sito delle Fraternità Evangeliche

di Gerusalemme di Firenze

                   OMELIE 2010

 Santa Maria Assunta alla Badia Fiorentina

 

 

 

 

Domenica 26 Dicembre 2010 - Sacra Famiglia - fr. Massimo-Maria FMJ

 

Dopo averci fatto contemplare nella Santa Notte il mistero dell'Incarnazione, fermando la nostra attenzione sul Bambino adagiato nella mangiatoia, oggi, la Chiesa ci invita a volgere lo sguardo sull'intera famiglia di Nazareth, modello di ogni famiglia.

Potremo porre l'accento su vari aspetti della famiglia a partire dalle letture ascoltate, vogliamo invece cercare di raccogliere qualche considerazione dalla pagina evangelica.

 

San Luca ci descrive un momento molto particolare della famiglia di Gesù.

Ancora nel cielo brilla la cometa e già oscure tenebre si addensano sulla famiglia del Figlio di Dio, Verbo fatto carne. Infatti timoroso che il suo trono possa essere messo in pericolo da quel bimbo innocente, che i profeti avevano annunziato, Erode, per eliminare il presunto rivale, non esita ad ordinare l' uccisione di tutti i bimbi del suo regno, dai due anni in giù.

Tuttavia, dalla terribile crudeltà del re sfugge proprio l'unico Ricercato perché non è ancora giunta la sua ora. Nel disegno salvifico di Dio Gesù è come riservato per un'altra immolazione: il sacrificio della croce.

La pagina evangelica ci descrive con dovizia di particolari come il Signore sfugge alla crudeltà del prepotente Erode.

Dei sogni, un angelo, l'obbedienza di Giuseppe, la disponibilità di Maria, la consegna serena del Bambino Gesù.

Da questa situazione drammatica che la Santa Famiglia attraversa possiamo dunque ritenere alcune luci, preziose per illuminare il cammino delle nostre famiglie umane e delle nostre comunità cristiane.

 

Sembrerebbe scontato, ma occorre ridirlo e soprattutto ri-contemplarlo: Dio è al centro! Questo risplende nel mistero dell'obbedienza.

Giuseppe obbedisce all'angelo, Maria e Gesù obbediscono a Giuseppe. Ed è attraverso questa obbedienza reciproca che essi compiono il progetto di Dio, obbediscono davvero a Lui.

 

Per questa centralità di Dio, reale e profonda, regna nella famiglia di Nazareth una grande comunione, una serena collaborazione, una feconda complementarietà.

 

Non c'è davvero posto per rivalità, contesa e nessuno ha proprio bisogno di opporsi per esistere, anzi, per così dire, collabora stando umilmente e semplicemente al proprio posto, con sereno slancio alla opera comune, che particolarmente in questo caso, è davvero l'opera di Dio. In questo la Santa Famiglia oggi è luminoso esempio per noi.

 

Significativo, e al contempo affascinante appare poi in questo contesto il silenzio, che è come il terreno buono in cui si custodisce il primato di Dio e fiorisce la vera stima ed obbedienza reciproca.

In tutto il nostro brano non c'è una sola parola di Giuseppe, di Maria e di Gesù.

E' detto che Giuseppe si alzò, prese Maria e Gesù – ed essi si lasciano prendere – fuggì. Senza dire una parola.

Tra essi non c'è mutismo, ma neppure tacciono, nella famiglia di Nazareth in verità si custodisce il silenzio.

Nelle famiglie, nelle nostre comunità cristiane fratelli e sorelle esercitiamo spesso il mutismo, talvolta tacciamo, ma viviamo troppo poco il vero silenzio.

Tra queste tre realtà c'è davvero grande differenza.

Essere muti infatti è spesso per “ verbalizzare “ disappunto o protesta, e questo non genera mai la comunione, ma piuttosto produce isolamento.

Tacere invece è già qualcosa di più alto, ma è ancora troppo poco, perché chi tace semplicemente frena la lingua.

Chi invece fa silenzio, è silente – come è il caso di Giuseppe – apre l'orecchio del cuore, dilata lo sguardo interiore. Si capisce perché allora dal silenzio nasce la comunione, la stima, si impara ad ascoltare e persino a parlare, si impara a parlarsi e certamente ad ascoltarsi.

Interessante, al riguardo, è quello che afferma un proverbio arabo:

Ogni parola, prima di essere pronunciata, dovrebbe passare per tre porte. Sull’arco della prima porta dovrebbe esserci scritto: “E' vera? Sulla seconda dovrebbe campeggiare la domanda: E' necessaria? Sulla terza dovrebbe essere scolpita la richiesta: E' gentile?”. Passare consecutivamente tutte e tre le porte, rimanendo “incensurati”, è cosa difficile!. Forse anche questo racconto può davvero aiutarci a far crescere l'amore per il silenzio, il buon uso della parola, e la crescita di relazioni vere e di comunione nelle nostre famiglie e nelle nostre comunità.

 

Il silenzio e l'obbedienza di Nazareth. Quanto avrebbero da guadagnare in serena gioia e comunione cristiana le nostre famiglie, le nostre comunità da questo esempio.

Come fiorirebbero di più i sentimenti a cui fa riferimento l'Apostolo Paolo nella lettera ai Colossesi.

Tenerezza, umiltà, bontà, sopportazione, perdono.

Davvero l'esempio e l'intercessione della Santa Famiglia ci aiutino ad essere nelle nostre famiglie e nelle nostre comunità persone che silenziosamente tengono il cuore aperto all'ascolto di Dio e degli altri per collaborare, all'ombra di uno stile di umile servizio e pronta obbedienza, all' opera di Dio.

 

 sabato 25 dicembre 2010 - Natale del Signore - fr. David FMJ

 

Oggi è un grandissimo giorno di festa. Un grandissimo giorno di festa, non è qualcosa che si

vive così facilmente. Ci si può sentire esclusi dalla festa. Il nostro cuore può avere delle difficoltà

ad accordarsi con le parole che conviene dire e con i canti che conviene cantare. Eppure oggi è un

grandissimo giorno di festa. Possiamo affermarlo in modo del tutto speciale, perché nessuno è

escluso dalla gioia che la Chiesa celebra oggi. Il Bambino nato a Betlemme è la gioia di tutti noi.

Qualsiasi bambino che viene nel mondo è una promessa. Ma il bambino di Betlemme è la

realizzazione delle promesse. Il bambino di Betlemme è la realizzazione delle promesse perché, in

lui, Dio è venuto al nostro incontro. Dovremmo dire questo con un rispetto infinito: Dio è venuto al

nostro incontro. Dovremmo ribadire questo, mormorarlo senza sosta, con stupore e con gioia, così

come si ripetono e si mormorano le parole di un amore che ci ha reso la vita. Dio è venuto al nostro

incontro. La gioia che la Chiesa celebra è quindi intimamente la nostra. Nessuno ne è escluso. Non

ci rallegriamo soltanto perché il calendario ha stabilito oggi come giorno di festa. Non ci

rallegriamo neanche per qualcun altro, come se fossimo soltanto testimoni esteriori e compiacenti.

Ci rallegriamo in prima persona. Dio è venuto all’incontro con ciascuno di noi. Poco importa allora

che il mio cuore sia spontaneamente gioioso o che sia invece appesantito da uno sgomento. Dio è

venuto al mio incontro per raggiungermi dove sono e come sono. Non ho bisogno di forzarmi a

rivestire gli abiti di festa: Dio stesso me li dà. Mi veste con la sua presenza poiché è venuto fino a

me. Mi veste con la sua grazia poiché è venuto ad amarmi e salvarmi.

Un bambino è nato, fratelli e sorelle, e questo bambino è la nostra fecondità. Una fecondità

inattesa perché divina, perché vittoriosa della morte. Un bambino è nato, un figlio ci è stato dato.

Ma allorché al solito i genitori vedono i loro bambini come il prolungamento di loro stessi, allorché

i bambini, al solito, imparano dai loro genitori a essere chi sono e ricevono dai loro genitori la loro

eredità, il bambino di Betlemme ha invertito i ruoli. È lui che ci insegna chi dobbiamo essere. È da

lui che riceviamo la nostra eredità. La grazia e la verità sono venute per mezzo di Gesù Cristo. Dalla

sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto, e grazia su grazia. Ci ha dato il potere di diventare figli di

Dio. A Betlemme abbiamo ricevuto un figlio. Questo bambino è il nostro maestro e il nostro

Signore, perché ci fa nascere di nuovo, ci fa nascere dall’alto.

 

Domenica 19 dicembre 2010 - IV Domenica d'Avvento - fr. David FMJ

Mt. 1, 18-24

Quando qualcuno d’importante deve venire, è annunciato subito prima del suo arrivo. Si

annunciano i suoi titoli, si fa conoscere la sua autorità, si dichiarano le sue origini e il motivo della

sua venuta. È questo che fa la liturgia oggi: annuncia la venuta imminente del messia. I suoi titoli?

Figlio di Davide, figlio di Dio. La sua autorità? È Signore degli Ebrei e dei pagani, è Dio-con-noi.

Le sue origini? Una donna, Maria, incinta per opera dello Spirito Santo, Giuseppe, un uomo giusto,

della casa di Davide. Il motivo della sua venuta? Condurci tutti all’obbedienza della fede, condurci

tutti alla conoscenza dell’amore, riconciliarci tutti con Dio, darsi a noi per condurci in Dio.

Per fare quest’annuncio solenne, la liturgia non ha bisogno d’inventare inni. Le basta aprire la

Bibbia. È con il metodo stesso della Sacra Scrittura che la liturgia annuncia l’arrivo del messia.

Quale metodo? È quello che il Signore stesso ha utilizzato. Si tratta del procedimento del

compimento. Con questo procedimento, tutta la Scrittura è letta a partire da Gesù Cristo e in vista di

Gesù Cristo. Cosicché oggi abbiamo ascoltato prima l’annuncio del profeta Isaia al re Acaz, e poi

abbiamo ascoltato il racconto del vangelo dove un discendente del re Acaz vede una vergine

concepire un figlio. Il racconto di Matteo è una ripetizione del racconto del libro del profeta Isaia.

Non soltanto una ripetizione, ma anche e sopratutto un approfondimento. Ciò che è successo tanti

anni fa, ai tempi del profeta Isaia e del re Acaz, si ripete al tempo di Zaccaria e di Erode. Si ripete e

si compie. Non è più soltanto l’oscuro racconto, venuto dal fondo dei tempi remoti, a proposito di

una fanciulla che dà finalmente una discendenza al re, ma si tratta del racconto misterioso, venuto

da Nazaret, un oscuro villaggio, venuto da Betlemme, la città del re, venuto da Gerusalemme, la

città del Tempio santo. Si tratta del racconto misterioso a proposito dell’erede del peccato del

mondo e nello stesso momento della benedizione divina, l’erede della nostra condizione umana e

l’erede della condizione divina, Gesù di Nazaret, il Signore.

Questo procedimento preciso con il quale la Scrittura e la liturgia annunciano la venuta di Cristo

deve farci riflettere. La prima cosa da dire è che non possiamo fare senza l’Antico Testamento.

Leggere il vangelo senza l’Antico Testamento ostacolerebbe questo procedimento di compimento

che vediamo oggi all’opera così chiaramente. Ma penso che si possa dare anche un’altra ragione per

spiegare il procedimento di compimento e nello stesso tempo l’importanza dell’Antico Testamento.

Quest’altra ragione è che, in certe cose molto importanti, non possiamo esprimerci altrimenti che

con un racconto. Ci sono cose che non possiamo dire in altro modo che raccontando ciò che è

successo. Non si tratta allora soltanto di descrivere le cose, ma di dire come le abbiamo vissute,

l’effetto che gli avvenimenti hanno avuto su di noi. Riflettete un po’, fratelli e sorelle, e osserverete

in maniera molto concreta, il nostro bisogno di raccontare. A qualcuno che vi chiede perché vi siete

sposati con tale persona, racconterete probabilmente il giorno del primo incontro. A qualcuno che

chiede a un religioso perché ha fatto questa scelta di vita, questi risponderà probabilmente con il

racconto della sua vocazione. Le parole astratte, i concetti, sono preziosi, indispensabili. I concetti

esistono nella Scrittura, per esempio quando dice «il Verbo se è fatto carne», o quando parla della

gloria di Dio. Ma occorrono i racconti evangelici, occorre la testimonianza delle persone impegnate,

per capire che il Verbo fatto carne ha un volto, una voce, che ha posato il suo sguardo sul mondo e

sulla gente, che ha amato, sofferto. In poche parole, occorre tutta la Bibbia per incontrare il Verbo

incarnato stesso, Gesù di Nazaret. Serve la Bibbia intera per riconoscere, nel Verbo incarnato, la

gloria del Dio che creò il cielo e la terra, l’uomo, la donna e la Chiesa.

C’è un’altra cosa che, tra le altre, si può dire quando si riflette sul modo di leggere le Scritture.

Ecco questa seconda osservazione: il racconto dei vangeli prende tutto il suo senso quando diviene

non soltanto il compimento delle antiche profezie, ma il compimento della nostra esistenza. La voce

potente d’Isaia viene fino a noi, ma i tempi del re Acaz non sono più i nostri. Fortunatamente, il

procedimento biblico del compimento non è chiuso. La Bibbia è una norma, un modello, perché

scopriamo la continuazione di questo compimento nelle nostra esistenza personale. Allora,

leggiamo la nostra vita a partire da Gesù Cristo e in vista di Gesù Cristo. Questo è possibile, fratelli

e sorelle, soltanto se noi lasciamo che si esprima in noi il desiderio più profondo, la vulnerabilità

più nuda. L’attesa di Acaz che aspettava un erede mentre re nemici lo facevano tremare, l’attesa di

Maria, portatrice del frutto dello Spirito Santo, l’attesa di Giuseppe, lo sposo scelto per Maria, lo

sposo e il padre scelto da Dio, sono attese ormai storiche, bibliche, ma sono originariamente attese

personali, umane, intime. La Parola di Dio è potente fratelli e sorelle, ma tuttavia essa aspetta che le

offriamo le nostre persone e il nostre cuore. Allora il significato della Scrittura s’incarna in noi.

Allora capiamo in questa maniera altissima che consiste nel conoscere con la vita, con la propria

vita diventata, a sua volta, un pezzettino della storia santa

 

 Domenica 5 dicembre 2010 - II Domenica d'Avvento - fr. David FMJ

Mt. 3, 1-12

Prima osservazione: il profetismo fa parte dell’esistenza cristiana. Con la figura di Giovanni Battista, il profetismo dell’antica alleanza è entrato nello spazio della nuova alleanza. Non è finito. Per questo motivo le profezie dell’antico Testamento rimangono attuali. Di conseguenza, denunziare senza compromessi il male e trasmettere il progetto di Dio sotto la forma d’immagini potenti ricevute nell’intimità profonda con Dio, questo fa parte della vita e della missione della Chiesa e dei cristiani. Le parole d’Isaia proclamate oggi nella prima lettura ne sono un esempio. Ancora oggi, la nostra aspirazione profonda è questa pacificazione descritta dal profeta, pacificazione che viene dalla conoscenza di Dio, una conoscenza che è pioggia che scende dal cielo, benedizione e grazia.

Seconda osservazione: il nostro annuncio della fede deve essere incarnato. Il fatto che il profetismo dell’antica Alleanza non sia passato deve renderci attenti ad alcune caratteristiche del ministero del Signore Gesù stesso. La predicazione del Regno ha significato per Gesù di Nazaret un contatto costante con le realtà umane del suo tempo. L’annuncio del progetto di Dio ha preso più volte, nel contenuto dell’insegnamento del Maestro e nel suo modo di vivere, la forma della denunzia del potere egoistico del mondo. La fede cristiana non può quindi accontentarsi di un discorso spirituale disincarnato e indifferente alle situazioni concrete del mondo nel quale viviamo. «Guardate le cose di lassù», diceva san Paolo. Certo. Ma lui stesso si mostra, in tutte le sue lettere, concretamente a contatto con le realtà sociali, politiche e culturali del suo tempo. Le cose di lassù, dobbiamo guardarle dalla terra, e non come se fossimo degli angeli. La dimensione profetica fa parte dell’esistenza cristiana, non soltanto in quanto annuncio del cielo, ma anche come denunzia, a nome della giustizia, delle strutture di peccato che rendono le nostre società indifferenti, anzi omicide, e come proposta di un altro modo di vivere insieme nel mondo di oggi.

Terza osservazione: la dimensione profetica non significa intransigenza. Giovanni Battista ha delle parole dirette e dure, ma accoglie tutti, anche le categorie sociali che gli Esseni e i farisei escludevano. Giovanni Battista non predica la separazione dal mondo attorno. Non è il portatore di un’ideologia intransigente della purezza. Non plasma una élite religiosa. È a contatto con ogni persona, con le persone qualunque.

Ultima osservazione: non siamo denunciatori ma annunciatori. Denunciare è facile. Ma è insufficiente. È parziale e, quindi è forse sbagliato. Giovanni Battista non denuncia soltanto ma annuncia. È a partire da ciò che viene che predica la conversione. La parola di Giovanni Battista è sempre attuale. Abbiamo, ancora oggi, molte cose da denunciare, nel mondo e nella Chiesa del nostro tempo. Ma che cosa annunciamo? Chi annunciamo? Saremo profeti soltanto se saremo coscienti della ricchezza straordinaria che abbiamo. Voglio parlare della nostra fede comune, la fede cattolica la cui doppia espressione primaria è la carità e la liturgia. Menzionando la liturgia non parlo dei canti, dell’incenso e delle processioni, ma del mistero celebrato, del mistero che raduna, del mistero che ritma con il suo ciclo annuale tutta la nostra vita e la apre all’amore che viene da Dio. Possiamo vivere il ricominciare dell’anno liturgico non come una ripetizione ma come un approfondimento. Una grazia immensa è là, offerta, attiva, potente: la grazia della presenza sacramentale di Cristo, dell’attualizzazione dei misteri della sua vita, cioè le tappe della sua missione che sono le tappe della nostra salvezza. È in questa incarnazione del progetto e della presenza di Dio che troviamo le energie più profonde del nostro profetismo. Annunciamo questa presenza, ne viviamo, la celebriamo, e a causa di questo non possiamo più guardare il mondo con gli occhi della disperazione né con gli occhiali di un ottimismo spirituale artificiale, ma lo guardiamo con gli occhi della speranza, una speranza che ama.

 

 

  Domenica 28 novembre 2010 - I Domenica di Avvento - fr. Massimo-Maria FMJ


 

Con il Tempo di Avvento si apre un nuovo anno liturgico. Ogni inizio desta nel cuore sentimenti, aspettative, progetti, timori e speranze.

Come credenti e discepoli di Gesù alcuni sentimenti dobbiamo sentire particolarmente nostri all'inizio di questo cammino: il rendimento di grazie, la speranze, desiderio di impegno.

E' necessario rendere grazie in anticipo per i doni, le grazie, le luci che il Signore ci offrirà e per i passi che ci donerà di compiere.

E' proprio poi del tempo di Avvento l'atteggiamento della speranza, non certo una vaga speranza come quella di chi,,iniziando un percorso si dice : “speriamo bene”, ma una speranza solida perché ancorata alla certezza dell'Amore di Dio che non ci abbandona, perché radicata nella Sua fedeltà alle promesse, perché fondata sulla certezza della Sua Presenza, sulla sicurezza del Suo Ritorno, della Sua Venuta.

E' infine importante sentire in noi, all'inizio del cammino, un desiderio di impegno, per cogliere tutta la grazia di questo passaggio del Signore, a non sprecare proprio nulla di questo ulteriore tempo che ci è offerto per aprirci al mistero dell'incontro con Dio.

 

Fratelli e sorelle il tempo di Avvento ritorna ogni anno con i suoi colori di luminosa speranza e serena gioia perché ri-depone, nel nostro cuore appesantito e distratto, la buona notizia che il nostro Dio è Colui che viene, il Veniente.

Non Colui che sta chiuso nella sua beatitudine, ma Colui che vuole, e può, fare noi beati con la Sua Presenza.

Con grande forza allora l'Avvento, apre gli orizzonti del nostro andare ripiegato e poco luminoso, alla prospettiva della venuta, dell'incontro, del ritorno del Signore.

Da qui il pressante invito a vegliare.

Vegliate dunque! “ raccomanda Gesù nella pagina evangelica proclamata.

Un vigilare particolare quello che ci è chiesto. Non si tratta tanto di fare la guardia, ma piuttosto attendere, non certo nella paura di chi teme la visita dei ladri, ma nel desiderio amante della presenza dello Sposo.

Un vigilare che non ha niente di passivo o statico, ma un vigilare attivo, impegnato, dinamico del dinamismo dell'amore.

 

Una prima indicazione in tale senso ce la offre innanzitutto la liturgia che ci ha fatto pregare così nella Colletta di questa celebrazione:

Suscita in noi o Padre la volontà di andare con la buone opere incontro al tuo Cristo che viene. “

Quindi vigilanza operosa!

 

La concretezza di questa operosità poi, è la Parola di Dio che ci aiuta a identificarla.

 

Il testo di Isaia nel suo invito a mettersi in cammino verso il monte del Signore, precisa quale deve essere l' obiettivo:

Perché il Signore ci insegni le sue vie e possiamo camminare nei suoi sentieri!”

 

Fratelli e sorelle è chiaro che la Parola del Signore oggi ci sorprende chiamandoci a vigilare.

Crederemmo infatti che si tratti di rivolgere tutta l'attenzione solo a Lui ed alla sua venuta, ma in realtà non è proprio così.

La Parola infatti ci ricorda che le vie del Signore su cui camminare vigilando, si incrociano indiscutibilmente con le vie dei fratelli.

 

Spezzare le spade, mutare le falci, non esercitarsi più nell'arte della guerra.”

Ecco che allora vigilare è uguale ad essere giusti con chi ci sta al fianco , deponendo ogni atteggiamento di ostilità piccola o grande, latente o manifesta, per camminare nella luce del Signore.

Iniziando dalla moglie, dal marito, dal figlio dalla figlia, dai colleghi dai vicini, dai confratelli e dalle consorelle.

 

Perché l'avvento sia vissuto nella vigilanza credente è essenziale – scrive un autore spirituale contemporaneo - lasciarsi scuotere dalla Parola di Dio che ci invita a gettare via risolutamente tutte le armi di cui abbiamo corazzato il nostro cuore: le lance appuntite dell'orgoglio ostinato che ci rende violenti; dell'egoismo che ci rende prepotenti, persino volendo compiere il bene; dell'ambizione che ci rende astuti calcolatori e falsificatori.

 

La notte è avanzata il giorno è vicino” ci ricorda Paolo e nell'imminenza della luce è necessario vivere da figli della luce, rivestendoci di essa cioè rivestendoci di Cristo.

 

Fratelli e sorelle vigilare coincide con prepararsi alla venuta del Signore facendo spazio al fratello.

Vigilare coincide con lo spogliarsi dell'uomo vecchio per rivestirsi del nuovo che è Cristo ed essere come lui luminosi nella verità, giusti nell'amore, gioiosi artigiani di fraternità.


 

Solo così saremo davvero vigilanti, animati dalla speranza rallegrati dalla promessa di Gesù. Così certo – ci suggerisce una monaca dei nostri giorni - saremo pronti ad accogliere le continue venute del Signore fino a quella ultima e definitiva, quando ci chiamerà alla beata eternità, che così non giungerà improvvisa e non sarà temuta come un ladro notturno, ma attesa e vissuta come una festa di nozze.


 

Buon Avvento!

 

Domenica 31 ottobre 2010 - XXXI Domenica T.O. - fr. David FMJ

 

Lc. 19, 1-10

Spesso sentiamo, a proposito della storia di Zaccheo, delle predicazioni che mettono l’accento

sulla parola che Gesù gli rivolge: « Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua ».

Questa parola è un appello forte da parte del Signore. Viene interpretata a volte come un’allusione

del Signore a un certo orgoglio segreto di Zaccheo. Il fatto che esso sia invitato a scendere dal suo

albero sarebbe un’immagine per indicare una discesa del tutto diversa: quella dell’umiltà. Questo

tipo di interpretazione è valido perché è vero che il Vangelo ha un potere di richiamo sulle nostre

esistenze. E questo potere fa sì che certe parole acquistino, oltre al loro senso concreto, un

significato più profondo che ci invita personalmente alla conversione. Tuttavia, tocca a ciascuno di

noi sapere se tale frase, tale parola, colpisce il suo cuore con questa modalità particolare. Forse non

occorre che la predicazione abusi di questo potere di richiamo del Vangelo. È probabilmente più

prudente, a volte, lasciare fare il Signore.

Oggi, vorrei abbordare la storia di Zaccheo in un modo più concreto e più vicino al testo. Non

sappiamo se Zaccheo era particolarmente orgoglioso e se l’invito del Signore a scendere dall’albero

aveva per lui un doppio senso. Il testo ci dice semplicemente che Zaccheo era piccolo, e che è per

vedere meglio Gesù, al di sopra della folla che glielo nascondeva, che Zaccheo è salito su un albero.

Il testo dà così parecchi dettagli concreti che ci rendono Zaccheo familiare. È piccolo, è curioso, si

adatta velocissimamente alla nuova situazione che Gesù provoca nella sua vita, è schietto perché

non tenta di dissimulare che non è stato sempre onesto, è generoso perché propone di riparare i suoi

torti al quadruplo, ed è realista perché non parla di abbandonare tutti i suoi averi. Zaccheo è un

personaggio concreto, vorremmo dire un personaggio in carne e ossa. Possiamo immaginarlo,

conoscere alcuni elementi della sua psicologia. Zaccheo non è un uomo qualsiasi. Ha caratteristiche

proprie. Zaccheo diviene così qualcuno di vicino. Possiamo in un certo modo incontrarlo, e

riconosciamo una personalità particolare, distinta, ma distinta a causa di tratti per finire molto

banali. Zaccheo è ricco, ma non è Erode, non ha niente di impressionante, non ha doni

particolarmente evidenti se non una certa abilità per gli affari, non è colpito da un dramma intimo

che lo metterebbe a distanza da noi. Zaccheo è un uomo molto banale, come ognuno di noi.

Fratelli e sorelle, il vangelo di oggi ci mostra che la visita del Signore e la sua presenza in

un’esistenza umana non ha bisogno della straordinarietà o dell’eccellenza. Il Signore visita le nostre

esistenze banali, i nostri problemi banali, le nostre mediocrità banali e anche le nostre dignità

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banali. Noi non siamo tutti chiamati al martirio, alla santità eroica, alla santità mediatica,

all’abbandono di tutti i nostri averi. Zaccheo non è Levi. Levi era stato invitato dalla chiamata del

Signore a lasciare tutto. Questo non avviene per Zaccheo. Che ci siano dei Zaccheo nel Vangelo è

importante perché questo ci aiuta a comprendere che la santità non è una sorta di prestazione che

dovremmo ammirare da lontano, così come si ammirano le prestazioni degli atleti alla televisione,

ma che è la chiamata rivolta anche a noi, noi che siamo gente banale.

Ho appena detto che noi non siamo tutti chiamati alla santità eroica. Vorrei però correggere

quest’affermazione. La santità banale di Zaccheo – che probabilmente è anche la santità che

interessa la maggior parte di noi – possiede il suo stile d’eroismo. Zaccheo è banale, ho detto, il suo

sì al Signore Gesù non ha il carattere clamoroso del sì di Levi. Tuttavia, Zaccheo è, a modo suo, un

eroe della fede. Perché? Perché ha cambiato pubblicamente e apertamente le sue abitudini, le sue

cattive abitudini. Fratelli e sorelle, è molto eroico cambiare le proprie cattive abitudini. Non soltanto

perché si tratta appunto di abitudini che cioè si sono incise nei nostri riflessi, nel nostro modo di

essere, ma anche perché gli altri, coloro che vi conoscevano con le vostre cattive abitudini, vi

perdonano raramente di averle abbandonate e cercano di farvele riprendere. Fratelli e sorelle, c’è

eroismo nel fatto di decidere di cambiare. Non parlo dell’instabilità, ma del cambiare se stessi.

Questo cambiamento con il quale diventiamo un po’ più noi stessi, un po’ più liberi. Di questo

eroismo Zaccheo ci dà lezione. Possiamo imparare, fratelli e sorelle, che la nostra avventura di

santità è un’avventura di libertà, e che la libertà rende sempre grandi, anche in condizioni molto

ordinarie di vita.

