sito delle Fraternità Evangeliche

di Gerusalemme di Firenze

                                    OMELIE anni 2015-17

            Santa Maria Assunta alla Badia Fiorentina  

 

Domenica 2 luglio 2017 - XIII Domenica T.O. -  fr. Jean-Christophe – Badia Fiorentina

 

Mt 10, 37-42


Gesù è venuto sulla nostra terra per darci la pace.

Ma la pace che egli dà non è quella che ci immaginiamo.

La Sua pace non è la tranquillità, il riposo rassicurante.

La pace, secondo Gesù è il frutto di una sete inappagata, di uno slancio, di un sussulto.

Il luogo della sua pace è una traversata, una pasqua verso qualcuno più grande di se stessi. Dio è la nostra pace.

Gesù è lui stesso la pace che promette.

E’ pacificato colui che non guarda più alla propria vita a partire da sé, ma la guarda a partire da Cristo.

Egli trova la propria pace nell’accoglienza di Cristo nella sua vita.

Riceve la pace dal momento in cui non cerca più di salvare la propria vita.

Acconsente alla croce che lo spossessa di ciò che crede di possedere.

Tra il terrore della morte inesorabile, dell’accettazione della nostra finitezza, il Cristo è presente riconciliando l’inconciliabile.

Egli apre un cammino di vita nella morte.

Spesso accade che il cadere e il rialzarsi non siano altro che un solo e medesimo momento.

Come morire e nascere, perdersi e trovarsi.

Forse è proprio questa la condizione per aver accesso a volte ad una pace che sorpassa ogni intelligenza.

Una pace senza condizioni e senza soluzioni.

Una pace che non riduce le nostre contraddizioni, ma allarga il nostro cuore, la nostra vita al di là dei pensieri contrastanti che ci tormentano.

Non dimentichiamoci che Gesù, nella nostra pagina di Vangelo, si rivolge ai suoi discepoli che hanno scelto di seguirlo.

Qualcuno ha fatto irruzione nella loro vita, rivolgendo loro una chiamata: “seguimi”.

Gesù è venuto all’improvviso a contraddire ciò che essi erano; i pescatori hanno dovuto lasciare le loro reti e le loro barche, il pubblicano il suo banco delle imposte, lo zelota il suo impeto nello scacciare l’occupante romano.

Gesù è l’avversario che semina una vita nuova.

Egli cerca nel profondo dell’uomo la sua capacità di essere un vivente in pienezza.

La relazione di Gesù con il suo discepolo non può lasciare incolumi, questa prova di alterità è finalizzata ad una nuova nascita, ad una nascita dell’alto.

Naturalmente si può toccare senza lasciarsi toccare. Si può parlare senza sentire a sua volta.

Si può provare ad aggirare ciò che di inedito c’è nell’altro.

Ma chi ha incontrato Gesù non riuscirà a dimenticare il suo volto, non riuscirà a mettere a tacere le sue parole di fuoco che risalgono interiormente nel silenzio.

Si, Gesù è una minaccia per la nostra tranquillità, per la nostra comodità! Gesù semina un amore nuovo nei nostri cuori. Un amore diverso, un amore divino, un amore assoluto.

Un amore soprannaturale che fa attrito con l’amore naturale del figlio verso i suoi genitori e dei genitori verso il loro figlio.

Ed è in questo attrito che Gesù guida non nel senso di opposizione, ma verso un superamento.

Il suo amore non esclude, bensì include tutti i nostri affetti legittimi. Questo amore apre a una speranza inedita: il nostro avvenire è in Dio e non nell’uomo, fossero anche nostro padre, nostra madre, nostro figlio.

Ormai la nostra vita è nascosta con Cristo in Dio, il discepolo è rivolto a Cristo, tesoro della sua vita e sua unica speranza.

Si incammina alla sua sequela, non preferendo altro né altri al suo amore.

 

Signore, aiutami a perdermi in te

E aiutami ad accoglierti in me

Poiché tu mi ami per primo,

come non amarti con tutto me stesso?


Traduzione dal francese a.c. di sr. Maria Paola

 

Domenica 13 dicembre 2015 - 3° Domenica d’Avvento “Gaudete”- C – Sof 3,14-18; Is 12; Fil 4,4-7; Lc 3,10-18  - Fr Antoine-Emmanuel - Santuario del SS Sacramento, Montréal

(traduzione di Riccarda)

 

Le richieste del Signore al suo Popolo

Avete sentito le quattro richieste che il Signore fa al suo popolo, a Israele, alla figlia di Sion?

“Rallegrati!”

“Grida di gioia!”

“Esulta!”

“Acclama con tutto il cuore!”(Sof 3,14)

Ma come si può essere tanto gioiosi su una terra che è così spesso una valle di lacrime ?

Perché il Signore ha revocato la tua condanna; ha disperso il tuo nemico (v.15). Il Signore è in mezzo a te e ti rinnoverà con il suo amore (v.17).

Guardate la tenerezza di Dio che vede il suo popolo impigliato nel suo peccato, i suoi affari, i suoi vizi, i suoi tradimenti e viene a farsi prossimo.

Il cuore di Dio si rivolta contro Se stesso e superando ogni giustizia, andando oltre la giustizia, Dio riversa il suo perdono, libera, guarisce e rialza il suo popolo.

Egli ci rinnova con il suo amore. Fa di noi delle creature nuove.

