sito delle Fraternità Evangeliche

di Gerusalemme di Firenze

       OMELIE anno 2011

                Santa Maria Assunta alla Badia Fiorentina

 

 

 

Domenica 18 dicembre 2011 - IV Domenica di Avvento - fr. Massimo-Maria FMJ

 

   Nell'avvicinarsi del Natale la liturgia pone dinanzi al nostro sguardo Colei che lungo tutto il cammino dell'Avvento, discretamente, ma realmente, ci ha accompagnato: Maria Santissima.

 

   Il testo di San Luca ce la presenta in un momento solenne della sua vita, nel momento prezioso e nel contempo unico della storia dell'umanità: l'annuncio dell'Incarnazione del Figlio di Dio.

   “ Rallegrati piena di grazia, il Signore è con te! “.

Con queste parole che Dio aveva pensato da tutta l'eternità, e che ora attraverso la bocca di un angelo, anzi un arcangelo, pronuncia nel tempo, inizia la storia di una chiamata, la storia di una vocazione: la vocazione di Maria di Nazareth, vocazione a cui è legata in modo speciale la storia della salvezza per l'umanità.

 

   Maria, la Vergine di Nazareth, è turbata da queste parole, di quel turbamento naturale che attraversa il cuore della creatura ogniqualvolta si sente guardata dal Creatore. E' turbamento di sorpresa insieme, per essere stata scelta per ciò che era la segreta ambizione di ogni ragazza d'Israele: essere la madre del Messia.

 

    Solo una domanda pone Maria, non di dubbio o resistenza, ma di chiarimento su come collaborare affinché tale progetto di Dio si compia.

L'Angelo spiega, parla della potenza dello Spirito, del figlio che lei avrebbe dato alla luce, le annuncia un segno: quello della cugina sterile divenuta madre, ed infine proclama: “Nulla è impossibile a Dio!”

 

    La parola ora è lasciata a Maria, la decisione libera e sovrana è nelle sue mani se così si può dire.

    Maria con disarmante semplicità e con infinita libertà risponde: “Eccomi! Si compia in me la tua parola!”.

    “Eccomi per tutto e per sempre!”

  C'è qua tutto il segreto della gioia, tutto il segreto della pace, tutto il segreto di una vita davvero donata, di una vita pienamente umanizzata, profondamente realizzata, davvero compiuta.

 

Ma che cosa ha reso Maria capace di questo “ Sì “ pronto, generoso, pacifico e gioioso? Certamente non è stato improvvisato, non si è trattato di un atto sporadico di audacia azzardata. Le cose grandi Dio le prepara lentamente, nella ferialità e lungamente, e Dio le prepara con gli uomini che da Lui si lasciano plasmare, preparare, modellare.

 

    Cosa ha quindi preparato Maria?

Figlia del suo popolo Maria pregava, proclamava nelle sue giornate:

“ Ascolta Israele il Signore tuo Dio è Unico! ”

  

    Ascolta!

   Maria si è esercitata all'ascolto. Un ascolto che non la ripiegava su di sé, ma la teneva costantemente tesa verso il Dio Unico e Tre volte Santo, verso il Dio fedele e grande nell'amore.

   Un ascolto che l'ha resa beata nella fede e forte nell'adesione al progetto di Dio.

   Un ascolto che ha plasmato in lei una grande consapevolezza: il senso, la gioia, la pace e la realizzazione della vita viene solo nell'uscire da se stessi e nell'aprirsi ad un Altro con la A maiuscola. Viene solo dal di fuori di noi, da Dio appunto, non da noi stessi. L'ascolto ha reso Maria tutta accoglienza, tutta disponibilità, tutta ricettività semplice e disarmata, senza indugi o ritardi. L'ascolto ha plasmato in Maria un cuore da discepola.

 

    Ma legato all'ascolto è evidente un altro segreto che ha reso Maria disponibile a Dio. Ce lo suggerisce la liturgia nella preghiera di colletta con cui abbiamo iniziato la celebrazione di oggi: “  O Dio che scegli tra gli umili i tuoi servi...” così abbiamo pregato.

 

   L'umiltà di Maria è l'altro suo segreto, che l'ha resa disponibile, generosa, consegnata totalmente e gioiosamente al progetto di Dio.

    Maria era ignara di se stessa, contenta della sua piccolezza, gioiosa della sua povertà, totalmente consegnata, per nulla frustrata di scoprirsi creatura, di definirsi serva, di farsi piccola e di dirsi povera davanti al progetto di Dio.

    Oggi tanto si sottolinea che Maria era una come noi, è vero fratelli e sorelle, ma il problema è che a ben guardare, siamo noi troppo diversi da lei.

    Lei ci accompagna verso il Natale e con materna tenerezza oggi ci suggerisce di fare nostri i suoi stessi atteggiamenti di ascolto generoso, di umiltà gioiosa. E' il segreto per accogliere Gesù nel Natale, è il segreto della vita cristiana, è il segreto della santità.

Santa Maria Madre umile e discepola obbediente prepara Tu il nostro cuore come il tuo per andare incontro al Tuo Figlio, affinché possa parlarci trovandoci in ascolto, possa chiamarci trovandoci disponibili, possa conformarci a Lui trovandoci umilmente consegnati al suo Amore.

Amen.

 

martedì 1 novembre - Solennità di tutti i Santi - fr. Massimo-Maria FMJ


 

     I Santi!

     Chi sono i Santi?

     Per la gente sono coloro che fanno i miracoli. Sappiamo però che non è esatto. E' infatti solo Dio che compie i miracoli. Essi piuttosto intercedono presso Dio.

     Per tanti i Santi sono persone che hanno avuto esperienze particolari del Divino: visioni, estasi, rivelazioni. E' vero per alcuni, ma non per tutti. E comunque questi doni mistici non costituiscono la santità.

     Per altri poi i Santi sono persone che hanno vissuto una vita fuori dal normale, quasi delle semi-divinità. Figure belle, affascinanti, ricche di mistero ed effetti speciali, con Dio sempre dalla loro parte pronto a smussare ogni angolo del loro cammino e a risolvere ogni difficoltà. Lontani sicuramente dalla portata dei comuni mortali. Niente di più sbagliato! I Santi infatti hanno avuto una vita con gli stessi combattimenti, tentazioni e prove che noi ben conosciamo. Hanno coltivato gli stessi desideri e si sono rallegrati delle nostre stesse gioie.

     Per altri ancora i Santi sono persone tristi, malinconiche e sempre impegnati in sforzi ascetici sovrumani. Davvero una visione parziale e lontana dalla verità. E' vero una certa agiografia li ha fatti intendere talvolta così. Ma poi avvicinandoli davvero, lasciandoli parlare, quanta luce nella loro vita, quanta gioia e quanta ampiezza di sguardo.

     Per alcuni infine i Santi sono: “ I Santi”, veicolando così l'idea che sono nati così, tutto facile, tutto programmato, tutto scontato. Non diciamo qualche volta anche noi, magari come alibi per la nostra mediocrità, Sì, ma loro erano santi. Come se Santi si nasce, ma non si può diventare per la grazia di Dio.

     Il Concilio Vaticano II afferma senza timore che anche nella fede la Vergine Maria ha compiuto un cammino, a maggior ragione nella santità i Santi hanno percorso un itinerario lungo, spesso faticoso, talvolta costellato di prove e senza dubbio di tentazioni, iniziato nel fonte battesimale e compiutosi nel percorso della vita intera .

 

     I Santi allora. Chi sono i Santi?

     La Scrittura lo afferma per Abramo ed altri personaggi chiave nella Storia della Salvezza; la liturgia lo dice per tanti uomini e donne che la Chiesa presenta come modelli ed intercessori presso il trono di Dio: la Scrittura e la Chiesa nella liturgia parlano degli amici di Dio.

     I Santi sono gli amici di Dio!

    Tale amicizia offerta loro con il dono della vita, sigillata nel Sacramento del Battesimo, si è poi dispiegata, approfondita, maturata e resa salda durante tutta l'esistenza.

    Fratelli e sorelle i Santi sono gli amici di Dio!

    Non pensiamo certo all'amicizia che talvolta si conosce nel mondo, superficiale, interessata, condizionata.

    L'amicizia dei Santi con Dio è una amicizia fondata sull'amore primo, infinito esagerato di Dio che è fedele, che cioè c'è sempre, non a intermittenza, e una tale amicizia, ha come logica quell'amore più grande che si concretizza nel dono della vita.

    Da questa prospettiva dell'amicizia allora si comprendono meglio chi sono i santi e che cosa è la santità.

    La preghiera che forgia i santi e tutti li accomuna è la modalità più comune per coltivare tale amicizia con Colui che ci chiama tutti amici. I santi sono stati e sono uomini e donne di preghiera.

    L'ascolto della sua Parola e la vita sacramentale che è nota caratteristica dei Santi è stato il modo ordinario per rinvigorire questa amicizia e metterla al riparo dalla superficialità. I santi hanno ascoltato e celebrato l'amore infinito di Dio con assiduità, attenzione e “devozione” nel senso più profondo e forte del termine, cioè tutti votati a ciò.

    Il servizio generoso e l'attenzione al prossimo, nella certezza che ciò che è fatto agli altri è fatto al Signore Gesù, è stato nella loro vita il modo più sicuro per verificare la verità e la consistenza di questa amicizia con Dio. Non facciamo fatica a constatare quanto la carità verso il prossimo e particolarmente il povero ed il sofferente è una gemma luminosa nella vita di tanti santi antichi e più recenti.

    Questa amicizia nella loro vita si è fatta così ora fiducia nella prova – certi che Dio non abbandona chi a Lui si affida; ora perseveranza nel buio – certi che la Sua Presenza illumina ogni oscurità; ora speranza nella tentazione e nella sofferenza – certi che Dio è fedele.

    Tale amicizia con i santi Dio costantemente, lungo tutta la vita, l'ha ri-donata loro con il perdono e l'ha ri-detta loro con il corpo donato e il sangue versato di Gesù, ed essi l'hanno ricambiata obbedendo alla sua Parola: “ Sarete miei amici se farete ciò che vi comando.”

    I santi, fratelli e sorelle, gli amici di Dio, i quali certi che in Gesù Dio ha tutto dato e detto tutto hanno risposto con il dono totale di tutta la loro vita, un dono che è passato per la povertà, per la mitezza, per la sopportazione della prove, per la difesa della giustizia, per la misericordia, per la costruzione della pace, per la purezza del cuore.

    Tale vita donata è oggi la beatitudine nella visione di Dio, ma già sulla terra ha dato loro di vivere nella gioia. Sì, perché essi non erano, cupi e malinconici, ma piuttosto uomini e donne con cuore pieno di esultanza perché rallegrati da Dio, dalla sua amicizia appunto.

    Fratelli e sorelle nella certezza che i santi sono amici di Dio e quindi anche nostri, certi che ci comprendono perché conoscono le nostre fatiche e i nostri combattimenti nel lasciare tutto lo spazio a Dio nella nostra vita chiediamogli oggi che intercedano per il nostro personale cammino di santità.

    Non c'è nessuno che non possa essere santo. Non esiste alcuna condizione che lo impedisca, come non c'è alcuno stato di vita che lo garantisca. La B. Madre Teresa sapientemente ricordava che la santità non è un lusso per pochi ma un dovere per tutti, è cosa semplice, lasciare cioè che Dio venga nella nostra vita, prenda ciò che vuole e ci doni quanto gli piace. La santità è fare la volontà di Dio nel quotidiano con un sorriso.

    Possiamo oggi rinnovare il nostro proposito di camminare verso la santità che è la vera gioia del cuore e resta il più convincente annuncio del Vangelo per il mondo. Amen

 

Domenica 11 settembre 2011 - XXIV Domenica del T.O - fr. Massimo-Maria FMJ

 


 

Perdona l'offesa del tuo prossimo e ti saranno rimessi i tuoi peccati” Questa è la parola risuonata nella I° lettura oggi, tratta dal libro del Siracide.

Il Signore perdona tutte le tue colpe, non ci tratta secondo i nostri peccati, non ci ripaga secondo le nostre colpe”. Così abbiamo cantato con il Salmista.

Così farà il Padre vostro celeste se non perdonerete di cuore al vostro fratello”. Questa infine è l'ammonizione luminosa ed esigente, di Gesù al termine del brano evangelico appena proclamato.

Fratelli e sorelle è chiaro come dopo la carità della correzione fraterna della scorsa domenica, oggi la liturgia voglia guidare la nostra riflessione sull'esigenza del perdono reciproco, gioioso, illimitato, generoso.

 

Ripartiamo dal testo del Siracide.

Il passo ascoltato affronta un tema non solo importante, ma di sempre grandissima attualità per il mistero del cuore umano: il perdono e il rancore.

L'autore sacro, secondo uno stile preciso, quello dei testi sapienziali, cerca di trasferire nella sfera religiosa, esigenze morali concrete:

  • nel nostro caso, l'autore lo fa affermando con forza e a più riprese che il perdono negato al fratello, il rancore custodito nel cuore, diviene uno schermo che interrompe non solo la relazione con il fratello, ma anche il dialogo con Dio.

    Se non hai misericordia per il tuo simile, come osi pregare per i tuoi peccati?”

Nel Salmo poi il salmista con accenti poetici canta l'inconfondibile e propria caratteristica di Dio: la misericordia. “ Perdona tutte le tue colpe”.

Ma particolarmente nel brano evangelico è particolarmente svelato il mistero del perdono rivelando che la sua sorgente e la sua forza è nel cuore di Dio.

Questa scoperta non cessa di stupirci e persino imbarazzarci, proprio come è capitato a Pietro.

 

Giobbe parlando delle volte che Dio perdona all'uomo, pensandosi tanto magnanimo, aveva proposto due o tre volte.

Pietro nella sua domanda, chiedendo a Gesù se sette volte sarebbe sufficiente perdonare, avrà forse pensato di essere audace e davvero ardito.

Ma Gesù scardina anche questo limite: il perdono è senza limite, sempre e per tutto.

La parabola che spiega a Pietro il perché della risposta di Gesù, fa comprendere anche a noi per quale motivo il discepolo di Gesù deve vivere un tale perdono: il servo doveva perdonare il suo compagno perché il re a lui aveva perdonato tanto, molto, anzi tutto.

S. Agostino riassume mirabilmente tutto questo nel celebre adagio, che diviene programma di vita: “ Perdonati, perdoniamo.”

 

Fratelli e sorelle dobbiamo però non lasciarci sfuggire ancora due indicazioni preziose della parabola.

Il re dice Gesù, volle fare i conti con i suoi servi. L'espressione può sembrarci minacciosa e intimorire. Di fatto questo re chiede conto al servo dell'amministrazione, ma questo fare i conti non è solo pura relazione creditore debitore, debito e dovuto, ma questo re fa i conti utilizzando l'incredibile e inaudita possibilità del condono totale, del perdono appunto.

Questa è la prima considerazione per la nostra riflessione sul perdono e per l'esercizio del perdono: la sua fonte, la sua radice la sua forza è in Dio. Forse la prima provocazione che ci lancia il Vangelo oggi è farci scoprire che abbiamo bisogno di evangelizzare la nostra immagine di Dio.


Ma poi un'altra indicazione: il servo al quale è stato tutto condonato ha ricevuto un dono, ma non ha conosciuto il donatore. Troppo curvato sui suoi calcoli, forse sui suoi timori, paure e ragionamenti, il condono del debito gli ha semplicemente risolto un problema spinoso, ma non ha ottenuto l'effetto voluto dal re, quello cioè di rivelargli il suo cuore misericordioso e buono.