 

Domenica 17 ottobre 2010 - XXIX domenica T.O. C - fr. David FMJ

Lc. 18, 1-8


 

La vedova data in esempio nella parabola non ha la fede cristiana. Il Cristo non ci parla, oggi, della fede specificamente cristiana ma del suo preambolo. Ecco perché questa parabola è così strana. La preghiera della vedova è un lamento insistente per ottenere giustizia. Siamo molto lontani dalla preghiera del Padre Nostro insegnata da Gesù. Anziché una preghiera che sia una relazione a Dio piena di fiducia, d’amore e di mistero, abbiamo un grido di aiuto ostinato, centrato su se stesso. Per quanto riguarda il giudice, si tratta di un personaggio poco amichevole. È privo di compassione, e se esaudisce la povera donna è soltanto affinché essa lo lasci in pace. Sono immagini strane, fratelli e sorelle. La preghiera è rappresentata attraverso una situazione umana mediocre, tristemente banale. Nessun entusiasmo nella situazione descritta. Nessun amore, nessuno slancio verso l’alto, nessun fascino per la bellezza di Dio, ma lamenti insistenti da un lato, e la voglia di essere lasciato tranquillo dall’altro. La ragione di queste immagini strane è che Gesù non ci parla della fede specificamente cristiana ma di una fede che viene prima, se così si può dire. Si tratta della fede del bisognoso, della fede di colui che si consegna a Dio perché non ha altro soccorso.

Ora, Gesù pone una domanda terribile: questa fede che è soltanto il preambolo della fede cristiana, esisterà ancora sulla terra quando egli tornerà, alla fine dei tempi? Questa è una domanda terribile perché la posta in gioco è l’esistenza della fede cristiana. Ciò che è messo in questione è il presupposto e, quindi, il fondamento stesso dell’atteggiamento cristiano davanti a Dio. L’insegnamento che dobbiamo trarre da questa parabola è allora chiarissimo. Dobbiamo evitare di diventare delle persone soddisfatte, delle persone consolate. Gesù ci avverte: l’uomo corre il rischio di perdere l’atteggiamento precristiano ed elementare, quello del bisognoso che grida verso Dio. E se l’uomo diviene una persona soddisfatta, consolata, se perde la facoltà elementare di gridare giustizia verso Dio, allora perde anche la possibilità di situarsi cristianamente davanti a Dio. Fratelli e sorelle, non dobbiamo essere persone consolate e soddisfatte. C’è qualcosa che è inconsolabile nella nostra situazione umana. C’è un’ingiustizia fondamentale che ci viene fatta e che Paolo chiama il mistero d’iniquità. Abita in noi una nostalgia che non dobbiamo soffocare.

Parlando così, non voglio disprezzare nessuna delle nostre felicità. Le nostre felicità possono essere grandi, fratelli e sorelle, possono essere nobili. Possono a volte condurci vicinissimo al paradiso. Eppure, c’è qualcosa nella nostra situazione che è inconsolabile. Guardate come mettiamo al riparo e nascondiamo le nostre felicità. Guardate come le nostre felicità si proteggono dietro muri e confini, che spesso provocano proprio la nostra sfortuna. Tuttavia, è vero che alcune felicità sono così forti da abbracciare il mondo con la sua sofferenza in una luce molto pura, in una verità più alta. Ma queste felicità non sono lontane dall’esperienza mistica. Queste felicità non sono dei soddisfatti o dei consolati. Non dobbiamo essere consolati a motivo stesso della dignità delle nostre felicità. Queste dovrebbero poter durare e sono precarie. Dovrebbero essere intere ma comportano quasi sempre una rinuncia, una rassegnazione. Non siamo dei consolati ma gridiamo verso Dio. Non siamo gente forte che non ha bisogno di niente. Non pensiamo che avere la fede significhi non vedere più l’ingiustizia della nostra condizione umana, o non fare più l’esperienza del silenzio incomprensibile di Dio. Non cerchiamo di fare i forti, di fare coloro che hanno capito tutto, che hanno le chiavi della vita e di Dio, che sanno sempre come si deve fare. Il nostro atteggiamento cristiano dinanzi a Dio è un certo compimento dell’atteggiamento religioso. Ma questo non significa che dovremmo negare che essere credenti non sopprime tutte le difficoltà. C’è soltanto quello che non aspetta più niente da nessuno che non ha difficoltà. Ma questo uomo, fratelli e sorelle, è un uomo morto. La vedova della parabola non è una grande mistica e neanche un esempio dell’atteggiamento religioso cristiano. Ma è una lezione d’umanità, un umile lezione d’umanità che ci ricorda che l’atteggiamento religioso cristiano non dovrebbe essere una negazione della realtà.

L’eucaristia che celebriamo è tutto lo spessore, tutta la densità dell’esistenza di Cristo. Abbraccia il mondo che Cristo ha salvato e di cui è diventato la meta, la fine, la vittoria. L’eucaristia abbraccia tutte le grida, non le nega. Essa sia per noi un cibo e una lezione per la nostra fede. Possiamo credere non con le illusioni soddisfatte di riuscita spirituale, ma con la nostra umile umanità raggiunta da Cristo.

 

Domenica 3 ottobre 2010 - XXVII Domenica T.O. - fr. David FMJ

Lc 17, 5-10

I due insegnamenti del Maestro trasmessi dal vangelo di oggi sono quel tipo di passi delle Scritture che stimolano i discorsi pii. Ma occorre diffidare dei discorsi troppi pii. Si crede di fare bene nell’amplificare le parole di Gesù. Tutto andrebbe meglio se ci fosse più fede, si dice a volte. Ma Cristo è andato risolutamente alla croce, e ci ha invitati a fare lo stesso. Con la fede si può tutto, diciamo a volte. Ma Gesù ha anche detto che colui che vuole costruire una torre deve prima calcolare per sapere se ha i mezzi per portarla a termine. L’umiltà consiste nell’essere sottomessi dinanzi a Dio come un servo davanti a un maestro implacabile, pensiamo a volte. Ma Gesù, durante l’ultima cena, ci ha detto: «Non vi chiamo più servi, ma vi ho chiamato amici». Fratelli e sorelle, proviamo quindi a evitare le semplificazioni pie ed esaminiamo di nuovo il brano evangelico che è stato proclamato oggi.

Il primo insegnamento del Maestro s’iscrive in un dialogo. Gli apostoli chiedono « accresci in noi la fede», e Gesù dà una risposta che sottolinea la potenza smisurata della fede, anche se piccola come un granello di senape. Diverse versioni di questo dialogo esistono in Matteo, Marco e Luca. Il contesto è diverso da un Vangelo all’altro, ma c’è qualcosa che sorprende: è il fatto che questo dialogo si svolge sempre nell’intimità tra Gesù e i suoi apostoli. Questo insegnamento di Gesù sulla fede è quindi un insegnamento riservato, qualcosa di prezioso che dà alla cerchia dei più vicini. Dovremmo anche noi riceverlo così: come qualcosa di prezioso che ci è dato personalmente dal Maestro.

Il contesto nel quale Luca inserisce questo dialogo ci dà forse un’indicazione per interpretarlo. Appena prima del brano scelto per la liturgia, c’è un insegnamento molto esigente del Maestro sul perdono. Si tratta di perdonare instancabilmente, senza sosta. Ed ecco che gli apostoli chiedono «accresci in noi la fede». Questo dialogo a proposito della fede segue l’insegnamento sul perdono illimitato! C’è evidentemente un legame tra perdono vero e sincero da una parte, e fede dall’altra parte. Il perdono vero e sincero, dato gratuitamente, forse anche in pura perdita, forse anche senza che sia riconosciuto, il perdono che non riposa su nessuna ricompensa, su nessun vantaggio, riposa sulla fede, perché nient’altro lo giustifica se non una relazione profonda con una verità, una presenza, un amore, una forza che non sono di questo mondo. La fede non ci viene data per fare miracoli spettacolari, ma per vivere una trasformazione profonda che ci rende testimoni di una bellezza che non viene da noi e che trasforma il mondo con il perdono.

Mi sembra che qualcos’altro potrebbe ancora essere notato. Gesù ha preso un esempio strano, quello dell’albero che si butta nel mare. Altrove, prende l’esempio della montagna che si sposta. Sono esempi strani che mettono la fede in relazione con il cosmo. Mi chiedo, fratelli e sorelle, se non ci sarebbe un motivo per questo. Definiamo spesso la fede come una visione della vita, una filosofia, un modo di vedere le cose. Ma il vangelo è molto più audace. La fede che il vangelo ci chiede di avere ha qualcosa da dire al mondo. La nostra fede non è soltanto una visione della vita o una filosofia, ma è attesa, anzi anticipazione della trasformazione del cosmo intero. Con la fede, siamo invitati a entrare sin d’ora, e sempre di più, nella vita stessa di Dio. Si tratta di qualcosa che riguarda tutta la creazione, e non soltanto le idee. La fede, fratelli e sorelle, è la fede in Gesù Cristo risorto, in Gesù Cristo che è la vita eterna, in Gesù Cristo che è concretamente – è questo verrà manifestato un giorno – la pienezza del mondo.

Guardiamo adesso il secondo insegnamento. Il servo non aspetta ringraziamenti da parte di suo padrone. Così anche noi, quando avremo compiuto ciò che Dio ci comanda, diciamo che siamo soltanto servi inutili. Eppure, Gesù non ci ha trattato come servi inutili. Anzi, è tutto il contrario: ha fatto di noi gli operai del suo Regno. Ci ha anche fatto partecipare alla sua vita e formiamo il suo corpo. Il Maestro ha voluto che gli facciamo l’omaggio della nostra fede, cioè di una risposta libera con la quale egli fa di noi i suoi intimi e i suoi collaboratori. Allora, perché Gesù ci parla così oggi? Perché questa durezza? Forse perché evitiamo di pensare che tutti i privilegi che egli ci ha accordati sono dovuti, che ci spettano giustamente. Fratelli e sorelle, trattandoci non come servi, consegnandoci il suo Figlio, dandoci il suo Spirito Santo, facendoci i depositari del vangelo e i missionari del Regno, Dio è andato aldilà di ciò che è giusto. Siamo sotto il regime della grazia, e occorre che non lo dimentichiamo. Occorre che non lo dimentichiamo non soltanto per rimanere umili, ma anche per amore per Dio. Infatti, meditando la nostra condizione di graziati, di uomini e donne destinatari di un amore che va molto aldilà di ciò che è giusto, cominciamo a capire quanto è bello l’amore di Dio. Non è soltanto l’umiltà che importa qui. Ciò che importa è di essere sempre di più innamorati del mistero infinito che è Dio.

 

 Domenica 26 settembre 2010 - XXVI Domenica T.O. - fr. Massimo-Maria
 

 

Ogni domenica il Signore Gesù ci convoca attorno all'altare per renderci partecipi della sua Pasqua, per consegnarci il dono della pace della sua Resurrezione. “Vi lascio la pace vi do la mia pace.”

 

Ascoltando la sua Parola in questa domenica possiamo avere l'impressione che più che la pace della Resurrezione che il Signore dona e che dovrebbe essere caratteristica del discepolo che lo ha incontrato, un certo timore, se non addirittura paura, invade i il nostro cuore.

 

In realtà questa ci è offerta per custodire la vera pace della Resurrezione, per camminare sicuri verso la pace del Regno, per avanzare spediti verso la pace di Dio senza sbagliare strada.

 

Il testo di Luca certo ci offre vari spunti di riflessione, ci presenta l'esigenza alta del cammino del discepolo di Gesù – la pace della Resurrezione non è infatti torpore della coscienza o mancanza di slancio e di fatica del camminare.

 

La Parabola ci ricorda come ogni nostra scelta nel tempo ha un peso di eternità, ci ridice con chiarezza come i valori ai quali spesso il mondo si riferisce, e noi con lui, sono esattamente ribaltati nella logica del Regno. La Parabola di Gesù a ben leggerla ci mostra come la vera differenza tra il ricco senza nome e il povero Lazzaro non sta nella ricchezza o nella povertà, ma nell'atteggiamento del cuore davanti alla ricchezza o alla povertà.

 

Certo Gesù ancora una volta si mostra davvero esigente, ma per custodirci oggi nella pace della Sua Resurrezione e per indicarci chiaramente il cammino verso la pienezza della vita, della libertà e della pace.

 

Vogliamo allora lasciarci insegnare dal Signore Gesù attraverso i personaggi di questa Parabola.

 

Il ricco, che banchetta lautamente e veste sontuosamente. Carissimi amici la vera disgrazia di questo uomo, non è la ricchezza, ma il fatto che essa gli ha invaso il cuore e gli ha annebbiato la vista.

Gli ha appesantito il cuore in un egoismo senza limiti. Si avverte benissimo nel testo come al centro di tutto c'è lui, solo lui e sempre lui. Persino dopo la morte vorrebbe ancora usare Lazzaro di cui non si era mai accorto in vita, per i suoi fini che ci parrebbero nobili – avvisare i fratelli che si convertano.

Tutto ruota attorno a se stesso nel cuore egoista appesantito dalle ricchezze. Ma anche lo sguardo è tristemente annebbiato nel cuore del ricco. Ogni giorno stava alla sua porta Lazzaro, ma non lo vede, non se ne accorge, e se per caso gli inciampa sopra non si sente interpellato. Quando vede Lazzaro nel seno di Abramo, vorrebbe servirsene, forse finalmente si accorge di lui ma è troppo tardi.

 

Fratelli e sorelle la ricchezza non è un male, ma il cuore da essa appesantito è in pericolo. Tutti in un modo o nell'altro siamo ricchi, di beni materiali, di affetti, di conoscenze, di doni naturali e persino di doni spirituali. Solo se servono per servire, solo se si usano per condividerli custodiscono oggi la pace della Resurrezione nei nostri cuori e ci permettono di camminare verso la pienezza della pace del Regno. Quando così con è divengono causa di turbamento, di apprensione, di gelosie, rivalità, egoismi che non solo non ci donano di camminare verso la vita, ma già ora ci tolgono la pace.

 

Se la Parabola di Gesù ci ammaestra attraverso il ricco, non di meno lo fa attraverso il povero.

Anche qua, notiamolo bene, non è esaltata la miseria, né lodata la povertà in sé stessa, ma ciò a cui dobbiamo volgere lo sguardo è il povero Lazzaro. La sua, è vero, è una povertà che sconfina nella miseria – non ha da mangiare e i cani leccano le sue piaghe – tuttavia il povero tace, non recrimina, non attira l'attenzione in nessun modo, in tutto il testo non parla mai, neppure colpevolizza il ricco o tanto meno lascia trasparire un animo vendicativo.

E' fuori dubbio che il Vangelo non sta invitando a non denunciare le ingiustizie e a subire l'oppressione, ma sta insegnando qualcosa di più profondo. Il povero nella pace si affida a Dio nella serena certezza che per il gemito dei poveri e l'oppressione dei miseri io sorgerò dice il Signore. Dio è il rifugio sicuro del povero e il sostegno più certo dell'oppresso.

 

Fratelli e sorelle tutti siamo ricchi e tutti siamo poveri. Poveri forse materialmente, di affetti, ma poveri delle nostre debolezze, delle nostre fragilità. La fiducia serena in Dio custodisce nella pace della Resurrezione. Quante volte noi anziché vivere le nostre povertà come occasione per crescere nella fiducia in colui che sorge per salvarci e che c'è davvero per sostenerci, recriminiamo, colpevolizziamo, perdiamo la pace Non solo la ricchezza può rendere il cuore egoista, ma anche la povertà, quando non è occasione di un affidamento più grande e sereno al Signore.

 

Ecco alcune luci per non sbagliare strada nel cammino verso il Regno.

 

A chiusura della Parabola è ribadita l'importanza dell'ascolto di Mosè e dei profeti, cioè della Parola, e tutta la Parabola ci suggerisce con chiarezza che ora è il tempo dell'ascolto, dell'obbedienza alla Parola e della conversione.

Fratelli e sorelle come abbiamo pregato all'inizio della liturgia chiediamo al Signore che ci conceda di aderire in tempo alla sua Parola per vivere oggi nella pace della Resurrezione e per camminare con passo sicuro verso la pienezza della vita.

 

Domenica 19 settembre 2010 - XXV Domenica T.O. - fr. David FMJ

Lc 16, 1-13

Oggi, la liturgia propone alla nostra meditazione un brano evangelico complesso per il motivo che è evidentemente contraddittorio. Non dobbiamo perdere di vista il fatto che Gesù era un predicatore itinerante e non un professore di teologia. Non ci si deve aspettare, quindi, che le parabole siano perfettamente coerenti le une con le altre. Esse hanno come scopo di farci entrare nell’esperienza di rivelazione che ci propone il Cristo, o meglio, che Cristo stesso è in persona. Le parabole sono infinitamente più ricche e preziose che un trattato o un corso. Possiamo dunque dirlo senza timore: abbiamo appena ascoltato un testo contraddittorio dove, da una parte, viene lodato un uomo furbo i cui metodi sono dubbi, e dove dall’altra parte si parla di un'onesta scrupolosa, anche nei piccoli dettagli. Mi sembra che, dinanzi a un tale testo, dobbiamo lasciarci impressionare nel senso stretto, cioè lasciarci prendere dall’esperienza che ci viene proposta – si potrebbe parlare addirittura di un gioco. Poi entriamo a nostra volta nel gioco, discutiamo col testo a partire da ciò che, già, sappiamo di Cristo e del suo insegnamento. La prima cosa da notare è senza dubbio l’elogio che il padrone fa di quell’amministratore disonesto. Quest’elogio ha un oggetto preciso: è la scaltrezza dell’amministratore che viene lodata. Credo, fratelli e sorelle, che la priorità non è chiederci come mai Gesù abbia potuto darci in esempio un tale amministratore disonesto, ma piuttosto entrare nella favola, nella farsa, ridere anche noi, come gli uditori di Gesù, a causa del bello scherzo fatto al padrone, immaginare i volti, le boccacce, le intonazioni dei personaggi, e sopratutto di cogliere quest’elogio dell’intelligenza. Fratelli e sorelle, il vangelo non ci chiede né di mancare di umorismo, né di essere stolti. Allora, proviamo ad essere cristiani intelligenti. Se alcuni tra noi sanno gestire con intelligenza i loro affari, beati loro. Tuttavia, l’affare più importante che noi, cristiani, dobbiamo condurre con intelligenza è il vangelo. Qualcuno sta forse per pensare che il vangelo parla di amore, e che non c’entrano gli affari. Eppure, sarebbe avere poca esperienza non sapere che, per amare, occorre molto intelligenza, umorismo e abilità. Ci vuole abilità per amare la propria moglie, il proprio marito, per amare i propri bambini ed educarli. Ci vuole abilità per vivere in comunità. Perché? Perché non si può essere sempre seri, questo è ovvio. Ma sopratutto perché non è possibile far crescere una relazione senza abilità, anzi, senza scaltrezza, le quali consentono di dire cose difficili da dire, di dissipare ambiguità o incomprensioni, di rassicurare le ansietà ecc. Durante la guerra, un giovane soldato tenne duro grazie alle lettere che ricevette da sua madre ogni settimana. Finita la guerra, quest’uomo scoprì che sua madre era morta da molto tempo. Sapendosi condannata dalla malattia, scrisse in anticipo una provvista di lettere settimanali per un anno e mezzo, e chiese a un’amica di mandarle regolarmente al figlio che non avrebbe mai più rivisto. L’amore ha delle invenzioni, e anche degli imbrogli che sono davvero meravigliosi. Per ignorarlo, ci vuole una concezione molto rigida della vita, o non avere mai letto la Bibbia.

La seconda parte del nostro testo sembra fare l’elogio opposto al precedente. Si tratta adesso di onestà, con una tale esattezza però, che si potrebbe avere l’impressione che Gesù faccia l’elogio degli scrupoli. Fratelli e sorelle, non dobbiamo perdere di vista che l’esattezza non è il vangelo. Il vangelo è il «quanto più»! La morale evangelica non è una morale dello scrupolo ma del dono di sé stessi. Sono i farisei che, senza sosta, oppongono a Gesù l’esattezza delle regole, delle prescrizioni e delle usanze. L’insegnamento di Gesù fa scoppiare gli spiriti stretti dei farisei, e anche i nostri, con questo «quanto più», questo sovrappiù evangelico, questo dinamismo vivificante e divino che fa scoppiare anche la morte. Gesù non fa l’elogio dell’onestà scrupolosa che è arida e senza amore, ma ci mette in guardia sul punto della lealtà. Non basta essere cristiani intelligenti, furbi, scaltri. Bisogna anche sapere dove è il nostro cuore. Non si può servire due padroni, fratelli e sorelle. Tutto è nostro, il mondo è nostro, come dice san Paolo, ma noi siamo di Cristo. Dobbiamo usare del mondo con saggezza, cioè con profonda lealtà nel nostro amore per Cristo e in nome di Cristo. Per la causa del Vangelo, comportiamoci con scaltrezza come i figli di questo mondo, ma non imitiamo le loro alienazioni, non cadiamo nei calcoli e nelle menzogne del mondo. Saper rimanere chi siamo, anche in questo consiste l’intelligenza.

Fratelli e sorelle, ci sarebbero ancora molte cose da dire, molte esperienze da fare, a partire delle parabole di Gesù. Ma tratteniamo questo per finire. Qualcosa di molto prezioso ci è stato affidato, un bene inestimabile, che si tratta di far fruttificare con intelligenza e cuore: è il vangelo, è la fede che abita in noi, è la Chiesa di cui siamo i figli e le pietre vive. Queste cose non hanno paura di niente, di nessuna realtà del nostro mondo. Anzi, hanno il potere di trasformarle e di fare di noi figli e figlie di Dio.

Domenica 5 settembre 2010 - XXIII Domenica T.O. - fr. David FMJ

Lc. 14, 25-33

Vorrei fare tre osservazioni sul vangelo di oggi. La prima osservazione riguarda il salto che Gesù ci obbliga a fare. Capiamo bene ciò che Gesù ci dice a proposito dell’uomo che vuole costruire una torre, o a proposito della strategia di questo re in guerra contro un altro re più potente. Anzi! È molto chiaro: si tratta di calcolare, di prevedere, di anticipare. Sono parole e atteggiamenti di ogni giorno; parole e atteggiamenti dell’attività umana banale. Calcolare, prevedere, anticipare, sono cose che sappiamo fare, e fare benissimo. Le parole di Gesù sono quindi chiarissime e ovvie. Tuttavia, lo sono fino a un certo punto, fino a un salto che si deve fare. Infatti, se non facciamo questo salto, non si capisce più nulla, siamo addirittura persi. Infatti, fare un calcolo, tracciare le linee di un piano, stabilire un bilancio di previsione, contare le truppe o la tesoreria, tutto questo è chiaro e abbastanza facile. Che la conseguenza però di questo discorso sia che si debba rinunciare a tutti i nostri averi, non è più chiaro per niente, e non capiamo più, a meno che facciamo un salto. E questo salto ci fa capire che, per ciò che riguarda le cose di Dio che Gesù Cristo è venuto a insegnarci, prendere le sue precauzioni, fare i propri conti, prevedere il proprio colpo, consiste appunto, e al contrario della logica terrena, nel rinunciare ai propri averi e alla propria vita. Una conclusione tale è davvero una sorpresa. Anzi, occorre dire che è incomprensibile senza una grazia speciale che ci rende partecipi, alla nostra misura, della croce di Gesù. Infatti, il salto più grande che Gesù ci chiede di fare con lui è quello della sua croce. Là si trova il paradosso più grande, il salto più grande. Gesù messia, Gesù re d’Israele, fin qui, possiamo più o meno seguire. Ma Gesù crocifisso è, come lo dice san Paolo, uno scandalo per Israele una follia per i pagani, cioè, qualcosa d’incomprensibile senza una grazia speciale. In che cosa consiste questa grazia? Si tratta di capire, o piuttosto di essere toccati dalla modalità così particolare secondo la quale la vita si celebra in Gesù Cristo, secondo la quale la vita di Gesù Cristo è vittoriosa. Questa modalità è la croce, l’amore come dono di se stesso, nell’abbandono, nella fede e nella speranza.

La seconda osservazione riguarda il fatto che il vangelo di oggi sembra mescolare la questione delle relazioni e degli affetti con la questione dei beni temporanei. Spontaneamente pensiamo che c’è qui un amalgama, o due considerazioni che dovrebbero essere distinte anziché essere mescolate. In realtà, c’è qui un avvertimento importante. Il vangelo ci mette in guardia circa uno sforzo da fare e che continuamente richiama la nostra vigilanza. Questo sforzo è di rinunciare a vedere le nostre relazioni e i nostri affetti come se fossero dei beni. È una rinuncia fondamentale per amare perché apre alla gratuità che è l’aiuto indispensabile per il vero amore. Una gratuità che prende a volte una dimensione crocifiggente. Si tratta di capire che l’oggetto del nostro amore non è un oggetto ma una persona, che l’amore è ciò che abbiamo di più prezioso, ma che non è una possessione, un avere. Si tratta d'imparare ad amare accentando di non poter assicurarsi di nulla, accentando al contrario di diventare dipendenti della risposta che sarà o non sarà data.

L’ultima osservazione riguarda il tema della preferenza. Gesù non ci chiede soltanto la rinuncia che apre alla gratuità, ma ci chiede inoltre di preferirlo a tutto e a tutti. Qui, sono possibili due interpretazioni. Ce n’è una che mette in concorrenza da un lato l’amore per Cristo, e dall’altro lato gli affetti allacciati legittimamente, gli affetti umani più profondi (padre, madre, moglie, bambini, fratelli, sorelle, e perfino la propria vita). E c’è un’altra interpretazione che vede la preferenza per Cristo non come un attaccamento concorrente agli altri, ma come l’attaccamento fondamentale. Scelgo la seconda interpretazione. Secondo essa, preferire Cristo al di sopra di tutto è preferire l’amore sopra tutto. Quelli che amo, li amo in Cristo. La chiamata a preferire Cristo non è in contraddizione con gli affetti legittimamente stabiliti. Al contrario, è a loro servizio. Sarebbe forse attenuare il vangelo interpretarlo così? No. Se oppongo l’amore per Cristo all’amore per gli altri, se li metto in concorrenza, si può forse avere l’impressione di una radicalità coraggiosa, che tuttavia ci mette in difficoltà per spiegare come l’amore evangelico sarebbe ancora amore. Ma se invece scelgo l’interpretazione che non mette l’amore per Cristo e l’amore per gli altri in concorrenza, ma vede nella preferenza per Cristo la preferenza per l’amore stesso, corro allora il rischio di conoscere situazioni laceranti. Ho in mente queste situazioni dove scegliere Cristo, cioè scegliere l’amore, paradossalmente allontana da noi coloro che amiamo. È una contraddizione estremamente dolorosa essere separato da quelli che amiamo per l’amore stesso, a causa dell’amore. Non sono considerazioni astratte. In una coppia, in un’amicizia, in una relazione fraterna, ci sono questi divari che fanno sì che la qualità profonda, autenticamente cristiana secondo la quale l’uno ama l’altro, non è riconosciuta, forse non è neanche intravista, anzi, provoca un rigetto irritato. Queste situazioni non sono così rare, e ci avvicinano molto di più alla croce che se ci fossimo accontentati di pensare che la nostra fede cristiana dovrebbe in definitiva renderci indifferenti alla qualità delle relazioni umane che sviluppiamo.

Fratelli e sorelle, tratteniamo, da questa ultima osservazione, che la radicalità evangelica non significa sempre né necessariamente intransigenza ed esclusivismo. Tratteniamo dal vangelo di oggi che non c’è una vita cristiana seria finché non rinunciamo a possedere le nostre sicurezze e finché non abbiamo il coraggio di un amore che continua di offrirsi anche quando è rigettato.

 

 Domenica 18 luglio 2010 - XVI Domenica del Tempo Ordinario - fr.David

Lc 10, 38-42

Gesù è a Betània, in una casa amica. Siamo immersi nell’ambiente intimo di Gesù. Marta, Maria e Lazaro sono i suoi amici. Per colui che non ha neanche una pietra dove riposare il capo, la loro casa è un luogo di riposo, così come anche la casa di Pietro a Cafàrnao. Betània però è più tranquilla. Gesù può soggiornarvi senza che gli vengano portate folle di malati e di indemoniati da guarire. A Betània, Gesù si riposa. Probabilmente, è ad una piccola Betània che i nostri cuori dovrebbero somigliare. Vorremmo offrire i nostri cuori a Cristo, come luoghi dove possa sentirsi a casa e riposarsi. Eppure, spesso, dobbiamo avere l’umiltà di riconoscere che il nostro bel progetto è piuttosto difficile da realizzare. In realtà, abbiamo tante cose da chiedere a Gesù; dobbiamo importunarlo con le nostre necessità e i nostri affanni. Forse è bene così. Gesù sa bene che si è legato per l’eternità con la povera gente che noi siamo. Forse possiamo comunque tenere presente alla nostra coscienza spirituale questo augurio di essere una Betània per il Signore. Allora, quando la sua grazia ci invaderà, facendo tacere tutte le preoccupazioni, avremo il riflesso di accogliere Cristo e di godere tranquillamente della sua presenza, gratuitamente, a causa del nostro amore per lui, e non soltanto perché abbiamo bisogno di lui.