Ecco la follia dell’ amore di Dio. Senza questa follia d’amore, io stesso, non potrei stare a quest’ambone davanti a voi, perché sono peccatore.

Perché ho peccato e dunque necessariamente, ho trascinato altri nel peccato.

E noi tutti, monaci e monache, non potremmo stare con le vesti bianche davanti a voi senza la misericordia di Dio.

Il bianco che noi indossiamo non è il bianco di vite impeccabili, ma il candore del perdono.

Il papa stesso lo diceva ad alcuni detenuti incontrati in Bolivia: “Io sono un uomo perdonato”.  “Io sono peccatore, mi sento peccatore, sono sicuro di esserlo; io sono un peccatore che il Signore ha guardato con misericordia”

Avete notato che da 50 anni la Chiesa parla sempre più di misericordia?

Ha cominciato Paolo VI, poi soprattutto Giovanni Paolo II con la sua lettera “Dives in Misericordia”, con la canonizzazione di suor Faustina e con l’istituzione della Festa della Divina Misericordia.

E di che cosa ha parlato papa Francesco nel suo primo Angelus? Della misericordia!

E due anni dopo, che cosa ci offre? Un giubileo straordinario della misericordia.

E spiega:” Ho sentito che c’è come un desiderio del Signore di mostrare agli uomini la sua misericordia.

Non si tratta di una strategia. L’ho avvertito dentro di me. Lo Spirito Santo vuole qualcosa. E’ evidente che il mondo di oggi ha bisogno di misericordia, ha bisogno di compassione.

Ci siamo abituati alle brutte notizie, alle notizie crudeli e alle atrocità. Il mondo ha bisogno di scoprire che Dio è Padre, che la misericordia esiste, che la crudeltà non porta a niente, che la condanna non porta a niente.

Ho sentito che Gesù vuole aprire la porta del suo Cuore, che il Padre vuole mostrare le sue viscere di misericordia e che, per questo, Egli ci invia lo Spirito Santo,

per metterci in moto e scuoterci” ( tratto dall’intervista di papa Francesco alla rivista “Credere”):

Il Giubileo non è dunque una strategia pastorale, ma una chiamata del Signore.

Il Signore bussa alla porta dei nostri cuori per riversare in essi la sua misericordia. Dio nostro Padre vuole manifestare al mondo di oggi la profondità del suo amore.

Questo amore che simpatizza con la debolezza, che riversa il suo amore, il suo cuore, nella nostra debolezza; questo amore che è anche indulgenza che vuole guarire le conseguenze del peccato nelle nostre vite.

E’ “ l’indulgenza del Padre “. Non è un commercio delle indulgenze (al plurale), ma l’Indulgenza del Padre che ci abbraccia, ci carezza, ci ristora.

Voi percepite l’amore del Padre che danzerà, esulterà con grida di gioia quando noi diremo sì alla misericordia.

Da che cosa si vede che qualcuno ha detto sì alla misericordia di Dio? Dal fatto che lui o lei diventa misericordioso(a)

verso se stesso e verso gli altri. Quando sentirete crescere in voi una tenerezza nuova per tutto ciò che è povero, ferito, offensivo nell’altro e in voi, dite a voi stessi che il Giubileo ha cominciato a portare frutto.

Allora, che strada prendere per questo Giubileo? Il nostro vescovo, nella sua lettera pubblicata nel bollettino settimanale ci propone tre tappe: la prima è contemplare questo Amore e impregnarcene.

La seconda sarà di incominciare delle pratiche di perdono e di riconciliazione.  La terza sarà di portare alle “periferie” la buona notizia della tenerezza di Dio.

La prima tappa è dunque, ora, di contemplare la Misericordia divina.

Vi invito a imbarcarvi in questa sfida contemplativa. Prendete la vostra Bibbia e leggete, e cercate, e contemplate. Nell’Antico Testamento in particolare, troverete tre parole chiave.

La prima è “emet” che significa la fedeltà, la solidità dell’amore di Dio. Ti senti povero, incostante….è vero. Ma l’amore di Dio è costante, solido come un cammino       sicuro sul quale tu puoi avanzare con piena fiducia.

La seconda è “hered”, che significa un favore immeritato, una benevolenza completamente indipendente dai nostri meriti. Tu ti senti debole di fronte a Dio, assolutamente non all’altezza di ciò che Dio si aspetta da te. La sua “hered” ti dice che tu sei amato senza misura…

La terza infine è “rahamim”, termine che significa le viscere materne, l’intimo. L’amore di Dio è viscerale, non separabile dal suo Essere, non sradicabile e di una tenerezza materna straordinaria.

A partire da questi termini, sta a voi cercare, contemplare. Potete per esempio partire da tutti i testi citati nella lettera del Papa: ”Misericordiae vultus”.

Volete che la vostra vita cambi? Volete che il mondo sia trasformato? Al lavoro!

Abbiamo anche degli strumenti a nostra disposizione. Certamente quello che la diocesi ha messo in rete sul suo sito, gli appuntamenti che ci sono proposti, ma soprattutto uno strumento molto prezioso, molto efficace, il pellegrinaggio. Siamo tutti invitati a vivere quest’anno dei pellegrinaggi. Un pellegrinaggio è scegliere di lasciare il luogo in cui vivo, e dunque le mie abitudini, di camminare, di stancarmi, di pregare, di meditare per raggiungere un luogo di grazia, un luogo di incontro con Dio e di ripartire trasformato.

