dell’edificio, come la crescita di un essere vivente.

Perché la chiesa è viva, la chiesa è innanzitutto le pietre vive che la compongono. Solo dopo si capisce la chiesa come edificio... di pietra serena, marmi, mattoni, legno e così via. Pietre vive che nel loro desiderio di un luogo degno per l’Eucarestia hanno eretto, modificato, abbellito questo edificio. Non solo dunque l’Eucarestia consacra la chiesa, ma anche la fa, la costruisce. Possiamo capire proprio così la prima parte della famosa affermazione di Henri de Lubac “l’Eucarestia fa la Chiesa, la Chiesa fa l’Eucarestia”, anche se intendeva che l’Eucarestia costituisce il corpo mistico di Cristo.

Facciamo memoria dunque stamattina di tutte le pietre vive che ci hanno preceduti qui in Badia, anzi nella fede e nello spirito, celebriamo con loro: i monaci benedettini che da secoli si sono succeduti, i laici con loro, i benefattori... Le ringraziamo per quello che ci hanno tramandato e chiediamo la loro intercessione perché siamo degni successori nel nostro tempo e per coloro che ci seguiranno. Dunque... come fare, che cosa fare?

Per la chiesa edificio... non è che possiamo fare gran che, la Soprintendenza non ci lascerebbe, già per appendere qualcosa... Ma per le pietre vive che siamo noi, allora sì, lì c’è tanto da fare. Pietre vive, altrettanti templi vivi, ciascuno di noi portatori dello Spirito di Dio dice san Paolo nella seconda lettura. C’è da pulire sempre nostro tempio portatile, spazzare qualche volta il santuario dell’anima e del cuore, una buona confessione di tanto in tanto. C’è da rinnovare sempre il fuoco sacro in noi, cioè la fiamma dello Spirito, tramite la Parola divina meditata, pregata. C’è da nutrire il cuore col Corpo e sangue di Cristo. C’è da scacciare fuori i venditori che pensano poter contraccambiare con Dio.

Perché c’è sempre un piccolo commerciante in noi che vuol fare un mercatino nel nostro tempio... vedi Signore ti do questo e quella, faccio delle veglie per te... ma Tu...veglia sui miei.. non gli capiti alcun male! Intendiamoci bene, è buono pregare Dio per i suoi, la loro protezione, il loro bene. Non dico altro. Ma come dice san Serafino di Sarov, la cosa migliore che possiamo fare per loro e tutti gli altri è di pregare che si compia la volontà di Dio per loro. Perché questa volontà è la cosa migliore che possa accadergli. Certo, preghiamo per i nostri cari, per tutti, ma non facciamo commercio nel Tempio di Dio.

Templi vivi, pietre vive che si radunano per formare il Tempio del Corpo di Cristo dice l’evangelista Giovanni. E qual il cemento che lega tra loro le pietre vive per fare i muri, pilastri di questo Tempio? È il vincolo della carità, dell’amore. Rivestitevi di sentimenti di bontà, misericordia, umiltà, pazienza, sopportandovi a vicenda, perdonandovi scambievolmente come il Signore vi ha perdonato. Al di sopra di tutto vi sia la carità, che è il vincolo di perfezione dice Paolo ai Colossesi (3, 12). Perché non sono tutte uguali queste pietre, hanno bisogno di essere tagliate, levigate per incastrarsi l’una accanto all’altra. Ci vuole del tempo per aggiustarsi, nel quale scontri e urti non sono esclusi, anzi necessari per far uscire la verità. Ma ciascuno stia attento a come costruisce dice ancora Paolo nella seconda lettura di oggi. Qualunque facciamo, sia sempre nell’amore, per l’amore, perdonandoci, sopportandoci a vicenda.

È quasi 20 anni da quando abbiamo posto il fondamento per il corpo eucaristico-monastico di Cristo qui in Badia. Altri avevano continuato a costruire sopra. Dopo tanti anni, è bello ritornare e vedere vivo questo edificio-corpo, anzi cresce nella grazia, anche dopo tante prove, forse cresce addirittura nelle prove. Una di queste pietre vive della Badia era Margilla Del Re, pietra viva era davvero, sin dall’inizio. Mi ha colpito molto vedere le altre pietre vive attorno a lei nei sui ultimi giorni. Anche martedì pomeriggio in San Ambrogio strapiena per dirle AdDio, assieme alla famiglia, amici di Margilla, c’erano tanti fedeli della Badia....

Ma non basta costruire il corpo eucaristico-monastico di Cristo qui in Badia. Bisogna costruire, crescere assieme alla Chiesa Fiorentina. Bisogna inserirsi nel cammino sinodale della diocesi, nel cammino della Chiesa intera rispondendo alla chiamata del Papa Francesco a far vedere al mondo la gioia del vangelo. Perché carissimi, Dio vuole il suo Tempio sia una casa di preghiera per tutti i popoli.

Ora, voi Fiorentini non avete bisogno di andare lontano per portare il vangelo ad altri popoli. Sono loro che vengono da voi, attratti dalle cose belle che voi avete nei vostri musei, palazzi, nelle vostre chiese. Perché la Badia non sia un museo, un mercato di belle cose, perché sia una casa di preghiera, occorre delle pietre vive che vi pregano, che accolgono questi popoli nella preghiera e per la preghiera.

Questa Eucarestia di dedicazione della Badia rinnovi le pietre vive che siamo tutti noi, rinnovi il vincolo della carità fra noi affinché possiamo accogliere i popoli e condurli à Dio mediante, tramite la preghiera.

 

venerdi 27 ottobre 2017 - XXIX sett. T.O. - Rm 7,18-25 - Lc 12,54-59 - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel


 

Sappiamo noi, uomini e donne del XXI° secolo,

giudicare l'aspetto della terra e del cielo ? (cfr. Lc 12,56) Certo !

Anzi, siamo divenuti esperti, con tutte le scienze a partire dalla meteorologia.

La nostra capacità di osservare la natura è oramai più che impressionante !

Non è vero che, ad esempio, siamo capaci di individuare un quasar

che si trova a circa 3 miliardi di anni luce da noi ?

 

Ma siamo esperti nell'osservare i segni dei tempi ?

Siamo capaci di fermarci

e di riflettere su ciò che avviene sulla terra e nell’intero creato oggi ?

Sappiamo «giudicare questo tempo» ? (cfr. Lc 12,56)

 

Cosa ci dice il progressivo degrado del creato ?

La ripresa di grandi movimenti migratori ?

E l’esistenza di carestie in un mondo pur globalizzato e super-tecnologizzato ?

La mancanza di lavoro per tanti o il lavoro forzato ?

Cosa ci dicono la ipersessualizzazione della cultura

e la destrutturazione della famiglia ?

E la perdita di fiducia nella politica e l'emergere di poteri intransigenti ?

Cosa ci dicono il diritto assoluto all’aborto

ed il crescente diritto a uccidere gli anziani, i malati, gli inermi ?

Cosa ci dice l’onda di radicalismi religiosi

sia musulmani che ebrei, induisti o cattolici ?

Cosa ci dice l’inizio già avvenuto della terza guerra mondiale,

quella guerra a pezzi di cui parla Francesco ?

 

Ma pure, cosa ci dice il progresso nel riconoscimento

non solo della dignità della donna, ma del genio femminile ?

Cosa ci dice il desiderio crescente di comunione tra gli uomini ?

L’incontro delle culture ed il desiderio di dialogo interculturale ?

Cosa ci dicono i progressi della medicina, della solidarietà,

dell'attenzione ai diversamente abili ?

 

Cosa ci dice il dono del Concilio Ecumenico Vaticano II

che ha aperto per noi il cammino di una conversione profonda ?

E il dono da parte di Dio di un Papa che ci invita instancabilmente

a andare verso il mondo, uscendo dal nostro guscio ?

 

Cosa ci dice il Signore quando ci fa il dono di tante apparizioni mariane ?

Quando a Lourdes Maria ci invita alla conversione:

"Pénitence, pénitence, pénitence. Priez pour les pécheurs"?

Quando a Fatima ci invita alla preghiera ed al sacrificio per i peccatori ?

Quando, sempre a Fatima, Maria ci svela il compito storico, affidato al suo cuore,

che la salvezza di Gesù sia accolta e non rigettata.

Quando in Olanda, in India, e altrove ci invita

a riconoscere in lei la mediatrice della grazia, la coredentrice e l’avvocata nostra ?

 

Cosa ci dice la costante offerta di Misericordia da parte di Dio ?

Il dono sempre rinnovato della eucaristia di Gesù?

Il dono di sacerdoti e di consacrati, di famiglie cristiane e di laici santi ?

Le molte conversioni e la santità di tanti, spesso nascosta ?

E soprattutto il Segno dei segni : Gesù presente nella storia ?

 

Sappiamo giudicare questo nostro tempo ?

Non ci viene chiesto un giudizio assoluto , complessivo e indiscutibile.

Ma ci viene chiesto di giudicare !

Ci viene chiesto un discernimento, con le azioni che ne conseguono.


 

Non c’è un'emergenza della preghiera di lode e di intercessione,

del sacrificio e della testimonianza,

perché nessuno vada perduto ?

Perché nessun' anima venga avvelenata da una cultura che gioca a Dio ?

Perché i semi di bontà, d’amore, di perdono e di tenerezza crescano con potenza ?

Ed i semi di verità diano tutto il loro frutto ?


Signore Gesù, tu il Crocifisso, l’Abbandonato,

Tu il Risorto che effonde in noi lo Spirito,

tu sei la salvezza del mondo,

e non vuoi altro che la salvezza di tutti.

Insieme al Padre, hai scelto la Vergine Maria

affinché la meraviglia della tua salvezza giunga fino ad ogni persona,

specialmente ai più smarriti.

Come posso servire quest’amore infinito ?

Come la mia vita può inserirsi pienamente nel tuo disegno

di comunione eterna di tutti in te ?

Non posso esser su questa terra come un semplice passeggero

ancora di meno come un consumatore...

Apri i miei occhi sul mondo,

dammi l’occhio « semplice» di cui parli nel Vangelo (cfr. Mt 6,22)

dammi il tuo sguardo limpido sulla storia

perché io possa esser pienamente il tassellino che desideri

nel tuo tuo piano d’emergenza-salvezza

e d’eterno abbraccio di tutti. Amen.

 

Domenica 22 ottobre 2017 - XXIX sett. T.O. - un monaco della Badia Fiorentina

 

 

Il regno dei cieli è simile a una vigna...ascoltavamo da parecchie domeniche. Il regno dei cieli è simile a un banchetto... era domenica scorsa. Ancora oggi si tratta del regno dei cieli, ma questa volta accanto al regno di questo mondo, addirittura vedremo come i due sono intrecciati l’uno nell’altro. Come stiamo nel regno di questo mondo in quanto cittadini del regno dei cieli? Appunto questa domenica missionaria ci chiede: come svolgiamo la nostra missione nel mondo, in quel posto lì... dove siamo stati piantati..? Come vi lavoriamo come operai della vigna del Signore, quale frutto vi portiamo come tralci della vera vite di Gesù, come ci presentiamo in quanto commensali del banchetto celeste, come agiamo davanti a Cesare come sudditi del Re dell’universo?

