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di Gerusalemme di Firenze

         

ritiro annuale delle Fraternità Evangeliche di Gerusalemme di Firenze

Eremo di Lecceto (FI) - 31 maggio -2 giugno 2013

  

 

 

FRATERNITA' EVANGELICHE DI GERUSALEMME

FIRENZE

Ritiro annuale 2013

 

"Abbiate in voi stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù"

(Fil 2, 5-11)

 

insegnamenti di Fr. Paolo Fantaccini OFM

Eremo di Lecceto - Malmantile (FI)

 

(trascrizione da registrazione non rivista dall’autore)

1) Primo insegnamento - sabato 1 giugno, ore 9.15

La lettera dei Filippesi ci accompagna nella riflessione e in modo particolare il famoso inno. Questo inno è così importante perché è così presente nella Liturgia delle Ore: i primi vespri della domenica, che si recitano il sabato, hanno come cantico l'inno dei Filippesi. Quindi ogni qual volta entriamo nell'ottavo giorno, nel giorno del Signore, la Liturgia, quasi fosse una chiave di accesso, ci propone l'inno ai Filippesi. E così è presente nella Liturgia questa lettura prima entrare nella Settimana Santa: La Domenica delle Palme, la seconda lettura è tratta appunto dai Filippesi e in modo particolare ci presenta Cristo Gesù. E così anche nella festa dell’Esaltazione della Croce, il 14 settembre, la Liturgia ci propone questo inno.

 

Quindi possiamo dire che l’inno dei Filippesi è importante, che è fondante, che è una chiave di accesso per entrare nella conoscenza del Signore, per entrare nell'Ottavo Giorno, il giorno del Signore, quel giorno che noi attendiamo nella Gloria quando Lui verrà. Cercheremo di vedere quali sono i “sentimenti di Cristo Gesù”. Intanto diciamo che la lettera ai Filippesi è stata scritta personalmente da Paolo per la comunità cristiana di Filippi. Ci sono alcune lettere che hanno la "paolinità", ma non sono state scritte da Paolo. Questa invece è una lettera autentica che Paolo scrive a questa comunità di Filippi che, evidentemente, gli stava molto a cuore. E' stata la prima comunità da lui costituita in Europa.

Allora quando noi parliamo delle radici cristiane dell'Europa, con tutta la disputa  riguardante la costituzione dell'Unione Europea, dobbiamo sapere che Filippi è la prima comunità europea evangelizzata, è la prima comunità cristiana dell'Europa. Questa città è stata fondata nel 358 a. C. dal re macedone Filippo II e nel 148 a. C. è stata annessa alla Provincia Romana quale centro importante di comunicazione sulla strada che univa l'Oriente e l'Occidente. Era una via di snodo, di passaggio, era una città importante. In quella città, nel 42 a. C. Ottaviano e Antonio avevano battuto Bruto e Cassio, gli assassini di Cesare. Antonio colonizzò la città. Nel 30 a.C. essa era diventata una colonia militare. Allora era un luogo di passaggio, di frontiera tra l'Occidente e l'Oriente ed era un luogo dove erano molto diffusi i culti misterici. Vi vivevano vari adepti di varie correnti religiose, un miscuglio di religioni diverse.

 

Quando nel 50 d. C. Paolo arrivò in quella città, vi trovò anche dei Giudei che frequentavano un luogo di preghiera situato al difuori della città. Qui egli annunciò il messaggio di Gesù Cristo e poi venne alloggiato da Lidia, una ricca commerciante di porpore, come ci dicono gli Atti degli Apostoli al capitolo 16, 11-15. Questi versetti ci dicono dell'arrivo di Paolo a Filippi e dell'annuncio che fa del Vangelo e della conversione di alcuni, in modo particolare di questa ricca commerciante di porpore che lo accoglie nella sua casa.

"11 Salpati da Tròade, facemmo vela verso Samotràcia e il giorno dopo verso Neàpoli e 12 di qui a Filippi, colonia romana e città del primo distretto della Macedonia. Restammo in questa città alcuni giorni; 13 il sabato uscimmo fuori della porta lungo il fiume, dove ritenevamo che si facesse la preghiera, e sedutici rivolgevamo la parola alle donne colà riunite. 14 C'era ad ascoltare anche una donna di nome Lidia, commerciante di porpora, della città di Tiàtira, una credente in Dio, e il Signore le aprì il cuore per aderire alle parole di Paolo. 15 Dopo esser stata battezzata insieme alla sua famiglia, ci invitò: "Se avete giudicato ch'io sia fedele al Signore, venite ad abitare nella mia casa". E ci costrinse ad accettare."

Da allora in poi quella comunità ha sempre sostenuto Paolo finanziariamente. Prendere soldi da qualcuno è anche costruire legami di appartenenza. Questo è un privilegio che soltanto la comunità di Filippi può vantare, perché in tutte le altre comunità Paolo provvede al proprio sostentamento con il lavoro delle sue proprie mani. Non vuole pesare a nessuno. Dove va si guadagna l'alloggio, la permanenza, il cibo.

Allora, la comunità di Filippi ha questa prerogativa: può vantare di aver dato la carità a Paolo e in più di una occasione.

Questa lettera non ha un carattere dottrinale, ma è affettuosa e colloquiale come è veramente una lettera. Non è un trattato di cristologia. E' una lettera dove Paolo mette i suoi sentimenti e la sua gioia. Se togliamo i sentimenti e la gioia, cancelliamo questa lettera perché ha realmente un filo, una trama e un ordito: i sentimenti e la gioia.

