sito delle Fraternità Evangeliche

di Gerusalemme di Firenze

 

OMELIE anni 2017-18

            Santa Maria Assunta alla Badia Fiorentina  

 

   

 

Giovedi  12 ottobre 2017 - XXVII sett. T.O. - Mal 3,13-20 - Lc 11, 5-13 Badia Fiorentina - fr. Antoine-Emmanuel


 

È inutile servire Dio: che vantaggio abbiamo ricevuto

dall'aver osservato i comandamenti del Signore degli eserciti?

Dobbiamo invece proclamare beati i superbi che,

pur facendo il male, si moltiplicano

e, pur provocando Dio, restano impuniti". (cfr. Mal 3,14-15)

 

Carissimi, chi tra di noi non ha mai proclamato, con invidia, in cuor suo :

Beati i superbi

Beati i ricchi

Beati coloro che hanno successo

Beati coloro che non soffrono,...

 

Vi ricordate del salmo 73 :

« ho invidiato i prepotenti,
vedendo la prosperità dei malvagi.

Non c'è sofferenza per essi. (...)

Invano dunque ho conservato puro il mio cuore .» (Sal 73,3.4.13)

 

Ma tutto cambia quando si entra in un altro sguardo,

un’altra luce :

Riflettevo per comprendere, confida il salmista :
ma fu arduo agli occhi miei,

finché non entrai nel santuario di Dio
e compresi qual è la loro fine.

Ecco, li poni in luoghi scivolosi,
li fai precipitare in rovina.

Come sono distrutti in un istante,
sono finiti, periscono di spavento!
(Salmo 73,16..19)

 

Con quest’altro sguardo, tutto cambia.

Viene messo in luce il dramma di chi vive oggi nella corruzione,

e domani finirà nelle tenebre ... se io non prego.

 

Non è più l’ira che mi anima,

bensì una compassione rivestita di urgenza.

Quella solidarietà spirituale che l’angelo insegnò

ai pastorelli di Fatima :

«Mio Dio, io credo, adoro, spero e Ti amo.

Ti chiedo perdono per quelli che non credono,

non adorano, non sperano e non Ti amano». 

 

La « cattedra » di Fatima ci insegna quanto la nostra preghiera,

la nostra penitenza e tutto ciò che con amore offriamo

cosi povero, modesto, che possa essere

ha un impatto grande sulla salvezza delle anime.

E farà si che non ci verrà detto nell’ultimo giorno :

Dov'è Abele, tuo fratello? (Gen 4,9)

 

Un'offerta di sé piccola, ma animata da grande amore e fiducia

può cambiare la sorte di altre anime.

È ciò che il Vangelo odierno ci fa scoprire.

Vado nella notte della fede e busso alla porta del cuore di Dio

per chiedere la salvezza delle anime che sono più in pericolo.

E Dio mi esaudirà, a causa della mia «invadenza» dice il Vangelo.

Perché avrò chiesto non una piccola cosa,

bensì qualcosa che a Dio è costato niente meno che il sangue della croce.

 

Al Signore piace una domanda sproporzionata ai nostri meriti

e ben proporzionata all’amore suo.

 

Ad insegnarci questo è il buon ladrone.

Non aveva nessun merito per chieder la salvezza.

Anzi, considerava come giusto, come meritato, il suo morire in croce.

Ma ha avuto la schiettezza dell’umile

che chiede non secondo i propri meriti,

ma secondo l’infinita tenerezza di Dio.

"Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno".

E Gesù gli rispose: "In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso". (Luca 23,42-43)


Gesù, ricordati di coloro che sono immersi nella corruzione,

affinché siano con te in Paradiso.

Per loro, sorga il sole di giustizia con raggi benefici (cfr. Mal 3,20)

 

Carissimi, il sorger del sole di giustizia sulle anime

Dipende anche da noi, da te, da me.

Chiediamo e ci sarà dato, cerchiamo e troveremo, bussiamo e ci sarà aperto.

Perché chi chiede ottiene, chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto.

Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra?

Se dunque noi, che siamo cattivi, sappiamo dare cose buone ai nostri figli,

quanto più il Padre nostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!" (cfr. Luca 11,9-13)

E lo darà ancora di più se lo chiediamo per i più bisognosi di salvezza.

 

Martedi 3 ottobre 2017 -XXVI sett. T.O. - Zc 8,20-23 – Lc 9,51-56 - Badia Fiorentina - fr. Antoine-Emmanuel


Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme. (Lc 9,51)

 

Sentire questo versetto non può non portarci alla gratitudine.

Ti ringraziamo, Signore Gesù,

perchè hai preso la decisione di salire a Gerusalemme.

L’hai presa per me, per noi, per tutte le persone

che oggi abbiamo incontrato per strada.

Nella decisione tua, ci eravamo tutti.

È guardando a noi tutti, che hai scelto di consegnarti alla morte.

 

Che cosa renderò al Signore
per quanto mi ha dato?
Alzerò il calice della salvezza
e invocherò il nome del Signore.
A te offrirò sacrifici di lode
e invocherò il nome del Signore
. (Sal 116, 12..17)

 

Ora, per tradurre in parole questa decisione di salire a Gerusalemme,

Luca usa una espressione precisa :

 

Gesù indurì il proprio volto.

rese dura la propria faccia.

È questa una allusione al capitolo 50 di Isaia

Dove il servo di Dio confida che rende la propria faccia dura come pietra.

