sito delle Fraternità Evangeliche

di Gerusalemme di Firenze

                                                            

OMELIE anno 2012

Santa Maria Assunta alla Badia Fiorentina

 

 

28 Dicembre 2012 - Santi Innocenti - fr. Giovanni-Battista FMJ

 

Il vecchio Simeone, quando Maria e Giuseppe si recheranno al tempio di Gerusalemme per offrire al Signore il loro figlio primogenito, profetizzerà: “Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori.” Tale profezia non ancora formulata era già evidente appena qualche giorno dopo la nascita di Gesù. Il re Erode cercò infatti di nascondere il turbamento e la paura che affiorarono dentro di lui quando seppe che un re era nato in Israele, un re tale da suscitare da molto lontano l’adorazione dei magi. Egli mostrò una compiacenza ipocrita e fece le dovute indagini per sapere in quale luogo avrebbe dovuto nascere il Cristo. Ma tale strategia diplomatica nascondeva invece la paura di un rivale, il terrore di perdere il proprio potere. A ciò si aggiunse poi la sensazione di essere stato preso in giro dai magi che, seguendo le indicazioni dell’angelo apparso loro in sogno, non riferirono nulla ad Erode sul bambino Gesù: di fronte a Dio avevano, giustamente, relativizzato l’autorità terrena.

 

La reazione violenta di Erode ci fa riflettere: essa è traduzione in azioni del suo desiderio di togliere di mezzo Dio, egli aveva paura di Dio! Se magari ai nostri giorni tale paura non sempre genera una reazione così violenta, rimane tuttavia viva la domanda. Perché Dio fa così paura all’uomo? Anche oggi Dio può essere considerato un nemico, anche oggi può risuonare nei pensieri più intimi di noi e dei nostri contemporanei la demoniaca affermazione: “Basta! Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci?” (Lc 4,34). Colui che si incarna per intrattenersi con noi e chiamarci all’amicizia con Dio, cioè alla vita divina, trova spesso un terreno ostile, cuori induriti e superbi che rifiutano la via della salvezza e preferiscono abitare nell’ombra di morte pur di non perdere il proprio piccolo potere. E da una paura infondata nasce la violenza, violenza contro Dio, ma che nel contempo, come nel caso dei bambini di Betlemme, si accompagna alla violenza contro l’uomo. Le due cose sono collegate, come mette in luce anche la prima lettura dell’apostolo Giovanni: “Se camminiamo nella luce, come Dio è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri”.

 

Chi non si rende conto del male che è in sé lo vede o lo scarica sugli altri, come Erode che riversa la sua rabbia sui bambini di Betlemme. Forse per questo Dio ci fa paura: perché viene a svelare la verità che abbiamo nel cuore, chi siamo veramente. Egli viene a distruggere l’apparenza che ci siamo costruiti o che gli altri ci attribuiscono. Di fronte a tale luce che illumina i cuori la reazione può essere talvolta aggressiva, un po’ come quella di Erode: Gesù, un suo suddito, viene considerato a lui superiore, uno degno di adorazione e lui questo non lo tollera. Dio fa paura perché la verità fa paura.

 

Erode tenta di togliere Dio dall’orizzonte del mondo, dall’orizzonte umano come lo aveva allontanato dal proprio cuore e così genera ingiustizia, malvagità e morte. Il rifiuto di Dio genera il rifiuto dell’uomo. Erode è nelle tenebre e cerca di estendere le tenebre sugli altri. Ma veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo, e le tenebre non l’hanno vinta! Per quanto l’impero delle tenebre si ribelli e dispieghi tutta la sue armi contro la lieta notizia che in Israele è nato un Salvatore, buona novella che non solo dei poveri pastori avevano accolto, ma ora anche dei Magi che provenivano da lontano, l’avanzata nel mondo del piano di Dio nel mondo continua, il suo piano di pace e di salvezza non viene interrotto: “Alzati Giuseppe, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo.”

 

La lotta tra Bene e Male non è una lotta tra due potenze uguali ed equivalenti; tra Luce e Tenebre sussiste infatti la stessa abissale distanza che c’è tra il Creatore e la creatura, una distanza incolmabile se non per iniziativa divina: il male non può salire fino a Dio, ma Dio può scendere sulla terra, nel male, e vincere il male. La storia e il mondo sono nelle mani di Dio, davvero è nato per noi un re! Il sangue di questi bambini che prefigura quel sangue grazie al quale loro stessi saranno salvati, ci ricorda, in un tempo liturgico in cui potremmo dimenticarlo, che siamo stati redenti a caro prezzo (Cfr 1 Cor 6,20) e che con questo sangue è stata scritta una promessa che accende la nostra speranza nonostante il peccato che segna profondamente la storia umana: il mondo non resta chiuso in se stesso, ma è aperto al Regno di Dio. (Cfr. Compendio di Dottrina sociale della Chiesa § 578).

 

26 Dicembre 2012 - S.Stefano - fr.Giovanni Battista FMJ

 

All'indomani della celebrazione della nascita del nostro Salvatore e ancora illuminati dalla luce di quel Bambino che è rivelazione della gloria del Padre, la nostra attenzione è invitata oggi a meditare sulla figura di Santo Stefano, primo tra i diaconi, primo tra i martiri. Egli è il primo nominato, infatti, tra i sette prescelti per questo nuovo ministero, in cui la Chiesa ha visto l’istituzione del ministero diaconale, ed è soprattutto il primo a versare il sangue a causa del Vangelo dopo il Signore Gesù e alla sua sequela. Prima la chiesa di Gerusalemme aveva subito solo qualche persecuzione ma nessuno ancora era morto; Stefano dunque non poteva appoggiarsi sulla testimonianza totale e sulla morte di nessun altro se non del suo Maestro e Signore. Egli è stato la prima realizzazione radicale di quel “come hanno perseguitato me perseguiteranno anche voi”. Stefano inaugura così la stagione, mai conclusasi, dei testimoni fino al sangue, di coloro cioè che non solo annunziano, gridano il Vangelo con la propria vita, ma anche, e soprattutto con la propria morte.

 

Ma che senso ha celebrare questa festa, gioiosa ma dai tratti anche dolorosi, perché narra di una vicenda di sangue che umanamente non può non colpirci per gli aspetti di ferocia e di aggressività con cui è descritta, quando ancora siamo illuminati e rallegrati dalla luce dl Natale? Sembrerebbe quasi un venire ad interrompere la festa. In realtà la scelta liturgica non è priva di senso. Oggi la Chiesa, nella festa di Santo Stefano ci pone davanti agli occhi la realizzazione, il contenuto, la testimonianza visibile non solo di cosa significhi che il divino sia entrato nell'umano e dunque sia con noi, ma che il Figlio di Dio fatto uomo continui ad essere con noi, nella Chiesa e non solo, tutti i giorni fino alla fine del mondo.

 

Stefano è presentato dagli Atti degli apostoli come un uomo imbevuto della presenza di Dio; viene descritto infatti come “uomo pieno di fede e di Spirito Santo”, “pieno di grazia e di potenza” e operatore di “grandi prodigi e segni tra il popolo”. Egli era un altro Cristo, una sorta di incarnazione della sua presenza che vivendo come Lui ha saputo morire come Lui: le accuse rivolte pochi anni prima contro Gesù di Nazareth sono infatti le stesse che ora portano Stefano al martirio; come Cristo Stefano affida il suo spirito al Padre; come Cristo invoca misericordia su coloro che gli gettavano addosso pesanti pietre. Puro di cuore vide il Figlio di Dio: “Ecco, contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio” e lo rese visibile: “Tutti quelli che sedevano nel sinedrio, fissando gli occhi su di lui, videro il suo volto come quello di un angelo” (At 6,15).

In questo modo la liturgia che nell’Ottava di Natale oggi guarda a Stefano, non semplicemente si lascia illuminare dalla luce di Cristo che dalla mangiatoia attrae la nostra adorazione, ma vuole farci scorgere la presenza del medesimo Verbo incarnato anche nella vita della Chiesa, e soprattutto nella vita di quei testimoni che, come Stefano, nella Chiesa, sono stati colmati di Spirito Santo e sono così passati attraverso una nuova nascita, un nuovo Natale: quello di Cristo in loro.

Non solo, con il martirio di Stefano si pone una pietra miliare anche nella nascita e nella maturazione dell’identità stessa della Chiesa: infatti se fino ad allora gli apostoli speravano di convincere la sinagoga tentando di mostrarle il compimento delle promesse messianiche in Gesù di Nazareth, dal martirio di Stefano in poi i cristiani cominciano a fuggire a causa della persecuzione, evangelizzando nuove terre e distaccandosi sempre più dalla sinagoga. La Chiesa nata dal costato trafitto di Cristo, continua a nascere in altre terre sempre a prezzo del sangue di Cristo versato da chi ne è diventato imitatore e presenza. La Chiesa ci esorta in questo modo a non cercare il Salvatore che è nato, solo nella stalla di Betlemme ma anche nella vita, nella parola e nella sofferenza della Chiesa e di tutti coloro sono perseguitati per la giustizia. E a questo sguardo presenziale ed ecclesiale ci richiamano anche Maria, madre e figura della Chiesa e Giuseppe, patrono della Chiesa universale.

 

Se la gioia semplice delle festività natalizie rischia di essere ridotta ad un arcobaleno sdolcinato di pii sentimenti, tanto belli quanto aleatori, tanto variopinti quanto effimeri, di fronte al sangue capiamo il vero valore dell’Incarnazione. Il Figlio di Dio continua a prendere carne, ad incarnarsi, in chi è disposto ad accogliere, come Maria e come Stefano, l’ombra dello Spirito Santo.

 

Guardiamo dunque al presente, al presente della Chiesa, al presente del mondo e al presente della nostra vita.

 

25 dicembre 2012 - S. Messa dell’Aurora – Natale 2012 - fr. Giovanni-Battista FMJ


 

La solennità di oggi ci pone davanti non semplicemente al mistero di Dio inteso in senso generico, ma alla persona stessa di Gesù. Non abbiamo alcun messaggio da parte sua, nessuna parola uscita dalla sua bocca da meditare, nessun comandamento oggi ci viene ingiunto. Abbiamo davanti ai nostri occhi nient’altro che un bambino, un neonato, che conosciamo solo per quanto è stato profetizzato di lui e per quanto l’angelo Gabriele a Maria, l’angelo del Signore a Giuseppe e l’angelo ai pastori hanno annunziato. Il Verbo di Dio non parla ancora, eppure in Lui il Padre ha detto tutto! “Dal momento – scrive San Giovanni della Croce – in cui ci ha donato il Figlio suo, che è la sua unica e definitiva Parola, Dio ci ha detto tutto in una sola volta in questa sola Parola e non ha più nulla da dire. Infatti quello che un giorno diceva parzialmente ai profeti, ce l’ha detto tutto nel suo Figlio, donandoci questo tutto che è il suo Figlio”.

 

Per questa ragione l’angelo dice di annunziare ai pastori una buona novella, letteralmente, “evangelizzo a voi una gioia grande”. Il Vangelo, prima che essere un messaggio con un contenuto e una morale è rivelazione di Dio stesso, del Verbo incarnato per la nostra salvezza.

 

In questa Messa dell’aurora al confine di una notte non ancora dissipata e di una nuova luce che già si intravede all’orizzonte, mentre viene a visitarci dall’alto un sole che sorge, un giorno nuovo per tutta l’umanità, non possiamo fare altro che adorare in silenzio il grande mistero del Dio fatto uomo, nutrendo in noi quel sentimento di stupore, di meraviglia e soprattutto di gioia che sempre deve ardere nel segreto del nostro cuore. Di fronte al Bambino Gesù silente anche noi vogliamo tacere per cogliere l’inesprimibile che Egli ci comunica, che Maria custodisce e medita nel suo cuore, che Giuseppe protegge e accompagna, che la gente umile, come i pastori, contempla insieme a noi.

 

Immersi in questa luce possiamo allora chiederci: ma qual è quella forza che consente al Dio onnipotente e creatore di tutto di farsi bambino? Come il Dio tre volte Santo, separato da tutto ciò che è profano, il Totalmente Altro, può assumere la natura umana? Non semplicemente per la sua onnipotenza, non per la sua capacità di agire sul nulla ponendo in essere ciò che prima non era, non per la sua capacità di scrutare i segreti più nascosti e le coscienze più cupe. Ma per la forza dell’amore, la forza dell’amore può tutto! Nulla è impossibile a Dio perché Dio è amore. Se fosse stato solo onnipotente e non amante, o creatore e non amante, o giudice supremo ed universale e non amante, non tutto gli sarebbe stato possibile perché la sua grandezza e la sua potenza sarebbero stati per lui un limite invalicabile. Dio non sarebbe riuscito ad andare al di là di se stesso. Ma Dio sa andare al di là di se stesso, Dio sa trascendersi divenendo uomo pur rimanendo Dio, perché Dio è amore. Ecco di cosa è capace la forza dell’amore.

Questo bambino che oggi abbiamo di fronte e che possiamo adorare, contemplare, stringere e baciare è il modo di Dio per dire a ciascuno: Io ti voglio bene e ti do la mia vita, la metto nelle tue mani! Voglio che tu sia con me e comincio con l’essere io con te. Voglio che tu sia come me e comincio con l’essere io come te.

 

L’attesa trepidante che abbiamo vissuto durante questo tempo d’Avvento e che è diventata per noi non solo consapevolezza dell’abisso che ci separa da Dio, ma soprattutto scoperta che questo spazio contiene un desiderio insaziabile e dunque potenzialmente frustrato, ora è saziata, l’abisso colmato, il vuoto abitato: Gesù è l’Emmanuele, il Dio con noi!

 

Di fronte a questa rivelazione sublime perché divina, perché espressione unica di quel “i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie” (Is 55,8) la veglia solitaria nella notte delle nostre inquietudini e dei nostri interrogativi, da errare senza mèta e ricerca “a tentoni” (At 17,27) nella nebbia della nostra non conoscenza e del nostro peccato, diventa corsa verso un volto, quello di un bambino: “Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere”. Forse sarà scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati è potenza di Dio e sapienza di Dio. (Cfr. 1 Cor 1, 23-24)

 

25 dicembre 2012 - messa di mezzanotte di Natale - fr. Massimo-Maria FMJ

 

     Fratelli e sorelle anche quest'anno è giunto il Natale. Durante tutto il tempo di Avvento abbiamo cantato “ Vieni Signore “. Lo abbiamo invocato; lo abbiamo desiderato, pregato e supplicato: “ Vieni Signore Gesù “. Ora Egli è venuto. Una luce intensa splende in questa notte, una grande luce brilla nelle tenebre del mondo, è apparsa la grazia di Dio. Gesù è nato!

    Carissimi fratelli e sorelle, ora misteriosamente nella liturgia della sua Chiesa  Gesù è venuto, è giunto, Egli è qua.

    In questa liturgia Gesù ci guarda, ci ascolta; di più, attraverso questa liturgia Lui ci parla.

    Sì! Gesù in questa notte ha qualcosa da dire a ciascuno di noi, ha una parola da pronunciare nel profondo del nostro cuore, per la nostra vita.

    Egli che ci conosce, sa bene che siamo venuti qua, questa stanotte, forse con le motivazioni più diverse; sa bene cosa abbiamo nel cuore: conosce le paure che ci opprimono, i pesi che portiamo, le angosce che ci schiacciano, ma anche i desideri, le speranza, le gioie, le conquiste e i fallimenti, i progetti e le preoccupazioni. Lui che conosce tutto ciò ha qualcosa da dirci!

   Che cosa dunque ci dice il Signore? Gesù  ci dice una cosa, che già conosciamo, che diremmo, semplice, ma che costituisce il segreto della vita umana ed il cuore della fede cristiana.

Il Signore, in questa notte, ci dichiara ancora una volta l'infinito, immenso e incondizionato umile amore di Dio.

   Gesù Bambino prima che commuoverci, prima che voler creare – come si dice - la magia del Natale, prima che provocare riflessioni profonde o pensieri  spirituali vuole dirci, confessarci, convincerci dell'amore infinito ed umile con il quale Dio ama l’uomo, ogni uomo.

   Ce lo dice non con un ragionamento, non con uno scritto, ma in un modo per noi sconvolgente e disarmante: ce lo dice esponendosi a noi in una grande povertà, mostrandosi in una immensa fragilità, consegnandosi a noi nella debolezza di un Bambino, sul cui volto brilla potentemente l’umile amore di Dio. Amore umile perché vero.

  Sì! La Parola di Dio per noi questa notte è proprio un Bambino, e proprio attraverso questo Bambino, nella liturgia, al nostro cuore è sussurrato: “ Dio ha tanto amato il mondo da dare il Suo Figlio.”

   Poiché tutto questo costituisce l'incredibile verità dell'umanità non fa meraviglia che per questo Bambino gli angeli del cielo abbiano cantato, i pastori siano stati attirati in una grotta, le tenebre si siano diradate, la pace del cielo non disdegni ora abitare la terra.

   Fratelli e sorelle questa è la Parola che il Signore stanotte vuole dirci “ Dio ci ama, e ci ama di un umile amore”.

    Certamente il Signore vuol dirci questo perché è il cuore della fede cristiana – lo dicevamo prima -, ma soprattutto perché - dobbiamo dircelo senza paura e con verità – il dramma, il vero problema, la reale tragedia è che noi, in fondo, a questo amore non ci crediamo, o almeno non ci crediamo abbastanza.

    Chiediamoci perché abbiamo ridotto la pratica della fede al precetto della Messa domenicale – o annuale? Perché il Vangelo ci pare troppo esigente? Perché anche se ci diciamo cristiani spesso poi affermiamo in più occasioni: Gesù sì la Chiesa no? Perché ci fanno paura gli impegni per tutta la vita? Perché viviamo con mille paure, da tutto ci sentiamo angosciati e da tutti minacciati? Perché la gioia vera quella profonda nel nostro mondo pare aver ceduto il passo alla tristezza e la speranza alla disperazione? Perché rischiamo di vivere l’adesione alla fede più come una ideologia che una gioiosa e pacificante appartenenza a Qualcuno?

   Il cuore dell'uomo ha un unico profondo e radicale desiderio: essere amato. E il Natale è Dio che dice : “ Io ti amo profondamente dall'eternità e per sempre.”Qui sta il cuore di tutto. Solo questo rende il cuore dell’uomo umano e giustifica una vita credente.

   Il teologo medioevale Guglielmo di S. Thierry ha scritto: “ Dio – a partire da Adamo – ha visto che la sua grandezza provocava nell’uomo resistenza; che l’uomo si sente limitato nel suo essere se stesso e minacciato nella sua libertà. Pertanto Dio ha scelto una via nuova. È diventato un Bambino. Si è reso dipendente e debole, bisognoso del nostro amore. Ora – ci dice quel Dio che si è fatto Bambino – non potete più aver paura di me, ormai potete soltanto amarmi, lasciarvi amare, perché io vi amo.”

“Sono apparse la bontà di Dio e il suo amore per gli uomini”: questa frase di san Paolo deve per ciascuno di noi in questa Santissima notte acquistare, assolutamente, una profondità tutta nuova. In questo Natale dell'anno della fede, per evitare che la vita ci schiacci o trascorra ancora del tempo senza gustare in pienezza la  bellezza dell'esistere e la gioia di essere credenti alla Vergine Maria che ci porge il Bambino Gesù chiediamo che interceda, affinché  finalmente possiamo aprire il cuore a credere all'amore di Dio, possiamo aprire la vita ad ascoltare la Parola piena di luce e speranza della Notte di Natale: “ Dio ha tanto amato il mondo da dare il Suo Unico Figlio.”