Si capisce così il perchè di un tale atteggiamento verso il suo compagno: il suo cuore non è cambiato. Non ha gustato la gioia del perdono, la luce dell'incontro con l'amore gratuito del re, ma semplicemente il condono gli ha tolto una preoccupazione, e i suoi debiti finalmente risultavano regolati: non ha incontrato il re, non ha sperimentato la misericordia e per questo non è entrato nella logica della gratuità.

Fratelli e sorelle, “ Perdonati, perdoniamo” ci diceva s. Agostino.

Per vivere il perdono, per vivere il Vangelo non possiamo fare a meno di fare memoria della misericordia che Dio ci ha usato, ci usa e sempre ci userà. E' essenziale non fermarci ai nostri calcoli e pensieri, non accontentarci neppure dei suoi doni, ma andare oltre: conoscere Lui, il suo mistero. Chiedere che la sua infinita misericordia non sia semplicemente una trovata geniale di Dio che aggiusta le nostre pendenze con la sua giustizia e ci fa sentire a posto, ma che in realtà ci conduce al suo cuore dove c'è la radice e la sorgente di quell'amore che solo può convertire il nostro il nostro cuore di pietra in un cuore di carne.

Amen


 


 


 

 

Domenica 4 settembre 2011 - XXIII domenica del T.O. - fr. Massimo-Maria FMJ


 

“ Pienezza della legge è la Carità”

Così San Paolo insegna ai Romani nel testo della seconda lettura della liturgia di questo giorno. Ma di più specifica che se un debito abbiamo gli uni gli altri è quello dell'amore vicendevole.

Ora la prima lettura e particolarmente il Vangelo di Matteo si sofferma su un aspetto dell'amore vicendevole: quello che chiamiamo la correzione fraterna

 

Nel testo di Ezechiele con curioso paragone il profeta accosta il ministero profetico a quello della sentinella.

Egli deve spiare l'orizzonte della storia individuandone i segni nascosti, le tracce misteriose di Dio, le albe di vita e i tramonti di morte per comunicarli alla città, in questo caso ad Israele.

La responsabilità del profeta è fondamentale, la sua inerzia o le sue omissioni possono essere catastrofiche infatti per l'intera città. Tuttavia la sua responsabilità si arresta davanti alla libera scelta di chi si rifiuta di ascoltare, di capire, di cambiare.

Una prima luce sulla Carità della correzione fraterna raccogliamo dal testo profetico:

Noi siamo responsabili degli altri, siamo affidati misteriosamente gli uni agli altri, non possiamo far finta di niente, pagheremo magari con l'impopolarità o la perdita di consensi. Noi non possiamo tacere, non possiamo sperare che siano sempre gli altri ad intervenire per non crearci inimicizie, antipatie. Sarebbe diplomazia ma non Vangelo.

Tuttavia l'amore anche nella correzione fraterna sa lasciare libero l'altro, non pretende di ottenere subito il risultato, Per usare il linguaggio di Ezechiele non si tratta di convincere con la forza, ma di avvertire, di un avvertimento che non è minaccia, ma squisito gesto di carità.

 

La Parola del Vangelo poi aggiunge alcune luci particolari sulla carità della correzione fraterna.

Gesù propone un itinerario pedagogico per correggere i fratelli, itinerario che comporta dei gradi successivi.

  • Tra te e lui solo: dice tutta la vicinanza, il voler davvero capire non solo la mancanza, ma soprattutto il mancante. Quante volte noi supponiamo una mancanza dei fratelli, non ne siamo poi così sicuri, ne parliamo con terzi, con quarti fino a che tutti sanno eccetto l'interessato o l'interessata. Fra te e lui solo dice Gesù

  • Poi altri gradi. Se non ti ascolta prendi prima due o tre testimoni, poi la comunità, poi per te sia come pubblicano o pagano. Tutte queste misure non sono stratagemmi per rafforzarsi nell'autorità da parte di chi corregge, ma perché chi è corretto senta tutta la premura di carità.

    Una carità che cresce man mano che si passa al grado seguente delle possibilità ventilate da Gesù, sino al massimo, che paradossalmente è il considerare il peccatore come pagano e pubblicano. Infatti l'esclusione dalla comunità, è di questo che si tratta, non è punizione, ma medicina. Di più: a ben pensarci gli interlocutori privilegiati di Gesù sono stati proprio i pagani e pubblicani. Con essi Gesù ci ha non solo conversato, ma persino si è seduto alla stessa tavola. E questo illumina di luce particolare il suggerimento che Gesù offre.

Ancora una indicazione possiamo poi raccogliere per vivere la correzione fraterna” Se due di voi sulla terra si mettono d'accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio gliela concederà”

La forza e la potenza della preghiera, della preghiera fatta insieme nella certezza che ha una fecondità unica. Con la sapienza dei piccoli del Vangelo S. Teresa di Gesù Bambino ha scritto: La preghiera costituisce tutta la mia forza, convince meglio i cuori più che tante parole.


E infine un ultima luce la raccogliamo dalla preghiera di colletta che la sapienza della liturgia ci ha fatto pregare in questa domenica. “Donaci o Signore uno spirito e un cuore nuovo” perchè possiamo vivere il compendio della legge che è l'amore.

Per poter vivere la carità della correzione fraterna è necessario a noi per primi un cuore e uno spirito nuovo, e particolarmente una novità nel mio sguardo sul fratello che voglio correggere.

Infatti prima di pretendere correggere gli atti dell'altro spesso è più importante correggere la mia visione dell'altro; è essenziale chiedersi innanzitutto se io credo che il cambiamento dell'altro sia possibile.

Se io volessi vivere la correzione fraterna, ma non credo che l'altro possa davvero cambiare, anzi i miei pregiudizi e stereotipi sono il criterio più importante, è difficile avventurarsi nell'amore che vuole prendersi cura dell'altro, che vuole esercitare evangelicamente la correzione fraterna.

Ancora una volta non possiamo che guardare a Gesù modello perfetto di chi ha amato sino al dono di sé; modello perfetto di chi sempre per tutti e su tutto conserva uno sguardo di misericordia e d è animato da un unico grande desiderio:

“ Non voglio la morte del peccatore, ma che si converta e viva”.

 

Domenica 17 luglio 2011 - XVI domenica del T.O. - fr. Massimo-Maria FMJ

 

“Chi ha orecchi ascolti.“

Vogliamo raccogliere questo invito di Gesù all'ascolto, per fare spazio nel nostro cuore alla sua Parola di questa domenica.

Ancora una volta il filo conduttore del suo messaggio è “ il Regno dei cieli”.

Attraverso l'immagine del Regno, sempre così centrale nella sua predicazione, Gesù dipinge il progetto di liberazione, di salvezza e di vita che il Padre ha per l'umanità intera.

Nel testo odierno Gesù parla del Regno attraverso tre parabole: quella centrale e diremmo principale, del grano e della zizzania, e le altre due più brevi, ma non meno significative, del lievito e del granello di senapa.

Nelle parabole il Signore parla certo del Regno, ma in realtà, ci suggerisce insieme, quale sapienza del cuore sia necessario chiedere allo Spirito, quale sapienza del cuore sia importante maturare, per saper riconoscere la presenza del Regno ed essere suoi buoni servitori, suoi sapienti collaboratori.

Una luce particolare a questo proposito si sprigiona dalla parabola della zizzania.

Il Regno non si manifesta nella storia, per così dire, allo stato puro, ma mescolato con la zizzania. Può sorprenderci e persino sgomentarci, ma Gesù ci rivela che il Regno non è mai, nella storia, senza la zizzania.

Il buon grano e l'erba cattiva crescono l'uno accanto all'altra.

Nonostante Gesù ce lo dica con disarmante chiarezza, noi facciamo enorme fatica ad ammetterlo, ad accettarlo, a dire “sì” è così e in un certo senso Dio stesso lascia che sia così.

Pensate!

Vorremmo una Chiesa già ora, da subito, senza rughe e senza macchie! Vorremmo un mondo che già ora sia immediatamente tutto trasfigurato dalla vittoria di Cristo! Vorremmo le nostre comunità cristiane, religiose, di credenti, già ora, subito, pura trasparenza del Vangelo!

Buoni desideri certo, ma tutto ciò sarà così nell' ”ora di Dio”.

Ma lo vediamo e Gesù lo ribadisce non è così. Nel mondo, nella Chiesa, nelle comunità il bene ed il male, il grano e la zizzania vi abitano curiosamente e diciamo scandalosamente insieme.

Ma c'è uno scandalo ancor più grande che siamo chiamati a sopportare, uno scandalo ancora più umiliante: accettare cioè che nel nostro cuore, nella nostra vita personale il buon grano e la zizzania crescono insieme.


Qual'è la tentazione davanti a questo mistero che il Padre ci fa vivere?

E' la tentazione dell'accusa pronta che vorrebbe subito smascherare il colpevole e precisare il confine del bene del male. E' la tentazione della fretta pericolosa che per chiarire subito tutto o fare giustizia, che sarebbe sommaria, vorrebbe intervenire per strappare la zizzania rischiando di rovinare irreparabilmente il buon grano. E' la tentazione dell'aprire il cuore alla sfiducia pessimista che oltre ad essere antievangelica rischia di condurre a voltare le spalle, amareggiati al Regno stesso.

 

Qual'è invece la sapienza del cuore che urge maturare e la che la Parola ci invita a chiedere?

E' la sapienza della pazienza, dell'attesa, del prevedere tempi lunghi. Non è certo connivenza con il male, con l'erba cattiva, con la zizzania. Non è passività inerte, uno stare a guardare rassegnato. E' lavorare per il bene, promuovendolo sempre laddove lo si intravede, senza sgomentarsi o fare gli scandalizzati perchè al fianco c'è la zizzania.

E' credere che l'opera di Dio sta avanzando nonostante uno sguardo puramente umano ci vorrebbe convincere del contrario.

La pazienza è sapienza! Saper attendere è sapienza! Saper pazientare è sapienza!

Dio che è sapiente, o piuttosto è la sapienza, fa così. Non si precipita a punire i peccatori, ad estirpare il male e correggere le debolezze. Lascia che bene e male crescano misteriosamente insieme.

E guardando all'uomo pazientemente invita alla conversione, non dice non c'è più nulla da fare, piuttosto spera nella conversione credendoci.

Egli che è padrone della forza – ci ha detto il libro della Sapienza nella prima lettura – giudica con mitezza e ci governa con molta indulgenza.

Attendi anche tu con pazienza ci dice Gesù, fai tua la fiducia del Padre ci invita il Figlio, conserva risolutamente una speranza positiva ci insegna il Maestro della sapienza, Gesù il Signore.

Se avrai questa sapienza del cuore, se aprirai il cuore a questa logica di Dio, se cioè sarai sempre più credente – uomo e donna di fede cioè – non guidato tutto da semplici ragionamenti e logiche umane, avrai la gioia di vedere rivelati lo splendore del Regno in tutta la sua magnificenza....certo, ma nell'ora di Dio, l'ora che tu avrai preparato con la tua attesa paziente e fiduciosa. L'”ora” che tu speri credendoci.

Se al contrario ti precipiti subito a mettere mano alla falce per estirpare in modo sprovveduto il male, rischi di sradicare anche il buon grano. Volendo strappare la zizzania rischi di sradicare il Regno.


Davvero chiediamo al Signore la sapienza del cuore che è la pazienza fiduciosa di attendere come Lui.

E' di una davvero grande umiltà che abbiamo bisogno per comprendere la logica di Dio. Questo attendere paziente e fiducioso non è vano, Gesù ci assicura che il risultato finale è certo: il buon grano infatti sarà riposto nei granai; il granellino di senapa, anche se piccolo, quel giorno sarà l'albero più grande capace di trasmettere vita e salvezza; il Regno oggi nascosto nella pasta come il lievito, quel giorno, con stupore si vedrà, sarà stato capace di sollevare il mondo intero.

 

Donaci Signore la sapienza del cuore per essere pazienti e gioiosi collaboratori del Regno che avanza con mite fortezza nella storia dell'umanità.

 

Domenica 3 luglio 2011 -  XIV Domenica Tempo Ordinario - don Matteo Perini

 

     Quando ascoltiamo la Parola del Signore, particolarmente nei vangeli, ci rendiamo conto a orecchio che questa Parola è diversa dalle altre.

    

I discorsi degli uomini stancano. Spesso sono come quei biscotti di sottomarca che si trovano ai discount. Belle confezioni, in  apparenza sembrano nutrienti, ma quando li mastichi sanno di cartone e per quanti ne mangi non ti togli mai bene la fame e un po’ ti disgustano.

 

    Generalmente i discorsi che si fanno, anche a livello teologico, sono un mettere sé stessi in vetrina, anche inconsciamente, veri monologhi sotto l’apparenza di dialogo. Altre volte sono un modo di stemperare la propria ansia a spese dell’uditore, che se può sopportare per opera di misericordia, dopo un po’ si scoccia. E poi per dire una cosa che ci vogliono tre parole se ne usa una ventina, quando va bene.

 

    Gesù parla in modo diverso. E’ una parola che scende nel cuore, non lo affatica caricandolo di ulteriori pesi, quelli che già abbiamo, avanzano. Solleva invece,  dal peso dell’ignoranza, del non vedere una direzione, uno scopo alla vita, dal ripiegamento su propri pensieri, con la luce che illumina un tratto di cammino. La sua parola, Lui, svela noi a noi stessi, nella stranissima sensazione che conosca il nostro cuore meglio lui di noi. Ci riaccende la speranza Gesù, anche con la “sola” sua presenza silenziosa, quando siamo tentati di scoraggiamento. C’è un senso di libertà che ci raggiunge nell’ascolto del Signore, anche quando questa Parola ci contraddice e quindi ci ferisce nell’orgoglio.

 

    Se da bambini siamo vissuti in un ambiente sano o senza pesi precoci, ricordiamo di esser stati sorridenti e senza particolari preoccupazioni. E rivediamo questo in figli e nipoti. Crescendo però piano piano queste due cose si perdono e andando avanti nella vita disillusioni, fatiche e ferite ci mettono alla prova. Ecco che ci troviamo nella condizione che descrive il Signore, affaticati e oppressi. Ecco che abbiamo bisogno della sua Parola, di Lui che ci sollevi, ci indichi i passi da fare e i pericoli da evitare. Ci insegni a essere miti e umili come Lui, obbedienti.

 

    Sul cammino della fede spesso ci si sente in ritardo, a volte passano gli anni e ci sembra d’aver fatto dei passi indietro invece che avanti. Classico del seminarista: “quand’ero semplice fedele credevo di più”. Era grazia di Dio, e può accadere a tutti di pensarlo di sé. Ognuno metterà quando ero piccolo, qualche anno fa, i primi anni della professione e così via. Fede sensibile non vuol dire fede grande. E ci si duole di questa mancanza spesso più per amor proprio, un po’ piangendoci addosso di non essere perfetti come vorremmo, che per amore di Dio, che forse stiamo facendo aspettare.

 

    Ancora una volta Gesù ci corregge e lo fa perché desidera il nostro bene, perchè capisce e sente in sé le nostre sofferenze. Il Signore ci insegna che quando si cammina sulla via dell’imitazione sua, mitezza, umiltà e carità, spesso manca il motore dell’amore di Dio e ci si muove per amor proprio. Non siamo poi così solleciti e ricadiamo nei soliti peccati, da cui non sappiamo o vogliamo fino in fondo staccarci. Ma la via della santità è misteriosa, si direbbe strana ai nostri occhi. Il nostro cammino procede profondamente diverso da come ce lo aspettiamo e tante volte siamo tentati di giudicarlo coi nostri parametri, con il solo risultato di essere tentati di lasciare la via stretta e in salita per quella più comoda e larga e spaziosa che sappiamo conduce alla perdizione.