Il rapporto tra il regno di Cesare e il regno di Dio, l’autorità civile e l’autorità religiosa, il potere temporale e il potere spirituale, la Chiesa e lo stato è come un campo minato. Tale che i predicatori vi si avventurano solo con tanta prudenza, in punta di piedi, ma non deve impedire però una parola cristiana sulla politica. Vediamo un po’ come questo piccolo versetto rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio ha influito sulla storia del mondo. Guardiamola a distanza di tempo e sopratutto con gli occhi della fede, astenendoci da giudizi sui fatti degli antenati che hanno agito, deciso in contesti che non possiamo pretendere di conoscere.

Rendere a Cesare quello che è di Cesare fu interpretato come fusione o confusione tra i due regni. Ha dato la consacrazione del potere temporale dal potere spirituale. Motivi più o meno nobili guastano però questa intesa: difesa della fede, libertà, interessi propri, tentativi di dominazione, strumentalizzazione dall’uno e l’altro...

Rendere a Cesare quello che è di Cesare fu interpretato come collaborazione tra i due regni. Ha dato l’alleanza tra il trono e l’altare, la corona e la mitra... ma anche lì non è nemmeno sintonia perfetta.

Rendere a Cesare quello che è di Cesare fu anche interpretato come separazione tra i due regni. Autonomia senza interferenze tra dominio temporale e spirituale. Ha dato la separazione dello Stato e della Chiesa come oggi negli Stati Uniti o in Francia.

In Italia, ne abbiamo visto nella storia... nei nostri giorni, l’articolo 7 della Costituzione, i Patti Lateranensi, l’Accordo Madama, l’8 per mille... dovrebbero trovarsi in qualche parte tra queste interpretazioni... che non pretendono essere esaustivi, perché il rapporto tra potere spirituale e temporale si attua tuttora in vari contesti. In ambito ostile per esempio, come in Cina oppure in contesto favorevole come in Grecia ove l’Ortodossia è tuttora religione di Stato.

La Chiesa, le chiese particolari, i fedeli, ognuno di noi siamo tutti chiamati a testimoniare della libertà di Gesù di fronte a Cesare. Rendere a Cesare quello che è di Cesare vuol dire prima di tutto la libertà di sottomettersi all’autorità civile in quanto opera per il bene comune. Lo capiamo anche con la prima lettura di Isaia su Ciro, pagano ma eletto da Dio per un compito, e sopratutto nel 13mo capitolo della Lettera di Paolo ai Romani: l’autorità è strumento di Dio per condurre gli uomini al bene. I fedeli devono non solo obbedire ma anche partecipare alla vita comune, alla vita politica. Firenze ha dato Giorgio La Pira al mondo non solo come esempio, ma una guida per l’impegno cristiano in ambito politico.

Ma questa libertà di obbedire a Cesare è anche libertà di dire NO a Cesare, libertà dalla paura quando si tratta di difendere la verità, il bene comune, libertà per resistere fino al martirio se necessario. I Cesari andati storti nella storia cioè i tiranni sanno bene che devono temere più di tutti uomini e donne liberi dalla paura, perché la loro libertà compromette ogni potere oppressivo. Grazie a Dio, non ci troviamo in questo contesto, ma ciò non deve addormentare le coscienze. Si può infatti che Cesare non sembra intromettersi nel dominio spirituale, ma quando la dignità dell’uomo immagine di Dio è in gioco, i cristiani devono opporsi a Cesare. Su tematiche etiche, bioetica, politica familiare.... e così via...

Rendere a Cesare quello che è di Cesare non è dunque dicotomia, scompartimento della coscienza o del cuore in parti distinte, temporali e spirituali, politici e religiosi. Con questo si crea un vuoto nelle coscienze dando luogo agli estremismi oppure all’indifferenza alla vita politica.

Rendere a Cesare quello che è di Cesare non è nemmeno scontro, concorrenza tra i 2 regni. Che cosa c’entra la cavalcatura di Gesù, un puledro d’asina... coi cavalli e carri armati dei potenti di questo mondo? Che cosa hanno in comune la Croce dove Gesù regna... e i troni elevati dei grandi di quaggiù, le spine intrecciate sulla sua testa... e le corone pregiate dei sovrani? Che cosa c’entra il sangue versato per amore, la lavanda dei piedi... con il sangue sparso dall’ingiustizia, violenza, dominazione dei potenti della terra? Che cosa hanno in comune le tasse imposte ai sudditi... e l’amore liberamente dato per tutti? Non c’è concorrenza... ma i due regni sono intrecciati l’uno nell’altro, esattamente come il sale si scioglie negli alimenti per dare sapore, come il lievito nella pasta per fermentarla.

Così i cittadini del regno di Dio nel regno di Cesare per far lievitare la pasta umana affinchè gli uomini possono finalmente e veramente rendere a Dio quello che è di Dio. E che cosa sarebbe di Dio? Tutto e tutti vengono da Lui, sono di Lui. A Dio si deve l’onore, la gloria, la potenza da tutto il creato, da tutte le creature. Ma c’è una cosa particolare che viene da noi uomini che Dio aspetta... diciamo, anche con ansia... la nostra risposta libera al suo amore.

Questa Eucarestia faccia crescere la nostra libertà, solo allora sapremo che cosa è di Cesare, che cosa non è di Cesare, solo allora compiamo la nostra missione, solo allora sapremo e potremo veramente rendere quello che è di Dio... tutto noi stessi. Così sia in questa Eucarestia nella quale, Dio per primo si dona tutto se stesso a tutti coloro che lo riconoscono e lo accolgono.

 

Domenica 15 ottobre 2017 - XXVIII sett. T.O.- Is 25,6-10 – Fil 4,12..20 - Mt 22,1-14 - Badia Fiorentina - fr. Antoine-Emmanuel


TRIDUO EUCARISTICO – ULTIMO GIORNO


Avete sentito la profezia di Isaia ?

Cosa ci prepara il Signore sul suo monte santo ?

Un brodino?

Il Signore degli eserciti preparerà per tutti i popoli, su questo monte,
un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti,
di cibi succulenti, di vini raffinati
. (Is 25,6)

Delle vivande grasse !

Dei vini eccellenti !

Dei cibi succulenti !

L’abbiamo nel cuore questa promessa ?

Crediamo nel dio del brodino oppure nel Dio del banchetto ?

A dire il vero, spesso noi crediamo di più nel dio del brodino.

Perché ?

Perché ci risulta non credibile che Dio ci faccia festa.

Viste le nostre bischerate, i nostri peccati ripetuti, le nostre cattive abitudini,

riteniamo di non meritare più di un brodino...

Quanto è forte, quanto è radicata in noi,

l’idea di un Dio che è soprattutto il dio delle punizioni !

Non il Dio delle carezze e della festa.


Eppure è di un banchetto che parla il profeta.

Di un banchetto non riservato a pochi eletti che ci vanno con la limousine,

ma per tutti i popoli, a partire dai poveri.

« Tu sei sostegno al misero,

recita Isaia subito prima della nostra profezia,
sostegno al povero nella sua angoscia,
riparo dalla tempesta, ombra contro il caldo
. » (Is 25,4)

 

Anzi, il dono di Dio è più splendido ancora di quanto possiamo pensare :

Isaia ci fa vedere Dio che, con un gesto potente,

« strappa il velo che copriva la faccia di tutti i popoli
e la coltre che copriva tutte le genti. »

Cosa vuol dire ?

Significa che il lutto non c’è più.

Il banchetto non è una festa passeggera

e poi l’indomani si torna con il muso lungo nell’amarezza

e nella paura della morte.

No ! « Il Signore eliminerà la morte per sempre. »

Anzi, facendosi vicino a ciascuno di noi,
Il Signore «asciugherà le lacrime su ogni volto.» (cfr. Is 25,7-8)

 

Ecco la promessa di Dio.

Il nostro Dio non è il dio del brodino, bensì il Dio del banchetto.

Parliamoci chiaro :

Se il tuo vivere quaggiù sulla terra è fatto di banchetti egoistici,

non lo vedrai il banchetto eterno.

Ma se non hai quaggiù nient'altro che il brodino e metti in Dio la tua speranza,

allora al banchetto di cui Isaia ci parla, tu ci sarai.

 

Ora, questa promessa, ce la conferma Gesù ?

Non solo la conferma, ma la porta a compimento.

La conferma : questo è chiaro nel Vangelo odierno

« ll regno dei cieli è simile a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio» (Mt 22,2)

Quando si vede, ad esempio,

la ricchezza, il lusso, delle residenze del re Erode in Terra Santa,

si capisce che la festa di cui ci parla la parabola

non è una festicciola attorno ad una pizza...

È un banchetto sontuoso che dura diversi giorni.

 

Ora, come mai gli invitati non vengono ?

Anzi, uccidono i messaggeri che portano l’invito regale !

Sembra una storia non vera, impossibile...

Come puoi rifiutare un invito cosi bello ed inatteso a far festa ?

Uno ti viene ad invitare e tu uccidi il messaggero ?

Non è possibile !

Si, è possibile, perché è quello che noi uomini abbiamo fatto con Gesù.

Inviato dal Padre, è venuto ad invitarci al proprio banchetto di nozze,

e l’abbiamo messo in croce...

 

E la meraviglia è che Dio non si è scoraggiato !

Non ha rinunziato a condividere con noi la gioia del banchetto eterno.

Ci vuole con Lui per l’eternità.

« Andate ora ai crocicchi delle strade

e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze...» (Mt 22,9)

dice il re !

Ed è così che noi ci troviamo qui oggi !

Il Signore ha scelto di chiamare persone fragili, poveri, peccatori,

... noi tutti !

Allora si riempie la sala del banchetto.

 

La parabola prosegue poi con un fatto che ci spiazza.

Viene gettato fuori dalla sala di nozze

un uomo che non portava l’abito nuziale !

 

Ce l’hai tu oggi l’abito nuziale ?

Ce l’ho io ?

Mi son vestito per le nozze ?

Oppure : si, son venuto, ma non ci credo veramente in questo invito.

Non voglio credere che io possa essere amato/benvoluto/ ed invitato da Dio.

Mi giudico io,

e mi giudico non degno.

Che Gesù sia morto per me mi sembra esagerato.

Che sia risorto per portarmi con lui in cielo, non lo merito.

E poi, non voglio crederci fino in fondo

perché crederci significa lasciare le mie vecchie abitudini di peccato.

E quindi, vengo, ma non mi vesto...

E quindi, non potrò rimanere nella sala di nozze.

 

Ecco la posta in gioco:

vestirci il cuore.

Rivestire il mio cuore di fede nell’amore gratuito di Dio.

Rivestire il mio cuore di stupore dinanzi al suo perdono.

Mettermi addosso la veste nuziale che è ricamata con due fili :

il pentimento e lo stupore.

Allora, al banchetto, ci sarò, ci saremo ! Eternamente !

 

Ora, vi è una meraviglia :

Questo banchetto eterno,

il Signore ha voluto che noi lo possiamo pregustare.

 

Ha inventato per noi un banchetto

che abbia già il sapore del banchetto eterno,

mentre stiamo ancora sulla terra.

Un banchetto che non è fatto di lusso, di vivande riservate ai ricchi...

eppure è un banchetto stupendo.

Un banchetto dove si sta insieme, uomini e donne, giovani ed anziani,

ricchi e poveri, persone di ogni cultura;

Un banchetto dove il Signore ci serve.