Senza questo passo fondamentale, senza l’accoglienza di questo dono vitale, potremmo anche possedere il mondo, in realtà saremmo terribilmente poveri; potremmo conoscere tutte le filosofie e persino i segreti della scienza, disgraziatamente ci sfuggirebbe il segreto del processo di umanizzazione della nostra vita; potremmo porre tanti atti religiosi e moltiplicare tante pratiche di pietà, ma senza credere all'Amore di Dio per noi, la nostra vita resterebbe complicata e spesso piena di amarezza, rigida e mesta, appunto perché l’umile amore di Dio non ci ha ancora profondamente colmato e afferrato, trasformato.

   Alla luce di questo umile amore del Signore tutto acquista un colore diverso: nelle sofferenze siamo accompagnati, poiché è Lui che le attraversa con noi,: molte cose che crediamo essenziali divengono persino inutili; tanti nodi si sciolgono, tante barriere cadono, tante paure si dissolvono, molte ansietà si dissipano e molte preoccupazioni si ridimensionano.

  Il gusto della vita rinasce e la gioia, l'immensa gioia di essere cristiani ed appartenere alla Chiesa, diventa segreto di luce e sorgente di pace. Anche per ciascuno di noi acquista una forza incredibile la rase di Paolo: “ Se Dio è per noi chi sarà contro di noi?

    O Gesù splendore del Padre nato dalla Vergine Maria, Tu ci guardi in questa notte con occhi di bimbo, ci conosci, ci ascolti e ci parli. Protendendo le tue mani verso di noi ci chiedi di accoglierti sul serio nella nostra vita; ci riveli che solo arrendendoci a Te infatti la nostra vita è piena e solo credendo al tuo umile amore il nostro cuore gusta la pace.

Amen

 

Domenica 23 dicembre 2012  - IV Domenica d’Avvento – fr. Patrick FMJ

 

 

L’avvenimento di per sé  fu quasi  impercettibile; ci viene menzionato due volte nel Vangelo odierno.  Mentre Elisabetta stava per rispondere al saluto di Maria, d’improvviso le fu tolta la parola per il sussultare del bambino nel suo grembo.

 

Restò forse senza fiato per un baleno, prima che uscisse dalla sua bocca tutto a un tratto, una benedizione proclamata tutta d’un fiato, a gran voce.

 

Con quale soffio? Con quello dello Spirito Santo.

 

Era strato annunciato dall’Angelo Gabriele che il figlio di Zaccaria ed Elisabetta sarebbe “colmato di Spirito Santo” fin dal seno di sua madre. E’ proprio ciò che avvenne nel momento in cui Maria salutò Elisabetta.

 

Al sussultare di gioia del bambino nascosto nel suo grembo, “Elisabetta fu colmata di Spirito Santo” ed esclamò a gran voce: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!”

 

Il passaggio dello Spirito Santo ha mutato questa donna anziana che si “teneva nascosta da cinque mesi”, dall’inizio della sua gravidanza, in una profetessa dalla voce potente, in grado di discernere e proclamare  il mistero nascosto nella sua giovane cugina Maria: tu sei la “madre del mio Signore”, beata che hai “creduto nell’adempimento di ciò che il Signore ti ha detto”.

 

Riteniamo solamente questo per oggi, per il breve tempo che manca fino alla celebrazione del Natale.

 

E’ l’irrompere  dello Spirito Santo nell’umanità che fa l’incarnazione. E’ sempre lo Spirito Santo che rende presente il Signore nel mondo umano. E’ sceso su Maria per realizzare il concepimento fisico di Gesù.  Ha colmato Giovanni Battista al sesto mese di gravidanza di sua madre Elisabetta, per fare di lui il precursore del Salvatore.

 

E’ stato effuso dal cielo sulla Chiesa nascente nel giorno di Pentecoste. Sarà lui ancora, fra pochi minuti, a santificare i doni che stiamo per presentare a Dio per farne il corpo e il sangue di Gesù Cristo, veramente presente fra di noi,  come uno che vi ha appena piantata la sua tenda.

 

E’ urgente, ora, nel nostro tempo in cui la Chiesa sta promuovendo una nuova evangelizzazione, durante quest’anno della Fede,  aprirci nuovamente allo Spirito Santo, scoprirlo sempre più, conoscerlo sempre meglio, vivere in lui, per lui, in lui, senza timore né esitazione.

 

E’ lui il fine dell’Incarnazione e del Natale; che lo Spirito Santo sia effuso nel mondo mediante la passione e la risurrezione di Gesù, affinché tutti gli uomini siano salvati e godano dell’adozione e figli, offerta gratuitamente da Dio Padre.

 

venerdì 21 Dicembre 2012 - III settimana Avvento - fr. Giovanni Battista FMJ

 

La Parola del Signore corra e sia glorificata” è questa la speranza che abita la preghiera di Paolo nella sua seconda lettera ai tessalonicesi. Tale corsa della Parola può avvenire anche fisicamente quando essa si impadronisce, o meglio, viene a dimorare nell’intimo di chi la desidera, l’attende, se ne nutre. Questa è la corsa di Maria che, dopo aver ricevuto il sublime annuncio dall’angelo Gabriele, “si alzò – dice San Luca – e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda.” Inizia una nuova corsa della Parola nella storia dell’umanità: “Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio.” (Eb 1,1-2a).

 

Maria giunge da Elisabetta che porta in grembo colui che sarà la voce della Parola, colui che, come mette in luce Sant’Agostino, recherà il contenuto della Parola e poi svanirà, colui che annuncerà a più riprese: Preparate la via al Signore. Ora, Maria nel suo saluto ad Elisabetta ha una voce nuova, una voce diversa dalle altre volte, è voce della Parola che porta in grembo: “Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo”. Colui che sarà la voce della Parola sussulta di gioia alla voce di colei che porta la Parola nel suo grembo. Il Precursore, colui che griderà: Preparate la via al Signore, incontra colei che precorre il Signore perché è divenuta in se stessa via al Signore tanto che essere visitati da Maria significava essere visitati dal Signore stesso, che dimorava in lei; egli incontra colei che prepara la via a lui e a sua madre Elisabetta, venendo loro incontro.

 

Se l’annuncio e l’attesa di Giovanni Battista furono caratterizzati dal mutismo del padre e dal nascondimento della madre, l’annuncio dell’Incarnazione di colui che sarà chiamato “Figlio di Dio” è corsa, accoglienza reciproca, conoscenza autentica, effusione di Spirito Santo, irradiamento di gioia, canto di gratitudine: in poche parole, è esperienza di Dio perché prolungamento di quel venirci incontro di Dio che per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo. Maria riproduce, rivive all’esterno quanto ha ricevuto e vissuto all’interno. Corre con cuore e grembo dilatati da qualcosa o meglio Qualcuno che è suo ma non le appartiene, è suo ma è di tutti, trasformando la casa di Zaccaria in santuario epifanico delle meraviglie di Dio, e un comune e privato legame parentale in primizia di una famiglia nuova, la Chiesa.

Dopo l’evento decisivo dell’Annunciazione in cui Maria non si attribuisce alcun titolo se non “serva del Signore”, ella non si ripiega su se stessa, non ritiene tesoro geloso l’essere stata scelta da Dio, ma corre da Elisabetta. La prima evangelizzata diventa la prima evangelizzatrice. (Cfr. per queste ultime due frasi “Catechismo degli adulti” pag. 383). Maria che ha incontrato il Signore in se stessa diventa promotrice di questo incontro del Signore con gli altri, vive da serva del Signore perché a servizio del rapporto di Dio con l’uomo.

 

È così, cioè seguendo le stesse “leggi”, che il Vangelo continua anche oggi la sua corsa i cui sentieri sono i cuori degli uomini, e il cui traguardo è la salvezza di tutti. Chi è abitato dal “peso della Presenza di Dio” – come dice il nostro Libro di Vita” – è in grado di trasmetterlo invisibilmente a chi gli sta accanto. Ma, attenzione! Prima di correre a portare la Parola agli altri è necessaria averla accolta, gustata e, almeno con lo sforzo e l’intenzione, sorretti dalla grazia di Dio, vissuta. Anche per noi arriva il momento di annunciare dai tetti la Verità che ci ha cambiato la vita. Ma questo sarà possibile ed efficace se non avremo disdegnato l’ora dell’incontro personale ed intimo col Signore che entra nella storia e, soprattutto, nella nostra storia.

Alzati, amica mia, mia bella, e vieni, presto! Mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce”

 

Ora è questo momento di incontro intimo, personale ed insostituibile con il Signore, ora è il momento della Rivelazione del Figlio di Dio. Non disattendiamo tale incontro, non siamo altrove col nostro essere e il nostro desiderio, ma prepariamo il nostro cuore a quest’ora solenne perché il Signore non ci trovi assenti o distratti.

 

Così faremo il nostro bene e anche quello degli altri.

 

16 Dicembre 2012 – III Domenica Avvento C - fr. Giovanni-Battista FMJ

 

Camminare verso la luce del Natale non è solo un cammino di attesa, un tenersi desti, con le lampade accese per la venuta dello Sposo; è anche un cammino di preparazione alla gioia. La preparazione esteriore e materiale di questo evento trova molto spazio nelle nostre città: le strade vengono ornate di luci, si addobbano gli alberi di Natale, ci si affretta ad acquistare i regali da fare alle persone più care, si prenota un tavolo al ristorante. Ma se andiamo al di là di questa organizzazione esteriore, che è bella ed importante e non va disprezzata, vediamo che non tutti gustano il senso profondo della festa, non tutti sanno perché, o meglio, per chi si sta festeggiando. Anzi, tale effervescenza esteriore potrebbe mettere in luce ancora di più la tristezza e la solitudine che albergano nel cuore di molti. Si tratta dunque di risvegliare, in noi e in coloro che ci circondano, la consapevolezza, le vera ragione della festa. In questo ci da una mano la liturgia di questa III domenica di Avvento, interamente pervasa dal tema della gioia.

 

Se leggiamo con attenzione i testi scelti per oggi notiamo che il motivo della gioia è ben esplicitato. Si conoscono bene le ragioni del perché rallegrarsi, del perché lasciarsi andare ad un canto di esultanza che risuoni in tutta la terra: “Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un salvatore potente”. È questo l’annuncio centrale di questa domenica Gaudete. Al centro dell’attenzione degli autori sacri non v’è la gioia in se stessa, quanto la presenza del Signore e la sua opera di salvezza. Se c’è un canto di esultanza questo è espressione, è risposta dell’uomo all’opera salvifica di Dio. È una gioia teocentrica, una gioia che apre, spinge e dilata l’anima dell’uomo ad andare con fiducia verso il Signore.

 

Potremmo chiederci: come mai vedere agire il Signore nella storia dell’uomo e nella nostra storia è per noi fonte di gioia? La risposta è semplice ma non banale. Perché in quel momento in cui ci scopriamo oggetto, destinatari privilegiati di questa salvezza che il Signore ci offre, ci scopriamo anche profondamente amati da lui. È gioia è canto di esultanza, interiore, prima che esteriore, di un cuore raggiunto e rinnovato dall’amore di Dio: “Il Signore, tuo Dio, gioirà per te, ti rinnoverà con il suo amore”. È per questa ragione che la gioia non rappresenta per noi semplicemente un momento di svago dai problemi che assillano le nostre giornate, una fuga felice da quella quotidianità che talvolta sembra essere così in contrasto con i nostri desideri e i nostri sogni più intimi. No! La gioia è forza di consolazione che ci fortifica, ci da sicurezza, sostiene la nostra perseveranza e la nostra fede e corrobora il nostro impegno nell’andare incontro al Signore che già ci ha raggiunto. Se siamo cristiani è per essere felici perché raggiunti da quella gioia che in fondo è la gioia di Dio stesso: “Il Signore tuo Dio gioirà per te, esulterà per te con grida di gioia.”

 

Per raggiungere questa meta di una gioia sempre più teocentrica, cioè che si fonda sulla presenza e sull’azione di Dio nella nostra vita, e di una gioia interiore prima che esteriore, che non lasci cioè, dietro un sorriso pre-confezionato, un cuore triste se non irritato, è necessario un cammino di educazione alla gioia, che in fondo, coincide con una cammino di continua evangelizzazione e conversione di se stessi. Il papa Paolo VI scriveva in proposito: “Chi non ricorda la parola di Sant’Agostino: «Tu ci hai creati per te, Signore e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te»? Perciò, è col diventare maggiormente presente a Dio e con lo staccarsi dal peccato che l’uomo può veramente entrare nella gioia spirituale. Senza dubbio, «la carne e il sangue» ne sono incapaci” (Paolo VI, Esortazione “La gioia cristiana”).

 

Tale sete di gioia e di presenza a Dio risuona anche in quel triplice “Che cosa dobbiamo fare?” delle folle convenute per farsi battezzare da Giovanni Battista. E il grande Precursore propone un cammino di conversione che parte da cose molto concrete: la giustizia, la carità verso gli indigenti, il rispetto dell’altro, lo stimolo a trovare una gioia diversa dall’accumulo per sé e dalla tutela unicamente dei propri interessi. È una gioia sinonimo di apertura al prossimo quella che il Battista propone a folle, pubblicani e soldati; egli prepara la gioia messianica facendo assaporare la gioia del dare, del condividere, la gioia di accontentarsi di quanto si possiede per riuscire a rallegrarsi “semplicemente delle molteplici gioie umane che il Creatore mette già sul nostro cammino. (…) Il cristiano – afferma sempre Paolo VI (Op cit) – potrà purificarle, completarle, sublimarle: non può disdegnarle: La gioia cristiana suppone un uomo capace di gioie naturali.” Giovanni Battista educa alla gioia perché prima ha educato se stesso scoprendo in quel “lui deve crescere io invece diminuire” il cammino della gioia piena. E tale dinamica di decentramento di sé per prepararsi ad accogliere Colui che viene emerge anche tra le righe del vangelo di oggi: “viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco”. Il Battista, pur potendo, vista la sua notorietà religiosa e la confusione della folla su chi era il Cristo, prendere per sé un titolo che in realtà non gli spettava ha saputo essere vero con se stesso vero con gli altri e vero con il Signore, ha saputo lasciare il dovuto spazio alla Luce vera che veniva nel mondo, alla Parola di cui non era altro che voce di uno che grida nel deserto, e in questo modo ha saputo trovare la sua gioia nel fare la volontà di Colui che precedeva. Tutta la sua vita era relativa al Signore, in altre parole, al centro di tutto c’era per lui il Signore. Facendo spazio al Signore ha saputo fare spazio anche agli altri che accorrevano a lui e così ha sperimentato, come già un tempo nel seno di sua madre, quella beata esultanza che è anticipazione di quanto vivremo nelle dimore eterne.

 

Entrando nei giorni forti della novena di Natale ci accompagni Giovanni il Battista, precursore del Signore, precursore della nostra gioia. Il Signore è vicino, non angustiatevi per nulla!

 

13 Dicembre 2012 – giovedì II settimana Avvento – Memoria di Santa Lucia, vergine e martire - fr. Giovanni-Battista FMJ


Come fratel Patrick metteva in luce nella sua omelia di ieri sera, un paradosso emergeva dalle due immagini che di Dio venivano date dalle letture della Messa: un Dio eccelso e onnipotente nella prima lettura, un Dio mite e umile di cuore nel vangelo. Il contrasto trovava soluzione in un terzo attributo unificante i precedenti: l’innocenza. Ma il Vangelo di oggi riaccende la nostra perplessità di fronte a una parola come quella che abbiamo ascoltato: “Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli subisce violenza e i violenti se ne impadroniscono”. I nostri interrogativi riprendono vigore: come conciliare un Dio che esorta “Imparate da me che sono mite ed umile di cuore” con un’espressione che potrebbe sembrare un incitamento alla violenza e a una sorta di guerra santa?

Su questo versetto i Padri della Chiesa, gli esegeti e gli autori spirituali di ogni tempo hanno fatto scorrere fiumi di inchiostro nel tentativo di offrire una interpretazione plausibile di quello che è, senza dubbio, uno dei passaggi più difficili della Scrittura. Le posizioni variano da quelle più tradizionali e comuni, come quella di San Girolamo che collega la violenza alla volontà dell’uomo per cui noi, che veniamo dalla terra cerchiamo il regno dei cieli “conquistandoci con la volontà ciò che non possediamo per natura” (Girolamo). Tale interpretazione è recepita, in certa misura, anche dal nostro Libro di Vita, che sottolinea: “Il regno di Dio soffre violenza e solo i violenti se ne impadroniscono anticipatamente, a prezzo delle più grandi rinunce” (§53). Il regno di Dio è in mezzo a noi ma l’uomo deve essere pronto a lasciare tutto per entrarvi, deve costringersi, deve farsi violenza in senso positivo! È la stessa conclusione dell’Imitazione di Cristo: “Progredirai nella misura in cui ti farai violenza”. Vi è poi chi, come Origene, compara la conquista della terra promessa da parte di Giosuè e del popolo di Israele mediante le armi, con la nostra conquista del regno dei cieli, la terra promessa definitiva, mediante le armi spirituali che lottano contro le potenze delle tenebre, anch’esse spirituali. E cita San Paolo (Ef 6,12): “La nostra battaglia non è contro la carne e il sangue, ma contro i Principati e le Potenze, contro i dominatori di questo mondo tenebroso, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti.” Infine una certa esegesi moderna ha cambiato del tutto la prospettiva di approccio a questo testo: la violenza in questione non è più la violenza buona di chi cerca di entrare nel regno dei cieli, ma la violenza cattiva di chi ne rallenta l’instaurarsi definitivo su questa terra.

Ora, di fronte a questo crocevia di interpretazioni che, più che essere sinonimo di confusione, dimostra quanto sia ricca la Parola di Dio, potremmo non sapere che strada imboccare, quale via seguire per incarnare tale parola nella nostra vita. Il versetto di un Salmo ci viene in aiuto: “Odiate il male voi che amate il Signore, lui che custodisce la vita dei suoi fedeli”. Se ci dev’essere un odio, una violenza, certo questa non dev’essere rivolta verso alcun uomo, verso nessuno. Ma se odio diventa sinonimo, come altrove nel Vangelo, (per esempio quando Gesù esorta “chi ama il padre e la madre più di me non è degno di me”) di distacco radicale e completo, se tale distacco senza compromessi lo applichiamo al male ci troviamo a descrivere esattamente l’altra faccia dell’amore, quella che si distacca “con forza”, con violenza, potremmo dire, dal non amore. Non si tratta di opporsi al malvagio, cosa che Gesù non ha fatto e ci proibisce di fare, ma di scegliere sempre positivamente nella nostra coscienza il bene e l’amore verso tutti e, di conseguenza, di rigettare il male, in ogni cosa e ad ogni costo. È quanto ha fatto Gesù di fronte ai suoi crocifissori, è quanto ha fatto Santa Lucia, di cui oggi celebriamo la memoria, di fronte ai suoi carnefici, dopo aver solennemente dichiarato: “Ora sacrificherò al Dio vivo me stessa come ostia viva.”

 

11 Dicembre 2012 – martedì II settimana Avvento - fr. Giovanni-Battista FMJ

 

     Il vangelo di oggi con la splendida e commovente parabola della pecora smarrita ci svela il senso profondo del tempo d’Avvento. Il tempo di Avvento infatti ci prepara alla celebrazione della prima venuta del Signore e attende il suo ritorno futuro quando il Cristo verrà a cercare e salvare definitivamente ciò che era perduto. “Tutti ci siamo allontanati da te” recita una preghiera eucaristica, e questo nostro allontanamento dall’ovile, dalla casa del Padre, si consuma ogni volta che con le nostre scelte e le nostre azioni tradiamo l’amore e la fiducia che il Padre ripone in noi. È il desiderio compassionevole che nessuno vada perduto che muove il figlio di Dio a venire alla nostra ricerca, fino ad attraversare i cieli ed assumere la nostra natura umana per aprirci la via per una comunione indissolubile, eterna.