   

    Colui che è venuto a noi su un puledro di asino, mite e umile. Certo, comunque tanto grande anche in questa veste che veniva voglia di stendergli davanti mantelli e fronde verdi, è lo stesso che siede su un cavallo bianco, ha gli occhi come una fiamma di fuoco, sul capo molti diademi, è avvolto in un mantello intriso di sangue, dalla cui bocca esce una spade per colpire le genti, per dirla con san Giovanni. Però chi lo avrebbe detto? Sentire l’amaro della tentazione, il buio di una galleria che non vuol finire e saper perseverare.

 

    Resistere alla purificazione del troppo umano che ancora segretamente coccoliamo in noi, per godere delle consolazioni del Signore. Per resistere, per arrivare al punto della dolcezza dello spirito è al Signore che dobbiamo andare, noi, affaticati e oppressi. Fare quello che lui dice, perché mitezza e umiltà mettono le condizioni di gustare il Regno già qui come un anticipo, una caparra. Se no ci cercano sostituti umani.

 

   Infinita è la ricompensa che ci attende se avremo voluto vincere la carne e il nostro io con le loro voci, nella grazia del Signore, fedeli alle ispirazioni dello Spirito che ci parla nel cuore.

 

Domenica 26 giugno 2011 - Corpus Domini - fr. Massimo-Maria FMJ


 

Io sono il pane vivo disceso dal cielo. Se uno mangia questo pane vivrà in eterno.”

Così Gesù ci parla in questa domenica della Solennità del Suo Corpo e del Suo Sangue.

Il pane da mangiare è il suo corpo ed il vino da bere il suo sangue. Già a Cafarnao queste parole suscitarono scalpore, sconcerto e mormorazione. Il motivo della mormorazione e dell'aspra discussione è stata una mancanza, non nel senso di debolezza morale, ma nel senso letterale cioè di qualcosa che manca. Che cosa mancava agli interlocutori del Signore? Mancava, uno sguardo di fede.

 

Carissimi fratelli e sorelle il mistero Eucaristico è un mistero molto ricco:

è la presenza reale di Gesù con noi;

è la sua vita offerta in sacrificio per noi;

è la sua vita divina donata in noi.

In questo mistero nasce e cresce la Chiesa;

per questo mistero noi diventiamo un solo corpo;

da questo mistero attingiamo grazia forza e sostegno per il nostro cammino nella storia.

 

Vogliamo noi ora soffermarci sull'aspetto della fede: L'Eucarestia richiede uno sguardo di fede ed anche esercita il nostro sguardo di fede su tutto e su tutti.

Enza questo sguardo di fede le parole della consacrazione restano parole belle, commoventi, ma prive di forza per noi.

Senza lo sguardo di fede il pane ed il vino per noi restano pane e vino, ma non riconosciamo in essi il Santissimo Corpo e e Sangue del Signore.

Senza lo sguardo di fede tutto si riduce a ciò che noi pensiamo, capiamo e vediamo, con l'inconveniente che il più ci sfugge.

Partecipare all'Eucarestia, adorare l'Eucarestia fratelli e sorelle, richiede lo sguardo della fede ed esercita il nostro sguardo di fede.

Possiamo fare tutte le comunioni che vogliamo, tutte le ore di adorazione che cogliamo se non esercitiamo la nostra fede che interpella il nostro amen libero e docile al Signore, la forza del mistero non si dispiega nella nostra vita.

Mi spiego meglio con un esempio che può apparire strano, ma nella sua paradossalità significativo. Nei testi di teologia morale antichi, i moralisti si cimentavano con casi di morale a cui rispondere che a noi oggi possono apparire paradossali, ma tuttavia non stupidi.

Eccone un esempio.


Un topolino entra nel tabernacolo e mangia un pezzetto di ostia consacrata. Ha il topolino fatto o no la comunione?

Certamente no. Ha certo mangiato il pane consacrato, ma non ha fatto la comunione perché manca della coscienza del gesto, la libertà di acconsentire, ma soprattutto manca della fede.

 

Dimentichiamo pure l'esempio, ma riteniamo l'insegnamento.

Noi corriamo il rischio di fare come il topolino, tante adorazioni o comunioni le facciamo, ma tanti ostacoli frapponiamo a Gesù che viene, il nostro sguardo di fede dorme.

A proposito un test può essere utile per vedere il livello del nostro sguardo di fede sul mistero di Gesù: chiediamoci quanto lo sguardo di fede è presente nella mia vita quotidiana?

Se la critica, il giudizio, la mormorazione cresce e dilaga; se la tristezza, la prepotenza e l'ingiustizia regnano anche tra i credenti, manca in fondo uno sguardo di fede. Gesù oggi ci richiama a questo.

Dobbiamo metterci davanti al Signore per davvero.

Mettiamoci davanti al Signore con fede.

Mettiamoci davanti al Signore con fiducia

Questo è essenziale non solo per la salvezza dell'anima, ma anche per questa vita di oggi.

Stare davvero davanti a Gesù con fede, riceverlo con fede rende già oggi davvero vivi, veri – non di plastica -autentici, credibili!

L'Eucarestia è un dono incommensurabile per una vita eterna al di là della morte e per una vita piena oggi nella storia.

Mettiamoci davanti al Signore con fede e preghiamolo:

Buon Pastore, vero pane, o Gesù, nutrici e difendici,

portaci ai beni eterni nella terra dei viventi. Amen

 

Domenica 12 giugno 2011 - Solennità di Pentecoste - fr. Jean-Christophe FMJ


 

Fratelli e sorelle noi abbiamo ascoltato quella pagina del Vangelo

che narra della sera di Pasqua.

Gesù Risorto appare ai suoi discepoli

e gli dice: “ Ricevete lo Spirito Santo”.

Che cosa succede allora?

Niente.

Non succede nulla.

Non è sorprendente?

Ascoltiamo ora gli Atti degli Apostoli.

Il giorno di Pentecoste,

lo Spirito Santo discende sugli Apostoli riuniti.

Che cosa succede?.

Del vento, del fuoco,

e gli Apostoli che parlano lingue nuove.

Nulla a che vedere con la sera della Resurrezione.

Eppure è lo stesso Spirito

che si è manifestato nei due avvenimenti.

Perché una tale differenza?

Non ci sono che cinquanta giorni che separano i due avvenimenti.

Cinquanta giorni per passare dal niente al tutto.

Cinquanta giorni per passare dalla paura alla meraviglia

Cinquanta giorni per passare dalla chiusura all'apertura al mondo.

Che cosa dunque hanno fatto gli Apostoli durante cinquanta giorni per essere capaci

di essere finalmente tutti trasformati dallo Spirito Santo?

Hanno vissuto una scuola di preghiera.

Riuniti nel Cenacolo essi hanno pregato.

E chi ha animato questa scuola di preghiera?

Nulla è segnalato nella Scrittura,

ma nulla ce lo impedisce di credere.

E bene, è la Vergine Maria.

Questo lo sappiamo dagli Atti

che Maria pregava con gli Apostoli nel cenacolo.

Maria conosce il segreto della preghiera

lei che meditava ogni cosa nel suo cuore

Maria conosce questo cammino

che rende la nostra umanità

disponibile all'opera dello Spirito.

Poiché Maria è la pneumatofora per eccellenza

Lo Spirito Santo riposa su di lei

al punto da esserne la sposa ed il tempio.

Al Cenacolo Maria aiuta gli Apostoli

a scendere dalla loro testa

verso il cuore dove lo Spirito ama dimorare.

L'esperienza della Pentecoste è il frutto della preghiera.

E' una nuova esperienza

di Gesù vivente nella vita dei discepoli.

Quando Gesù dice la sera di Pasqua: “ Ricevete lo Spirito Santo”

Egli dice ai suoi discepoli: “ Io voglio vivere in voi”

E' la sua gioia di dirci:

“Ricevete lo Spirito Santo”.

Ci invita quindi fratelli e sorelle

a discendere nel nostro Cenacolo interiore.

Egli è lì che ci attende.

E' questo incontro interiore con il risorto

che cambierà la nostra vita.

Una forza nuova si dispiegherà in noi.

Una forza più forte della morte.

La forza dello Spirito Santo

la forza del Risorto.

La missione delle nostre Fraternità

nel cuore delle città,

è di fare vedere questa esperienza del Cenacolo.

Noi dobbiamo essere come Maria

che attira gli Apostoli a pregare.

Noi dobbiamo essere anche come Gesù Risorto

che dice a tutti gli uomini:

“ Ricevi lo Spirito Santo

ricevi la vita della tua vita

Entra in una vita nuova.

Prendiamo cura della nostra vita di preghiera

perché lo Spirito venga ad infiammare la città.

Fratelli e sorelle non abbiamo paura dello Spirito Santo.

Spalanchiamo le porte del nostro cuore

alla sua presenza..

Con lui non abbiamo nulla da perdere

tutto da guadagnare.

Lo Spirito non sa che donare

doni, frutti, carismi...!

E' sempre il meglio che ci sia per noi.

Poiché lo Spirito è la nostra vita,

che lo Spirito ci faccia agire.

Apriamoci alla novità della sua opera.

Lasciamoci sorprendere dalla sua audacia.

O Spirito Santo vieni a ricrearci nella gioia

a liberare in noi l'uomo nuovo,

l'uomo vivente per la gloria di Dio

 

Domenica 29 maggio 2011 - VI Domenica Tempo Pasquale - fr. Massimo-Maria FMJ


 

Se mi amate osserverete i miei comandamenti “ ci dice Gesù nella Parola del Vangelo di questa domenica.

Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva questi è colui che mi ama “, ribadisce il Signore un po' più avanti nello stesso testo sottolineando con particolare intensità la stessa esigenza.

Ci sorprende questo accostamento voluto e chiaro tra amore e osservanza dei comandamenti. Quasi ci suscita una reale e nascosta reazione di perplessità. “ Si possono mettere dei comandi per mostrare l'amore?”

 

Gesù non teme queste nostre perplessità e ribadisce che l'Amore è sempre concreto e “ passa “, “ si dice” , “ si concretizza “, attraverso l'osservanza di comandi, attraverso il porre dei gesti reali e concreti.

 

Ma piuttosto che attardarci in questa direzione dobbiamo porci la giusta domanda: “ Quali sono i comandi da osservare per mostrare che Lo amiamo?”.

Naturalmente nel cuore e nella mente risuona la Parola di Gesù che troviamo nello stesso Vangelo di Giovanni : “ Questo è il mio comandamento che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amato!”

 

La conclusione è semplice e di facile comprensione. Noi amiamo il Signore se amiamo, se “ CI “ amiamo vicendevolmente.

 

E' allora sufficiente scorrere le pagine del Vangelo, ascoltare la Scrittura e guardare a Gesù il Signore per cogliere l'esigenza di questo comando, la profondità dell'Amore e l'inimmaginabile conseguenza di un tale invito.

 

La carità è paziente, benigna, non si adira, non si gonfia, non tiene conto del male ricevuto, tutto crede tutto spera tutto sopporta” proclama San Paolo.

Porgi l'altra guancia, sii misericordioso, non giudicare, non condannare, perdona di cuore” precisa Gesù! Ma soprattutto: “ Nessuno ha un amore più grande di questo di chi dona la vita”.

Ecco il comando che ci è chiesto di osservare, ecco l'amore che ci è chiesto di vivere per “ dire “ il nostro amore per il Maestro.

Fratelli e sorelle ci sarebbe di che scoraggiarsi, di che spaventarsi, di che provare le vertigini e reale smarrimento fino a concludere: “ Non fa per me, è troppo alto!”.

 

Eppure Gesù non ci inganna, non ci indica un obiettivo impossibile per poi lasciarci frustrati, ci chiede di scegliere di amare, mostrandoci che è possibile, donandoci l'esempio, precedendoci nel cammino, invitandoci a seguirlo.

Ma poi ancora a questo invito e a questo esempio fa seguire la promessa di un dono: “ Pregherò il Padre che vi darà un altro Consolatore che rimanga con voi per sempre. Non vi lascerò orfani.”

E' il dono dello Spirito di Verità, il Consolatore che costantemente volge il nostro cuore al Padre, tiene desto in noi il ricordo di Gesù, la forza del suo amore, della sua offerta, del suo dono.

Egli ci rende capaci, se a Lui ci consegniamo e se il nostro cuore lo lascia libero di agire, Lui ci rende capaci di amare.

 

Fratelli e sorelle, a noi è lasciata la libertà di scegliere di amare consegnandoci senza resistenze a tale dono.

In una orazione dopo la comunione del tempo ordinario con sapienza la liturgia ci fa pregare: “ Non prevalga in noi o Signore il nostro sentimento, ma l'azione del tuo Santo Spirito.”

Quante lentezze, ritardi, e disastri nel nostro cammino discepolare perché diamo credito e potere al nostro sentimento e resistiamo invece all'azione del Santo Spirito che Gesù ci dona ed è sempre con noi.

Non ci meravigli né ci sorprenda se nel nostro cuore, nelle nostre comunità, nella Chiesa e nel mondo, cresce la critica, la discordia, la tristezza, lo scoraggiamento, la tenebra, il non-amore. E' il nostro sentimento che prevale, e lo Spirito è contristato, è come imprigionato.

Non è certo il dono di Dio che “ non funziona “, ma piuttosto la nostra consegna di noi a Lui che manca.

 

Il Signore ci chiama ad amarlo, amando, superando il nostro sentimento ed aprendoci al suo dono. Seguendo il Signore in questo cammino dell'Amore docili allo Spirito fiorirà la gioia, la pace, la semplicità, la benevolenza, crescerà la fede!

L'amore infatti è pacifico, credente, luminoso, semplice come Dio stesso.

 

Ci aiuta forse una pagina di fr.Christian de Cergè, priore dei monaci di Thibirine assassinati in Algeria, in cui invitando ad essere meno complicati e più semplici mostra un cammino per essere più facilmente aperti e docili allo Spirito.

Scrive fr Christian: “ L'uomo è complicato e la sua tendenza è più o meno a complicare ciò che è semplice. Lo Spirito Santo invece è testimone e dono della semplicità che è in Dio. Dio non è complicato, è semplice, senza false pieghe. L'uomo è complicato pieno di pieghe, Dio è semplice, ha una sola piega quella dell'amore!”

 

Fratelli e sorelle la Parola di Gesù ci invita a consegnarci decisamente al dono dello Spirito che ci semplifica! Ci rende capaci di prendere le distanza dal non-amore, dal nostro sentimento e ci conduce a scegliere costantemente di amare.

Amen

 

Domenica 22 maggio 2011 - V Domenica Tempo Pasquale - fr. David FMJ


Gv. 14, 1-12


     Si può interpretare diversamente l’affermazione di Gesù: «chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre». Il primo senso che ci si presenta intende la parola «opere» come un sinonimo della parola «miracolo». Compiere le stesse opere di Gesù, anzi, delle opere più grandi, significa compiere gli stessi miracoli di Gesù, anzi, di più grandi. Quando Gesù ci chiede di credere almeno per le opere che compie, vuole due cose. Vuole per primo rimediare alla nostra difficoltà a comprendere le sue parole e a crederci. E il rimedio consiste allora nel prestare attenzione ai miracoli che compie. Vuole poi insegnarci a considerare la sua persona intera, cioè chi egli è e non soltanto ciò che compie. I miracoli compiuti da Cristo ricevono in effetti il loro senso pieno in questa prospettiva precisa: comprendere chi è Gesù. Al di fuori di questa prospettiva, i miracoli di Cristo non sarebbero diversi o più interessanti dei miracoli di Mosè e anche, diciamolo, dei prodigi che si incontrano ugualmente nelle altre religioni. Credere in Gesù almeno per le opere è quindi entrare in una relazione viva con lui, e non soltanto restarne a livello di discorso.