Io parto, cammino, passo da una vita poco misericordiosa ad una vita nuova in cui la misericordia diventa potente in me. E’ un passaggio. Io passo da una cultura del successo, della performance, dell’ individualismo ad una cultura della tenerezza e della misericordia.

Per aiutarci a sentire ed a vivere questo passaggio, papa Francesco ha voluto che si utilizzi il simbolo della porta. Non è qualcosa di magico. Tutto dipende dal cammino interiore che farete!

Ma può essere un pellegrinaggio determinante per la vostra vita, perché il Signore ci attende.

Faccio un esempio. Voi fissate una data. Scegliete una chiesa dove c’è una porta della misericordia. Vi preparate con delle letture, con la preghiera, con un colloquio con un(a) amico(a) che ha esperienza spirituale.

E il giorno fissato partite, possibilmente a piedi, o con il mezzo che volete. Partite col desiderio di convertirvi di più alla misericordia. Partite portando nel vostro cuore una persona viva o un defunto che ha bisogno della tenerezza di Dio. Andate vicino alla porta. Pregate, pregate, pregate. Attraversate la porta per dire: Sì, Padre, io voglio entrare nella tua misericordia; dico sì alla tua tenerezza immeritata. Poi andate a ricevere il sacramento del perdono per entrare nella vita nuova.

In seguito, vivete un momento di comunione, pregando il Credo della Chiesa, pregando almeno secondo le intenzioni del papa Francesco e chiedendo al Padre la sua indulgenza per la persona che portate nel vostro cuore. Poi vivete con intensità la messa o un tempo di adorazione eucaristica.

Questo vi rinnova il cuore… Ma…ad una condizione: che ci mettiate il vostro cuore! E’ infatti un vero cammino di conversione! La misericordia di Dio non ci dispensa dalla conversione; al contrario, essa provoca in noi la conversione.

E’ per questo che il messaggio di Giovanni Battista è una Buona notizia. Giovanni Battista, che era pienamente cosciente della gravità e dell’orrore del peccato del mondo,aveva percepito che Dio non condannava il mondo, ma offriva al mondo una via di guarigione, di salvezza, nella persona di Gesù.

Giovanni ha capito che Israele aveva un’ultima chance, un’ancora di salvezza.  Ha avvertito che la misericordia divina ci veniva incontro e ci chiamava alla conversione. Conversione del cuore che si traduce, si manifesta nelle opere di misericordia.

Cari fratelli e sorelle, Buon Anno Santo ! Che ciascuno di noi, che noi diventiamo più misericordiosi e saremo allora degli artigiani della rivoluzione della tenerezza

di cui il nostro mondo ha tanto bisogno.

Domenica 11 gennaio 2015 – Battesimo del Signore - fr. Giovanni Battista FMJ


La festa del battesimo del Signore è un po’ la festa anche del nostro battesimo. Il nostro battesimo nasce qua, o meglio inizia a nascere qua, sulle rive del Giordano, laddove Gesù si mette in fila insieme ai peccatori per compiere questo gesto rituale. Non possiamo non rimanere stupiti da questo Messia così diverso da come ce lo saremmo aspettati, e soprattutto da come se lo aspettava Israele. Perfino Giovanni Battista era stupito, perfino lui è sorpreso e sicuramente anche imbarazzato e gli chiede: ma che cosa fai? Io dovrei essere battezzato da te e invece sei tu che ti presenti per farti battezzare, per chiedere perdono a Dio? Gesù è senza peccato, Gesù, è chiaro, non aveva bisogno per sé di chiedere questo battesimo di conversione. Però Gesù, ricordiamolo, non è venuto per sé ma è venuto per noi e questo per noi sarà il marchio distintivo di tutta l’opera di Gesù.

 

È per questo, cari fratelli e sorelle, che Gesù oggi scende, continua quella discesa iniziata il giorno di Natale, o meglio il giorno del suo concepimento nel grembo di Maria. Gesù scende: scende dal cielo alla terra, facendosi uomo; e oggi scende anche geograficamente raggiungendo da Nazareth questo luogo di depressione in cui scorre il fiume Giordano, e si mette tra i peccatori, la santità di Dio incontra la miseria umana. Gesù scende nelle depressioni dell’umano, scende laddove l’uomo è più lontano da Dio, laddove l’uomo con il male che produce distrugge perfino la sua dignità di uomo e quella degli altri, e da qui, da questa depressione geografica e morale, inizia il suo ministero pubblico. In questi giorni in cui siamo sconvolti da tutte queste vicende di violenza in Francia, ma non solo, anche in altre zone del pianeta più facilmente ignorate dalla massa, come per esempio in Nigeria, questa discesa di Gesù nelle depressioni dell’umano, ci ridà la speranza che non c’è luogo o situazione tanto distanti da Dio da non poter essere raggiunte da lui, salvata e redenta. Non c’è persona sulla quale i cieli non si possano aprire, verso la quale Dio non possa effondere la sua misericordia.