     Leggendo con attenzione il testo, balzano ai nostri occhi alcuni particolari. Anzitutto notiamo che è il pastore il primo interessato a ritrovare la pecora smarrita, è lui il protagonista della ricerca: ogni possibilità di ritorno in seno al gregge si basa, prima di tutto, sull’iniziativa del pastore; l’eventuale ritorno si fonda su un essere ritrovati.

     In secondo luogo notiamo come nonostante, fuor di metafora, sia Dio il protagonista di questa ricerca dell’uomo smarrito lontano dalla comunione con lui, il successo non è garantito, infatti il testo precisa: “se riesce a trovarla”. Non è detto che il Padre riesca a trovarci nel nostro errare per le vie del peccato. Non è detto che la nostra vita diventi veramente fonte di gioia per il Signore, felice di poterci riaccogliere nel suo abbraccio. Potrebbe essere invece un continuo allontanarsi da Dio o anche un continuo nascondersi, più o meno consapevole, ai suoi occhi, rifiutando le molte occasioni che egli ci offre per venirci incontro. La gioia divina sperata dal Padre lascerebbe così il posto all’inquietante interrogativo “Adamo, dove sei?”.

     Inoltre la pecora smarrita allontanandosi dal pastore, si allontana anche dalle altre pecore del gregge, immagine, questa, della inimicizia che sorge tra uomo e uomo quando, abbandonato Dio, ognuno cammina per la propria strada, per il proprio deserto.

     Infine, se consideriamo anche che Dio, come afferma il nostro Libro di Vita, è più intimo a noi di noi stessi, dobbiamo riconoscere che lontananza da Lui significa in fondo lontananza da noi stessi, abbandono di quella bellezza originaria in cui il Padre vuole ricrearci.

     Tutti questi spunti di riflessione che il vangelo ci offre mutano, o meglio, arricchiscono l’immagine abituale che abbiamo del tempo di avvento: non semplicemente tempo di attesa del Signore che viene, ma anche, potremmo dire, tempo di attesa di noi stessi, lontani da Dio, lontani dai nostri fratelli, lontani dal nostro essere più autentico! Non possiamo vivere come pecore perennemente in fuga: il Signore continuerebbe certo a cercarci, i fratelli ad attenderci, la nostra coscienza a stimolarci al ritorno, ma l’ingresso in quella piena comunione con Dio e, di conseguenza, con gli altri uomini, che caratterizza la ragione più alta della dignità dell’uomo, come afferma il Concilio, dipende anche dalla nostra disponibilità a lasciarci trovare. “Nel deserto preparate la via al Signore. Allora si rivelerà la gloria del Signore e tutti gli uomini, insieme, la vedranno…” (Is 40)

 

mercoledì 5 Dicembre 2012 - I settimana Avvento - fr. Giovanni-Battista FMJ

 

     La prima lettura e il vangelo di oggi si trovano in un rapporto tra di loro, potremmo dire, di profezia-compimento, seppur non ancora definitivo ed universale. Il profeta Isaia descrive con l’immagine di un ricco e raffinato banchetto preparato dal Signore stesso la sorte futura dei salvati, dei redenti, di coloro che sono stati raggiunti e trasformati dalla potenza del Signore che è potenza salvatrice. Al cuore di questo messaggio di speranza e di pace si trova una promessa che fa vibrare i nostri cuori di desiderio e commozione se accolta con fede: il Signore “eliminerà la morte per sempre”! E’ questo un annuncio davvero in grado di cambiare la nostra vita e la storia intera, la vera novità e la certa speranza che ripaga e sostiene la fatica di una fede che deve avanzare nel buio di un’esistenza ancora segnata dalla caducità e, peggio ancora, del peccato che provoca la vera morte dell’uomo. Il peccato infatti, il male che l’uomo commette, è quanto ostacola, rallenta o, nel peggiore dei casi, impedisce che la salvezza di Dio ci raggiunga con frutto.

     Ci troviamo dunque in un tempo di incertezza, di instabilità, di provvisorietà in cui non possiamo ancora lasciarci andare alla gioia piena e definitiva della salvezza di Dio realizzata definitivamente. La salita verso questo monte della salvezza non è ancora compiuta, ci troviamo ancora a camminare nel deserto, come affermava anche sant’Agostino: “Cantiamo qui l’alleluia, mentre siamo ancora privi di sicurezza, per poterlo cantare un giorno lassù, ormai sicuri. Perché qui siamo nell’ansia e nell’incertezza. (…) Lassù risuoneranno le lodi di Dio. Certo risuonano anche ora qui. Qui però nell’ansia, mentre lassù nella tranquillità. Qui cantiamo da morituri, lassù da immortali. Qui da esuli e pellegrini, lassù nella patria.” (Dai “Discorsi”, disc. 256, 1)

     Ma, dicevamo, le due letture di oggi si trovano in un rapporto di promessa e compimento, seppur non definitivo. Anche nel vangelo infatti troviamo un monte che, per l’evangelista Matteo, ha sempre un valore simbolico di luogo rivelativo, di incontro con Dio. Su questo monte Gesù si ferma, specifica il testo, come se anche il tempo stesso con la sua carica di incertezza, di angoscia ed incompiutezza si fermasse per aprirsi ad uno spiraglio di eternità e di quella salvezza consolatrice grazie alla quale un giorno le lacrime di ciascuno dei redenti saranno asciugate. Qui Gesù accoglie e guarisce zoppi, storpi, ciechi, sordi, e mosso a compassione per questa gente che per tre giorni lo segue nel deserto, dona pane, dona pesce, dona vita, perché “non vengano meno lungo il cammino”.

     Il deserto non è distrutto, non è trasformato, come con realismo constatano i discepoli: “come possiamo trovare in un deserto tanti pani da sfamare una folla così grande?”. Ma l’incontro con il Signore, se non trasforma il deserto circostante è in grado di trasformare noi stessi, il deserto che ci abita, i “deserti dell’anima” come canta la liturgia (Inno vespri lunedì tempo ordinario) “coi fiumi d’acqua viva che sgorgano dal Cristo”. Se le cose stanno così allora anche noi, già fin d’ora, in pieno deserto, possiamo fiduciosi esclamare con il profeta Isaia: “Ecco il nostro Dio; in lui abbiamo sperato perché ci salvasse. Questi è il Signore in cui abbiamo sperato; rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza, poiché la mano del Signore si poserà su questo monte.”

     La parola di Dio di questo giorno allora dilata la nostra attesa del Signore in questo tempo di avvento, ma ciò deve compiersi per noi non solo quantitativamente, se così si può dire, rendendola più intensa e più viva, ma anche qualitativamente cioè purificandola e orientandola a lui solo. Sappiamo bene quante volte il Signore abbia preso le distanza da forme di discepolato interessate più dei suoi doni che di crescere sempre più in una relazione di reciproca amicizia con lui e di conoscenza profonda. Certo, i doni di Dio non vanno disprezzati, anzi è segno di maturità spirituale saperli riconoscere e saper renderne grazie, ma non dimentichiamo che, per quanto grandi siano questi doni, non sono Dio stesso, ma sono splendidi regali che il Signore ci fa per consolarci e sostenerci nel cammino verso la salvezza.

     In questa esigenza di discernimento ci illumina Sant’Ignazio di Loyola che scrive: “L’uomo è stato creato per lodare, riverire e servire Dio nostro Signore e per salvare, in questo modo, la propria anima; e le altre cose sulla faccia della terra sono create per l’uomo affinché lo aiutino al raggiungimento del fine per cui è stato creato. Da qui segue che l’uomo deve servirsene, tanto quanto lo aiutino a conseguire il fine per cui è stato creato e tanto deve liberarsene quanto glielo impediscano” (Esercizi spirituali – Principio e fondamento § 23abc)

     Se separati dal loro autore e dal loro fine, che in fondo coincidono, i doni di Dio possono trasformarsi per noi in tentazioni fuorvianti che invece che rinsaldare la nostra amicizia con Lui pian piano la deformano conducendola perfino all’idolatria, cioè ad una visione errata e falsa di Dio e della realtà! È questa una deriva a cui tutti siamo potenzialmente esposti, quella di una vita cristiana che si allontana da Dio o di una vita monastica che trascura la ricerca di Dio perché più interessata ai suoi doni (che non sono mai cose negative in sé) che non a Lui. “Hanno adorato e servito le creature anziché il Creatore” come diceva San Paolo.

     Il tempo d’avvento sia allora per noi questo tempo in cui ci disponiamo ad un’attesa sempre più teocentrica e cristocentrica. Non è forse questo il modo migliore per andare incontro al Signore che viene?

 

venerdì 30 Novembre 2012 - Festa di Sant’Andrea Apostolo - XXXIV settimana T.O. - fr. Giovanni Battista FMJ


 

          Chiunque crede in lui non sarà deluso. La parola della Scrittura, come scrive San Paolo nella lettera a Timoteo, è utile per insegnare, convincere, correggere ed educare nella giustizia (Cfr 2 Tm 3,16). Ma la parola dell’Apostolo che ci viene proposta per l’odierna festa di Sant’Andrea va oltre, spingendosi fino a provocare e quasi sfidare noi e il cristiano di ogni tempo, ma anche ogni uomo: chiunque crede in lui non sarà deluso.

          Oggi siamo forse un po’ troppo abituati alle promesse da marinaio, alla demagogia di chi dice e poi non fa, alle grandi aspettative che lasciano spazio ad ancor più grandi delusioni. E anche noi forse, talvolta, non siamo rimasti fedeli alla parola data. Ci troviamo quindi in un contesto, dentro e fuori di noi, che ci stimola più o meno frequentemente alla diffidenza e al prendere le distanze, al farci i fatti nostri.

          Se le cose stanno così, potremmo allora chiederci, c’è ancora posto per la fede? E se la fede sorge dopo un annuncio, dopo la proclamazione della Buona Novella, c’è ancora posto per l’attività missionaria e apostolica della Chiesa laddove vige la legge del fidarsi è bene non fidarsi è meglio? Proviamo a interrogare noi stessi, cristiani praticanti, lasciamoci provocare e sfidare da questa parola: Chiunque crede in lui non sarà deluso. Possiamo confermare con la nostra esperienza personale questa affermazione dell’Apostolo? In fondo è su questo che si gioca la fedeltà della nostra sequela di Cristo nella Chiesa: essere convinti che in lui nessuno sarà deluso, che in lui ogni nostra aspettativa più profonda trova pienezza e che dall’opera di Dio nelle nostre vite non può uscire che del bene. Nessuno ci obbliga ad essere cristiani e ad aver fede, nemmeno il fatto che siamo stati battezzati da bambini nella fede dei genitori senza che nulla ci sia stato chiesto e nemmeno il timore della condanna eterna perché tutte queste cose non avrebbero valore per noi se non avessimo fede.

          Se siamo cristiani è perché riconosciamo che esiste ancora una parola degna di fede su cui scommettere tutta la nostra vita, che c’è un Dio che ci ama e che vediamo ancora oggi in azione e che lo stupore di coloro che udirono, videro, contemplarono e toccarono con le loro mani il Verbo della vita ci raggiunge e si manifesta anche nella nostra vita, diventando il nostro stupore. È la lucida constatazione che davvero chiunque crede in lui non sarà deluso a stimolarci dall’interno, giorno dopo giorno, a proseguire il nostro cammino con entusiasmo, ad andare avanti e a giocare tutto su una parola e uno sguardo che non tradiscono. E infine, è su questo incontro tra la fede degli apostoli che ci raggiunge nella Chiesa e la nostra esperienza personale di fede che possiamo affermare a tutti con piena coscienza e senza scrupoli di menzogna o inganno: è tutto vero!

          Ebbene, anche noi allora quando sperimentiamo e viviamo tutto questo ricordiamoci che stiamo facendo la stessa esperienza del pescatore Andrea, fratello di Simone chiamato Pietro: “Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini”. Da questa chiamata primordiale è germinata una famiglia, la stirpe di coloro che non vivono più per se stessi ma per Colui che è morto e risorto per loro, e così facendo diventano abitanti di un nuovo regno e testimoni di un’umanità nuova. Siamo ormai abitati e trascinati da quella forza motrice che Cristo ha rivelato e attivato nel mondo e che non si ferma più perché scaturisce dal seno stesso della Trinità come incessante spinta all’amore.

          È tale spinta a manifestarsi in noi, quasi prendendo il sopravvento sui nostri timori e reticenze quando, come Andrea il primo chiamato, ci affrettiamo a proclamare a chi ignora che esiste una vita in pienezza, una vita eterna: Abbiamo trovato il Messia! Tanta gente, anche se non lo sa, aspetta un tale annunzio, vive una sorta di inconsapevole e continuo tempo di avvento di Colui che è l’immagine del Dio invisibile e il primogenito di tutta la creazione (Col 1,15). “Non possiamo dimenticare – scrive il papa – che nel nostro contesto culturale tante persone, pur non riconoscendo in sé il dono della fede, sono comunque in una sincera ricerca del senso ultimo e della verità definitiva sulla loro esistenza e sul mondo. Questa esistenza è un autentico «preambolo» alla fede, perché muove le persone sulla strada che conduce al mistero di Dio. (…) Tale esigenza costituisce un invito permanente, inscritto indelebilmente nel cuore umano, a mettersi in cammino per trovare Colui che non cercheremmo se non ci fosse già venuto incontro” (Porta Fidei 10).

 

mercoledì 21 Novembre 2012 - XXXIII settimana T.O.  - fr. Giovanni Battista FMJ

 

     Celebrando la memoria della presentazione di Maria Santissima al Tempio, la Chiesa celebra contestualmente anche la cosiddetta Giornata pro  Orantibus in cui ricorda la presenza e il valore di quei fratelli e sorelle che, nella Chiesa, donano la loro vita al Signore nel nascondimento della Clausura.

 

     Accostandoci da questo punto di vista, con questa lente, al vangelo ora proclamato, potremmo porci una domanda: a quale dei servi a cui l’uomo di nobile famiglia consegna dieci monete d’oro, collegheremmo istintivamente i monaci e le monache di clausura? Forse, secondo la mentalità comune nel mondo, al terzo servo, quello che ha paura, quello che si nasconde e non mostra particolare intraprendenza quanto piuttosto indifferenza e chiusura su se stesso.

 

     Così le claustrali e i claustrali, perché ci sono anche gli uomini, si rinchiudono dietro un muro, si imprigionano al di là di una grata privando di capacità, esperienze, energie utili a fare del bene un mondo tanto bisognoso di testimonianza evangelica, di irradiamento, come amiamo chiamarlo noi. “Ma cosa vai a fare in monastero con il bisogno che c’è nel mondo?” è forse l’interrogativo che anche noi saremmo portati a rivolgere a queste vocazioni nascoste ed apparentemente inutili, domanda che probabilmente anche a noi, monaci e monache di Gerusalemme è stata rivolta pur non essendo claustrali in senso stretto.

 

     C’è chi allora inizia a risalire all’infanzia per cercare di capire quale sia il trauma remoto che ha causato poi, in età adulta, una tale conseguenza; oppure si pensa a delusioni affettive o a problemi famigliari; qualcuno più profondo potrebbe pensare ad un egoismo spirituale che pensa solo alla cura della propria anima; infine poi ci sono quelli che dicono di conoscere il Vaticano II che decretano: sono cose d'altri tempi! Insomma, spesso si prende in considerazione ogni possibile ragione eccetto una: l’ha voluto il Signore.

 

     Dobbiamo riconoscere che ancora oggi la parola clausura ci sorprende e forse ci spaventa e, per spegnere questa sana inquietudine che sorge nel nostro cuore, siamo tentati di cercare ogni buona ragione per spiegare ciò che solo la fede, l’amore e la grazia di Dio possono farci comprendere. Provando dunque con occhi di fede a guardare a questo dono che ancora oggi il Signore rinnova alla sua Chiesa troviamo molte ragioni per dire grazie a questi nostri fratelli e sorelle nascosti ma vicini.

 

     Una in particolare vorrei sottolineare. Ci ricordano anzitutto il primato della preghiera e dell’essere sull’azione e l’apparire. I primi due servi della parabola sono lodati dal re non principalmente per l’utile che gli procurano, quanto piuttosto perché sono “buoni e fedeli nel poco”, come li descrive il re stesso: “Bene, servo buono! Poiché ti sei mostrato fedele nel poco, ricevi il potere sopra dieci città”. Quel poco, in fondo, non è difficile da individuare anche nella nostra vita: è quell’Essenziale, quell’unica cosa di cui c’è bisogno che così spesso il Signore ci esorta nel suo vangelo ad anteporre a tutto il resto.

     E’ questo il primo dono da custodire e far fruttare. E’ questa la nostra prima missione di cristiani e di consacrati! Dimenticare questo significa, in fin dei conti, dimenticarsi di Dio, l’Essenziale della nostra vita, esponendosi così, o al rischio dell’indifferenza, della paura, dell’egoismo e della chiusura su di sé come il terzo servo, per cui si inizia a rincorrere una sorta di autoredenzione che ha solo in sé stessi il proprio inizio e la propria fine. Oppure ad una delle più grandi tentazioni del nostro tempo, anche per i religiosi: l’attivismo, forse anche giustificato con motivazioni di carità, altruismo ed evangelizzazione, rischio a cui andiamo incontro quando, decentrato Colui che dev’essere il centro del nostro vivere e del nostro agire, sorge nel nostro cuore la recondita convinzione: dobbiamo fare tutto noi, dobbiamo fare tante cose, tutto dipende da noi!

 

     Certo il Signore non ci chiama all’inerzia, e questo ce lo conferma anche la parabola di oggi, ma ci ricorda, anche mediante l’orante vicinanza dei e delle claustrali, che solo se saremo pieni di lui la nostra vita sarà un Vangelo vivente e un bene tangibile per gli altri. Ce lo testimonia con parole splendide la beata Elisabetta della Trinità, monaca carmelitana, e dunque di strettissima clausura, che scrisse nel 1904 ad un sacerdote: “Dal fondo della mia solitudine del Carmelo, voglio essere apostolo insieme con lei, voglio lavorare per la gloria di Dio e per questo occorre che sia tutta piena di lui. Allora sarò onnipotente.” (Lettera al Reverendo Sacerdote Beaubis del 22/06/1904)

 

     Il Signore ci faccia comprendere quale fiume di grazia sgorga dal cuore di coloro che gli appartengono in modo indiviso.

 

venerdì 16 Novembre 2012, XXXII settimana T.O.   - fr. Giovanni-Battista FMJ

 

     Ascoltando il vangelo di oggi siamo colpiti dalla rapidità ed inequivocabilità che caratterizzeranno la venuta del Signore nel suo giorno. Se l’attesa del Signore da parte della sua Chiesa ha raggiunto ormai tempi plurisecolari, cosa che potrebbe disporci ad una certa rilassatezza nell’impegno di conversione e nella vita di fede, se non ad una più o meno esplicita incredulità nella promessa del ritorno di Gesù risorto, le parole che abbiamo ascoltato riaccendono decisamente in noi, forse anche con un po’ di timore, la consapevolezza che la storia potrebbe giungere al suo definitivo compimento da un momento all’altro. Non si tratta certo di lasciarsi esaltare o deprimere da coloro che dicono di sapere tempi, momenti e date della fine del mondo.

 

     Lo  stesso Signore ci scoraggia dal correre dietro a tali inutili curiosità, presenti anche ai suoi tempi: “Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere.” (At 1,7). Ma di vivere nella consapevolezza che se da un lato l’attesa è lunga e potrebbe apparire, ad uno sguardo immediato, non portare da nessuna parte, d’altro canto la parola del Signore ci avverte: il mio ritorno sarà improvviso.