     C’è però un altro senso possibile della parola «opera». Infatti, lo stesso vangelo secondo Giovanni realizza un identificazione tra la parola «opera» al singolare e il credere: «l’opera di Dio è che crediate in colui che egli ha mandato», dice Gesù. In questa prospettiva non si tratta più delle opere compiute da Gesù in vista di aiutarci nel credere, ma si tratta del credere stesso, qualificato come opera di Dio in noi.
     È interessante constatare che ritroviamo qui la categoria della relazione, ma con una profondità supplementare: credere è essere in relazione con Gesù e, dal fatto stesso, con il suo Padre da cui riceviamo la possibilità di credere. Forse abbiamo qui la chiave per comprendere in qual senso Gesù parla di opere più grandi. Vuole probabilmente parlare dei miracoli che non hanno mai cessato nella Chiesa. Ma vuole forse inoltre dire questo: lui ha compiuto delle opere per aiutare la fede, opere di cui gli apostoli sono stati i testimoni, e noi realizziamo l’opera del Padre che è di credere senza aver visto. Insomma, si tratterebbe di un’altra espressione della benedizione ricevuta da Tommaso in nostro nome: «beati quelli che non hanno visto e hanno creduto». Se questa interpretazione è valida, avremmo allora un’indicazione della grande stima nella quale Cristo tiene la fede che abbiamo in lui. La nostra fede è qui capita nello stesso momento come la nostra opera e come il segno della potenza di Dio in noi, una potenza grandissima che ci fa oltrepassare il bisogno di vedere dei prodigi.
     La molteplicità degli approcci e delle interpretazioni convergono tutti verso questo: la fede è essere in relazione con Dio. Ne derivano delle conseguenze considerevoli. Essere credente non è quindi vivere in un universo parallelo al mondo di ogni giorno. La fede non ci chiede una sorta di schizofrenia tra, da un lato, un mondo strano di segni e, dall’altro, il mondo di ogni giorno, il mondo della spiegazione razionale e della tecnologia. La fede non è un anti-razionalismo. Non è neanche un moralismo difeso come altri difendono gli interessi del loro partito politico. In altri termini, non è un’ideologia. Ma la fede è essere in relazione col Cristo. La fede non ci apre un mondo parallelo ma la profondità del mondo presente. Vediamo il senso profondo delle cose. Con gli occhi della fede, vediamo oltre ciò che sfigura il mondo. Vediamo nelle cose, negli esseri, nell’avventura umana, l’espressione dell’amore di Dio e della nostra libertà, essendo le due cose intimamente legate. Infatti, Dio ci ama creandoci liberi. Vediamo aldilà di ciò che sembra rovinare il senso dell’esistenza. Vediamo il Cristo come la riconciliazione e la sintesi di tutte le cose. E l’attesa di questo raduno futuro di tutto in Cristo ci dà la forza per agire oggi. Fratelli e sorelle, la fede è rischiare una relazione, accettare che Dio ci chieda delle cose che non avremmo previste. Siamo in movimento, siamo in ricerca, e la nostra ricerca non è azzardata ma è desiderio. È desiderio perché ne conosciamo già il termine: Gesù Cristo. Termine che è nello stesso momento intimamente conosciuto da noi e misterioso. Termine che non chiude su di lui ma ci apre invece sulla profondità della Trinità.

 

Domenica 15 maggio 2011 - IVa Domenica Tempo pasquale A - fr. David FMJ

Gv. 10, 1-10


          Il brano del vangelo secondo Giovanni letto oggi proviene dal lungo discorso del buon Pastore. Il tema pastorale di questo discorso evoca ovviamente la Chiesa. Ciascuno dei tre anni liturgici, il giorno della quarta domenica del tempo pasquale, ci fa ascoltare un tratto di questo discorso pastorale del Signore. C’è quindi un insistenza liturgica nel sottolineare il legame tra il mistero pasquale e la Chiesa. La Chiesa è la sposa del buon Pastore. La sua esistenza stessa è la testimonianza della risurrezione di Cristo Signore, poiché la Chiesa nasce dalla vittoria del Signore sulla morte e sul peccato. La Chiesa, infatti, è il prolungamento dell’opera salvifica di Cristo. La Chiesa è una realtà pasquale poiché trae la sua sostanza dall’evento pasquale. Perpetua l’evento pasquale essendo lei stessa in movimento, in processo di passaggio da questo mondo al Padre. La Chiesa è così comunione. Si tratta della comunione che congiunge il cielo e la terra, il presente e l’eternità. Il nostro sguardo sulla Chiesa non deve perdere mai questa dimensione mistica. Ora, questa dimensione mistica è il contrario di una perdita di contatto con la realtà. Al contrario, a imitazione di Cristo, abbraccia la realtà, ne vede la prospettiva, la messa in gioco, la profondità. Guardare misticamente la Chiesa ed essere presenti al mondo sono due aspetti di uno stesso movimento spirituale.

 

Il discorso pastorale di Cristo è il lungo sviluppo di una parabola, quella detta del buon Pastore. Il titolo abitualmente dato a questa parabola non è l’unico possibile. Infatti, Cristo ci si designa non soltanto come il buon Pastore ma anche come la porta dalla quale bisogna passare per essere liberi ed avere la vita. L’autorità di Cristo su di noi è assoluta perché è il Figlio di Dio, il Verbo venuto nel mondo. Ma sappiamo che Cristo è la porta, cioè che non dobbiamo temere questa autorità sovrana di Dio su di noi perché è liberatrice. È affinché avessimo la vita che Dio ci ha creati e salvati. È in vista della vita in pienezza che ci invita ad entrare in relazione di alleanza con lui.

 

L’immagine della porta potrebbe essere ambigua. Il Signore però ha avuto cura di precisarla. Una porta, infatti, apre su un orizzonte o racchiude. Ora, è in quanto apertura verso la libertà simboleggiata dai pascoli che il Signore evoca l’immagine della porta. Il Signore non dice, quindi, che per essere salvate, le pecore dovrebbero sforzarsi di essere al riparo nel buon recinto e non uscirne mai più. Le pecore devono al contrario passare, uscire, andare e tornare. La salvezza non è rappresentata da una posizione statica, dal fatto di essere dal lato giusto, di essere dentro e non fuori, ma dal passaggio attraverso la porta giusta, attraverso l’unica porta. Fratelli e sorelle, questo significa che dovunque possiamo essere le «pecore» del Signore. È la porta che conta. Cristo ha aperto un’uscita, una profondità, una salvezza, una fecondità, un mistero. Tocca a noi essere, laddove siamo, le pecore del Pastore. Allora, faremo del nostro mondo quotidiano i pascoli della salvezza. Lasceremo le forze santificanti del vangelo fare Chiesa di realtà che pure sembrano molto lontane dalla Chiesa. Non dobbiamo essere delle pecore paurose che non cercano altro che rimanere nella stalla. Dobbiamo invece essere uomini e donne del passaggio pasquale, della fecondità pasquale. Insomma, esiste una porta aperta in ogni luogo, in ogni situazione. In altri termini, Cristo è presente, con la sua vittoria, in ogni luogo, in ogni situazione. Tocca a noi saperlo ascoltare e seguire. Allora, per un misterioso scambio, diventeremo anche noi la porta, cioè lasceremo Cristo passare attraverso la nostra esistenza e raggiungere coloro che ci circondano.

 

Domenica 1 maggio 2011 - IIa Domenica Tempo Pasquale - fr. David FMJ

 

Gv. 20, 19-31


 

Tommaso si presenta a noi come una figura di transizione tra la fede del gruppo apostolico e la fede della Chiesa, cioè la nostra. Una figura di transizione e di trasmissione. Tommaso ha visto il Signore risorto. Questo fa di lui un membro qualificato del gruppo apostolico. Appartiene alla cerchia dei primi testimoni e forma con loro i fondamenti della Chiesa. Ma con le sue resistenze e le sue esigenze, Tommaso è anche, in qualche modo, il nostro rappresentante e il nostro portavoce. Infatti, non abbiamo visto così come gli apostoli hanno visto. Tommaso è depositario di una beatitudine, di una benedizione di cui siamo i destinatari: beati quelli che pur non avendo visto crederanno. È di noi che si tratta. Grazie a Tommaso, abbiamo da parte del Signore stesso una luce sul modo in cui siamo chiamati a vivere la nostra fede. Crediamo senza aver visto, crediamo sulla parola degli apostoli trasmessa dalla Chiesa, e questo è per noi una benedizione.

Proviamo a capire in che senso si tratta di una benedizione per noi. Prima occorre notare questo: l’incredulità di Tommaso non è un’incredulità ostinata, una sorta di ateismo o anche semplicemente di agnosticismo. Se Tommaso avesse profondamente rifiutato la testimonianza dei suoi fratelli apostoli, avrebbe cessato di andare con loro. Invece vediamo nel vangelo che si trova tra loro. Tommaso si sente ancora membro del gruppo apostolico, anche se non accoglie ancora la testimonianza dei suoi fratelli apostoli. Bisogna quindi interpretare le sue resistenze non come un rifiuto della parola dei suoi fratelli apostoli, ma come l’espressione delle sue esigenze. Se cerchiamo di penetrare il senso profondo delle obiezioni di Tommaso, scopriamo che sono legittime, anzi che hanno una grande importanza. Tommaso non chiede soltanto che l’esperienza descritta dai suoi fratelli apostoli si riproduca in sua presenza. Ma fissa le condizioni: poter toccare il corpo del risorto, poter toccare le tracce del supplizio. Queste condizioni, certamente ispirate, esprimono una verità molto profonda. Sono l’accesso al significato della risurrezione di Cristo. Tommaso, infatti, non è soddisfatto dall’idea secondo la quale, per esempio, lo spirito di Gesù riposerebbe in pace. Non accetta di lasciarsi personalmente coinvolgere dalla risurrezione se essa significa soltanto che Gesù vivrebbe ormai nella fede dei suoi discepoli, attraverso il loro affetto. Tommaso vuole incontrare un fenomeno infinitamente più consistente. E questo è possibile soltanto se il Risorto è davvero lo stesso Gesù che ha conosciuto, lo stesso Gesù mortalmente colpito, segnato nel suo corpo dalle ferite della Passione. Tommaso non vuol sapere né di uno spirito, né di un’idea, né di un’emozione, ma vuole Gesù stesso, vivo aldilà della morte. Il suo rifiuto della testimonianza dei suoi compagni è in realtà l’espressione delle condizioni di credibilità dell’evento della risurrezione. E questa esigenza ha per noi un significato capitale. Infatti, ci fa capire che la risurrezione di Cristo non è un happy end che riguarderebbe soltanto Gesù di Nazaret. È invece un cambiamento radicale della nostra situazione. Senza il legame, richiesto da Tommaso, tra il Gesù prima della risurrezione e Cristo risorto, senza i segni della Passione sul corpo di Gesù vittorioso, non avremmo a che fare con la salvezza ma saremmo soltanto di fronte al destino particolare di Gesù. Ciò che la Passione di Cristo significa per noi sarebbe mancato. Infatti, Cristo ha dato l’impulso ad un movimento, ha aperto un cammino. Non si attarda a manifestare la sua risurrezione come con gli apostoli per quaranta giorni, ma torna al Padre e ci trascina nella sua scia. La salvezza apportata da Cristo non è una pura informazione, un dato statico da verificare, ma una verità da vivere, che istituisce relazioni nuove tra gli uomini, che istituisce un corpo che è la Chiesa, che costituisce una responsabilità, un patrimonio da trasmettere, una tradizione, che ci mette in cammino verso il Padre, nella potenza dello Spirito. Allora capiamo perché il nostro dipendere dalla testimonianza apostolica è una benedizione. Lo è perché è la chiave dell’esperienza della presenza di Cristo nella sua Chiesa. La trasmissione della fede, la condivisione della fede nella vita comune delle assemblee, delle famiglie e delle comunità, la testimonianza della fede nel mondo di oggi, questo è il vivere come Chiesa, questo è la presenza attiva di Cristo nello Spirito. Non possiamo dire, quindi, che non abbiamo visto nulla. Non possiamo dire che non abbiamo fatto l’esperienza di Cristo risorto. Ma la nostra esperienza di Cristo risorto è inseparabile della nostra esperienza da credenti, della nostra esperienza di Chiesa nel senso più ampio, più mistico e nello stesso momento più concreto del termine.

 

Domenica 24 aprile 2011 - Domenica di Pasqua - fr. David FMJ


 

«Allora entrò l’altro discepolo ― ci dice il testo. Vide e credette». Ora, appunto, non c’era niente da vedere: il sepolcro era vuoto. L’esperienza del discepolo è quindi un’esperienza di fede. Ciò che i suoi sensi gli mostrano è l’assenza del corpo. Ciò che la fede gli fa scoprire è il compimento delle Scritture, è la presenza del Signore. Cristo è risorto dai morti senza testimoni. La sua risurrezione non è stata osservata e descritta. È una realtà unica che non conosce paragone. Non è quindi un’esperienza nel senso abituale della parola. Eppure, è un’esperienza di fede. Un’esperienza di fede per i discepoli. Anche per noi, la risurrezione di Cristo è un’esperienza di fede. Un’esperienza nel senso forte della parola. Come la risurrezione di Cristo è un’esperienza di fede per noi? Lo è dalla pratica della vita cristiana. Infatti, non potremmo pregare come facciamo se Cristo non fosse risorto. Non potremmo pronunciare il suo nome con la certezza di indirizzarci ad una persona. Non potremmo celebrare i sacramenti che, tutti, derivano dalla sua presenza che agisce. La resurrezione di Cristo è una realtà molto concreta che determina la nostra vita cristiana. E di questo, siamo tutti testimoni. Di questo, cioè della presenza di Cristo tra noi. Noi ne siamo testimoni con il fatto stesso della nostra comunione intorno al suo altare. Si tratta di una testimonianza liturgica che reclama di essere completata con la testimonianza della nostra vita. Siamo risorti con Cristo, siamo figli e figlie della sua risurrezione.

Fratelli e sorelle, è Pasqua oggi. È la grande notizia dell’evento fondamentale che cambia totalmente il mondo. Sappiamo ciò che è accaduto in tutta la Giudea, incominciando dalla Galilea: Gesù di Nazaret, la sua morte, l’esperienza poi dei primi testimoni della sua risurrezione. Sappiamo ciò che sta accadendo adesso: il raduno della Chiesa presso il Signore per ricevere da lui la sua vita, per entrare nella sua azione di grazie e diventare, anche noi, figli del Padre. È Pasqua oggi! Pasqua oggi come ogni anno. Pasqua, ancora, ogni domenica lungo l’anno. Pasqua, anche, le celebrazioni eucaristiche quotidiane. Cristo è risorto: ecco il ciclo dell’anno liturgico. Cristo è risorto: ecco la luce del Mistero. Cristo è risorto: ecco la pulsazione del mondo salvato, unito alla vita stessa di Dio! Alleluia!

 

sabato 23 aprile 2011 - Veglia Pasquale - fr. Massimo-Maria FMJ


 

Veniva nel mondo luce vera….la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno vinta…” ( Gv 1, 9.5 )

Così San Giovanni nel prologo del suo Vangelo annuncia la venuta di Gesù nel mistero dell’Incarnazione.

 

Guardando al Signore nella sua vita e particolarmente in questi giorni, abbiamo l’impressione che le tenebre, la luce, l’hanno vinta.

Guardando al nostro cuore nello scorrere dei giorni abbiamo più di una volta l’impressione che le tenebre hanno vinto la luce.

Soffermandoci a guardare il nostro mondo così tormentato e così sconvolto quasi ci convinciamo che le tenebre la luce l’hanno vinta.

 

In questa notte a noi che ci siamo ritrovati per la Veglia Pasquale la Chiesa invece è qui a gridarci attraverso questa liturgia che no, non è così, tutto al contrario, la luce ha dissipato le tenebre, la luce dissipa le tenebre, la luce dissiperà sempre le tenebre, perché nella storia dell’uomo c’è un fatto reale, unico, inimmaginabile : Gesù è risorto, ha vinto la morte, è luce eterna e vita senza fine, è il Vivente. Gesù è vivo!