Perchè ?

È un modo di proteggersi, un indurimento del cuore

per paura di soffrire ?

No !

È la manifestazione di una fiducia profonda nel Dio d’Israele.

Infatti, recita cosi :

Il Signore Dio mi assiste,
per questo non resto confuso,
per questo rendo la mia faccia dura come pietra,
sapendo di non restare deluso.

 

La decisione di Gesù non è une indurirsi,

bensì un affidarsi.


Per Gesù, l’obbedienza al Padre

è un consegnarsi all’amore del Padre.

Obbedisco con la certezza che nell’atto di obbedire

mi sarà data la forza.

Non resterò deluso...


Nella decisione di Gesù quindi, c’è la fermezza del proposito ma non c’è quella durezza, quella intransigenza che ci mettiamo noi a causa delle paure nostre.

Certo, Gesù ha anche provato tristezza e angoscia. (Mt 26,37)

Ma questa angoscia non si è mai trasformata in durezza.

 

Questo si vede nel modo in cui reagisce ai suggerimenti di Giacomo e Giovanni.

Gesù aveva mandato dei messaggeri davanti al suo volto

per fare i preparativi in un villaggio di samaritani

ai quali voleva portare il Lieto Annunzio.

Ora quei samaritani, vedendo che il volto di Gesù era orientato verso Gerusalemme,

non vollero riceverlo.

Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco del cielo a consumarli ?

chiedono Giacomo e Giovanni.

Cioè a dire : vuoi che li malediciamo ?


Gesù si voltò e li rimproverò.

Perche la decisione di Gesù era fatta con una fermezza intessuta di misericordia.

Niente maledizione.

Consegnarsi non è chiudersi.

La fermezza non è durezza.

La stella polare non è un ideale di consegna di se :

è l’amore.

 

Non è questo che ci attira misteriosamente nella persona di Gesù ?

La verità incontra la tenerezza.

Gesù non devia dalla verità e non devia dalla tenerezza.

In lui si incontrano la capacità di prender ferme decisioni

e la dolcezza, la mitezza.

 

Concludiamo con la prima lettura :

il profeta Zaccaria intravede il giorno

in cui le nazioni, i pagani, saranno meravigliati dal dono fatto ad Israele :

Dice il Signore degli eserciti: "In quei giorni, dieci uomini di tutte le lingue delle genti afferreranno un Giudeo per il lembo del mantello e gli diranno:

Vogliamo venire con voi, perché abbiamo compreso che Dio è con voi".


Questo, lo diciamo noi a Gesù :

Vogliamo venire con te, perché abbiamo compreso che Dio è con te,

perchè abbiamo capito che Dio sei tu !

 

Perciò, vogliamo afferrare Gesù per il lembo del mantello...

Così da esser capaci anche noi di prendere decisioni con fermezza e misericordia,

Vogliamo venire con te per unire anche noi la fedeltà e la tenerezza...

 

E non solo afferreremo Gesù per il lembo del mantello,

ma ci lasciamo afferrare da lui,

ricevendo non il mantello Suo, ma il corpo Suo.

 

E se, anche noi, impariamo a metter insieme verità e tenerezza,

allora dieci uomini di tutte le lingue delle genti

ci afferreranno per il lembo del mantello e ci diranno:

Vogliamo venire con voi, perché abbiamo compreso che Dio è con voi.

 

Domenica 1 ottobre 2017 - XXVI Domenica T.O. A  - Un fratello della Badia

 

Domenica scorsa siamo stati chiamati a lavorare nella vigna di Dio, alcuni dalla prima ora, altri alla terza, nona ora e poi quelli dell’undicesima ora. Se siamo qua stamattina, è buon segno che noi vogliamo sempre rispondere positivamente al Signore. E Lui si rallegra di noi, della nostra presenza e vuole condurci più in là nella sua chiamata.

Ci è chiesto dunque a ciascuno stamattina: quale tipo d’operaio sei tu? Da parte di Dio, è più semplice, più chiaro. Ci vede come figli suoi, avete sentito: figlio, figlia, oggi va’ a lavorare nella vigna. Un figlio...una figlia è ben diverso da un bracciante della parabola di domenica scorsa. Un operaio a giornata è già contento del fatto di essere preso a giornata, avrà una paga alla fine del giorno. I figli del vignaiolo, vadano nella vigna o no rimarranno sempre figli, eredi. Certo... il padre sarebbe contento se i figli si interessassero alla vigna, per ora uno non ha voglia... pazienza! Da parte dei figli, non si tratta di una paga da ricevere alla fine del giorno, si tratta della gioia da dare al padre, di essere d’accordo con lui, di compiere la sua volontà, il che è loro proprio bene, della famiglia.

Ebbene Fratelli e Sorelle carissimi, la domanda rivolta a noi diventa più chiara, più precisa. Perché, per che cosa, per quale motivo siamo nella vigna del Signore? Per una paga oppure per la gioia di obbedire a Dio Padre, la gioia di collaborare alla sua opera di salvezza? Come vi lavoriamo in questa vigna? In quanto operaio oppure in quanto figlio o figlia ? Non ci illudiamo cari amici, qualche volta aspettiamo una specie di “paga” da Dio.

Lo sai Signore vado in chiesa tutte le domeniche, qualche volta anche in Badia Fiorentina ove la messa è lunga, do del mio tempo in parrocchia... ma...Signore...fa che il mio figlio riesca a scuola, che non succeda sfortuna ai miei... dacci pace in famiglia, che il mio marito smetta di gridare...