Betània, abbiamo detto, è il luogo privilegiato dove Gesù viene a riposarsi. Eppure, questo luogo non è privo di tensioni. È ovvio che siamo oggi i testimoni di un episodio di tensione tra Marta e Maria. Constatiamo quindi che, anche nell’intimità di Gesù, anche quando Gesù è presente, accolto, amato, anche quando non ci sono le difficoltà legate all’opposizione dello spirito del mondo alla novità del Vangelo, ci sono comunque tensioni. Tensioni che ci sono familiari, che ci sembrano del tutto normali. Sono le incomprensioni, le differenze di punto di vista secondo le quali ciascuno valuta in modo diverso l’urgenza presente, le differenze di sensibilità che, malgrado una lunga condivisione di vita comune, ci impediscono di vedere nello stesso modo ciò che occorre fare e come farlo. Queste tensioni, così abituali per noi, le incontriamo oggi nella casa di Marta, anche se Gesù vi è presente con fiducia totale e con amicizia. Fratelli e sorelle, non dobbiamo quindi stupirci di incontrare tensioni nella Chiesa, nei nostri focolari cristiani, nelle nostre comunità. Gesù è venuto a condividere la nostra vita in ciò che ha di perfettamente normale, e vi è presente anche quando constatiamo che non perveniamo ad una perfetta armonia nelle le nostre relazioni, armonia che sarà realizzata soltanto nel cielo. Dobbiamo accettare che, nella nostra vita cristiana, ci siano ancora queste pesantezze troppo conosciute di ogni vita umana.

Meditiamo adesso le parole di Gesù su Maria e su Marta. Maria viene lodata da Gesù, non perché è momentaneamente inattiva, non perché è pigra, non perché è indelicata essendo incosciente del carico che pesa su sua sorella. Maria è lodata perché Gesù ha percepito il motivo profondo della sua inattività, motivo molto lontano da ciò che lo sguardo umano, in particolare lo sguardo di Marta, può capire. Reciprocamente, Marta non è rimproverata da Gesù a causa del lamento che ha manifestato. Gesù non la rimprovera di aver parlato come ha parlato, neanche di essersi lamentata a proposito di sua sorella, e anche a proposito di lui. Il rimprovero di Gesù a Marta riguarda, ancora una volta, la dinamica profonda che abita in lei. Gesù è certamente sensibile alla buona volontà di Marta, poiché torna volentieri da lei. Ma ha percepito anche una debolezza spirituale che è abbastanza frequente: Marta dimentica di godere della presenza del Maestro. Non è raro, fratelli e sorelle, che ci lasciamo assorbire dalle cose da fare, e anche dalle cose da fare per Dio e la sua Chiesa, ma che dimentichiamo di godere di Dio. Fratelli e sorelle, stiamo celebrando l’eucaristia. Prendiamo cura di godere dei doni di Dio. Sappiamo gustare le sue grazie e approfittarne. Possiamo accogliere il corpo e il sangue di Cristo con gratitudine. La vera gratitudine implica il piacere, implica che non facciamo il muso davanti alle grazie del Signore, ma che le accettiamo e ne approfittiamo pienamente. Se, dunque, ci accade di ricevere una grazia di consolazione, o un’illuminazione su ciò che dobbiamo fare, o una grazia semplicemente di riposo in Dio, non disprezziamo ciò che ci viene offerto e coltiviamo la felicità di conoscere il Signore. Ci sono delle persone a cui una timidezza eccessiva impedisce di usufruire mai di qualsiasi cosa. Non dobbiamo essere così col Signore.

Un’ultima osservazione per finire. L’atteggiamento di Gesù con l’amatissima Marta ci indica che dobbiamo accettare che Gesù ci faccia dei rimproveri. Questa accettazione si iscrive in una conversione molto profonda che è anche una guarigione. È necessario che capiamo prima di tutto che essere amato non è essere trovato irreprensibile, che essere amabile non è essere irreprensibile, e che per amare, non abbiamo bisogno che l’altro sia irreprensibile. Questa base è essenziale perché la nostra relazione con Cristo sia sufficientemente libera e vera. La qualità della nostra relazione con Cristo dipende della qualità delle nostre relazioni affettive, e vice versa. Affidiamo dunque al Signore i nostri cuori orgogliosi, e lui ci insegni la mitezza e la gioia di saper amare con umiltà, che non significa amare miseramente, anzi tutto il contrario.

 

 Domenica 11 luglio 2010 - XV Domenica del Tempo Ordinario - fr.Massimo-Maria

 

     La liturgia della Parola di questa domenica si apre con l’ultima parte del terzo discorso che Mosè rivolge al popolo di Israele nel libro del Deuteronomio.

     Diversi imperativi si susseguono: “ Obbedirai…osserverai…ti convertirai al Signore, tuo Dio, con tutto il cuore e con tutta l’anima”. Questi imperativi sembrano mostrare con sorprendente lucidità tutta l’esigenza della legge di Dio. Ma subito, nello stesso discorso, la Parola di Dio, attraverso Mosè, rincuora e fuga ogni scoraggiamento o abbattimento, che potrebbe nascere dal raffronto tra l’esigenza grande della legge divina e la fragilità evidente del cuore dell’uomo: “Questo comando che oggi ti ordino non è troppo alto per te, né troppo lontano da te…questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica.”

     Accompagnati da questa Parola del Primo Testamento vogliamo ora accostarci alla pagina evangelica.

     Il brano del Vangelo di Luca, nel dialogo tra Gesù e il dottore della legge, con la conosciutissima parabola del buon samaritano, mette ora in evidenza quanto nel Nuovo Testamento l’esigenza della legge divina non solo non si è indebolita, ma anzi approfondita incredibilmente per il discepolo del Regno.

     Tutto inizia da una domanda che il dottore della legge, in modo del tutto lecito e comprensibile, rivolge a Gesù sul come guadagnarsi la vita eterna.

     Gesù, ha chiaro di avere davanti a sé qualcuno che conosce bene la legge e, in un certo senso, forse per questo, gli permette di fare sfoggio di cultura donandogli di pronunziare lui stesso la risposta alla domanda che aveva appena posto, facendogli citare a perfezione la legge. “ Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutte le tue forze…e il prossimo tuo come te stesso.”

     A tale citazione della legge Gesù replica complimentandosi e rassicurando: “ Hai risposto bene, fa questo e vivrai”.

     Il dialogo poteva chiudersi così con una reale Parola di vita di Gesù ed una bella figura del sapiente dottore della legge.

     Di fatto il dialogo continua.

     Il dottore della legge volendo giustificarsi pone una seconda domanda: “ Chi è il mio prossimo?”Questa volta la risposta è il Signore che la dona con la lunga Parabola del Buon Samaritano anche se in realtà più che una risposta, la parabola, è un itinerario attraverso cui il Signore Gesù vuole condurre il suo interlocutore fino a farlo entrare nella novità del Regno, cambiando il suo sguardo e convertendo il suo cuore.

     Di fatto la risposta del dottore della legge, nella sua esatta citazione della Scrittura non è incompleta, c’era già tutto, ma è la sua comprensione che è parziale, in un certo senso falsata.

     Guardiamo bene il testo! Subito dopo la domanda” Che cosa devo fare per ereditare la vita eterna? “ Gesù risponde: “ Che cosa è scritto nella legge? e poi aggiunge subito: Come leggi? C’è come una distanza tra quanto è scritto, tra il suo profondo significato cioè, e quanto il sapiente dottore comprende.

     E’ proprio quel “come” da tenere presente. E’ proprio quel “ come “ da correggere per comprendere tutta l’esigenza dell’amore. E’ quel “come” da cambiare per entrare nella novità del Regno.

     Il dottore della legge si era accostato a Gesù volendo avere una risposta esatta, oggettiva, fredda, distaccata, una norma chiara con dei confini ben delimitati, con precise distinzioni e ineccepibili separazioni. Voleva avere – per dirla con una certa ironia – come delle precise istruzioni per l’uso, della strada per il Paradiso.

     Ma Gesù non dà regole precise, propone l’orizzonte dell’amore che è molto più vasto di norme e molto più esigente di regole definite una volta per sempre.

     “Come leggi?” aveva chiesto Gesù. Il voler cercare solo qualcosa da osservare per avere la vita eterna e non la via della vita non permetteva al dottore della legge di cogliere tutta l’esigenza dell’amore.

     Quel “ come” era da convertire.

     Ne è prova ancora un secondo punto del dialogo tra Gesù e il dottore della legge che chiede “ Chi è il mio prossimo?”

     Gesù non risponde di fatto a questa domanda, ma piuttosto dice che nell’amore è necessario “farsi prossimo”, piuttosto che individuare scrupolosamente chi è il prossimo. Per ciò infatti,alla fine della parabola il dottore della legge si sente girare la domanda: “ Chi ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?.

     Fratelli e sorelle oggi la liturgia domenicale ci indica ancora, nell’Amore, con audacia e impressionante chiarezza, la via della vita. Forse ci dona di scoprire che anche noi spesso dobbiamo passare da un atteggiamento di chi cerca nella Parola del Signore delle rassicuranti norme da osservare per guadagnarsi il Paradiso all’atteggiamento di chi in essa accoglie la via dell’amore, di un amore che dona, che condivide, che si dona e che giunge sino ad immolarsi.

     Forse la Parabola del Buon Samaritano indica anche per noi il cammino da compiere per essere meno “preoccupati” e più “occupati”; meno preoccupati di salvarci cercando di conoscere bene chi è il nostro prossimo, e più occupati a condividere il dono della salvezza facendoci noi prossimo dei fratelli.

     Il Vangelo ancora ci ripropone l’esigenza altissima dell’Amore. Ma, come viverla? Il cuore potrebbe scoraggiarsi e il nostro animo abbattersi. Eppure, tornando alla prima lettura vediamo che questa Parola che ci è consegnata è nella nostra bocca, nel nostro cuore, è davanti ai nostri occhi, cioè ci è reso possibile viverla. Questa Parola infatti è il volto di Gesù che si è fatto nostro buon samaritano e che a chi lo accoglie, a chi vive un reale rapporto di amicizia con Lui, a chi ascolta con cuore docile e generoso la sua Parola, a chi da Lui si lascia amare, dona di fare come ha fatto Lui. Permette cioè, di amare come Lui ci ha amato e ci ama. Permette, nel senso che rende possibile, a chi vive nella Sua Amicizia, di percorrere la via della vita seguendo dietro di Lui la via dell’Amore.

Amen.

 

 Domenica 3 luglio 2010 - XIV Domenica T.O. - fr. David FMJ

Lc 10, 1-12.17-20


 

«La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai», dice Gesù. Questa visione del mondo come un vasto campo di grano viene espressa in modo più sviluppato nel vangelo secondo Giovanni. Qui, è soltanto evocata. Ma il contesto nel quale la inserisce san Luca le dà un rilievo sorprendente. Siamo subito dopo una svolta decisiva nel ministero di Cristo, svolta che ci è indicata alla fine del capitolo 9 di san Luca letto domenica scorsa: «mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme». Quindi, Gesù si mette in cammino verso la croce, e durante questo cammino volontario, libero, coraggioso, anziché fermare il suo sguardo sulla crudeltà del mondo che sta per rigettarlo e inchiodarlo sulla croce, vede un immenso campo di grano. Quanto è impressionante quello sguardo. Tuttavia attenti! Lo capiamo bene? Sicuramente non si tratta, da parte di Gesù, di una sorta d'auto-convincimento per farsi coraggio. Gesù non si sforza a guardare in modo positivo la conclusione drammatica che – lo sa – chiuderà il suo ministero pubblico. In altri termini, Gesù non cerca di convincersi che tutto va bene per difendersi da una realtà troppo dura. Gesù sa meglio dei suoi discepoli e meglio di chiunque lo spessore delle tenebre che sta per attraversare. Ma il suo sguardo vede già aldilà della prova. Gesù pone sul mondo lo sguardo di Dio stesso. Allora, il mondo appare come un immenso campo di grano.

Fratelli e sorelle, occorre dare qui un avvertimento: questa visione è propria di Cristo. Siamo, quanto a noi, invitati ad accoglierla nella fede. È nella fede che consideriamo anche noi il mondo come un immenso campo di grano. Dire che è nella fede che lo sguardo di Cristo diviene il nostro, è conservare una distanza tra la sua esperienza e la nostra. In altre parole, non sappiamo sempre per esperienza che il mondo è un campo di grano, ma lo crediamo. Ne decifriamo il significato, fratelli e sorelle. Il campo di grano è un’immagine di fecondità, di abbondanza, di prosperità. Dio solo sa come è possibile che questo mondo sia così fecondo. Ci è proposto oggi di dare fiducia a Dio, al potere che ha di rendere fecondo il mondo e le nostre esistenze. Ci è chiesto di credere, non di vedere effettivamente il mondo come il luogo dell’abbondanza, della prosperità e della fecondità secondo il disegno divino.

Più concretamente, che cosa significa tutto questo? Per rispondere a questa domanda, possiamo già dire questo: il vangelo non ci chiede di fare come se tutto fosse per il meglio nel migliore dei mondi. Possiamo allora porci questa domanda: siamo capaci di riconoscere che non tutto va sempre bene nella nostra vita? Sappiamo che non tutto va bene nel mondo. Sappiamo anche che non tutto va bene nella Chiesa. Ma abbiamo anche il coraggio di riconoscere tranquillamente che non tutto va bene nelle nostre vite? Posso dire, senza che questo provochi delusioni troppo forti, che non tutto va bene nelle nostre Fraternità Monastiche di Gerusalemme, e che non tutto va bene nelle vostre famiglie, che non tutto va bene nella mia vita e neanche in ciascuna delle vostre vite? Ognuno di noi deve certamente affrontare una moltitudine di preoccupazioni e di inquietudini. Non esiste nessun posto e nessun ambiente che non abbia il suoi punti problematici. Sembra che conosciamo a volte la tentazione di vedere la fede come una specie di mondo a parte, dove tutto va bene, dove non si respira altro che il rilassamento, il sollievo, l’assenza di domande e di preoccupazioni. Ma occorrerebbe in questo caso eliminare una quantità impressionante di versetti dal Nuovo Testamento. Bisognerebbe cancellare il Getsemani. Bisognerebbe riscrivere il racconto della Passione secondo Matteo e sopprimere questo grido atroce del Figlio stesso di Dio, uno dell’indivisibile Trinità, che urla al Padre «perché mi hai abbandonato». Nei sistemi totalitari, tutto ciò che non entra nel modello è ignorato, negato, eliminato. Abbiamo forse questa tendenza, a livello spirituale, di forzare tutto ad entrare nella nostra comprensione personale e limitata delle cose di Dio. Se abbiamo delle difficoltà ad accettare i fatti, le situazioni, le domande che impediscono che la nostra fede sia un sistema in grado di dare risposte a tutto, spiegare tutto, e prevedere tutto, questo è il segno che ci siamo fabbricati una religione che è in realtà una ricerca di evasione. Il cristianesimo non è questo. Il cristianesimo è vasto, ricco, vero. Il cristianesimo non è un sistema e non è un’evasione. È l’oceano infinito dell’amore di Dio, l’abisso misterioso della Trinità.

Ma a che serve che il vangelo voglia farci condividere lo sguardo del Signore sul mondo quando il nostro sguardo è ostacolato da tante preoccupazioni? A questa domanda, credo che si possa rispondere ricordando che, probabilmente, il Signore ci ha già fatto la grazia di condividere, più o meno durevolmente, il suo sguardo. Ci è già accaduto di vedere il mondo e la nostra vita come un campo di grano. Occorre che conserviamo nel nostro cuore il ricordo di questa esperienza. Che il mondo sia un campo di grano senza che lo sappiamo sempre e senza che possiamo sempre costatarlo, questo viene dal fatto che il Signore solo è il maestro della mietitura. Sa vedere il grano che noi non vediamo. C’è però una realtà più profonda di ciò che vediamo, ed è la fecondità che Dio può suscitare. Questo significa che non dobbiamo mai dichiarare una situazione irrimediabilmente infeconda. Non dobbiamo negare che ci sia il fallimento. Ma non dobbiamo mai affermare che ci siano fallimenti tali che Dio non possa farne qualcosa di fecondo nel suo strano regno.

Signore Gesù, ti rendiamo grazie per tutte le volte che ci hai concesso di condividere il tuo sguardo divino sul mondo e sulla nostra vita. E nei giorni in cui, invece, il mondo ci appare più come un vasto deserto che come un campo di grano, donaci di avere fede nella fecondità imprevedibile della tua grazia.

 

 giovedì 24 Giugno 2010 - Solennità San Giovanni Battista - fr. Massimo-Maria FMJ


 

Giovanni il Battista: davvero un gigante nel vasto orizzonte della Storia della Salvezza.

Gesù lo presenta affermando che tra i nati di donna non c'è nessuno più grande di Giovanni il Battista, e in seguito lo definisce come lampada che arde e risplende.

Nel Prologo del suo Vangelo Giovanni l'evangelista lo descrive come colui che doveva rendere testimonianza alla luce.

Nei Vangeli appare chiaramente che la sua nascita è stata prodigiosa, la sua vita un segno forte e la sua morte una indubitabile testimonianza resa alla Verità.

Ancora nei Vangeli è lo stesso Battista a parlare di sé stesso. Sapendo bene di potersi prestare ad un malinteso, quello cioè di essere scambiato per il Messia egli si presenta: come la voce rispetto alla Parola; l'amico dello sposo non lo sposo; il precursore inviato a preparare la strada ad un altro di cui lui non si ritiene degno neppure di slacciare i legacci dei sandali.

E infine la liturgia della solennità, con precisione, nel prefazio della preghiera eucaristica offre una descrizione essenziale ma completa di quest'uomo, nato da una coppia sterile, capace di attirare folle nel deserto, audace con i potenti fino a turbare il cuore del tenebroso Erode, modello oggi nella Chiesa di chi nella sequela del Cristo è chiamato ad essere indicazione leggibile del Regno non anteponendo nulla all'amore del Cristo.

Non è difficile capire come tanti sono gli aspetti e molteplici le luci che si sprigionano dal Precursore. Tuttavia un elemento chiaramente si mostra, quasi si impone in modo evidente e naturale: tutto in lui indica un Altro.

In quel dito teso ad indicare l'Agnello di Dio, con cui l'iconografia di sempre lo ha rappresentato riposa tutto il segreto ed il riassunto della sua vicenda umana e di credente.

La sua vita ascetica e la sua parola franca; il suo fare profetico e il suo andare nel deserto; la sua esultanza nel grembo materno e la sua morte causata da un re iniquo e prepotente; tutto in lui ha indicato il Messia e Salvatore.

Se da una parte incontrare oggi la sua figura attraverso la liturgia di questo giorno ci pone nel cuore quel sano desiderio di radicalità e di autenticità, di essenzialità e testimonianza, d'altra parte ci obbliga a riconsiderare profondamente la dimensione profetica della vita cristiana e consacrata.

E' curioso notare come oggi anche all'interno della comunità ecclesiale ci sono come due posizioni contrastanti. C'è chi si lamenta con rammarico che si manca di profezia, non ci sono profeti, mancano lo spirito profetico, scelte profetiche, persone profetiche. Ma da un'altra parte c'è quasi un pullulare di persone che si dicono profetiche, di realtà che si attribuiscono l'appellativo di profetiche, di esperienze di vita cristiana che si pongono nell'onda della profezia. Si notano movimenti, iniziative, itinerari e spiritualità che tengono a sottolineare la dimensione profetica.

La figura di Giovanni oggi non risponde alla domanda se manchiamo o no di profezia, ma chiarisce che cosa rende davvero “profeta”; qual'è il tratto essenziale perché si possa parlare di profezia nella comunità cristiana. Dobbiamo quindi ritornare a quel dito teso ad indicare l'Agnello.

Fratelli e sorelle il profeta è tale – e Giovanni è eccellente esempio – perché indica chiaramente il Signore.

Andare nel deserto, vestire pelli di cammello e cibarsi di locuste, era profezia nel Battista perché indicava la vicinanza del Salvatore. La parola franca e la vita ascetica, il battesimo di penitenza e l'esultanza dell'amico dello sposo in Giovanni era profezia perché indicava l'Agnello di Dio.

Se tutto ciò non avesse indicato il Signore, Giovanni sarebbe stato una persona originale, per alcuni strana, per altri severa o controcorrente, fuori dal tempo o di difficile comprensione per tanti, simpatica, interessante, e capace di attirare l'attenzione per molti. Ma non certo un profeta.

E' infatti nell'indicare l'Altro con la A maiuscola che riposa la profezia; è nel rimandare a Lui con chiarezza il proprio del profeta.

Nella storia della cristianità ci sono state persone dall'ascesi più severa e dalla parola più franca del Battista, che hanno attirato più gente e avuto più successo del Precursore. Tutto è passato e ora dimenticato; forse mancava proprio questo indicare solamente e radicalmente l'Agnello.

Il nostro Libro di vita, quasi riassumendo questo, con una parola audace e luminosa nella sua semplicità, afferma: “ La tua vita indichi senza paura e senza rumore il sentiero della Sorgente e Dio stesso accoglierà e disseterà le anime assetate. I santi non hanno bisogno di essere ascoltati: la loro stessa esistenza è un richiamo.”

Il Precursore interceda per la Chiesa, perché ognuno in essa, nella fedeltà alla propria chiamata, non si stanchi di indicare lo Sposo, l'Agnello di Dio che dona la vita al mondo. Amen

 

Domenica 20 giugno 2010 - XII Domenica T.O.  C  - fr. David FMJ

Lc 9, 18-24

Finché tutto va bene, ci accontentiamo di convinzioni molto semplici. Non voglio dire che dovremmo avere delle convinzioni complicate. Ciò che chiamo convinzioni molto semplici sono le convinzioni per le quali non abbiamo preso il tempo e consentito la fatica di una meditazione seria. Forse Pietro risponde a Gesù in questo modo. Gesù si complimenta per la sua buona risposta: «sei il Cristo di Dio». Eppure, Pietro non tarderà a dimostrare che non ha capito tutte le implicazioni della sua risposta. «No, questo non ti accadrà mai!»: così egli protesta nel vangelo secondo Matteo, quando Gesù annuncia per la prima volta la sua Passione. Giuda non sarà l’unico a tradire Gesù. Anche Pietro lo tradirà.

Anche a noi, come a Pietro, accade di vivere secondo delle convinzioni sulle quali forse non abbiamo abbastanza riflettuto. Quando però vengono i problemi, le stesse convinzioni, all’improvviso, spariscono, perché non resistono alla prova della realtà. Non perché erano radicalmente false! Ma perché non avevano messo radici, come dice la parabola, e in periodo di aridità, disseccano e muoiono. Non è colpa loro. È colpa nostra. Prendiamo per esempio le domande del Padre Nostro. «Dacci oggi il nostro pane quotidiano», preghiamo noi che abbiamo pane in abbondanza. E coloro che hanno fame? Forse che Dio non li ascolta? E la nostra fede nella risurrezione: quando la terra si racchiude su una bara, il «come» della risurrezione diviene una domanda imbarazzante alla quale anche un san Paolo non sa che cosa rispondere. E la nostra fede nella grazia: come mai pecchiamo ancora, mentre, come scrive san Paolo, siamo stati liberati dal peccato? E il comandamento di amare i nemici: è accettabile finché non abbiamo nemici. Che fare però quando scopriamo che abbiamo veri nemici? Ci sono situazioni dove l’amore per i nemici e la lotta per la giustizia – che è anche una beatitudine – sembrano difficilmente compatibili.

Non si tratta di trovare sempre una risposta definitiva per ciascuna domanda della nostra fede. Colui che vuole sempre avere una risposta a tutto corre un gravissimo pericolo spirituale: quello di prendere il posto di Dio. Ma l’atteggiamento opposto è ugualmente pericoloso: non si può rinunciare a porre tali domande sotto il pretesto che Dio stesso darà la risposta – dovremmo piuttosto dire che Dio è la risposta – perché questo sarebbe una dimissione, una diminuzione della nostra capacità ad agire con libertà, ad amare intelligentemente. Dio non si è rivelato a noi per sostituirsi alla nostra libertà, ma al contrario perché l’amiamo e lo serviamo con tutte le nostre forze, tutta la nostra intelligenza, tutta la nostra anima, e quindi, in un certo senso, con tutte le nostre domande. Per la Bibbia, la rivelazione di Dio non estingue le domande degli uomini e non fa tacere il grido del mondo. Proprio al contrario, essa li porta al loro culmine. La fede non è la gestione di uno stock di risposte già pronte.

Oggi, Gesù stesso ci mette in imbarazzo chiedendoci: «voi, chi dite che io sia?». Questa domanda merita che ci fermiamo e la meditiamo. Soltanto così entreremo dentro il testo, cioè questo cesserà di apparirci come un racconto molto semplice da credere senza riflettere, ma si aprirà come un dialogo che nasce tra il Signore e noi. Quindi chiediamoci: noi, chi diciamo che Gesù sia? Non rispondiamo con troppo fretta citando un concetto o un articolo del catechismo. Certo, Gesù è il Cristo. Certo, è il Figlio di Dio, della stessa sostanza del Padre. Ma queste risposte, pure esatte, non rispondono a tutte le dimensioni della domanda. Infatti, quando domando: «e io, chi dico che Gesù sia?», non pongo soltanto una domanda sull’ortodossia della fede, ma anche una domanda sulla mia relazione personale con il Cristo. Ora, l’ortodossia di una risposta non ci garantisce che abbiamo un atteggiamento giusto nei confronti del Signore. Tutto sommato, nei vangeli, i primi a confessare che Gesù è il Cristo Figlio di Dio sono i demoni, prima degli apostoli. Allora, noi, chi diciamo che sia Gesù? Cioè, che facciamo della nostra fede in lui? Nel corso storico, Gesù Cristo è stato rappresentato con gli attributi temporali dell’impero bizantino, e la speranza escatologica di una vita nuova nell’altro mondo è servito a giustificare vari egoismi politici. Al contrario, Gesù Cristo è stato utilizzato come simbolo della classe degli oppressi, e il suo santo nome è stato mescolato a delle guerriglie sanguinose. E noi, non abbiamo mai ridotto Gesù alla nostra causa? Non abbiamo mai fatto di lui, senza chiedergli il suo punto di vista, la giustificazione dei nostri comportamenti, l’appoggio per le nostre battaglie – a volte così personali che esprimono più le nostre mancanze che una vera generosità? O al contrario, non abbiamo mai fatto di Gesù la ragione della nostra tranquillità egoista? C’è un modo santo di fare appello alle esigenze del vangelo, alla grazia, all’abbandono a Cristo, alla fiducia, un modo autenticamente cristiano e spirituale, e ce ne è un altro che è una deviazione, al servizio di interessi personali.

È notevole che Gesù faccia seguire la domanda «voi, chi dite che io sia» dall’annuncio della sua Passione. Là, nel dono totale e perfetto che Gesù fa di se stesso a Dio per la salvezza del mondo, c’è una dimensione che fa scoppiare tutti i nostri schemi riduttori e tutte le nostre utilizzazioni non caste del suo santo nome. L’amore di Cristo è così perfetto da essere sempre al di là delle nostre categorie mentali. Un segno di salute spirituale cristiana sta nel percepire Gesù nella sua stranezza, se così si può dire. Quando possiamo dire: «Sei vicino Signore, ma nello stesso tempo, sei sempre al di là di ciò che penso di te e su di te; sei sempre altro», quando preghiamo così, allora entriamo nella relazione casta col Signore, e la domanda che ci pone oggi nel vangelo diviene la domanda della nostra vita.

 

Domenica 13 giugno 2010 - XI Domenica T.O. - fr. Massimo-Maria FMJ

Nei Vangeli Gesù spesso accoglie degli inviti a pranzo e in tale contesto di familiare amicizia, parla, insegna, compie gesti.

            Nel testo di Luca, che la liturgia ci offre in questa domenica, il Signore entra a casa di un fariseo, Simone, e si mette a tavola.

            Con un gesto audace e quasi invadente, una donna peccatrice raggiunge Gesù e con sorpresa generale, tenendosi ai piedi del Maestro li bagna con le sue lacrime, li bacia e li asciuga con i suoi capelli.