 

La Chiesa attraverso la liturgia questa notte ci grida la vittoria di Gesù sulle tenebre, sulla morte, su ogni morte.

La Chiesa questa notte attraverso i segni e le parole della sacra liturgia ci riconsegna tutto la gioia, la speranza la forza della Pasqua di Gesù.

 

Ci siamo ritrovati qui nel buio di questa chiesa, e fuori ancora nel buio della notte abbiamo visto come una luce si è levata, quella del cero: la liturgia ci ha annunziato che: è segno della luce di Cristo che si è levato vittorioso dal sepolcro.

Guidati poi da questa luce siamo rientrati in chiesa che per la presenza del cero pasquale ha ritrovato anch’essa il suo splendore. Insieme agli occhi illuminati dalla luce, anche il cuore è stato invitato a destarsi alla gioia, alla luce del Risorto. Proprio nel crescere della gioia abbiamo espresso con il canto l’esultanza dello spirito avendo l’ardire di affermare che questa notte non solo non è tenebrosa ma è gloriosa, perché la luce di Cristo si è levata. Abbiamo avuto l’audacia di cantare felice la colpa di Adamo perché ci ha procurato un così grande Redentore divenuto per sempre una luce che non si spegne e vita che non muore.


Nell’ascolto della Parola di Dio abbiamo contemplato come Dio per noi ha da tempo compiuto meraviglie, e la meraviglia delle meraviglie la Pasqua del Figlio che ci ha rimesso sulle labbra e nel cuore, l’alleluia pasquale, perché Gesù non lo si può più cercare in un sepolcro, la tomba infatti è vuota, Lui è risorto.

 

Carissimi fratelli e sorelle se noi siamo qui questa notte un tale annuncio lo abbiamo già ricevuto, già lo conosciamo, già abbiamo idea di cosa si tratta. Eppure la Chiesa ci riconsegna un tale annuncio, con tutta la sua forza e la sua immutata freschezza.

Si! Abbiamo bisogno di ravvivare nella nostra vita e nel nostro cuore la luminosità di questo incommensurabile dono.


Perché se Gesù è risorto, se la sua luce ha dissipato le tenebre le nostre vite cristiane sono così tristi, opache e talvolta poco significative?

Perché i nostri animi sembrano rassegnati, i nostri volti scuri e i nostri cuori induriti?

 

Fratelli e sorelle la luce di Cristo si è levata vittoriosa dal sepolcro, ma noi spesso siamo assopiti e distratti, spesso siamo storditi e confusi da altre luci.

La liturgia mette sulle labbra di Gesù queste parole “ Sono vivo e sono sempre con te.” Noi lo sappiamo e tuttavia siamo talmente concentrati su noi stessi, sui nostri interessi, sui nostri pensieri, sui nostri calcoli, sui nostri contorti ragionamenti che non è la luce di Gesù a orientarci, non è la vita di Gesù a rallegrarci, non è la sua vittoria a informare la nostra vita.

Siamo noi stessi al centro di noi stessi.

E’ il nostro io il masso che chiude la tomba del nostro cuore e senza il nostro “amen” libero e gioioso il Signore questa pietra, a differenza della pietra del suo sepolcro, non la infrange.

 

Il papa nella catechesi di mercoledì scorso invitando i cristiani a vivere nell’intensità e nel raccoglimento la Pasqua parlava dell’insensibilità a Dio, insensibilità alla presenza di Dio, in cui il mondo di oggi vive.

Anche noi forse siamo un po’ vittime di questa insensibilità.

Fratelli e sorelle la grazia di questa Pasqua vuole sollevarci da questa insensibilità, da un certo torpore. Noi dobbiamo scegliere di rimettere questo annuncio al centro della nostra vita, dobbiamo scomodare il nostro io e ridare il suo posto a Dio, dobbiamo aprire il cuore e far cambiare aria come si fa con i luoghi da troppo tempo chiusi. Il Signore è risorto davvero ed è realmente vivo per noi. Viene a dire e a dare la sua pace. Viene a irradiare la sua luce e a infondere il suo splendore. Viene a rimettere la speranza che solo il suo volto e la sua voce di vivente possono far fiorire.

Ci diremo Buona Pasqua! Ma l’augurio più bello sarà quello che ci scambieremo attraverso una vita luminosa che dice la pace del Risorto, la speranza del Vivente, la gioia di Dio.

 

venerdì 22 aprile 2011 - Venerdì santo  - fr. David FMJ


 

La morte di Gesù Cristo è la morte comune, ordinaria, cattiva e brutta. Gesù Cristo è realmente morto. È morto della morte che falcia ogni minuto tante vite, da tanti secoli. Quanti uomini e donne hanno già percorso questa terra, hanno respirato la nostra aria, hanno vissuto là dove viviamo? Quante ossa si ammassano sotto le nostre città, sotto i nostri passi? Cristo è affondato nell’abisso dell’oblio che ricopre tutti coloro che calpestiamo senza saperlo. Gesù Cristo è veramente morto, ha preso la strada di tutti gli uomini, quella del regno che la Bibbia indica come quello delle ombre.

Eppure, la morte di Gesù Cristo è unica. Nonostante ordinaria e comune è unica. Ci sarebbe forse una contraddizione? Non sarebbe piuttosto qualcosa che ci supera? Infatti, è la constatazione trasmessa alla Chiesa dai primi discepoli, che la morte di Gesù Cristo è unica. La morte di Gesù Cristo possiede il carattere di una misteriosa libertà. Gesù è morto perché era veramente uomo e, quindi, mortale. Ma la sua morte è anche il dono che fa di lui stesso, il compimento della sua missione, per mezzo di una libertà che appartiene soltanto a lui. Gesù si è reso padrone della morte. E anche la nostra morte è cambiata. Possiamo ormai morire con Gesù: questo è credere che la relazione che conosciamo già ora con lui, nella sua Chiesa, non avrà mai fine; questo è credere che saremo sempre con lui poiché lui è sempre con noi; questo è credere che la morte non potrà separarci da lui poiché non ha potuto separarlo da noi.

Sei Signore, O Cristo. Sei il primogenito di coloro che risuscitano dai morti. Sei l’alfa e l’omega. Non c’è niente che tu non abbia visitato. Niente. Neanche la nostra morte.

 

giovedì 21 aprile 2011 - Giovedì Santo - “In coena Domini” - fr. Massimo-Maria FMJ

 

   “Gesù sapendo che era giunta la sua ora...dopo aver amato i suoi che erano nel mondo li amò sino alla fine.”

( Gv 13,1 )

 

   Così si apre il brano evangelico di questa liturgia del Giovedì Santo.

   L' Evangelista Giovanni che aveva posato il capo sul petto del Maestro, proprio nel cuore di quest'ora del supremo amore,  quasi volendone con questo gesto penetrarne furtivamente  i segreti, con una tale affermazione: “ li amò sino alla fine” svela il mistero di quest'ora; rivela il segreto più profondo della vita di Gesù; spiega il movente ultimo della sua totale donazione.

 

    I suoi discepoli, i suoi amici, tutti gli uomini, Gesù, li aveva già amati sul serio : Il Signore aveva già dato prova di un amore  che definiremmo, “da Dio”.

   Si era infatti spogliato della sua divinità, ed assunto la debolezza dell'umanità,  nell'Incarnazione.

  Aveva lasciato l'infinito dell'eternità ed era entrato nella fragile temporalità.

  Attraversando poi le strade della Palestina aveva concretamente, con la Parola e le opere, proclamato l'amore indicibile del Padre.

 

   San Giovanni ora sottolinea che c’è un di più, e questo di più, lo dice proprio bene, e lo sottolinea con attenzione per evitare che passi inosservato: “  ...dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine...”.

   C'è un di più, c’è un ancora, c'è “ un'ora” , l'Ora per antonomasia,  in cui questo amore è detto tutto ed è dato tutto.

 

    A tavola con i suoi amici nel pane spezzato e nel vino versato Gesù annuncia la sua vita offerta sulla croce e regala il mistero dell'Eucarestia alla sua Comunità.

 

   Lì nel Cenacolo poi, chiede ai suoi amici di ripetere il gesto in sua memoria perché questo dono varchi i confini del tempo e dello spazio e divenga contemporaneo di ogni uomo che appare nella storia. Nasce così il sacerdozio della Nuova Alleanza, il ministero sacerdotale nella sua Chiesa.

   Ed infine si leva da tavola e si veste da servo. Si alza da tavola e scende ai piedi dei suoi amici dicendo per sempre che è nel sevizio che si riconoscono coloro che gli appartengono e nell'amore donato che Lui è presente.

   L'Eucarestia, il sacerdozio, la Carità ecco le tre gemme, i doni del Signore alla sua Chiesa nella sua ora.

 

    A noi di accoglierli con semplicità e gratitudine. A noi di rallegrarcene con consapevolezza e senso di responsabilità. A noi di viverne come testimoni entusiasti e credibili.

   

   Tre doni che hanno un unica fonte: il cuore del Figlio di Dio, in cui si manifesta, nella storia, tutto l'Amore del Padre.

   Tre gemme luminose che hanno un unica sorgente: l'Amore infinito di Dio Trinità che costantemente vuole fare di ogni uomo – secondo l'espressione usata dal Papa Benedetto XVI  – il suo partner personale e vivo.

 

    Nel testo di Giovanni si dice poi che dopo che Gesù ebbe lavato i piedi ai suoi discepoli, riprese le vesti, tornò a tavola.

   Seduto a tavola con loro, li sorprende con una domanda, che, considerato il momento solenne e visti i doni davvero unici, assume una forza ed una valenza davvero tutta particolare:

  

”Capite quello che ho fatto per voi?“

 

   Non si tratta certo di un rimprovero, non è senza dubbio un volersi rassicurare che abbiano davvero capito tutto – le vicende che seguono dimostrano l’esatto contrario - , non è neppure un volerli mettere a disagio mostrando che il loro Maestro dubiti della loro capacità di comprensione.

   Piuttosto è un bussare alla porta del loro cuore affinché accolgano quei doni che, quella sera faceva a loro, ma misteriosamente alla Chiesa di ogni tempo, per sempre.

   Con quella domanda Gesù tende la mano come mendicante sperando che  l’immensità di quei doni, che sono poi la sua vita,  il suo amore, la sua salvezza, non vadano perduti.

  

   Nella liturgia, che perennemente rinnova tutta la forza del dono e tutta la potenza dell’amore del Signore, stasera Gesù, in questa ora, rivolge la stessa domanda, personalmente a ciascuno di noi:

 

“ Capite quello che ho fatto per voi?”

 

   La domanda ha lo stesso significato di quella sera ed è a noi rivolta con particolare intensità. E’ il Signore che ci chiede di aprirgli il cuore. E’ il Signore che ci domanda di lasciarci da Lui amare. E’ il Signore che non si è stancato delle nostre infedeltà e dei nostri ritardi e prepara tenacemente e discretamente la Pasqua da noi, a casa nostra, nel nostro cuore.

 

   Siamo noi disposti ad accogliere il dono del suo corpo e del sua sangue nella nostra vita?

 

  Siamo disposti a ricevere attraverso il ministero sacerdotale nella Chiesa i suoi gesti di salvezza per la nostra vita?

 

   Siamo noi disposti, forti del suo amore e da esso abilitati, a deporre ogni resistenza, e a scegliere di amare nella nostra vita?

 

  

   Questa domanda è allora una richiesta di accoglienza da parte del Signore. Ma non solo!

   E’ anche annuncio di una luminosa speranza: Tutta la nostra vita, così come quella di ogni uomo riposa sulla consolante certezza del dono d’amore del Signore, un dono per tutti e per sempre; un dono che è la sua vita offerta in sacrificio per la gloria del Padre e la salvezza del mondo.

   

 Donaci Signore in quest’ora di accogliere il tuo dono,

di deporre ciò che ci separa dal tuo amore, di cingerci dell’Habitus del servizio,  di essere come te testardi solo nell’amare sempre e comunque per avere la gioia di appartenerti e la pace di seguirti.

Amen

 

Domenica 10 aprile 2011 - V° Domenica di Quaresima - fr.Massimo-Maria FMJ
 


 

Per Gesù si avvicina decisamente l'evento della Morte e Resurrezione. La Sua Pasqua, la sua “ Ora “ sono imminenti.

Essendo come perseguitato dai Giudei ostili che vogliono ucciderlo, Lui la cui vita nessuno gliela prende, ma la dona,si allontana per questo dalla Giudea e si reca con i suoi discepoli nella Transgiordania. Mentre si trova lì, le due sorelle Marta e Maria gli fanno giungere la notizia della morte del loro fratello ed amico di Gesù, Lazzaro.

Il racconto dettagliato lo abbiamo ascoltato.

La fede, che è certo un grande dono nel testo evangelico è presentata di due tipi.


 

Una, che segue il miracolo ed è provocata dal miracolo. E' il caso della gente e di molti giudei dei quali precisa San Giovanni: “ Molti alla vista di quello che aveva compiuto credettero in Lui “.

L' altro tipo di fede è quella di Marta alla quale Gesù chiede a proposito della Resurrezione: “ Credi Tu questo? Se credi vedrai la gloria di Dio” è la fede che precede il miracolo, anzi lo provoca.

Nell'approssimarsi della Pasqua, in un certo senso, il Signore chiede anche a noi questo secondo tipo di fede. Una fede da “esercitarsi” per così dire davanti al mistero più radicale che tocca l'uomo : quello della vita e della morte. Questa fede è proprio richiesta da Gesù nel Vangelo ascoltato per il segno della Resurrezione di Lazzaro che è chiara profezia della sua Resurrezione e che certo è caparra della nostra.


 

E' ora da non lasciar sfuggire che l'evangelista Giovanni, lui l'amico prediletto, in questo contesto in cui allude al dono della fede insista su un altro tema: quello dell'amicizia.

Scrive San Giovanni: “ Gesù amava Lazzaro, Marta e Maria” e ancora,

Signore il tuo amico è malato” fanno sapere a Gesù.

E inoltre, le stesse lacrime del Signore non sono forse anch'esse segno di un affetto amicale reale e profondo?

Carissimi fratelli e sorelle,

se è vero che nell'itinerario verso la Pasqua Gesù con il segno della Resurrezione di Lazzaro ci invita ad intravvedere già lo sbocco della sua Passione e il compimento della sua vita donata per la nostra gioia e salvezza, è anche vero che attraverso la Parola il Signore vuole provocare la crescita della fede e approfondire la nostra personale amicizia con Lui.

La fede che Gesù oggi ci invita a far crescere è quella fede semplice certo, ma profonda, che crede che Gesù è sempre Signore della vita.

Quella fede che è confermata certo dai segni, ma che non li presuppone, addirittura non vacilla se i segni vengono meno, o si fanno rari.

Quella fede che crede alla vita anche quando si fa visibile e persino toccabile il mistero della morte.

Questa fede non è qualcosa di puramente intellettuale, che so con chiarezza nella testa, ma è una fede che possiamo fedinire amicale, che si esplica cioè, che si dice nel segno dell'amicizia. E' nell'amicizia con il Signore, un' amicizia affettiva ed effettiva che si custodisce la fede, la si sostiene e in un certo senso con questa amicizia la fede si confonde.

Questa fede e questa amicizia si confondono perché hanno un punto comune. L'una infatti è motivata e l'antra sostenuta da una grande e solida certezza: Gesù i suoi amici li ama, a modo suo verrebbe da dire, ma li ama davvero sempre e gratuitamente. Li ama creando un legame di vita, che Egli non può più sconfessare.

Ad essi, ai suoi amici chiede solo appunto di credere in Lui come il segno più certo dell'amicizia che li lega.