Lui ci serve, Lui si dona...

L’Eucarestia....

Solo Dio poteva inventare un tale banchetto,

un pezzo di cielo sulla terra.

 

Dio ha una tale voglia di invitarci a questa mensa

che Egli mette da parte degli uomini,

i sacerdoti,

perché siano i servi di questo banchetto!

 

L’Eucarestia è una festa di nozze..

Vi si celebra l’amore, vi si celebra la vita.

Non è un funerale.

Non è un rito freddo : è uno sposalizio.

Chi è la sposa ? Siamo noi !

E cosa fa lo Sposo ? Si dona a noi.

Non si dona con delle idee e basta :

si dona nel suo corpo, nel suo sangue, anima e divinità.

 

L’Eucarestia è Gesù che si consegna.

Si mette nelle nostre mani,

al punto di permetterci di guardare a Lui a lungo, di contemplarlo.

Ora, la Chiesa ha scoperto il tesoro

di questo lungo stare dinanzi a Gesù Eucarestia.

Ha intuito che poteva – che doveva –

disporre del corpo di Gesù.

Con un rispetto immenso.

E con uno spirito di adorazione, di gratitudine.

 

Egli c’è !

L'Eucarestia è sua presenza.

Non è solo un segno.

Non è una reliquia.

Non è un ricordo di un Gesù ormai partito.

È Lui vivo !

 

Anzi : Gesù Eucarestia è ben più vivo di noi.

L’umiltà Sua lo nasconde, ma chi da la vita è Lui.

Non è tanto che noi esponiamo il Santissimo,

bensì che noi ci esponiamo a Lui !

Veniamo ad aprirGli il cuore.

Veniamo a ricevere i raggi del Suo Amore.

Veniamo ad accogliere la grazia, il perdono, la gioia,

per noi, per i nostri cari, per i nostri nemici,

per la città, per tutte le anime,

in particolare quelle che hanno più bisogno della divina misericordia.

Siamo i delegati della città per ricevere a nome di tutti e a beneficio di tutti

i flutti dell’amore divino.

 

L’Adorazione è una missione.

Un adoratore è un missionario in mezzo alla città secolarizzata...

 

Carissimi, è un grande onore, un grande dono

che il Signore ci fa invitandoci all'adorazione eucaristica...

Non rifiutiamo l’invito.

E andiamoci col vestito nuziale,

con un sì del cuore all’Amore.

Il Signore ci ha scelti per ricever e trasmettere la potenza dell’Amore suo.

Egli sia benedetto !

 

 

Venerdi 13 ottobre 2017 - XXVII sett. T.O. - Gl 1,13..2,12 - Lc 11, 15-26 - Badia Fiorentina - fr. Antoine-Emmanuel

 

TRIDUO EUCARISTICO – PRIMO GIORNO

100.mo anniversario dell’ultima apparizione della Vergine a Fatima


 

Il racconto del profeta Gioele ci presenta oggi una situazione devastante in Israele.

Una terribile carestia :

Devastata è la campagna,
piange la terra,
perché il grano è devastato,
è venuto a mancare il vino nuovo,
è esaurito il succo dell'olivo
. (Gl 1,10)

Carestia drammatica, anche perché non è più possibile offrire nessun sacrificio nel tempio.

Sono scomparse offerta e libazione dalla casa del Signore. (Gl 1,9)

Allora, dice Gioele, si è inaridita la gioia tra i figli dell'uomo. (Gl 1,12)

È il dramma di un popolo che non può più offrire niente a Dio.

È un popolo privo della gioia di alzare le mani verso Dio con un’offerta a Lui gradita.

Immensa sofferenza per l’Israele fedele che ama Dio...

 

Questo ci fa intravedere quanto noi cristiani di oggi siamo benedetti.

Siamo privi della possibilità di offrire a Dio un sacrificio a Lui gradito ?

No ! Ci viene concesso di offrirGli ogni giorno

Il Vero ed Unico Sacrificio d’Amore

che risponda all'ampiezza del Suo Amore di Padre.

Anche con qualche briciola di pane e qualche goccia d' acqua

- come si faceva nel lager di Auschwitz –

si può offrire a Dio la più bella offerta che ci sia :

quella di Gesù sulla croce.

La letizia e la gioia non mancano nella casa del nostro Dio ! (cfr. Gl 1,16).

L’Eucarestia è davvero il sacramento della gioia divina

perché è il sacramento della comunione.

Rompe l’isolamento dell’umanità !

Perché ?

Perché Gesù abbandonato ha preso su di sé ogni isolamento umano.

Ha preso su di sé ogni sofferenza senza orizzonte,

ogni vergogna senza luce,

ogni angoscia, ogni tristezza.

Ha preso su di sé ogni nostra chiusura nei confronti di Dio.

Nell' Eucarestia si trova la sorgente sempre viva della comunione !

 

Anzi, l’Eucarestia è La divina calamita.

Gesù Eucaristia ci attira a sé.

Ci attira nel suo sacrificio d’amore.

Ci attira nel cuore del Padre.

 

Perché veniamo all’Adorazione eucaristica ?

Perché vieni anche se hai molto da fare ?

Perché vieni anche quando sei un po' malato ?

Perché vieni anche quando non ne hai tanta voglia?

La ragione fondamentale non sarà

perché Gesù ci attira ?

È un' attrazione d’amore !

 

E perché ti capita di non venire ?

Perché non hai sentito,

o non hai voluto sentire,

la voce dello Sposo che amorosamente ti chiamava !

*

Ma, torniamo al testo del profeta Gioele.

Egli ci parla del Giorno del Signore,

un giorno, quello, di oscurità, di nube, di caligine.

Ora, questo non è un mito ...

È la realtà verso la quale ci porta l’arroganza dell’uomo contemporaneo

che gioca a Dio.

« Date l'allarme sul mio santo monte! » (Gl 2,1)

dice il profeta Gioele !

È ciò che a Fatima è avvenuto 100 anni fa.

Un grido di allarme portatoci dalla Vergine,

dalla Madre che ha premura dei suoi figli.

A Fatima come a Lourdes.

 

L’arroganza dell’umanità è offesa all’Amore di Dio,

e non può non avere conseguenze.

Fatima è stato un invito pressante

alla conversione, alla penitenza, alla riparazione ed alla preghiera.

 

Nella terza apparizione dell’Angelo ai tre pastorelli,

l’Angelo portava tra le mani « un calice sormontato da un'Ostia

da cui cadevano nel calice gocce di sangue.

Lasciando il calice e l'Ostia sospesi nell'aria,

l’Angelo si prostrò a terra e ripeté questa preghiera tre volte:

"SS. Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo,

vi adoro profondamente,

Vi offro il preziosissimo Corpo, Sangue, Anima e Divinità di Gesù Cristo,

presente in tutti i Tabernacoli del mondo,

in riparazione degli oltraggi, sacrilegi e indifferenze da cui Egli è offeso.

E per gli infiniti meriti del Suo Sacratissimo Cuore

e del Cuore Immacolato di Maria,

Vi chiedo la conversione dei poveri peccatori ".

Meditando tale apparizione,

si capisce quanto l' Adorazione eucaristica sia una missione.

Una preghiera che è missione.

Questo i fanciulli di Fatima l’hanno capito,

anche perché poi, alzatosi, l'Angelo prese il calice e l'Ostia.

Diede l'Ostia a Lucia e il contenuto del calice a Giacinta e a Francesco,

dicendo nello stesso tempo:

'Prendete e bevete il Corpo di Gesù Cristo,

orribilmente oltraggiato dagli uomini ingrati.

Riparate i delitti e consolate il vostro Dio ".

 

In una teologia fredda che indaga su idee e concetti su Dio,

la realtà della riparazione sembra superata, non più di moda.

Ma in una teologia irrigata dall’Amore,

la riparazione è una necessità del cuore,

una necessità dell’amore.

Chi ama lo sa.

 

Carissimi, ogni nostro vero inginocchiarci dinanzi a Gesù Eucarestia

è un atto di amore che non solo consola il cuore di Dio,

ma anche si irradia sul mondo, sulle anime !

 

Quando, con amore, tu dai del tuo tempo allo Sposo,

vivendo qui o altrove un’ora di adorazione,

quest’amplesso tra lo Sposo, Gesù, e la sposa che è l’anima tua

non può non irradiare raggi d’amore e di pace sulla città.

 

Tu scavi un misterioso pozzo di luce

che porta luce alle anime attorno a te.

 

L’Adorazione non è mai un atto individuale tra te ed il «tuo» Gesù.

Non è, non può essere una pietà individualistica :

Tu permetti a Gesù Eucaristia di dispiegare sul mondo la potenza del suo amore

di fermare le guerre,

di salvare le anime, ...

« Pregate, pregate molto; e fate sacrifici per i peccatori,

perché molte anime vanno all'inferno

perché non c'è chi si sacrifichi e interceda per loro »

disse la Madonna ai pastorelli il 13 agosto del 1917.

 

Concludiamo col Vangelo odierno che ci insegna che nella persona di Gesù

è venuto il Regno di Dio.

Gesù è nella piccola parabola l’Uomo più forte del demonio che lo vince,

gli strappa via l'armatura nella quale confidava e ne distribuisce il bottino. (cfr Luca 11,22).

E noi, nel cuore a cuore dell' Adorazione,

ci uniamo a questo combattimento.

Offriamo il nostro tempo, il nostro cuore, le nostre gioie, la nostra stanchezza,

talvolta le nostre lacrime,

perché la vittoria di Gesù possa compiersi oggi in ogni posto dove l’Amore non regna...

 

Quanto è prezioso il tuo stare con Gesù !

Puoi essere stanco,

puoi essere distratto,

puoi esser nel buio interiore senza nessuna consolazione,

ma ci sei !

Il Signore non aspettava idee belle, aspettava te !

Non conta per Lui la tua presenza ? Sì, conta moltissimo !

Solo perché sei tu !

Poi, se ci vai, mettendo il tuo cuore nel cuore di Maria,

se ci vai, chiedendo a Maria il suo cuore per amare Gesù come Lei lo ama ,

se ti affidi al cuore immacolato di Maria,

allora giungi ad una grande grande fecondità !

« Il mio cuore immacolato sarà il tuo rifugio - disse la Vergine a Lucia -

sarà la via che ti condurrà a Dio. »

Ed aggiunse il 13 luglio : « il mio cuore immacolato trionferà !»

Che splendida speranza !

 

Giovedi  12 ottobre 2017 - XXVII sett. T.O. - Mal 3,13-20 - Lc 11, 5-13 Badia Fiorentina - fr. Antoine-Emmanuel


 

È inutile servire Dio: che vantaggio abbiamo ricevuto

dall'aver osservato i comandamenti del Signore degli eserciti?

Dobbiamo invece proclamare beati i superbi che,

pur facendo il male, si moltiplicano

e, pur provocando Dio, restano impuniti". (cfr. Mal 3,14-15)

 

Carissimi, chi tra di noi non ha mai proclamato, con invidia, in cuor suo :

Beati i superbi

Beati i ricchi

Beati coloro che hanno successo

Beati coloro che non soffrono,...

 

Vi ricordate del salmo 73 :

« ho invidiato i prepotenti,
vedendo la prosperità dei malvagi.

Non c'è sofferenza per essi. (...)