 

Purtroppo, sapete, c’è un problema più grande ancora del peccato in sé, non perché visibilmente faccia più danni, ma perché sta alla radice di tutto il male, tutti i disastri che l’uomo può compiere. E sapete cos’è? È il cuore chiuso, è il cuore indurito. Il cuore chiuso è l’uomo che rifiuta la visita di Dio, rifiuta di vedere e di riconoscere le opere del Signore, è l’uomo che si chiude perfino quando il cielo si apre sopra di lui. Questo è il vero problema. Ma noi se oggi siamo qui a celebrare il Battesimo di Gesù è anche per riaffermare, e soprattutto per credere con tutte le nostre forze, che Gesù continua a scendere in questi inferni dell’umanità per portare in essi la sua presenza che, come abbiamo sentito, è un cielo aperto in cui tutto il divino, Padre e Figlio e Spirito Santo, vogliono manifestarsi. La nostra preghiera allora oggi vuole favorire questa apertura dei cuori; noi possiamo fare tanto perché i cuori si aprano; anzitutto aprendo i nostri cuori; non pensiamo che noi, perché siamo cristiani e perché veniamo in chiesa, siamo garantiti a vita contro l’indurimento del cuore; proprio due o tre giorni fa c’era il vangelo che ci parlava del cuore duro, non dei farisei ma degli apostoli, dei discepoli intimi di Gesù, e tra l’altro un cuore indurito e dunque cieco, proprio dopo un miracolo così grande, plateale, qual era la moltiplicazione dei pani e dei pesci; come vediamo il rischio del cuore duro, e dunque l’urgenza di lasciarsi sempre spalancare il cuore dallo Spirito, riguardano anche noi. Ma, con la fedeltà e l’insistenza della nostra preghiera di intercessione, siamo in certa parte responsabili del cuore di tutti gli uomini, responsabili di lavorare, operare perché i cuori di tutti, soprattutto i più induriti, si aprano. Questo Spirito che oggi discende in forma corporea, discenda davvero su tutti i cuori induriti, li ammorbidisca, li disponga alla pace, alla bontà, purifichi davvero le intenzioni dei cuori e le opere che da essi sgorgano.

 

All’inizio che questa festa del battesimo è anche la festa del nostro battesimo. E questo lo dico non tanto perché il battesimo di Gesù sia il nostro battesimo. Il battesimo che Gesù oggi riceve, non dimentichiamolo, è il battesimo di Giovanni non è il battesimo cristiano. Il battesimo cristiano è molto ma molto di più rispetto a un rito di penitenza e di conversione. Noi siamo battezzati nella morte e risurrezione di Cristo. Nel nostro battesimo veniamo immersi in tutta la Pasqua di Gesù, non è solo penitenza ma è perdono effettivo e definitivo di tutti i peccati; e inoltre, come sappiamo, diventiamo per sempre dimora della Trinità. Dunque il nostro battesimo è decisamente superiore a quello di Giovanni (che prefigurava il nostro, almeno nella forma e anche nella dimensione penitenziale). Però quando Gesù si fa battezzare abbiamo visto che accadono due cose inedite, straordinarie, che contengono già qualcosa del nostro battesimo. A tal punto che potremmo dire che nel battesimo di Gesù diventa visibile ciò che nel nostro battesimo rimane invisibile; e mi riferisco in particolare a due cose: la prima sono i cieli che si aprono e lo Spirito che scende. Ecco, ricordiamoci bene che laddove c’è un cristiano, laddove c’è un battezzato, ci troviamo di fronte a qualcuno sul quale i cieli si sono aperti e, diciamo di più, rimangono aperti (cfr. testimonianza di Stefano). Un cristiano, ancora di più se è un cristiano fedele a ciò che è, con la sua vita porta sulla terra il cielo aperto di Dio. E questa, cari amici, sono una dignità, e anche una missione straordinarie che non possiamo trascurare né in noi né negli altri. Anche le relazioni cambiano perché io so che in te, fratello mio, Dio è sceso, c’è un cielo aperto in te e sopra di te. Prima cosa.

 

La seconda anticipazione del nostro battesimo sta in questa voce del Padre: Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento. Sono parole che si applicano a Gesù in modo unico e speciale. Lui, e solo Lui è il Figlio di Dio, l’amato. Ma, siccome, come dicevo prima, Lui è venuto non per sé ma per noi, ecco che in Lui anche noi, per grazia, siamo destinatari di queste parole, di questo compiacimento del Padre. E qui noi riceviamo una vera e propria chiamata a entrare, vivere in questo compiacimento del Padre. Che cos’è questo compiacimento? È il Padre che riconosce il suo Figlio come il suo vero servo, il servo di YHWH che Isaia aveva annunciato (Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio) proprio nel momento in cui inizia a farsi salvezza per i peccatori, laggiù, al Giordano, in mezzo a loro. Proprio quel servo che, come aveva profetizzato Isaia, morirà per i peccatori, porterà il peccato di molti e intercederà per i peccatori è Gesù. Nelle parole del Padre è racchiusa in nuce tutta la missione di Gesù servo di YHWH, la sua Pasqua e la nostra Pasqua. E dunque questo compiacimento è anche per noi cioè quando ci mettiamo anche noi tra i peccatori, ci lasciamo salvare e ci mettiamo, come Gesù, a servizio della salvezza degli altri, siamo coloro che rallegrano il cuore di Dio, compiacciono il Padre. “Di nulla il Padre si compiace dell’uomo come della sua conversione e della sua salvezza – affermava san Gregorio di Nazianzo”. Che cosa stupenda sapere che il Padre si compiace di noi, è contento di noi, sapere che il Padre ci guarda nello stesso sguardo con cui guarda il suo Figlio amato. Anche questa è una vera chiamata a rimanere in questo sguardo, a fare di tutta la nostra vita un cammino di compiacimento del Padre e anche ad aiutarci a vicenda a guardarci come ci guarda il Padre.