Guardate, carissimi, anche i doni celesti più elevati, la pace, gioia, salvezza... diventano “paga” dal momento che pensiamo di poter contraccambiare con Dio. Dove non c’è gratuità vera, c’è paga, c’è commercio... non c’è ancora dono gratuito d’amore.

Ma andiamo più in là nel disegno di Dio per noi, ove non si tratta di paga, contraccambio, ove siamo più liberi nei riguardi di Dio e dei suoi doni. Immaginiamoci direbbe S. Ignazio di Loyola, immaginiamoci presso Dio in quanti suoi figli, sforziamo di vederlo come nostro Padre amabile. Ed è lì che il vangelo vuole condurci. Vi si tratta di due figli, ben diversi, come i due figli di un altra parabola, quella del figlio prodigo che giustapponiamo qui per aiutarci di capire. Non cerchiamo di identificarsi all’uno oppure all’atro, nemmeno identificarsi con un terzo figlio ipotetico che avrebbe risposto come il secondo e agito come il primo. Non c’è un terzo figlio perché questi figli sono infatti 2 figure che rischiarano l’una l’altra.

Di questi due si tratta in realtà di un solo personaggio, si tratta di me, di ciascuno di noi in cui coesistono questi due figli. Un po’ sono io il primo figlio della nostra parabola, il figlio minore dell’altra parabola che trasgredisce la volontà del padre, se ne allontana e poi torna a casa dopo aver toccato il fondo della scelta sbagliata. Un po’ sono io il secondo figlio della nostra parabola, il figlio maggiore dell’altra parabola che obbedisce al padre, ma in cuor suo, invidia la “libertà” del figlio minore, del primo figlio che ha avuto coraggio di dire “NO” al padre e ha sperimentato, vissuto, gustato delle cose.

In realtà, questi figli sono in una stessa situazione: non conoscono davvero il loro padre. Hanno ancora una falsa idea di lui, cioè di un padrone severo contro il quale si deve ribellarsi oppure al quale ci si deve sottomettere servilmente. Devono cambiare la loro idea del padre, scoprire come lui è amore, liberamente dato e atteso.

E noi... a questo punto, che cosa dobbiamo fare? Si tratta di sapere come scoprire sempre più il vero volto di Dio. Lo si fa rendendo conto che come il secondo figlio della nostra parabola, il nostro SI a Dio è spesso con le labbra e che con il cuore, per le mani e le opere... gli diciamo NO più o meno. Lo si fa rendendo conto che qualche volta rispondiamo “si Signore” come a un padrone che ci fa paura, al quale non si può dire NO. Scopriamo sempre più il volto di Dio rendendo conto che come il primo figlio della nostra parabola, c’è in fondo di noi come un eco del “NO” a Dio di Adamo e Eva, perché come loro crediamo di sapere ciò che è meglio per noi

Se ci rendiamo conto che questi figli sono in noi, allora e solo allora possiamo davvero pentirci. Allora possiamo esercitare questa capacità inalienabile dell’uomo di convertirsi. Capacità di pentimento spiegata benissimo dal profeta Ezechiele in tutto il capitolo 18 di cui abbiamo sentito un brano nella 1ma lettura. Se il malvagio si converte... riflette, si allontana dalle colpe commesse...egli certo vivrà ! Nulla dice Ezechiele, ci può togliere totalmente questa facoltà, né i nostri peccati, nemmeno quelli degli antenati. Davanti a Dio, l’uomo avrà sempre l’occasione di pentirsi, mai è rinchiuso nei suoi peccati. Ecco carissimi, si scopre più in fondo il volto misericordioso di Dio rendendo conto delle nostre miserie, dei nostri peccati nascosti.

Guardate bene cari amici, l’umiltà del nostro Dio, ancor prima di farci sperare nel suo perdono, Lui già spera in noi, nella nostra capacità di pentirci. È da meditare questa. È solo nelle braccia di Dio Padre che scopriamo il suo vero volto, che è tenerezza, amore, misericordia. E possiamo entrarvi, in queste braccia, solo in quanto peccatori... figlia, figlio prodigo, buon ladrone, pubblicano, prostituta... come quelli che vi ci hanno preceduto. Solo allora nostro SI a Dio Padre sarà veritiero, in quanto passato dalla prova del NO. Un SI che raggiunge in Gesù il SI di Dio all’uomo e il SI dell’uomo a Dio.

Solo allora diciamo in verità... SI Padre voglio lavorare nella tua vigna per ricevere da te, portare frutto d’amore, comunione fraterna, tenerezza, carità, umiltà... gli stessi sentimenti di Cristo Gesù tuo Figlio...

Così sia per ciascuno di noi in questa Eucarestia...

 

Domenica 1 ottobre 2017 - XXVI sett. T.O. - Ez 18,25-28 – Fil 2,1-11 - Mt 21,28-32 - Eremo di Gamogna - fr. Antoine- Emmanuel
 

A che vigna lavoriamo? Quella del Signore o la nostra?

 

Lavoro per portare a Dio il frutto del mio lavoro?

Oppure, lavoro per ottenere un frutto per me?

 

Il vangelo odierno è chiaro... Dio ci chiama a lavorare alla sua vigna.

E questo costa sudore...

Non è di moda

Si lavora volentieri per la fama, per i soldi, per il proprio benessere

... ma per Dio?