L'apostolo Paolo scrive questa lettera dal carcere. E' importante anche lo stato d'animo in cui accade un evento. Se per esempio adesso ci fosse un bombardamento in tempo di guerra, non saremmo così tranquilli, sereni anche se forse vivremmo ugualmente questo momento. Quindi è importante anche ciò che ci circonda, ciò che stiamo vivendo. Io mi chiamo sempre Paolo, però sono diverso da quando avevo venti anni, quando ne avevo trenta, adesso ne ho cinquantatré. Sono sempre credente, però è cambiata la mia vita, come cambia anche se uno è nella salute oppure se uno è nella malattia: non è uguale.

L'apostolo scrive la lettera dal carcere, probabilmente dalla prigione di Efeso. A quel tempo non si poteva ancora prevedere l'esito del processo pendente, ancora non si potevano sapere le sorti, come sarebbe andata a finire.

Paolo è nella gioia, pur essendo in catene, anzi tale condizione non è un motivo di ostacolo, ma è colta come possibilità di purificazione per un annuncio più efficace del Vangelo. E' sorprendente come questa lettera, che parla continuamente di gioia, sia stata scritta nella desolazione del carcere. Si vede che la fede cristiana non si lascia impressionare da nessuna circostanza avversa, nemmeno da quelle difficili del carcere e della condanna a morte.

San Francesco scrive il Cantico delle Creature quando ormai era prossimo alla morte, era cieco, non poteva più camminare, era allettato, infermo. Scrive il Cantico delle Creature, lui che non poteva più vedere il sole, lui che non poteva più camminare, lui che non si poteva più alzare, scrive di questa esplosione primaverile, di una gioia giovanile, di una giovinezza, l'inno alla gioia. Lo scrive quando ormai era un malato in fase terminale, potremmo dire noi oggi.

Questo ci dice che la Fede può compiere delle cose grandi in noi che vanno in controtendenza a ciò che viviamo e a ciò che ci viene proposto di vivere. Paolo nel carcere, con questa pendenza, che ancora non era definitiva (poi sarà la condanna a morte) scrive questa lettera nella gioia. "Rallegratevi, contribuite alla mia gioia". Lo vedremo e poi vi invito a leggerla anche personalmente. Questo ci dice che la fede in Gesù Cristo, quando Lui ci afferra, quando ci lasciamo vivere di Lui, è capace di compiere grandi cose. La gioia della Fede è per la liberazione in Cristo Gesù, anche in quel drammatico caso che era più grande di ogni possibile afflizione.

Allora a questo punto è bello domandarsi se la nostra è la religione della gioia o della tristezza. Siamo un po’ accusati che noi cristiani siamo un po’ tristi. Ce lo dicono coloro che non credono o che credono in altro modo.

Se ci pensiamo bene è interessante capire che in fondo il contrario di gioia non è sofferenza, ma è tristezza. La nostra è la religione della gioia o della tristezza? Il contrario di gioia non è sofferenza, ma è tristezza. Quando uno sta male, soffre. Ma la tristezza invece c'è anche quando non si soffre. Questo è un aspetto interessante su cui riflettere.

Quello che Paolo annuncia non è una gioia a buon mercato, dovuta dal fatto che tutto va bene. "Fortunello ha fatto il cinque più uno, dove va tutto gli riesce bene": non è questa la gioia che lui annuncia.

Non è una gioia a buon mercato, ma perché Paolo è nella gioia? La lettera lo dice: perché Cristo è stato predicato, perché i Filippesi hanno accolto con gioia questo annuncio di Cristo, perché ha usufruito dei beni per il sostentamento, ha preso questa colletta. E' nella gioia per l'unione degli spiriti, perché c'è una comunione, per aver inviato Epafrodito, questo messaggero, suo collaboratore, che Paolo manda a questa comunità, e perché questa gioia viene anche nella sofferenza.

Cap. 1, vs. 29: "perché a voi è stata concessa la grazia non solo di credere in Cristo; ma anche di soffrire per lui". La Grazia non è solo credere con Cristo, ma di soffrire con Lui. Qui bisogna entrare in un discorso molto profondo di Fede. Allora è interessante cogliere che san Paolo prigioniero non si preoccupa tanto della sua sorte, ma della crescita della comunità di Filippi, come un buon padre, come una buona madre, si scorda di se stesso, dei suoi acciacchi, della sua stanchezza perché quello che conta è il bene dei figli. Paolo che è in prigione, che è padre perché ha generato alla fede questa comunità, va incontro a quella che però è una sentenza di morte, non si preoccupa del suo stato d'animo, ma la sua preoccupazione è che questa comunità di Filippi possa crescere. Tutta la lettera è attraversata da questa preoccupazione perché quei cristiani continuino a vivere nella concordia, fedeli nella corretta dottrina. Però allo stesso tempo questa lettera ci testimonia anche la lotta personale dell'apostolo, il quale attende l'esito ancora incerto del processo, ma non si lascia invadere dalla paura, dallo sconforto, dalla tristezza, potremmo dire, bensì si lascia invadere da una profonda gioia e fiducia.

Indipendentemente dalla situazione in cui vive la comunità cristiana di Filippi, questa lettera rafforza la fede di ogni comunità di ogni tempo e in ogni luogo. Apre uno scorcio sul mistero di Gesù Cristo e sulla nostra esistenza di cristiani, ci riempie di una gioia più grande anche delle difficoltà che ci è dato di vivere.