 

Cari fratelli, siamo chiamati a questo perché siamo questo: siamo figli di Dio, e lo siamo realmente! Davvero quest’oggi, nella festa del Battesimo di Gesù, accogliamo di nuovo il nostro battesimo. Abbiamo davanti tutto questo anno nuovo, il tempo ordinario che inizia domani per camminare da servi di Dio nel compiacimento del Padre per noi e per tutti i nostri fratelli.

 

venerdì 9 gennaio 2015 - 2a settimana dopo Natale - fr. Giovanni Battista FMJ


Ci sono due punti nel vangelo di oggi su cui vorrei soffermarvi un po’, ricordandoci anzitutto che c’è una luce particolare, un contesto privilegiato in cui noi vogliamo accogliere e leggere il vangelo di oggi, che è il tempo di Natale che è ancora in corso. Il tempo liturgico influisce sul modo di leggere i testi, e il fatto che ci troviamo nel tempo di Natale e più in particolare nei giorni che seguono l’Epifania, la manifestazione di Gesù, non è privo di interesse.

 

Questo lo dico anzitutto a proposito del primo di questi due punti del vangelo da cui vogliamo lasciare colpire stasera: Gesù che si ritira e sale da solo sulla montagna a pregare. Dopo aver servito la folla, averla sfamata, nutrita, Gesù sente l’esigenza di ritirarsi, e neanche con i discepoli, che li costringe a partire, ma proprio del tutto solo. E secondo me, forse perché sono un monaco, ma credo anche per chi non lo sia, questa scena è davvero straordinaria. La solitudine di Gesù è già in se stessa una manifestazione, una epifania. Gesù ci stupisce, ci affascina, si manifesta, non solo quando fa qualcosa per gli altri, qualcosa di bello e di miracoloso, come la moltiplicazione dei pani e dei pesci di ieri, ma anche quando non fa, anche quando semplicemente prega, si ritira, rimane solo con il Padre. Questa solitudine di Gesù, così decisamente cercata e voluta da Lui, io credo che sia davvero un orizzonte tutto da esplorare dalla nostra contemplazione e preghiera. Perché qui abbiamo un Gesù, che è il Figlio di Dio che viene dal seno del Padre, che è come se sentisse l’urgenza fisica, naturale, viscerale, di ritrovare il seno del Padre.

 

Lui è sempre con il Padre e il Padre è sempre con lui, questo è chiaro, e questo è proprio il mistero del Dio che si fa uomo senza smettere di essere Dio, però questo salire di Gesù sul monte è come un bisogno, una specie di istinto che Gesù ha in sé di ritrovare l'intimità di quel nido di amore in cui dimora dall’eternità. Questa solitudine di Gesù, se la contempliamo con sguardo intenso e tutto penetrato di preghiera, ci rivela veramente qualcosa di affascinante, perché ci mette di fronte agli occhi una scena nuda e semplice di questa relazione continua che intercorre tra le tre persone della Trinità. Il Dio che in Cristo si fa tutto a tutti è il Dio che non lascia mai seno del Padre, tanto che ci sono dei momenti della sua vita terrena in cui questa relazione deve prendere tutto il posto, non ci deve essere nessun altro. Anche questa, per me, cari fratelli e sorelle, è epifania! L’uomo Gesù che si volge a Dio in solitudine è quasi icona tangibile del mistero intangibile, inafferrabile, invisibile, del Dio-Trinità nascosto dai secoli più remoti. Potremmo davvero continuare ad approfondire questa scena del Gesù solitario per chiederci, per esempio, come noi abitiamo la nostra solitudine, se la cerchiamo come via personale di comunione con Dio, ma vorrei piuttosto passare al secondo punto che volevo dirvi perché mi sembra più in linea con col tempo natalizio e il tempo della manifestazione.

 

Il secondo punto è chiaramente Gesù che, sceso dal monte, cammina sulle acque e va incontro ai suoi discepoli. Qui abbiamo un’altra manifestazione, Gesù che cammina sulle acque di un lago. E si tratta di un segno grandioso della sua Signoria, anzitutto sulla creazione e le sue leggi, le leggi fisiche, perché qui Gesù non sprofonda; ma anche Signoria sulla storia che è oscillante, instabile, insicura, ambigua e pericolosa (non si sa cosa nasconde), come il mare; e infine Signoria sul male e sul peccato di cui il mare è simbolo. Ecco che qui abbiamo un segno davvero stupefacente, eppure i discepoli, scambiano Gesù per un fantasma. E qui c’è da chiedersi il perché i discepoli equivocano così la presenza del Signore con quella di un fantasma. La risposta ce la dà il testo: perché, dice il testo, avevano il cuore indurito. Vediamo, cari amici, che connessione strettissima ci sia tra il cuore dell’uomo, le sue condizioni, il suo stato di vita e di salute spirituale e affettiva, e il modo che abbiamo di guardare la realtà. La situazione interiore dell’uomo può influenzare a tal punto la nostra capacità di vedere la realtà da portarci perfino a scambiare la presenza del Signore con un fantasma. E quante persone, purtroppo, hanno una visione di Dio sbagliata.