Invano dunque ho conservato puro il mio cuore .» (Sal 73,3.4.13)

 

Ma tutto cambia quando si entra in un altro sguardo,

un’altra luce :

Riflettevo per comprendere, confida il salmista :
ma fu arduo agli occhi miei,

finché non entrai nel santuario di Dio
e compresi qual è la loro fine.

Ecco, li poni in luoghi scivolosi,
li fai precipitare in rovina.

Come sono distrutti in un istante,
sono finiti, periscono di spavento!
(Salmo 73,16..19)

 

Con quest’altro sguardo, tutto cambia.

Viene messo in luce il dramma di chi vive oggi nella corruzione,

e domani finirà nelle tenebre ... se io non prego.

 

Non è più l’ira che mi anima,

bensì una compassione rivestita di urgenza.

Quella solidarietà spirituale che l’angelo insegnò

ai pastorelli di Fatima :

«Mio Dio, io credo, adoro, spero e Ti amo.

Ti chiedo perdono per quelli che non credono,

non adorano, non sperano e non Ti amano». 

 

La « cattedra » di Fatima ci insegna quanto la nostra preghiera,

la nostra penitenza e tutto ciò che con amore offriamo

cosi povero, modesto, che possa essere

ha un impatto grande sulla salvezza delle anime.

E farà si che non ci verrà detto nell’ultimo giorno :

Dov'è Abele, tuo fratello? (Gen 4,9)

 

Un'offerta di sé piccola, ma animata da grande amore e fiducia

può cambiare la sorte di altre anime.

È ciò che il Vangelo odierno ci fa scoprire.

Vado nella notte della fede e busso alla porta del cuore di Dio

per chiedere la salvezza delle anime che sono più in pericolo.

E Dio mi esaudirà, a causa della mia «invadenza» dice il Vangelo.

Perché avrò chiesto non una piccola cosa,

bensì qualcosa che a Dio è costato niente meno che il sangue della croce.

 

Al Signore piace una domanda sproporzionata ai nostri meriti

e ben proporzionata all’amore suo.

 

Ad insegnarci questo è il buon ladrone.

Non aveva nessun merito per chieder la salvezza.

Anzi, considerava come giusto, come meritato, il suo morire in croce.

Ma ha avuto la schiettezza dell’umile

che chiede non secondo i propri meriti,

ma secondo l’infinita tenerezza di Dio.

"Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno".

E Gesù gli rispose: "In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso". (Luca 23,42-43)


Gesù, ricordati di coloro che sono immersi nella corruzione,

affinché siano con te in Paradiso.

Per loro, sorga il sole di giustizia con raggi benefici (cfr. Mal 3,20)

 

Carissimi, il sorger del sole di giustizia sulle anime

Dipende anche da noi, da te, da me.

Chiediamo e ci sarà dato, cerchiamo e troveremo, bussiamo e ci sarà aperto.

Perché chi chiede ottiene, chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto.

Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra?

Se dunque noi, che siamo cattivi, sappiamo dare cose buone ai nostri figli,

quanto più il Padre nostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!" (cfr. Luca 11,9-13)

E lo darà ancora di più se lo chiediamo per i più bisognosi di salvezza.

 

 Venerdì 6 ottobre 2017 -  XXVI sett. T.O. - Ba 1, 15-22 - Lc 10, 13-16 - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel


 

Corazin, Betsaida, Cafarnao.

Com’è Corazin oggi ? Un campo di ruderi con erbe folte

sulle colline sopra il lago di Galilea a nord-ovest.

Com’è Betsaida ? Delle rovine

che pochi visitano a nord del lago.

Com’è Cafarnao ? Delle rovine ben valorizzate

dai francescani ad ovest del lago.

 

Delle rovine…

Come se la storia volesse darci un segno

a conferma delle parole di Gesù’.

Queste città che hanno visto tanti miracoli

non sono fiorite, non si sono sviluppate

come Tiberiade che oggi e’ diventata una grande città.

 

I miracoli sono avvenuti,

ma la città non si e’ aperta al Vangelo.

Cafarnao pensava di essere innalzata al cielo

per la sua fama…

ma, dice Gesù, “sprofonderà nell’inferno”.

 

E le nostre città ?

E la nostra città ?

Ci sentiamo responsabili del destino storico ed escatologico di Firenze ?

Cosa avverrà di Firenze?

 

E’ questo un Vangelo che ci mette in discussione…

 

Senza dubbio, noi come cristiani,

non apparteniamo al mondo;

non dovremmo appartenere al mondo

in quanto realtà chiusa sul proprio orizzonte umano

che fa a meno di Dio.

 

Ma questo non essere dal mondo

ci spinge nel mondo con un senso di solidarietà spirituale fortissimo:

con quel prendersi cura della città

che fece piangere Gesù

quando si avvicinò a Gerusalemme.

 

Ci capita di piangere per l’offesa al Signore, la disubbidienza, il dispetto a Dio,

ben descritti nella prima lettura,

che le nostre città d’occidente “offrono” a Dio ?

E ci capita di esultare vedendo

tutto ciò che di amore, di solidarietà, di compassione

la città odierna sa vivere per la gloria di Dio ?

 

Cafarnao aveva ragione

quando desiderava essere innalzata al cielo!

Ma non prese la via giusta,

che e’ quella di fare spazio a Gesù

nell’orizzonte cittadino.

 

Ciò che “innalza” una città,

ciò che la rende umana, lieta, aperta alle diversità,

luogo di incontro e di amicizia,

rifugio dei poveri e degli emarginati

… è l’accoglienza che essa fa a Gesù.

 

Ogni città ha una vocazione nuziale.

Ha bisogno di Gesù,

ha bisogno del seme della sua Parola,

allora la città concepisce un'umanità rinnovata.

 

Cosa ha fatto Firenze con Gesù ?

L’ha messo nei musei, dietro le vetrine,

l’ha relegato nel passato.

Gesù e’ divenuto il modello affascinante degli artisti del passato…

 

Ma la Parola non si incatena.

Il Verbo fatto tacere risorge più vivo che mai

ed offre compassione e redenzione.

 

E come fa Gesù per tornare a camminare

sui marciapiedi e nelle botteghe di Firenze?

Ha scelto te, ha scelto me !

 

Se tu ti lasci bruciare dal Roveto Ardente

della Sua presenza eucaristica;

se ti lasci ferire nel cuore dalla spada della sua Parola,

allora tu divieni presenza di Gesù nella Firenze di oggi.

 

Lo sguardo tuo di compassione, di bontà, di tenerezza,

ma anche di giustizia e di verità,

racconterà ai fiorentini e ai visitatori

la presenza di Gesù

e il suo costante appello alla conversione.

 

Gesù ha bisogno dei tuoi piedi, delle tue mani,

del tuo volto e soprattutto del tuo cuore

per uscire dai musei e farsi vedere.

Tu sarai, saremo, gli strumenti di una rinnovata mattina di Pasqua

a favore di tutti coloro che ignorano

che il bel volto incontrato nel museo

e’ il volto più vivo che ci sia:

Il Volto di Colui che e’ Egli stesso la vita , la via e la verità.

 

Martedi 3 ottobre 2017 -XXVI sett. T.O. - Zc 8,20-23 – Lc 9,51-56 - Badia Fiorentina - fr. Antoine-Emmanuel


Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme. (Lc 9,51)

 

Sentire questo versetto non può non portarci alla gratitudine.

Ti ringraziamo, Signore Gesù,

perché hai preso la decisione di salire a Gerusalemme.

L’hai presa per me, per noi, per tutte le persone

che oggi abbiamo incontrato per strada.

Nella decisione tua, ci eravamo tutti.

È guardando a noi tutti, che hai scelto di consegnarti alla morte.

 

Che cosa renderò al Signore
per quanto mi ha dato?
Alzerò il calice della salvezza
e invocherò il nome del Signore.
A te offrirò sacrifici di lode
e invocherò il nome del Signore
. (Sal 116, 12..17)

 

Ora, per tradurre in parole questa decisione di salire a Gerusalemme,

Luca usa una espressione precisa :

 

Gesù indurì il proprio volto.

rese dura la propria faccia.

È questa una allusione al capitolo 50 di Isaia

Dove il servo di Dio confida che rende la propria faccia dura come pietra.

Perché ?

È un modo di proteggersi, un indurimento del cuore

per paura di soffrire ?

No !

È la manifestazione di una fiducia profonda nel Dio d’Israele.

Infatti, recita cosi :

Il Signore Dio mi assiste,
per questo non resto confuso,
per questo rendo la mia faccia dura come pietra,
sapendo di non restare deluso.

 

La decisione di Gesù non è une indurirsi,

bensì un affidarsi.


Per Gesù, l’obbedienza al Padre

è un consegnarsi all’amore del Padre.

Obbedisco con la certezza che nell’atto di obbedire

mi sarà data la forza.

Non resterò deluso...


Nella decisione di Gesù quindi, c’è la fermezza del proposito ma non c’è quella durezza, quella intransigenza che ci mettiamo noi a causa delle paure nostre.

Certo, Gesù ha anche provato tristezza e angoscia. (Mt 26,37)

Ma questa angoscia non si è mai trasformata in durezza.

 

Questo si vede nel modo in cui reagisce ai suggerimenti di Giacomo e Giovanni.

Gesù aveva mandato dei messaggeri davanti al suo volto

per fare i preparativi in un villaggio di samaritani

ai quali voleva portare il Lieto Annunzio.

Ora quei samaritani, vedendo che il volto di Gesù era orientato verso Gerusalemme,

non vollero riceverlo.

Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco del cielo a consumarli ?

chiedono Giacomo e Giovanni.

Cioè a dire : vuoi che li malediciamo ?


Gesù si voltò e li rimproverò.

Perche la decisione di Gesù era fatta con una fermezza intessuta di misericordia.

Niente maledizione.

Consegnarsi non è chiudersi.

La fermezza non è durezza.

La stella polare non è un ideale di consegna di se :

è l’amore.

 

Non è questo che ci attira misteriosamente nella persona di Gesù ?

La verità incontra la tenerezza.

Gesù non devia dalla verità e non devia dalla tenerezza.

In lui si incontrano la capacità di prender ferme decisioni

e la dolcezza, la mitezza.

 

Concludiamo con la prima lettura :

il profeta Zaccaria intravede il giorno

in cui le nazioni, i pagani, saranno meravigliati dal dono fatto ad Israele :

Dice il Signore degli eserciti: "In quei giorni, dieci uomini di tutte le lingue delle genti afferreranno un Giudeo per il lembo del mantello e gli diranno:

Vogliamo venire con voi, perché abbiamo compreso che Dio è con voi".


Questo, lo diciamo noi a Gesù :

Vogliamo venire con te, perché abbiamo compreso che Dio è con te,

perché abbiamo capito che Dio sei tu !

 

Perciò, vogliamo afferrare Gesù per il lembo del mantello...

Così da esser capaci anche noi di prendere decisioni con fermezza e misericordia,

Vogliamo venire con te per unire anche noi la fedeltà e la tenerezza...

 

E non solo afferreremo Gesù per il lembo del mantello,

ma ci lasciamo afferrare da lui,

ricevendo non il mantello Suo, ma il corpo Suo.