 

     Forse non saremo noi ad assistere al giorno ultimo della storia del mondo, sicuramente però passeremo per il giorno ultimo della nostra storia personale in cui il Signore verrà a prenderci così come siamo e dove siamo. L’abbiamo ascoltato, nel giorno del Figlio dell’uomo ma anche nell’ultimo giorno della nostra vita non ci sarà tempo per niente, ognuno sarà sorpreso dove si trova e come si trova: chi si trova sulla terrazza non potrà rientrare in casa a prendere le sue cose, chi si troverà nel campo non potrà tornare indietro; uno verrà portato via, l’altro lasciato. La cosa può forse spaventarci, sentimento legittimo e naturale, ma lo scopo delle parole di Gesù è un altro: sollecitare la nostra attesa, stimolare la nostra vigilanza, nutrire la nostra speranza.

 

     Ritornano alla mente alcune sue esortazioni: siate pronti, vigilate, non sapete né il giorno né l’ora. Tale lavoro interiore che ci prepara all’incontro col Signore non può essere certo improvvisato, tutt’altro! La nostra vita può diventare una scuola di preparazione a tale incontro. Di incontro in incontro ci prepariamo all’incontro definitivo.

 

     Quante volte il Signore visita le nostre giornate e viene ad abitare nelle nostre case, nei nostri luoghi di lavoro, nelle nostre strade! Ogni giorno ci viene incontro nei Sacramenti, ci parla mediante la Scrittura e la voce della Chiesa, ci guida mediante le circostanze della storia e delle nostre esistenze. Si tratta per noi di riconoscerlo. Ma come potremo riconoscerlo se prima non l’avremo conosciuto? Conoscere il Signore non è solo conoscenza intellettuale, ce lo insegnano bene i discepoli di Emmaus, che pur sapendo tutto di Gesù e della sua vicenda non sapevano riconoscere lo sconosciuto che camminava e parlava con loro. Anche per noi oggi, anche se veniamo in Chiesa, anche se siamo cristiani, Cristo può rimanere un grande sconosciuto e il suo giorno può piombarci addosso come un laccio proprio come ai tempi di Noè e di Lot, mentre molti mangiavano, bevevano, prendevano moglie, prendevano marito. “State attenti a voi stessi – dice il Signore – che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso.” (Lc 21,34).

     Conoscere il Signore significa fare esperienza di lui, è qualcosa che riguarda tutto il nostro essere, significa, come dice la prima lettura, camminare nella verità, camminare secondo i suoi comandamenti, camminare nell’amore. Solo mantenendoci allenati in tale esperienza sapremo riconoscerlo vivente e veniente nella nostre giornate, solo con sguardo e cuori rinnovati dalla frequente compagnia del Signore potremo attendere la sua venuta definitiva nella nostra vita e nella storia non con quell’angoscia che si nasconde dietro l’attuale tabù della morte ma con la trepidazione di chi attende l’Amico che già conosce, che già ama, e a cui già ha donato la propria vita.

 

      “Cari Fratelli, - disse il papa ai Vescovi italiani alcuni mesi fa - il nostro primo, vero e unico compito rimane quello di impegnare la vita per ciò che vale e permane, per ciò che è realmente affidabile, necessario e ultimo. Gli uomini vivono di Dio, di Colui che spesso inconsapevolmente o solo a tentoni ricercano per dare pieno significato all’esistenza: noi abbiamo il compito di annunciarlo, di mostrarlo, di guidare all’incontro con Lui.” Lasciamoci allora raggiungere da tale annuncio della Chiesa di sempre, annuncio che nasconde una chiamata e consegna una promessa, quella promessa che ci fa camminare saldi nella fede, come vedendo l’invisibile.

 

mercoledì 7 Novembre 2012 -  XXXI settimana T.O. - fr. Giovanni Battista FMJ

 

     Quando si parla dell'amicizia con Gesù o di Gesù non dobbiamo intenderla come un rapporto identico all'amicizia umana che conosciamo, ma presenta, rispetto ad essa, tratti di somiglianza e di diversità. Infatti Gesù non è un amico tra altri che posso frequentare quando mi capita e in modo più o meno costante. Gesù deve diventare per noi l'Amico, e come si è amici suoi non lo si deve essere di nessun altro.

 

      Il testo evangelico di oggi parla di “una folla numerosa che andava con lui”, alla quale Gesù offre un criterio, potremmo dire, di discernimento vocazionale, cioè cerca di capire chi, tra questi che lo seguono, vuole essere davvero suo amico: “Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo”.

 

     Nel Vangelo di Giovanni un linguaggio simile era costato molto caro a Gesù dato che, riporta l'evangelista, “da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui” (Gv 6,66). Solo i Dodici perseverano riconoscendo in Gesù qualcosa di diverso da tutti gli altri, qualcosa che lo rendeva un amico speciale ed unico: “Signore da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il santo di Dio” (Gv 6, 68-69).

 

     Nell'antico testamento si parla talvolta dell'amore geloso di Dio, la gelosia divina che si accendeva contro le “scappatelle idolatriche” del popolo eletto che si prostituiva, religiosamente parlando, aderendo a culti stranieri: “Non seguirete altri dèi, divinità dei popoli che vi staranno attorno, perché il Signore, tuo Dio, che sta in mezzo te, è un Dio geloso” (6,14-15a). Ma la gelosia divina indicava anche l'amore compassionevole di Dio verso il suo popolo santo quando questi era osteggiato dai nemici; “essa muove Jahvé ad intervenire a favore del suo popolo e a combattere i nemici di Israele” (AA.VV., Piccolo Dizionario biblico, Paoline, Cinisello Balsamo (Mi), 1988, 137): “Il Signore si mostra geloso per la sua terra e si muove a compassione del suo popolo” (Gl 2,18)

 

     L'amicizia di Gesù è qualcosa di simile: eredita quella divina gelosia di cui il popolo d'Israele ha fatto esperienza e continua con noi la duplice funzione di strapparci all'idolatria, ancora oggi possibile, e di proteggerci da ciò che opprime il nostro cammino.  In quanto appartenenza primaria e interesse centrale della nostra vita è quanto custodisce la nostra vita dagli affetti disordinati o da coloro che vorrebbero condizionarci, come i nemici d'Israele, e sviarci dal perseverare nella volontà di Dio; in quanto amore assoluto rende ogni cosa ed ogni relazione della nostra vita relativa a lui. E questo non per soffocare la nostra capacità di amare, ma al contrario per renderla più intensa e più vera. Non si tratta dunque per noi di disprezzare o dimenticare padre, madre, moglie, figli, fratelli, sorelle, la propria vita e tutte quelle persone che conosciamo e a cui la Provvidenza ha voluto che fosse legata la nostra esistenza, ma imparare ad amare tutti costoro come li ama Gesù e con Gesù, cioè raccogliendoli all'interno della nostra relazione con Dio, nel nostro cammino di discepoli e amici di Cristo, e, in ultima istanza, dando la vita per loro. “Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo” (Lc 14,27).

 

     Si tratta dunque, con il Signore, di un amicizia sì unica, irripetibile e diversa da tutte le altre, ma non esclusiva, quanto piuttosto inclusiva, che sa volgersi verso tutti, sa amarli davvero, fino in fondo, perché Egli è il “Padre di ogni amore”, come ama definirlo il nostro Libro di Vita. Saremo in grado davvero di amare tutti ad una sola condizione: che nel nostro cuore il trono più bello, più alto e più luminoso sia sempre libero e disponibile per Colui che sa farsi amare sopra ogni cosa.

 

Domenica 4 novembre, XXXI Settimana T.O., fr. Giovanni Battista

Festa della Dedicazione della Chiesa Cattedrale  - Giornata diocesana del Seminario

 

     Le letture di oggi ci pongono al cuore della Bibbia e del messaggio evangelico. Se infatti c'e qualcosa che attraversa ininterrottamente tutta la storia della salvezza, questo e proprio il comandamento dell'amore. L'argomento ha dunque radici antiche, molto antiche.

 

     La prima lettura, tratta del libro del Deuteronomio, testimonia come al cuore dell'essere giudeo ci sia il primato assoluto dell'amore di Dio. Ma una prima questione che possiamo porci e questa: e possibile comandare di amare qualcuno, in questo caso Dio? La  risposta non é immediata, ma possiamo tentare di capire qualcosa rileggendo con attenzione, la prima lettura, il famoso Shema Israel che ogni ebreo adulto doveva ripetere tre volte al giorno.

 

     Il testo tratto dal libro del Deuteronomio non si apre con “ama il signore”, ma con “temi il signore, tuo dio, osservando per tutti i giorni della tua vita...tutte le sue leggi”; prosegue poi con “ascolta, Israele: il Signore e il nostro Dio, unico e il Signore”, e solo alla fine “tu amerai il signore, tuo dio, con tutto il cuore ecc. ecc”. Dunque, ricapitolando: prima c'e un fare (osservare le leggi e i comandi di dio), poi c'e un ascoltare, e infine, espresso con

un futuro e non con un presente come gli imperativi precedenti, amerai il signore.

 

     L'amore consapevole nei confronti di Dio e dunque posto in fondo, quasi come una promessa futura che si raggiunge dopo aver attraversato la via operosa della fiducia in un Dio che non si ama ancora pienamente, ed aver fatto esperienza delle sua vie. Da comandamento, l'amore diventa piuttosto il frutto maturo della nostra relazione con Dio, un frutto destinato a maturare sempre piu. Si ama il Signore solo dopo aver fatto esperienza di lui e della sua volonta per noi, esperienza che, al 99 % e un'esperienza di umanizzazione e di amore, amore cosi bello e coinvolgente che poi vogliamo farlo nostro e ridonarglielo in modo sempre piu totale. Con il Signore prima ci si fida e poi lo si conosce, prima si crede e poi si ama.

 

     Nella prima lettura non si parla ancora di amore del prossimo anche se sappiamo che gia era una delle colonne portanti della morale vetero-testamentaria che il Vangelo riprende citando appunto l'Antico testamento al libro del Levitico.

 

     Nel vangelo Gesu viene coinvolto in un dibattito di carattere scritturistico frequente al suo tempo in cui, tra le decine e centinaia di comandamenti a cui il giudeo doveva conformare il proprio agire, emergeva una sete di sintesi e di unita: “Qual e il primo di tutti i comandamenti?”. Ora, l'originalita della risposta di Gesu non sta tanto

nell'attribuire la pole position al duplice comandamento dell'amore, quanto nel correlare il secondo con il primo, come si vede meglio nel vangelo secondo Matteo che riporta nel testo una parolina importante, μοιος, parola che “non dice una somiglianza debole, bensi forte, di tipo uguale, affine, insinuando cosi che l'amore del prossimo non e da intendere come un'aggiunta secondaria, facoltativa, rispetto alla primaria importanza dell'amore di Dio, ma piuttosto come la necessaria esplicitazione e “verificazione” del primo” (Andrea Bellandi, L'amore pienezza della fede, Paoline, Milano, 2004, 29). I due comandamenti quindi, seppur distinti, sono simili: questa e la vera novita.

 

     Generalmente quando noi pensiamo all'amore verso Dio ci vengono in mente grandi ideali da raggiungere, rinunce ed ascesi aspre e dolorose, preghiera intensissima o una vita super contemplativa e quasi angelica. Parimenti l'amore del prossimo ce lo aspettiamo come un totale annullamento di se per dare tutto agli altri, una generosita instancabile e senza limiti pronta a non trattenere nulla, un farsi tutto a tutti come dice san Paolo, giudeo con i giudei, greco con i greci ecc. Queste considerazioni non vanno svilite o banalizzate perche davvero il Signore ci chiama alla perfezione dell'amore e potrebbe portarci sul serio a tutto questo, come dice anche il nostro Libro di Vita: “non puoi prevedere a quale grado di nascondimento e di spoliazione Dio voglia condurti domani, sulle orme di chi, per noi, giunse fino all'annientamento” (LdV § 95).

 

     Ma non dimentichiamo che il nostro cammino di santità deve partire anzitutto dall'accettazione dell'imperfezione del nostro amare. Senza tale consapevolezza non avrebbe nemmeno inizio, per noi, un cammino di crescita nell'amore. Dalla coscienza dei nostri limiti, invece, potra sbocciare in noi la disponibilita ad accogliere la forza corroborante dello Spirito Santo nella nostra vita nonché il coraggio di amare, seppur in modo povero, imperfetto, incapace di esaurire l'ideale, ma che non si tira indietro e che, come puo, si pone di fronte a Dio e agli altri. La chiamata all'amore e sempre alla nostra portata, qualsiasi sia il nostro livello di santita.

 

     Come diceva un Vescovo italiano: “Grandi orizzonti, piccoli passi!”. Meglio un amore povero, imperfetto, capace di piccole cose, che slanci di carita e generosita tanto grandi quanto sporadici. Il Cristianesimo e una vocazione feriale, quotidiana e anche nascosta perche cio che e visibile all'esterno e autentico se si radica all'interno, nel segreto tra noi e Dio. Il nostro cuore, dunque, e come se dovesse avere due occhi: uno rivolto verso Gesu, modello di ogni amore al Padre e agli uomini, e uno rivolto alla realta di noi stessi: il nostro cammino si pone tra questi due orizzonti, l'uno trascendente l'altro immanente.

 

     Infine, vorrei evidenziare un aspetto importante: la similitudine che Gesu coglie tra amore di Dio e amore del prossimo non annulla il primato del primo sul secondo, ricordiamolo bene. Come sottolinea ottimamente il biblista Maggioni: “Si tratta di riconoscere che Dio e uno solo e il nostro Signore. Nessuna signoria viene prima, ne alcun altra appartenenza. “Dio soltanto”, questo e il punto di partenza per ogni corretta impostazione dei nostri rapporti con Dio e con gli uomini.” (B.Maggioni, L'amore del prossimo nel Nuovo Testamento, in Aa.Vv., La carita e la chiesa. Virtu e ministero, Glossa, Milano, 1993, 35).

 

     Lo spazio, la preminenza che l'amore di Dio assume nella nostra vita deve percio diventare normativa, cioe fonte ispiratrice e regola, del nostro amore verso gli altri. Ciò nel concreto significa anche che qualora io, per amare gli altri, fossi trascinato a tradire, abbandonare o contraddire la mia appartenenza primaria al Signore, allora dovrei seriamente chiedermi: ma e davvero amore del prossimo e carita autentica cio che sto vivendo oppure si tratta di qualcos'altro? Il fatto che il secondo comandamento sia simile al primo esclude infatti che i due amori siano in conflitto, come se si annullassero a vicenda.

 

     Preghiamo con tutto il nostro cuore perche il Signore ci renda fedeli, perseveranti e infiammati del Suo amore, e nella nostra preghiera aggiungiamo anche un'intenzione particolare per la nostra Chiesa diocesana che celebra oggi la Dedicazione della sua Chiesa Cattedrale, segno, di visibile bellezza, dell'amore di Dio per il suo popolo.

 

martedì 30 ottobre 2012, XXIX Settimana T.O., fr. Giovanni Battista

 

     Le due parabole evangeliche che abbiamo ascoltato si pongono in continuità col primo annuncio di Giovanni Battista e poi di Gesù: “Il

tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino: convertitevi e credete nel Vangelo” (Mc 1,15).

 

     Le due immagini che Gesù ci offre, quella del granello di senape e quella del lievito, cercano, in modo simbolico, di aprire il nostro sguardo alla presenza del regno di Dio nella nostra vita e nel mondo. Gesù infatti sa bene che solo occhi capaci di penetrare l'apparente

per volgersi al vero senso del reale possono cogliere la presenza dinamica del suo regno nel mondo, ed è per questo che, prima con i

suoi discepoli, e oggi con noi, ci educa a riconoscerlo vivo e attivo nel presente.

 

     I discepoli, da buoni giudei, e noi, da buoni cristiani sappiamo che Dio opera nel mondo con la sua mano provvidente, sappiamo che c'è

una storia della salvezza che ha attraversato i secoli e che ancora si prolunga nel tempo e sappiamo pure che, come recitiamo nel credo,

“il suo regno non avrà fine”. Ma la scommessa per noi oggi è passare, per usare un linguaggio che piace al Papa, dal conoscere a riconoscere. “Conoscere, infatti, potrebbe essere un'operazione soltanto intellettuale, mentre “riconoscere” vuole significare la necessità di scoprire il legame profondo tra le verità che professiamo nel Credo – nel nostro caso l'esistenza del regno di Dio – e la nostra esistenza quotidiana...” (Udienza generale del 17/10/2012).

 

     Questa maturazione è per noi indispensabile per passare dal dirsi cristiani al vivere da cristiani. Il saper riconoscere i segni vivi della

presenza del regno di Dio, che in fin dei conti non è altro che la presenza di Gesù al nostro fianco e nella storia, diventa per noi infatti consolante stimolo alla speranza, una speranza che non è semplicemente qualcosa che scalda il cuore e i sentimenti, ma soprattutto un incontro con il Vivente capace di orientare, correggere e talvolta stravolgere le nostre decisioni e il nostro comportamento.

 

     Ci muoviamo qui nella logica squisitamente cattolica esplicitata da San Giacomo, di una fede che trova visibilità e conferma nella prassi del cristiano: “mostrami la tua fede senza le opere, e io con le mie opere ti mostrerò la mia fede” (Gc 2,18) e che riesce a mutare l'attesa in speranza mentre osserva che il granello di senape diventi un grande albero: “Siate costanti, fratelli, fino alla venuta del Signore. Guardate l'agricoltore: egli aspetta con costanza il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le prime e le ultime piogge.

 

     Siate costanti anche voi, rinfrancate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina.” (Gc 5,7-8).  Se molta gente vive come se Dio e il suo regno non esistessero, noi abbiamo la grazia e il dovere di andare controcorrente, di vivere l'anticonformismo della fede e della speranza nel Dio vivente. E questo a partire dalle situazioni più feriali, piccole ed ordinarie della nostra vita: è proprio in esse che possiamo accogliere il granello si senape o il pizzico di lievito. In particolare la prima lettura attira oggi la nostra attenzione su ciò che la Chiesa riconosce essere il nucleo della società: la famiglia. Gli sposi cristiani infatti, quando riconoscono che il loro amore non è solo un amore umano, ma viene da Dio, esprime e partecipa dell'amore di Cristo per la sua Chiesa, sono già veri evangelizzatori e annunziatori dell'esistenza del regno di Dio, dato che loro stessi si riconoscono condotti dal Signore ad accogliere un grande mistero nella loro vita: “Questo mistero è grande: io lo dico in riferimento a Cristo e alla sua Chiesa!” (Ef 5,32).

 

     Chi vive così, anche se non se ne rende conto, diventa quel pugno di farina che si lascia fermentare dal lievito del regno, e che diventa

così capace di fermentare a sua volta altra pasta. Scriveva a questo proposito il beato Giovanni Paolo II nel 1981: la famiglia “Chiesa domestica è chiamata ad essere un segno luminoso della presenza di Cristo e del suo amore anche per i «lontani», per le famiglie che non

credono ancora e per le stesse famiglie cristiane che non vivono più in coerenza con la fede ricevuta: è chiamata «col suo esempio e con

la sua testimonianza» a illuminare «quelli che cercano la verità»” (Familiaris consortio § 54).

 

     Il Signore ci conceda di vedere il suo regno.