All'interno di questa lettera c'è appunto l’ inno, dibattuto se sia stato scritto da Paolo o meno, oppure se fosse un inno liturgico già presente nelle comunità cristiane. Paolo lo inserisce dentro la sua lettera, ma vedremo che non lo mette a caso. Quando vuole spiegare alcune cose, le vuole approfondire.

Quindi ci è chiesto di avere gli stessi sentimenti di Cristo Gesù. Vedremo che il sentimento non è qualcosa di emotivo o superficiale. E' il sentire profondo. Non è qualcosa di passeggero. Abbiate in voi il sentire profondo di Cristo Gesù. Allora è un fondamento per investire la nostra vita, i nostri desideri, le nostre speranze, ma anche per iniziare la nostra giornata. Dobbiamo iniziare la nostra giornata con il sentire profondo di Cristo Gesù. Non è qualcosa di superficiale e di emotivo, è a fondamento di qualcosa di profondo. Questo è in me, è in te, ma anche in noi. Paolo dà questa dimensione comunitaria e molto importante. "Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù".

Iniziando la lettera dopo i saluti:

“1 Paolo e Timoteo, servi di Cristo Gesù, a tutti i santi in Cristo Gesù che

sono a Filippi, con i vescovi e i diaconi.

2 Grazia a voi e pace da Dio,

Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo.”

 Paolo scrive la lettera e porta anche i saluti di Timoteo che è con lui, mentre invierà il suo collaboratore Epafrodito nella comunità. Questo sarà motivo di gioia per Paolo, ma anche per i Filippesi nel rivedere questo volto amico e familiare che in qualche modo riconduceva a Paolo stesso. In questi primi versetti dice:

“3 Ringrazio il mio Dio ogni volta ch'io mi ricordo di voi,

4 pregando sempre con gioia per voi in ogni mia preghiera”

Al versetto 3 quindi Paolo apre la sua lettera con un ringraziamento al suo Dio. Quando prega, Paolo entra in una relazione personale con Dio, in un rapporto di fiducia con Lui e, prima di iniziare la sua preghiera per i Filippesi, Lo ringrazia per loro. Già questo versetto 3, queste poche parole ci mettono in un atteggiamento importante e giusto. Questo dovrebbe anche essere l'atteggiamento che ispira la nostra preghiera. L'orante, colui che prega, si rivolge innanzitutto al motivo per cui egli si sente in dovere di ringraziare Dio. Anche quando prega per una persona, ringraziando Dio, egli dilata il proprio sguardo fino a comprendere l'altro e in Dio vede ciò che, mediante lui, gli ha donato.

C'è un sentimento di gratitudine che sta ad esprimere ciò che egli trova nell'altro, ciò che con l'altro Dio gli ha donato.

"3 Ringrazio il mio Dio ogni volta ch'io mi ricordo di voi"

Il versetto quattro: sempre quando prego per voi, lo faccio con gioia.

Paolo inizia con tutta questa sottolineatura di gioia, del rallegrarsi: il motivo di questa gioia e la "vostra cooperazione per il Vangelo"

"5 a motivo della vostra cooperazione alla diffusione del vangelo dal primo giorno fino al presente".

E continua il versetto sesto:

“6 e sono persuaso che colui che ha iniziato in voi quest'opera

buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù.”

 Questa affermazione mi colpisce molto! Noi che siamo incerti, che siamo titubanti... partiamo bene, eh! Poi dopo, nel cammino della vita, ci è chiesta la fedeltà. Non sempre c'è lo stesso entusiasmo, non sempre c'è la stessa freschezza, perché passano gli anni per tutti.

Sapere invece che c'è una pienezza e che il Signore stesso la porterà a compimento, questo è molto bello, questo dà molta consolazione.

Paolo dice: "6 e sono persuaso che colui che ha iniziato in voi quest'opera buona (si sono convertiti alla fede, si sono fatti battezzare, si sono costituiti come comunità, hanno iniziato un cammino), la porterà a compimento" .

Questo mi dà una grande speranza, una grande gioia. Quello che Dio ha iniziato in noi, in ognuno di noi, lo porterà a compimento. C'è una pienezza, se tu ti fidi di Dio.

Versetto sette: "7 È giusto, del resto, che io pensi questo di tutti voi, perché vi porto nel cuore".

Come dicevamo, questa è una lettera molto familiare, fatta anche di un accorato sentimento, non è dottrinale, non ha un distacco, non ha una formalità, ma raggiunge in maniera immediata un rapporto di vicinanza e di appartenenza.

Dopo avere inquadrato un po’ questa città di Filippi, la prima città dell'Europa che viene evangelizzata, dopo aver visto la situazione nella quale Paolo scrive questa lettera nel carcere, abbiamo visto che questa comunità, da lui fondata come ci dicono gli Atti degli Apostoli al capitolo 16, vs. 11, gli stava molto a cuore e la raggiunge con una lettera. La sua preoccupazione non è tanto per la sua sorte personale, come andrà a finire l'esito della sua prigionia e il processo che lo attendeva, quanto piuttosto che questa comunità, anche senza la sua presenza, possa continuare a camminare nella fede e crescere. Dentro questa lettera, abbiamo detto che c'è questo inno che ci viene riproposto nella Liturgia tutti i primi vespri della domenica. Per entrare nell'Ottavo Giorno dobbiamo accogliere gli stessi sentimenti che furono di Cristo Gesù. E questo anche per entrare nella Settimana Santa, non nella liturgia delle Ore, ma nelle letture della messa, ci viene proposto questo inno. Rileviamo allora l’'importanza , anche da un punto di vista liturgico, di questo inno, che viene preceduto da questo versetto che non è riportato nella liturgia delle Ore: "Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù".