 

Oggi, la chiamata è rinnovata.

A chi assomiglierò?

Al figlio che dice “Non ne ho voglia” ma ci va?

Al figlio che dice “eccomi”...e non va?

 

Pensate cosa vive il padre?

Avrà un giorno un Figlio che dice di sì e va?

 

Pensate alla sofferenza del padre

di fronte alla ingratitudine dei figli che siamo noi.

 

E' questa presa di coscienza che ha fatto sì

che il primo figlio si è pentito ed è andato a lavorare ?

Non voleva far soffrire il Padre che tutto ci ha donato ?

Voleva dare al Padre la gioia della propria obbedienza...

 

Questo è il reale pentimento :

voglio dare al Buon Dio la gioia di una risposta viva al suo Amore.

 

Chi ha vissuto una tale conversione?

Gesù ce lo dice: delle prostitute e dei pubblicani,

cioè delle persone che avevano un rapporto sbagliato

con il sesso e con il denaro.

 

Bisogna dire il vero: non è facile giungere

ad un rapporto sano con la propria sessualità.

Come...non è facile diventare liberi nei confronti dei soldi.

 

Eppure...è possibile, come testimoniano

molti convertiti...al tempo di Gesù come oggi.


La conversione è cosa possibile.

Non è mai una cosa impossibile,

perché Gesù ha preso su di sé

le peggiori schiavitù della nostra umanità.

A partire dalla schiavitù interiore:

l'amarezza profonda che ci fa ripiegare su di noi

e ci fa cercare forme di potere.

 

E' questa la croce: Gesù che si carica del male più profondo.

Lo fa suo.

Si copre della nostra vergogna,

e infonde in noi la sua luce, la sua libertà.

 

La Resurrezione di Gesù è la porta che apre per ognuno di noi

la possibilità concreta di una reale conversione...

 

Lavorare alla vigna del Signore,

lo possiamo sempre scegliere...e riscegliere.

 

Ezechiele ce l'ha detto: noi non siamo schiavi del nostro passato.

Dio non ci rinchiude negli sbagli e nei peccati del nostro passato.

Al contrario...desidera il nostro cambiamento di vita.

 

E' l'alleato della nostra conversione.

E' Lui stesso la forza – più che nucleare –

per frantumare le vecchie abitudini e farci diventare creature nuove.

 

Oggi possiamo quindi scegliere di lavorare

alla Vigna del Signore...

 

Ma cosa vuol dire:”lavorare alla Vigna del Signore”?

Vuol dire lavorare alla vigna dell'Amore.

Darci da fare per vivere il Vangelo dell'Amore.

E' ciò che San Paolo ci ha descritto oggi.

 

È un testo formidabile.

Che dice?

 

Prima, Paolo ci dice:

E' vero che in Gesù c'è una chiamata a vita nuova? Sì !

E' vero che in Gesù l'Amore ci raggiunge e ci chiama? Sì !

E' vero che nello Spirito Santo ci viene data

la comunione tra noi e una tenerezza piena di compassione per gli altri? Sì !

 

Allora, dice Paolo, non tralasciate quei doni !

Accogliete il dono di Cristo, datevi da fare, e il frutto sarà bello.

 

Cosa sarà il frutto? Giungerete ad una comunione di sentimenti fra voi.

Niente guerre neanche nascoste,

avrete un solo amore, un'anima sola.

Non ci saranno più quei conflitti che logorano la vita.

 

Non sarete più guidati dalla ricerca di vanagloria.

 

Ci sarà una cosa ancora più bella:

ognuno avrà la certezza interiore che l'altro è più prezioso di me.

Che la vita dell'altro è più preziosa della mia vita.

Non si cercheranno più i propri interessi bensì quelli degli altri.

 

A chi assomiglieremo? Al Figlio di Dio.

Al Figlio che dice di Sì al Padre e ci va a lavorare.

Al Figlio di Dio che per amore nostro si fa estremamente povero,

diviene vulnerabilissimo,

si spoglia di tutto ed anche di se stesso,

fino a morire sulla croce abbandonato da Dio...

Per portare al Padre il frutto della vigna,

cioè l'umanità, noi, redenti, salvati dall'amore suo.

 

Ecco il lavoro nella vigna....dare la propria vita per amore

lasciarsi spogliare dall'amore

Tutto perdere per portare gli altri al Padre.

È la grazia che oggi il Signore viene a effondere nei nostri cuori.

 

Martedi 26 settembre 2017 - XXV sett. T.O. - Esd 6,7..20 - Lc 8, 19-21 - Badia Fiorentina - fr. Antoine-Emmanuel

 

Sabato, abbiamo ascoltato la parabola del Seminatore

con il richiamo ad offrire al piccolo seme della Parola di Dio

il cuore buono ed integro, il profondo delle nostre anime.


Ieri siamo stati chiamati a guardare in che modo

siamo soliti ascoltare la Parola.

Con la verifica: l'ascolto fa sì che io porti luce agli altri o no ?


L'Evangelista ora ci vuole dare un modello,

una persona che sarà un esempio per noi in questo atteggiamento di ascolto vero.

Meglio : non un modello, bensì il modello.

E quindi ci racconta un avvenimento semplice, quotidiano

del ministero di Gesù.

 

Siamo in Galilea, nella casa, secondo Matteo e Marco,

la casa dove Gesù era solito fermarsi a Cafarnao.

E c’era tanta gente.