 

sabato 27 ottobre 2012, XXIX Settimana T.O., fr. Giovanni Battista

 

      La prima lettura di oggi proclama con convincente lucidità quello che potremmo definire il “principio della diversità”: “A ciascuno di noi è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo” (Ef 4,7). Nella Chiesa, che è il corpo di Cristo, non siamo chiamati ad essere tutti uguali. Esigenza primaria è invece essere se stessi, cioè poter incarnare con tutto il proprio essere, così com’è, la vocazione particolare che Dio rivolge a ciascuno. Non esiste una vocazione

oggettivamente migliore di un’altra, ciò che conta è solo l’adesione alla volontà di Dio che chiede a ciascuno cose diverse. La crescita nell’unità sarà il segno dell’autenticità delle diverse vocazioni, una crescita che avviene, secondo San Paolo, “agendo secondo verità nella carità”. Essere veri in noi stessi, di fronte a Dio e davanti agli altri è il requisito più importante per vivere la vita cristiana non come dei commedianti, ma come persone innamorate che non resistono alla chiamata del più bello tra i figli dell’uomo.

 

     Tale consapevolezza ci conserva nella libertà di fronte ai giudizi degli altri, positivi o negativi che siano, ed allontana la paura di venire allo scoperto così come siamo. La vita cristiana infatti non consiste nel simulare chissà quale habitus virtuoso, ma nella Chiesa possiamo e dobbiamo sentirci a casa, la casa dei figli di Dio, figli che se crescono in santità lo fanno per davvero e come risposta libera ad un amore gratuito.

 

     A dire il vero però una via migliore di tutte c'è, ed è quella che lo stesso San Paolo indica come la via più sublime, la via della carità. In essa i carismi personali e le differenti vocazioni trovano armonia. Questo potrebbe essere invece il “principio di uguaglianza”. Il corpo di Cristo è infatti composto di membra diverse, metafora per esprimere i ruoli e le chiamate particolari di ogni cristiano, ma tutte le vocazioni, in un modo o nell'altro sono vocazioni all'amore.

 

     L'amore è l'obbiettivo e l'essenza comune per tutti, nonché il criterio con il quale sarà giudicata l'opera di ciascuno: saremo infatti giudicati sull'amore! Se dunque tante sono le vocazioni sulla terra quanti sono gli uomini che la abitano, l'amore è ciò che le armonizza tutte nel corpo di Cristo. In questo modo si  realizza quanto l'apostolo proclamava con stupore: “Non c'è più Giudeo né Greco; non c'è schiavo né libero; non c'è maschio né femmina, perché tutti voi siete

uno in Cristo Gesù.” (Gal 3,28).

 

     Perdere di vista il senso profondo ed essenziale della vocazione cristiana significa autocondannarsi alla sterilità, al non portar frutto (come il fico della parabola evangelica),  o al sostituire il frutto sperato con tante belle foglie che però non nutrono nessuno e non sono quanto il Padre e i fratelli auspicano per la nostra gioia e attendono da noi.

 

     Anche il nostro Libro di vita ci conferma su questa strada quando ci ricorda che solo l'amore è valore supremo, nonché compendio di tutta la vita monastica.

Lodiamo il Signore che arricchisce il giardino della Chiesa di migliaia di alberi diversi e non temiamo, ciascuno al suo posto, di lasciarci somministrare il buon concime che ci fa crescere nella fede, speranza e carità da quegli agricoltori a cui il Signore ci ha affidato.

 

giovedì 25 ottobre 2012,  XXIX Settimana Tempo ordinario - fr. Giovanni Battista FMJ

 

     Il vangelo che abbiamo ascoltato, ad una lettura immediata, ci lascia perplessi: non ci sembra infatti riconoscere in esso il Gesù a cui siamo abituati. Sorgono forse alcune domande nel nostro cuore: Signore Gesù, noi ti conosciamo come il Principe della pace, Colui che da la vita per i suoi amici: non sei tu venuto per riconciliare il mondo intero con la tua Croce e risurrezione? Come è possibile che ora ti ritieni addirittura portatore di divisione?

 

     Questi interrogativi sono interrogativi legittimi che però non devono condurci allo scandalo, quanto piuttosto ad una comprensione più profonda del testo che abbiamo ascoltato, ad andare oltre il senso che immediatamente siamo abituati a dare alle parole, anzitutto alla parola pace.

 

     Di pace oggi se ne sente parlare in grande abbondanza, soprattutto in riferimento a situazioni segnate da conflitti armati. Non di rado si vedono sventolare nelle nostre città variopinte bandiere della pace. Ci potremmo chiedere allora: è questa la pace che attendono i cristiani? In parte sì, ma non dobbiamo dimenticare che la pace è anzitutto un dono di Dio, un dono fatto dal Signore Risorto ai suoi apostoli dopo aver assorbito ed eliminato nella sua carne il male di ogni tempo e di ogni luogo, trasformandolo in salvezza per tutti coloro che lo accolgono. Ricordiamo bene il saluto di Gesù agli apostoli rinchiusi per paura dei giudei: Pace a voi! (cfr Gv 20,19).

 

     La pace dunque non è un prodotto umano frutto dell'ingegno o dell'astuzia degli uomini, non basta mettersi d'accordo per non fare guerre o trovare un consenso culturale per vivere nella pace di Cristo, ma è un dono che viene dall'alto. “Il dono divino della pace – si legge in un documento della Chiesa - culmina nella persona, nell'insegnamento e nella vicenda di Gesù Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo, l'uomo nuovo che può dare al mondo una pace diversa da quella che il mondo stesso pensa di offrire e che risulta impossibile senza la conversione del cuore.” (Commisione episcopale Giustizia e pace, nota pastorale “Educare alla pace”, §16).

 

     La pace, in quanto dono, è dunque qualcosa anzitutto da accogliere in se stessi mediante un incontro vivo e amoroso con Colui che è la nostra pace  (cfr Ef 2,14). È importante capire questo per evitare di canonizzare la nostra concezione di pace, forse talvolta un po' segnata dall'idea di benessere psico-fisico ed economico o da quel buonismo che in apparenza sembra evangelico ma che al di là della scorza esteriore non cura il vero bene delle persone. La pace di Cristo è qualcosa che ci supera, qualcosa di più grande di noi e che richiede necessariamente di sintonizzarci, mediante la fede, su una frequenza più alta: la frequenza del Vangelo. In quanto dono che ci supera la pace che viene dall'alto, se accolta, è anche dono che ci trasforma perché penetra nel nostro cuore per rinnovarlo interiormente. Non c'è vera pace esteriore infatti se non a partire da un cuore pacificato; è quanto afferma anche il nostro Libro di Vita di Gerusalemme: “se sarai unificato, sarai unificante; se pacificato, sarai pacificante” (§ 5). La pace vera nasce dunque da un movimento che parte da Dio, passa attraverso il sacrificio della Croce e si riversa nel cuore dell'uomo che accoglie la vita nuova di Cristo nella propria vita. Così facendo il cristiano diventa un altro Cristo, discepolo del Maestro, un libero amante della Verità nella carità. In quanto servo non è più grande del suo Padrone, ma si sforza di essere come lui. E questo nei momenti di successo e di plauso così come in quelli più ostili. “Se hanno perseguitato me perseguiteranno anche voi”. Chi sceglie di seguire Cristo sulla via della pace deve essere disposto anche a questo! Ne era ben consapevole San Paolo: “Se cercassi ancora di piacere agli uomini non sarei servitore di

Cristo” (Gal 1).

 

Tale parola vale anche per noi oggi: quando cerchiamo di piacere agli uomini, e non di piacere al Signore, cessiamo di essere servitori di Cristo. L'appartenenza al Signore che marca, dal battesimo in poi tutti i cristiani, diventa dunque per noi quella appartenenza prioritaria, quel punto di vista privilegiato da cui guardare tutto il resto, noi stessi e gli altri. Non si tratta di essere integralisti, invasati che non guardano in faccia a nessuno, ma di “essere potentemente rafforzati nell'uomo interiore mediante lo Spirito” (Ef 3) come dice la prima lettura. A questo punto ci potremmo chiedere: una volta accolta la pace come dono

che viene dall'alto, quali sono gli strumenti per custodirla, viverla e diffonderla? Il vangelo di oggi ci offre un' idea particolare che non possiamo certo ignorare: “sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso” (Lc 12, 49).

 

     L'immagine del fuoco è molto frequente nella Scrittura, nell'Antico Testamento come nel Nuovo. San Paolo parla di un fuoco che rivelerà di che pasta è fatta l'opera di ciascuno: “Nessuno, dice l'apostolo, può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo. E se sopra questo fondamento, si costruisce con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno e paglia, l'opera di ciascuno sarà ben visibile: infatti quel giorno la farà conoscere, perché con il fuoco si manifesterà, e il fuoco proverà la qualità dell'opera di ciascuno.” (Ef 3, 13-14) Il fuoco come espressione, simbolo della verità che viene alla luce, il momento della prova del nove. Ma dietro questa immagine del fuoco si nasconde anche il richiamo caloroso e appassionante all'amore, al fuoco della carità: “Forte come la morte è l'amore, tenace come il regno dei morti è la passione: le sue vampe sono vampe di fuoco, una fiamma divina” (Ct 8,6). Verità e amore sono dunque gli strumenti, i due argini che consentono al fiume della pace di scorrere nella nostra vita e in quella di coloro che ci vivono accanto. “La carità – scrive papa Benedetto – è il dono più grande che Dio abbia dato agli uomini, è sua promessa e nostra speranza”; Ma “solo nella verità la carità può essere autenticamente vissuta. La verità è luce che da senso e valore alla carità” (Caritas in veritate §§ 1.3)

 

     In questo modo sapremo vivere in modo nuovo, più pacificato perché più vero e amante quelle relazioni che prima conoscevamo solo su un piano puramente naturale. Persino i legami più normali, come quelli domestici ed amicali, attraverso il fuoco buono della carità nella verità, possono trovare una vitalità più autentica e duratura. Chi ha sperimentato “l'amore di Cristo che supera ogni conoscenza” perché si volge alla verità tutta intera, non può più vivere allo stesso modo ma è ormai infiammato dal fuoco gettato da Cristo sulla terra. Così saprà accettare anche di vivere in contraddizione col mondo e di portare il peso della solitudine e dell'incomprensione pur di mantenere acceso quel fuoco divino che scalda ed illumina e di non lasciarsi andare alla menzogna e alla doppiezza.

 

     È forse questo il martirio a cui sono chiamati i cristiani del nostro tempo: offrire la propria vita al fuoco di Cristo per diventare dei “roveti ardenti” nel mondo che stimolano così la buona coscienza di molti che, attratti dalla vera pace, esclameranno come Mosè: “voglio avvicinarmi e osservare questo grande spettacolo” (Es 3). Forse è questa la via che il Signore ci indica per essere nel mondo operatori di pace, secondo lo spirito delle beatitudini.

 

Domenica 15 ottobre 2012 - XXVIII Domenica del T.O. - fr. Massimo-Maria FMJ

 

     Abbiamo iniziato questa Eucarestia Domenicale con una preghiera nella quale abbiamo rivolto al Signore una richiesta impegnativa, suggerita dalla Parola appena ascoltata.

     Nella preghiera di colletta infatti il sacerdote a nome di tutti ha detto: “ Signore nessuna creatura può nascondersi davanti a Te. Penetra nei nostri cuori con la tua Parola affinché possiamo, alla luce della tua sapienza, valutare le cose terrene e quelle eterne e divenire poveri e liberi per il Regno.”

     Tutti ci siamo associati a questa richiesta dicendo : “ Amen”. Abbiamo cioè affermato: “ E' così! Io ci sto! Lo voglio! Così sia per la mia vita!

     Se, già di suo, il testo liturgico ci dice la portata della nostra invocazione in questa domenica, la Parola evangelica che ha ispirato la liturgia, ci illumina ancor più su cosa abbiamo chiesto e quale sentiero ci siamo impegnati a percorrere: abbiamo chiesto la libertà del cuore e la povertà di spirito.

     Abbiamo chiesto di vivere per davvero il Vangelo!

     Proprio della libertà del cuore e della povertà che parla il brano di S. Marco.

     Gesù incontra un tale, il quale gli corre incontro, gli si getta ai piedi e chiamandolo : Maestro Buono...” depone dinanzi a Lui il suo desiderio di felicità: ...cosa devo fare per avere la vita eterna?

     Forse gli avevano parlato di Gesù e proprio l'idea di incontrarlo lo aveva fatto correre.

     Probabilmente il presentimento nel cuore che quel giovane Maestro avrebbe colmato i suoi desideri profondi lo aveva spinto a gettarsi ai suoi piedi e a confessargli la sua sete di pienezza.

     Ma – c'è un ma – man mano che il dialogo avanza, nella misura in cui la Parola di Gesù scende in profondità, man mano che lo sguardo di amore del Signore chiede di entrare nella sua vita – lo si capisce dal testo evangelico – l'entusiasmo che lo aveva fatto correre, e la spinta interiore che lo avevano condotto ai piedi del Divino Maestro, si mutano in una lancinante stretta al suo cuore.

     Non si tratta di fare qualcosa in più per essere felici, non si tratta di aggiungere ancora una o più osservanze, si tratta di seguire Gesù nella via di una grande libertà del cuore e nella strada della povertà.

     “ Va! Vendi! Dona! Seguimi!”

     Il risultato è drammatico. Strinse gli occhi e chiuse il cuore. Rattristato andò via. Aveva scoperto la verità della sua vita. Osservava tante cose per Dio e sapeva tante cose di Lui e della sua Legge, ma era ricco. E, il vero problema, a quella ricchezza - piccola o grande che fosse – aveva attaccato il cuore.

     Senza dubbio – lo si capisce bene – se quel tale ebbe una stretta al cuore alle parole di Gesù, non meno dolore ebbe Gesù stesso che vide la libertà e la gioia del Regno incontrare una chiusura e il suo amore scontrarsi con un rifiuto.

     Gesù certo non si arrende e come sempre l'amore lascia sino all'ultimo una opportunità. E' tutta la luce di speranza che viene dalle Parole finali di Gesù con cui si chiude l'episodio:” E' difficile per un ricco entrare nel Regno, ma tale difficoltà non è impossibilità per Dio.”

     Questa parola di speranza tuttavia, a noi che abbiamo chiesto un cuore libero ed uno spirito povero, non ci esime dal porci ora una domanda:” Di cosa siamo noi ricchi? Qual'è la nostra ricchezza?.

     Spesso leggendo questo brano pensiamo ad un tale ricco di ricchezze materiali, di case, di oro, di soldi. In realtà la parola usata da San Marco nel testo, indica ogni tipo di possedimento, con una sfumatura: si tratta certo di ciò che si possiede, ma anche ciò da cui si può essere posseduti.

     Particolarmente in risalto nel Vangelo di oggi è l' “ io “ di questo tale. E' lui al centro di se stesso, persino della sua relazione con Dio: “ Cosa devo fare?” È la sua domanda tanto rivelatrice. “ Tutte queste cose le ho fatte” E' la sua affermazione profondamente chiarificatrice.

     E' il suo “io” che gli ostacola il cammino dietro a Gesù, che lo imprigiona e gli preclude la gioia del Vangelo e l'esperienza della libertà del cuore.

     Un aneddoto, quasi un fioretto, della vita del Papa Giovanni XXIII, raccontato dal suo segretario, è prezioso per capire cosa sia la libertà del cuore e la povertà a cui oggi ci ha invitato il Signore nella sua Parola e che con audacia abbiamo chiesto nella preghiera liturgica. Ma il racconto è anche prezioso per capire che cosa può precluderci il non cercare tale libertà e il non impegnarsi in una simile povertà.

     Si riferisce ad un episodio legato all'ispirazione del Papa di convocare il Concilio. Riferisce Mons. Capovilla: Il papa mi accennò dell'idea di convocare un Concilio per la prima volta il 30 ottobre del 58, due giorni dopo l'elezione. Ascoltai in silenzio. Ventidue giorni dopo rientrando da Castelgandolfo, dove aveva pregato nella stanza in cui era morto Pio XII, tornò sull'argomento: “ Sembra che il tempo sia giunto:” disse. Come al primo accenno rimasi in silenzio.... Finalmente la sera del 20 dicembre, dopo il Rosario mi disse: “ Andiamo al balcone dell'Angelus” e mi diede la meritata lezione. Mi disse: “ Faccio una confidenza al mio segretario particolare, una volta, una seconda volta e lui non dice niente:”

     Comunque ho capito. Tu pensi che il papa è vecchio, che gli manca il tempo per un'impresa di grande rilievo, ti spaventa l'insieme dell'impresa, e sbagli, perché ragioni come un impresario: progetto, studio, difficoltà, complicazioni....E' un argomento umano.

     Finché non avrai messo il tuo io sotto i piedi non capirai nulla delle vie di Dio. “

     Fratelli e sorelle ecco perché la Chiesa ci fa chiedere con insistenza e ci invita a camminare con determinazione verso la libertà del cuore e la povertà di spirito: rischiamo di non capire nulla delle vie di Dio.

     Non poteva esserci indicazione più preziosa dal Signore in questa prima domenica dell'anno della fede:

  • Anno in cui siamo invitati - come diceva il Papa qualche giorno fa - a riscoprire la gioia della fede, in un aggiornamento che non è accomodare la fede con le mode del momento, ma saperla vivere fedelmente nei cambiamenti della vita.

  • Anno in cui siamo invitati a rendere grazie per il dono del Concilio in una lettura armonica con il passato, più libera, cioè più fedele ai testi – e non alle varie interpretazioni talvolta unilaterali, che hanno rallentato il passo della ricezione stessa del Concilio . In questo senso il Papa ha parlato di tornare alla lettera del Concilio.

  • Anno in cui siamo chiamati a riscoprire una gioiosa appartenenza al popolo dei credenti cioè alla Chiesa.

  • Anno in cui siamo invitati a camminare verso un cuore più libero e povero, prendendo le distanza da tutto quanto rischia di non farci capire le vie di Dio, quelle che ci conducono alla vita, alla vera gioia, alla bontà ed alla pace. Amen.

 

 

Domenica 16 settembre 2012 – XXIV Domenica T.O. - fr. Massimo-Maria FMJ
 

     Nel libro di Isaia si trovano quattro canti cosiddetti del servo sofferente. Oggi nella prima lettura della liturgia abbiamo ascoltato il terzo di questi canti.

    Solitamente ci si lascia attirare subito - e certo giustamente – dal mistero della sofferenza che attraversa l'enigmatico personaggio di cui parla il profeta Isaia, il servo appunto.

     Ma raramente ci si pone una domanda: “ Qual'è la causa che procura persecuzione e sofferenza al servo?”.

     La causa della sofferenza e della persecuzione, lo si capisce dal testo preso interamente, è stranamente la Parola che il servo è invitato ad ascoltare e ad annunziare.

     E' interessante che a questo ascolto è Dio stesso che abilita il suo servo, il quale afferma appunto : “ Il Signore Dio mi ha aperto l'orecchio”, e lo abilita ad ascoltare una parola che è coraggio per chi è sfiduciato e speranza per chi è disperato.

     Questa Parola che il servo ascolta e proclama, poiché viene da Dio, come spesso capita, incontra persecuzione e reazioni violente.

     Il servo che ascolta e che obbedendo annunzia, non si sgomenta dalla persecuzione né si intimorisce della sofferenza. Ed è lui stesso che spiega il motivo della sua serenità e la giustificazione del suo atteggiamento di fiducia.: Dio mi assiste per ciò io non resterò confuso, non sarò deluso.

     Sapientemente la liturgia attraverso il Salmo cantato, detto responsoriale perché è risposta alla Parola ascoltata, ci conduce ancor più in profondità dicendoci più chiaramente il come Dio assiste il suo servo, e perché il servo è certo di non restare deluso.