Nel contesto della lettera, questo inno (vs. 6-11) sembra quasi che vada a spezzare, ma vedremo che è inserito non a caso, ma a proposito perché, è all’interno dell'esortazione che Paolo fa come un padre a questa comunità, che aveva generato alla fede, dinanzi alla possibilità di problemi, di difficoltà, di divisioni. Perché quando stiamo insieme c'è sempre la possibilità di un attacco all'esterno, ma a volte anche all'interno per esempio di una parrocchia, di una comunità, di una comunità religiosa, di un movimento o di una diocesi. Allora Paolo aveva paura di questo e per questo inserisce questo inno che poi andremo a vedere e che ci aiuterà a cogliere questo svuotamento, questa Kenosis, questi sentimenti che Cristo Gesù ha vissuto e che Paolo propone alla comunità di Filippi, ma anche ad ognuno di noi, alla comunità di ogni tempo. Se veramente vogliamo essere cristiani, dirci cristiani, dobbiamo avere questo sentire profondo che fu di Cristo Gesù.

Una riflessione per questo tempo: il contrario di gioia non è sofferenza, ma è tristezza. Come cristiani, a volte siamo accusati di essere tristi.

 

 

2) Secondo insegnamento - sabato 1 giugno, ore 16.30

Dopo avere introdotto la lettera ai Filippesi, dopo aver detto anche della vicenda umana che stava vivendo Paolo, la lettura di fede che riesce a dare, abbiamo introdotto anche il primo capitolo.

Capitolo 2, versetti 1 e 2:

“1 Se c'è pertanto qualche consolazione in Cristo, se c'è conforto

derivante dalla carità, se c'è qualche

comunanza di spirito, se ci sono

sentimenti di amore e di compassione,

2 rendete piena la mia gioia con

l'unione dei vostri spiriti, con la stessa carità, con i medesimi

sentimenti.”

 

Questi due versetti ci introducono al capitolo secondo, che poi vede incastonato l’inno che dà il titolo a questo ritiro: “avere gli stessi sentimenti di Cristo Gesù”.

Dopo aver parlato della lotta comune a favore la fede in mezzo a un mondo ostile (vedi il capitolo primo) Paolo ora rivolge la sua attenzione alla comunità di Filippi nei rapporti al suo interno. Egli inizia con un tono solenne a ricordare a questi fratelli e sorelle la necessaria unione di spiriti, esortandoli in Cristo a mostrarsi buoni e amorevoli gli uni verso gli altri. Una madre amorosa, un padre attento, quando ha dei figli, ha paura che fra loro non vadano d’accordo. C’è tanto di umano in questo! E’ tanto vicino anche a quello che viviamo! Anche nelle nostre comunità di consacrati c’è la grande gioia della nascita di nuovi figli, delle nuove vocazioni, poi chi ha paternità, chi ha responsabilità, ha questo senso di attenzione e di apprensione che tutto quello che è bello, perché va bene, non sia al suo interno motivo di divisione. Paolo parla di sentimenti di misericordia, di una comunanza di spirito, che essi hanno conosciuto nello stesso Cristo Gesù come glielo aveva annunciato lui e li esorta a conformare il loro comportamento all’esempio di Cristo. Così facendo riempiranno di gioia anche il cuore dell’apostolo.

Allora sono quattro le richieste che Paolo fa a questi cristiani in questi due versetti molto densi:

-una comunanza di spirito

-la stessa carità verso tutti

-diventare un’anima sola

-pensare sempre all’unisono degli spiriti

Questi quattro termini sono espressi in greco con Phronein che significa “considerare attentamente”. Nel linguaggio della filosofia greca, l’unità era la ricerca di tutto un percorso della vita. Anche nella riflessione della filosofia greca, la divisione, l’essere divisi…. La vita è una continua ricerca di unità, di armonia. Quell’ “unico” è un concetto molto importante nella filosofia. I Greci avvertivano profondamente questo concetto, lacerati fra spirito e istinto, fra pensiero e sentimento, tra i diversi bisogni che convivono nel nostro animo.

Paolo vuole che i cristiani di Filippi, di questa giovane comunità che lui aveva fondato, prima di tutto si preoccupassero dell’unità. La cosa più importante, prima ancora di fare delle attività, delle azioni caritative, pastorali, formative, è l’unità. Ponderare bene ciò che davvero è unico e decisivo, ricevuto in dono da Gesù Cristo. E’ il suo Santo Spirito di unità, quell’amore che elimina le lacerazioni. Vedrete che queste parole, è Parola di Dio, Paolo le dice anche a ciascuno di noi, perché è questo il punto nodale, fondamentale per crescere in Cristo.

Se i Filippesi fermeranno i loro pensieri su quest’unica cosa, anche le loro anime cresceranno insieme, diventeranno unanimi. Allora è molto chiaro che la grande preoccupazione dell’apostolo, in carcere e lontano ( dicevamo che è a Efeso e che raggiunge con questa lettera questa comunità che lui aveva fondato e che non poteva più raggiungere fisicamente), era proprio quella che la comunità da lui fondata si potesse disgregare al suo interno. Paolo non pensa tanto a false dottrine, a delle eresie, ma piuttosto alle opposte tendenze sempre presenti in ogni comunità: simpatie, antipatie, chi è il più grande… Questo avveniva anche nel piccolo nucleo degli Apostoli, dove il maestro aveva solo dodici alunni ed era Gesù Figlio di Dio. Però, lungo la via, dopo che Lui aveva predetto che sarebbe morto in croce, gli Apostoli fra loro parlavano di chi fosse il più grande.