 

Anche tra noi cristiani talvolta Dio, Gesù che ci viene incontro, è qualcuno che fa paura proprio come il fantasma che credevano di vedere i discepoli. E poi come cristiani spaventati dall’idea spaventosa di Dio che abbiamo, diffondiamo lo spavento. Il mistero di Dio, già di suo ha qualcosa, parlo ora in termini di religione naturale, di spaventoso. Sono sotto i nostri occhi eventi che rendono la religione qualcosa di spaventoso, di terrificante, eventi di fronte ai quali uno dice: se la religione porta a queste cose meglio non essere nemmeno credenti, meglio essere atei e ciascuno si faccia i fatti suoi. E anche nella Bibbia la visione di Dio è spesso un po’ connessa con la paura, il Dio tremendo che si rivela. E infine ci spaventa, anche un po’ giustamente in questo caso, la connessione della morte dell’uomo con il divino: nessuno può vedere Dio senza morire, e poi il fatto che ci sarà un Dio che ci giudicherà. Ecco che di fronte a questa naturale paura dell’uomo verso il sacro, verso il mistero, ci viene dato un Salvatore, che sia quando entra nella storia (come Bambino), sia quando se ne uscirà (come Crocifisso), farà di tutto per guarirci da questa paura di Dio e donarci la pace, la pace che nasce anzitutto dall’avere Dio, proprio colui che ci terrorizza, come amico. “Con questa Rivelazione – leggiamo nella Dei Verbum § 2 – Dio invisibile nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi, per invitarli e ammetterli alla comunione con Sé.”

 

Quand’è che la paura cessa per i discepoli? Proprio quando accoglieranno Gesù nella barca. Come per noi quando diventiamo amici di questo “avversario” che ci fa paura con il quale siamo in cammino lungo la via perché non ci consegni al giudice. Meno male che erano in mezzo al lago perché se fossero stati sulla terra avrebbero potuto fuggire; il fatto di essere sulla barca li ha, come dire, obbligati, ha non subire la paura ma ad attraversarla fino all’incontro con colui che libera, risana, l’uomo dalla sua paura.

 

Davvero chiediamo oggi al Signore, ancora immersi nella luce dell’Epifania, di non temere le sue manifestazioni, in qualsiasi modo si presentino e da qualsiasi parte arrivino, ma di aprirci con fiducia al suo dono che è dono di pace, è dono della sua amicizia, è dono di sé. “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza.” (Gv 10,10).

 

Domenica 4 gennaio 2015 – II domenica dopo Natale - fr. Giovanni Battista FMJ


Le letture di oggi si soffermano nuovamente nell’esplorare l’inesauribile mistero dell’incarnazione del Figlio di Dio. Infatti abbiamo nuovamente il prologo del vangelo di Giovanni, che è la stessa lettura che abbiamo ascoltato nel giorno di Natale. E non è inutile risoffermarsi su questo testo così bello che ci rivolge uno degli annunci più straordinari della storia della salvezza: il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi.

Si tratta di una frase un po’ misteriosa. Parlare di un Verbo, del Logos, per noi che siamo abituati a questo linguaggio, forse risulta normale, ma non scavalchiamo così velocemente l’intensità di questa espressione. Il Verbo si fa carne, il Verbo, ossia ciò, o meglio colui, che rende intelligibile, comprensibile, che strappa al non senso tutta la realtà creata e, soprattutto l’uomo. L’uomo è un mistero, l’uomo rimane spesso sospeso in un groviglio di domande, in un fascio di desideri, bisogni che chiedono soddisfazione, sete di assoluto. L’uomo ha bisogno di essere spiegato, svelato, ha bisogno di una chiave che renda ragione del suo esistere. L’uomo è un grande perché che invoca senso in ogni momento della sua vita, e in ogni tappa del suo cammino sulla terra. Da giovani o da vecchi le situazioni potranno essere diverse ma sempre rimane in noi questo acceso desiderio di un di più che spesso tentiamo di soffocare o di soddisfare in malo modo. A quest’uomo che, di suo, cioè per quanto attiene alla sua naturalità, non sa da dove viene e dove va, viene offerto un Verbo fatto carne, un Logos (logos vuol dire anche ragionamento, discorso) cioè una Parola che lo illumina, una chiave che apre questo mistero che l’uomo è ai suoi stessi occhi. Veniva nel mondo la luce vera, dice Giovanni, quella che illumina ogni uomo.

 

Soffermiamoci un pochino su questa frase del prologo provando a chiederci come, in che modo, questo Verbo fatto carne illumina l’uomo?

 