     Il motivo è chiaro: se è vero che il servo è stato reso capace di ascolto e, per aver ascoltato ed obbedito a quanto ascoltato si è incontrato con la sofferenza e la persecuzione, ora è Dio ascolta il servo perseguitato e sofferente. Il Salmista lo canta con toni accorati: “ Amo il Signore perché ascolta la mia preghiera.” E' vero che Dio ha aperto l'orecchio del suo servo perché ascolti, ma ora è però Dio che tende il suo orecchio nel giorno in cui il servo lo invoca.

     Carissimi fratelli e sorelle, oggi in questa Parola ci è offerta una splendida luce, è come riassunto tutto il dinamismo della relazione tra Dio e ciascuno di noi: prima di tutto il rapporto con Dio è una reciprocità di ascolto.

     Dio ci abilita all'ascolto, ci apre l'orecchio e poi ci sussurra la sua Parola, tenera e dolce, ma talvolta forte ed esigente, e che spesso nel proclamarla, nell'annunziarla o nell'aderirvi generosamente e con umile obbedienza ci causa persecuzione e ci provoca sofferenza.

     Proprio in questo caso, proprio quando ciò si verifica, è il momento di non indietreggiare, di non temere, ma anzi essere fermi – con espressione ardua il testo di Isaia parla di faccia dura come pietra – perché Dio non ci abbandona. Egli ci ascolta, tende l'orecchio! Questo suo ascolto si concretizza, per usare ancora le parole del salmista, con: il sottrarci dalla morte, il liberare gli occhi dalle lacrime, preservare i piedi dalla caduta.

     Non temiamo mai ad ascoltare, se è vero che la nostra obbedienza alla Parola può comportare una morte e causare persecuzione o sofferenza sempre- siamone certi – produce frutto di vita perché Dio ascolta e non abbandona.

     Questa prospettiva ci aiuta ora a cogliere e ad accogliere la Parola evangelica del testo di Marco

     Gesù pone ai suoi una domanda fondamentale “: Chi sono io per voi?”

     Pietro a nome di tutti risponde: “ Tu sei il Cristo”. Sei cioè l'atteso, la speranza di Israele. Sei l'unto di Dio.

     Pietro docile alla grazia ha confessato chiaramente ed esattamente l'identità del Signore. Gesù allora inizia a spiegare a Pietro la sua risposta. Parla di sofferenza, croce riprovazione a causa dei sommi sacerdoti, del potere e della scienza ufficiale del tempo. Pietro ora non è più disposto ad ascoltare e inizia a parlare lui per rimproverare Gesù. Il Signore reagisce con estrema violenza. Pietro ortodosso nella risposta non è però più avanti nella comprensione dei demoni che pure in altri passi del Vangelo avevano gridato la stessa affermazione: “ Sappiamo che sei il Santo di Dio.”

     Gesù rimanda Pietro al suo posto di discepolo e invita lui e la folla a continuare ad ascoltare. Spiega così che essere discepolo consiste nel seguire il Maestro prendendo la croce, rinnegandosi e donando la vita. Solo così si salva la vita, solo così la si conserva.

     E' evidente che ascoltare questa Parola è stato difficile per Pietro e resta scomodo per noi.

    Oggi il Signore per questa Parola ci vuole aprire l'orecchio, ci vuole “ abilitare” ad ascoltarla.

    Vorremmo certo trovare scorciatoie perché ne comprendiamo tutta l'esigenza; vorremmo ci fosse una proposta alternativa una possibilità di riserva perché capiamo che comporta una morte da vivere e una sofferenza da attraversare. Vorremmo volentieri fare appello al buon senso, magari a sofisticate esegesi o a presunti diritti della dignità personale pur di fare sconti alla forza e all'esigenza di una tale Parola.

    Ed invece occorre lasciare che il Signore ci apra l'orecchio ad ascoltare questa Parola con la certezza che non resteremo confusi, non saremo delusi. Lui attraverso questa strada che per primo ha percorso ci conduce alla vita. E quando passeremo per la paura o l'ombra della morte Lui non ci abbandonerà, ma piuttosto allora ci ascolterà sempre pronto a impedire che il nostro piede vacilli e sempre attento a liberare i nostri occhi dalle lacrime.

    Il Signore ci conceda oggi di ascoltare con docilità la Sua Parola certi che con prontezza Lui ascolta ogni nostra invocazione, convinti che se lo seguiamo nel donare la vita per amore risponderà con il donarci una vita piena ed eterna.

   Amen

 

Domenica 8 luglio 2012 – XIV Domenica T.O. - fr. Massimo-Maria FMJ

 

 

            Questa Domenica, diremmo quasi in maniera speculare a Domenica scorsa in cui la Parola insisteva sulla potenza della fede, si evidenzia la difficoltà di credere ed il problematico atteggiamento degli uomini dinanzi a tale fatica.

 

             Nel testo di Ezechiele è Dio stesso che inviando il suo messaggero lo previene delle difficoltà che incontrerà, dell’atteggiamento ribelle e ostinato di coloro ai quali parlerà in nome di Dio. E’ il mistero del cuore indurito e della testardaggine dell’uomo che pensa di poter fare da sé, che è convinto di bastare a se stesso e si chiude al dono di Dio, quel dono che è la sua verità piena e la sua vita reale

 

            A Ezechiele Dio dice: “Ascoltino o non ascoltino sapranno che almeno un profeta si trova in mezzo a loro”.

 

            La chiusura e la durezza del cuore dell’uomo non scoraggia Dio dall’inviare comunque il suo profeta perché anche se non ascoltato sia comunque una presenza che interpella, sempre disponibile per chiunque finalmente decida di ascoltare ed accogliere la Parola che porta a nome di Dio.

 

            Ma ciò che Dio dice ad Ezechiele significa anche che, ascoltino o non ascoltino, i duri di cuore non potranno far tacere o ignorare la voce scomoda del profeta. E’ Dio che parla attraverso di Lui ed è Dio la sua misteriosa forza ed il suo incredibile coraggio.

           

            La stessa esperienza di solitudine e rifiuto la vive anche Gesù nel suo ritorno al suo paese di Nazareth. Vi ritorna nella veste di un Maestro orma affermato e con un seguito di discepoli. Da buon ebreo osservante si reca alla sinagoga in un giorno di sabato per attendere ai suoi doveri di credente. Probabilmente è stato affidato a lui il commento della Torah. La sua spiegazione colpisce molti e impressiona tanti.

 

            Quelle di Gesù non sono le solite filastrocche dei Rabbini; tutti capiscono che si rifà ad un insegnamento inedito che prende l’origine da un modo originalissimo di leggere la Scrittura.

 

            Le domande nel cuore degli ascoltatori pertinenti e giustificate scaturiscono con forza: “Da dove gli vengono queste cose? Che sapienza è mai questa?”

 

            Ma insieme, altre domande che chiudono l’orizzonte e induriscono il cuore: “Non è il figlio di Maria, fratello di Giacomo, di Joses? E le sue sorelle non stanno qui da noi?  Il risultato: “Si scandalizzavano di lui”.

 

            Ma di cosa si scandalizzavano esattamente?

 

            Non del fatto che Gesù non parlasse bene: riconoscevano una sapienza fuori dal comune. Non che non compisse segni straordinari: “Ciò che hai fatto altrove compilo anche qui nel tuo paese”, gli chiedevano proprio i nazaretani.

 

            Si scandalizzavano che quest’uomo, capace di sapienza nel parlare, di segni di Dio nell’agire, di fatto non ha alle sue spalle una brillante carriera accademica, non appartiene ad un ceto rispettabile, non ha una genealogia prestigiosa, non ha particolare cariche ufficiali.

 

            Gesù è troppo semplice per venire da Dio, è troppo feriale Gesù per essere l’unto di Dio, è troppo comune per parlare in nome di Dio, è di una famiglia troppo umile per essere della discendenza di re Davide.

 

            L’amaro commento di Gesù lo si capisce: “Un profeta non è ben accetto in patria”. E la conseguenza è drammatica: “Non vi poté operare nessun prodigio… si meravigliava della loro incredulità”.

 

            Che cosa dunque li scandalizza, che cosa dunque impedisce drammaticamente ai Nazaretani di credere in Gesù? Qual è la fatica del credere?.

 

            Non riescono a tenere insieme  segni eloquenti, la Parola sapiente con le origini umili, con la ordinarietà  e ferialità della sua vita.

 

            E’ quello che da sempre si usa chiamare lo scandalo dell’Incarnazione e che ha avuto in San Paolo, uno dei cantori più intensi.

 

            Nella 1Cor. l’apostolo commenta splendidamente questa pagina evangelica: “Mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, noi annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio. Infatti ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini.

 

            Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono…

 

            Fratelli sorelle,  noi siamo discepoli di Gesù, lo confessiamo Figlio di Dio e crediamo fermamente al mistero dell’incarnazione. Tuttavia dalla tentazione di essere scandalizzati da Gesù siamo immuni e dalla fatica ardua di credere non siamo affatto dispensati.

 

Non è forse vero che vorremmo, perché suoi discepoli, ci fossero riservate corsie preferenziali per seguirlo?  Non è forse vero che per portare il Vangelo crediamo la necessità di effetti speciali che ci impressionino, o che il Regno avanzi solo grazie a coloro che definiamo persona carismatiche?  Quante volte anche nella Chiesa, a seconda di chi dice le cose ci lasciamo catturare e toccare, se poi le stesse cose le dice qualcuno meno brillante, meno sulla cresta dell’onda, non solo non ascoltiamo, ma anzi siamo pronti alla critica?

 

Il mistero dell’Incarnazione ci dice che Dio ha scelto la ferialità umana per incontrarci, l’ordinarietà dell’uomo comune per parlarci, la nostra debolezza per manifestare la sua potenza.

 

Signore, convertici alla tua logica, per servire con tutta la Chiesa il tuo Regno. Amen.

 

Domenica 17 giugno 2012 - XI domenica T.O. - fr.Massimo-Maria FMJ


 

     Una espressione che troviamo nel libro dei Salmi può risultarci oggi preziosa per accogliere la Parola di Dio di questa domenica. Il Salmista afferma con forza ed audacia: “Tutto ciò che vuole il Signore lo compie nei cieli e sulla terra, nel mare e in tutti gli abissi.”

 

     Senza dubbio noi siamo non solo preparati, ma piuttosto disponibili ad accogliere una tale affermazione. Più difficoltà e forse un certo disagio ce lo crea la modalità, la logica con cui Dio compie la sue opere in cielo sulla terra, nei mari e in tutti gli abissi.

 

     Questa logica, questa modalità ci è precisamente descritta nelle letture bibliche di oggi, precisamente nelle tre parabole che troviamo rispettivamente nella prima lettura e nel testo evangelico.

 

     Si parla nel testo di Ezechiele di un piccolo ramoscello di cedro che la mano di Dio pone su un alto monte e che diviene poi un enorme e forte cedro. Nel Vangelo Gesù usa poi l'immagine del piccolo seme che nel tempo produce un ricco frutto, e del piccolissimo granello di senapa che è capace di dar vita ad un rigoglioso ed imponente albero.

 

     Che cosa ci sorprende e forse anche ci scandalizza della modalità di Dio di compiere le sue grandi opere?

 

     Ci sorprende, ci stupisce e ci lascia persino perplessi il fatto che Dio non utilizzi grandi strumenti, non impieghi modi potenti per portare avanti i suoi disegni. Al contrario la semplicità è il suo criterio e la piccolezza il suo stile. Addirittura proprio gli inizi delle sue opere rispettano particolarmente questi criteri. Egli infatti inizia le sue grandi e meravigliose opere modestamente, semplicemente, con mezzi umili, umanamente spesso insignificanti, che stupiscono e persino possono scandalizzare l'uomo.

 

     Una domanda allora possiamo porci alla luce di questo. Qual'é l'atteggiamento interiore che è necessario per essere con Dio collaboratori delle sue opere, particolarmente dell'opera per eccellenza, che è il suo regno? Come assecondarlo, servirlo, collaborare alla sua crescita?


     Mi pare di poter cogliere almeno tre inviti: convertire la nostra logica, crescere nella fede, saper abitare la paziente attesa.

 

     Convertire la nostra logica. Papa Giovanni Paolo I, Albino Luciani, conosciuto come il papa del sorriso per il suo volto amabile, ha scritto a questo proposito qualcosa di significativo: ”Gli uomini le loro cose, al fine di mostrare potenza e forza, e affinché siano solide e sopravvivano nel tempo le scrivono sul bronzo, le incidono sul ferro, le imprimono sul marmo. Dio, Lui le sue cose, quelle più importanti e più preziose le scrive sulla sabbia perché appaia che la potenza e il segreto della riuscita è tutto e solo suo.”

 

     Fratelli e sorelle a questo cambiamento di logica ci invita la Parola del Signore oggi.

 

     Gli inizi delle opere di Dio sono sempre modesti, i suoi progetti avanzano nella semplicità e si costruiscono solidamente nell'umiltà. Particolarmente vero per il suo Regno. A guardarci intorno potremmo oggi essere scoraggiati perché il Regno più che avanzare pare retrocedere, più che crescere scomparire, più che strutturarsi svanire. Eppure avanza misteriosamente, ma sicuramente, attraverso i cuori che nella semplicità e nell'umiltà accolgono, vivono, cedono alla Parola. Ramoscelli piccoli, semi deboli, granelli insignificanti, ma che la mano potente e forte di Dio ha posto, accompagna e sostiene.

 

     Convertire la nostra logica è necessario, ma insieme è necessario chiedere al Signore che aumenti la nostra fede. Per noi credenti spesso il vero problema non è credere che Dio esista, che sia potente, che abbia creato il mondo e che lo sostenga, ma proprio ammettere che porti avanti le sue opere attraverso il criterio, la logica, la modalità appena descritta. Abramo in questo davvero ci è padre in questa fede. Dio gli chiede di uscire dalla sua terra, non gli dice dove andare, solo gli fa una promessa. Abramo esce dalla “sua terra“ con tutto ciò che questo vuol dire, e senza sapere verso dove camminare, credendo solo nella fedeltà di Dio avanza.

 

     La Parola oggi ci invita a domandare e coltivare questa fede per collaborare con tutta la Chiesa all'edificazione del Regno.

 

     Conversione della logica, crescita nella fede, ma ancora una cosa è importante: abitare la paziente attesa.

 

     Perché il ramoscello di cedro divenga un grande albero e il granellino di senapa un forte arbusto, come affinché il seme dia un frutto maturo, occorre che trascorra del tempo, occorre che non solo Dio, ma anche l'uomo sappia attendere con pazienza. Possiamo essere disposti a tentare di mutare logica, a fidarci di più di Dio, ma la prova più dura può essere la pazienza dell'attesa. Eppure per servire il Regno e per evitare che la nostra fretta lo rovini occorre saper abitare pazientemente l'attesa.

 

     “ Tutto ciò che vuole il Signore lo compie nei cieli e sulla terra, nel mare e in tutti gli abissi.”

    

     Questo è particolarmente vero per il suo Regno nel mondo, e nella nostra vita.

 

     Dio può compiere meraviglie grazie ad un solo, autentico, reale, piccolo atto di fede! «Quanto un granello di senapa», non ci è chiesto altro! Mettere il proprio cuore e la propria mente al servizio del Regno, al servizio di Cristo Signore, significa pronunciare il sì della fede. E' questo l'invito che il Signore oggi ci rivolge.

 

     Come abbiamo pregato all'inizio accogliamolo con umile fiducia e coltiviamolo con pazienza evangelica.

 

Amen

 

Domenica 15 aprile 2012 - Domenica in Albis - appunti di sr. Sarah sull'Omelia di S. Em. Card. Silvano Piovanelli

      Domenica in albis “deponentis”- si deponeva la veste bianca del Battesimo. Comprendere grazia del Battesimo. Ringraziamo per questo dono che abbiamo ricevuto? Lui  ha voluto che fossimo ripieni di questa ricchezza .

     Tommaso, segno preciso della non credenza: vuole fare l’esperienza. E’ detto Didimo: gemello. Potremmo anche pensare che tutti siamo un po’ Didimi,  in noi c’è sempre uno gemello: uno che crede e uno che  resiste ad abbandonarsi completamente a Lui. C’è in noi una doppia personalità: bisogna che cresca lo spazio della fede, della speranza , dell’Amore. Bisogna credere di più, amare di più, indefettibilmente sperare. C’è Gesù, ma Gesù Risorto! E’ difficile pensare ad un corpo risorto! Non è un corpo materiale, è un corpo spirituale; Noi formiamo i nostri concetti sulle cose che si vedono. Gesù è risorto e anche noi risorgeremo. Anche Maria è risorta!

     Bisogna che lo spazio della fede diventi sempre più largo; corriamo nella corsia che ci sia dinanzi. E’ il figlio di Dio che è corso nella nostra matura umana, anche nel dolore, nella disperazione. Come Tommaso vorremmo qualche elemento più concreto e allora il Signore ci dice di toccare: quando possiamo toccarlo? Quando ha detto: quello che voi farete al più piccolo dei miei fratelli l’avete fatto a me! Possiamo veramente così toccare il Signore. Allora veramente la c’è un segno evidente del Risorto e se avessimo il coraggio  del non giudizio, perdono, accoglienza... saremmo la luce del mondo! Guardiamo mentre sono quel che sono, bisognoso di essere riconosciuto, bisognoso di essere aiutato. Deponiamo le vesti del Battesimo per vivere del Battesimo nel quotidiano. Lo rivestiamo interiormente.

     Riprendiamo il nostro cammino. E noi monaci e monache rendete grazie per portare ogni giorno la veste bianca ( tipo di vita diversa) sempre più fedeli perché la vita consacrata è l’epifania del Battesimo. Ci impegniamo nella fedeltà. Maria che ha vissuto più intensamente la fede nella Risurrezione ci faccia cristiani consapevoli del dono ricevuto e ci renda capaci di rispondere in una maniera sempre più piena.

 

Domenica 8 aprile 2012 - Veglia Pasquale - fr. Massimo-Maria

 

Il testo evangelico di Marco, che questa notte la liturgia ci dona di ascoltare, si apre con le donne che impazienti, appena possono, ancora attonite e sgomente si recano alla tomba di Gesù.

Si recano in un cimitero, per onorare il corpo di un morto.

Un gesto di pietà, del tutto normale, che voleva esprimere ancora una volta l'affetto per il Signore, e magari arrecare un poco di sollievo al loro dolore.

Nel loro avanzare mesto e raccolto, una sola preoccupazione abita il loro cuore e rompe il loro silenzio: “Come entrare nel sepolcro a causa dell'enorme masso che ne ostruiva l'ingresso.”

Avvicinate al sepolcro e insieme al sole che inizia a levarsi, per loro, gradualmente, si svela l'inatteso, si delinea l'incredibile, sono poste dinanzi all'impensabile.

Il masso è rotolato. Il sepolcro è vuoto. Il Maestro non è più là. Un angelo parla per Lui annunciando la più incredibile e sconcertante vera buona notizia: Gesù è Risorto, non è qui, vi precede in Galilea lì lo vedrete. Ora non perdete tempo, annunciatelo a Pietro, agli altri suoi amici e date inizio alla corsa del Vangelo della Resurrezione per sempre sino alla fine della storia.

 

Fratelli e sorelle questa Buona Notizia, partita quel mattino, ha percorso i secoli ed ha superato le tempeste della storia e con la stessa forza e freschezza ci raggiunge ancora: Gesù è Risorto! Gesù è vivo! La morte è sconfitta! Noi siamo salvi! Questa è la Pasqua.

 

Per approfondire ancor più la luce di un tale annuncio e per nutrire ancor meglio la nostra fede possiamo raccogliere almeno due riflessioni a partire dal testo di Marco.