Questo è nel cuore dell’uomo e non ci deve meravigliare. Una comunità unificata dall’unico Spirito e dall’unico amore è un eloquente esempio della testimonianza a favore di Gesù Cristo. Allora ciò che Paolo pretende dai Filippesi vale per ogni comunità, vale anche per noi oggi, per una parrocchia, una famiglia, un convento, un monastero, una diocesi. Unità non significa che tutti devono pensare allo stesso modo. Abbiamo celebrato da poco la solennità della Trinità: l’unità nella diversità, la comunione nella distinzione. Non ci si deve conformare: questi sono pensieri totalitaristi, aberranti, secondo cui tutti ci si deve vestire allo stesso modo, tutti si deve avere lo stesso pensiero. Invece per noi la diversità è un dono che Dio ci ha fatto, l’unicità. Ognuno di noi è unico e irripetibile. Allora quando si parla di unità, non vuol dire massificazione o formarsi all’unico modo di pensare.

Oggi si privilegia molto il pensare individuale, non ci si lascia facilmente catturare da un desiderio di unità. Il Dio uno e trino. Prima era più preponderante la Trinità, adesso nel pensiero culturale è questo essere l’uno. Non c’è tanto un pensiero di comunione nel cuore dell’uomo di oggi. Si privilegia molto di più l’individualità, che è una cosa bella, ma non deve però andare a scapito della comunione.

Quando individui autonomi comunicano tra loro, perseguono insieme un fine comune, trovano un’energia capace di trasformare il mondo, inaspettata, che non proviene da loro. C’è qualcosa d’altro, c’è Qualcun altro e, anche se i vincoli che si stabiliscono fra i membri di quella comunità non dovessero essere troppo profondi, sono capaci di testimoniare una forza che non è loro, ma che gli viene donata.

Poi continua Paolo nei versetti 3-5 e qui diventa molto più chiaro:

 

 “3 Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma

ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso,

4 senza cercare il proprio interesse,

ma anche quello degli altri.

5 Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù”

 

Sono soprattutto due gli atteggiamenti che mettono in serio rischio la vita comune: la rivalità e la vanagloria. Questo spirito di contesa deriva da un cuore lacerato in se stesso. Chi si pone continuamente in conflitto con gli altri, non fa altro che trasferire sugli altri la propria divisione, la divisione che ha nel proprio cuore. Chi è diviso in se stesso, divide anche gli altri.

La vanagloria… Molte volte si è prigionieri di noi stessi senza rendercene conto, siamo un monologo dove gli altri non devono fare altro che ascoltare, ma la vita fraterna, la vita comune mette un po’ a nudo questo perché l’altro, il fratello, ti fa da specchio.

C’è una riflessione che dice che molte volte chi si vuole contraddistinguere sempre, chi si mette sempre in luce, alla ribalta non lo fa altro che per il fatto che ha dentro di sé un complesso di inferiorità, quasi come se fosse sempre costretto a parlare di se stesso e a celebrarsi. Il termine greco, più che “vanità”, allude alla vuotezza. Quando uno è vuoto, dice e fa tanto, ma poi è vuoto, non ha un contenuto. Allora per Paolo la condizione di fondo perché la comunità possa vivere e prosperare, è l’umiltà:

 

“3 Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma

ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori”

 

L’umiltà nella cultura greca, nel pensiero greco, non era un valore. L’umiltà era relegata a chi era inferiore, agli schiavi, non alle persone che erano nella società con uno spessore. Era dispregiativo. Mentre nel linguaggio biblico, ebraico, nel giudaismo, l’umiltà era una virtù apprezzata, specialmente nella comunità di Qumran, di questa comunità religiosa ebraica che aspettava la venuta del Messia: l’umiltà era considerata  requisito necessario per entrare nella vita comune. Se tu non eri umile, anche se avevi il desiderio di entrare nella vita comune, non potevi entrare.

Essere umili significa avere il coraggio di registrare, di accettare la propria umanità con i suoi alti e bassi: accettarsi. E in questo versetto Paolo congiunge l’umiltà al considerare l’altro, gli altri più grandi di noi.

“ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso”

Non vuol dire che dobbiamo farci più piccoli di quello che siamo, svalutare noi stessi per sopravvalutare gli altri. Io posso conoscere il valore dell’altro soltanto quando sono consapevole del mio. Vuol dire essere libero di apprezzare gli altri, di provare piacere  che gli altri abbiano dei doni, che siano forse anche più bravi di me in degli aspetti e vuol dire anche essere liberi di distogliere lo sguardo da se stessi per guardare i bisogni degli altri. Umiltà allora significa libertà interiore. Positivo apprezzamento di se stessi e degli altri non significa dunque autosvalutazione. Chi è umile riesce a percepire il bisogno degli altri, chi è umile è capace di vedere i doni che hanno gli altri. Questo è un atteggiamento indispensabile per convivere, per vivere insieme. Lasciandosi ispirare a sentimenti comuni senza lasciarsi scadere nelle rivalità, senza lasciarsi imporre rapporti dominanti. Paolo si augura che questa giovane comunità di cui lui si sentiva padre vivesse nell’unità. E loro erano i figli e le figlie che non poteva più raggiungere, non poteva più andare a riprendere, ad educare, a sostenere, a correggere, a incoraggiare. Ma con questa lettera Paolo comunica tutti questi desideri, questa paternità. Paolo si augura che i Filippesi riflettano seriamente su Gesù Cristo, nella sua incarnazione, nella sua vita e nella sua morte. Devono preoccuparsi di avere gli stessi sentimenti che furono di Gesù, guardare gli uomini con gli stessi Suoi occhi e pensare a loro con gli stessi Suoi sentimenti.