Anzitutto possiamo dire che gli svela la sua vera origine, un’origine che va addirittura al di là della sua nascita, del suo essere creato, della storia e del tempo e che risale fin nel pensiero di Dio: in lui, cioè in questo Verbo, dice Paolo, Dio ci ha scelti prima della creazione del mondo. Siamo scelti da Dio. E la scelta non è solo pensiero ma è decisione, è un movimento della volontà di Dio, del suo desiderio. Ciascuno di noi dunque esisteva non solo nel pensiero ma nel desiderio di Dio stesso, ancora da prima che il mondo e l’universo intero venissero creati. Fino a tal punto siamo voluti. Questo, cari amici, è il punto di partenza di tutta la storia dell’uomo e della nostra storia personale. È difficile, se non impossibile, capire l’uomo se non partiamo da questa scelta che Dio fa dell’uomo. Non siamo frutto del caso, non veniamo neanche semplicemente da una volontà umana che può essere la volontà dei nostri genitori. In realtà il nostro essere affonda le sue radici in questo desiderio che Dio ha per ciascuno di noi. Ora proviamo a pensare a quante visioni riduttive esistono dell’uomo oggigiorno e anche in passato, letture cioè che non prendono nemmeno in considerazione questa origine divina del nostro essere, letture ad un piano puramente psicologico, umano, oppure teorie che guardano solo alle dinamiche fisiche, chimiche o sociali che regolano la naturalità dei meccanismi umani e della loro genesi. Addirittura c’è chi sostiene che l’uomo sarebbe stato creato in laboratorio da degli scienziati extraterrestri provenienti da un altro pianeta. Io avrei sicuramente un modo del tutto diverso di relazionarmi con me stesso, con la mia corporeità, con la mia affettività, con la mia intelligenza come anche con quelle degli altri se pensassi di essere un prodotto di laboratorio degli alieni. Rendiamoci conto allora di quanto sia importante, di quanto sia davvero cosa sacra avere chiaro, anche nel nostro tempo, che l’uomo viene da Dio, non solo come creatura ma come desiderio: il Signore ci ha voluti personalmente, abbiamo Dio per Padre! Talvolta noi pensiamo che se crediamo, se abbiamo fede è perché siamo noi che abbiamo scelto Dio, come se il punto di partenza fosse nella nostra volontà che ha scelto di credere, sceglie di pregare, sceglie di entrare in relazione con l’assoluto; questo un po’ è comprensibile perché noi avvertiamo il nostro anelito, il nostro desiderio di Dio, ma non quello di Dio per noi; ecco che però Paolo ribalta la prospettiva e allora la nostra fede, il nostro desiderio di Dio non è altro che una risposta a questo desiderio che Dio ha dell’uomo; anzi, è come se fosse proprio una traccia di sé che Dio, che ci ha creati a sua immagine e somiglianza, ha lasciato in noi, come un cordone ombelicale che sempre ci lega alla Madre che ci ha generato. Quanto è davvero importante per noi e per il nostro tempo accogliere questo primo raggio di luce che il Verbo incarnato getta su tutta la nostra vita e su tutta la natura umana e ritornare sempre a questa origine, e da qui sempre ripartire: siamo nati da Dio.
 

Un secondo raggio di questa luce del Verbo che illumina l’uomo la cogliamo dalla prima lettura che è tratta dal capitolo 24 del libro del Siracide. C’è tutto un filone, come sappiamo, della letteratura biblica, che va sotto il nome di scritti sapienziali, tra cui appunto il libro del Siracide. E in questi scritti vediamo che compare in maniera sempre più nitida la figura della Sapienza, secondo modelli e linee differenti a seconda dell’antichità dei testi. In Siracide 24 fa capolino questa idea quasi personificata della Sapienza che viene ad identificarsi con la Legge di Israele: “Tutto questo è il libro dell’alleanza del Dio altissimo, la legge che Mosè ci ha prescritto.” (24,23) La Sapienza, secondo Siracide, si è “incarnata” nella Legge di Israele, nella Torah. Ora, la nostra Legge, la nostra Sapienza incarnata è Gesù. Gesù è la nuova Legge del nuovo Israele. Nel Verbo incarnato ci viene consegnato l’uomo nuovo che vive nella piena adesione alla volontà di Dio. Il secondo raggio di luce che si sprigiona oggi dal Verbo che illumina l’uomo riguarda allora l’agire dell’uomo. Per rimanere in questa dignità di figli di Dio che ci è stata data nel battesimo, Gesù consegna all’uomo la Sapienza che egli è; non dà semplicemente una Legge ma dà se stesso sia come modello di vita (come io vi ho amato così amatevi anche voi), sia come mezzo, come via per agire (io sono la via la verità e la vita), Lui che agisce in noi. È molto importante secondo me tenere ben salda questa dimensione anche pratica, concreta, morale dell’illuminazione che l’uomo riceve dal Verbo Incarnato. La luce che illumina l’uomo non è solo sentimento, non è solo intuizione mentale o emotiva, non è neanche solo intenzione o desiderio, come se fosse qualcosa da relegare al mondo dei sogni (la vita che vorrei), e non possiamo nemmeno limitarla alla dimensione spirituale e interiore del nostro rapporto con Dio come se tutto il resto della nostra vita fosse altra cosa, ma riguarda anche l’ambito delle nostre scelte. Perché noi, con le nostre scelte quotidiane, con le nostre opere più o meno rilevanti, possiamo o rimanere nella luce e di conseguenza diffondere luce intorno a noi, o allontanarci nella luce e ricadere nelle tenebre. È difficile credere di aver conosciuto questa luce se questa illuminazione ci lascia come prima, non ci apre all’amore: “Chiunque ama è stato generato da Dio – scrive san Giovanni – e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore.”

 

Vedete, cari amici, cosa significa che la Sapienza pone la sua tenda in mezzo a noi, cosa vuol dire Dio si è fatto uomo. Davvero oggi entriamo con rinnovato ardore in questa luce che già ci avvolge e che le tenebre non hanno vinta.