 

Il primo annuncio della Pasqua è affidato a delle donne. Nella scala della dignità della società orientale del tempo erano considerate “ultime“. Pensiamo che nel contesto giuridico non erano considerate soggetto in sede di processi, non erano abilitate a testimoniare. Prima considerazione: se la resurrezione di Gesù fosse stata una abile creazione della comunità cristiana delle origini, non si sarebbero mai scelte delle donne per essere le prime testimoni, avrebbe significato partire con una testimonianza giuridicamente nulla. Se questa prima considerazione è importante, la seconda è preziosa ed è questa: ancora una volta sono scelti gli ultimi, i piccoli per essere testimoni e annunciatori delle meraviglie di Dio.

 

Per avvicinarsi alla grandezza di Dio non c'è altra strada che quella della piccolezza, per accogliere lo splendore del Risorto non c'è altra postazione che quella dell'umiltà.


Fratelli e sorelle perché la nostra Europa è in una profonda crisi di fede? Perché i contenuti della fede cristiana che ha fatto ciò che siamo, sono messi alla pari dei miti greci o sostituiti con le filosofie dell'oriente?

 

Perché noi davanti alla notizia, all'evento sconvolgente della Resurrezione di Gesù rischiamo di fare come i greci con San Paolo nell'areopago di Atene che conclusero: “ Le favole sono belle, ma per esse non abbiamo tempo, sarà per un altra volta”?

 

Siamo pieni, smisuratamente pieni, esageratamente pieni di noi stessi. Corriamo dietro a tutte le parole degli uomini, ma non facciamo spazio alla Parola di Dio.

Consideriamo favole puerili le promesse di Gesù, la sua vita, la sua storia, il suo mistero. Siamo pronti a dilapidare una fortuna credendo a chi ci promette elisir di lunga vita, e non abbiamo l'audacia di chiederci con onestà e attenzione: “ E se Gesù è davvero Risorto? Saranno poi stati tutti folli i martiri che sono morti per confessare la sua Resurrezione? Saranno poi stati tutti inetti i santi che hanno dato la vita per Lui certi che tutto non si chiude negli spazi stretti della storia, ma anzi in Gesù la morte è l'inizio di una eternità con Lui? Sarà pura fantasia che oggi ancora tanti uomini e donne a Lui il Risorto gli danno la vita e se ne avessero cento di vite gliele darebbero tutte?

 

Cari amici noi moderni, è vero, penetriamo le galassie ma, stiamo perdendo il cielo.

Pensiamo di sapere tutto ma ci sfugge l'essenziale.

 

La ricchezza certo non è un male, tutt'altro. La conoscenza non è per nulla negativa, né la scienza affatto da trascurare. Le stupende e incredibili conquiste dell'uomo sono segno della benedizione di Dio.

 

Ma restiamo al nostro posto, ritroviamo il nostro posto: noi non siamo Dio. Questo nostro mondo, piccolo e stupendo, non è tutto. Ciò che ci sfugge è più di ciò che è capace di impressionarci e monopolizzare il nostro interesse.


I pastori a Natale e le donne a Pasqua ci dicono che è essenziale riprendere il cammino della piccolezza, della semplicità, dell'umiltà, per fare spazio al dono di Dio nella nostra vita e per accogliere tutta la luce del Risorto e tutta la sua promessa di vita.

 

Il dono di Dio è la Pasqua del Suo Figlio, la vera buona notizia a cui aprire la vita è la Resurrezione di Gesù.

 

Ed ecco l'altra riflessione da raccogliere a partire dal testo evangelico.

E' importante sapere che la pietra sepolcrale nell'antico Israele era il sigillo della bocca degli inferi che secondo la terribile espressione del libro dei Proverbi: “ Ha sempre fame e non dice mai : Basta!”

Ora essa, la pietra sepolcrale della tomba di Gesù – simbolo di tutte le pietre sepolcrali – essa, al mattino di Pasqua, è rovesciata per dire che la zona della morte non è più frontiera irreversibile, ma aperta. Nella morte di Gesù è morta la nostra morte e nella sua Resurrezione per sempre è rinata per noi la vita che non muore.

Questa è la Pasqua di Gesù che ci riunisce nel cuore della notte in questa Chiesa e che dà senso all'umana esistenza, riempie di speranza le nostre notti ed è sorgente luminosa per il nostro futuro, ci fa camminare nella storia con lo sguardo rivolto all'essenziale: la vita piena in Dio che il Risorto ci ha procurato al di là della storia.

 

Una grande e importante grazia non possiamo non chiedere al Signore per noi, per tante persone care al nostro cuore e per tanti uomini e donne smarriti e disperati in questa Santissima notte. Ma anche un sereno e simpatico proposito non possiamo non fare, se tutto ciò andiamo dicendo è vero, in questa notte di Pasqua.

 

La grazia la esprimerei con una preghiera breve ma intensa tratta da un romanzo di Antoine de Saint- Exupery: “Appari a me, o Signore, perché è tutto molto faticoso quando si perde il gusto di Dio.”


Non è forse vero che abbiamo tanto, forse troppo, dicevamo ci sentiamo adulti e autosufficienti – cioè crediamo di bastare a noi stessi – ma siamo soli, sempre preoccupati e spesso affaticati. Abbiamo perso Gesù Risorto, il gusto di Dio. Il Signore ci trovi piccoli e doni a noi e a tutti la grazia del gusto di Lui: il Risorto. Tutto cambia. Come ha scritto il Santo Padre: “ Nel nostro cuore c'è gioia e dolore, sul nostro viso sorriso e lacrime. Così è la nostra realtà terrena. Ma Cristo è Risorto, è vivo, e cammina con noi. Per questo cantiamo e camminiamo, fedeli al nostro impegno in questo mondo, con lo sguardo rivolto al cielo.”

 

Il proposito lo prendo da un aneddoto che il Cardinale di New York ha raccontato nella sua relazione sulla nuova evangelizzazione al Papa ed ai Cardinali all'ultimo concistoro: “ Quand'ero seminarista al Collegio Nord americano tutti gli studenti di teologia del primo anno di tutti gli atenei romani furono invitati ad una Messa in San Pietro celebrata dal Prefetto della Congregazione del Clero il Card. Wright. Ci aspettavamo una omelia dotta, cerebrale. Ma lui iniziò così:” Carissimi fate a me ed alla Chiesa un favore: quando girate per le strade di Roma, sorridete!”

 

Fratelli e sorelle il sorriso che nasce da una gioia profonda sarà il segno più certo che abbiamo fatto spazio al dono di Dio nella nostra vita, e che ci siamo fatti piccoli e umili per cui il Risorto ha brillato potentemente nella nostra vita. E' rinato fresco e profondo il gusto di Dio. Amen. Buona Pasqua!

 

giovedì 5 aprile 2012 - giovedì santo S. Messa “ In coena Domini “ - fr.Massimo-Maria


 

Nel cuore abbiamo ancora il giubilo delle folle di Gerusalemme e l'esultanza che la liturgia ci ha donato di vivere domenica scorsa nell'invitarci a seguire Gesù che entrava a Gerusalemme per celebrarvi la Pasqua.

 

La stessa liturgia questa sera ci fa entrare con il Signore Gesù in quella stanza, al piano superiore, nel cuore della città santa, in un clima più intimo, interiore, di grande raccoglimento, per mangiare quella Pasqua che il Signore ardentemente ha desiderato celebrare con i suoi, per i suoi, per ciascuno di noi.

 

Con questa liturgia la Chiesa entra nel triduo pasquale, il triduo sacro, vertice di tutto l'anno liturgico. S.Agostino con una espressione davvero felice ed eloquente parla del : “triduo del crocifisso, del sepolto e del Risorto”, mostrando così che il triduo non è preparazione alla Pasqua, come si può erroneamente credere, ma ogni istante che viviamo in questi giorni santi, è un momento dell'unico mistero pasquale, è l'unica Pasqua che certo ha il suo culmine nella Resurrezione del Signore.

 

In questa liturgia, della cena del Signore, la comunità cristiana fa memoria dell'Istituzione dell'Eucarestia e del Sacramento dell'Ordine e insieme della consegna, da parte del Maestro, della legge nuova, del comandamento nuovo, quello dell'amore.

 

I tre doni che il Signore fa alla sua Chiesa, in quest'ora solenne della sua vita, sono tra loro intimamente legati.

 

Ci aiuta a comprendere meglio questo legame se teniamo presente una categoria che è chiaramente presente in questa liturgia e in tutto il mistero pasquale: il dono, il donare.

 

Gesù prende il pane, lo spezza e lo dona. Gesù ricevuto il calice, lo benedice e lo dona. Gesù istituendo il ministero sacerdotale si dona, si pone nella mani della Chiesa abilitando alcuni a rendere presente la sua vita donata nell'Eucarestia.

Ed ancora Gesù sulla croce realizzerà il dono significato nel pane spezzato e nel vino versato,anzi proprio sulla croce il dono totale della sua vita sarà compiuto. Infine Gesù col gesto della lavanda dei piedi, facendosi servo, fa dell'amore che si dona l'unica logica, l'unico comando, l'unica legge che per sempre distinguerà i suoi amici, lo renderà presente nel mondo attraverso la testimonianza dei suoi, come prolungamento di quella Sua Presenza suprema che è il pane dell'Eucarestia.

 

Fratelli e sorelle, rendendo grazie al Signore per il dono immenso del suo corpo donato e del suo sangue versato, benedicendolo per il suo ministero di salvezza perpetuato nella Chiesa da quella sera fino ad oggi nel mondo attraverso la vita dei suoi ministri, lasciandoci raggiungere dall'invito a fare dell'amore che si dona la regola suprema della vita, soffermiamoci su quel particolare gesto di donazione che Gesù pone la sera della Pasqua nel cenacolo: la lavanda dei piedi.

 

Sulla stessa linea del pane e vino donati si colloca il segno semplice e solenne, discreto e forte della lavanda dei piedi.

Ogni gesto è importante ed ogni azione di enorme significato.

Gesù si alza da tavola, lascia la presidenza – potremmo dire – e si cinge di un asciugatoio. Fratelli e sorelle, Gesù non compie propriamente un gesto di servizio, piuttosto si fa servo!

E poi passa a lavare i piedi. Si porta liberamente e volontariamente ai piedi dei suoi discepoli. Un Maestro che lava i piedi ai discepoli: per la mentalità del tempo un gesto sconcertante, era il gesto riservato agli schiavi.

Gesù scende – sottolineo scende – per arrivare ai piedi dei discepoli.

Poi ritorna a tavola e spiega : Io sono Maestro e Signore, è vero! Ma se il Maestro lava i piedi voi non dovete lavarli a Lui, ma lavarveli reciprocamente.

 

Nello stesso Vangelo Gesù afferma: “ Amatevi come io vi ho amato”.

Non ci sono più né alibi, né scorciatoie, né interpretazioni, né opinioni, stasera Gesù il “ come “ Gesù ce lo mostra con disarmante chiarezza.

 

Ma raccogliamo ancora un'altra caratteristica di questo come, meno evidente, ma non meno importante.

Quando Pietro non capendo il gesto di Gesù vorrebbe sottrarsi e Gesù spiega il senso di quanto va facendo, il Signore dice ad un certo punto: “ Non tutti siete mondi” e subito precisa San Giovanni: “ Gesù sapeva chi lo tradiva”.

Gesù con queste parole non sta rivolgendo un accusa al traditore, o cercando di umiliarlo, piuttosto una volta ancora gli sta tendendo la mano. Giuda infatti era in quel momento il solo a poter capire questa precisazione del Maestro.

 

Sarete beati se amerete così, come io ho fatto – ci dice il Signore!”

 

Fratelli e sorelle,

il comando di Gesù non è un richiamo ad una generica solidarietà umana, buona, nobile, ma ancora poca cosa rispetto a ciò a cui il Signore vuole condurci. Lui attraverso la sua parola e il suo esempio fa sorgere per noi la possibilità di una vita che sia tutta ”secondo Gesù”, una vita che prendendo la distanza da logiche puramente umane sia vissuta come reale, fecondo, potente atto d'amore, come Gesù appunto!

A noi è domandato stasera di accogliere questa possibilità.

Come è possibile?

Come si può compiere questo comando nella nostra vita?

Non pensiamo anche noi cristiani, talvolta, che sia utopico tutto ciò, idealista?. Perdonare si, ma c'è un limite! Donare si, ma il buon senso – il benedetto buon senso - L'umiltà certo, ma la mia dignità è pur importante e viene certo prima. Scendere ai piedi di Gesù si può magari, ma ai piedi dei fratelli è troppo, e ai piedi di chi ci ha fatto torto o ci considera nemici è esagerato.

Gesù non demorde: “ Come ho fatto io fate anche voi”.

Come è possibile? ci chiediamo ancora.

Abbiamo bisogno di una radicale conversione, di una profonda conversione del cuore.

E' essenziale convertirsi a....Lui!

Solo a partire da Gesù è possibile la condivisione. Solo radicandosi nel suo mistero e passando per la sua croce è possibile una tale fraternità!

 

Il Papa, proprio oggi nella Messa Crismale, parlando ai sacerdoti ha affermato qualcosa che credo sia utile per tutti:

 

è richiesto un legame interiore, anzi, una conformazione a Cristo, e in questo necessariamente un superamento di noi stessi, una rinuncia a quello che è solamente nostro, alla tanto sbandierata autorealizzazione. È richiesto che noi, che io non rivendichi la mia vita per me stesso, ma la metta a disposizione di un altro – di Cristo. Che non domandi: che cosa ne ricavo per me?, bensì: che cosa posso dare io per Lui e così per gli altri? ...Cristo non domina, ma serve; non prende, ma dà ...”

 

Fratelli e sorelle il segreto si trova in quel “Fate questo in memoria di me”. Per i discepoli è essenziale celebrare il sacramento della croce, della vita donata di Gesù. E' capitale cibarsi di Lui, adorarLo.

Solo così si può essere capaci di scegliere costantemente di raggiungerlo poi ai piedi degli altri nel servizio, nella donazione, nella Carità. Solo così possiamo amare come Egli ama. Aderire a Lui è il segreto di tutto e la chiamata di stasera.

Un autore spirituale contemporaneo ha scritto, e concludiamo: “ I discepoli che vogliono essere fedeli, comprendendo ciò che il Maestro dice e fa, saranno beati se accetteranno di fare l'esperienza della medesima estrema umiltà aderendo con fede a Lui.

Vi ho dato l'esempio perché come ho fatto io facciate anche voi”

In ogni difficile situazione della nostra esistenza dovremmo essere consapevoli di stare vivendo l'ora di Gesù.

L'Amore divino si è abbassato a lavare le nostre sozzure, si è cinto di umiltà, si è spogliato della sua gloria e si è rivestito dei nostri poveri stracci, si è fatto servo ai nostri piedi....Gesù continua a dirci: Sapete quello che ho fatto? Cercate di capire, di aderire a me con sincero amore” . Amen

 

Domenica 1 aprile 2012 - Domenica delle Palme - fr. Massimo-Maria FMJ

 

     “ Vieni e seguimi”. Diverse volte nel Vangelo risuona questo invito.

     “ Se uno mi vuol servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo.” Così Gesù parla ai suoi discepoli proprio dopo l'ingresso a Gerusalemme.

     La partecipazione gioiosa al rito della processione delle palme di questa domenica, con cui abbiamo iniziato la solenne liturgia, ci richiama probabilmente questa Parola del Signore.

     In questo giorno siamo infatti invitati a metterci in cammino con Gesù che entra nel mistero della Sua Passione. Siamo invitati a seguirlo!

     Ma dove il Signore vuole condurci? Cosa vuole dirci? Cosa vuole donarci?

     Lasciamoci guidare da questi interrogativi per cogliere con maggiore profondità il mistero che la Chiesa celebra in questo giorno; i misteri che Essa contempla e vive in questi giorni.

 

Dove Gesù vuole condurci ?

     Durante il tempo quaresimale gli evangelisti con accenti diversi hanno sottolineato che Gesù saliva a Gerusalemme, fino a specificare che camminava dinanzi a tutti salendo a Gerusalemme. Oggi il Signore entra a Gerusalemme, e vi entra in modo trionfale, acclamato dalle folle, osannato da coloro che lì' si trovavano per la festa di Pasqua.

     Il Papa ha ricordato che la meta del cammino di Gesù è Gerusalemme, e che Gerusalemme qua và intesa a diversi livelli: è senza dubbio il luogo geografico, ma è poi la città densa di significati: il luogo in cui vi era il Tempio della Presenza di Dio; il luogo in cui tanti figli di Israele erano saliti a celebrare la Pasqua della liberazione; ed ora è per il Signore il luogo in cui Egli vi sale per celebrare la sua Pasqua, quella che compie tutte le Pasqua, quella che dà compimento a tutto.

 

     Gesù ci invita a seguirlo all'inizio di questa Settimana Santa per condurci a Gerusalemme, il luogo della sua Pasqua, il luogo, cari fratelli e sorelle, in cui esaudisce la preghiera che ci ha accompagnato lungo tutto il percorso quaresimale: “ Non nasconderci il tuo volto!”

     A Gerusalemme egli ci mostra, nel mistero della Sua Passione di dolore e di amore, il suo vero volto, e ci f scorgere in esso il volto del Padre che ha tanto amato il mondo da dare l'Unigenito, che non vuole la morte del peccatore, ma che abbia pienezza di vita.

     Avevano ragione le folle di acclamare Gesù Re di gloria.

     Ma abbiamo ragione noi pure, che abbiamo percorso le strade della città inneggiando al Figlio di Davide che a Gerusalemme per tutti dona la salvezza e a tutti dona la vittoria.

     Già allora intuiamo la risposta a quanto ci chiedevamo nella seconda domanda:

 

Cosa vuole dirci?

     Gesù vuole dirci la sua Pasqua!

     Il suo passaggio cioè attraverso la morte e dalla morte alla vita.

     Morte che in Lui è da considerarsi non come una vita strappata, ma piuttosto come una esistenza donata.

     Gesù ci invita a seguirlo a Gerusalemme per dirci la Sua Pasqua.

     E vuole dircelo avendo nel cuore un desiderio immenso: che noi capiamo che tutto questo grande mistero è per noi.

     Un “per noi” che dice l'immensità dell'amore di Dio per ogni uomo, ma anche un “per noi” nel senso di: a favore nostro, con delle conseguenze impensabili, incredibili per la nostra esistenza umana.

     Infatti nella sua Pasqua, dietro di Lui anche per noi è reso possibile lo stesso passaggio: Egli è l'apri strada, cammina avanti, ci precede e ci accompagna.

     E come per Gesù il cammino non si ferma a Gerusalemme, ma giunge sino al cuore del Padre, alle altezze di Dio, alla vita piena, così a noi è dato di seguirlo sin lì, non fino a qualche tappa più bassa.

     Gesù dicendoci la Sua Pasqua ci dice dove è indirizzato il cammino della nostra vita.

     Ma insieme ci rivela che in fondo tutta la nostra esistenza è pasquale, non solo perché destinata al grande passaggio finale dalla morte alla vita, ma tutta costellata di passaggi più piccoli, meno importanti, ma non meno significativi, meno visibili, ma spesso non meno sofferti e che tutti preparano al grande passaggio, e che di esso sono misterioso presagio.

 

     In tutti il Signore ci precede, ci accompagna, ci apre il cammino.

     Abbiamo così accennato la risposta al nostro terzo interrogativo:

 

Cosa vuole donarci?

     A Gerusalemme il Signore ci riporta a Dio, ci riafferma la certezza del suo amore per noi, ci apre il cammino della vita, fratelli e sorelle ci riconsegna la  pace, Lui ne è il principe, e ci riempie di gioia.