Arrivano i famigliari di Gesù insieme alla Madonna,

ma non possono raggiungerlo.

Nella cultura ebraica di quest'epoca,

il legame con i famigliari è cosa fortissima, sacra.

Quindi quando dicono a Gesù:

“Tua madre e i tuoi fratelli sono fuori che ti cercano”,

è ovvio che dovrebbe o andare lui da loro

o far sì che possano raggiungerlo.

Ora...Gesù non si muove.

Perché? Perché ormai la Sua famiglia

si è estesa e trasformata.

I famigliari non sono quelli del sangue,

ma quelli che condividono un medesimo ascolto

obbediente della Parola.

 

E' l'obbedienza alla Parola

che ci rende membri di un'unica famiglia !

Mia madre e i miei fratelli sono coloro

che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica”.

Voi che siete qui ad ascoltare come discepoli,

se mettete in pratica la mia Parola,

ecco che saremo legati per la vita e per la morte,

nella vita presente e nella vita eterna,

da un legame di famiglia che non passerà mai.

 

E chi è la persona che è la prima ad ascoltare e metter in pratica la Parola?

“E' mia madre”.

Tra i veri ascoltatori, la prima è sempre Maria, la Madre di Gesù.

Gesù in questo brano non respinge Maria.

Al contrario.

La indica come la prima ascoltatrice obbediente alla Parola.

La prima e la madre di tutti.

 

Quanto Maria è stata in tutto obbediente alla Parola!

Prendiamo un esempio.

Diverse volte Gesù ha detto che chi vuol seguire Lui deve rinunciare a se stesso,

prendere la propria croce e seguirlo.

 

Questo, Maria fu la prima a farlo!

Maria rinunciò più che a lei stessa, rinunciò al proprio figlio;

acconsentendo alla sua morte in croce, per amore nostro.

Maria prese più che la propria croce...

prese pure la nostra croce,

assumendo una collaborazione alla redenzione

come nessuno ha fatto o farà.

Maria è la tutta obbediente... che ci indica la via dell'ascolto vero.

 

Ora a che Parola di Dio noi dobbiamo obbedire?

Non sarebbe quella consegnataci nella Prima Lettura?

 

Si tratta della ricostruzione del tempio di Dio.

Ora, non c'è più un tempio di pietre da ricostruire!

Qual è il vero tempio?

Siamo noi,

non come una somma di individui, ma come comunità eucaristica.

Ciò che ci fa essere tempio di Dio

è la qualità delle relazioni fra noi.

Quando ci sono state divisioni, ira, conflitti...

la ricostruzione è necessaria.

E per ricostruire per bene, si deve ripartire da una base solida, kerigmatica.

 

Il cantiere relazionale del Popolo della Badia

non è che deve ripartire dal kerigma?

Dall'essenziale del mistero della fede?

 

Coraggio Zorobabele, coraggio Giosuè !

Al lavoro,

perché io sono con voi.

Il mio spirito sarà con voi, non temete. (cf Aggeo 2,4-5)

 

Non sarebbe questa la Parola cui obbedire insieme ?

insieme a Maria Santissima ?

 

Domenica 24.09.2017 XXV settimana T.O - un fratello della Badia

 

Oggi in tutta la diocesi di Firenze è la Domenica della Parola auspicata dal Papa Francesco nella sua lettera apostolica Misericordia et misera (n°7) per rinnovare l’impegno per la conoscenza, l’approfondimento della Sacra Scrittura.

 

Rendersi conto cioè come la Parola di Dio é veramente sorgente di vita, luce, gioia, amore... per la nostra vita di ogni giorno.

Vedere come il nostro vangelo stamattina sui primi e ultimi arrivati nella vigna di Dio può far luce per esempio, sulla vicenda della legge ius soli… sui primi e ultimi arrivati in Italia.

Vedere cioè che alla fin fine, in ultima analisi, siamo tutti arrivati... chiamati all’esistenza... qui in Italia o altrove. Nessuno di noi ha scelto dove nascere, in quale famiglia, religione...

Ciò che conta davvero è la bontà del Signore che chiama alla vita a tutte le ore.

L’importante è riconoscere i doni che abbiamo ricevuti, riconoscere il DONATORE per poi condividere ciò che abbiamo e ciò che siamo.


 

Cantiamo Colui che per il battesimo ci ha resi non solo operai nella vigna di Dio ma anche figli e eredi della vita eterna.

 

Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri dichiara il Signore. Di quale vie e pensieri di Dio ne parla qui? Si tratta del tema della parabola che è la giustizia di Dio. Se ne parla all’inizio... quello che è giusto ve lo darò... a metà della storia ... i primi arrivati mormoravano contro la giustizia strana del padrone, eppoi alla fine quand’essi risponde... amico, non ti faccio torto.

 

La giustizia di Dio è altra, supera, sovrasta quella degli uomini. La vediamo all’opera in questa parabola assai trasparente. Il padrone è Dio, gli operai sono gli uomini, lavorare nella vigna è mettersi al servizio della volontà di Dio, la giornata di lavoro è il tempo della nostra vita su terra, la sera - la sua fine e la paga, il giudizio che ci aspetta.