            Nello sconcerto generale, tanti mormorano sorpresi dal fare della donna e interrogati dal lasciar fare di Gesù.

            Si capisce dal testo che Gesù, lasciando appunto fare, in silenzio, pare più attratto dal mormorio interiore di Simone che lo aveva invitato, che dai gesti esteriori della donna.

            Il cuore di Simone mormora, giudica e arriva persino a conclusioni: “se fosse un profeta saprebbe chi e che genere di donna è questa!”.

            E’ Gesù che rompe il silenzio dello stupore e dello sconcerto generale. “Simone, ho una cosa da dirti!”

            Il fariseo probabilmente nel suo cuore pensa che finalmente Gesù avrebbe spiegato, magari prendendo posizione contro questa intrusa e risolvendo una situazione tanto incresciosa.

            Gesù in realtà parla a Simone perché è lui che deve operare una conversione, la donna l’ha già fatto, le lacrime e i gesti di fede amorosa verso Gesù sono il segno esterno di un mistero di salvezza già operato nel suo cuore.

            E’ Simone che deve cambiare strada. Nella parabola dei due debitori Gesù smonta pezzo per pezzo tutte le sicurezze di Simone sulla sua presunta giustizia,  Gesù mina la sua religiosità fatta di ragionamenti e giudizi impeccabili, ma in cui manca l’Amore, la Misericordia, la Gratuità.

            A ben leggere il Vangelo, Simone parrebbe sulla buona strada per fare questo passaggio. “Parla pure, Maestro” dice a Gesù. Risponde bene al quesito che Gesù gli pone alla fine del racconto.

            Che grande mistero! Simone credeva di essere giusto e giudicava severamente la donna. Ora Gesù nel suo spiegare la parabola presente a Simone la donna come modello di fede e di amore.

            “Ti sono perdonati i tuoi peccati: va in pace!” è la parola di salvezza che consente il cammino di questa donna ed è la possibilità che Gesù vuole offrire a Simone, agli altri commensali che ancora non capiscono e mormorano, è la parola che il Signore pronuncia per chi, pur riconoscendo la sua fragilità non smette di amare.

            Fratelli e sorelle, nella nostra esperienza religiosa verso Dio e nella nostra vita di relazione con gli altri e perfino con noi stessi è importante vivere nella giustizia, ma il primato resta all’Amore.

            Eliot il poeta di lingua inglese vissuto nel secolo scorso ha un passaggio ce ci sorprende e fa tanto riflettere: “Talvolta gli uomini  costruiscono dei sistemi talmente perfetti in cui non è più necessario essere buoni” Quando questo avviene nell’esperienza religiosa è in pericolo la santità. E’ il caso di una religiosità, di una vita fraterna o di una vita di relazione nella società in cui c’è la funzionalità, la perfezione delle forme, l’osservanza di leggi, ma non c’è posto per la gratuità dell’Amore, la paziente speranza, la forza del perdono, la semplicità della bontà, la gioia della benevolenza.

            Davvero Simone e la peccatrice sono per noi oggi maestri per rifare nella nostra vita il primato all’Amore, alla Misericordia e camminare sulla via della pace.

 

Domenica 6 giugno 2010 - Corpus Domini - fr. David FMJ

Signore Gesù, il Santissimo Sacramento non è ancora sul tuo altare, ma sei già tra di noi. Non abbiamo aspettato la consacrazione del pane e del vino per pregare nel tuo nome, perché sei già presente. Forse abbiamo tendenza a dimenticare che sei presente dovunque. È paradossale, ma sembra che una pietà eucaristica non sufficientemente illuminata ci nasconda la tua onnipresenza. Signore, sei presente dovunque, e a volte ci comportiamo come se abitassi soltanto nei tabernacoli, come se il Santissimo esposto sul tuo altare fosse una sorta di telefono senza il soccorso del quale non ci sentiresti più, come se ci fosse da un lato il vasto mondo e dall’altro le chiese. Ma il mondo è tuo, ed è in tutto e dappertutto che dobbiamo adorarti. «Viene l’ora – dicevi una volta alla Samaritana – in cui non è né sul Garizìm né a Gerusalemme che adorerete il Padre, perché i veri adoratori adoreranno il Padre in Spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano». Signore Cristo, se ti dai a noi nell’alimento consacrato, nel segno del pane e del vino diventati davvero il tuo corpo e il tuo sangue, se così sei presente nella realtà eucaristica, non è perché trascuriamo di vivere sempre e ovunque alla tua presenza. L’eucaristia nutre la nostra fede, la nostra fedeltà e la nostra costante attenzione alla tua presenza. Fa che non opponiamo mai la tua presenza eucaristica alla tua onnipresenza, che non separiamo mai la nostra fede dalla realtà, che non facciamo più come se ci fosse da un lato il mondo profano e dall’altro le chiese, perché noi siamo tuoi per formare la pienezza del tuo corpo e affinché la creazione intera diventi il tuo tempio.

Signore Cristo, sei già presente tra noi perché ce l’hai promesso: «dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro». Eccoci, Signore, radunati nel tuo nome, eccoci riuniti nella Chiesa. La Chiesa si raduna e lo Spirito Santo che la fa vivere è il tuo Spirito come è lo Spirito del Padre. Con questo legame intimo e costitutivo della Chiesa con lo Spirito Santo, sei davvero presente, sei presente realmente e autenticamente nella tua Chiesa. Signore Cristo, la nostra assemblea sia un’assemblea eucaristica, la nostra assemblea sia un’assemblea ecclesiale. Dacci di non separare mai la tua presenza eucaristica dalla Chiesa. L’uomo non separi mai ciò che Dio ha unito. Sei lo sposo della Chiesa, e la sua santità è la tua fedeltà. Separiamo l’eucaristia dalla Chiesa ogni volta che prendiamo l’ostia consacrata soltanto per noi stessi, ogni volta che ti ricerchiamo egoisticamente, come un conforto e una forza per noi stessi, senza preoccupazioni per la comunità cristiana e per il mondo, ogni volta che prendiamo l’eucaristia con delle riserve, rifiutando di sentirci legati alla Chiesa. Eppure, non c’è eucaristia senza la Chiesa, e non c’è pienamente la Chiesa quando non c’è l’eucaristia. Il dono del tuo corpo, Signore Gesù, è nello stesso momento il dono della Chiesa. Donaci di non ignorare le vaste dimensioni della fecondità della tua eucaristia.

Signore Gesù, sei la Parola di Dio diventata uomo. Questa Parola è un impegno. Dio, in te, ha sigillato una promessa. Questa promessa di Dio, tu l’hai firmata col tuo sangue, l’hai testimoniata col dono della tua vita. Signore Gesù, sei Dio con noi, fino al dono del corpo e del sangue, fino al dono insuperabile, al dono senza riserve, al dono del più perfetto amore. È la tua morte che celebriamo, il tuo sacrificio che commemoriamo, la tua vita che riceviamo, la tua risurrezione che proclamiamo, la nostra risurrezione che aspettiamo. La celebrazione eucaristica raduna il mistero intero della Parola di Dio rivelata, data, offerta e vittoriosa. Concedi, Signore Gesù, che non separiamo mai l’eucaristia e la Parola. Fa che l’atto di comunicarsi sia un impegno da parte nostra nei confronti del tuo vangelo. Possiamo dire «amen» per riconoscere la tua presenza eucaristica. Possiamo dire «amen» per esprimere la nostra riconoscenza, perché ci hai dimostrato il tuo amore. Il nostro «amen» sia poi, a sua volta, un impegno, il nostro impegno. Possiamo comunicarci con la coscienza sempre più forte che ci impegniamo a vivere il tuo vangelo fin nel nostro corpo.

Domenica 27 maggio 2010 - Santissima Trinità - fr. David FMJ

 

La fede nella Trinità, la viviamo. Voglio dire con questo che il nostro modo di vivere la fede è una conoscenza implicita del mistero trinitario. O ancora, che il mistero trinitario è per noi una realtà viva. Senza la Rivelazione, non avremmo mai conosciuto che Dio è Trinità. Ma questa Rivelazione della Trinità ci dà l’intelligenza di ciò che si potrebbe chiamare lo stile di Dio.

Guardiamo per esempio come ci riferiamo alla Sacra Scrittura. Poniamoci la domanda seguente: la Rivelazione è per noi un insieme di decreti divini, scesi dal cielo, contenuti in un libro sacro, e ai quali occorre aderire con una sottomissione che non richiama intelligenza ma soltanto obbedienza, o invece la Rivelazione è il fatto che Dio è venuto incontro all’uomo con lo Spirito Santo, che rende sapienti illuminando l’armonia della creazione, inspirando gli autori della Bibbia, dando agli autori sacri l’intelligenza degli avvenimenti che riguardavano loro e che annunziavano Cristo, cioè, colui che, rivestito della pienezza dello Spirito Santo, è la Parola di Dio diventata uomo? Per rispondere all’alternativa – o … o – occorre ribadire con forza il paragrafo 108 del Catechismo della Chiesa Cattolica: «La fede cristiana non è una ‘‘religione del Libro’’. Il cristianesimo è la religione della ‘‘Parola’’ di Dio: di una Parola cioè che non è ‘‘una parola scritta e muta, ma il Verbo incarnato e vivente’’». E questa comprensione cristiana della Rivelazione riceve, a partire del mistero trinitario, una luce lampante. Dio, infatti, è in se stesso comunione, comunicazione in se stesso del proprio mistero, dialogo intimo, incessante scoperta di se stesso. Dio dice a se stesso chi è, e perché è amore, questa Rivelazione intima di Dio a se stesso e in lui stesso è la comunione indivisa del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Ed è suscitando così la relazione all’interno di se stesso, e quindi la differenza in se stesso, che Dio esprime la pienezza del suo essere. Ma allora la comprensione cristiana della Rivelazione diviene intelligibile, perché diviene conforme, se si può dire, allo stile relazionale di Dio. È con il relazionarsi con gli uomini, con un popolo che si è scelto, che Dio si è rivelato, e non nel decidere, un bel giorno, di imporre al mondo un sistema già fatto di decreti e di dottrine. Dio si è rivelato in una storia, attraverso degli incontri. La Rivelazione conosce dunque un progresso, porta la marca umana di coloro che sono stati i testimoni privilegiati di questo Dio venuto incontro a noi. Non leggiamo tutti i testi della Sacra Scrittura mettendoli tutti allo stesso livello, ma leggiamo la Bibbia tenendo conto della sua storia che culmina con Gesù Cristo. Non leggiamo la Bibbia senza interpretarla, perché non c’è Rivelazione senza la mediazione umana. E proprio perché non c’è Rivelazione senza mediazione umana, non interpretiamo la Bibbia fuori della Chiesa. E non c’è Rivelazione senza mediazione umana, perché il Dio che si rivela è amore, è comunione in se stesso, e di conseguenza, ciò che ci rivela di lui stesso suscita la comunione e non può essere capito fuori di una realtà concreta di comunione. Fratelli e sorelle, il modo con cui leggiamo la Bibbia nella Chiesa porta in se una conoscenza implicita del mistero trinitario.

Guardiamo ancora un’altra cosa, fratelli e sorelle. Domandiamoci come viviamo come cristiani la nostra libertà. Dio è colui che fonda, protegge e fa crescere la nostra libertà, o invece colui che vessa, contraria e costringe la nostra libertà? Occorre ribadire con forza ciò che dice la Dichiarazione Dignitatis Humanae del Concilio Vaticano II nel suo paragrafo 10: «Un elemento fondamentale della dottrina cattolica, contenuto nella parola di Dio e costantemente predicato dai Padri, è che gli esseri umani sono tenuti a rispondere a Dio credendo volontariamente; nessuno, quindi, può essere costretto ad abbracciare la fede contro la sua volontà. Infatti, l'atto di fede è per sua stessa natura un atto volontario, giacché gli essere umani, redenti da Cristo Salvatore e chiamati in Cristo Gesù ad essere figli adottivi, non possono aderire a Dio che ad essi si rivela, se il Padre non li trae e se non prestano a Dio un ossequio di fede ragionevole e libero». Di nuovo, è dal mistero trinitario che questa affermazione riceve luce. Dio Trinità è amore di comunione, ciò che implica nello stesso momento ricchezza e umiltà. L’umiltà di Dio, per riprendere così l’affermazione audacie di François Varillon, è il Padre che ha dato tutto al Figlio, il Figlio che glorifica il Padre e compie la sua opera, e lo Spirito che riceve dal Padre e dal Figlio, e che conduce al Padre e al Figlio. Ma qui si tratta anche di ricchezza, perché c’è, in questa circolazione di amore trinitario, un carattere di fecondità, la realtà di un generare eterno. Dio, con la sua umiltà, è fecondo. Ma allora, se Dio è colui che suscita l’alterità generandola in se stesso e creandola fuori di se stesso, se tale è lo stile umile e fecondo dell’amore divino, allora la nostra esistenza libera, responsabile, la nostra fede adulta, matura e liberamente offerta, gli rendono davvero omaggio. Il primo comandamento del libro della Genesi, quando Dio ordina a l’essere umano di essere fecondo e di dominare sulla creazione, trova qui, cioè nella rivelazione trinitaria, la sua spiegazione più profonda. Non dobbiamo temere che la nostra crescita in maturità e in libertà offenda Dio. La nostra obbedienza credente non deve essere stupida e passiva, ma deve impegnare tutte le risorse del nostro essere, deve volersi feconda. Ed è perché l’amore e l’obbedienza evangelici sono sempre nello stesso momento un amore intelligente e un’obbedienza creatrice, e non un’emozione vaga e una subordinazione sospetta.

Fratelli e sorelle, il nostro modo di vivere da cristiani è una professione di fede trinitaria. Questo mistero che ci supera, ne abbiamo una conoscenza intima, quasi esperimentale. Questa eucaristia sia, una volta di più, il compimento liturgico e sacramentale della triplice luce che crea, salva e vivifica.

 

9 maggio 2010, VI Domenica del tempo pasquale - fr. David  FMJ

Gv. 14-23-29


 

«Se mi amaste», dice il Signore Gesù Cristo. La lunga storia della rivelazione trova il suo primo compimento nella morte e risurrezione di Cristo, e il suo ultimo compimento nel ritorno di Cristo, quando sarà tutto in tutti. Però, questo «se mi amaste» che abbiamo sentito oggi, questa domanda, o piuttosto questa sollecitazione, è la chiave d’interpretazione della rivelazione. Dio creatore … Dio maestro della storia … Dio d’Abramo, d’Isacco e di Giacobbe … Dio delle Alleanze … Dio di Gesù Cristo … eppure, oseremmo dire, Dio che, per finire, in Gesù Cristo, ci interroga, ci sollecita. «Se mi amaste», chiede Gesù. «Se mi amaste», chiede Dio.

C’è un contrasto sorprendente tra la maestà di Dio e la semplicità della domanda: «se mi amaste». Sotto un certo punto di vista, questo contrasto provoca insicurezza. Infatti, le cose sarebbero molto più semplici se Dio si accontentasse di comandare, legiferare, arbitrare. Ecco invece che ci chiede di amarlo. C’è un codice civile, un codice stradale, ci sono regole innumerevoli per tutte le nostre attività, e c’è il vangelo, e il vangelo si rifiuta di essere una regola supplementare. È una chiamata, una missione, una responsabilità. Sopratutto, è un volto, quello di Gesù Cristo, che ci guarda e ci dice «se mi amaste». Questa sollecitazione al modo condizionale ci complica singolarmente il compito. Ci complica la religione. Obbedire, praticare, testimoniare, questo è ancora abbastanza semplice. Ma l’amore, e l’amore per Gesù Cristo, l’amore per colui che ha manifestato l’amore perfetto e senza limiti, questo diviene complicato. Complicato ma non incomprensibile. Complicato, ma non tuttavia nel senso in cui una teoria è complicata, o un ragionamento è complicato. Complicato piuttosto nel senso che bisogna mettersi di buona volontà, bisogna inventare, rischiare se stessi, lasciarsi cogliere in fallo, accettare di riconoscere che non siamo all’altezza. Complicato nel senso che bisogna rispondere con tutto noi stessi: la nostra libertà, i nostri bisogni, i nostri limiti, i nostri ideali, i nostri desideri. Complicato in questo senso, che non c’è una ricetta, ma un rischio da prendere, non c’è una regola ma il dono di se da consentire, non c’è un cammino tutto segnalato ma la via della croce che apre sull’abisso infinito di Dio. Siamo ben smarriti. Dio non è, dunque, il gran direttore generale degli affari universali che ci comanda ciò che bisogna fare e pensare, ma è colui che, in Gesù Cristo, dice a ciascuno di noi: «Se mi amerai, dimorerai fedele alla mia parola e ti rallegrerai».

Ecco quindi il programma. Andare alla messa, ma per amore. Resistere alle tentazioni, ma per amore. Mettere in pratica il vangelo, ma per amore. Testimoniare, ma per amore. Per amore e non per farci santi ai nostri occhi, né per guardarci nello specchio della nostra vanità spirituale, né per avere la garanzia di essere sul buon cammino e di aver ragione, neanche, in un certo senso, per andare al cielo, sebbene si aspira ad essere con colui che amiamo. Per amore, soltanto per amore. Ora, sappiamo che non avremo mai abbastanza amato.

Fratelli e sorelle, c’è ancora qualcosa da prendere in considerazione. Ed è che Dio, in suo Figlio Gesù Cristo, parla un linguaggio che capiamo. Non avremo mai abbastanza amato. Ma sappiamo tuttavia ciò che amare significa. Noi che siamo cattivi, come dice Gesù, sappiamo pure dare ai nostri figli buone cose. Quanto più Dio, quanto più il nostro Padre ci consentirà il dono dello Spirito Santo se glielo chiediamo? C’è questo «quanto più» che segnala la distanza infinita tra l’amore di Dio e il nostro povero amore umano. Nonostante questa distanza infinita, sappiamo riconoscere l’amore. Non è che accettiamo sempre di riconoscerlo. Perché l’amore non si presenta mai senza esigere una risposta che può spaventarci. Possiamo ingannarci e rigettare l’amore. Possiamo prendere un’aria sostenuta e dichiarare che ci sono delle cose più serie e che siamo occupati. Ma necessita allora tanta energia, tanta violenza, tante tensioni interiori per far tacere in noi la chiamata ad amare e ad essere amato. È proprio perché Dio sveglia in noi questa chiamata e parla un linguaggio che capiamo così intimamente che ci trova spesso così armati contro di lui. È stupendo di vedere che l’amore è così semplice ed evidente circa la chiamata iscritta profondamente in noi, e così complicato circa le risposte che cerchiamo di dare. Forse è questo che realizza in noi lo Spirito Santo promesso da Cristo, questo disarmo interiore che ci insegna a rispondere con sempre più semplicità alla nostra vocazione essenziale, cioè vivere per amore e per Dio.

 

 25 aprile 2010 - IV domenica del tempo pasquale - fr. David FMJ

Gv. 10, 27-30


 

La liturgia ha scelto per questa quarta domenica del tempo pasquale un testo davvero molto breve. Tuttavia, questo testo è molto denso è permette più osservazioni. In primo luogo, è opportuno ricordarci in quale momento del vangelo secondo Giovanni ci troviamo. Le parole del Signore Gesù che abbiamo appena ascoltato si trovano tra due miracoli operati tutti e due a Gerusalemme: la guarigione del cieco nato e la risurrezione di Lazzaro. “Dò la vita eterna alle mie pecore”, dice Gesù. “Nessuno le strapperà dalla mia mano”. Queste affermazioni così forti sono come un'introduzione all'episodio della risurrezione di Lazzaro. Questo miracolo accade in un momento in cui le tensioni sono molto vive tra Gesù e le autorità religiose del suo popolo. La guarigione del cieco nato ha già provocato la collera dei Farisei e quasi uno scandalo pubblico: la gente discute per sapere se il miracolato è proprio colui da sempre conosciuto come cieco; costui è convocato, i suoi genitori anche, e viene loro intimato di spiegarsi; l'identità di Gesù e la sua santità sono al centro di discussioni piene di polemiche e di insulti. Il secondo miracolo, la risurrezione di Lazzaro, condurrà queste tensioni all'estremo, con la riunione del Consiglio e la condanna a morte di Gesù da parte del sommo sacerdote. In questa dinamica drammatica che conduce Gesù verso la croce risuonano queste parole che precedono immediatamente il brano letto oggi: “le opere che io compio nel nome del Padre danno testimonianza di me. Ma voi non credete”.

Il nostro contesto, fratelli e sorelle, è molto diverso. Ascoltiamo queste parole durante l'eucaristia in un tempo liturgico segnato dalla gioia fresca della notte di Pasqua. Queste parole sono per noi parole di consolazione. Ascoltiamole ancora una volta. “Nessuno può strappare le mie pecore dalla mia mano”, ci dice Gesù. “Ascoltano la mia voce, mi seguono, ed io dò loro la vita eterna”. Queste affermazioni non sono oggi per noi una risposta per le rime da parte di Gesù, ma sono parole rivolte a noi e che ci consolano. C'è, però, una condizione per cui queste parole siano davvero di sollievo: questa condizione è l'umiltà. Tali parole sono un sollievo soltanto dopo che abbiamo fatto esperienza della nostra fragilità. Ci sono certamente momenti particolari della vita per farla. Non ci riconosciamo spontaneamente pecore in cerca del loro pastore, non soltanto perché siamo orgogliosi, ma anche perché ogni sforzo umano, ogni sforzo adulto, va nella direzione opposta. Ci sforziamo di bastare a noi stessi, di prendere in mano la nostra vita, di decidere responsabilmente il nostro destino. E abbiamo ragione. Tuttavia, viene un bel giorno in cui capiamo quanto siamo impotenti, quanto infatti siamo dipendenti da fattori che non siamo in grado di dominare, quanto le decisioni da prendere ci si presentano senza chiarezza e sono quindi per noi un rischio da correre. Si tratta qui di un'esperienza di morte più profonda della semplice scomparsa fisica. Facciamo infatti esperienza della nostra incapacità a giustificare la nostra esistenza, a renderla non criticabile, a darle un senso che resista alle contraddizioni che inevitabilmente incontriamo lungo l'esistenza. Le parole di Gesù sono allora davvero un conforto. Non istruzioni per l'uso che ci consentirebbero di non correre i rischi propri dell'esistenza umana, ma un conforto perché non abbiamo da creare noi stessi un senso alla nostra vita, perché non abbiamo più la pretesa di rendere la nostra vita inconfutabile, invulnerabile, piena, ricca, compiuta. Per tutto ciò ci consegniamo al Signore, al suo amore, allo Spirito che ci ha dato.

Concludiamo con un'ultima osservazione, fratelli e sorelle. Le parole di Gesù che ci riporta oggi il vangelo secondo Giovanni, sono state scritte dopo la risurrezione del Signore. Il contesto in cui sono state pronunciate da Gesù differisce dal contesto in cui il vangelo le ha ricordate. L'evangelista era come noi un credente, qualcuno che sapeva che Cristo è risorto. Quando mette quindi sulla bocca di Gesù parole così forti, lo fa avendo alle spalle la certezza della risurrezione di Cristo, quindi con la consapevolezza che le parole di Gesù sono del tutto credibili. “Nessuno strapperà le mie pecore dalla mia mano”, dichiara Gesù. Sappiamo, come l'evangelista, che neanche la morte ha potuto separare Gesù dalla sua Chiesa. Questo punto è importante per capire perché le parole di Gesù sono consolanti per noi. Non solo perché sono parole sublimi e piene d'amore, ma perché sono vere, cioè perché il Cristo è veramente risorto e perché ci dà veramente la sua vita nell'eucaristia. La consolazione cristiana è profonda perché è vera. Questo significa che la gioia cristiana non appartiene soltanto all'entusiasmo e alle emozioni religiose, ma che ha la chiarezza del dogma, cioè che risponde al criterio di verità. “Io e il Padre siamo una cosa sola”, dice Gesù. Credere in lui è necessariamente raggiungere questo livello di profondità in cui non godiamo soltanto delle parole che ci dice, ma in cui ci impegniamo a proposito della sua identità. Dichiariamo: “credo che sei il Cristo, colui che è una cosa sola col Padre”. Suggelliamo quest'atto di fede nel gesto sacramentale dell'eucaristia e nella testimonianza di una vita secondo il vangelo. Oggi, l'ammettere che la vera gioia non può fare a meno della verità è spesso trascurato mentre noi, cristiani, possiamo fare un'affermazione più precisa e dire: la verità è portatrice di gioia, perché Cristo è risorto e niente, nessuno, potrà mai strapparci dalla sua mano.

 

martedì 6 aprile 2010 - Ottava di Pasqua - fr. Marek FMJ

 

Fratelli e sorelle,

possiamo scoprire l’importanza della domanda fatta da Gesù a Maria: “perché piangi? chi cerchi?”, solo quando ci ricordiamo della domanda fatta da Dio ad Adamo: “dove sei?”.

La domanda, che nostro padre ha udito dopo il peccato, quando si nascondeva a per la paura, ha aperto il lungo cammino di Dio alla ricerca dell’uomo, pecora perduta. “Dove sei?” sulla bocca di Dio significa, infatti, un lamento amaro: “Figlio mio, figlio mio, perché mi hai abbandonato?”. Significa anche le lacrime dell’uomo che, senza Dio, non può trovare il suo posto sulla terra, nasce e vive soltanto con grande dolore, perso in un grande universo. “Dove sei?” significa, infine, che Dio si è messo a cercare l’uomo. Se oggi sentiamo Dio chiedere alla donna “perché piangi?”, siamo testimoni della fine della ricerca. Ecco il Pastore ha ritrovato la sua pecora, se la carica sulle spalle pieno di gioia, va a casa con lei e, parlandole cerca di calmarla. Dio ha compiuto così la sua opera: mediante Cristo, morto e risorto, si è riunito all’umanità…

Ma questa domanda significa anche, che c’è ancora tanto lavoro da fare. Dio ha trovato l’uomo, non gli chiede più dov’è, ma gli parla direttamente. Ora è l’uomo che deve trovare Dio. Per questo chiedendo a Maria di Màgdala: “Donna, perché piangi?”, il Signore aggiunge: “chi cerchi?”. Questa domanda è infatti la voce che invita l’uomo a cercare Dio, che è di nuovo presente in lui.

Il pianto dell’uomo è nato dal peccato, dalla perdita di Dio, ma ora – dopo la morte e la risurrezione di Cristo – tutto è cambiato. Maria, vicino al sepolcro, non piange, perché Gesù è morto, perché l’ha perso, ma perché non trova più il suo corpo sepolto… E anche se Cristo è già vivo, lei parla ancora di lui come di un morto: hanno portato via il mio Signore… non so dove l’hanno posto… andrò a prenderlo… Sì, Dio ha fatto la sua opera, ma l’uomo non è ancora entrato in essa. La domanda di Gesù: “perché piangi? chi cerchi?” è quindi invito a entrare nella vita nuova. Piangi, perché hai perso Dio? Ma guarda, Dio è là! Cerchi il paradiso perduto, l’unione con Dio distrutta, il Crocifisso? Tutto questo non esiste più! La terra è unita al cielo, Dio si è fatto uomo, il Crocifisso è risorto! L’invito di Cristo è molto delicato e personale, rivolgendosi a Maria Gesù la chiama per nome. E quando Maria entra nell’opera salvatrice di Dio, quando incontra il suo Maestro, con la gioia perfetta che nessuno può più toglierle, dice ai discepoli: “Ho visto il Signore!”. Questa volta parlando del Signore non intende il corpo sepolto, ma il corpo vivo e glorioso, non intende il morto, ma il vivente.

Fratelli e sorelle, lo stesso cammino si apre davanti a noi. Cristo risorto ci invita ad entrare nel nostro pianto e nella nostra ricerca per scoprire che tutto è compiuto. Noi cerchiamo con le lacrime Dio, che infatti è stato già ritrovato. Preghiamo quindi il Signore che ogni giorno ci introduca più profondamente nel mistero della salvezza. Amen. Alleluia!

 

Domenica 4 aprile 2010 - Santa Pasqua - Il giorno - fr. Massimo-Maria FMJ

 

Si racconta un aneddoto, probabilmente noto a molti di voi, anche magari con dovizia di particolari. Si tratta, potremmo dire, di una sorta di fioretto del Prof. La Pira.

Quando si trovava in situazioni difficoltose, magari nell'ambito del suo servizio alla cosa pubblica, o nel mezzo di un confronto, volendo come rimettere le cose al proprio posto, ridando alla realtà la giusta prospettiva, e a tutto la reale dimensione, con disarmante candore interveniva affermando: ”Sì, ma Cristo è Risorto:”

Crederei che una tale affermazione, che nasceva da una profonda esperienza di fede e radicata coscienza cristiana, non voleva essere né un fuggire dalla realtà, né un sottrarsi alle responsabilità e neppure prendere diplomaticamente tempo nelle discussioni.