     Ecco perché pur nella drammaticità degli avvenimenti di questi giorni il cuore del discepolo è pervaso dalla gioia. A Gerusalemme nel dirci la Sua   Pasqua il Signore ci dona la gioia vera, piena, profonda, quella che nessuno può toglierci.

     E' questa gioia che il Signore vuole donarci, questa gioia così desiderata dal cuore dell'uomo, e che sappiamo bene ha la sua sorgente nel cuore di Dio.

 

     A proposito di essa il Papa scrivendo ai giovani per la G.M.G. che oggi si celebra nella Chiesa afferma: L' amore infinito di Dio per ciascuno di noi si manifesta in modo pieno in Gesù Cristo. In Lui si trova la gioia che cerchiamo."

     Nell’ora della passione di Gesù, questo amore si manifesta in tutta la sua forza. Negli ultimi momenti della sua vita terrena, a cena con i suoi amici, Egli dice: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore... Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15,9.11). Gesù vuole introdurre i suoi discepoli e ciascuno di noi nella gioia piena, quella che Egli condivide con il Padre, perché l’amore con cui il Padre lo ama sia in noi (cfr. Gv 17,26). La gioia cristiana è aprirsi a questo amore di Dio e appartenere a Lui.”

 

     Fratelli e sorelle oggi iniziando la settimana Santa accogliamo l'invito di Gesù a seguirlo: “ Vieni e seguimi”, Lui ci garantisce: “ Se uno mi vuol servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo.”

Amen

 

Domenica 4 marzo 2012 - IIa Domenica di Quaresima - fr. Massimo Maria FMJ


 

    Domenica scorsa lo Spirito ha condotto Gesù nel deserto. Oggi è Gesù che conduce Pietro Giacomo e Giovanni sulla montagna.

     Nel deserto lo Spirito sostiene Gesù nel combattimento contro il potere delle tenebre, contro il Tentatore.

     Sulla montagna Gesù – lo afferma la liturgia rivelandoci il senso di quanto i discepoli vivono – prepara i suoi a sostenere un altro combattimento: lo scandalo della croce.

     Questa preparazione allo “ scandalo” della croce Gesù la compie attraverso il mistero della sua Trasfigurazione il cui racconto abbiamo ascoltato nella versione di Marco.

     L'evangelista cerca di farci percepire qualcosa di quello che hanno vissuto i discepoli: Gesù si trasfigura davanti a loro, le sue vesti divengono bianche annotando in modo simpatico che nessun lavandaio potrebbe renderle così.

     Ma, cosa è la Trasfigurazione?

     Gesù per un istante svela tutto lo splendore del suo mistero abitualmente nascosto: i miracoli qualcosa avevano certo già lasciato sfuggire e i demoni tanto già avevano intuito, ma ora è Gesù che svela totalmente: Chi Egli è! Qual'è il suo segreto!

     Se questa prima parte è certo importante, diviene tuttavia essenziale accogliere e custodire gelosamente nel cuore la Parola del Padre: “ Questi è il Figlio mio l'Amato: Ascoltatelo!.”

     Perché queste parole vanno custodite, direi di più, fissate solidamente nel cuore?

     Per superare la tentazione di Pietro di costruire tende terrene che imprigionano Gesù e non lasciano invece seguirlo nella sua strada, quella che passa per una altra montagna, il Golgota, e giungere così alla gloria, quella della Resurrezione.

     “ Questi è il Figlio mio l'Amato: Ascoltatelo.” dice il Padre sul monte della Trasfigurazione, in cui Gesù è splendente di luce. Ma lo stesso Figlio, l'Amato da ascoltare è quello ricoperto di ignominia sulla croce, quello fragile e spossato sulla strada del Calvario schiacciato dal peso della croce.

     E' sempre il Figlio, l'Amato da ascoltare, sia quando dicendo di essere credenti in Lui ci sentiamo dire di avere una marciasi in più,che quando dicendo di di fidarci di Lui siamo considerati poveri illusi, tacciati di ingenuità infantile.

     Di questo Gesù, fratelli e sorelle, che fa passare la gloria per la croce, ognuno di noi in fondo è un po' scandalizzato, magari non a parole, ma certo quando questa logica si manifesta nella concretezza della vita.

     La tentazione è sempre di voler anticipare la gloria costruendo capanne materiali per rinchiudervi il Gesù che desideriamo, senza – passando per la croce – attendere la dimora che scende dal cielo, la vera gloria. E' sempre tentazione forte quella di passare accanto alla via della croce, di evitarla accuratamente.

     Ma Gesù non lascia illusioni e non vuole fraintendimenti: “ Ordinò di non dire nulla a nessuno se non dopo che il Figlio dell'uomo sarebbe risuscitato”.

     Fratelli e sorelle, se da una parte la liturgia ci mostra nella trasfigurazione di Gesù la meta del cammino, che non solo sostiene il passo, ma lo rende più spedito e gioioso, nello stesso tempo ci ricorda che oggi, non è il tempo di voler maldestramente anticipare la gloria che sarebbe artificiale; oggi non è opportuno cedere alla tentazione di crearci un nostro percorso che evita la via della croce o costeggia prudentemente il Calvario.

     Oggi è il tempo di pre-gustare certo la gloria, ma ascoltando l'Amato, “sempre” e “tutto”, con docilità e e totale disponibilità.

     Oggi è il tempo per riconoscere in Gesù, l'Amato, per aderire a Lui, per riconoscerlo come la ragione ultima della vita scoprendo che è bello andargli dietro ovunque Egli passi.

     E' il tempo dell'obbedienza della fede!

     E' la narrazione della I lettura, il sacrificio di Isacco, che non leggiamo mai senza interiore turbamento. Abramo è benedetto perché non ha rifiutato a Dio neppure quanto gli stava supremamente a cuore. La fede e l'obbedienza a Dio sono sempre questo: la gloria definitiva passa attraverso questa obbedienza che fa sentire fino a che punto io è l'Assoluto!

     Davvero è necessario fare nostra la preghiera con cui abbiamo iniziato questa celebrazione eucaristica: “ Rafforzaci o Padre, nell'obbedienza della fede perchè seguiamo in tutto le sue orme e siamo trasfigurati nella luce della tu gloria.” Amen

 

Domenica 26 febbraio 2012 - Ia Domenica di Quaresima - fr. Massimo Maria (FMJ)


 

     La liturgia della prima domenica di Quaresima è caratterizzata dalla contemplazione di un momento particolare della vita del Signore: le tentazioni. In questo senso infatti si parla della domenica delle tentazioni.

     Nel ciclo liturgico di questo anno ci è offerto il racconto delle tentazioni secondo il Vangelo di Marco. Un racconto decisamente più breve, più sobrio, più essenziale, se pensiamo ai testi di Matteo e Luca in cui sono descritte le tre tentazioni con dovizia di particolari.

     Un testo senza dubbio meno drammatico quello di Marco, se lo accostiamo a quello di Luca per esempio, in cui il racconto si conclude con delle note piuttosto inquietanti: “ Dopo aver esaurito ogni tipo di tentazione, il diavolo si allontanò da Gesù per tornare al momento fissato.” Sappiamo che si tratta del momento della passione e della croce.

     Tuttavia, pur nella sua brevità e nella sua essenzialità, , il brano di Marco non è meno eloquente e prezioso degli altri. Da esso vogliamo così raccogliere alcune riflessioni di una certa importanza per il nostro itinerario quaresimale e per il nostro cammino cristiano in generale.

 

     “Lo Spirito sospinse Gesù nel deserto.” spiega l'evangelista. Il Signore si inoltra nel deserto in obbedienza alla voce dello Spirito, in quell'atteggiamento di obbedienza che caratterizza tutta la vita del Signore. Ma poi precisa Marco, una volta nel deserto, vi rimase quaranta giorni tentato da Satana.

     Gesù sceglie di restare nel deserto, di non fuggire la tentazione, di combatterla, di affrontare la prova. Gesù non viene fuori prima, và sino in fondo. Sa che la sua missione passa per quella strada e la percorre.

     La prova, la tentazione fratelli e sorelle fa parte della vita cristiana, è passaggio importante del cammino del discepolo dietro al Maestro. La sapienza della Scrittura lo afferma a più riprese:Figlio se ti presenti per servire il Signore preparati alla tentazione”.

     C'è nella nostra vita cristiana, nella nostra vita di discepoli, nel cammino di fede, tutta una profondità, una solidità, una robustezza che si costruisce attraverso l'esperienza del deserto, della tentazione, della prova. “ Attraverso il fuoco si prova l'ora” recita ancora la Scrittura. E Gesù lo sappiamo ci fa chiedere al Padre di “ Non abbandonarci nella tentazione.

     E' necessario notare anche San Marco pone il suo racconto delle tentazioni subito dopo il Battesimo del Signore, quasi per sottolineare anche lui attraverso questo quanto la tentazione sia nel programma ordinario dell'itinerario del cristiano così appunto come lo è stato per il Maestro, anzi il Maestro ci è passato per noi, per primo.

     Una certa presentazione della vita cristiana tutta gioia spensierata e priva di questo aspetto del combattimento e della prova diviene molto pericolosa. Il combattimento infatti fa parte di un autentico cammino evangelico e talvolta anzi la lotta si può fare molto aspra. Se a questo non siamo preparati rischiamo di soccombere nella prova, pensando magari che Dio ci abbia abbandonato, ci abbia imbrogliato, o che forse non esista.

     Ma in realtà siamo noi che abbiamo saltato qualche pagina del Vangelo.

     Gesù nel deserto quindi affronta il combattimento, la tentazione.

     Quali armi Gesù utilizza contro il tentatore, per affrontare il combattimento?

 

     Nel Vangelo di Luca e Matteo – lo dicevamo – contrappone alla parola del diavolo la Parola di Dio, quei famosi “ Sta scritto....”

     A differenza di Eva che nel giardino dell'Eden dialoga con il tentatore, con la tentazione infatti soccombe, Gesù invece contrappone da parte sua la Parola di Dio, certo che è in essa la forza necessaria per vincere il tentatore. Già questo è un primo e prezioso insegnamento.

     Nel Vangelo di Marco invece non vi è nessuna parola del diavolo è vero, ma neppure del Signore. Il silenzio infatti è un altra arma vittoriosa, che Gesù utilizza, assai preziosa nella tentazione.

     “Nel silenzio stà la vostra forza” proclama la saggezza della Scrittura.

     Non è infatti silenzio di abbattimento, di rassegnazione né tanto meno di scoraggiamento, ma un silenzio pieno di fiducia, di fede nell'intervento di Dio, di certezza nella fedeltà della sua grazia potente, di pazienza amorosa. Anche davanti a Pilato, altro momento di prova, lo troveremo nel racconto della Passione Matteo scriverà: “ Jesus autem tacebat” Gesù invece taceva.

     La tradizione spirituale ha davvero raccolto abbondantemente questa strategia. Il nostro Libro di Vita afferma: “ Il silenzio rimetterà ordine in te quando sarai stanco, inquieto tentato.” Anche San Benedetto nella sua regola a proposito della prova, nel capitolo sull'umiltà scrive: “ il monaco vedendosi imposte cose dure e contrastanti, subendo torti di qualsiasi genere – quindi l'esperienza della prova – abbracci dentro di sé, in silenzio, la pazienza.” Indicando così ancora nel silenzio uno strumento prezioso per trovare forza nel combattimento e per attraversare l'esperienza della prova.

     Nella terapia del silenzio ci è poi indicato per noi e per il nostro cammino nella prova, un secondo prezioso insegnamento.

 

    Ci aiuta infine ad avanzare nella tentazione conoscere come il tentatore agisce. A partire dalla esperienza di Gesù, tenendo conto di tutti i racconti dei sinottici raccogliamo una ultima osservazione.

 

     In fondo in tutte le tentazioni, compresa quella sulla croce, ciò che il tentatore cerca di fare con Gesù non è farlo demordere da quanto il Padre gli ha chiesto, piuttosto di farglielo realizzare in modo diverso. Il tentatore dicono gli esegeti mette in discussione il tipo di messianismo che Gesù realizza. Per il progetto del Padre, nella logica dell'amore infinito di Dio, Gesù deve essere un messia povero, crocifisso, umanamente fallito, abbassato, umiliato. Il diavolo propone di restare messia, rispondere alla chiamata di Dio, ma in modo diverso, secondo le logiche del mondo di potere, di gloria di sicurezza legate alle ricchezze materiali e ai poteri umani.

     Anche per noi spesso il tentatore si appoggia su un dono di Dio vero, reale, che il Signore ci ha fatto:la chiamata cristiana. Ma ciò che tenta di sovvertire è la modalità di viverla, invitandoci al compromesso, suggerendoci il buon senso, richiamandoci altri valori in se buoni, sani e santi.

     Se sei figlio di Dio buttati dal pinnacolo del tempio, gli angeli ti salveranno e tutti crederanno. Il successo della tua missione sarà assicurato.

 

    Fratelli e sorelle la tentazione non ci deve spaventare attraverso di essa il Signore è passato e ancora ogni giorno passa con noi. La tentazione non ci deve sgomentare, tutto concorre al bene di coloro che amano Dio ripete San Paolo. Anche attraverso di essa il Padre ci purifica, ci libera, ci converte. La tentazione – tante volte lo abbiamo sentito noi fratelli e sorelle di Gerusalemme ripetere da P. Pierre Marie - se non ci fosse non ci sarebbe neppure la santità, per ricordarci che Dio ci fa avanzare anche attraverso la prova nel cammino della santità.

 

     Come abbiamo pregato all'inizio ripetiamocelo in questo tempo di Quaresima: “ Disponi Signore i nostri cuori all'ascolto della Parola perchè si compia in noi la vera conversione”.

     Amen

 

 Domenica 15 gennaio 2012 - II Domenica T.O. - fr. Massimo-Maria FMJ

 

   “ Il Signore chiamò Samuele! “

   “Gesù si voltò e disse: “ Venite e vedete. “

 

   In queste due parole della Scrittura è contenuto il tema della Parola di Dio di questa seconda domenica del tempo ordinario. Le due frasi sono infatti il cuore di due racconti di vocazione.

 

   Il primo ha per protagonista Samuele, profeta e sacerdote che intorno al 1030 a.C. assiste al passaggio di Israele  da una struttura di tipo tribale a quella monarchica con il re Saul.

 

   L'iniziativa è sempre e tutta di Dio, che tuttavia non lo chiama in modo irruento ed aggressivo, ma piuttosto attraverso un lento apprendistato che inizia con una prima chiamata nella notte, nella pace del tempio, quando, come dice il testo, “ la lampada dell'arca non si era ancora spenta “ ed il giovanissimo Samuele era abbandonato al primo sonno della notte.

    Samuele risponde prontamente, ma la sua risposta è ancora confusa ed incerta. Pensa infatti che a chiamarlo sia stato il sacerdote Eli. Solo alla quarta volta, dopo tre fallimenti il giovane Samuele scopre la sua vera vocazione, decifra la voce di Dio e comprende che non dovrà essere un semplice sevo del sacerdote Eli nel tempio, ma profeta e sacerdote lui stresso del suo popolo.

 

    Da quella notte così misteriosa Samuele esce conoscendo la sua chiamata, ma di più, avendo scoperto la sua vera identità.  Quella chiamata è stata infatti per lui come una nuova nascita, una nascita che lo ha generato alla verità di se stesso in modo pieno ed autentico.

 

    E' questo il dono di ogni chiamata di Dio prima ancora che fare qualcosa o rendere un servizio. Accoglierla è permettere a Dio di generarci alla verità di noi stessi in modo pieno ed autentico.

 

   Anche nel secondo racconto di vocazione ci sono un pò gli stessi elementi. L'iniziativa è del Signore, che si volta e guarda quei discepoli del Battista che gli vanno dietro. Attraverso un gioco misterioso di sguardi e parole Gesù gli rivolge un invito: “Venite e vedete.”

 

    Anche in questo caso la scoperta della chiamata per i discepoli è progressiva, passa attraverso una strada che si percorre con Gesù, conosce una ricerca, conosce delle domande, delle perplessità, ed approda ad una casa di Palestina dove la ricerca si arresta e si spegne, nel trovare.

  

    Attraverso questo itinerario progressivo e persino laborioso, i discepoli, come Samuele, scoprono la loro chiamata, la loro vera identità. E' emblematico per questo il caso di Simone, che, al termine del racconto, diviene Pietro.

 

    Nel racconto della vocazione di Samuele, della chiamata di Andrea, Pietre e gli altri discepoli, c'è il racconto di ogni chiamata, c'è il racconto della nostra vocazione di battezzati, di consacrati, di laici, di discepoli del Signore. Alcune luci ci sono offerte allora per il nostro itinerario; luci certo da non smarrire.

 

    Tutto nasce da un dono primo e gratuito del Signore, dalla sua iniziativa personale e misericordiosa. Chiamandoci Dio ci usa misericordia.

   Tutto si dispiega nel tempo con gradualità e in progressione. Non ha fretta il Signore nelle sue opere e  chiede a noi di aver pazienza per assecondare la sua opera in noi, di non voler capire, realizzare, tutto e subito.

    Ogni sua chiamata è importante perché prima di assegnarci un compito, un servizio, una missione, la sua chiamata, la vocazione ci genera alla verità di noi stessi, ci rivela la nostra profonda identità, completa per così dire la nostra nascita in modo pieno ed autentico. Quando si insiste allora che è importante conoscere cosa Dio vuole dalla nostra vita, il vero motivo non è, e non dovrebbe essere, riempire seminari e monasteri, ma la certezza che da una tale scoperta ognuno è generato in pienezza e in tutta la sua verità. 

 

    Ma c'è un ultimo elemento nei due racconti di vocazioni su cui ci siamo soffermati.

   Si tratta di un dato a prima vista marginale, ma in realtà particolarmente significativo.

 

   Nella storia di Samuele, è stato necessario Eli. Nella chiamata dei primi discepoli è stato prezioso il Battista.

   Per giungere a bene ascoltare il Signore, per discernere la sua voce, la sua chiamata, la sua parola è necessaria quella che possiamo chiamare in modo esteso: una mediazione. Per il cammino battesimale c'è essenzialmente quella della Chiesa. 

    Per ogni cammino personale è necessaria una presenza amica, un fratello, un padre, un maestro che guidi, illumini, sorregga e faccia si che il nostro passo sia più generoso e spedito nel seguire il Signore.

 

    La autoreferenzialità, il “fai da te” nella vita cristiana e nel cammino di ogni chiamata discepolare è sempre esporsi a pericoli, deviazioni, trappole.

    E' invece necessaria la presenza di chi con la stessa libertà interiore di Giovanni il Battista e la pazienza infinita di Elia, ci rende il servizio di indicarci il dove e il come la grazia chiede di essere assecondata.

  

Attraverso questo ultimo elemento la Parola ci ricorda cioè che, nessuno si salva da solo, ma la salvezza così come la risposta ad ogni chiamata passa nella comunione con Dio e con i fratelli. Ognuno ha bisogno della grazia di Dio, ma anche del servizio, della guida, della preghiera e delle indicazioni e persino correzioni dei fratelli.

 

Fratelli e sorelle  la Parola in questa domenica ci invita da una parte a fare memoria grata della nostra vocazione personale, e dall'altra, ci ricorda, che nella risposta, siamo affidati gli uni agli altri.

 

   Nel giorno della sua vocazione il profeta Geremia vide la mano del Signore che gli presentava un mandorlo fiorito, segno della protezione divina.

    Ogni discepolo nella risposta della sua chiamata non è comunque mai  abbandonato  nel deserto della vita, ma sul suo capo si stende l'ombra di un ramo verde e fiorito che è la promessa certa della fedeltà di Dio.

 

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