Chiede il Signore di credere aggrappandosi a questa amicizia anche quando ci dona di passare con Lui e come Lui nella valle di morte, anzi di credere allora ancor più che chi a Lui appartiene per questo vincolo di amicizia è chiamato per sempre e definitivamente, al di là di ogni apparenza, alla vita.

Di credere per dire così amando e cioè dimorando nella sua amicizia.

Il Signore ci doni di vivere pacificati da questa fede in Lui e rallegrati dalla Sua amicizia. La nostra vita solo così trova un senso e anche il mistero della morte ne è illuminato e redento.

Fratelli e sorelle sappiamo bene quanto i nostri cuori hanno bisogno di una tale amicizia che come canta la Scrittura è il balsamo della vita. Ma non solo, anche Gesù ha bisogno oggi di amici così, capaci cioè di credergli perdutamente.

Amen

 

Domenica 3 aprile 2011 - IV Domenica di Quaresima - fr. Massimo-Maria FMJ
 

In questa domenica quarta di Quaresima la liturgia ci propone il testo del Vangelo di Giovanni che riporta uno dei sette segni, dei sette miracoli che Gesù opera secondo il Quarto evangelista.

Due elementi sono presenti nel testo: la luce e l'acqua!

Elementi davvero preziosi per chi nella Quaresima percorre il cammino del catecumenato verso la Notte Pasquale. L'acqua infatti richiama chiaramente l' acqua del Battesimo in cui sarà immerso ed essere così dal dono della fede illuminato, ed ecco l'altro elemento, quello della luce.

 

Questa Parola però non è certo riservata ai catecumeni, ma è spezzata nella Chiesa oggi per tutti i battezzati, per ciascuno di noi.

 

Gesù passa e vede un uomo cieco dalla nascita – precisa San Giovanni.

In quest'uomo cieco c'è non solo chi è privo della luce della fede, ma anche ciascuno di noi che ricevuto il dono della fede tuttavia ci portiamo ancora

tante tenebre del cuore, della mente della vita.

Il Signore vuole essere oggi ancora la nostra luce, la nostra vera e potente luce.

Come aprirsi ad un tale dono, accoglierlo e viverne?

Gesù vide il cieco.

Fratelli e sorelle Gesù vede le nostre cecità le nostre tenebre le nostre oscurità. Questo non ci deve spaventare, ma piuttosto rincuorare. Il Vangelo ci dice infatti che Egli le vede per annunciarci in questo modo che Lui davvero può rischiararle. Non temiamo di mostrargliele, di consegnargliele. Non ci inganniamo solo Lui può rischiararle, non altro, non altri. Lasciamoci innanzitutto guardare dal Signore.

Il Vangelo poi ci offre una preziosa indicazione per donare al Signore la possibilità di fugare le nostre tenebre e rivestirci della sua splendida luce.

Vai a Siloè e lavati” ha chiesto il Signore al cieco. Quell'uomo ha ascoltato ed ha obbedito.

Ha ascoltato ed ha obbedito!

Attraverso l'ascolto profondo, disarmato, semplice e entusiasta della Parola di Gesù, e attraverso l'obbedienza pronta e generosa ad essa, permettiamo al Signore di illuminarci. Così la sua Luce ci raggiunge. Così Lui diviene per noi la Luce.

 

Non nascondiamocelo! Spesso ascoltiamo ed obbediamo ad altre parole, che ci paiono più suadenti, più autorevoli; che sembrano offrirci più garanzie, ma in realtà non fanno che aumentare le nostre cecità ed infittire le nostre tenebre.

Gesù oggi ci rivela la nostra cecità, ma non per ingigantire sensi di colpa o di inadeguatezza, per schiacciarci ed umiliarci, piuttosto per porci con audacia e forza la stessa domanda che ha posto al cieco:

Credi tu nel Figlio dell'uomo? ”

E' la fede in Gesù che questa Parola vuole sostenere, vuole far crescere, vuole risvegliare.

Non importa quanto siano grandi le tenebre, i bui, le cecità. La fede in Gesù le dissipa. Questo annuncio allora non solo ci illumina, ma anche ci rallegra, ed è proprio per questo che alla luce, in questa domenica si aggiunge il tema della gioia. Il nostro cuore non è destinato al buio, la nostra mente non deve restare nella cecità, la nostra vita non è per essere vissuta nelle tenebre. Siamo chiamati ad una vita che sia luminosa della presenza del Signore, e oggi particolarmente rallegrata dalla Sua Promessa.

Amen

 

Domenica 27 marzo 2011 - 3a domenica di Quaresima - fr. David FMJ

Gv. 4, 5-42


 

« Mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia forse il Messia? » Fratelli e sorelle, ci vuole tanta libertà per parlare così. Una libertà che quasi fa paura talmente è rara. Questa donna è conosciuta nel suo villaggio. Anche la gente sa tutto ciò che ha fatto, chi è, con chi va a letto. La Samaritana lo sa, si parla di lei, e senza dubbio non benissimo. Forse si evita di pronunciare il suo nome. Si usa il pronome «lei», perché il nome fa ridere o provoca il disprezzo. Agli occhi del villaggio intero è la donna dai cinque mariti. Lo sa. È la prima a saperlo. È questa emarginata, partita a cercare l’acqua a un’ora in cui non rischia d’incontrare le altre donne del villaggio, che ritorna verso i suoi e prende la parola, apertamente, pubblicamente: «Venite a vedere, egli mi ha detto tutto ciò che ho fatto, tutto ciò che sapete anche voi, ciò di cui ridete di me, che forse invidiate, segretamente, ipocritamente».

Strana proclamazione di fede. Il villaggio sente, viene, ascolta e crede. Probabilmente l’elemento determinante non è che Gesù abbia indovinato chi era la donna con cui parlava. Nel «mi ha detto tutto ciò che ho fatto», non è l’informazione in sé che colpisce, ma il modo nuovo con cui questa donna si situa nei confronti del villaggio: è diventata libera. La sua parola non è impudica. Non è neanche una sorta di auto-condanna. Non fa sfoggio dei suoi errori, non affonda nell’odio di se stessa. Ma rivive. Lo sguardo degli altri e l’opinione pubblica sono ormai un dato di fatto, ma si sa molto più di questo adesso, perché ha incontrato lo sguardo di Cristo. È l’unico sguardo che libera, che possa darci un’identità più profonda e più vera dei rimproveri della coscienza, più profonda e più vera dell’ingiuria della morte.

Questa libertà nuova, la Samaritana l’ha ricevuta. Non l’immaginava neanche. Come avrebbe potuto fabbricarla? Non è tornata nel villaggio con un atteggiamento insolente di sfida ma con una luce nuova, quella di Cristo. Si tratta quindi di un dono, di una grazia. Ma fu anche una lotta. Prima della luce, prima del perdono, prima della riconciliazione con se stessa, la Samaritana ha lottato con Cristo. Gli scambi sono ironici, secchi. Lo strano rabbino non si lascia destabilizzare. Le sue risposte si avvicinano sempre di più al segreto intimo della Samaritana. E si svela anche lui. Raramente, infatti, Gesù dirà così esplicitamente la sua identità messianica. La lotta è avviata, e Gesù di Nazaret è più forte. In questo modo però unico e così particolare. Gesù, infatti, ha questo modo di svelare le nostre miserie che non scaccia ma rialza e ridà vita. Il suo sguardo non è accusa ma guarigione.

Quanto poco è perbenista tutto questo. Gesù spezza tutte le usanze. Rivolge la parola a una donna a lui sconosciuta, a una donna di vita, a una Samaritana cioè un’eretica. Tutte le frontiere sono oltrepassate: le convenzioni sociali, la morale e il dogma. Una donna di brutta reputazione diviene apostolo di un villaggio di eretici! Quanto tutto questo è sconveniente. Quanto tutto questo ci rallegra. Il vangelo non conosce frontiere. L’annuncio della salvezza è per tutti. Possiamo quindi non giudicare più gli altri e neanche noi stessi. Da ciascuno dei nostri cuori può venire un sì a Cristo riposto con la più grande serietà, perché Cristo viene a noi e supera tutte le frontiere, anche le più intime. Abbiamo tutti bisogno, fratelli e sorelle, d’incontrare lo sguardo di Cristo. Lasciamoci incontrare da Cristo e lottiamo con lui. È più forte di noi ed è benissimo così. È più forte di noi: questo significa che niente può ostacolare la sua grazia purché decidiamo di rispondergli, di guardarlo e di aprirci.

 

mercoledì 9 marzo 2011 - Le Ceneri - fr. David FMJ

 

« Convocate una riunione sacra », proclama il profeta. Perché quest’aspetto comunitario della penitenza quaresimale? Perché c’è una mediocrità collettiva alla quale ogni mio peccato contribuisce. Ora, questa mediocrità collettiva trascina a volte il mio prossimo nel peccato. Il mio peccato mi rende mediocre, e la mia mediocrità non è un incoraggiamento per il prossimo, non lo aiuta. I nostri peccati personali hanno un impatto comunitario. La penitenza comunitaria è una risposta a questo diffondersi del peccato e anche un aiuto per la conversione personale.

«Sì, le mie iniquità io le riconosco, dice il salmista, il mio peccato mi sta sempre dinanzi». Fratelli e sorelle, sappiamo bene cosa c’è da riformare in noi. Quando facciamo finta di non sapere su quale punto dovremmo lavorare alla nostra conversione, questo è il segno che ci siamo abituati a una certa mediocrità. Essere contenti di se stessi al punto da non vedere più che occorre convertirsi, questo è uno dei mali spirituali peggiori.

Non si tratta di essere in guerra contro noi stessi, o di costruirci, a furia di sforzi e di disciplina, una certa immagine ideale di noi stessi. Si tratta, così parla l’apostolo, di non lasciare senza effetti la grazia ricevuta. Bisogna quindi riconoscere la grazia ricevuta. La penitenza cristiana parte dalla grazia ricevuta. È a partire dalla grazia di Dio, dai suoi interventi di salvezza nella mia vita, a partire dalle sue chiamate nel profondo del mio cuore che scopro il mio peccato, le mie esitazioni, le mie chiusure, le mie resistenze. Rimane però il fatto che Dio ha fatto grazia e che vuole ancora fare grazia. In questo senso, la riconoscenza, l’azione di grazie, la gratitudine sono più necessarie della penitenza.

Il vangelo ha ripetuto con insistenza una chiamata all’interiorità. Entrare in se stesso. Essere se stesso. Non fare il fanfarone. Non vivere dello sguardo degli altri. Questi propositi trovano il loro fondamento nella fede. Questa, infatti, è la fede: investire le messe in gioco della nostra esistenza nella relazione con Dio. Allora, è da Dio che aspetto di ricevere la mia ricompensa, come dice il vangelo, cioè la mia identità profonda, la mia ragione di essere, la mia pace interiore, la mia speranza. La chiamata all’interiorità è quindi anche una chiamata all’incontro con Dio. Dobbiamo renderci attenti alla presenza del mistero. Tuttavia, l’interiorità spirituale cristiana non è intimistica, come ce lo ricorda il Santo Padre. In altri termini, non è egoistica ma ci spinge invece a una maggiore qualità delle nostre relazioni umane, a una maggiore bontà da parte nostra.

Un’ultima domanda. Perché il digiuno e l’astinenza? Perché la nostra bontà non rimanga a livello del nostro portafoglio, perché la ricerca di Dio non rimanga a livello dell’elaborazione intellettuale. Cioè perché il nostro ricercare Dio e il nostro desiderio di essere buoni siano davvero la nostra ricerca e il nostro desiderio. Nel nostro sforzo di conversione, si tratta d’impegnare il corpo sotto la modalità della mancanza. Siamo così noi stessi in gioco, e non soltanto i nostri beni materiali o intellettuali.

Possiamo, fratelli e sorelle, vivere questa quaresima con il proponimento di mettere la nostra esistenza e i movimenti segreti del nostro cuore sotto il segno della vittoria di Cristo. Cristo è vittorioso. Cristo è Signore. La sua Pasqua è la sua vittoria la cui luce non può essere indebolita da niente. Siamo polvere, ma la sua croce ci salva. Torneremo in polvere, ma egli è la risurrezione e la vita.

 

 Domenica 6 marzo 2011 - IX Domenica TO - fr. David FMJ

Mt. 7, 21-27

 

     Se abbiamo ascoltato attentamente il vangelo, ci accorgiamo che l’opposizione non è tra dire e fare. La linea di separazione tra le due categorie che Gesù distingue e oppone non passa tra il non fare e il fare. Infatti, coloro che dicono «Signore Signore» non vengono presentati dal vangelo come gente che non fa nulla. Anzi, fanno molte cose. Fanno anche delle cose grandi, come per esempio delle profezie e dei miracoli.

     La parabola delle due case fornisce una spiegazione decisiva. In questa parabola tutti e due gli uomini costruiscono una casa. Il primo però costruisce sulla roccia, e invece il secondo sulla sabbia.

     La questione porta quindi non sul fare o il non fare, ma sulla qualità dell’attività, e più precisamente su ciò che la fonda. Allora l’insegnamento di Gesù diviene chiaro: non è ripetendo «Signore Signore» che diamo alle nostre azioni un fondamento sufficiente. Pregare è necessario.

     Testimoniare al Santo Padre il nostro affetto e la nostra obbedienza filiali è un dovere. Sostenere economicamente la Chiesa e fare l’elemosina sono anch’essi doveri. Tutte queste cose sono importanti. Ma niente di tutto ciò è sufficiente. Se ci preoccupiamo dei nostri doveri da cristiani senza esaminare il fondamento profondo della nostra attività, rischiamo di rimanere al livello denunciato da Cristo. Posso essere un cattolico perfetto sociologicamente parlando, posso essere un uomo molto pio e anche molto impegnato nelle attività della Chiesa, e tuttavia appartenere alla categoria delle persone che dicono «Signore Signore», alla categoria di coloro che costruiscono sulla sabbia.

     Ancora una volta, non si tratta di aggiungere delle cose da fare per migliorare la situazione. Non si tratta di aggiungere preghiere, servizi per la Chiesa e opere di carità. Se possiamo – senza tuttavia perdere di vista il nostro equilibrio personale e familiare –, pregare un po’ di più,

essere un po’ più disponibili per la Chiesa e un po’ più generosi nelle nostre elemosine, ottimo. Dobbiamo sapere però che questo non farà sì che il suolo sul quale costruiamo sia sabbia o roccia.

     Allora, che cosa bisogna fare? Certo bisogna fare qualcosa: Gesù stesso ci parla di fare qualcosa, di mettere in pratica ciò che ci dice.

     Bisogna fare la volontà del Padre di Gesù Cristo. Ora, la volontà del Padre di Gesù Cristo non si confonde con la quantità delle preghiere né con delle opere di beneficenza. Certo, bisogna pregare. Ci sono anche preghiere tipicamente cristiane.

     Certo bisogna compiere delle opere di beneficenza. Questo però, tutte le religioni lo sanno. Il cristianesimo non ha il monopolio della preghiera, della beneficenza e neanche dei miracoli.

    La volontà del Padre di Gesù Cristo è qualcosa di più che la preghiera, l’elemosina e i miracoli. Essa sarebbe quindi così misteriosa? Sappiamo che cos’è e in che cosa consiste? Sarebbe così complicata da non potersi ricondurre a nessuna delle opere di religione? No, la volontà del Padre non è complicata, se con complicata intendiamo astratta o eccessivamente elaborata. E sì, fratelli e sorelle, conosciamo la volontà del Padre. La volontà del Padre è Gesù stesso. Se vogliamo costruire la nostra casa sulla roccia, dobbiamo vivere con Gesù Cristo e in Gesù Cristo. Si potrebbe dire anche che dobbiamo vivere come Gesù Cristo. A condizione, tuttavia, di essere coscienti dello spazio immenso che contiene questo «come». Cristo è immenso. Tutti i santi imitano Gesù, eppure i santi non si assomigliano. Imitare Gesù Cristo è

prolungare il suo vangelo rilevando le sfide di oggi, e non ripetere soluzioni già pronte.