 

E se, anche noi, impariamo a metter insieme verità e tenerezza,

allora dieci uomini di tutte le lingue delle genti

ci afferreranno per il lembo del mantello e ci diranno:

Vogliamo venire con voi, perché abbiamo compreso che Dio è con voi.

 

Domenica 1 ottobre 2017 - XXVI Domenica T.O. A  - Un fratello della Badia

 

Domenica scorsa siamo stati chiamati a lavorare nella vigna di Dio, alcuni dalla prima ora, altri alla terza, nona ora e poi quelli dell’undicesima ora. Se siamo qua stamattina, è buon segno che noi vogliamo sempre rispondere positivamente al Signore. E Lui si rallegra di noi, della nostra presenza e vuole condurci più in là nella sua chiamata.

Ci è chiesto dunque a ciascuno stamattina: quale tipo d’operaio sei tu? Da parte di Dio, è più semplice, più chiaro. Ci vede come figli suoi, avete sentito: figlio, figlia, oggi va’ a lavorare nella vigna. Un figlio...una figlia è ben diverso da un bracciante della parabola di domenica scorsa. Un operaio a giornata è già contento del fatto di essere preso a giornata, avrà una paga alla fine del giorno. I figli del vignaiolo, vadano nella vigna o no rimarranno sempre figli, eredi. Certo... il padre sarebbe contento se i figli si interessassero alla vigna, per ora uno non ha voglia... pazienza! Da parte dei figli, non si tratta di una paga da ricevere alla fine del giorno, si tratta della gioia da dare al padre, di essere d’accordo con lui, di compiere la sua volontà, il che è loro proprio bene, della famiglia.

Ebbene Fratelli e Sorelle carissimi, la domanda rivolta a noi diventa più chiara, più precisa. Perché, per che cosa, per quale motivo siamo nella vigna del Signore? Per una paga oppure per la gioia di obbedire a Dio Padre, la gioia di collaborare alla sua opera di salvezza? Come vi lavoriamo in questa vigna? In quanto operaio oppure in quanto figlio o figlia ? Non ci illudiamo cari amici, qualche volta aspettiamo una specie di “paga” da Dio.

Lo sai Signore vado in chiesa tutte le domeniche, qualche volta anche in Badia Fiorentina ove la messa è lunga, do del mio tempo in parrocchia... ma...Signore...fa che il mio figlio riesca a scuola, che non succeda sfortuna ai miei... dacci pace in famiglia, che il mio marito smetta di gridare...

Guardate, carissimi, anche i doni celesti più elevati, la pace, gioia, salvezza... diventano “paga” dal momento che pensiamo di poter contraccambiare con Dio. Dove non c’è gratuità vera, c’è paga, c’è commercio... non c’è ancora dono gratuito d’amore.

Ma andiamo più in là nel disegno di Dio per noi, ove non si tratta di paga, contraccambio, ove siamo più liberi nei riguardi di Dio e dei suoi doni. Immaginiamoci direbbe S. Ignazio di Loyola, immaginiamoci presso Dio in quanti suoi figli, sforziamo di vederlo come nostro Padre amabile. Ed è lì che il vangelo vuole condurci. Vi si tratta di due figli, ben diversi, come i due figli di un altra parabola, quella del figlio prodigo che giustapponiamo qui per aiutarci di capire. Non cerchiamo di identificarsi all’uno oppure all’atro, nemmeno identificarsi con un terzo figlio ipotetico che avrebbe risposto come il secondo e agito come il primo. Non c’è un terzo figlio perché questi figli sono infatti 2 figure che rischiarano l’una l’altra.

Di questi due si tratta in realtà di un solo personaggio, si tratta di me, di ciascuno di noi in cui coesistono questi due figli. Un po’ sono io il primo figlio della nostra parabola, il figlio minore dell’altra parabola che trasgredisce la volontà del padre, se ne allontana e poi torna a casa dopo aver toccato il fondo della scelta sbagliata. Un po’ sono io il secondo figlio della nostra parabola, il figlio maggiore dell’altra parabola che obbedisce al padre, ma in cuor suo, invidia la “libertà” del figlio minore, del primo figlio che ha avuto coraggio di dire “NO” al padre e ha sperimentato, vissuto, gustato delle cose.

In realtà, questi figli sono in una stessa situazione: non conoscono davvero il loro padre. Hanno ancora una falsa idea di lui, cioè di un padrone severo contro il quale si deve ribellarsi oppure al quale ci si deve sottomettere servilmente. Devono cambiare la loro idea del padre, scoprire come lui è amore, liberamente dato e atteso.

E noi... a questo punto, che cosa dobbiamo fare? Si tratta di sapere come scoprire sempre più il vero volto di Dio. Lo si fa rendendo conto che come il secondo figlio della nostra parabola, il nostro SI a Dio è spesso con le labbra e che con il cuore, per le mani e le opere... gli diciamo NO più o meno. Lo si fa rendendo conto che qualche volta rispondiamo “si Signore” come a un padrone che ci fa paura, al quale non si può dire NO. Scopriamo sempre più il volto di Dio rendendo conto che come il primo figlio della nostra parabola, c’è in fondo di noi come un eco del “NO” a Dio di Adamo e Eva, perché come loro crediamo di sapere ciò che è meglio per noi

Se ci rendiamo conto che questi figli sono in noi, allora e solo allora possiamo davvero pentirci. Allora possiamo esercitare questa capacità inalienabile dell’uomo di convertirsi. Capacità di pentimento spiegata benissimo dal profeta Ezechiele in tutto il capitolo 18 di cui abbiamo sentito un brano nella 1ma lettura. Se il malvagio si converte... riflette, si allontana dalle colpe commesse...egli certo vivrà ! Nulla dice Ezechiele, ci può togliere totalmente questa facoltà, né i nostri peccati, nemmeno quelli degli antenati. Davanti a Dio, l’uomo avrà sempre l’occasione di pentirsi, mai è rinchiuso nei suoi peccati. Ecco carissimi, si scopre più in fondo il volto misericordioso di Dio rendendo conto delle nostre miserie, dei nostri peccati nascosti.

Guardate bene cari amici, l’umiltà del nostro Dio, ancor prima di farci sperare nel suo perdono, Lui già spera in noi, nella nostra capacità di pentirci. È da meditare questa. È solo nelle braccia di Dio Padre che scopriamo il suo vero volto, che è tenerezza, amore, misericordia. E possiamo entrarvi, in queste braccia, solo in quanto peccatori... figlia, figlio prodigo, buon ladrone, pubblicano, prostituta... come quelli che vi ci hanno preceduto. Solo allora nostro SI a Dio Padre sarà veritiero, in quanto passato dalla prova del NO. Un SI che raggiunge in Gesù il SI di Dio all’uomo e il SI dell’uomo a Dio.

Solo allora diciamo in verità... SI Padre voglio lavorare nella tua vigna per ricevere da te, portare frutto d’amore, comunione fraterna, tenerezza, carità, umiltà... gli stessi sentimenti di Cristo Gesù tuo Figlio...

Così sia per ciascuno di noi in questa Eucarestia...

 

Domenica 1 ottobre 2017 - XXVI sett. T.O. - Ez 18,25-28 – Fil 2,1-11 - Mt 21,28-32 - Eremo di Gamogna - fr. Antoine- Emmanuel
 

A che vigna lavoriamo? Quella del Signore o la nostra?

 

Lavoro per portare a Dio il frutto del mio lavoro?

Oppure, lavoro per ottenere un frutto per me?

 

Il vangelo odierno è chiaro... Dio ci chiama a lavorare alla sua vigna.

E questo costa sudore...

Non è di moda

Si lavora volentieri per la fama, per i soldi, per il proprio benessere

... ma per Dio?

 

Oggi, la chiamata è rinnovata.

A chi assomiglierò?

Al figlio che dice “Non ne ho voglia” ma ci va?

Al figlio che dice “eccomi”...e non va?

 

Pensate cosa vive il padre?

Avrà un giorno un Figlio che dice di sì e va?

 

Pensate alla sofferenza del padre

di fronte alla ingratitudine dei figli che siamo noi.

 

E' questa presa di coscienza che ha fatto sì

che il primo figlio si è pentito ed è andato a lavorare ?

Non voleva far soffrire il Padre che tutto ci ha donato ?

Voleva dare al Padre la gioia della propria obbedienza...

 

Questo è il reale pentimento :

voglio dare al Buon Dio la gioia di una risposta viva al suo Amore.

 

Chi ha vissuto una tale conversione?

Gesù ce lo dice: delle prostitute e dei pubblicani,

cioè delle persone che avevano un rapporto sbagliato

con il sesso e con il denaro.

 

Bisogna dire il vero: non è facile giungere

ad un rapporto sano con la propria sessualità.

Come...non è facile diventare liberi nei confronti dei soldi.

 

Eppure...è possibile, come testimoniano

molti convertiti...al tempo di Gesù come oggi.


La conversione è cosa possibile.

Non è mai una cosa impossibile,

perché Gesù ha preso su di sé

le peggiori schiavitù della nostra umanità.

A partire dalla schiavitù interiore:

l'amarezza profonda che ci fa ripiegare su di noi

e ci fa cercare forme di potere.

 

E' questa la croce: Gesù che si carica del male più profondo.

Lo fa suo.

Si copre della nostra vergogna,

e infonde in noi la sua luce, la sua libertà.

 

La Resurrezione di Gesù è la porta che apre per ognuno di noi

la possibilità concreta di una reale conversione...

 

Lavorare alla vigna del Signore,

lo possiamo sempre scegliere...e riscegliere.

 

Ezechiele ce l'ha detto: noi non siamo schiavi del nostro passato.

Dio non ci rinchiude negli sbagli e nei peccati del nostro passato.

Al contrario...desidera il nostro cambiamento di vita.

 

E' l'alleato della nostra conversione.

E' Lui stesso la forza – più che nucleare –

per frantumare le vecchie abitudini e farci diventare creature nuove.

 

Oggi possiamo quindi scegliere di lavorare

alla Vigna del Signore...

 

Ma cosa vuol dire:”lavorare alla Vigna del Signore”?

Vuol dire lavorare alla vigna dell'Amore.

Darci da fare per vivere il Vangelo dell'Amore.

E' ciò che San Paolo ci ha descritto oggi.

 

È un testo formidabile.

Che dice?

 

Prima, Paolo ci dice:

E' vero che in Gesù c'è una chiamata a vita nuova? Sì !

E' vero che in Gesù l'Amore ci raggiunge e ci chiama? Sì !

E' vero che nello Spirito Santo ci viene data

la comunione tra noi e una tenerezza piena di compassione per gli altri? Sì !

 

Allora, dice Paolo, non tralasciate quei doni !

Accogliete il dono di Cristo, datevi da fare, e il frutto sarà bello.

 

Cosa sarà il frutto? Giungerete ad una comunione di sentimenti fra voi.

Niente guerre neanche nascoste,

avrete un solo amore, un'anima sola.

Non ci saranno più quei conflitti che logorano la vita.

 

Non sarete più guidati dalla ricerca di vanagloria.

 

Ci sarà una cosa ancora più bella:

ognuno avrà la certezza interiore che l'altro è più prezioso di me.

Che la vita dell'altro è più preziosa della mia vita.

Non si cercheranno più i propri interessi bensì quelli degli altri.

 

A chi assomiglieremo? Al Figlio di Dio.

Al Figlio che dice di Sì al Padre e ci va a lavorare.