 

venerdì 2 gennaio 2015 – Santi Basilio e Gregorio - fr Giovanni Battista FMJ

 

È interessante notare come i testi proposti per la memoria di oggi, in qualche modo, si integrino a vicenda, perché nel vangelo abbiamo sentito quanto Gesù insiste, nel riportare le relazioni all'interno della comunità al loro fondamento comune, alla loro base autentica che è la figliolanza, il nostro essere tutti figli dello stesso Padre in Cristo, e di conseguenza, il nostro essere tutti fratelli e, infine, tutti discepoli (non fatevi chiamare Guide perché uno solo è la vostra guida). Così in questo modo viene esclusa per sempre ogni possibilità di ritenersi superiori, in quanto a dignità, degli altri; non ha senso, non ha fondamento ritenersi superiori, per due ragioni: perché ciò che siamo non viene da noi, ma è dono di Dio, è l’adozione figliale che ci rende figli e fratelli, che ci dà la nostra dignità; e poi perché questo dono non è un dono fatto solo a me ma è un dono che si basa sulla scelta di Dio, sulla chiamata di Dio che è rivolta a tutti. Però dobbiamo confrontarci anche con la prima lettura nella quale si riprende in modo abbastanza chiaro questa idea di una origine comune di ciò che siamo, di ciò che valiamo (un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti); ma Paolo, a questo punto, fa un passo ulteriore. Scrive: “A ciascuno di noi (per cui ora non c’è più solo uno sguardo comunitario ma personale), tuttavia, è stata data la grazia secondo la misura (katà tò métron – secondo il metro) del dono di Cristo (il latino ha “donationis Christi”, quasi, potremmo dire, del suo donarsi). Ed egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri … allo scopo di edificare il corpo di Cristo.” Nel nostro linguaggio spirituale ed ecclesiale in genere questa articolazione tra ciò che è comune e ciò che è personale siamo soliti esprimerla nei termini di unità nella diversità, unità nella pluralità.

 

Ora, perché oggi il lezionario dei santi ci propone questi due testi? Sicuramente per diverse ragioni ma una, credo, è per il fatto che Basilio e Gregorio erano davvero grandi amici, veramente grandi e nell’amicizia noi troviamo questo stesso criterio di unità nella diversità che abbiamo visto prima. Ci basti, per renderci conto di quanto erano davvero una cosa sola, ascoltare cosa scrisse Gregorio in un suo epigramma, il primo, dedicato a Basilio che era morto prima di lui (lui morirà 10 anni dopo): “Che un corpo vivesse senz’anima credevo, non io senza di te, Basilio, servo caro di Cristo.” Davvero si volevano bene con un affetto intenso, un amore così vero che non ha mai soffocato la loro libertà di essere se stessi e neanche la libertà di dirsi ciò che pensavano, non senza momenti di forte tensione. Ecco l’unità nella diversità.

 

Questi due amici che la Chiesa ricorda insieme oggi ci fanno pensare allora a una dimensione che forse, nel linguaggio cristiano e catechetico, rimane un po’ trascurata, che è quella dell’amicizia. Anche l’amicizia, come la fraternità, è un dono di Dio, è qualcosa che viene dal Signore. Ma è un dono che, a differenza di altri doni, per esempio una grazia specifica o un beneficio materiale che noi chiediamo perché magari ne abbiamo bisogno e lo otteniamo da Dio, punto e basta e qui si conclude l’atto di donazione di questo bene da parte di Dio, con l’amicizia non è così. Perché l’amicizia è un dono che va custodito, è un dono che noi possediamo se conserviamo sempre anche il donatore cioè il Signore che continua a donarci il bene dell’amicizia. Forse mi spiego meglio usando le parole di san Tommaso che contempla due modi di essere amico. Dice: “Si può amare una persona in due modi. Primo, per se stessa: e in questo non si può avere amicizia che per un amico. Secondo, si può amare qualcuno a motivo di un’altra persona: come quando, per l’amicizia che uno nutre verso un amico, ama tutti coloro che gli appartengono, siano essi figli, servi, o in qualsiasi altro modo a lui attinenti. E l’amore può essere così grande da abbracciare per l’amico quelli che gli appartengono anche se ci offendono e ci odiano. Ed è così che l’amicizia della carità si estende anche ai nemici, i quali sono amati da noi con amore di carità in ordine a Dio, che è l’oggetto principale di questa amicizia.” (Somma teologica II-II q. 23, art 1)

 

A noi dunque, cari fratelli e sorelle, Gesù che nel Suo Natale viene nella carne proprio per intrattenersi con gli uomini come con amici, viene consegnato questo nuovo e straordinario modo di essere amici, un modo che, a questo punto diventa potenzialmente universale. Non sarà più basato solamente sulla nostra scelta umana dell’amico o degli amici (seleziono quelle persone con le quali posso stabilire una relazione migliore, che mi vanno a genio, rispetto ad altre che non ritengo valide per questo fine) ma sarà un rapporto che si appoggia, si inserisce, diciamo così, nella scelta che Gesù fa dei suoi amici (che diventano anche i nostri). L’amicizia cristiana è dunque un movimento non semplicemente diretto, immediato uomo-uomo (sarebbe ancora parziale) ma mediato dall’Amico Gesù. È dono di Dio, è dono del Signore che ci offre la sua amicizia verso gli uomini, ma è impegno per noi a rimanere in questa mediazione dell’Amico Gesù. Se noi escludiamo, non mettiamo al centro l’Amico Gesù, crolla ogni possibilità di amare coloro che andrebbero al di là della nostra scelta personale, soggettiva. L’essere amici, in questo senso, supera addirittura la semplice e già altissima, dimensione della reciprocità per collocarsi piuttosto in un rapporto a tre che ha Dio al centro.

 

Davvero allora, grazie alla testimonianza dei due amici Basilio e Gregorio, che a questo punto sono anche nostri amici, possiamo oggi scoprire che grandi doni, anche umani, cioè che rendono bella e piacevole la nostra vita, il Signore venuto nella carne, ci fa. Benediciamolo di cuore per questo e benediciamo anche tutti i suoi e nostri amici.

 

 

 

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