     La volontà del Padre è Gesù Cristo stesso. Ciò che dobbiamo fare è prolungare la presenza di Gesù nel mondo di oggi. Questa è la roccia. Forse troviamo questo terreno roccioso un po’ accidentato. Forse sentiamo i nostri piedi vacillare. Infatti, inventare il vangelo per oggi a volte significa rischiare di sbagliare, inventare camini ancora sconosciuti. Eppure, qui si trova la solidità della nostra vita cristiana: in questo movimento, in questo rischio preso volontariamente nel nome del Signore e con fiducia nella sua grazia. In verità, non c’è vita senza movimento e senza rischio.

     Nello stesso modo, non c’è una vera vita cristiana senza movimento e senza rischio.

 

Domenica 27 febbraio 2011 - VIII Domenica del T.O. - fr. Massimo-Maria FMJ

 

Ancora una volta Gesù nella sua Parola ci sorprende, ci meraviglia.

Nel testo evangelico di Matteo, appena proclamato, il Signore chiama la ricchezza, più precisamente il denaro “ padrone “.

Attribuire questo titolo “ padrone “ al denaro è certo provocatorio, ma è anche come dargli un riconoscimento.

Proprio questo sulla bocca di Gesù ci sorprende!

Ma, è sufficiente guardarsi attorno anche oggi, osservare tante dinamiche, tante scelte che si compiono, tanti criteri che regolano i discernimenti nel nostro mondo, basta aprire gli occhi per rendersi conto e convincersi che è vero.

Il denaro, la ricchezza sono padroni! Il denaro regna sulla terra come un potente sovrano che ha servitori e persino schiavi.

Con il denaro si valutano le cose, si scelgono tante realtà in base al guadagno, si pesano persino vite umane!

Con la ricchezza si comprano cose, fatti, persino le persone e qualche volte ci si illude di comprare addirittura Dio.

Il denaro regna potente tiranno, ma Gesù che conosce il cuore dei suoi discepoli ed il nostro cuore vuole sottrarre i suoi amici ad un tale opprimente e mortifero dominio.

Nel brano del Vangelo, attraverso immagini tratte dal mondo agricolo e della natura, fa sorgere nel cuore una struggente nostalgia della libertà, risveglia nell'animo l'intuizione di come la vita piena e la sua solidità vada collocata e cercata altrove rispetto alla ricchezza o al denaro.

Gli uccelli che si librano nel cielo; i gigli che adornano i campi la cui sontuosità neppure la proverbiale gloria di Salomone uguaglia; l'erba dei prati che trasforma in giardino deserte colline; non veicolano tutte queste immagini quel desiderio di libertà, di limpidezza, di ampio respiro e pienezza di vita che in fondo abita il cuore di ogni uomo?

Ma il Signore indica il cammino della libertà soprattutto attraverso una Parola del brano di Matteo che risulta particolarmente luminosa.

Nessuno può servire due padroni perché o odierà uno e amerà l'altro; o si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro! Non potete servire Dio e la ricchezza ”.

Gesù mostra come da un parte c'è la tentazione di cercare solidità, sicurezza, vita aggrappandosi alle ricchezze, solo in apparenza portatrici di vita, ma in realtà incapaci di dare e custodire la vita.

Dall'altra lato Gesù invita il discepolo a non sbagliare dove porre il suo solido fondamento.

Il discepolo di Gesù infatti, inserito nel mondo e nelle sue ricchezze – in sé non cattive – è invitato a gettare l'ancora della sua solidità, a porre il suo stabile fondamento nell'Infinito, in Dio, nel Suo Regno, nel Suo Amore fedele, libero e liberante, che costantemente è premurosa Provvidenza.

Sorge allora una domanda che possiamo definire operativa:

Come porre in Dio il proprio fondamento? Come appoggiarsi davvero solo nell'Amore del Padre, l'Amore vero che libera, rende liberi e lascia liberi?

Una parola attraversa implicitamente i testi biblici di oggi, ad iniziare dallo splendido testo di Isaia : è la fiducia.

Credere non solo che Dio ama, ma che mi ama.

Credere non solo che Dio non si dimentica dei suoi amici, ma che non si dimenticherà mai di me.

Credere che poiché la vita vale più del cibo ed il corpo più del vestito Lui si prende cura di me.

Creder che se si occupa degli uccelli del cielo, veste i gigli dei campi ed ammanta di prati le colline ancor più di occupa e si preoccupa di me.

Cari amici e fratelli, confessiamolo con onesta lucidità, noi viviamo tristi, spaventati, angosciati ed anche arrabbiati, perché crediamo alle varie ricchezze materiali, cerchiamo in esse solidità e sicurezza, e il risultato è che ne diveniamo prigionieri.

Ma la nostra disgrazia è proprio che non crediamo profondamente all'Amore di Dio per noi!

Dobbiamo assolutamente porre il nostro fondamento nell'Infinito Mistero di Amore di Dio per noi:E' la nostra vita, la nostra libertà e la nostra pace e salvezza.

Lo si fa col crederci. Ponendo in lui la nostra fiducia.

Questo è cercare il Regno di Dio, insieme al quale tutto ci è donato.

Il Signore ci liberi dalla tentazione di cercare sicurezza e solidità se non in Lui

Lui ci doni di credere davvero alla sua azione provvidente nella nostra vita, ci colmi del suo Amore forte e fedele che rallegra il cuore, fa risplendere il volto, colma la vita, libera rende liberi e lascia liberi.

Amen

 

martedì  22 Febbraio 2011 - Cattedra di S. Pietro - fr. Massimo-Maria FMJ


 

Celebriamo oggi la festa della Cattedra dell'Apostolo Pietro. Si tratta di una festa molto antica, celebrata sin dal IV secolo, in cui la comunità dei credenti rende grazie a Dio per il ministero affidato dal Signore, nella Chiesa e per la Chiesa, all'Apostolo Pietro ed ai suoi successori.

 

Il testo evangelico di Matteo della cosiddetta confessione di Pietro nella regione di Cesarèa di Filippo, ci aiuta a cogliere il senso di questa celebrazione e della figura di Pietro nella Comunità cristiana.

 

Gesù pone agli Apostoli una domanda sul suo conto, o meglio su cosa la gente dice di Lui.

Le risposte sono diverse, ma tutte pongono Gesù nella linea dei grandi profeti della Storia della Salvezza: Giovanni Battista, Elia, uno dei grandi profeti.

In seguito come altre volte il Signore fa con i suoi, restringe il cerchio, ed in modo molto diretto li interroga su cosa loro pensano di Lui. Chi essi ritengono sia Gesù.

Già il semplice fatto che non più a caso essi rispondono, ma è Pietro che prende la parola e parla a nome di tutti, guidato dal Padre, evidenzia il posto particolare di questo Apostolo rispetto agli altri. Certo poi la sua riposta : “ Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio”, una delle più solenni professioni di fede dei Vangeli, e la conseguente investitura da parte del Signore dicono chi è Pietro e che cosa Gesù gli affida.

 

Sulla professione di fede dell'Apostolo Pietro Gesù fonda la Chiesa nel Vangelo di Matteo, e alla cura premurosa del pescatore di Galilea, al potere di sciogliere e legare di Pietro Gesù affida il suo nuovo popolo.

La liturgia, attraverso le sue formule ora semplici ora solenni, ma che sempre veicolano contenuti di fede, pregando per il Papa, riprende tutto questo sottolineando come dal Signore è scelto per essere Pastore e Maestro a servizio della Comunione.

 

Fratelli e Sorelle, vogliamo allora rendere grazie davvero per la Festa della Cattedra di Pietro, per il ministero del Pietro di oggi, ministero importante, delicato,ma soprattutto prezioso.

La figura di Pietro, oggi il Papa Benedetto, attende forse quel calore umano, così evidente nel testo degli Atti degli Apostoli, quando si riferisce di come tutta la comunità cristiana elevava preghiere ferventi per Pietro che era in catene.

Certo la figura di Pietro chiede quell'obbedienza e comunione effettiva e visibile con lui, essenziali per essere davvero Chiesa.

Ma ancora questa Festa provoca particolarmente un esame del nostro sguardo di fede sulla Chiesa e su Pietro.

La carne ed il sangue – per usare le immagini utilizzate da Gesù nel Vangelo – rischiano di farci inseguire un'altra Chiesa che è più nelle nostre idee o gusti personali, ma che è a fianco di quella della storia di oggi; la carne ed il sangue rischiano di farci volere un altro Pietro, più così e meno cosà! Ma siamo appunto nel solco della carne e del sangue!

 

L'uomo e la donna di fede, credenti cioè, sanno invece che questa Chiesa di oggi così com'è è la Chiesa di Gesù, e che questo Pietro di oggi è quello che il Signore ha scelto e che Lui ha donato alla Sua Chiesa e per la Sua Chiesa.

 

Preghiamo per la Chiesa allora, per il Santo Padre e per noi. Il Signore confermi e rafforzi la nostra fede perché possiamo davvero crescere in quella comunione che è riflesso dell'Amore della Trinità.

Amen.

 

Domenica 20 febbraio 2011 - VII Domenica T.O. - fr. David FMJ

 

Mt. 5, 38-48

Le richieste impossibili del Signore non hanno come finalità di scoraggiarci ma di aprirci.

Abbiamo davvero bisogno di essere aperti. La nostra tendenza è di raggiungere, con i nostri sforzi,

una certa auto-sufficienza. Ma nell’ambito della vita spirituale, l’auto-sufficienza è mortale perché è

chiusura. Dobbiamo invece aprirci alla grazia.

«Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste», ci dice il Signore. Ma di quale

perfezione si tratta? La parola greca τέλειος significa sia perfezione che compimento, cioè lo stato

di ciò che ha raggiunto la maturità. Penso che il vangelo rimandi al secondo senso della perfezione.

Ciò che ci viene chiesto è di tendere al nostro compimento, alla nostra piena maturità. Ora, il

vangelo ce l’insegna, il nostro compimento non è nella forza della vendetta ma nella forza del

perdono. Raggiungiamo il pieno sviluppo di ciò che significa essere uomo non con la forza

aggressiva ma con la forza del perdono. E questo stato compiuto dell’essere umano è analogo a Dio,

è ad immagine di Dio. Il perdono fa vivere. Invece, la forza aggressiva può servire soltanto

temporaneamente a dei fini difensivi. Lo constatiamo già ad un livello terreno: senza il perdono, è

la logica di una giustizia implacabile che si sviluppa, e questa finisce per spegnere la vita perché

siamo sempre debitori gli uni verso gli altri. La giustizia nel senso di una liquidazione completa dei

danni e di un equilibrio dove non ci sarebbe più nessuno debito, questa giustizia sulla terra sarebbe

quella della morte.

Il comandamento di Cristo di essere perfetti come Dio, cioè di perdonare perché egli stesso

perdona, è ovviamente portatore di una teologia. Cristo ci offre un’intelligenza più profonda della

responsabilità che Dio ci ha dato. Il libro della Genesi ci diceva già che l’uomo e la donna sono

chiamati a esercitare un dominio sulla creazione. Esercitare un dominio sulla creazione significa

completare il progetto creatore di Dio. Adamo dà un nome alle creature, cioè unisce la sua voce alla

parola creatrice di Dio. Il progetto creatore di Dio è anche fecondità. Adamo e Eva sono quindi

chiamati a moltiplicare il genere umano. Il dominio sulla creazione di Adamo ed Eva ha anche un

significato sacerdotale: gli uomini dovrebbero essere i porta-voce della creazione davanti a Dio, e i

rappresentanti di Dio nella creazione. L’insegnamento di Cristo s’iscrive in questa visione e

l’approfondisce. Come Dio fa cadere la pioggia e sorgere il sole, cioè vigila con sollecitudine sui

buoni e sui cattivi, così anche noi dobbiamo amare i nostri nemici. In altri termini, come il Signore

lavora generosamente in vista della salvezza del più gran numero possibile, così anche noi

dobbiamo avere il desiderio della salvezza di tutti, anche di quelli che ci odiano. Eccoci corresponsabili

della salvezza del mondo. Eccoci chiamati a rappresentare sulla terra, nelle nostre

relazioni, nelle nostre responsabilità, nella nostra comprensione della società, l’amore salvifico di

Dio. E il primo luogo dove si esprime questa responsabilità è l’eucaristia.

Tuttavia, rimane il fatto, fratelli e sorelle, che il Signore ha usato un verbo molto forte. «Amate i

vostri nemici», ci dice. Il verbo che viene usato è ἀγαπάω, lo stesso verbo che usa Gesù quando si

tratta di amare lui stesso. Qui, non ci sono più discorsi intellettuali possibili, né filosofici neanche,

forse, teologici. Perché ἀγαπάω è il verbo dell’impossibile, il verbo del nostro limite. È anche il

verbo della grazia, dell’apertura in noi di uno spazio nuovo, sconosciuto, misterioso. È quindi il

verbo del rischio, anzi, del rischio più grande. In realtà, amare è sempre rischioso. L’ amore

impossibile dei nemici è l’approfondimento dell’amore tout court, perché l’amore è, per finire,

sempre segnato dal sigillo dell’impossibilità. Amare ci porta sempre, alla fine dei conti, a dare la

vita. Il paradosso dell’amore è che si iscrive nella spontaneità della nostra natura, ma nello stesso

momento porta in lui una profondità contraria non soltanto al nostro egoismo ma anche al nostro

istinto di conservazione. L’amore possiede un dinamismo che finisce sempre, un giorno o l’altro,

per inciampare contro i nostri limiti più insuperabili. Non dobbiamo pensare che il Signore prenda

gli esempi dell’amore spontaneo per disprezzarli e considerarli insignificanti. Amare coloro che ci

amano, salutare i nostri fratelli, questo è già l’opera della grazia. Ma dobbiamo andare oltre. Si

tratta di andare fino a una certa logica dell’amore. Una logica divina. Là, occorre lasciare più spazio

alla grazia. Là, siamo tutti poveri se contiamo su noi stessi. Là, siamo ricchi della promessa di Dio

di venire a realizzare in noi la sua opera.

 

Domenica 6 febbraio 2011 - Va Domenica T.O. - p. Pierre-Marie FMJ

 

Il sale, la luce e la città                           (Is 58,7-10; 1 Cor 2,1-5; Mt 5,13-16)

 

“Voi siete il sale della terra”.

“Voi siete la luce del mondo”.

“Siate come una città che sta sopra un monte”.

Mai nessuno, sulla terra, si era rivolto così agli uomini.

Eppure, è proprio ciò che Gesù ci dice oggi.

Soffermiamoci, allora, un momento per meditare questa parola.

 

*

Ecco, dunque, la città, la luce e il sale.

Perché questa triplice immagine?

 

Il sale è presente nel mondo, a tutti i livelli.

Si trova nel mondo minerale. Permea quello vegetale.

Abita nel regno animale.

È presente nel suolo, negli oceani, sulla nostra tavola, nel nostro sangue.

Dona gusto e sapore, purifica, conserva, vivifica.

 

Meglio ancora, raffigura la saggezza, esprime l’amicizia;

traduce la gioia fraterna, contraddistingue il giusto proposito.

Si capisce che Gesù abbia potuto dire:

“Abbiate sale in voi stessi e siate in pace gli uni con gli altri!”.  (Mc 9,50)

 

L’importante perciò non è essere “sale”, ma “IL sale della terra”.

Il dono che Dio ci ha fatto è per la terra intera.