Al Figlio di Dio che per amore nostro si fa estremamente povero,

diviene vulnerabilissimo,

si spoglia di tutto ed anche di se stesso,

fino a morire sulla croce abbandonato da Dio...

Per portare al Padre il frutto della vigna,

cioè l'umanità, noi, redenti, salvati dall'amore suo.

 

Ecco il lavoro nella vigna....dare la propria vita per amore

lasciarsi spogliare dall'amore

Tutto perdere per portare gli altri al Padre.

È la grazia che oggi il Signore viene a effondere nei nostri cuori.

 

 Sabato 30 settembre 2017 - XXV sett. T.O. - Za 2, 5-9.14-5a - Lc 9, 43b-45 - Badia Fiorentina - fr. Antoine-Emmanuel


 

Impressionante...

 

Dalla giovinezza era muto, sordo, con crisi epilettiche tremende.

Si butta nel fuoco, nell’acqua, … come per suicidarsi.

Il padre non ne può più,

E non si parla della sofferenza della madre.

 

I discepoli di Gesù... non sono stati capaci di fare niente per lui…

È un dramma, sono anni di tragedia per questa famiglia.

 

Ora arriva Gesù dalle pendici del Monte Tabor.

E con una parola minaccia lo spirito maligno,

e il ragazzo è liberato.

 

Ma fu impressionante: il ragazzo è stato un momento come morto,

poi si e’ rialzato vivo, libero.

 

Tutti sono presi da stupore, è qualcosa che da’ i brividi.

Mai vista.

Un' opera di Dio che mette il santo timore nel cuore.

 

E’ immenso ciò che fa Gesù… con una semplicità straordinaria,

senza nessuna magia, senza effetti speciali.

Immenso !

 

… Ora ci dici che stai per essere consegnato

come un ladro, un brigante, un poveraccio?

Non possiamo capire,

non vogliamo capire!

Non vogliamo che l’opera di Dio avvenga attraverso il dolore.

Basta con il dolore, la sofferenza!

 

Eppure ci dici : “Mettetevi bene in mente queste parole: Il Figlio dell'uomo sta per esser consegnato in mano degli uomini…” (Lc 9,44)

 

Quanto ci risulta difficile accettare che la liberazione dell’umanità

passi attraverso la sofferenza,

la vergogna della croce.

 

Noi abbiamo paura di soffrire.

Di più, edifichiamo dei muri per non soffrire.

Prendiamo le distanze da coloro che amiamo

per paura di soffrire a causa dell’amore;

e da coloro che ci fanno soffrire per paura di soffrire di più.

 

Muri, muri… e diventiamo un’isola deserta.

Ci ritroviamo soli… con le nostre sofferenze.

 

Anche da Dio prendiamo le distanze,

perché abbiamo paura che il suo giudizio ci faccia soffrire,

che la sua croce ci sia dolorosa

e che frustri la nostra voglia di essere perfetti da noi stessi.

 

Un’isola deserta...

 

Eppure il Signore ci dice: non costruite muri…

Io sarò muraglia di fuoco attorno a voi.

E se lasci che il Signore sia lui stesso la tua protezione

allora avviene ciò che dice Zaccaria:

la gloria di Dio ti abiterà:

Se l’amore di Dio e’ il tuo muro di fuoco,

il fuoco dell’Amore ti brucerà anche dal di dentro.

 

La domanda è quindi: vuoi consegnarti all’amore di Dio ?

Accetterai che Lui sia la tua protezione ?

 

La sofferenza ci sarà, ma non ne avrai più paura

perché non sarai più solo.

 

Signore, ti presentiamo i muri saldi e compatti

che abbiamo costruito per proteggerci…

ti chiediamo di demolire quei muri.

Sii tu muro di fuoco attorno al mio cuore, alla mia vita, alla mia comunità.

Il nostro unico baluardo sia la tua tenerezza.

 

 venerdì 29 settembre 2017 - Santi Arcangeli - Dn 7, 9-10.13-14 - Jn 1, 47-51 Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel


 

E’ con immensa gratitudine al Signore

che si fa memoria degli Arcangeli e in modo speciale di San Michele.

 

Michele: MikaEl… “ Chi e’ come Dio? ”

 

Il suo nome e’ una domanda.

Il suo essere, la sua persona e’ una domanda.

Chi e’ come Dio ?

E’ il Puro Servo di Dio, che destabilizza chiunque vuol farsi uguale a Dio.

 

La grandezza di Michele sta nell’essere grande,

nell’essere Arcangelo, essere a capo di tutti gli angeli di Dio.

È un essere luminoso,

... ma che non perde mai il senso della Santità

assoluta di Dio.

 

Non vi e’ creatura spirituale, angelica,

più grande di lui…

ma non cerca mai di appropriarsi del mistero di Dio.

 

E’ tutto l’opposto dell’atteggiamento orgoglioso di Lucifero

… il che suscita tra l’uno e l’altro una guerra implacabile

raccontataci dal libro dell’Apocalisse.

 

Chi e’ come Dio ?

La risposta e’ Gesù… immagine del Padre Celeste,

icona della sua Sostanza, riflesso dell’eterna bontà del Padre,

Gesù e nessun altro senza Gesù.

 

Ed è di questo mistero che Michele e’ il garante, il difensore, il servo.

Michele e’ il protettore del mistero della Redenzione

che ci fa entrare nella piena somiglianza di Dio…

 

E’ perciò il protettore del Popolo di Dio, della Chiesa,

come si vede a Roma nel Castel Sant’Angelo

posto ai piedi del Monte Vaticano.

 

Se tu vuoi per diffidenza giocare a Dio…

troverai la spada di S. Michele sul tuo cammino.

 

Ma se tu vuoi per amore entrare nella somiglianza divina,

se tu vuoi amare come Gesù ama,

lodare come Gesù loda,

soffrire come Gesù soffre,

allora trovi in S. Michele un aiuto straordinario.

 

Quante volte io l’ho invocato, pregando il cosiddetto esorcismo di S. Michele.

Ed ho visto le forze del male lasciare la loro preda perché non sopportano

la verità di cui Michele e’ servo: … Chi e’ come Dio?…

 

In quanto servo del mistero della Redenzione,

Michele non può non essere a servizio della prima serva della Redenzione,

di Colei che si e’ consegnata perché la salvezza di Gesù possa raggiungerci :

Maria.

 

Sono certo che c’è una santa alleanza

tra il Principe degli Angeli e la Regina del cielo, la Madre di Dio.

 

Quando Maria Santissima si manifesta

come mediatrice della grazia, accorre Michele

perché niente vada perduto di questa mediazione.

 

Quando Maria si rivela nella sua compartecipazione

alla Redenzione, Michele si fa vicino

perché riceviamo la bellezza di tale rivelazione.

 

Quando Maria ci confida che lei e’ nostra avvocata

che rallegra il cuore di Dio e allontana la giusta ira conseguenza delle nostre disubbidienze,

Michele ci sprona a fidarci di tale dono…

 

Sempre con la sua domanda: Chi e’ come Dio ?

Chi crea come Dio crea ?

Chi ama come Dio ama ?

Chi da’ vita eterna fuorché Dio ?

Chi perdona come Dio perdona ?

 

E’ l’Angelo che ci riporta

nel mistero divino, nella sua Santità’.

 

Invochiamolo non solo per non entrare nella cultura odierna che gioca a Dio,

ma soprattutto per essere insieme a lui servi del Regno.

Affinché regni l’amore in terra come in cielo.

 

giovedì 28 settembre 2017 - XXV sett. T.O. - Ag 1,1-8 ; Lc 9,7-9  - Chiesa di San Paolo a Pistoia - fr. Antoine-Emmanuel

 

La Parola di Dio è di grande chiarezza oggi

Riflettete bene sul vostro comportamento”

Riflettiamo quindi bene sul nostro comportamento.

 

Perché capita che seminiamo molto e raccogliamo poco?

Perché capita che un salario lo si riceve,

ma è come se andasse in un sacchetto forato?

Perché ci stanchiamo molto negli impegni famigliari o parrocchiali

per un risultato che ci delude?

Perché ci nutriamo della Parola,

ci nutriamo anche dell'Eucarestia

e questo non ci toglie la fame?

 

Il Signore risponde schiettamente. C'è una ragione! C'è un perché...

Perché la casa del Signore è in rovina

mentre ognuno di voi si dà premura per la propria casa

Il Signore cioè ci dice: datevi da fare per costruire il tempio del Signore

... rinunciando a voi stessi;

allora tutto nella vostra vita troverà

il suo senso e la sua fecondità.

 

Costruire il Tempio del Signore”...

E' chiaro che non si tratta di un'opera edilizia.

Costruire il Tempio è mettersi più che mai al lavoro

nel cantiere delle relazioni fra di noi.

 

Noi siamo il tempio di Dio quando l'amore circola tra di noi.

Le pietre... siamo noi;

pietre imperfette, storte, con difetti.

Ma quando l'amore ci unisce diventiamo tempio.

 

La bellezza del tempio non è fatta di oro

o di pietre preziose.

Non è fatta di successo, di fama secondo il mondo.

La bellezza del tempio è la misericordia per chi mi fa soffrire,

la pazienza con chi mi dà sui nervi,

la bontà nei confronti di chi mi tradisce.

E' anche accogliere io la misericordia degli altri per i miei tradimenti,

la tenerezza degli altri per le mie fragilità.

 

Quando è che seminiamo molto e raccogliamo poco?

Quando l'amore nel nostro cuore

si affievolisce, si raffredda...

 

Diverse volte ho partecipato a delle preghiere per l'effusione dello Spirito Santo

e c'era sempre qualcosa che mi lasciava un po' deluso

finché ho capito che in quei momenti

non dovevo desiderare lo Spirito soltanto per me,

bensì chiedere la sua venuta sulla mia comunità, sulla Chiesa, sugli altri...

Finché ero centrato su di me, ero a disagio.

Quando invece ho cominciato ad appassionarmi all'unità, è venuta la vita, la gioia!

 

E' quello che ci chiede l'Antico Testamento:

Ama il prossimo come te stesso.

E Gesù ci porta più lontano, insegnandoci con la sua vita:

Ama il prossimo più di te stesso.

 

Con che preghiera Gesù è entrato nella Sua Passione?

Ha pregato “perché tutti siano una cosa sola,

come tu, Padre, sei in me, ed io in te.”(Gv 17, 21)

 

In Gesù l'Amore si è fatto carne...

Aveva ragione Erode a chiedersi:”Chi è costui?”

Perché Gesù non è soltanto un profeta come Elia o Geremia,

che ti indica la via dell'Amore.

E' l'Amore in persona.

L'Amore fattosi carne che dà fastidio all'Erode prepotente

che si annida nel mio cuore...

Come costruiremo il tempio tra di noi e con tutti?

Unendoci a Gesù...

E' lui la pietra angolare...

Senza di Lui nessun Tempio può reggere e gli sforzi umani sono delusi...

 

Avviciniamoci quindi, questa sera, a Lui, Gesù, Pietra viva,

rifiutata dagli uomini – quelli di ieri e quelli di oggi -

Pietra rifiutata, ma scelta e preziosa davanti a Dio;

Avviciniamoci quali pietre vive e saremo costruiti anche noi da Gesù

come edificio spirituale, per un sacerdozio santo.