Allora siamo arrivati a questo versetto quinto che non viene riproposto nella liturgia delle Ore. Nei primi Vespri della Domenica si va subito al versetto 6 fino all’undicesimo. Non viene proposto il versetto quinto che invece è molto importante:

“5 Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù”

 

Allora prima di affrontare quali sono i sentimenti di Cristo Gesù, vediamo un attimo che cosa sono i sentimenti. Dicevamo che il significato del termine Phroneim non è un sentire emotivo, passeggero, quello che ti passa per la testa in quel momento. E’ qualcosa di più radicato, più profondo, che sta alla base della nostra vita. Sono i sentimenti immancabilmente presenti nella vita di tutti, anche per coloro che non li vorrebbero provare o che cercano di mostrare all’esterno che non provano sentimenti. A volte non li avvertiamo. Sono come questi fiumi che vanno sotto terra, hanno una vita sotterranea. I sentimenti possono tacere, ma agiscono, spesso logorandoci nel nostro inconscio. Forse vanno ad esprimere la parte più umana dell’io, ne rivelano e ne svelano i sogni, le motivazioni profonde. Sovente sono istintivi, immediati, passeggeri e fugaci.

Però nel testo biblico il senso è molto più forte. La traduzione non è resa in maniera forte, incisiva perché il termine infatti indica il modo profondo di sentire di una persona e non solo ciò che passa e si percepisce. Phronein riguarda la sfera del pensiero, ma anche dell’affettività, della volontà, delineando un atteggiamento interiore che qualifica tutto l’uomo dal profondo del suo cuore fino al suo agire e apparire, pensare, sentire, volere, decidere. Cioè, quello che viviamo e custodiamo nel profondo poi si esterna con dei gesti. Fragili allora ma allo stesso tempo manifestazione di ciò che siamo e viviamo più nel profondo, che può essere evangelizzato e divenire espressione di una conversione di vita stabile, radicale, fino a raggiungere la parte più intima e profonda e recondita della nostra vita, della vita umana. La vita istintuale, emotiva, a livello consapevole come a livello inconsapevole, il famoso inconscio.

L’uomo e la donna spirituali non sono coloro che hanno soppresso i propri istinti, le proprie pulsioni, i moti dell’animo, le tendenze interiori, ma l’uomo e la donna spirituali  sono coloro che lasciano che tutto sia illuminato dalla luce misteriosa dello Spirito, potremmo dire che si lasciano evangelizzare nel profondo. In maniera anche impercettibile, però lasciano entrare Gesù fin nel profondo, non hanno paura di Gesù. Noi a volte abbiamo paura quando questo Dio si fa troppo vicino, questo Dio che desideriamo, che vorremmo vedere accanto, che non capiamo dov’è nel momento della difficoltà. Poi improvvisamente quando si fa troppo vicino, abbiamo paura. Abbiamo paura che Lui ci chieda di morire a qualcosa della nostra vita, della nostra storia a cui forse siamo troppo attaccati.

Così come quando suona il citofono, adesso c’è il videocitofono, si può vedere se fare gli indifferenti, se rispondere o non rispondere, si può aprire la porta del portoncino e fare stare la persona fuori, si può aprire la porta di casa e farla entrare nell’ingresso. Di solito l’ingresso e il salotto sono i due luoghi più in ordine perché, se viene un ospite, lo si accoglie nell’ordine. Bisogna vedere a che livello facciamo entrare Gesù nella nostra vita: se lo lasciamo fuori, se lo facciamo entrare nell’ingresso o nel salotto o se lo facciamo entrare nel ripostiglio, in cantina, in soffitta, cioè nei luoghi dove c’è meno ordine. Questo è vero anche nella nostra vita.

Allora quel sentire profondo che Paolo chiede ai Filippesi….. come un padre che non può più stare accanto ai figli, un padre che non gli può più tirare lo scappellotto, non può più mettergli la mano sulla spalla per incoraggiarli, non li può più educare e formare. Paolo li raggiunge con questa lettera e, con questa lettera al versetto quinto, preparato da quelli che abbiamo letto all’inizio del capitolo due, chiede che abbiano gli stessi sentimenti di Cristo Gesù, questo sentire profondo. Questo è anche per la vita di ciascuno di noi: non avere paura di lasciare entrare Gesù. Dobbiamo avere paura di tante cose, ma di Gesù non dobbiamo avere paura, soprattutto noi cristiani e dobbiamo farlo entrare nel profondo, nell’intimo. Dobbiamo dirgli: entra anche nell’inconscio, dove non siamo più consapevoli, perché Lui evangelizzi tutto, perché l’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo raggiunga anche questi luoghi reconditi e nascosti nella consapevolezza che essere cristiani non vuol dire sopprimere ciò che ci dà disagio. Dove non ci sentiamo totalmente padroni della cosa, allora pensiamo di poter anche sopprimere. Non è questo. La donna e l’uomo spirituale non sono coloro che reprimono, che cancellano, che resettano, ma sono coloro che si lasciano abitare, illuminare dalla luce misteriosa dello Spirito.