 

Questa giustizia è di natura diversa in quanto quella degli uomini si misura secondo il mérito o demerito: colui che ha lavorato 1 ora deve ricevere la paga di 1 ora. La misura della giustizia di Dio è superiore, non è ingiusta, arbitraria ma è secondo il bisogno dell’uomo per vivere. Un denaro al giorno era la paga minima all’epoca, di cui ha bisogno un operaio per far vivere la sua famiglia per un giorno. Il padrone prende cura degli operai e vuole che gli ultimi venuti possono vivere anche loro come i primi venuti.

 

La giustizia di Dio non considera la sufficienza dei nostri meriti, bensì l’insufficienza di questi. La giustizia degli uomini è cieca, appunto rappresentata da una donna bendata. Cerca l’uguaglianza tra gli uomini. Per Dio la giustizia non è cieca perché Lui vede il fondo di ogni uomo, considera ciascuno di noi per quello che siamo in verità, tenendo conto dei nostri bisogni per vivere degnamente come figli di Dio.

 

A chi Gesù indirizzava questa parabola? A coloro che sono in pericolo di rinchiudere la giustizia in una idea troppa umana, nel suo tempo gli scribi e farisei che guardano con occhio critico la misericordia mostrata da Gesù a favore dei pubblicani, prostitute e altri peccatori noti. Gesù sperava che questi farisei imparassero, conoscessero la giustizia misericordiosa di Dio Padre.

 

Al tempo dell’evangelista Matteo a chi era indirizzata questa parabola? Ai cristiani di origine ebraica che guardano con sfavore i pagani ammessi “facilmente” tra i credenti... senza circoncisione, senza aver supportato il peso della legge di Mosé, accogliendo solo il vangelo. Quei cristiani devono imparare che la grazia di Dio è per tutti gli uomini e non solo per Israele.

 

Nel nostro tempo, a chi Gesù indirizza questa parabola? Ad alcuni di noi che sono in pericolo non solo di rinchiudere la grazia, la giustizia in una misura troppa umana ma anche in pericolo di “capitalizzare” i doni spirituali ricevuti. Questa parabola è per coloro che lavorano nella vigna di Dio da lungo tempo, da sempre... e che rischiano di vedere negativamente gli ultimi venuti nella scena ecclesiale: carismatici, neo-catecumenali, movimenti laicali, nuove comunità un po’ trionfanti. Questa parabola è per alcuni di noi che lavoriamo sotto il peso delle esigenze della vita cattolica da quando siamo piccoli e rischiano di vedere negativamente i nuovi convertiti, ricomincianti che vivono la loro nuova fede senza complessi, lanciandosi nella vita spirituale a grandi passi, arditi nella testimonianza, generosi nell’impegno, sembrano graditi dal Signore per i frutti spirituali che portano. Questa parabola è per coloro che rischiano di vedere ciò che hanno - fede, speranza, carità - come beni meritati. Rischiano di dimenticare che questi sono sempre doni continuamente e gratuitamente ricevuti.

 

Tutto questo discorso può essere riassunto in due parole: paga o dono. Come vediamo ciò che abbiamo, i nostri beni materiali e spirituali? Compresa la cittadinanza... Li vediamo come doni gratuiti da Dio oppure come beni ricevuti perchè li abbiamo meritati? Per i primi venuti il rischio è grande di vederli come beni meritati. Per gli ultimi venuti il rischio è meno perchè è ovvio che sono doni immeritati.

 

Spunta allora la domanda ipotetica: quale vantaggio c’è, che senso ha lavorare presto nella vigna di Dio? Se il Signore dona la grazia, la salvezza anche all’ultimo arrivato come il buon ladrone, non è forse meglio fare tutto quel che voglio poi convertirmi dopo... verso la fine? Dicevo ipotetica, perchè spero che non ci sia tra noi chi ci pensa davvero. Quelli di fuori sì, pensano spesso così...mi pentirò alla fine...per ora, viviamo, godiamo della vita... Il problema è che.... non si sa mai quando e come arriverà la fine, se davvero avrò tempo per convertirmi.

 

Non siamo carissimi, come il figlio maggiore della parabola del figlio prodigo che invidiava il fratello minore fuori casa, lontano dal padre. Pensava che egli fosse felice, fortunato...col suo denaro, divertimenti, vivere senza regole, senza il padre che dice cosa fare, non fare, come farlo, quando farlo... Non sapeva che fuori casa, lontano dal padre, il figlio minore viveva nell’illusione, alienazione e finalmente nell’avvilimento totale. Fuori della vigna del Signore, cosa c’è? Certo, ci sono le cose buone del creato dato da Dio a tutti, ma con il peccato c’é anche incertezza, inquietudine, insicurezza, brancolare nel buio...come va a finire tutta questa vicenda...la mia vita, la storia del paese, dell’umanità... crisi economica, crisi migratoria, climatica... sopratutto... che cosa mi aspetta aldilà?

 

Accostiamoci all’Eucarestia con umiltà, senza pretese, come gli ultimi arrivati nella vigna del Signore, quelli dell’undicesima ora...riconoscenti al padrone che ci ha chiamati all’esistenza, alla vera vita nel suo Regno. Questa Eucarestia faccia conoscere sempre più a tutti noi la giustizia misericordiosa di Dio, rendendoci sempre più misericordiosi, accoglienti, generosi gli uni per gli altri. Questa Eucarestia rinnova sempre più in noi la gioia di trovarsi all’interno del’ovile del Buon Pastore, di lavorare nella vigna di Dio, partecipare all’annuncio del vangelo della vera vita e dire con Paolo… per me vivere è Cristo.