Ha messo una sapienza nella nostra mente, un sapore nella nostra anima,

che sono da condividere tutto intorno a noi.

La Sapienza della Sua Parola e il sapore della Sua Fede.

Siamo dispensatori di una parola – non la nostra, ma la Sua –

che è il sale della vita.

“Ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato?”.   (Mt 5,19)

 

*

“Voi siete la luce del mondo”.   (Mt 5,14)

Perché, in seguito, Gesù ci dice questo?

Innanzitutto, perché il nostro Padre è “il Padre, creatore della luce”.    (Gc 1,17)

Credendo in Lui, diventiamo perciò “figli della luce”.   (Gv 12,36)

Creandoci, Dio ha posto in noi una scintilla di divinità.

Ha acceso nel nostro cuore la fiamma della sua grazia,

il chiarore della speranza e la luce della fede.

 

Successivamente, perché facendosi uomo come noi

Gesù, “Luce del mondo”, fa di noi degli altri cristi,

portatori della sua luce.

“Chi segue me, non camminerà nelle tenebre,

ma avrà la luce della vita”.   (Gv 8,12)

Con la sua parola, illumina la nostra ricerca di verità.

Con il suo amore “illumina gli occhi del nostro cuore”.   (Ef 1,18)

Con la sua grazia accende nel nostro cuore la gioia della sua presenza.

 

Dobbiamo quindi testimoniare quello che è dentro di noi.

Quella parola seminata nel campo della nostra esistenza

e quella vita divina di cui siamo partecipi.  (2 Pt 1,4)

A coloro a cui è detto: “Voi siete il Corpo di Cristo”,

è dunque logico che venga detto anche: “Voi portate la luce di Cristo”

e, di conseguenza, “Voi diventate la luce del mondo!”.

 

Qual è allora questa luce che il Signore

attende di vedere risplendere nel mondo attraverso la nostra vita?

È la luce dell’amore.

Lo splendore della carità, come ci ha detto il profeta Isaia:

“Dividi il pane con l’affamato; introduci in casa i senza tetto;

vesti uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti.

Allora – continua il profeta – la tua luce sorgerà come l’aurora...

brillerà fra le tenebre la tua luce,

la tua tenebra sarà come il meriggio”.   (58,7-10)

Ecco dove risiede la vera illuminazione del mondo.

Infatti, sta scritto: “Là dove c’è amore, là c’è Dio”.   (1 Gv 4,7)

Quindi il nostro amore è proprio luce di Dio!

*

La terza immagine è quella menzionata più brevemente,

ma non per questo è la meno bella.

È quella della città “che sta sopra un monte”

allo stesso modo della lampada che sta sul candelabro, al centro della casa.  (Mt 5,15)

Il viandante smarrito nella notte, perduto nella campagna,

comprende ben presto ciò che rappresentano tutte le luci accese

di una città abitata, posta in alto. Sono per lui la promessa della salvezza.

 

Cosa vuole dirci Gesù con questa immagine?

Essenzialmente questo: che la fede non è una questione privata, individuale.

Essa vive e risplende solo quando è davvero condivisa e cantata,

celebrata dal Corpo di Cristo tutto intero.   (Ef 4,12-13)

Questa città degli uomini così riuniti dalla preghiera, nell’unità della fede,

diventa allora come un faro per il mondo che la circonda.

Oggi, in cui il mondo è per la maggior parte urbano,

il ruolo principale dei Cristiani è di fare delle città,

della propria città, e quindi per noi, di Firenze,

altrettante “visioni di pace”.

 

Visioni di pace, in cui Dio si potrebbe riconoscere

poiché vi si vive come fratelli e sorelle;

e in cui la fraternità sarebbe vissuta, poiché vi si adorerebbe,

come figli e figlie di Dio, lo stesso Padre dei Cieli.

Che luce per il mondo sarebbe una città in cui,

sotto lo sguardo di Dio, ognuno si sforzasse di

“conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace”!   (Ef 4,3)

Ecco, laici e consacrati, la nostra comune vocazione cittadina!

*

 Cari fratelli e sorelle,

poiché questo è quello che il Signore vuole,

siamo dunque “sale della terra”, “luce del mondo” e “città sopra un monte”,

ma che tutto sia per la sola gloria di Dio.   (1 Cor 10,31)

“Allora, vedendo le nostre buone opere, gli uomini rendano gloria

al Padre nostro che è nei cieli”.   (Mt 5,16)

 

Domenica 16 gennaio 2011 - IIa Domenica T.O. - fr. David FMJ

 

Gv. 1, 29-34

 

Fratelli e sorelle, ogni anno, la domenica che segue quella del battesimo di Cristo ci fa ascoltare

un brano dell’inizio del vangelo secondo Giovanni. La seconda domenica del tempo ordinario ha

così il sapore di un inizio. La novità di Natale non era quindi una parentesi, fratelli e sorelle! La

novità della venuta del Salvatore, nato a Betlemme, è chiamata ad entrare nel tempo ordinario, nella

vita di ogni giorno. Proviamo ad aprirci alla presenza di questa novità. Ci viene dato un mezzo

molto semplice. Basta ripetere le parole di Giovanni il Battista. Ripetiamole dicendole per conto

nostro: Signore, non ti conoscevo, e ho contemplato lo Spirito discendere e dimorare su di te. Sì, io

ho visto, e testimonio: sei tu il figlio di Dio.

Fratelli e sorelle, non finiremo mai di conoscere il Signore. A tal punto che la nostra vita

conosce questi momenti di grazia in cui i nostri occhi si aprono finalmente sul mistero di Cristo. Di

questo possiamo essere sicuri: l’esperienza si produrrà di nuovo. Di nuovo lo incontreremo. Di

nuovo avremo il sentimento di scoprirlo finalmente. E l’ultimo giorno, che sarà anche il primo e

l’unico giorno senza tramonto, lo scopriremo ancora, lo scopriremo senza fine.

Fratelli e sorelle, tali parole non sono esagerazione entusiasta. Qualcosa di veramente nuovo ci è

data, qualcosa che non si rovina. Ed è Cristo stesso. La sua permanente novità per noi è la sua

misericordia. Eccoci, fratelli e sorelle. La parola misericordia è stata appena pronunciata. Molto

probabilmente questa parola ci addormenta. La ripetiamo così spesso. E poi, la troviamo forse un

po’ insipida. Forse troviamo che abbia un’apparenza un po’ triste, una faccina un po’ smorta. Che

errore! Quanto abbiamo torto ad opporre misericordia e gioia, misericordia e forza, misericordia e

gloria. Siamo uomini e donne cui è stata fatta misericordia, cui Dio e la sua Chiesa fanno senza

sosta misericordia. Abbiamo capito che questo è gioia, forza e gloria? Siamo uomini e donne in

piedi proprio perché siamo stati rialzati. Dobbiamo sapere che, senza la misericordia di Dio, non

siamo forti, ma stolti e bugiardi. Mentiamo agli altri, a noi stessi, e ci richiudiamo nella nostra

sufficienza. Non c’è gioia senza la misericordia di Dio, perché solo Dio dà alla nostra vita questa

dilatazione infinita che è misericordia. Cosa è la misericordia di Dio? Ebbene, è la sua fiducia in

noi. Fiducia nonostante tutto. Fiducia nonostante noi. Fiducia che sarebbe fatica vana senza la

grazia. Dio si è consegnato a noi e continua a farlo senza stancarsi. Ecco la misericordia, perché non

lo meritiamo, perché non siamo all’altezza, perché non siamo in grado di essere degni di una tale

fiducia. Ma Dio fa misericordia, e non con un aria imbronciata e dall’alto del suo cielo. Fa

misericordia dandoci il suo Figlio unigenito e il suo Santo Spirito! La misericordia di Dio è

larghezza, è intera, è vivificante, trasformante. Non siamo degni della fiducia di Dio, eppure Egli ha

fiducia in noi, e – o meraviglia, o miracolo – qualcosa della sua opera divina, qualcosa della sua

opera di salvezza passa attraverso di noi, grazie a noi. Diciamolo ancora, tanto è immenso: qualcosa

dell’opera di Dio si compie grazie a noi. Perché Dio lo vuole, ovviamente, e perché fa che sia così.

Ma è così, e perché è così, una dimensione immensa è data alla nostra vita.

Fratelli e sorelle, possiamo a nostra volta parlare come Giovanni il Battista: Signore, non ti

conoscevamo, perché sei novità e perché siamo vecchiaia e morte. Non ti conoscevamo, perché sei

colui che viene al nostro incontro. Sei sempre colui che viene al nostro incontro. Abbiamo visto lo

Spirito dimorare su di te. A questo segno ti abbiamo riconosciuto. Sei venuto al nostro incontro, e lo

Spirito dimorava su di te, perché sei la vita, perché sei dono. Questo Spirito che è vita è venuto a

dimorare sulla tua Chiesa e in noi. Non finiremo mai di meravigliarcene.

 

 giovedì 6 gennaio 2011 - Epifania del Signore - fr. David FMJ

Is. 60, 1-6 ; Ep. 3, 2 …6 ; Mt. 2, 1-12

 Una ricca carovana pesantemente caricata; tutto un equipaggio prestigioso di servi e di cammelli si dirige verso Betlemme, al chiarore di una stella. E nobili stranieri, un gruppo di maghi pagani, tre re magi secondo una bella tradizione popolare, irrompono per deporre, davanti al bambino Gesù, l’omaggio inatteso di cofanetti preziosi. Ecco un racconto incantevole dove il più sorprendente è ancora l’identità degli adoratori. Magi maghi, pagani, stranieri e idolatri, la legge dell’antica Alleanza ne fa dei personaggi poco raccomandabili. Eppure sono questi uomini così lontani dall’Alleanza che il racconto dell’evangelista Matteo mette in onore.

La prima lettura è la porta attraverso la quale la liturgia ci propone d’entrare per capire meglio il Vangelo di oggi. Si tratta di una profezia d’Isaia che annuncia lo sviluppo universale della fede biblica a partire della dominazione di Gerusalemme: «Alzati, Gerusalemme! La gloria del Signore appare su di te. Tutti verranno da Saba, portando oro e incenso, e proclamando le glorie del Signore». Così profetizza Isaia. Il racconto del vangelo secondo Matteo è tanto il compimento di questa profezia quanto una presa di distanza verso di lei. Eccoli, i pagani, con oro e incenso, così come era annunciato. Infatti, il raduno universale dei popoli nella lode al Dio unico è, per i profeti, uno dei segni principali che il messia è finalmente tra noi. Ma che distanza tra le folle di cammelli e di dromedari d’Isaia, e il passaggio notturno di alcuni magi che spariscono quasi subito! E all’indomani di questa notte strana e bella, non sorge il giorno della lode unanime di tutti i popoli davanti alla meraviglia del neonato adagiato nella mangiatoia, ma la strage dei bambini ordinata da Erode impaurito. Sì, la gloria del Signore si è manifestata, ma nella nascita di un bambino povero in una grotta miserabile. E la reazione del mondo, cioè di coloro che hanno il potere, è stata la paura e il rifiuto. «Pace in terra», avevano annunciato gli angeli alla nascita di Gesù. Il Vangelo ci dice che la pace e la regalità messianiche sono la presenza di Dio nell’umile debolezza di un neonato, e non la dominazione di un sistema politico-religioso. Con i magi, la Chiesa universale si prosterna davanti all’umiltà di Dio che si dà all’uomo fino a diventare pane di vita. La pace messianica non può essere una pace dei forti che dominano la terra.

La presa di distanza dell’evangelista verso la profezia sottolinea la novità dell’agire di Dio. La venuta del Messia è stata annunciata. Egli nasce a Betlemme come era previsto. Eppure, nonostante le profezie, la realizzazione del progetto di Dio è talmente sorprendente che non sarebbe stata riconosciuta senza l’aiuto degli angeli, dei pastori, dei magi e della loro stella. Gli eruditi convocati alla corte di Erode non hanno visto venire niente. E anche la stella misteriosa che guidava i magi sparisce. La scienza idolatrica dei magi maghi e la scienza sacra degli eruditi d’Israele svaniscono tutte e due davanti al mistero di Cristo che confonde i saggi e i potenti. Non c’è più la legge e neanche il destino. Non ci sono più i precetti sul puro e l’impuro e neanche le stelle della predestinazione. Non c’è più la circoncisione e neanche la magia. «Il mistero di Cristo è che le genti sono chiamate, in lui, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del vangelo». C’è, adesso, un bambino nelle braccia di sua madre, e ci sarà più tardi un uomo steso sulle braccia della croce. Questa è la scienza eterna, la scienza dell’amore di Dio per noi. Fratelli e sorelle, questo significa che siamo liberi. La novità dell’amore di Dio per noi è la nostra liberazione. Non siamo prigionieri di un destino. Né gli oroscopi, né le predizioni, né il passato, né le ferite della nostra storia, né i conflitti familiari, niente può separarci dall’amore di Dio per noi. Ma questo significa anche che abbiamo una grande responsabilità: niente può esonerarci dalla crescita nell’amare così come Cristo ci ha amato, niente può esonerarci dalla crescita nell’essere uomini e donne liberi.

 

Domenica 2 gennaio 2011 - 2a domenica di Natale - fr. David FMJ

 

Gv. 1, 1-18

 

      Ci facciamo tante domande a proposito di Dio. Delle domande filosofiche certo, ma anche delle

domande pratiche. Tra queste ultime, alcune ci preoccupano spesso. Ci domandiamo, per esempio,

come pregare, o ancora, come riconoscere la presenza di Dio nel nostro mondo. Queste domande

filosofiche e pratiche sono legittime. In un certo senso, sono il segno della dignità dell’uomo.

Tuttavia, il cristiano è condotto a situare queste domande diversamente rispetto agli altri uomini.

Non significa che queste domande non esisterebbero più per il cristiano. Ma per lui si pongono

diversamente, cioè all’interno di un’esperienza di fede che dà loro un quadro da cui dipendono

ormai la loro pertinenza e il loro valore. Così fa, fratelli e sorelle, il mistero del Natale. Tutte queste

domande che possiamo porci a proposito di Dio trovano, a Betlemme, una rivalutazione radicale.

Infatti, sappiamo più o meno come si fa con un bambino. Percepiamo i suoi bisogni elementari,

capiamo istintivamente come fare per stabilire una comunicazione con lui. Non abbiamo bisogno si

sforzarci per provare nei suoi confronti sentimenti di tenerezza e di protezione. Tutto ciò viene da

solo, perché tutto ciò è profondamente iscritto in noi. Ora, il bambino di Betlemme, Gesù di

Nazaret, ci apre una relazione con Dio così semplice e, se si può osare dire, così evidente come

quella di cui abbiamo appena parlato. Ci domandiamo, così come gli altri uomini, come pregare. Ci

domandiamo anche noi dove è Dio. Ma queste domande prendono per noi un senso diverso. Nel

nostro caso, queste domande ci spingono a ritrovare la semplicità originaria, profondamente iscritta

in noi, che rende possibile l’esperienza di Dio. C’è qui una ricchezza incomparabile ma anche una

grande esigenza. Dio non ha voluto rimanere un mistero opaco che avrebbe ridotto l’uomo al

silenzio, in una sottomissione paurosa o in una domanda angosciata. Dio si è fatto vicino fino a

diventare il nostro prossimo. Quindi, Dio cessa di essere per noi una domanda teorica. Dio ha preso

un volto, uno sguardo, una voce. È diventato per noi un’esigenza di relazione. È una persona che

occorre conoscere sempre meglio, capire sempre meglio, amare sempre meglio. Questa esigenza è

beata, perché è quella dell’amore. L’amore è una responsabilità, l’amore è un compito aspro, ma

l’amore è l’unica verità che possa fare sì che la fatica di vivere sia una vera gioia che non mente.

 

 

 

 

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