Ma voleva essere un invito a tutti rivolto a ragionare, a parlare, a confrontarsi, a vivere e ad agire a partire dall'essenziale, a rimettere tutto al suo giusto posto, appunto.

Il prof. La Pira, crederei, condivideva semplicemente, ma con audacia, il suo segreto, la sua personale esperienza: a partire dalla Resurrezione di Gesù tutto acquista nuovo valore, tutto è visto, compreso e vissuto in una luce nuova, in una prospettiva totalmente diversa.

A ben vedere, carissimi fratelli e sorelle, il professore affermava con quella sua semplice confessione di fede, lo stesso annuncio che i primi discepoli di Gesù, dopo la Sua Resurrezione, proclamavano con audacia e franchezza attraverso quella espressione che agli albori dell'era cristiana riassumeva il contenuto dell'annuncio di fede: “ Gesù è il Signore.”

Eccoci ancora a Pasqua. Ecco ancora tra le nostre mani la grazia di una nuova Pasqua.

Ecco allora che la liturgia a partire da questa notte e per cinquanta giorni ci ripeterà lo stesso annuncio portato agli apostoli dalle donne corse al sepolcro; lo stesso sconvolgente messaggio indirizzato dagli angeli alle donne al mattino di Pasqua; la stessa bella notizia annunciata dagli Apostoli nel cuore di Gerusalemme; lo stesso messaggio del prof. La Pira, a noi più vicino nel tempo:

Gesù è Risorto ed è Signore!”.

Ecco tutto il mistero della Pasqua cristiana! Ecco il vero segreto di cui la Chiesa è depositaria, e al contempo annunciatrice a tempo opportuno e non opportuno.

La liturgia di questa notte, come del resto farà ancora durante tutti questi giorni dell'ottava, sviscera questo annuncio.

Ci mostra la sorpresa delle donne, ci presenta lo stupore dei discepoli, ci comunica la gioia incredula degli apostoli.

Ci invita a osservare la tomba vuota, ci racconta le apparizioni del Risorto.

E persino, quasi volendo tentare di spiegare l'accaduto, nel bellissimo inno gregoriano del Victimae pascali, con le parole e la melodia, tenta di farci intuire la violenza con cui la vita ha combattuto contro la morte – morte e vita si sono affrontate in un prodigioso duello ci fa cantare la liturgia – ma, con serena certezza conclude, il Signore della vita ha vinto ed ora regna immortale.

Fratelli e sorelle, oggi ancora questo annuncio ci raggiunge. Oggi ancora noi siamo i destinatari di questa buona notizia. Cosa ne facciamo? Cosa ne abbiamo fatto? Cosa significa che Gesù è risorto ed è Signore?

C'è una prima considerazione che sempre facciamo, che conosciamo e direi che crediamo.

Gesù è risorto primizia di coloro che sono morti – afferma l'Apostolo. Gesù risorto, la sua Pasqua mi assicurano: la morte è stata sconfitta, la mia morte corporale, che un giorno certo mi toccherà, è vinta. Io la vivrò, la attraverserò, ma l'ultima parola è del Signore che la sconfigge come ha sconfitto la Sua stessa morte.

E questo ci colma il cuore di speranza. La morte non è più signora e padrona, come cantava un cantautore contemporaneo.

Possiamo poi, restando in questa prospettiva, fare un passo ulteriore, e cioè che non solo la mia morte corporale, sarà riscattata dalla Resurrezione di Gesù, ma ogni morte che affligge il cuore dell'uomo, ogni ingiustizia che minaccia ed opprime la storia umana, ogni tristezza che schiaccia l'animo nostro o di tanti fratelli. Tutti avanziamo e tutto cammina, verso questo destino di vita, di Resurrezione che il Risorto ha inaugurato.

Ma ecco l'interrogativo che non possiamo non porci:” La grazia, la luce, la forza e la potenza della Resurrezione del Signore la sperimenteremo solo oltre la nostra morte, al compimento della storia, nella pienezza dei tempi?

La Resurrezione di Gesù, il suo essere Signore del tempo e della storia è solo una prospettiva che dona speranza per il futuro, ma che con l'oggi ha niente a che fare?

E' oggi infatti che io sono triste. E' oggi che la mia vita è minacciata dalla malattia. E' oggi che ho perduto il lavoro. E' oggi che la mia famiglia attraversa un tunnel di preoccupazioni, di pene e sofferenze. E' oggi che la vita pare schiacciarmi e gli altri soffocarmi. E' oggi che subiamo ingiustizie, maltrattamenti, violenze, ingratitudini, aggressività. E' oggi che dobbiamo gestire situazioni apparentemente assurde e paradossali.

E' oggi che tanti cristiani sono discriminati. E' oggi che si vuole trascinare la Chiesa del Risorto nel discredito, ridurla al silenzio e magari relegarla al massimo alle sacrestie.

Gesù è Signore ed è Risorto e certo è luce di speranza su tutto questo. E' lui che su tutto ciò ha l'ultima Parola. Ma se Gesù Risorto è speranza per il domani, speranza che brilla l'orizzonte che ci sta davanti, Lui è anche il Vivente, oggi.

Fratelli e sorelle che Gesù è risorto, vuol dire che Gesù è vivo.

Vuol dire che Lui è vivo oggi, è con noi nell'oggi. Lui attraversa da vivente e da signore tutte le situazioni in cui ancora noi ci dibattiamo. E questo cambia tutto, oggi.

Gesù risorto è speranza per il futuro, ma anche forza per il presente.

In Lui non solo è vinta la morte futura, ma è sconfitta la solitudine dell'uomo nel presente.

La fede cristiana, la Pasqua di Gesù è scoprire che il Risorto attraversa con noi questo mistero della vita, tremendo ed affascinante, luminoso e con tante ombre.

Il cristiano allora è l'uomo della speranza, ma anche l'uomo della fiducia, della gioia e della pace. Una fiducia che nasce dalla presenza accanto a lui oggi del Signore. Una gioia che nasce da una amicizia con il Signore della vita offerta già oggi. Una pace che è il non sapersi più soli, non certo dall'avere tutti i problemi risolti, e l'essere assicurati di non averne altri in seguito.

Non a caso la pace è dono di Gesù Risorto. E notiamo bene che i discepoli dopo aver ricevuto questo dono non hanno risolto tutti i problemi: le tensioni nella comunità cristiana sono apparse ben presto e le persecuzioni sino alle uccisioni sono giunte subito dopo. Ma la certezza della presenza di Gesù, il Risorto, il Vittorioso Signore della vita, questa presenza ha fatto la differenza.

Credere che Gesù è risorto vuol dire ricordarsi che è vivo con noi nell'oggi, rallegrandosi della sua presenza oggi, smettendo le continue lamentele e fuggendo la tentazione di pensare che il passato era magnifico, che altrove sarebbe stupendo, pensando così che la resurrezione non è capace di dare forza nel presente e di illuminare il quotidiano, il qui ed ora.

Fratelli e sorelle questo vuol dire fare Pasqua oggi, accorgerci che non siamo soli, che Gesù è vivo oggi. Nella Parola ci parla, nel suo pane ci nutre, nei sacramenti ci salva, nei fratelli ci incontra. Con la sua presenza ci rallegra, ci dà forza, ci custodisce nella pace. Poiché è con noi tutti i giorni sino alla fine del mondo ci può persino inviare per essere testimoni del suo amore e messaggeri del suo Vangelo.

Quanta pace e serenità santa fiorirebbe nel cuore delle famiglie e delle comunità se tutto si pensasse, facesse e scegliesse a partire dalla certezza, che poi è esperienza che Lui è vivo. Quanta maggiore semplicità abiterebbe la nostra vita e quanto meno spazio troverebbe la tristezza e l'angoscia nel nostro cuore se ci occupassimo più di accorgerci di Gesù accanto a noi che dell'ombra di noi stessi.

Gesù è Risorto! Gesù è vivo! Gesù è il Signore!

Questa è la nostra forza e sempre la nostra grande pace!

Amen. Alleluia

 

 Domenica 4 aprile 2010 - Santa Pasqua - La notte - fr. David FMJ

Perché questa lunga liturgia della Parola durante la veglia pasquale? Perché Dio, in Gesù Cristo, è venuto incontro alla storia e l’ha assunta. Abbiamo quindi percorso insieme la storia del popolo eletto, la storia d’Israele. Questa storia, fatta di grandezza, ma anche di mediocrità e di peccati, è una storia santa perché è in vista di Gesù Cristo. Ora, in Gesù Cristo, questa storia sacra d’Israele è diventata anche la nostra storia. Dobbiamo capire bene che cosa significa questo, fratelli e sorelle. È una figura, per parlare come i Padri della Chiesa; è un modello, un esempio. Questo significa che, in Gesù Cristo, Dio è venuto ad incontrare la nostra storia, ad incontrare ciascuno di noi. Infatti, come la storia d’Israele è stata assunta da Gesù Cristo, così anche noi siamo assunti da Gesù Cristo, costituiamo il suo corpo, apparteniamo a lui. In lui siamo stati eletti prima che il mondo fosse. Ciascuno di noi prenda dunque la sua vita intera e la presenti a Cristo.

Ciascuno di noi si trova a un momento preciso della sua storia. E questo momento, benché unico, somiglia probabilmente a uno dei momenti della storia sacra. Ciascuna delle nostre vite, infatti, ha vocazione a diventare una storia sacra. Quindi, c’è qui tra noi chi conosce in questa notte la luce di una creazione nuova. Forse è il vostro caso, cari Camilla e Simone, voi che sarete battezzati tra pochi istanti. Ci sono forse altri fra noi che vivono una sorta di attraversamento del mar rosso, una liberazione insperata operata da Dio. Altri ancora sono forse nella situazione di Abramo, dinanzi all’incomprensibilità della volontà di Dio e al sentimento di dover fare un sacrificio impossibile. Alcuni, come l’apostolo Pietro, non capiscono ancora la gioia che ci viene offerta questa notte, e sono totalmente stupiti dai misteri che celebriamo insieme con fede. È con la fede, infatti, che ciascuna delle nostre vite, ciascuna delle nostre situazioni, diviene una storia santa, una storia che il Cristo è venuto ad incontrare. Nessuno dei nostri sentimenti, anche tra i più contraddittori, è definitivamente chiuso alla presenza di Cristo, tranne la malafede, la menzogna egoista che dà alla luce il nome di tenebre per meglio rifiutarla. Cristo è risorto, e siamo tutti chiamati a rallegrarci alla sua luce. Anche i nostri fallimenti possono diventare le tappe di un santo Esodo. Cristo è davvero risorto. Le nostre sterilità sono trasformate, e in lui portano frutti. La nostra condanna a morte è tolta, perché Dio ha avuto pietà della la nostra piccolezza e ci ha dimostrato il suo amore.

Ma è perché siamo innestati nella sua vita che Cristo ci è venuto incontro. Cristo non ha semplicemente assunto la nostra condizione umana, ma le ha dato una dimensione nuova. Non dobbiamo cercare molto per trovare in che cosa consiste questa nuova dimensione della nostra vita. È Cristo stesso, è lui che fa nuovo tutto. L’inesauribile novità del Risorto è per noi, è nostra. Mediante la Chiesa, questa vita nuova è offerta al mondo intero. Dio non è soltanto venuto incontro alla nostra storia umana. In più ha voluto che il destino di Cristo diventasse il nostro. Ecco perché siamo radunati nella grande e santa eucaristia di Cristo, affinché la sua vita passi in noi e noi gli apparteniamo intimamente. Non apparteniamo a nessun altro che a lui. Non siamo più prigionieri di questo mondo che gira, gira e si esaurisce nel ricominciare senza sosta il ciclo della vita e della morte. Sappiamo bene chi siamo. Siamo di Cristo, e Cristo è di Dio. Quest’appartenenza è la nostra identità più profonda. È la nostra vita, e questa vita è eterna.

Signore Gesù Cristo, su di te la morte non ha più nessun potere. Ti sei impadronito della morte. Sei il Vivente. Sei l’alfa e l’omega. Dalla tua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto, grazia su grazia. Siamo chiamati a rallegrarci alla tua luce. Concedici di celebrare santamente la tua eucaristia. Tu che hai il potere di fare di noi dei figli di Dio, fa della nostra vita una pasqua verso il Padre. Il tuo amore non delude. Vogliamo appartenerti in eterno.

venerdì 2 aprile 2010 - Venerdì Santo - fr. Marek FMJ

 

Fratelli e sorelle,

Quando i tre amici di Giobbe vennero a sapere di tutte le disgrazie che si erano abbattute su di lui, partirono, ognuno dal suo villaggio, e si accordarono per andare a condividere il suo dolore e consolarlo. Alzarono gli occhi da lontano, ma non lo riconobbero. Levarono la loro voce e si misero a piangere. Ognuno si stracciò il mantello e lanciò polvere verso il cielo sul proprio capo. Poi sedettero accanto a lui in terra, per sette giorni e sette notti. Nessuno gli rivolgeva la parola, perché vedevano che il suo dolore era molto grande. (Gio 2,11nn).

Nel libro di Giobbe, libro dell’Antico Testamento, troviamo l’annuncio del grande silenzio in cui la Chiesa entra durante la liturgia del Venerdì Santo. Noi siamo, infatti, amici di Gesù e abbiamo visto ciò che gli è accaduto. Forse vorremmo consolarlo e siamo venuti oggi in chiesa allo stesso scopo degli amici di Giobbe , ma come a loro anche a noi mancano le parole, perché il dolore di Cristo è troppo grande: abbandonato dal suo paese, abbandonato dai discepoli, abbandonato da Dio, è morto crocifisso, nudo, deriso... Cosa può quindi fare la Chiesa, amica e sposa di Gesù, se non imitare gli amici di Giobbe: sedere in terra accanto a Cristo e senza parlare condividere il suo dolore. Il silenzio della Chiesa, che comincia oggi e durerà tutto domani, è infatti l’unico modo per esprimere la compassione e l’amicizia al Signore, il cui dolore non è paragonabile a nessun altro dolore...

Ma l’immensità del dolore di Cristo non è l’unico motivo del silenzio della Chiesa. C’è un altro motivo ancor più importante. La Chiesa tace davanti al Crocifisso, perché sa che non è ancora venuta l’ora di aprire la bocca. Stiamo zitti, perché Dio sta ancora parlando. Certo, dopo la morte del Figlio sembra muto e assente, poiché il suo Profeta, il suo Messaggero, la sua Parola tacciono… Ma non è vero, Dio sta parlando. Per questo la Chiesa non si lamenta gridando l’ingiustizia, che ha toccato il suo Amato; non si torce le mani, vedendo Gesù condotto come agnello al macello; non si strappa le vesti e non permette che il frastuono insopportabile della disperazione entri nel suo cuore… La Chiesa piange oggi, certo, perché ama Cristo, che soffre e muore… ma piangendo tace per sentire meglio la risposta di Dio al silenzio del Figlio morto. È non c’è dubbio: Dio parlerà.

Ma la speranza non è l’ultimo motivo del silenzio della Chiesa. C’è anche qualcosa che già il profeta Isaia presentiva, quando cantava il servo sofferente: “molti si stupiranno di lui… si meraviglieranno di lui molte genti.. . i re davanti a lui si chiuderanno la bocca… poiché vedranno un fatto mai ad essi raccontato”. Quindi cosa vede la Chiesa per la prima volta in Cristo, tanto da tacere mentre lo guarda con ammirazione? Il dolore? Sicuramente non è la prima volta che vediamo qualcuno che soffre. L’ingiustizia? La terra ne è piena e i nostri occhi anche. Cosa vediamo allora di nuovo, totalmente nuovo in Cristo? La pace, mi sembra. Per la prima volta nella storia del mondo un uomo giovane,  buono e giusto, lascia una vita che avrebbe potuto durare a lungo chiamandola “compiuta”. Non interrotta, non strappata, non perduta, ma “compiuta”, cioè “vissuta pienamente”, “realizzata”. L’umanità vede sicuramente per la prima volta la pace, che si nasconde nelle parole: “è compiuto” . E vedendola comincia a scoprire il senso vero e profondo dell’esistenza, che diviene chiaro nel Crocifisso. Per questo la Chiesa tace davanti alla croce: poiché contempla la salvezza dell’uomo.

Nel silenzio del Venerdì Santo la Chiesa fa una cosa, che agli amici di Giobbe non era venuta in mente, mentre condividevano il dolore del suo amico per sette giorni e sette notti. La Chiesa bacerà la Croce. Non mi sembra, che nella liturgia ci sia un gesto più sorprendente... Ma chi capisce il silenzio della Chiesa, capisce anche questo bacio, che nasce in questo silenzio.

Nessuno potrebbe alzarsi per abbracciare la croce, mentre tace e piange per l’ènormità del dolore di Cristo. Il desiderio di avvicinarsi alla croce nasce nel cuore, quando il silenzio diviene manifestazione di speranza, della convinzione profonda di sentire ancora la voce di Dio, la sua risposta alla morte del Figlio. Sicuramente questa voce sarà molto delicata, come il sussurro di una brezza leggera, dobbiamo quindi stare vicino alla croce per sentirla. Ma l’idea di baciare la croce può nascere soltanto dal silenzio pieno di ammirazione di chi ha visto la pace infinita sul volto di Cristo crocifisso. Baciando la croce, bacerà la porta del paradiso. Non per caso la Chiesa, introducendoci nell’adorazione della croce e del corpo morto di Dio, ci fa sentire il canto degli angeli: “Santo Dio, Santo forte, Santo immortale”. Non la morte adoriamo nel Crocifisso, ma la vita compiuta, piena, eterna.

Entriamo quindi nel silenzio del Venerdì Santo e del Sabato Santo, del Grande Sabato, per accogliere la salvezza e abbracciare la croce. Quando sarà il momento di aprire la bocca, grideremo di gioia con tutta la Chiesa e loderemo il Signore della vita. Questa luce ci aspetta dietro la porta davanti alla quale stiamo oggi. Sì, fratelli e sorelle, la croce di Cristo è la porta del cielo. Amen.

 

martedì 30 marzo 2010 - martedì Santo - fr. Marek FMJ

 

Fratelli e sorelle,

Pietro ha fatto una bella domanda a Cristo: “Signore, perché non posso seguirti ora?”. Tutti la portiamo nel cuore, perché pur volendo essere cristiani veri, cristiani che imitano Cristo, ci scontriamo continuamente con la nostra debolezza e con il nostro peccato che ci impediscono di fare ciò che il nostro cuore desidera. Ci sforziamo, preghiamo, ci convertiamo… ma la nostra vita non è ancora simile a quella del Maestro. “Perché non posso seguirti ora?” è quindi anche nostra domanda.

Avremmo anche idea di come rispondere, come ha fatto Pietro. Si tratta, infatti, dell’amore: perché seguire l’altro ovunque vada può soltanto farlo uno che lo ama più di tutto, più di tutto ciò che deve lasciare per poter essere con l’amato. Per questo Gesù ha detto che l’amore più grande è di colui che dà la propria vita, cioè tutto, per il suo amico (cfr. Gv 15,13). Pietro, sentendo che non può seguire Cristo perché non lo ama abbastanza, cerca di difendersi, anche se nessuno lo accusa. Non confessa il suo amore soltanto con delle parole, fa molto di più: promette di dare la sua vita per Gesù. Sembra quindi sinceramente convinto di amare Cristo più di tutto, più della propria vita. Ma non è vero, è un’illusione, che sparirà fra qualche ora con il primo canto del gallo, provocando lacrime molto amare. Pietro non può seguire Cristo fino alla morte, perché non lo ama più di tutto.

Quando David voleva costruire la casa per il Signore, il profeta gli spiegò: è il Signore che ti costruirà la casa (2 Sam 7,12). Ora, quando Pietro vuole dare la sua vita per Cristo, lui stesso gli spiega, che è il Signore che darà la vita per lui. Dio è sempre primo. È quindi primo anche in amore. “Non siamo stati noi – scriverà umilmente nella sua lettera Giovanni – ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi” (1 Gv 4,14). L’uomo è soltanto immagine di Dio, riflesso del suo amore, risposta alla Parola che esce dalla bocca di Dio. Possiamo dunque diventare come Lui e seguirlo ovunque vada, come vorrebbe Pietro, soltanto quando lui stesso si manifesterà in pienezza davanti a noi. Per questo Cristo, sapendo che sta arrivando l’ora in cui il suo amore si manifesterà pienamente e che lui sarà innalzato sopra la terra per attirare tutti a sé, ha detto a Pietro: “mi seguirai più tardi”. Non ha detto questo per fiducia nell’amicizia del suo discepolo. La vigliaccheria di Pietro e il suo prossimo rinnegamento non erano sconosciuti per Cristo. Però, conosceva bene la forza della croce, sapeva che la croce avrebbe aperto il cielo e avrebbe rivelato all’uomo l’amore di Dio, permettendo così all’uomo di specchiarsi nel volto del Padre e di diventare figlio nel Figlio. Per questo Gesù ha promesso a Pietro e a tutti noi: “mi seguirai più tardi”, dopo la mia croce. E non si è sbagliato, perché Pietro fu crocifisso come Cristo, anzi col capo all’ingiù, affinché per tutti fosse chiaro che il discepolo è soltanto il riflesso di Cristo. Come l’albero si riflette col capo all’ingiù nell’acqua, così quando Pietro fu crocifisso, l’amore di Cristo si riflesse col capo all’ingiù sulla terra. Sì, il nostro amore è la risposta all’amore di Dio.

Viviamo quindi questa Settimana Santa, che ci rivela il mistero del cuore del Signore, con fede e speranza, aspettando umilmente il giorno in cui anche noi diventeremo l’immagine perfetta dell’amore di Dio. Amen.

 

Domenica 28 marzo 2010 - Domenica della Palme - fr. David FMJ
 

La messa di questa domenica è l’unica dell’anno che ci fa ascoltare due vangeli, quello dell’entrata messianica di Gesù a Gerusalemme che abbiamo proclamato all’inizio della celebrazione, e quello della Passione del Signore. La spiegazione di questa particolarità ci viene data dalla storia della liturgia. Nell’antichità, a Gerusalemme, i cristiani celebravano gli avvenimenti riportati dagli evangelisti sui luoghi stessi del loro svolgimento storico. Secondo la cronologia indicata da san Giovanni, Gesù è entrato trionfalmente a Gerusalemme cinque giorni prima del grande Sabba della Pasqua. La domenica che precede Pasqua era quindi, fin dal quarto secolo, per la comunità cristiana di Gerusalemme, la domenica delle Palme. Non si trattava della Passione ma si leggeva il vangelo dell’ingresso messianico di Gesù, e i fedeli rivivevano l’avvenimento con una grande processione festiva attraverso la città di Gerusalemme. Alla stessa epoca, i cristiani di Roma non conoscevano questa processione festiva delle Palme. Il loro contesto era diverso, e il loro fervore si esprimeva altrimenti. Ci tenevano a prepararsi alla festa di Pasqua con la lettura liturgica dei quattro racconti della Passione di Cristo. Si cominciava, la sesta domenica di quaresima, con la Passione secondo Matteo. Poi, il martedì e il mercoledì della Settimana Santa, venivano i racconti di Marco e di Luca. La Passione secondo Giovanni era letta, come ancora oggi, il Venerdì Santo. La celebrazione di oggi è dunque la fusione di due messe, quella che veniva celebrata a Gerusalemme e quella che veniva celebrata a Roma. Espressioni liturgiche diverse dello stesso fervore si sono richiamati a vicenda per formare questa messa ricca di due vangeli, quello dell’ingresso messianico di Cristo e quello della sua Passione.

Fratelli e sorelle, questa celebrazione così particolare che ci fa all'improvviso passare dalle acclamazioni alle grida di odio è molto diversa da una sorta di anomalia storica. C’è una verità molto profonda nel contrasto così particolare tra le due parti della nostra celebrazione. Tra le acclamazioni troppo terrene che abbiamo ascoltato all’inizio, e ciò che Gesù ci rivela davvero, c’è distanza. Sì, davvero, Gesù di Nazaret è il re d’Israele. È il figlio di Davide. È lui il messia. Ma tutto questo, non nella maniera che ci aspetteremmo. La sua forza, la sua gloria, la sua esaltazione non sono di questo mondo. È con l’amore infinito, con il perdono impossibile, con la remissione dei peccati, con la vita trasmessa e vittoriosa sulla morte che Gesù è re, prete, messia. Nella lontananza tra le nostre attese e ciò che Cristo ci rivela, purifichiamo le nostre rappresentazioni per imparare lo stile di Dio, la forma della sua potenza, l’aspetto del suo regno, il carattere sorprendente della sua volontà, la particolarità della sua azione. Allora sapremo riconoscere l’intervento e la presenza di Dio: gli avvenimenti che celebriamo lungo questa Santa Settimana ci mostrano cosa sono. La Passione e la risurrezione di Cristo devono diventare per ciascuno di noi, a seconda della sua grazia, la sua Passione e la sua risurrezione.

 

giovedì 25 marzo 2010 - Annunciazione del Signore - fr. Marek FMJ

 

Fratelli e sorelle,

Pochi giorni dopo la memoria solenne di San Giuseppe, sposo di Maria, festeggiamo oggi l’Annunciazione del Signore, cioè il momento del suo concepimento nel seno verginale di colei, che aveva come sposo il carpentiere di Nazareth, come se la Chiesa volesse insegnarci che il matrimonio e la fecondità non sono esattamente ciò che noi pensiamo. Inoltre, ricordiamo e celebriamo queste realtà collegate alla venuta del Signore nel mondo proprio quando lui si prepara a lasciarlo, come se la Chiesa volesse insegnarci che la vita e la morte non sono esattamente ciò che noi pensiamo. La liturgia della Chiesa fa sì che assieme allo sposo di Maria contempliamo il concepimento verginale di Cristo e che porgiamo l’orecchio alle parole della Madre dolorosa, che piange sotto la croce, perché ci racconti la dolcezza e la gioia presenti nel suo cuore il giorno in cui l’angelo le annunciò la venuta di colui che “sarà santo, sarà chiamato Figlio di Dio e regnerà per sempre”. Anche se questa logica liturgica ci sembra un po’ strana e forse disordinata, tutto è a posto.

La Chiesa, infatti, nella sua pedagogia ci insegna così che la nostra salvezza viene da Dio e soltanto da Lui. Nessuna delle sue grazie particolari ci salva, nessuno dei suoi doni è in grado di renderci pienamente felici, ma soltanto Dio stesso. Per questo la Chiesa ci indica la verginità di Maria, quando stiamo ancora ammirando il grande San Giuseppe, suo sposo, ci ricorda l’angelo che annuncia la nascita del Signore quando ci stiamo preparando ad andare con lui verso la morte. Vuole che non restiamo fermi in un posto, che non ci soffermiamo troppo su ciò che è soltanto un mezzo e ci spinge a cercare Dio e Dio solo. La Chiesa, nostra Madre e Maestra, in un certo senso non ci lascia mai tranquilli, perché sa bene, che il cuore umano rimane inquieto finché non riposi in Dio.

Stasera entriamo quindi nella solennità, abbandonando senza rimpianto le lacrime salvatrici della Quaresima e il colore viola della liturgia di questo tempo. Tutto domani sarà consacrato alla meditazione del mistero di quest’umile “fiat” di Maria, che fa scendere Dio fra gli uomini. Ma dopo la festa torneremo senza rimpianto alle lacrime di Quaresima per continuare il nostro cammino verso la grande notte in cui viene la luce vera. I cambiamenti della liturgia ci permettono di imparare, che – parafrasando le parole della Lettera agli Ebrei – Dio non vuole e non gradisce né le nostre feste né i nostri digiuni né i canti di gioia né le lacrime dovute al peccato. Aspetta il nostro “fiat”, il nostro onesto: “Ecco, io vengo per fare, o Dio, la tua volontà”. L’obbedienza a Dio ci salva, come l’obbedienza di Maria ha aperto la strada al servo obbediente, la cui offerta ci ha santificati, una volta per sempre. Amen.

 

venerdì 19 marzo 2010 - San Giuseppe - p.Pierre-Marie FMJ

 

Professioni di sr.Marta, fr.Carlo, fr.Pietro

 

E' una grazia per noi tutti

di poter celebrare delle professioni monastiche

il giorno della festa i San Giuseppe.

La santità di questo “giusto”

è in effetti esemplare.

E' esemplare per ogni cristiano

ma più ancora per ogni candidato alla vita monastica.