 

Domenica 17.09.2017 – Mt 17,21-35 - Badia Fiorentina - fr. Antoine-Emmanuel


« Il Regno di Dio è simile a … »

Quando si sentono tali parole dalla bocca di Gesù,

il nostro cuore si apre!

Perchè stiamo per capire meglio cosa avviene quando Dio regna,

quando l’Amore regna.

È come un cammino di luce che si apre

e che porterà le anime nostre alla vita alla quale tutti aneliamo.

 

Il Regno di Dio, quindi, è simile ad un servo indebitato che si trova dinnanzi al Re.

Il suo debito è enorme : milioni di Euro...

Rimborsare subito è impossibile...

Allora chiede pazienza.

Il Re dice di si ?

No !

Il Re gli da molto di più !

Ha chiesto pazienza ... e riceve misericordia !

Il Re « condonò il debito ».

Questo re non si mostra generoso, bensì smisurato nell’amore.

 

Carissimi, dove Dio regna, regna la smisuratezza nell’amore!

E questo ci spiazza.

Perchè non siamo abituati a questa smisuratezza.

Non la comprendiamo.

La nostre cultura non comprende, anzi spesso condanna, la smisuratezza nell’amore.

Anche nelle nostre famiglie, non regna tale smisuratezza.

Entrarci è un cambio culturale immenso.

 

Però, non è che non siamo generosi!

Anzi, tutti assomigliamo a Pietro :

vogliamo esser generosi nell’amore e nel perdono!

Era davvero bella la generosità di Pietro:

perdonare 7 volte al fratello!

Perdonare chi mi umilia anche una sola volta ci risulta difficile,

soprattutto quando chi mi offende è una persona cara.

Ma perdonare 7 volte... è eroico!

Sette volte uno mi prende in giro, e lo perdonerei ?

Sette volte uno mi manca di rispetto, e lo perdonerei ?

 

Ma Pietro ha ben capito che Gesù ci chiede tale generosità.

Pietro non ha soltanto ascoltato le parole di Gesù:

ha visto la misericordia di Gesù:

Ha visto come si prende cura delle persone povere

Ha visto come fa misericordia a Giuda.

Ha visto come non chiude mai il cuore ai farisei ed ai dottori della legge.

E vuol fare come Gesù !


Fino a 7 volte !

Ma oltre 7 volte, il rancore e la vendetta si capiscono, sono giuste ! No ?

In altri termini, Amore e misericordia : Si !

Ma... c’è un limite alla misericordia !

Lo richiede la giustizia !

 

Cosa risponde Gesù ?

« Bravo Pietro !» ? No !

Risponde : « Non ti dico fino a sette volte,

ma fino a 70 volte 7.»

Pietro, non mettere limite all’amore !

Non pensare che oltre una certa cifra il rancore sia giusto...

La giustizia non entra quando la misericordia ha raggiunto il suo limite.

La giustizia deve sempre esser presente.

Perdonare non significa far come se l’offesa non esistesse.

Ci vuole la verità dei fatti, ci vuole la giustizia.

E la misericordia non cancella la giustizia,

la porta al suo vero compimento.

 

Ma come possiamo perdonare 70 volte 7?

Nessuno di noi ne è capace !

Il nostro cuore è limitato... non si può allargare all’infinito !


Qui, va ascoltata la Parabola:

Puoi perdonare perchè tu per primo sei stato perdonato.

No! Non «sei stato», ma sei continuamente perdonato da Dio.

Dal cuore di Dio sgorga continuamente

Il condono di un debito d’amore immenso.

Se le offese tra noi uomini sono come, diciamo, 100 Euro,

il debito d’amore nostro di fronte a Dio ammonta a milioni d’Euro!

Con me, con te, Iddio non ha messo misure all’amore !

Abbiamo oramai un capitale d’Amore immenso

che incessantemente riceviamo.

Occorre investirlo !

Meglio: attingervi e donare gratuitamente e senza misura.

Non è che l’amore di Dio per noi si spegnerà

se noi siamo misericordiosi oltre misura con noi stessi e con gli altri !

Al contrario: più perdoni tu, più l’amore di Dio trova posto dentro di te !

Più ti vuoti nell’amore, più entri nel vuoto d’amore che è il segreto della vera gioia !

 

Ma qui, entra una difficoltà.

Perchè il Libro del Siracide che abbiamo sentito

insiste sulla necessità di rinunziare alla collera ?

Perchè abbiamo una fastidiosa tendenza a attaccarci alle nostre collere.

Alimentiamo delle erbe amare dentro di noi,

e sembra che non siamo in grado di far a meno di quest’amarezza.

Come se fosse una protezione, una difesa...

Ma Dio non coabita con l’amarezza del cuore.

Dio non coabita con il cattivo spirito critico.

Dio non coabita con il rancore.

Sono tutte realtà alle quale dobbiamo aver il coraggio di rinunziare.

Le erbe amare del mio e tuo cuore vanno gettate nel fuoco della Misericordia divina

mediante il sacramento del Perdono.

 

Allora, che si fa con le offese ricevute,

se non ci è consentito alimentare il rancore?

Qui ci risponde San Paolo nella seconda lettura.

Ecco : Sei battezzato?

Si!

Allora, dice Paolo ai cristiani di Roma :

« Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore. »

Cioè a dire :

Ciò che nel tuo quotidiano ha sapore di vita, di gioia, di felicità,

vivilo «per il Signore».