Così potremo offrire sacrifici spirituali graditi a Dio

mediante Gesù Cristo.

Perché noi siamo il sacerdozio regale che Dio si

è acquistato, perché proclamiamo le opere ammirevoli

di Lui che ci ha chiamati dalle tenebre. (cf 1Pi 2,4-5)

alla sua luce meravigliosa. (cfr.1Pt 2,4...9)

 

 

Martedi 26 settembre 2017 - XXV sett. T.O. - Esd 6 7-20 - Lc 8, 19-21 - Badia Fiorentina - fr. Antoine-Emmanuel

 

Sabato, abbiamo ascoltato la parabola del Seminatore

con il richiamo ad offrire al piccolo seme della Parola di Dio

il cuore buono ed integro, il profondo delle nostre anime.


Ieri siamo stati chiamati a guardare in che modo

siamo soliti ascoltare la Parola.

Con la verifica: l'ascolto fa sì che io porti luce agli altri o no ?


L'Evangelista ora ci vuole dare un modello,

una persona che sarà un esempio per noi in questo atteggiamento di ascolto vero.

Meglio : non un modello, bensì il modello.

E quindi ci racconta un avvenimento semplice, quotidiano

del ministero di Gesù.

 

Siamo in Galilea, nella casa, secondo Matteo e Marco,

la casa dove Gesù era solito fermarsi a Cafarnao.

E c’era tanta gente.

Arrivano i famigliari di Gesù insieme alla Madonna,

ma non possono raggiungerlo.

Nella cultura ebraica di quest'epoca,

il legame con i famigliari è cosa fortissima, sacra.

Quindi quando dicono a Gesù:

“Tua madre e i tuoi fratelli sono fuori che ti cercano”,

è ovvio che dovrebbe o andare lui da loro

o far sì che possano raggiungerlo.

Ora...Gesù non si muove.

Perché? Perché ormai la Sua famiglia

si è estesa e trasformata.

I famigliari non sono quelli del sangue,

ma quelli che condividono un medesimo ascolto

obbediente della Parola.

 

E' l'obbedienza alla Parola

che ci rende membri di un'unica famiglia !

Mia madre e i miei fratelli sono coloro

che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica”.

Voi che siete qui ad ascoltare come discepoli,

se mettete in pratica la mia Parola,

ecco che saremo legati per la vita e per la morte,

nella vita presente e nella vita eterna,

da un legame di famiglia che non passerà mai.

 

E chi è la persona che è la prima ad ascoltare e metter in pratica la Parola?

“E' mia madre”.

Tra i veri ascoltatori, la prima è sempre Maria, la Madre di Gesù.

Gesù in questo brano non respinge Maria.

Al contrario.

La indica come la prima ascoltatrice obbediente alla Parola.

La prima e la madre di tutti.

 

Quanto Maria è stata in tutto obbediente alla Parola!

Prendiamo un esempio.

Diverse volte Gesù ha detto che chi vuol seguire Lui deve rinunciare a se stesso,

prendere la propria croce e seguirlo.

 

Questo, Maria fu la prima a farlo!

Maria rinunciò più che a lei stessa, rinunciò al proprio figlio;

acconsentendo alla sua morte in croce, per amore nostro.

Maria prese più che la propria croce...

prese pure la nostra croce,

assumendo una collaborazione alla redenzione

come nessuno ha fatto o farà.

Maria è la tutta obbediente... che ci indica la via dell'ascolto vero.

 

Ora a che Parola di Dio noi dobbiamo obbedire?

Non sarebbe quella consegnataci nella Prima Lettura?

 

Si tratta della ricostruzione del tempio di Dio.

Ora, non c'è più un tempio di pietre da ricostruire!

Qual è il vero tempio?

Siamo noi,

non come una somma di individui, ma come comunità eucaristica.

Ciò che ci fa essere tempio di Dio

è la qualità delle relazioni fra noi.

Quando ci sono state divisioni, ira, conflitti...

la ricostruzione è necessaria.

E per ricostruire per bene, si deve ripartire da una base solida, kerigmatica.

 

Il cantiere relazionale del Popolo della Badia

non è che deve ripartire dal kerigma?

Dall'essenziale del mistero della fede?

 

Coraggio Zorobabele, coraggio Giosuè !

Al lavoro,

perché io sono con voi.

Il mio spirito sarà con voi, non temete. (cf Aggeo 2,4-5)

 

Non sarebbe questa la Parola cui obbedire insieme ?

insieme a Maria Santissima ?

 

Domenica 24.09.2017 XXV settimana T.O - un fratello della Badia

 

Oggi in tutta la diocesi di Firenze è la Domenica della Parola auspicata dal Papa Francesco nella sua lettera apostolica Misericordia et misera (n°7) per rinnovare l’impegno per la conoscenza, l’approfondimento della Sacra Scrittura.

 

Rendersi conto cioè come la Parola di Dio é veramente sorgente di vita, luce, gioia, amore... per la nostra vita di ogni giorno.

Vedere come il nostro vangelo stamattina sui primi e ultimi arrivati nella vigna di Dio può far luce per esempio, sulla vicenda della legge ius soli… sui primi e ultimi arrivati in Italia.

Vedere cioè che alla fin fine, in ultima analisi, siamo tutti arrivati... chiamati all’esistenza... qui in Italia o altrove. Nessuno di noi ha scelto dove nascere, in quale famiglia, religione...

Ciò che conta davvero è la bontà del Signore che chiama alla vita a tutte le ore.

L’importante è riconoscere i doni che abbiamo ricevuti, riconoscere il DONATORE per poi condividere ciò che abbiamo e ciò che siamo.


 

Cantiamo Colui che per il battesimo ci ha resi non solo operai nella vigna di Dio ma anche figli e eredi della vita eterna.

 

Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri dichiara il Signore. Di quale vie e pensieri di Dio ne parla qui? Si tratta del tema della parabola che è la giustizia di Dio. Se ne parla all’inizio... quello che è giusto ve lo darò... a metà della storia ... i primi arrivati mormoravano contro la giustizia strana del padrone, eppoi alla fine quand’essi risponde... amico, non ti faccio torto.

 

La giustizia di Dio è altra, supera, sovrasta quella degli uomini. La vediamo all’opera in questa parabola assai trasparente. Il padrone è Dio, gli operai sono gli uomini, lavorare nella vigna è mettersi al servizio della volontà di Dio, la giornata di lavoro è il tempo della nostra vita su terra, la sera - la sua fine e la paga, il giudizio che ci aspetta.

 

Questa giustizia è di natura diversa in quanto quella degli uomini si misura secondo il mérito o demerito: colui che ha lavorato 1 ora deve ricevere la paga di 1 ora. La misura della giustizia di Dio è superiore, non è ingiusta, arbitraria ma è secondo il bisogno dell’uomo per vivere. Un denaro al giorno era la paga minima all’epoca, di cui ha bisogno un operaio per far vivere la sua famiglia per un giorno. Il padrone prende cura degli operai e vuole che gli ultimi venuti possono vivere anche loro come i primi venuti.

 

La giustizia di Dio non considera la sufficienza dei nostri meriti, bensì l’insufficienza di questi. La giustizia degli uomini è cieca, appunto rappresentata da una donna bendata. Cerca l’uguaglianza tra gli uomini. Per Dio la giustizia non è cieca perché Lui vede il fondo di ogni uomo, considera ciascuno di noi per quello che siamo in verità, tenendo conto dei nostri bisogni per vivere degnamente come figli di Dio.

 

A chi Gesù indirizzava questa parabola? A coloro che sono in pericolo di rinchiudere la giustizia in una idea troppa umana, nel suo tempo gli scribi e farisei che guardano con occhio critico la misericordia mostrata da Gesù a favore dei pubblicani, prostitute e altri peccatori noti. Gesù sperava che questi farisei imparassero, conoscessero la giustizia misericordiosa di Dio Padre.

 

Al tempo dell’evangelista Matteo a chi era indirizzata questa parabola? Ai cristiani di origine ebraica che guardano con sfavore i pagani ammessi “facilmente” tra i credenti... senza circoncisione, senza aver supportato il peso della legge di Mosé, accogliendo solo il vangelo. Quei cristiani devono imparare che la grazia di Dio è per tutti gli uomini e non solo per Israele.

 

Nel nostro tempo, a chi Gesù indirizza questa parabola? Ad alcuni di noi che sono in pericolo non solo di rinchiudere la grazia, la giustizia in una misura troppa umana ma anche in pericolo di “capitalizzare” i doni spirituali ricevuti. Questa parabola è per coloro che lavorano nella vigna di Dio da lungo tempo, da sempre... e che rischiano di vedere negativamente gli ultimi venuti nella scena ecclesiale: carismatici, neo-catecumenali, movimenti laicali, nuove comunità un po’ trionfanti. Questa parabola è per alcuni di noi che lavoriamo sotto il peso delle esigenze della vita cattolica da quando siamo piccoli e rischiano di vedere negativamente i nuovi convertiti, ricomincianti che vivono la loro nuova fede senza complessi, lanciandosi nella vita spirituale a grandi passi, arditi nella testimonianza, generosi nell’impegno, sembrano graditi dal Signore per i frutti spirituali che portano. Questa parabola è per coloro che rischiano di vedere ciò che hanno - fede, speranza, carità - come beni meritati. Rischiano di dimenticare che questi sono sempre doni continuamente e gratuitamente ricevuti.

 

Tutto questo discorso può essere riassunto in due parole: paga o dono. Come vediamo ciò che abbiamo, i nostri beni materiali e spirituali? Compresa la cittadinanza... Li vediamo come doni gratuiti da Dio oppure come beni ricevuti perché li abbiamo meritati? Per i primi venuti il rischio è grande di vederli come beni meritati. Per gli ultimi venuti il rischio è meno perché è ovvio che sono doni immeritati.

 

Spunta allora la domanda ipotetica: quale vantaggio c’è, che senso ha lavorare presto nella vigna di Dio? Se il Signore dona la grazia, la salvezza anche all’ultimo arrivato come il buon ladrone, non è forse meglio fare tutto quel che voglio poi convertirmi dopo... verso la fine? Dicevo ipotetica, perché spero che non ci sia tra noi chi ci pensa davvero. Quelli di fuori sì, pensano spesso così...mi pentirò alla fine...per ora, viviamo, godiamo della vita... Il problema è che.... non si sa mai quando e come arriverà la fine, se davvero avrò tempo per convertirmi.

 

Non siamo carissimi, come il figlio maggiore della parabola del figlio prodigo che invidiava il fratello minore fuori casa, lontano dal padre. Pensava che egli fosse felice, fortunato...col suo denaro, divertimenti, vivere senza regole, senza il padre che dice cosa fare, non fare, come farlo, quando farlo... Non sapeva che fuori casa, lontano dal padre, il figlio minore viveva nell’illusione, alienazione e finalmente nell’avvilimento totale. Fuori della vigna del Signore, cosa c’è? Certo, ci sono le cose buone del creato dato da Dio a tutti, ma con il peccato c’é anche incertezza, inquietudine, insicurezza, brancolare nel buio...come va a finire tutta questa vicenda...la mia vita, la storia del paese, dell’umanità... crisi economica, crisi migratoria, climatica... sopratutto... che cosa mi aspetta aldilà?