 

I voti che voi pronuncerete stasera

cara sorella Marta e cari fratelli Carlo e Pietro

sono dei voti di castità, di povertà e di obbedienza..

Voi fate questo nella sequela e seguendo l' esempio

di Gesù casto, povero e obbediente.

Ma voi sapete anche quanto San Giuseppe

ha potuto vivere alla perfezione

in una vita di obbedienza, di povertà e di castità.

Che bell'esempio per voi!

 

L'obbedienza di Giuseppe ha avuto tre grandi meriti:

di essere intelligente, impegnativa e immediata.

-Con intelligenza, ha voluto comprendere

perché come Dio gli chiedeva questo o quello.

-Ha accettato sempre l'imperativo degli avvenimenti:

di andare a Betlemme, di fuggire in Egitto, di ritornare a Nazareth,

di cercare Gesù per tre giorni a Gerusalemme,

senza lamentarsi, senza protestare.

Si è mostrato disponibile in tutto.

Senza attendere, senza dire nulla, nella fede e nella pace

ha fatto ciò che il Signore gli ha domandato.

 

Caro Pietro, caro Carlo, cara Marta,

meditate, contemplate l'obbedienza di San Giuseppe.

Pregatelo che vi insegni a viverla.

Essa vi condurrà alla pace dell'anima

e alla vera libertà interiore.

Non si è mai così liberi e pacifici

come quando ci si conforma in tutto alla volontà di Dio.

E' per crescere in questa pace dell'anima

e in questa libertà del cuore,

che voi volete stasera votare la vostra obbedienza al Signore.


 

La povertà di Giuseppe è allo stesso tempo umile e radicale.

Non è davvero ricco, non ha relazioni su cui contare,

non difende alcun titolo.

Non c'è posto per lui nella notte di Betlemme.

Esule nel deserto verso una terra straniera.

Ritorna incognito a Nazareth nel più grande anonimato.

Giuseppe è povero nel suo avere, nel suo sapere, nel suo potere.

Povero nel suo pensiero proprio, nel suo amor proprio, nel suo proprio volere.

Che bell'esempio per Gesù che da ricco che era

s'è fatto povero per arricchirci della sua povertà!

 

Cari fratelli Pietro e Carlo, cara sorella Marta,

guardate San Giuseppe vivere, riflettere, alzarsi, camminare.

Guardatelo ripartire, fermarsi, tacere, lavorare, pregare senza dire nulla.

Se voi saprete imitarlo, ognuno al suo posto,

voi sarete condotti al più alto della prima beatitudine:

Si! Beati i poveri in spirito – come Giuseppe -

essi vedranno Dio.

 

La castità di Giuseppe, è anch'essa esemplare.

Egli è colui che la tradizione cristiana

si compiace di chiamare “ il casto Sposo della Vergine Maria”.

La sua castità non ha niente di mieloso, di austero, di costrizione.

Il suo amore per Maria è immenso.

Ma è pieno di rispetto, di tenerezza e di amicizia.

Giuseppe ci mostra attraverso questo, quanto la verginità consacrata

non ha nulla di restrittivo, di contro natura, di triste.

Ma al contrario, può aprire alla gioia, alla fecondità spirituale,

e ad un amore ancora più alto e più grande.

 

Attraverso una rinuncia, certo

( una rinuncia al matrimonio, che è anch'esso

un sacramento alto e grande)

ma in vista del Regno dei cieli e delle nozze eterne.

Così Giuseppe ci ricorda che ogni vocazione cristiana

è una vocazione alla nuzialità.

Una nuzialità che il Cristo Signore, il Dio amico degli uomini

ci promette a tutti e a tutte

nella pienezza eterna del Regno dei cieli.

 

Ecco fratelli e sorelle come la vita del grande San Giuseppe

tutta impregnata di silenzio e seminata di umiltà

può servirci da guida per il cammino.

 

Ci introduce alla contemplazione del mistero di Gesù.

Ci aiuta a lodare la santità della Vergine Immacolata.

Ci rivela la presenza dello Spirito Santo nei nostri cuori.

Ci conduce all'ascolto filiale della volontà del Padre.

 

Come non amare colui che è certamente

uno dei più grande santi della cristianità?

 

Marta, Carlo e Pietro, che interceda per voi dall'alto dei cieli,

per i vostri parenti, per i vostri amici, per i vostri fratelli e sorelle di Gerusalemme

in questo giorno della vostra professione monastica alla badia Fiorentina.

 

giovedì 18 marzo 2010 - IV settimana di Quaresima - p.Pierre-Marie FMJ

  

I testimoni del Testimone

 

Affinché la testimonianza data da qualcuno

possa apparire vera

bisogna che questa stessa testimonianza sia credibile.

Gesù si presenta come testimone del Padre

e inviato di Dio.

Egli si definisce luce del mondo

e nello stesso tempo la via, la verità e la vita.

 

Ma la gloria della sua divinità resta volontariamente velata

sotto la forma della sua natura umana.

Il Verbo luce vera che è la vita del mondo

si è fatto in tutto simile a noi.

Vive nel cuore di questo mondo nella visibilità della carne.

Chi dunque può testimoniare di Lui?

 

Forse si può dire Dio, il Padre?

Poiché è il suo Padre.

Si può pensare Dio lo Spirito?

Poiché Gesù ne è colmo.

Sì, è vero, Essi gli rendono testimonianza.

E Gesù parla nel nome del Padre

e agisce sotto la mozione dello Spirito.

 

“Ma Dio nessuno lo ha mai visto.” (Gv 1,18 )

“Nessuno lo ha contemplato.” ( 1 Gv 4,14 )

Lo Spirito soffia dove vuole e non si sa

né da dove viene né dove và.

E Gesù stesso ci dice che

del Padre che lo ha inviato,

noi non abbiamo mai ascoltato la sua voce

né visto il suo volto. ( Gv 5,37 )

Chi dunque testimonierà di Gesù?

Cosa dunque può rendere credibile e vero

ciò che Lui dice e insegna?

 

Egli stesso ce lo dice: due realtà,

le opere che compie

e le Scritture che annuncia.

A causa delle sue opere innanzitutto

Esse sono segni che Gesù dice il vero.

Ed è buono per noi di riprendere,

 meditare incessantemente lungo i giorni

dei tempi liturgici, degli anni queste sue opere.

Con Nicodemo noi possiamo allora riconoscerlo

e dirgli:

“ Nessuno può compiere i segni che tu compi

se Dio non fosse con Lui” ( Gv 3,2 )

Gesù non è stato semplicemente un parolaio, egli ha agito.

Si riconosce l’albero dai suoi frutti.

Ed ecco sono già venti secoli che il mondo è testimone

della divina fecondità della sua vita !

 

A causa delle Scritture poi Gesù è credibile.

Ed ecco allora venti secoli di Storia Santa

che lo precedono, dove tutto,

la Legge, i profeti e i Salmi,

lo concerne, lo prefigura, l’annuncia, lo manifesta.

Noi possiamo ancora ascoltarlo mentre ci ridice:

 Voi scrutate le Scritture perché pensate

trovare in esse la vita eterna.

Ora, sono esse a rendermi testimonianza. ( 5,39 )

Ed anche per questo che noi crediamo in Lui.

Perché tutte le Scritture,

oggettivamente, chiaramente, indiscutibilmente,

lo rischiarano, l’annunciano, lo rivelano,

e dunque testimoniano di Lui.

E poiché Egli stesso, con tutta la sua luce e con tutta la sua vita,

spiega, illumina e infine compie

tutto quanto di Lui era scritto.

 

Ecco fratelli e sorelle,su che cosa già

noi possiamo fondare la nostra fede in Gesù Cristo

e credere alla verità della sua Parola

alla credibilità della sua testimonianza.

 

Tra qualche giorno un altro segno, un ultimo sigillo,

una prova ultima e suprema

ci sarà data della sua Verità.

Il dono totale della sua vita offerta per noi come puro amore.

Non si dona la propria vita su una croce

se questo non è per il trionfo della verità.

 

Domenica 14 marzo 2010 - IV Domenica di Quaresima - Laetare - fr. Marek FMJ

 

Fratelli e sorelle,

La domenica di Quaresima chiamata “laetare”, perché apre la liturgia con l’invito alla letizia, significa che metà del tempo di preparazione alla festa pasquale è già passata e che la grande notte in cui vedremo la luce vera si avvicina. Sentiamo quindi un certo sollievo, perché l’austerità del digiuno sta per cedere il posto alla gioia della festa, ma innanzitutto ci rallegriamo del fatto, che fra non molto tempo il Signore ci manifesterà la pienezza della sua gloria e della sua bellezza. Camilla e Simone hanno un motivo particolare per rallegrarsi, perché nella notte di Pasqua, che ci colmerà tutti di luce, si immergeranno totalmente in Cristo per mezzo del battesimo, cioè del bagno “nell’acqua che rigenera e rinnova nello Spirito Santo (Tt 3,5)”. Per prepararci a questa grande notte meditiamo un attimo l’incontro del cieco nato con Gesù, raccontato con le parole del Vangelo appena ascoltate, perché è per noi l’illustrazione e l’annuncio di ciò che accadrà anche a noi.

Non è difficile per nessuno riconoscersi in questo pover’uomo, che fin dalla nascita non vede la luce. Tutti siamo nati esattamente così: abbiamo tutto ciò che ci vuole per essere uomo, il corpo e l’anima, la gente e il mondo intorno a noi, il cervello per pensare e la lingua per parlare. Manca soltanto la luce. Sappiamo che davanti a noi c’è il mondo grande, aperto e pronto ad accoglierci come le strade di Gerusalemme, che si aprono davanti al cieco nato. Ma noi possiamo soltanto brancolare cautamente con le braccia tese per non cadere. Manca la luce ai nostri occhi e per questo non possiamo correre, entrare nel mondo con gioia, libertà e coraggio. C’è anche la gente intorno a noi, la sentiamo parlare a noi e di noi. A volte gli altri sono molto vicini, proprio davanti a noi, ma poiché ci manca la luce, l’abisso delle tenebre ci separa sempre da loro. La vita senza luce non è la vita vera. È difficile anche spiegare, cosa manchi concretamente, perché le tenebre fanno sparire tutto ciò, che esiste. In un certo senso il cieco nato, come tutti noi, peccatori, vive e non vive nello stesso tempo, è e non è, tanto che nel momento in cui acquisterà la vista, molti non lo riconosceranno più. Basta togliere all’uomo la luce, e non è più lo stesso. Apparentemente niente è cambiato, ma senza luce il mondo non è più il mondo, l’uomo non è più se stesso. Se quindi qualcuno è nato cieco, è come se non fosse ancora nato. Ed è proprio così per tutti noi. Ogni uomo, che viene in questo mondo, diviene pienamente uomo, solo quando acquista la luce.

Possiamo facilmente riconoscerci anche nella domanda dei discepoli, che chiedono: “chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?”. Vogliono come tutti noi sapere da dove venga questa situazione, qual è la causa, di chi è la colpa. È necessario saperlo per agire, per trovare una soluzione, per scontare le colpe, per togliere le cause ed eliminarne così gli effetti. Noi dedichiamo molte energie per scoprire il perché delle nostre tenebre e della nostra povera situazione, sperando – consapevolmente o no – che un giorno lo troveremo e saremo in grado di rimediare. Sembra, che speriamo ostinatamente di non essere davvero ciechi, ma semplicemente di non sapere ancora come fare ad aprire gli occhi. È difficile raggiungere questa saggezza, che ammette in pieno la nostra debolezza.

Solo due persone nella scena evangelica che meditiamo non cercano colpe, né altre cause della cecità. Il cieco nato, perché ha già capito, che questa strada non conduce in nessun posto, e Gesù, perché sa, che non è tanto la causa che va cercata, quanto il fine della cecità: quest’uomo è nato cieco, “perché in lui siano manifestate le opere di Dio”. Nell’atteggiamento di Cristo vediamo la risposta di Dio alla mancanza di luce nella vita umana: farò un’opera nuova, vi creerò di nuovo, vi inonderò di luce e manifesterete la mia gloria. Ma il miracolo della salvezza dell’uomo da questa cecità che trasforma la nostra vita, praticamente, in morte, esige un particolare atteggiamento, che è evidente nel cieco nato. La misericordia di Dio cerca in ogni uomo l’umiltà del cieco nato, che non accusa più nessuno, né si lamenta, avendo abbandonato ogni speranza umana di guarire e di raggiungere da solo pienezza di vita. Se quindi ci siamo riconosciuti nel cieco nato per quel che riguarda la sua miseria, cerchiamo anche di essere simili a lui nell’umiltà e nella semplicità con cui accoglie il dono di Dio. In questo modo le opere di Dio si manifesteranno anche in noi.

Camilla e Simone, i nostri cari eletti, che vivono oggi il loro secondo scrutinio, ci indicano come fare. Fra poco si avvicineranno all’altare in silenzio, affidandosi alla preghiera della Chiesa e alla grazia del Signore. Il loro umile silenzio e la fede in Cristo aprono sempre di più i loro cuori alla luce, liberano dalle menzogne che accecano, e fanno crescere in loro la vita vera ed eterna. Con gli scrutini, ripetuti per tre volte prima del Battesimo, la Chiesa ci insegna, che non è la nostra ricerca agitata di un colpevole a liberarci dalle tenebre, ma l’umile attesa della grazia del Signore, il riconoscimento della povertà umana, la supplica silenziosa ma piena di fede e la semplice accoglienza dell’opera di Dio in noi.

Fratelli e sorelle, l’opera del Signore, cioè la notte in cui risplenderà la luce vera che ci abbraccerà per sempre, si avvicina. Dio farà per noi tutto ciò che ha fatto per il cieco nato nella parabola: ci spalmerà gli occhi col fango, esponendo in pubblico il suo Figlio crocifisso, aprirà il suo cuore dandoci l’acqua e invitandoci a lavarci in essa. Lavati, vedremo la luce vera, Cristo morto e risorto, che rende la vita umana salda, eterna. Perseveriamo quindi nella preparazione quaresimale, affinché per mezzo della preghiera, del digiuno e dell’elemosina la nostra umiltà cresca e ci renda più pronti ad accogliere il dono della salvezza e preghiamo per Camilla, Simone e tutti gli eletti, che si avvicinano alla fonte di vita per la prima volta. Amen.

 

mercoledì 10 marzo 2010 - III settimana di Quaresima - fr. Marek FMJ

 

Fratelli e sorelle,

I cristiani non osservano il Sabato, non hanno il segno della circoncisione, non fanno la distinzione fra gli animali puri e impuri, non lavano le mani prima di mangiare per i motivi religiosi. E facile indicare tanti minimi e anche grandi precetti della Legge ebrea, che i discepoli di Cristo trasgrediscono. Sembra che soltanto il Decalogo ci è rimasto da tutta la Legge e gode la grande stima nella Chiesa. Ma tutto l’altro, tanti iota e trattini, è passato. Che cosa quindi significano le parole di Gesù appena ascoltate?

“Non sono venuto ad abolire la Legge, ma a dare pieno compimento”. Anche se il risultato dell’abolire e del dare compimento è lo stesso, non si tratta della stessa cosa. La Legge sia abolita, che compiuta, non esiste più, ma abolita muore sterile e senza figli, compiuta invece, dà la vita al mondo nuovo, dove tutto ciò che la Legge cerca di custodire, è custodito senza di essa, nella libertà totale. L’abolizione della Legge è la sua sconfitta, il compimento – la vittoria perfetta, il raggiungimento dello scopo. Per questo osservare la Legge e insegnarla rende l’uomo grande nel regno dei cieli, dove la volontà del Padre è fatta perfettamente senza Legge.

La Legge – come ha detto san Paolo – è “un pedagogo, che ci conduce fino a Cristo”. Il nome di pedagogo, che viene naturalmente dal greco, significa “chi conduce il bambino” e indicava uno schiavo che era responsabile per il cammino dei bambini dalla casa alla scuola. Non poteva lasciare la mano del bambino, finché non si trovasse davanti al maestro. San Paolo così descrive il ruolo della Legge: non è il nostro maestro, ma ci conduce a lui.

Fratelli e sorelle, se la Chiesa ci propone oggi questa meditazione sulla natura della Legge, lo fa sicuramente per ricordarci il valore e il posto delle nostre leggi quaresimali. Non sono Cristo, non in ciò che facciamo c’è la nostra salvezza, non nell’osservanza delle regole – quaresimali o altre – c’è la nostra pace. Tutto questo ha il senso soltanto quando ci guida a Cristo e quando ci lascia davanti a Lui. Se no, la Legge paradossalmente può essere l’ostacolo e può nuocere, come nuocerebbe lo schiavo, che non lasciasse la mano del bambino dopo essersi trovato davanti al maestro. Osserviamo quindi scrupolosamente la Legge, esaminando accuratamente se è pronta a lasciarci davanti a Cristo. Amen.

 

Domenica 7 marzo 2010 -  III Domenica di Quaresima - fr. David FMJ

Gn 4, 5-42

Fratelli e sorelle, la storia della Samaritana è la storia di un incontro particolarmente importante, poiché si tratta dell’incontro con il Signore. Questo vangelo della Samaritana è stato scelto dalla Chiesa per il primo scrutinio dei catecumeni. C’è, in questa scelta, qualcosa che colpisce. La Chiesa trasmette il suo tesoro a Camilla e a Simone che stano per essere battezzati nella notte di Pasqua, e la prima perla preziosa che la Chiesa, maternamente, tira fuori per loro, è questo vangelo della Samaritana. Eppure, altri brani dei vangeli potrebbero sembrare adatti. Avremmo potuto immaginare che il vangelo del primo scrutinio sarebbe dovuto essere il testo delle Beatitudini, o il Padre Nostro, o il prologo di san Giovanni, o la parabola del figlio prodigo. Ma è stato scelto il vangelo della Samaritana. Bisogna senza dubbio prendere in considerazione l’insieme dei tre vangeli dei tre scrutini per capire questa scelta. Oggi la Samaritana. La domenica prossima il cieco nato. E la settimana più avanti, la resurrezione di Lazzaro. Questi tre episodi tratti dal vangelo secondo san Giovanni sono una splendida preparazione al battesimo, perché affrontano i temi dell’acqua, della luce e della vita. Il battesimo infatti lava, illumina e vivifica, perché iscrive in noi, in un modo indelebile, la vita di Cristo, morto e risorto per amore nostro.

Ma torniamo al vangelo di oggi. La storia della Samaritana è la storia di un incontro. Appunto, è con un incontro che tutto comincia. La nostra fede, fratelli e sorelle, è fondata sull’incontro con Gesù Cristo, il figlio di Dio. La proclamazione del vangelo, la celebrazione dei sacramenti, la predicazione, la liturgia, la Chiesa sono un effetto dell’incontro con Gesù Cristo, il figlio di Dio, e hanno come meta condurre all’incontro con lui. Un incontro, fratelli e sorelle, è una scoperta, un inattesa apertura, quando si tratta di un incontro profondo che cambia il corso dell’esistenza. Siamo, grazie a san Giovanni, i testimoni delle tappe dell’incontro vissuto dalla Samaritana. Queste tappe appaiono con una precisione sorprendente. Questa donna è venuta ad attingere acqua a un ora in cui le donne non erano solite andare al pozzo. Forse si nasconde, forse vuole evitare la gente e che si interesse dei suoi affari. Questa donna però sta per vivere una trasformazione spettacolare e divenire così missionaria nella sua città. Ciò non avviene tutto d’un tratto. Si vede un evoluzione nella qualità del suo rapporto con Gesù. C’è prima il tempo delle obiezioni. Poi quello dell’equivoco, quando intende in un modo materiale l’acqua viva promessa da Gesù. Viene di seguito il tempo della verità su sé stessa: «hai detto bene «Io non ho marito». Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero.» Di che cosa si tratta? Di uno schiaffo in faccia? Di un insulto mascherato? Di un umiliazione gratuita? Per niente affatto. Gesù è l’unico che possa condurci all’umile verità su noi stessi in modo che non insulta, ma libera. C’è, nel modo di amare di Gesù, qualcosa di unico, di assolutamente originale. L’amore di Gesù non conosce nessuna illusione a nostro riguardo, nessun ingenuità. Eppure ci ama con un amore totale, senza ripensamenti, senza rimpianti, con un amore che libera e crea. Tutti gli amori veri attingono a questa sorge divina dell’amore di Cristo.

Quando san Giovanni ci fa lasciare la Samaritana, essa è ormai diventata missionaria. «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto», proclama ai vicini, ai conoscenti, ai viandanti, a chi ben vuole ascoltarla. Ma tutti sanno già probabilmente più o meno ciò che questa donna ha fatto e chi è. Si può pensare che la sua reputazione non è molto buona tra gli abitanti del suo paese. Ma eccola, a causa del suo incontro con Gesù, in possesso di una libertà profonda che le permette di assumere la propria storia. L’inquietudine non fa più presa su di lei. Il mondo è cambiato, quando lei ha incontrato Gesù, l’unico che possa giustificare la nostra esistenza. D’ora in poi, la nostra esistenza non è più la nostra, ma appartiene a lui ed è per lui. Questo legame intimo con il Cristo non è esclusivo da tutte le nostre altre relazioni, ma dà compimento ad esse. La nostra esistenza per il Cristo è, contemporaneamente, un esistenza per gli altri e per ciò un esistenza profondamente missionaria.

Uno psicologo ha detto un giorno che, per i bambini, le relazioni più importanti vengono descritte sotto il modo dell’avere. Alla domanda «che cosa hai?», i bambini rispondono, si dice, spontaneamente: «ho un papa, ho una mamma». La ricchezza fondamentale dell’essere umano sono le relazioni che contano veramente per lui. Per la Chiesa, e per noi che siamo generati dalla Chiesa nel battesimo, Gesù è il nostro tesoro. Abbiamo Gesù Cristo, una ricchezza inestimabile perché ci apre all’amore infinito. Camilla e Simone, il vostro incontro con Gesù Cristo ha già attraversato più tappe. Possiate avere cura della relazione già stabilita con lui. Una storia unica vi aspetta e vi chiama: la storia santa della vostra vita con Cristo.

 

Mercoledì 3 marzo 2010 - II settimana di Quaresima - fr. Marek FMJ

 

Fratelli e sorelle,

Il grande sforzo della vita monastica, ma anche di tutta la vita cristiana, è vivere ora senza andare troppo avanti col pensiero e col cuore. Infatti preghiamo il Padre: “dacci oggi il nostro pane quotidiano”, e ricordiamo le parole del Maestro: “Non preoccupatevi dunque del domani… A ciascun giorno basta la sua pena”. Ma non è facile vivere soltanto oggi. E la difficoltà non viene soltanto dal nostro peccato, ma dal fatto, che Dio ci ha creati eterni, e ne consegue che il nostro cuore corre verso il mondo che verrà e che sarà eterno. Per questo abbiamo bisogno di promesse, di garanzie da parte di Dio… Per questo la madre dei figli di Zebedeo vuole che Gesù dica che i suoi due figli siedano uno alla sua destra e uno alla sua sinistra nel regno di Cristo. Ma le promesse che Dio fa agli uomini non parlano mai soltanto del futuro, come vorrebbe la madre dei figli di Zebedeo. Nel rispetto del progetto creatore riguardo all’uomo – Dio ci ha creati infatti eterni in mezzo al tempo – parlano tanto del futuro, quanto del presente: se vuoi ottenere la gloria di Dio, devi essere pronto ad esistere ora come Dio, devi essere pronto a bere il calice che Lui sta per bere. Occorre intrecciare il nostro oggi con il nostro domani e vivere pienamente l’eternità in mezzo al tempo.

Cristo stesso ci ha indicato, come far coesistere vita terrena e vita celeste. È Lui il primo uomo che vive ora e sempre. Salendo a Gerusalemme, saliva al Padre. Per lui il cammino verso la città santa, la condanna a morte, la flagellazione, la crocifissione e la risurrezione sembrano essere una cosa sola. Il suo “oggi”: quello banale come il tradizionale pellegrinaggio alla città santa, quello terribile come l’ora della passione o quello glorioso come la risurrezione dai morti, è sempre inserito nell’eternità, nella vita eterna col Padre. Non fa nulla soltanto oggi e ora aspettando qualche “poi”. La risurrezione, che significa infatti la pienezza della vita eterna, è per lui il terzo giorno, cioè uno di questi “adesso” di cui è composta la nostra esistenza. Per Gesù sembra non esistere un adesso e un poi, un qui e un là, il tempo e l’eternità. Lui davvero vive sia ora, che sempre.

Per questo rispondendo alla domanda della madre dei figli di Zebedeo dice, che chi vuole diventare grande, sarà servitore, chi vuole diventare il primo, sarà schiavo. “Diventare”, che ci apre verso il futuro, verso l’eternità, deve incontrare “essere”, che tocca il nostro presente. Non si tratta quindi nell’insegnamento di Cristo di essere servitore per diventare grande, ma di capire che servitù e grandezza, schiavitù e primato sono una cosa sola. Proprio come nel Figlio dell’uomo che essendo re eterno e glorioso serve e dà la vita. E la sua croce, verso la quale camminiamo con Lui, è davvero la sua gloria. In lei si incontrano la terra e il cielo, l’ora e il sempre, la servitù e la grandezza. Preghiamo dunque oggi il Signore, che ci dia la grazia di entrare con gioia nel mistero della sua croce. Amen.

 

Venerdì 19 febbraio 2010 - dopo le Ceneri - fr. Marek FMJ

 

Fratelli e sorelle,

All’inizio della Quaresima, il Mercoledì delle Ceneri la Chiesa ci ha ricordato le parole di Gesù che invitano a stare attenti “a non praticare la nostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro”. Le opere della giustizia, cioè l’elemosina, la preghiera e il digiuno devono essere praticati nel segreto, dove soltanto il Padre ci vede. Oggi, sempre in questa materna pedagogia nei confronti dei suoi figli, la Chiesa ci insegna come digiunare, offrendoci il brano del Vangelo che abbiamo appena ascoltato. Non sono che tre frasi: una domanda, una domanda retorica che è poi la risposta, e una profezia, ma per comprendere ciò che dicono non ci basta la vita…

Nella nostra situazione di discepoli di Cristo che digiunano, dobbiamo rifare la domanda dei discepoli di Giovanni e chiedere a Gesù: perché digiuniamo? Forse perché gli uomini di tutte religioni lo fanno? Forse perché è la santa tradizione, e i padri, i santi lo facevano? Forse perché siamo monaci, monache e il monaco digiuna? Anche se tutto questo è vero, non basta per essere motivo di digiuno per i discepoli di Cristo. La causa del digiuno davvero cristiano è una sola: possono forse gli invitati a nozze non essere in lutto, quando lo sposo è stato loro tolto?

Il pianto e il digiuno cristiano nascono dalla consapevolezza del peccato. Il peccato invece sta proprio in questo: siamo invitati a nozze, siamo creati per condividere la gioia eterna di Dio, ma Dio è sparito dal nostro mondo. Tutto è pronto per le nozze: la terra dà i suoi frutti e sembra un tavolo imbandito con abbondanza, la musica del creato sembra invitare alla danza, l’umanità è come la figlia del cosmo, giovane ma matura per essere sposa del Creatore. Ma lo Sposo non c’é. I farisei e i discepoli di Giovanni il Battista lo aspettavano, è dunque ovvio che digiunassero, perché prima della venuta dello Sposo non si tocca il cibo messo sui tavoli e i musicisti non suonano. Ma il digiuno cristiano è diverso. Noi sappiamo che lo Sposo è già venuto, ma che dopo è stato preso e buttato fuori. Non ci saranno dunque queste nozze per le quali tutto il mondo è pronto. Possiamo non essere in lutto? Possiamo ascoltare la musica del mondo, mangiarne i pasti deliziosi e rallegrarci ammirando la bellezza della sposa? Paradossalmente la grandezza e lo splendore del mondo e dell’uomo – tutto pronto per le nozze! – aumentano il dolore. Tutto questo sembra vano, sembra non aver più senso: è stato creato per sposare Dio, ma non ci saranno nozze, lo Sposo è stato loro tolto. Per questo digiuniamo, non possiamo non essere in lutto, è evidente.

Fratelli e sorelle, il digiuno cristiano non è uno sforzo per essere migliori, più padroni di sé, più giusti. È il frutto del lutto, che viene dal nostro peccato, ma di un lutto pieno di speranza, perché lo Sposo, tolto a noi, ha promesso di portarci là dove lui è. Le nozze nel mondo che conosciamo non sono riuscite, ma ora noi siamo invitati alle nozze dell’Agnello in cielo. Lo Sposo è stato sbattuto fuori dalla casa della sposa, ma nonostante questo la prenderà nella sua casa e non l’abbandonerà mai. Digiuniamo dunque piangendo i nostri peccati, ma con questa gioiosa e umile, perché misteriosa, speranza di bere un giorno il vino nuovo nel Regno dell’Agnello. I cristiani digiunano, per così dire, perché aspettano il pane dal cielo. Amen.