Ne fai un’offerta piena di amore a Gesù !

E ciò che nel tuo quotidiano ha sapore di sofferenza, di umiliazione, di morte,

vivilo «per il Signore».

Ne fai pure un’offerta piena di amore a Gesù !

Quindi, le 7, 8 o più offese, le vivi «per il Signore».

Le offri a Gesù.

Non c'è niente che tu offri a Gesù che Lui riceverà come una cosa da quattro soldi che Egli disprezzerà.

No!

Tutto ciò che tu offri a Gesù è per lui dono prezioso,

per una sola ragione:

perchè viene da te.

Perchè vien dal diletto suo, dalla diletta sua, che sei tu.

Allora, tutto nel tuo vivere diviene Eucarestia.

Tutto diviene la tua Messa.

 

In altri termini :

L’offesa che trattieni dentro di te e che nutre il rancore ti uccide l’anima.

Ma l’offesa che offri a Gesù ti santifica, ti dona la vita.

 

A Gesù offriamo tutto...

Per le mani di Maria, sempre.

 

venerdì 8 settembre 2017 - Mt 1,1-23 - Badia Fiorentina - fr.Antoine Emmanuel

 

«Benvenuti, fratelli, benvenute, sorelle !

Santa Maria del Fiore stende su di voi il mantello della sua misericordia,

affinchè, sempre più conformi al Fiore che è Gesù,

diventiate fiori profumati splendidi nel giardino della nostra Chiesa ! »

Così ci accolse il Cardinale Silvano Piovanelli in Duomo, 19 anni fa !

Era un invito chiaro a lasciarci coprire dal mantello della tenerezza di Maria Santissima.

Metterci insieme sotto il suo mantello...

Trovarci sostegno, compassione e misericordia !

Ecco ciò che possiamo far di nuovo in quest’oggi,

perchè celebrare la natività di Maria

significa ricevere di nuovo Maria come dono.

Dono preziosissimo, vero ?

 

«Non temere di prendere con te Maria, tua sposa». (Mt 1,20)

Non temiamo di prendere con noi Maria.

La sua santità non la rende distante da noi.

Al contrario: la sua santità, la verginità e la giovinezza del suo cuore

la rendono vicina, vicinissima al tuo cuore, alla tua vita,

a tutto ciò che fa il tuo quotidiano.

 

Come San Bernardo sul quadro del Lippi,

alziamo lo sguardo e contempliamo il volto luminoso di Maria

che ci viene incontro.

 

Ci viene incontro per condurci,

perchè diventiamo insieme un popolo santo.

Come Padre Pierre-Marie scrisse con audacia nel Libro di vita :

È Maria che guida il cammino che porta dalla Gerusalemme terrena a quella celeste.

Ci guida insieme, come popolo.

 

« Quelli che (Iddio) da sempre ha conosciuto, li ha anche predestinati

a essere conformi all’immagine del Figlio suo,

perchè egli sia il primogenito tra molti fratelli e sorelle.» (Rm 8,29)

 

Ecco ciò che chiediamo a Maria :

di guidarci perchè diventiamo ciascuno

quel riflesso unico ed irripetibile di Gesù

che siamo chiamati a diventare.

Tutti «conformi all’immagine» di Gesù.

Tutti ed insieme.

 

Il più bel riflesso di Gesù non è solamente quello che diverraì,

ma quello che diventeremo.

Diventeremo insieme Gesù !

Un unico corpo.

Un corpo vivo.

Diventeremo Gesù che si china con amore sul mondo di oggi.

 

Sostenuti dall’amore materno di Maria,

diventeremo come popolo santo della Badia

una presenza viva di Gesù che si prende cura

dei tanti che soffrono e muoiono di anoressia spirituale;

dei tanti che sono « stanchi della trascendenza»

perchè della trascendenza hanno un’immagine triste e brutta.

 

Com’è bella la nostre vocazione di cristiani,

di popolo santo della Badia :

Far vedere Gesù !

Questo, per mezzo di una vita convertita alla misericordia.

Una vita che non ha più paura della fragilità e della piccolezza.

Anzi, una vita in cui la debolezza diventa la nostra forza, la nostra gloria.

 

Maria santissima non è madre di una vita intessuta di successi e di gloria umana:

È madre della vita tua con tutta la tua fragilità,

con le tue incertezze, le tue angosce, i tuoi fallimenti.

 

Maria ci insegna a riconoscere Gesù dentro i fallimenti,

dentro la fragilità,

ed a amarlo, a stringerlo,

e, quindi, a diventare un riflesso vivo della sua presenza,

insieme, come popolo rinnovato e saldato dalla divina misericordia.

 

Carissimi,

non temiamo di prendere Maria come madre,

di metterci sotto il suo mantello di misericordia,

non per separarci dal mondo di oggi,

bensì per diventare il dono che Dio vuole che siamo al mondo odierno.

Le mani sante di Maria ci accolgono per lenire le nostre anime e donarci, rinnovati, al mondo

Il cuore immacolato di Maria ci accoglie per purificarci e donarci, pacificati, al mondo.

 

Maria Santissima, in questa Badia, ti cantiamo con gioia :

Donna, se' tanto grande e tanto vali,
che qual vuol grazia e a te non ricorre,
sua disïanza vuol volar sanz'ali.

E, come non vogliamo volare senza ali,

a te ricorriamo e ti offriamo il nostro cuore

così da ricever il tuo !

Amen.

 

 

 

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