Da un lato dunque i sentimenti svelano il versante più debole della creatura: è una fotografia, è una istantanea: tu sei questo anche se non lo vuoi, anche se ti vesti in un altro modo e cerchi un linguaggio e un atteggiamento. E’ un’istantanea, è una radiografia, ciò che spesso non passa neppure attraverso il vaglio della riflessione. Dall’altro canto proprio per questo, sono la fotografia più attendibile del percorso che stiamo facendo e di quanto Cristo è entrato nella nostra vita, quello che portiamo nel cuore a livello di profondità e di conversione. Possiamo infatti controllare le parole, i gesti, ma non possiamo impedirci di provare sentimenti. Una persona può essere ridotta in schiavitù a compiere dei gesti. “Per forza o fisica o psicologica devi comportarti così se no ti faccio una violenza”: l’uomo è costretto a compiere quei gesti, ma nessuno lo può obbligare a provare dei sentimenti che non ha. Possiamo infatti controllare parole e gesti che altri ci possono imporre, ma non possiamo impedirci di provare sentimenti. E nessuno ci può in qualche modo obbligare a provare sentimenti o a provarli come vuole lui. I sentimenti ci dicono se e fino a quale punto ci stiamo identificando con il cuore di Cristo.

Un cammino di fede adulto, man mano che diventiamo grandi e i capelli diventano bianchi, dovrebbe toccare e purificare, evangelizzare e trasformare anche questo sentire profondo. Tutto insomma a immagine del Figlio.

Quindi questo è anche qualcosa di bello, perché Gesù ci viene a liberare e la sua liberazione è totale. Ci viene a dire chi è l’uomo, ci viene a dire come Dio ha pensato l’uomo prima della caduta di Adamo. Cristo è il nuovo Adamo, è immagine perfetta. Ci aveva pensato così Dio!

Però se da una parte questo ci fa soffrire perché dobbiamo vedere degli angoli dove non abbiamo spazzato bene, dall’altro ci deve anche dare una grande gioia, che il Signore viene a liberarci e, nella misura in cui ci fidiamo e Lo lasciamo entrare, la Sua salvezza prende tutta la nostra vita.

Ed eccoci all’inno. Uno studioso nel 1929 facendo delle riflessioni, disse che questo linguaggio dei versetti 6-11 andava a spezzare lo stile e il linguaggio che lo precedeva e che poi seguiva. Da quel momento in poi quasi tutti hanno dato la non paternità di questo inno a Paolo. C’è chi sostiene che questo era un inno liturgico e quindi veniva cantato nella salmeggiatura, veniva portato nella preghiera della chiesa comunitaria e che Paolo ne era a conoscenza e per questo lo pone e lo porta dentro. C’è anche chi dice che se non lo ha scritto san Paolo, chi è che lo ha scritto? Quale altra comunità in quel tempo poteva avere un teologo e un uomo di spessore come Paolo.

Se noi andremo a vedere l’inizio del capitolo due ai versetti che ho citato e poi quello che segue, notiamo che l’inno è in sintonia, è quasi una spiegazione. Invece di affermare qualcosa di concettuale per dire quali sono questi sentimenti di Cristo, Paolo si rifà a questo inno, che nei primi vespri della domenica la Chiesa pone come chiave per entrare nell’ottavo giorno, nella vita eterna. Chi vuole entrare nell’ottavo giorno e nella vita eterna, deve accogliere e passare attraverso i sentimenti di Cristo Gesù. Ci sono diverse traduzioni di questi versetti, l’ultima della CEI ad esempio, ma la sostanza è quella.

“6 egli, pur essendo nella condizione di Dio,

non ritenne un privilegio

l’essere come Dio;

7 ma svuotò se stesso,

assumendo la condizione di servo

e divenendo simile agli uomini;

dall’aspetto riconosciuto come uomo,

8 umiliò se stesso

facendosi obbediente fino alla morte

e a una morte di croce.

9 Per questo Dio lo esaltò

e gli donò il nome

che è al di sopra di ogni altro nome;

10 perché nel nome di Gesù

ogni ginocchio si pieghi

nei cieli, sulla terra e sotto terra;

11 e ogni lingua proclami

che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre.”

 

Questa è l’ultima versione della traduzione della Bibbia e, se voi sentite, discosta da quella che è la Liturgia. Voi avete un altro modo di salmeggiare, ma nel breviario della Chiesa c’è ancora la traduzione precedente, anche perché c’è un ritmo nella musica: se cambi le parole, poi non torna il ritmo musicale.

 

“6 (Cristo Gesù), pur essendo di natura divina,

non considerò un tesoro geloso

la sua uguaglianza con Dio;

7 ma spogliò se stesso”

 

Ecco questo è quello che preme a Paolo perché questa comunità, che lui ha generato alla fede, non si divida, ma anzi agli attacchi esterni che ci sono, possa rafforzarsi al suo interno. Allora propone Gesù, questo sentire profondo che fu di Gesù Cristo.