 

Domenica 14 febbraio 2010 - VI Domenica T.O. - fr. Marek FMJ

Fratelli e sorelle,

Di solito le conclusioni pratiche tratte dalla meditazione della Sacra Scrittura vengono presentate alla fine dell’omelia, ma questa volta mi permetto di cominciare all’incontrario, condividendo fin dall’inizio una delle conclusioni possibili della meditazione sul brano del vangelo detto “Le Beatitudini”. Ed è questa: non consoliamo i poveri e gli affamati troppo presto chiamandoli beati, dobbiamo essere davvero molto prudenti e parchi nel dire a chi piange “beato te” e a chi è insultato e disprezzato, “rallegrati!” E ora cerco di spiegare almeno un po’ perché.

Le Beatitudini che abbiamo appena ascoltato sono parole di Gesù di importanza straordinaria. Sapete bene che sono proprio le Beatitudini ad essere considerate la costituzione, la legge fondamentale del Regno di Dio, tanto che a volte sono chiamate il nuovo Decalogo. Sono anche parole belle, commoventi e profondamente consolanti. Sono sognate e tanto attese dai poveri e dagli affamati, cioè da tutti noi. Però tutta la loro forza sta non tanto in ciò che viene detto, ma in chi le pronuncia. Le stesse parole sarebbero morte e vuote, se non fosse Gesù a pronunciarle. Non si può separare le Beatitudini da colui che, per così dire “beatifica”, benedice in questo modo. E questo è il primo motivo che richiede moderazione nel fare nostre le parole delle Beatitudini.

Gesù è il povero, perché come leggiamo in San Paolo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà. Gesù è affamato,  così assetato da chiedere a una Samaritana: “dammi da bere” e da gridare davanti al mondo intero dall’alto della croce: “Ho sete!”. Gesù piange, piange su Lazzaro, piange su Gerusalemme, prova tristezza e angoscia al Getzèmani e la Lettera agli Ebrei dice di lui che “offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime”. Tutti conosciamo molto bene l’odio, gli insulti e il disprezzo, che Gesù ha subito durante la vita e soprattutto nell’ora della morte. Furono inimmaginabili. Gesù è quindi disceso fino al fondo della povertà umana, nessuno ha potuto farlo così perfettamente, e per questo soltanto lui può parlarcene secondo verità.

E cosa ha trovato Gesù in fondo alla povertà umana? Secondo le sue parole, lì ha trovato il regno di Dio. Soltanto in questo modo si può spiegare la sua benedizione: beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio!

Nel cuore del povero si nasconde il Regno. È difficile crederlo. Sembra che il cuore sia corrotto, guasto, se da lui deriva una vita zoppa, sciancata. Sembra che il cuore sia vuoto, se la vita non dà soddisfazione. Sembra infine che Dio l’abbia abbandonato, rigettato, se dal cuore esce il peccato. Gesù però dopo aver toccato il fondo del cuore umano, dopo essersi immerso nella povertà umana fino alla morte, lì ha trovato il Regno di Dio, cioè Dio stesso e la sua vita, la vita eterna. La sua autorità quindi, autorità di un vero uomo, rende autentiche le parole della sua benedizione: beati siete voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio, l’ho visto, l’ho toccato. Noi possiamo fare nostre queste parole soltanto nella misura della nostra somiglianza col Cristo crocifisso e risorto. Per questo conviene che siamo moderati nel proclamare beati i poveri.

Ma c’è anche un altro motivo. Le Beatitudini non sono soltanto la rivelazione di ciò che Gesù ha trovato nel cuore umano, al fondo della povertà umana. Sono anche il frutto della trasformazione dell’uomo che si è realizzata per mezzo suo. Il Regno di Dio è infatti nel cuore umano, perché mediante l’incarnazione è diventato il cuore di Dio. Gesù è sia vero uomo, che vero Dio, e questo fa sì che nel cuore umano sia di nuovo seminato il Regno di Dio. I poveri sono beati, gli affamati saranno saziati e coloro che piangono rideranno, perché in Cristo Dio è tornato all’uomo, è entrato nel suo tempio. Non c’è altro motivo di felicità per i poveri, che Gesù. Le Beatitudini, che ci piacciono tanto, sono quindi parole di Gesù in un modo del tutto particolare. Sulle nostre labbra rischiano di essere pio desiderio, se escono invece dalla sua bocca, hanno la forza della verità: liberano. Gesù infatti non pronuncia tanto una benedizione, ma crea ciò che dice, rende il povero davvero beato, prima facendosi uomo lui stesso e poi pronunciando le splendide parole delle Beatitudini.

E questo è il secondo motivo che richiede la nostra moderazione nel ripetere le parole delle Beatitudini. Queste parole diventeranno davvero nostre, quando noi diventeremo davvero di Cristo, quando saremo uniti alla divinità di colui, che si è unito alla nostra umanità. Aspettando quel giorno possiamo annunciare ai nostri fratelli poveri Gesù Cristo, che li ha proclamati beati. Questo è più vero del nostro dir loro che possiedono il Regno e che tutto andrà bene.

Fratelli e sorelle, se le Beatitudini che meditiamo oggi sono le parole più importanti di Gesù, se sono il fondamento e la costituzione del popolo della nuova Alleanza, e se allo stesso tempo non sono ancora pienamente nostre, percepiamo meglio la direzione del nostro cammino cristiano, il cui fine è fare nostre queste parole e il cui metodo è farsi conformi alla morte di Cristo – per toccare il fondo della povertà umana – nella speranza di giungere alla risurrezione dai morti, che inserisce l’uomo nella vita di Dio. Ecco l’essenziale della vita cristiana: diventare come Gesù per la salvezza del mondo, per proclamare e rendere beato ogni povero e tutti coloro che piangono e hanno fame. Amen.

 

martedì 9 febbraio 2010 - V settimana T.O. - fr. Marek FMJ

Fratelli e sorelle,

La polemica di Gesù con i farisei e gli scribi può sembrarci strana e puramente accademica, perché la questione delle abluzioni rituali non infiamma i nostri intelletti e non tocca la nostra vita quotidiana. Però le ultime parole di Cristo aprono nuovi orizzonti sull’argomento, e questo rende possibile il nostro impegno nella loro discussione. Gesù giudica in modo inequivocabile la pratica del “korban”, quando dice:  “voi annullate la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi”, ma aggiunge anche: “E di cose simili ne fate molte”, e questo è inquietante per noi. Non conosciamo questa pratica del “korban”, ma forse facciamo qualcosa di simile, annullando così la parola di Dio con la nostra tradizione.

Probabilmente facciamo così, perché la tendenza all’idolatria è nell’uomo molto forte. La parola di Dio è come la pietra gettata dal pastore alla pecora, che si sta allontanando dal gregge, per farla tornare sulla strada giusta. Da questa pratica deriva il nome ebreo della Legge di Dio: Torah. La parola di Dio non ci lascia in pace, ci sta sempre addosso, ci spinge, ci fa camminare. La tradizione umana nasce dal limitarsi a fissare la pietra gettata dal Pastore e questo col tempo diviene contemplazione del segno di Dio invece che di Dio stesso. Ci può dare un po’ di riposo, ci rende tranquilli e sicuri. La parola di Dio invece ci fa pellegrini, viaggiatori, uomini che come Cristo non hanno dove posare il capo. La tradizione umana ci permette di passare lunghi giorni là dove un pellegrino potrebbe soltanto pernottare, ci propone non soltanto la tana o il nido, ma una vera casa con un bel giardino e una camera dove nel letto ci aspetta un cuscino morbido. La tentazione è forte e sottile, è quindi molto probabile che anche noi facciamo cose simili a quelle dei farisei. Gli esempi si potrebbero moltiplicare, ma ciascuno di noi lo sa da se.

Fortunatamente Cristo ci ha dato un rimedio efficace: la parola di Isaia che ci ricorda che onoriamo Dio con le labbra, ma il nostro cuore è lontano da Lui. È vero. La tradizione umana non è mai ciò che desidera il nostro cuore, non può mai soddisfarlo. Esso è inquieto anche in una situazione confortevole (quando cioè abbiamo il cuscino morbido sotto la testa) o in una situazione sicura (quando viviamo in un mondo stabile, per di più protetto dalla tradizione degli antichi). Il cuore umano trova la pace soltanto vicino a Dio, con Lui o addirittura in Lui. È per questo che Dio nella sua misericordia ci libera da ogni tradizione umana, che pur essendo buona e utile, come la pietra gettata alla pecora, non servirebbe a nulla se diventasse l’oggetto del nostro amore. Nulla si può preferire al Cristo, davvero nulla. Amen.

 

mercoledì 3 febbraio 2010 - IV settimana T.O. - fr. Marek FMJ

Fratelli e sorelle,

Dio conosce bene il cuore umano, sa di che cosa siamo plasmati e ricorda che noi siamo polvere. Però dopo aver preso su di se la nostra natura, deve in un certo senso ri-impararlo, sperimentarlo – per così dire – sulla sua pelle. A Nazareth, sentendo i suoi vicini disprezzare le sue parole solo a causa del suo mestiere e della sua famiglia, impara – e questo spiega la sua sorpresa – che l’uomo fa l’abitudine al mondo in cui vive tanto da esserne schiavo, e da non potere a volte neanche immaginare che le cose possano cambiare e andare in un altro modo. Il falegname è falegname e non rabbi che insegna nella sinagoga. Gli abitanti di Nazareth probabilmente avrebbero ascoltato volentieri la sapienza di qualsiasi grande rabbi, se uno di loro avesse voluto venire da Gerusalemme, ma era difficile per loro ammettere che un bravo falegname Nazareno fosse divenuto davvero un grande rabbi e forse anche un profeta. Accettare questo avrebbe significato essere d’accordo con qualsiasi imprevedibile cambiamento del mondo. Si rivoltano quindi istintivamente contro Cristo, seguendo un impulso di autodifesa. La loro risposta all’insegnamento di Gesù significa infatti: non toccare il nostro mondo, non ti azzardare a distruggerlo!

Tuttavia, questo toccare il mondo, crearlo e trasformarlo è proprietà della Parola di Dio. Uscendo dalla bocca dell’Altissimo la Parola ha creato l’universo e ne sostiene senza sosta l’esistenza. La voce del Signore – come dice il Salmista – schianta i cedri e affretta il parto delle capre. Non si può dire alla Parola di Dio: non toccare il nostro mondo, perché questo significherebbe: smetti di esistere! E come può non esistere la Parola del Dio vivente ed eterno? Non ci stupiamo quindi, se pur non potendo compiere nessun prodigio, Cristo impone le mani ancorché a pochi malati e li guarisce. Toccare il mondo, cambiarlo per guarire e salvare è infatti proprietà della Parola di Dio.

Fratelli e sorelle, la ribellione contro la Parola di Dio e contro la sua ininterrotta azione nel mondo è presente anche nei nostri cuori. Forse ne abbiamo già eliminato la ragione fondamentale, cioè il non fidarsi di Dio, ma mi sembra che ci sia anche un altro motivo, che pur apparendo non imputabile, può lungamente sostenere questa rivolta in noi: l’abitudine, l’assuefazione al mondo che conosciamo ed al nostro “io”. Nonostante tutto ogni tanto la Parola stende la mano per toccare il mondo e noi. Scopriamo allora con stupore, che il mondo continua a crescere e anche noi non siamo ancora compiuti. Lasciamo quindi che la Parola di Dio faccia la sua opera in noi ed in ogni creatura, lasciamo che ci sorprenda. Amen.

 

Domenica 31 gennaio 2010 - IV Domenica T.O. - fr. David FMJ

Gr. 1, 4...19; Sal 70; 1Co 12, 31-- 13,13; Lc 4, 21-30

Quest’episodio ci dà l’impressione che Gesù sciupi tutto. Sembrava che le cose andassero bene. La

gente era stupita, anzi, ammirata, ma il contenuto dell’insegnamento di Gesù suscita delle reazioni, delle

incomprensioni, poi un tumulto, e in fine un tentativo di omicidio sulla sua persona. Va notato che questo

succede a casa di Gesù. Questo tumulto, questa collera collettiva, quest’incomprensione, si verificano fra la

sua gente, gli abitanti del suo villaggio, quelli che frequentano la sua sinagoga, quelli che l’hanno visto

crescere. E ne viene un avvertimento per noi. Dobbiamo chiederci se non corriamo il rischio, noi che

frequentiamo Gesù, noi che ci consideriamo dei privilegiati perché siamo vicini a lui, perché facciamo parte

della sua Chiesa, dobbiamo chiederci se non rischiamo di essere, prima o poi, nonostante tutto questo, o

forse a causa di tutto questo, tra i più impermeabili alla Parola di Gesù, proprio perché resi troppo sicuri di

se da questi privilegi. È qualcosa che s’incontra ripetutamente nella storia della Chiesa. I santi hanno spesso

un ruolo profetico. Rompono spesso la monotonia di una vita ecclesiale troppo appagata di se, e

manifestano la forza sempre nuova di Dio. Possiamo pensare anche a quei gruppi che si separano dalla

Chiesa dopo un concilio, dopo che la Chiesa ha vissuto una grazia del tutto speciale dello Spirito Santo che

fa tutto nuovo. Ci sono sempre delle correnti integraliste che non accettano l’evoluzione della Chiesa. Ma

non si può rifiutare l’evoluzione della Chiesa, perché sarebbe volere una Chiesa morta, separata dallo Spirito

Santo.

Ma sono esempi che, per noi, semplici fedeli, rimangono rassicuranti perché non siamo messi in

questione da tale considerazioni. Eppure, il pericolo che il Vangelo di oggi ci indica non riguarda

esclusivamente l’istituzione ecclesiale. Riguarda ciascuno di noi. È quindi in modo personale che dobbiamo

accettare di riconoscere, con umiltà e lealtà, che siamo nella stessa situazione degli abitanti del villaggio di

Gesù, che cioè la Parola di Gesù non sempre ci è gradita, che viene a urtare il nostro benessere spirituale, a

ricordarci verità che preferiamo non prendere in considerazione. Ma facciamo un esempio, per non

rimanere troppo nel vago, per non rischiare di non essere coinvolti, quando invece il Vangelo di oggi ci

ricorda che dobbiamo lasciarci interpellare dalla Parola di Dio. Prendiamo come esempio la crisi delle

vocazioni. Ci sono famiglie molto cattoliche, molto praticanti, che vanno regolarmente alla messa, e che

tuttavia reagiscono in un modo del tutto negativo quando uno dei loro figli dichiara di voler consacrare la

vita al Signore. Forse, in questi casi, succede qualcosa che somiglia a ciò che il Vangelo di oggi ci fa vedere. A

Nazaret, Gesù provoca un tumulto. Eppure, ha semplicemente detto ciò che tutti già sapevano. Ha ricordato

episodi biblici famosi. I suoi ascoltatori sapevano perfettamente chi era stato Elia, la vedova di Sarepta,

Eliseo e Naamàn. Semplicemente, sulla bocca di Gesù, questi episodi ben conosciuti smettevano di essere

storielle alle quali erano abituati, delle storielle che avevano perso l’effetto sorpresa e che facevano, per così

dire, parte del loro bagaglio culturale. Le vecchie storielle della vedova di Sarepta e di Naamàn il siro

divenivano, sulla bocca di Gesù, a causa della sua santità, della sua divinità, parola profetica, parola divina,

una spada a doppio taglio, parola che viene a giudicare i cuori. Ciò che la vedova di Sarepta diceva al profeta

Elia noi possiamo dirlo a Gesù: «sei un uomo di Dio, sulla tua bocca, la Parola di Dio è verità».

Ma torniamo al nostro esempio, la crisi delle vocazioni. Nelle nostre famiglie, quando un giovane

annuncia di voler consacrare la sua vita al Signore, non succede in definitiva niente di così straordinario.

Gesù ha chiamato questo giovane. È qualcosa di importante per lui, per la sua famiglia, ma è anche qualcosa

di cui già si sapeva, perché fa parte del modo di fare abituale di Gesù, se così si può dire, poiché Gesù non

smette mai di chiamare al suo seguito. Nei vangeli, lo vediamo frequentemente chiamare qualcuno a

lasciare tutto per seguirlo in un modo del tutto particolare. Insomma, quando Gesù ci fa la sorpresa, se si

può dir così, di chiamare qualcuno che conosciamo, non fa nient’altro che ciò che lo vediamo fare dall’inizio

della Chiesa. Nelle reazioni familiari a volte così sorprendentemente violente davanti all’ingresso di un

giovane nella vita religiosa o in seminario, ci si può chiedere se non ci sia qualcosa di molto simile alla

reazione degli abitanti di Nazaret di fronte alla predicazione di Gesù. Se siamo sinceri nel nostro

attaccamento a Gesù, se vogliamo davvero essere suoi discepoli, dobbiamo pur aspettarci che entri nella

nostra vita per darle una direzione che non avevamo pensato o immaginato prima. Sia con la chiamata di

una persona cara che, in un certo modo, si separerà da noi per consacrarsi a Dio, sia, e a maggior ragione,

con la chiamata che sentiamo nel profondo del nostro cuore e che siamo tentati di soffocare, Gesù ci invita

a seguirlo, non a ribellarci a lui o a chiuderci davanti alla sua presenza. Avremmo senza dubbio tante

buonissime ragioni da opporgli. Ma è lui il Signore. I rabbi di Nazaret trovavano forse che la predicazione di

Gesù mancava di senso pastorale, e le reazioni del popolo sembravano dar loro ragione. Potremmo, allo

stesso modo, davanti a una vocazione nascente, la nostra o quella di una persona cara, dirci che c’è di

meglio da fare, che è uno spreco entrare in monastero dopo gli studi fatti ecc. Ma è Gesù il Signore, e i

nostri buoni motivi devono cedere il passo davanti a lui.

Fratelli e sorelle, nell’attuale crisi delle vocazioni, chiediamoci se non ci siano i sintomi di una «sindrome

di Nazaret». In altri termini, chiediamoci se non ci siamo fabbricata una vita cristiana tutto sommato

abbastanza comoda, ma un po’ troppo impermeabile alla volontà di Gesù, all’irruzione della sua volontà

nella nostra vita. Se fosse così, allora, la crisi delle vocazioni non sarebbe il problema più grave della Chiesa.

Il problema più grave sarebbe a questo punto che noi tutti, fedeli, religiosi, preti, credenti, vogliamo

diventare davvero credenti, e per questo permeabili alla volontà di Gesù nella nostra vita personale.

 

 venerdì 29 gennaio 2010 - III settimana T.O. - fr. Marek FMJ

Fratelli e sorelle,

In Polonia, come penso anche in Italia, mi sembra in quarta o quinta elementare i bambini fanno un esperimento di biologia, che per la mia intelligenza è stata una delle prime grandi scoperte. Si versa un po’ d’acqua in un vasetto, si stende sull’imboccatura una garza, sulla quale si mette un po’ di cotone umido e alla fine sul cotone si mette un seme di fagiolo. Poi si osserva il mistero della crescita e si prendono appunti per sapere quando il seme si apre, quando la radice raggiunge la superficie dell’acqua, quando appare la prima fogliolina. È bello quest’esperimento, perché mette in evidenza la forza vitale racchiusa nel seme di fagiolo, così poco appariscente. Sicuramente anche Gesù, forse senza particolari esperimenti scientifici, ammirava il mistero nascosto nel seme, se ne faceva uso per condividere con noi ciò che dall’eternità contempla nel seno della Trinità. Il mistero della vita che si compie nel seme gettato sul terreno gli sembrava simile al mistero del regno di Dio. Perciò sulla base delle parole di Cristo anche noi possiamo avvicinarci a questo mistero.

Cristo è il Figlio di Dio, la Parola e la Sapienza del Padre che ha accesso immediato e pieno a Dio. Dio, che nessuno ha mai visto, è per il Salvatore in un certo senso come questo fagiolo per un giovane biologo: è nudo e aperto, pronto ad essere conosciuto ed ammirato. Il Figlio può dunque vedere il cuore del mistero del regno di Dio, cioè la propria nascita dal Padre, ineffabile per tutto il creato, e l’apparizione, per così dire, dello Spirito Santo inseparabilmente legata a questa nascita, in quanto lo Spirito procede dal Padre e dal Figlio. E poiché la vita intima della Trinità divina è come il seme gettato sul terreno, è l’origine di ogni fecondità e creatività, il Figlio vede il seme produrre lo stelo e la spiga, vede il mondo intero sgorgare dal seno della Trinità, come se ci fosse troppo amore da parte di Dio e non fosse possibile contenerlo. Dio in un certo senso trabocca, come la vita imprigionata nel seme non può rimanere dentro ma germoglia e cresce. E alla fine il Figlio vede, che come il seme produce il chicco pieno nella spiga moltiplicando se stesso, così Dio crea gli uomini, sua immagine e somiglianza, che la Bibbia non esita a chiamare dei. E nella pienezza del tempo appare il frutto maturo di questo mistero del regno di Dio: Gesù Cristo, Figlio di Dio e figlio dell’uomo, vero Dio e vero uomo, che offre a tutti gli uomini la vita vera di Dio e fa espandere lo Spirito Santo su tutte le creature. Sicuramente l’ammirazione infantile della crescita del fagiolo è soltanto un pallido riflesso dell’ammirazione che riempie il cuore del Figlio di Dio che contempla senza fine e senza ostacoli il mistero del regno del Padre.

Fratelli e sorelle, mentre per Cristo il regno di Dio è simile al seme che germoglia e cresce tranquillamente, di notte o di giorno, per noi è come il tesoro nascosto che dobbiamo trovare e comprare al pesante prezzo della vendita di tutto quello che abbiamo. Egli contempla nella gioia e nella pace l’opera di Dio, noi cerchiamo di impadronirci del regno in un modo che Gesù chiama violento. È così perché noi, peccatori siamo ancora fuori e la vita che fa crescere il seme non ha ancora preso pieno possesso di noi. Chiediamo quindi umilmente al nostro Salvatore di sottometterci totalmente alla volontà di Dio come lo sono Lui stesso e ogni piccolo seme di senape o di fagiolo. Che faccia sparire in noi le ombre della morte e riempia tutto il nostro essere della vita di Dio. La nostra gioia sarà piena, quando nel giorno della mietitura con Gesù e tanti fratelli e sorelle ognuno di noi sarà un chicco pieno nella spiga, cioè la perfetta somiglianza con Dio, seme dal quale tutto ha vita ed esistenza. Amen.

 

 mercoledì 27 gennaio 2010 - III settimana T.O. - fr. Marek FMJ

 

Fratelli e sorelle,

     Le parabole di Cristo sono uno dei doni più grandi che egli ci ha fatto. Uniscono infatti il cielo e il suo regno alla terra. Non sono ancora la Parola vivente di Dio, ma pronunciate dalla Parola stessa creano nel nostro mondo un luogo dove possiamo introdurci nella verità sulle cose divine. Sono – come Gesù ha detto – “per quelli che sono fuori”, fuori dalla vita di Dio ovviamente, fuori dal seno della Trinità, cioè fuori dal mistero del regno di Dio, ma sono date loro come un acconto, un anticipo della contemplazione della verità. Le parabole, secondo il loro nome, sono un certo metodo con cui Dio fa sì che gli affari del cielo penetrino negli affari della terra, getta (paraballei, direbbero i greci) gli uni vicino agli altri e lancia un ponte al di sopra dell’abisso che divide la terra dal cielo. Per questo è così importante saper ascoltare le parabole. È possibile guardare la parabola e non vederla, ascoltare le parole sul seminatore e non capire che sono un ponte, una porta verso il mistero del regno. Ma è anche possibile scorgere la parabola nell’insegnamento di Cristo e abbracciare con lo sguardo e con la mente le due realtà separate fino dal principio del mondo che conosciamo, ma da Gesù poste nella parabola l’una vicino all’altra. È quindi possibile vedendo una bella immagine terrena vedere il cielo.

     La parabola che meditiamo oggi non è soltanto una delle più conosciute, ma – secondo le parole di Cristo – è all’origine di tutte le parabole. Senza di essa non se ne può capire nessun’altra. Forse per questo Gesù dopo averla raccontata svela un po’ il mistero della parabola in quanto tale e fa uscire dall’ombra le realtà celesti per porle in modo chiaro accanto a quelle della terra: gli uccelli che mangiano il grano caduto sulla strada sono Satana che viene subito e porta via la Parola appena seminata… il grano che cade sul terreno buono è la gente che ascolta la Parola, l’accoglie e porta frutto…  Ed è molto significativo che il personaggio principale della parabola – il seminatore – rimanga senza una spiegazione e manchi il suo equivalente celeste. Gesù dice soltanto che il seminatore, uscito a seminare, semina la Parola. Ma chi è questo seminatore?

     Possiamo ovviamente dire che il seminatore è Dio o Cristo stesso, ma questo non servirebbe a nulla. La natura della parabola fa si che, come Gesù stesso spiega, guardando ciò che ci dice, non vediamo di che cosa parla, ascoltando non comprendiamo. Non si tratta quindi di risolvere l’indovinello e di ricavarne la soddisfazione intellettuale che abbiamo capito tutto. Si tratta piuttosto di entrare mediante la parabola dentro il mistero del regno di Dio per non esserne più fuori. Se la parabola diventasse chiara per noi, cioè le cose visibili – il seminatore, il grano, la terra e così via – ci indicassero con precisione quelle invisibili, rimarremmo fuori dal mistero, proprio perché è davanti a noi. Ma Gesù ci vuole dentro, nel cuore di Dio. Per questo non ci svela chi è il seminatore, ma ripete che semina abbondantemente la Parola. Siamo quindi davanti a un evento: la Parola sta per essere seminata. È infatti dappertutto tanto che la prodigalità del seminatore stupisce. E la parabola sul seminatore, come anche le altre, non tanto ci insegna questo, quanto piuttosto ci invita ad entrare dentro, ad impegnarsi in questo evento. Per quelli che sono fuori, Cristo ha le parabole, ma a quelli che sono dentro è stato dato il mistero del regno di Dio.

     Fratelli e sorelle, meditando la Parola, scrutandola e portandola nel cuore continuamente dobbiamo cercare sempre non tanto di comprenderla, quanto di entrare in essa. Allora non siamo più noi a meditare la Parola, ma la Parola – in un certo senso – ci medita, ci scruta e ci porta in se. E quando il seminatore semina la Parola, noi possiamo essere seminati insieme a lei, possiamo essere coloro che vengono seminati sul terreno buono, e possiamo portare frutto, molto frutto. Amen.

 

 venerdì 22 gennaio 2010 - II settimana T.O. - fr. Marek FMJ

Fratelli e sorelle,

L’istituzione dei Dodici significa molto più che scegliere i discepoli e organizzare la scuola di rabbi di Nazareth. Questi uomini sono il fondamento dell’opera di Cristo. Vediamo infatti il Verbo creatore, che ha dispiegato i cieli e fondato la terra, gettarne ora le basi sotto cieli nuovi e terra nuova. E come al mattino della creazione Dio disse e fu e in questo modo creò nella sua libertà infinita ciò che voleva, così ora chiama a sé quelli che vuole ed essi vanno da lui, obbedienti come le stelle del cielo che non trasgrediscono mai i suoi ordini: “egli le ha chiamate ad hanno risposto – eccoci! e hanno brillato di gioia per colui che le ha create” (Ba 3,35). “Costituì dunque i Dodici”, si mise ad erigere l’edificio della Chiesa, fondò la nuova Gerusalemme.

Questa libertà di Cristo nel chiamare ed istituire i Dodici, che lui stesso un giorno ricorderà dicendo – “non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituti” – ci dice una cosa molta importante sulla natura della Chiesa. Può sembrare banale e ovvia, ma non è così. Questo modo di chiamare gli Apostoli significa, che la Chiesa è opera di Cristo nello stesso modo in cui lo è il mondo. Lo conferma anche lo scopo principale della costituzione dei Dodici. Cristo lo ha fatto, perché stessero con lui. Anche il mondo Dio ha creato senza nessun tornaconto personale, dall’amore puro l’ha creato, perché stesse davanti a lui, perché fosse. La Chiesa prima di tutto è quindi opera di Dio e nuova creazione, e solo dopo viene tutto ciò che sembra del tutto naturale e simile a tante altre realtà umane: l’organizzazione sociale della Chiesa, la sua storia inserita nella storia dell’umanità, le convinzioni e le credenze dei cristiani.