 

Accostiamoci all’Eucarestia con umiltà, senza pretese, come gli ultimi arrivati nella vigna del Signore, quelli dell’undicesima ora...riconoscenti al padrone che ci ha chiamati all’esistenza, alla vera vita nel suo Regno. Questa Eucarestia faccia conoscere sempre più a tutti noi la giustizia misericordiosa di Dio, rendendoci sempre più misericordiosi, accoglienti, generosi gli uni per gli altri. Questa Eucarestia rinnova sempre più in noi la gioia di trovarsi all’interno del’ovile del Buon Pastore, di lavorare nella vigna di Dio, partecipare all’annuncio del vangelo della vera vita e dire con Paolo… per me vivere è Cristo.

 

Domenica 17.09.2017 – Mt 17,21-35 - Badia Fiorentina - fr. Antoine-Emmanuel


« Il Regno di Dio è simile a … »

Quando si sentono tali parole dalla bocca di Gesù,

il nostro cuore si apre!

Perché stiamo per capire meglio cosa avviene quando Dio regna,

quando l’Amore regna.

È come un cammino di luce che si apre

e che porterà le anime nostre alla vita alla quale tutti aneliamo.

 

Il Regno di Dio, quindi, è simile ad un servo indebitato che si trova dinnanzi al Re.

Il suo debito è enorme : milioni di Euro...

Rimborsare subito è impossibile...

Allora chiede pazienza.

Il Re dice di si ?

No !

Il Re gli da molto di più !

Ha chiesto pazienza ... e riceve misericordia !

Il Re « condonò il debito ».

Questo re non si mostra generoso, bensì smisurato nell’amore.

 

Carissimi, dove Dio regna, regna la smisuratezza nell’amore!

E questo ci spiazza.

Perché non siamo abituati a questa smisuratezza.

Non la comprendiamo.

La nostre cultura non comprende, anzi spesso condanna, la smisuratezza nell’amore.

Anche nelle nostre famiglie, non regna tale smisuratezza.

Entrarci è un cambio culturale immenso.

 

Però, non è che non siamo generosi!

Anzi, tutti assomigliamo a Pietro :

vogliamo esser generosi nell’amore e nel perdono!

Era davvero bella la generosità di Pietro:

perdonare 7 volte al fratello!

Perdonare chi mi umilia anche una sola volta ci risulta difficile,

soprattutto quando chi mi offende è una persona cara.

Ma perdonare 7 volte... è eroico!

Sette volte uno mi prende in giro, e lo perdonerei ?

Sette volte uno mi manca di rispetto, e lo perdonerei ?

 

Ma Pietro ha ben capito che Gesù ci chiede tale generosità.

Pietro non ha soltanto ascoltato le parole di Gesù:

ha visto la misericordia di Gesù:

Ha visto come si prende cura delle persone povere

Ha visto come fa misericordia a Giuda.

Ha visto come non chiude mai il cuore ai farisei ed ai dottori della legge.

E vuol fare come Gesù !


Fino a 7 volte !

Ma oltre 7 volte, il rancore e la vendetta si capiscono, sono giuste ! No ?

In altri termini, Amore e misericordia : Si !

Ma... c’è un limite alla misericordia !

Lo richiede la giustizia !

 

Cosa risponde Gesù ?

« Bravo Pietro !» ? No !

Risponde : « Non ti dico fino a sette volte,

ma fino a 70 volte 7.»

Pietro, non mettere limite all’amore !

Non pensare che oltre una certa cifra il rancore sia giusto...

La giustizia non entra quando la misericordia ha raggiunto il suo limite.

La giustizia deve sempre esser presente.

Perdonare non significa far come se l’offesa non esistesse.

Ci vuole la verità dei fatti, ci vuole la giustizia.

E la misericordia non cancella la giustizia,

la porta al suo vero compimento.

 

Ma come possiamo perdonare 70 volte 7?

Nessuno di noi ne è capace !

Il nostro cuore è limitato... non si può allargare all’infinito !


Qui, va ascoltata la Parabola:

Puoi perdonare perché tu per primo sei stato perdonato.

No! Non «sei stato», ma sei continuamente perdonato da Dio.

Dal cuore di Dio sgorga continuamente

Il condono di un debito d’amore immenso.

Se le offese tra noi uomini sono come, diciamo, 100 Euro,

il debito d’amore nostro di fronte a Dio ammonta a milioni d’Euro!

Con me, con te, Iddio non ha messo misure all’amore !

Abbiamo oramai un capitale d’Amore immenso

che incessantemente riceviamo.

Occorre investirlo !

Meglio: attingervi e donare gratuitamente e senza misura.

Non è che l’amore di Dio per noi si spegnerà

se noi siamo misericordiosi oltre misura con noi stessi e con gli altri !

Al contrario: più perdoni tu, più l’amore di Dio trova posto dentro di te !

Più ti vuoti nell’amore, più entri nel vuoto d’amore che è il segreto della vera gioia !

 

Ma qui, entra una difficoltà.

Perché il Libro del Siracide che abbiamo sentito

insiste sulla necessità di rinunziare alla collera ?

Perché abbiamo una fastidiosa tendenza a attaccarci alle nostre collere.

Alimentiamo delle erbe amare dentro di noi,

e sembra che non siamo in grado di far a meno di quest’amarezza.

Come se fosse una protezione, una difesa...

Ma Dio non coabita con l’amarezza del cuore.

Dio non coabita con il cattivo spirito critico.

Dio non coabita con il rancore.

Sono tutte realtà alle quale dobbiamo aver il coraggio di rinunziare.

Le erbe amare del mio e tuo cuore vanno gettate nel fuoco della Misericordia divina

mediante il sacramento del Perdono.

 

Allora, che si fa con le offese ricevute,

se non ci è consentito alimentare il rancore?

Qui ci risponde San Paolo nella seconda lettura.

Ecco : Sei battezzato?

Si!

Allora, dice Paolo ai cristiani di Roma :

« Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore. »

Cioè a dire :

Ciò che nel tuo quotidiano ha sapore di vita, di gioia, di felicità,

vivilo «per il Signore».

Ne fai un’offerta piena di amore a Gesù !

E ciò che nel tuo quotidiano ha sapore di sofferenza, di umiliazione, di morte,

vivilo «per il Signore».

Ne fai pure un’offerta piena di amore a Gesù !

Quindi, le 7, 8 o più offese, le vivi «per il Signore».

Le offri a Gesù.

Non c'è niente che tu offri a Gesù che Lui riceverà come una cosa da quattro soldi che Egli disprezzerà.

No!

Tutto ciò che tu offri a Gesù è per lui dono prezioso,

per una sola ragione:

perché viene da te.

Perché vien dal diletto suo, dalla diletta sua, che sei tu.

Allora, tutto nel tuo vivere diviene Eucarestia.

Tutto diviene la tua Messa.

 

In altri termini :

L’offesa che trattieni dentro di te e che nutre il rancore ti uccide l’anima.

Ma l’offesa che offri a Gesù ti santifica, ti dona la vita.

 

A Gesù offriamo tutto...

Per le mani di Maria, sempre.

 

venerdì 8 settembre 2017 - Mt 1,1-23 - Badia Fiorentina - fr.Antoine Emmanuel

 

«Benvenuti, fratelli, benvenute, sorelle !

Santa Maria del Fiore stende su di voi il mantello della sua misericordia,

affinchè, sempre più conformi al Fiore che è Gesù,

diventiate fiori profumati splendidi nel giardino della nostra Chiesa ! »

Così ci accolse il Cardinale Silvano Piovanelli in Duomo, 19 anni fa !

Era un invito chiaro a lasciarci coprire dal mantello della tenerezza di Maria Santissima.

Metterci insieme sotto il suo mantello...

Trovarci sostegno, compassione e misericordia !

Ecco ciò che possiamo far di nuovo in quest’oggi,

perché celebrare la natività di Maria

significa ricevere di nuovo Maria come dono.

Dono preziosissimo, vero ?

 

«Non temere di prendere con te Maria, tua sposa». (Mt 1,20)

Non temiamo di prendere con noi Maria.

La sua santità non la rende distante da noi.

Al contrario: la sua santità, la verginità e la giovinezza del suo cuore

la rendono vicina, vicinissima al tuo cuore, alla tua vita,

a tutto ciò che fa il tuo quotidiano.

 

Come San Bernardo sul quadro del Lippi,

alziamo lo sguardo e contempliamo il volto luminoso di Maria

che ci viene incontro.

 

Ci viene incontro per condurci,

perché diventiamo insieme un popolo santo.

Come Padre Pierre-Marie scrisse con audacia nel Libro di vita :

È Maria che guida il cammino che porta dalla Gerusalemme terrena a quella celeste.

Ci guida insieme, come popolo.

 

« Quelli che (Iddio) da sempre ha conosciuto, li ha anche predestinati

a essere conformi all’immagine del Figlio suo,

perché egli sia il primogenito tra molti fratelli e sorelle.» (Rm 8,29)

 

Ecco ciò che chiediamo a Maria :

di guidarci perché diventiamo ciascuno

quel riflesso unico ed irripetibile di Gesù

che siamo chiamati a diventare.

Tutti «conformi all’immagine» di Gesù.

Tutti ed insieme.

 

Il più bel riflesso di Gesù non è solamente quello che diverraì,

ma quello che diventeremo.

Diventeremo insieme Gesù !

Un unico corpo.

Un corpo vivo.

Diventeremo Gesù che si china con amore sul mondo di oggi.

 

Sostenuti dall’amore materno di Maria,

diventeremo come popolo santo della Badia

una presenza viva di Gesù che si prende cura

dei tanti che soffrono e muoiono di anoressia spirituale;

dei tanti che sono « stanchi della trascendenza»

perché della trascendenza hanno un’immagine triste e brutta.

 

Com’è bella la nostre vocazione di cristiani,

di popolo santo della Badia :

Far vedere Gesù !

Questo, per mezzo di una vita convertita alla misericordia.

Una vita che non ha più paura della fragilità e della piccolezza.

Anzi, una vita in cui la debolezza diventa la nostra forza, la nostra gloria.

 

Maria santissima non è madre di una vita intessuta di successi e di gloria umana:

È madre della vita tua con tutta la tua fragilità,

con le tue incertezze, le tue angosce, i tuoi fallimenti.

 

Maria ci insegna a riconoscere Gesù dentro i fallimenti,

dentro la fragilità,

ed a amarlo, a stringerlo,

e, quindi, a diventare un riflesso vivo della sua presenza,

insieme, come popolo rinnovato e saldato dalla divina misericordia.

 

Carissimi,

non temiamo di prendere Maria come madre,

di metterci sotto il suo mantello di misericordia,

non per separarci dal mondo di oggi,

bensì per diventare il dono che Dio vuole che siamo al mondo odierno.

Le mani sante di Maria ci accolgono per lenire le nostre anime e donarci, rinnovati, al mondo

Il cuore immacolato di Maria ci accoglie per purificarci e donarci, pacificati, al mondo.

 

Maria Santissima, in questa Badia, ti cantiamo con gioia :

Donna, se' tanto grande e tanto vali,
che qual vuol grazia e a te non ricorre,
sua disïanza vuol volar sanz'ali.

E, come non vogliamo volare senza ali,

a te ricorriamo e ti offriamo il nostro cuore

così da ricever il tuo !

Amen.

 

 

 

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