Pur essendo creazione di Dio e opera della sua Parola onnipotente, la Chiesa rimane una creatura fragile e vive sempre a rischio di peccato, dal momento che non dal nulla Dio l’ha creata, ma dagli uomini. E l’uomo fra tutte le creature è l’unica capace di non essere ciò che è, di disobbedire e di rivoltarsi contro Dio. In questa settimana di preghiera per l’unità della Chiesa il mistero del suo peccato si manifesta in modo particolare. La Chiesa è una – confessano tutti i cristiani, che essendo separati fra di loro e divisi dimostrano in tal modo che non è una. La Chiesa è cattolica, ma dal momento che questa parola indica innanzitutto la confessione di un gruppo di cristiani e non l’universalità della Chiesa, è chiaro che la Chiesa non è più cattolica. Creata per essere una e cattolica, poiché peccatrice, non realizza perfettamente il progetto di Dio. Come ogni uomo anche tutta la Chiesa deve quindi fare ininterrottamente questo sforzo di conversione per diventare ciò che è e nessuno di noi può contentarsi di essere nella Chiesa, se la Chiesa non è se stessa, non è davvero una e cattolica.

Fratelli e sorelle, il grande desiderio che si è svegliato nei cristiani dopo tanti anni, addirittura secoli di divisione, il desiderio di ritrovare l’unione perduta è la prova chiarissima che la Chiesa è opera di Dio. Nel mondo attuale l’unione degli sposi diviene sempre più un lusso, il pensiero sull’unione politica di una nazione, anche una sola sembra utopia e la vera unione delle nazioni è sicuramente sogno soltanto di visionari spericolati. Da dove viene quindi in noi questa brama di essere uno se non da Dio? Davvero siamo “edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra d’angolo lo stesso Cristo Gesù”. È lui che continua in noi la sua opera per renderla perfetta. Rendiamo grazie al Signore e siamo obbedienti a lui per affrettare la venuta della Gerusalemme celeste dove Dio sarà tutto in tutti. Amen.

 

Domenica 20 gennaio 2010 - II settimana T.O. - fr. Marek FMJ

 

Fratelli e sorelle,

     La Chiesa, nostra madre e maestra, introducendoci nel tempo ordinario vuole spiegarci bene cosa significa vivere la vita cristiana nel quotidiano. Per questo la liturgia dopo il tempo di Natale ci mostra pazientemente il mistero di Cristo venuto nel mondo e rende presenti le epifanie cioè le manifestazioni del Salvatore, perché la nostra vita dipende dalla verità della sua persona, da chi è lui. Dopo aver visto Cristo attraverso l’adorazione dei magi come re delle genti e dopo aver imparato attraverso il suo battesimo nel Giordano che è figlio diletto del Padre, oggi la Chiesa ci propone il terzo evento tradizionalmente considerato elemento della manifestazione del Salvatore: le nozze di Cana e il miracolo della trasformazione dell’acqua in vino. Che cosa ci dice quest’episodio? Che Cristo è sposo della Chiesa e che fa entrare l’umanità nell’unione con Dio.

     Giovanni il Battista, come vi ricordate bene, è venuto per preparare le vie del Signore, per preparargli il popolo, lavandolo dalle sue colpe nelle acque del Giordano. Alla domanda: “chi sei?”, rispondeva indicando uno che doveva venire dopo di lui e che sarebbe stato più grande di lui. Giovanni era infatti l’amico dello Sposo. L’ha affermato chiaramente, quando i suoi discepoli gli dicevano, probabilmente non senza amarezza, che tutti accorrevano a Gesù e le folle attorno a Giovanni sparivano. “Lo sposo – ha detto Giovanni – è colui al quale appartiene la sposa; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo”. Quale dunque doveva essere la gioia di Giovanni, quando poteva presentare lo sposo alla sposa dicendo: ecco l’agnello di Dio, ecco colui che vi ama tanto da dare la vita per voi. In quel momento Giovanni sapeva che la sua missione era compiuta: sono giunte le nozze dell’Agnello e la sua sposa è pronta. Allora dopo la testimonianza di Giovanni e la chiamata dei primi discepoli, Gesù rivelato Sposo del popolo santo inaugura il tempo delle nozze mistiche e spirituali a Cana in Galilea.

     La provvidenza gli dà l’occasione di farlo, quando durante la festa del matrimonio Maria, accorgendosi che manca il vino, intercede per gli sposi in difficoltà. Ma la sua semplice constatazione: “non hanno vino”, svela la situazione di tutto il popolo e di tutta l’umanità. Davvero non hanno vino, perché il Signore è venuto soltanto con l’acqua. La terra, come dice san Pietro nella sua lettera, è uscita dall’acqua ed è in mezzo all’acqua. E il popolo santo dalla mano di Giovanni non ha ricevuto altro battesimo che quello dell’acqua. Non hanno quindi vino.

     È significativo che volendo offrire alla gente il vino Gesù chiede di riempire di acqua le anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei. Accoglie così l’opera di Giovanni e guarda con benevolenza la conversione del popolo, che nelle acque si è purificato. “Ora prendetene, dice, e portatene a colui che dirige il banchetto”, perché vuole che la conversione e la purificazione diano il suo frutto. Ed ecco l’acqua diviene vino, il tempo della preparazione si cambia in festa, il pentimento, la conversione e la purificazione nella gioia del perdono.

     Il tempo del battesimo nell’acqua era quindi finito. Gesù, come ci dice Giovanni l’Evangelista, non battezzava. Era finito il tempo della penitenza. Gesù non digiunava, ma passava tanto tempo mangiando e bevendo con i pubblicani e i peccatori così da essere considerato da alcuni un mangione e un beone. Non era però possibile il digiuno in presenza dello Sposo. Gesù annunciava la venuta del Regno di Dio, proclamava beati coloro che lo desideravano e seminava dappertutto la gioia della pienezza del tempo. Davvero si comportava col popolo come lo Sposo con la sua Sposa, come lo Sposo innamorato e profondamente felice.

     Tutto questo finisce dopo un anno, o dopo tre anni, quando i farisei decidono di uccidere Gesù. Lo Sposo è stato rifiutato dalla sposa. Mentre mangia con i suoi discepoli l’ultima cena, dice profondamente rattristato: “io vi dico che d’ora in poi non berrò di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi, nel regno del Padre mio”. E quella sera cambia il vino delle nozze nel suo sangue.

     Se torniamo adesso al brano che parla della trasformazione dell’acqua in vino a Cana, vediamo, che già quel giorno Gesù sapeva bene, che il vero vino che avrebbe offerto al popolo, alla sua diletta sposa per introdurlo nelle nozze eterne, è il suo sangue. Non ha forse detto a Maria, dopo aver saputo da lei che il vino era finito, che non era ancora giunta la sua ora? Sapeva bene che l’ora delle nozze, l’ora in cui avrebbe potuto dare il vino vero, che rallegra il cuore umano, era l’ora della sua morte sulla croce. Per questo anche Giovanni il Battista, l’amico dello sposo, l’ha chiamato l’Agnello. “Il Signore degli eserciti – secondo la promessa di Isaia – ha preparato per tutti i popoli un banchetto di vini eccellenti” (Is 25,6)… ma sul monte Calvario. Cristo si è manifestato lo Sposo del popolo non tanto a Cana, quanto sulla croce. La tomba è divenuta la sua stanza nuziale.

     Fratelli e sorelle, grande è il mistero delle nozze dell’Agnello. Ci ha sposato dando la sua vita per noi e subendo la morte per mano di quel popolo che ha amato fino alla fine. Per questo non vino bevono i cristiani durante l’Eucaristia, ma il sangue di Cristo, e non conoscono altra gioia che quella di Gomer, moglie di Osea, che nonostante l’adulterio continuava ad essere amata dal marito.

     È anche molto importante, che dopo la risurrezione dai morti, cioè dopo la croce per mezzo della quale Cristo ha contratto il matrimonio con la Chiesa, il Salvatore abbia ristabilito il battesimo, l’acqua viene riabilitata. Prima non battezzava, ora mediante il suo corpo mistico vuole battezzare il mondo intero, e per questo invia i suoi apostoli: andate e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. La missione di Giovanni il Battista passa allora alla Chiesa, perché è di nuovo necessario che qualcuno prepari per Cristo la sposa, che non è più un popolo ma l’umanità intera, e le indichi l’Agnello di Dio, il suo Sposo. Dio infatti nell’eternità ci aspetta tutti per godere con noi della vita felice di sposi che si amano di amore perfetto.

     Fratelli e sorelle, poiché, come abbiamo già detto, la nostra vita cristiana dipende dalla verità della persona di Cristo, possiamo chiedere per concludere, cosa significa per noi, che Gesù Cristo è nostro Sposo rifiutato, ma fedele, crocifisso, ma risorto e vivo? Cosa significa che è già venuto per sposarci, ma verrà ancora per rendere perfetta la sua unione con tutta l’umanità. Mi sembra che due possibili risposte siano di particolare importanza. La prima è che la vita cristiana è una vita di gioiosa e serena penitenza, di perpetua conversione e di ricerca del perfetto frantumare del cuore. Poiché il Signore ci ha sposati sulla croce, il cristiano cerca di entrare sempre più profondamente in questo mistero in cui il peccato dell’uomo incontra l’amore infinito di Dio, le lacrime si mescolano con la gioia e la morte, toccando la vita, muore. La seconda conclusione è che la vita cristiana è una umile testimonianza davanti al mondo, che si esprime innanzitutto nell’amarlo come il Signore ha amato noi. Viviamo dunque il nostro tempo ordinario, la nostra quotidianità cristiana bevendo dal calice del Signore il suo sangue, vino eccellente, amando coloro che egli ha amato e aspettando la sua venuta. Amen.

 

venerdì 15 gennaio 2010 - I settimana T.O. - fr. Marek FMJ

 

Fratelli e sorelle,

     Giustamente il paralitico, di cui ci parla oggi il Vangelo, era portato, sorretto da quattro presone, anche se due sole sarebbero state sufficienti per trasportare la barella. C’era innanzitutto necessità concreta di quattro persone, a causa della folla, perché i portatori avevano bisogno di una mano libera per farsi un passaggio. Ma dovevano anche essere in quattro per mostrarci chiaramente la totale debolezza del paralitico. Come un fiume diviso in quattro corsi irrigava il Paradiso per testimoniare la fecondità dell’Eden e come un Vangelo in quattro forme nutre la Chiesa per mostrarci chiaramente la pienezza della Parola incarnata, così sono quattro coloro che portano la barella su cui è adagiato il paralitico, perché noi non possiamo avere alcun dubbio riguardo alla sua debolezza. Questo paralitico infatti, abitante anonimo di Cafàrnao deposto con tutta la sua miseria davanti a Cristo, rappresenta tutti noi, ogni uomo e l’umanità tutta intera. È davvero difficile trovare le parole per esprimere la nostra miseria, ma il Vangelo ci aiuta a trovarci al cospetto della verità, mostrandoci i quattro uomini che calano la barella col paralitico attraverso un’apertura fatta nel tetto e cercano disperatamente aiuto per lui. Ecco l’uomo, una povera creatura che con tutto il suo essere grida aiuto!

     Dal momento che rendersi conto della verità della nostra debolezza non è divertente, sarebbe legittimo chiedersi, perché la Parola di Dio lo fa? Perché cancella tutti i nostri sforzi di costruire un’immagine positiva ed ottimistica di noi stessi, per dirci, sembra spietatamente: fidati di me, sei paralitico, siete paralitici…?

     La risposta è: per perdonare i nostri peccati. La conoscenza della nostra debolezza serve infatti alla scoperta della misericordia infinita di Dio. Ma non si tratta in questo caso di quella conoscenza che ci spinge all’azione, quando, consapevoli del nostro peccato, del nostro vizio o della nostra mancanza ci sforziamo di essere migliori. Si tratta invece di quella conoscenza della miseria umana che scoraggia totalmente e spenge ogni speranza naturale di poter fare qualcosa. Si tratta proprio di questo tipo di conoscenza, è lei che ci rivela la misericordia di Dio.

     La vediamo in questo paralitico, che aspettando con grande fede la guarigione da Gesù, non la riceve. Tutti lo hanno deluso, anche il Messia, e il paralitico si trova solo con la sua povertà. Ma le parole che lo hanno privato dell’ultima speranza, nello stesso tempo hanno inondato la sua anima con la luce infinita di Dio: Figlio, ti sono perdonati i peccati. Sono le parole che uccidendo l’ultima speranza umana del paralitico fanno nascere in lui la vita nuova, eterna. È stato riconciliato con Dio.

     Dopo queste parole il paralitico e Cristo sanno bene che il miracolo più grande si è già compiuto. L’uomo e Dio si sono incontrati e godono dell’unione ritrovata. Ma poiché ci sono tante persone che non vedendo la luce, la pace e la gioia nel cuore del paralitico e non credendo nella forza della parola di Cristo, non credono che i peccati siano stati perdonati, Gesù dice al peccatore perdonato: alzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua. Lo fa, perché tutti sappiano che il Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati. Per questo infatti è venuto.

     Fratelli e sorelle, il perdono dei nostri peccati è la grazia, che Cristo ci offre costantemente, e la più perfetta manifestazione della sua onnipotenza. Cerchiamola, perché non abbiamo mai visto nulla di simile. Amen.

 

Domenica 10 gennaio 2010 - Battesmo del Signore - fr. Massimo-Maria FMJ

 

Siamo giunti con la festa del Battesimo del Signore al termine del tempo liturgico del Natale. La Parola che risuona oggi nella liturgia non illumina solo questa domenica, ma rischiara il cammino fatto e quello che continua ora.

   Il noto testo di Isaia della I lettura in un certo senso apre il cuore all’ascolto e l’animo alla speranza.

   Il profeta parla ad un popolo duramente provato dalla schiavitù . Promette un intervento potente e liberante di Dio. Assicura una salvezza visibile e sperimentabile e lo fa con l’immagine audace e tenera del pastore che con soavità e forza raduna il gregge e con tenerezza e prudenza cura pecore ed agnelli. La parola consolazione che apre l’oracolo e riassume lo stesso oracolo, è comprensibile nel quadro della fedeltà di Dio, che non si dimentica né si stanca dei suoi eletti, ma si fa presente in mezzo al suo popolo: “ Ecco il vostro Dio!” invita a proclamare con forza il profeta.

    Se la profezia ci apre il cuore all’ascolto e alla speranza, la realizzazione di tale promessa che nella pagina evangelica è descritta, ci illumina profondamente su quanto abbiamo vissuto nel tempo del Natale e quanto siamo chiamati a vivere.

   Non è più la voce del profeta che invita a gridare la venuta di Dio, ma il Padre che proclama la presenza del  Figlio proprio nel cuore del suo popolo.

Non è più la parola audace e determinata del profeta che annuncia salvezza e consolazione, ma  Gesù di Nazareth, che discende nelle acque del Giordano Lui salvatore e consolatore, e in un certo senso, dal Padre è presentato come consolazione e salvezza.

   Ecco allora che il nostro sguardo oggi è invitato a posarsi con intensità su Gesù che discende nel fiume Giordano.

   Certo per cogliere il gesto di ulteriore abbassamento dell’Amore di Dio, che dopo essersi incarnato nel grembo di Maria, dopo essersi lasciato adagiare sulla paglia e dopo aver vissuto il nascondimento di Nazareth, ora scende nelle acque del fiume, in fila con i peccatori per ricevere il Battesimo di Giovanni. Non certo per essere purificato, Lui l’agnello Innocente, ma piuttosto per rendersi solidale con i peccatori ed essere ancora più vicino all’uomo di ogni tempo. Per questo siamo invitati a guardare intensamente al Signore oggi.  Ma ancora, per vedere la forza dello Spirito che discende su di Lui per rivestirlo della sua Forza e per rivelare al popolo che lo attendeva, e a noi suoi discepoli,  che davvero Lui è quel più forte di cui Giovanni aveva parlato, il vero Salvatore, colui che solo può consolare, anzi è la consolazione.

    Vogliamo ancora posare con forza lo sguardo su Gesù al Giordano, per vedere su di Lui il cielo aperto e riascoltare la voce di Colui che nessuno ha mai visto, il Padre. E’ Lui infatti che ci assicura che quello è il suo Figlio Diletto, in cui noi incontriamo davvero il mistero tremendo ed affascinante di Dio, la sua Luce, la sua Forza, la sua Potenza, il suo misterioso ed infinito Amore.

   Ma nel mistero del Natale Dio non è già vicino all’uomo? Nella manifestazione dell’Epifania non c’è già chiaramente affermata, proclamata la volontà di Dio di volere essere vicino ad ogni uomo, di ogni popolo, razza nazione, tempo? Nell’Incarnazione del Figlio Dio non si è fatto solidale con i peccatori per salvarli con il suo amore e nella sua misericordia? Tutto vero! Ma allora cosa ci dice di più oggi la festa del Battesimo di Gesù, perché fissare intensamente il nostro sguardo su di Lui?

   Ci aiuta una parola del papa Benedetto XVI a trovare una risposta alla nostra domanda:” Se il Natale e l’Epifania servono soprattutto a renderci capaci di vedere, ad aprirci gli occhi ed il cuore al mistero di un Dio che viene a stare con noi, - afferma Benedetto XVI - la festa del Battesimo di Gesù ci introduce potremmo dire, alla quotidianità di un rapporto personale con Lui. Infatti, mediante l’immersione nelle acque del Giordano, Gesù si è unito a noi.”

    Ecco fratelli e sorelle perché oggi vogliamo con audacia e insistenza attardarci a contemplare Gesù nel mistero del suo Battesimo, per riscoprire la grazia del nostro Battesimo che ci ha unito con Gesù; che ci ha introdotto alla quotidianità di un rapporto personale con Lui; che ci ha dato accesso al cammino per incontrare Lui il Salvatore che ci ha salvati, l’amico che ci rallegra con la sua amicizia, il pastore che ci sostiene con la sua presenza, il maestro che ci consola ed illumina con la sua Parola, la Vita che rende bella luminosa piena ed eterna la nostra esistenza. Per dirlo ancora con le parole del papa:” Il Battesimo è per così dire il ponte che Gesù ha costruito tra sé e noi, la strada per la quale si rende a noi accessibile; è l'arcobaleno divino sulla nostra vita, la promessa del grande sì di Dio, la porta della speranza e, nello stesso tempo, il segno che ci indica il cammino da percorrere in modo attivo e gioioso per incontrarlo e sentirci da Lui amati.”.

   Fratelli e sorelle questa Parola illumina il senso del cammino fatto e ci assicura che davvero Dio in Gesù vuole stare con noi: e questa è la parola di consolazione di Isaia che si è compiuta.

   Ma questa Parola oggi rischiara il cammino che ci stà davanti, che consiste nel vivere la grazia del nostro Battesimo che ci ha unito a Gesù.

   Come fare questo? Ascoltiamo ancora il Papa che ci dona una parola sicura  

       “ Dio non agisce in modo magico. Agisce solo con la nostra libertà. Non possiamo rinunciare alla nostra libertà. Dio interpella la nostra libertà, ci invita a cooperare col fuoco dello Spirito Santo. Queste due cose debbono andare insieme. Il Battesimo rimarrà per tutta la vita dono di Dio, il quale ha messo il suo sigillo nelle nostre anime. Ma sarà poi la nostra cooperazione, la disponibilità della nostra libertà a dire quel “si” che rende efficace l’azione divina.”

    Dopo il tempo forte dell’Avvento e il tempo gaudioso del Natale riprendiamo il tempo ordinario allora con questa consegna: In Gesù Dio è con noi. Nel Battesimo Gesù è sempre con noi. Liberamente e gioiosamente diciamo ogni giorno il nostro “sì” alla sua Parola per la nostra gioia, alla sua volontà per la nostra salvezza, al suo Spirito per la nostra pace.

Amen

 

 venerdì 8 gennaio 2010 -  1a settimana dopo Natale - fr. Marek FMJ

Fratelli e sorelle,

La moltiplicazione dei pani è un miracolo splendido ed impressionante. Non sarebbe però giusto, se il suo splendore ci coprisse le parole e i gesti di Cristo che sicuramente sono più discreti del grande segno compiuto davanti alle folle, ma non meno importanti. E poiché la grazia del Signore si nasconde molto spesso, se non sempre, in ciò che è piccolo e d’aspetto modesto, vorrei oggi rivolgere la nostra attenzione a una frase di Gesù agli apostoli e per mezzo di loro a tutta la Chiesa: “Voi stessi date loro da mangiare”.

Sono parole sconvolgenti. Se non vogliamo considerarle come una provocazione o uno scherzo, il loro significato ci costringe a cambiare tutto ciò che pensiamo di noi stessi. Gesù esige infatti dai suoi discepoli una cosa impossibile per l’uomo. Gli apostoli, essendo uomini responsabili e maturi, quando si accorgono che il luogo è deserto ed ormai è tardi, suggeriscono al loro maestro l’unica soluzione sensata di una situazione difficile: “congedali, in modo che, andando per le campagne e i villaggi dei dintorni, possano comprarsi da mangiare”. Dobbiamo apprezzare la loro preoccupazione per gli altri e le loro doti organizzative, virtù di cui Gesù sembra del tutto privo. La sua proposta – voi stessi date loro da mangiare – è, per dirlo gentilmente, fuori luogo, e gli apostoli non mancano di dirlo: “Dobbiamo andare a comprare duecento denari di pane e dare loro da mangiare?”. Sicuramente duecento denari erano una somma che non era mai esistita nella cassa tenuta da Giuda e anche nel caso che in quel momento ci fosse, non sarebbe bastata per comprare la quantità di pane sufficiente a saziare la folla.

Ma Gesù non scherzava. “Voi stessi date loro da mangiare” è una richiesta seria. Cristo esige dai suoi discepoli l’impossibile.

Davvero non è possibile, avendo cinque pani e due pesci, nutrire a sazietà cinquemila uomini. Ma gli apostoli ci sono riusciti. Con la benedizione di Cristo hanno distribuito alla gente il niente che possedevano e hanno ancora portato via dodici ceste piene di pezzi di pane. Si, mi sembra che questa piccola frase di Cristo: “voi stessi date loro da mangiare” sia altrettanto sconvolgente che la moltiplicazione dei pani. Perché anche se è vero che è Gesù che ha fatto il miracolo, è anche vero, che il pane era il pane degli apostoli e la folla l’ha ricevuto dalle loro mani. Mi sembra quindi che si possa dire, che il miracolo consiste nell’esecuzione della richiesta di Cristo: “voi stessi date loro da mangiare”. L’impossibile è avvenuto: gli Apostoli hanno dato da mangiare a tutti.

Fratelli e sorelle, a mio parere tutti abbiamo l’abitudine, che sembra “onnicristiana”, di ripetere che seguire Cristo e compiere i suoi comandamenti è difficile. Ma questo non è vero, ciò che Gesù esige dai suoi discepoli non è difficile, è impossibile. Amare i nemici, benedire coloro che ci maledicono, fare del bene a quelli che ci odiano, non perdere mai la speranza e la gioia, non scoraggiarsi del proprio peccato, né del peccato del mondo, ringraziare sempre il Signore e credere che Lui ha già vinto il mondo e tutte le forze del male presenti in esso, non è difficile, è impossibile. E che tutto questo succeda è un perenne miracolo, un segno che non sparisce mai, la manifestazione e la prova che Dio è con noi. L’impossibile si compie ogni giorno. Cresce nei cuori umani il Regno di Dio, così come si è moltiplicato il pane degli Apostoli, perché Dio si è fatto uomo. Non c’è più Dio, ma Dio-con-noi. Non c’è più l’uomo, ma l’uomo in Dio.

Dobbiamo quindi cantare senza fine con gli angeli: gloria a Dio e pace agli uomini, che egli ama.

 

 mercoledì 6 gennaio 2010 -  Epifania del Signore - fr. Massimo-Maria FMJ

  

 

   Se nel Natale il mistero della luce di Gesù splende chiaramente, certo nel mistero della sua manifestazione, in questa solennità dell’Epifania, la luce di Gesù rifulge con particolare intensità.

   Se nel mistero del Natale, l’invito degli angeli a dirigersi verso Betlemme è forte, ora nel giorno dell’Epifania, attraverso lo splendore della stella ed il solenne incedere dei Magi, l’invito a recarsi a Betlemme, si fa più pressante.

   Luce intensa ed invito pressante ad avvicinarsi a Lui è oggi per noi il Signore, per rivolgerci un annuncio che, se lasciamo cadere una certa abitudinarietà, è sconvolgente:

   Dio che nel Natale di Gesù è con noi, nel giorno dell’Epifania ci svela il suo desiderio di manifestarsi, di farsi conoscere e incontrare da tutti gli uomini.

   In Gesù Dio è “ visibile “, ma anche “ incontrabile, conoscibile “ si manifesta all’uomo, ad ogni uomo di ogni epoca e tempo, a tutto l’uomo.

   Fratelli e sorelle è vero che il testo del Vangelo con i suoi elementi della stella e dei Magi potrebbe farci ancora apparire il Natale come una bella antica fiaba, ma noi sappiamo bene che non è affatto così.

   Al contrario, i Magi hanno per ogni uomo una testimonianza preziosa da offrire, e la stella una luce particolarissima da donare.

   I magi, non sono semplicemente dei ricchi sapienti del lontano oriente, ma dei testimoni per l’uomo di ogni tempo e quindi per l’uomo contemporaneo. Testimoni del fatto che a chi cerca con sincerità umile ed intellettuale onestà la verità, questa si fa incontro, si rivela, si manifesta, si fa conoscere.

   Le vie, i cammini, i percorsi possono essere tanti, differenti e spesso i più impensabili. Alcuni anni fa,  l’allora Cardinale Ratzinger, ebbe a dire che le vie per incontrare Dio sono tante quante sono i cuori degli uomini. Ma certo a chi la cerca la Verità si fa incontro in un volto preciso, non confuso, in una persona dai connotati chiari non vaghi, e si tratta appunto del Bambino di Betlemme, Gesù di Nazareth, figlio di Maria e Figlio di Dio.

Sì i Magi sono testimoni che la verità a chi la cerca si rivela, ma occorre cercarla con umiltà, senza preconcetti, lasciando che si riveli come vuole e dove non avremmo magari pensato, nel nostro caso nel volto semplice di un bimbo e nei vagiti teneri di un neonato.

   Davvero quanta semplicità, umiltà fiducia e vera sapienza nei Magi. Noi forse al loro posto non avremmo riconosciuto e creduto. Avremmo detto che era troppo poco, non sicuro non attendibile e neppure affidabile identificare la Verità con un neonato. Dopo lunghe ricerche e dopo tanto cammino ci saremmo attesi qualcosa di più solenne, forte e rassicurante. Eppure la Verità è semplice come un Bimbo, perché Dio rivela la sua Sapienza nella piccolezza e ciò ci spiazza e non poco.

   Davvero la luce di Gesù oggi è speranza grande per tutti i cercatori della verità che ancora oggi sono in cammino, che ancora oggi avanzano lentamente forse ma non con poca audacia.

Una riflessione particolare poi merita la stella, non tanto per la poesia che essa richiama, quanto per il significato che rappresenta.

   Il Vangelo non parla di una stella, ma della Sua stella quella cioè che conduce a Lui, che splende per Lui, che indica Gesù.

   Che cosa è questa stella?

   Fratelli e sorelle questa stella non è la stessa per tutti, ma è quel segno, quei segni necessari e utili per ciascuno per andare a Gesù.

   Per qualcuno è stata l’evidenza di una riflessione maturata nel segreto della coscienza, per altri la trasparente testimonianza di una persona, per taluni lo splendore di una liturgia, per talaltri il fascino di una Parola o dei Sacramenti.

Per tanti forse la vivida gioia interiore di sentire che Gesù davvero è Colui che ha il segreto della storia e dell’uomo.

Un fatto è certo che ognuno oggi può e deve dare un nome alla sua stella che lo ha guidato e lo guida sino a Betlemme, poiché possa entrare nella casa, la Chiesa di Gesù per offrire tutto sé stesso generosamente e gioiosamente al Bimbo di Betlemme per essere così, per grazia lui stesso stella luminosa che a tanti indica decisamente il cammino verso la Verità.

   Tanti nostri fratelli e sorelle attendono dei segni di Dio leggibili e riconoscibili, e qual è segno più visibile e luminoso della Santità dei credenti?

   Signore Gesù oggi affidiamo a Te tutti coloro che Ti cercano, che avanzano verso la tua luce; dona loro perseveranza, audacia e costanza.

A noi che già abbiamo contemplato il tuo splendore dona di rifletterlo senza ombre e di essere così, pur nella nostra povertà, segno umile e luminoso della Tua Presenza e della Tua Salvezza.

Amen

 

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