I versetti 6-11 (dicevamo che il versetto quinto non viene riportato nella Liturgia) celebrano il cammino che Gesù ha percorso. L’arco è completo: la preesistenza, l’incarnazione, la sua vita terrena, la morte in croce e l’esaltazione. E’ veramente il ciclo completo del percorso di Gesù. Non è una speculazione sulla natura di Cristo o sulla sua persona, ma il racconto della sua storia, così come la Parola di Dio, le Scritture ce l’hanno rivelata. Guardate allora come questi versetti sono densi di contenuto teologico, cristologico: è un Vangelo nel Vangelo.

La struttura è semplicissima: sono due strofe con due movimenti. I versetti 6-8 raccontano l’abbassamento, la Kenosis, i versetti 9-11 raccontano l’innalzamento. Dopo l’abbassamento, l’innalzamento. Questo schema (abbassamento-innalzamento) non è esteriore al racconto, quasi una sorta di involucro esterno che li contiene, ma è intimamente connesso con il contenuto. Già ne rivela il significato. Di fatto questi due movimenti, l’abbassamento e l’innalzamento, non sono accostati semplicemente in successione, ma sono saldati da: “per questo Dio lo ha esaltato” che esprime un nesso di causalità. L’abbassamento motiva l’esaltazione. Ci dà la comprensione teologica profonda del cammino di Gesù. “Chi si umilia sarà esaltato”. Noi vorremmo arrivare subito all’esaltazione! “Chi si umilia sarà esaltato”. ”Chi si esalta sarà abbassato”. Questo ci ha insegnato Gesù, soprattutto con la passione.

La storia di Gesù è raccontata da cinque verbi all’indicativo aoristo, cinque verbi che descrivono le tappe fondamentali. Poi ce ne sono anche altri di verbi, di participi che precisano “in che modo”, però l’intelaiatura portante è fatta di cinque verbi.

Tre verbi hanno per soggetto, protagonista, Gesù. E’ Lui che ha la parte attiva e sono:

-non considerò

-spogliò se stesso

-umiliò se stesso

Altri due verbi hanno per protagonista e per soggetto il Padre:

-(per questo) lo esaltò

-(e) gli donò (il nome)

Questo è un movimento importante per noi cristiani che dobbiamo abbassarci perché Dio Padre possa esaltarci, innalzarci. Non è frutto allora del nostro sforzo, della nostra volontà, del nostro impegno, ma è opera del Padre e il Figlio, fedele al Padre, compie proprio questo tragitto dove Lui è protagonista perché non considera la sua uguaglianza con Dio un tesoro geloso, ma spoglia se stesso. Vedremo che il verbo è ancora più forte: svuota. Non è qualcosa di esteriore che si toglie, ma “svuota” è qualcosa di interiore. E umilia se stesso.

Nel Suo cammino terreno, Gesù non ha considerato un tesoro geloso la Sua uguaglianza con Dio, ma ha spogliato, ha svuotato se stesso, ha umiliato se stesso. Per questo il Padre Lo ha esaltato. Dio Padre esalta il Figlio per questo, ci dice l’inno. Quindi c’è questo αυτό che congiunge, che dà il senso, il significato di questa spoliazione e al versetto 9 dice: “Per questo Dio Lo esaltò e Gli donò il nome”.

La Gloria non riguarda la creatura. E’ il Creatore che ce la dona se noi assumiamo un atteggiamento filiale e creaturale. Gesù ci ha lasciato un percorso perché anche noi possiamo non considerare, possiamo svuotarci, possiamo umiliarci, ma non per farci del male o per distruggerci o perché non siamo importanti o siamo insignificanti, ma perché Dio ci possa esaltare e ci possa dare un nome.

L’inno è incastonato fra i versetti e vedremo che termina con i versetti 12-15 e va a ridire certe cose dove l’insegnamento, l’esempio di Gesù diventa fondamentale perché sia il sentire profondo di questa giovane comunità di Filippi che sta a cuore di Paolo.

 

 

Domande o interventi (qui sintetizzati) e risposte di Padre Paolo

D. Sul verbo “svuotò”. Siamo pieni di noi stessi. Ci svuotiamo per far posto all’azione positiva di Dio

R. Certo. E’ tutto colto in positivo come il Vangelo. Può apparire una contraddizione o può apparire un invito a sminuire se stessi o a farci del male. Non è questo.

Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà”. E chi di noi non vuol salvare la propria vita? Siamo attenti a tutto, ci laviamo le mani, ci disinfettiamo, ci mettiamo tutte queste paure, le rughe, il primo capello bianco, le analisi.. Tutti vogliamo salvarla la nostra vita. Allora il Vangelo ci vuol dire altro. Il Vangelo ci vuol dire che, se sei troppo preso dal salvare la tua vita, la perderai. Se ti scordi un po’ di te stesso e inizi a guardare negli occhi il fratello che ha le tue stesse paure, i tuoi stessi bisogni, ti salvi.

Oppure “Se il chicco di grano non muore, rimane solo”. Sono contraddizioni evangeliche che vanno accolte, come sottolineato, nel positivo. Tutto questo è per avere la vita e non solo, la vita eterna, vivere bene il dono che ci è stato fatto. Guardate che l’inferno e il paradiso ci sono già qua. Se la terra feconda che Dio ti ha dato, tu la rendi arida, vivi già qui l’Inferno. Se invece la fai fruttare, è già qui il Paradiso.

Per vivere bene questa vita, dobbiamo avere questi…. Sono forti. Non solo coloro che non credono, non li capiscono, ma anche noi che siamo cristiani. La croce è scandalo e stoltezza forse anche per noi.

Perché dobbiamo portare un uomo che è morto? Perché dobbiamo appendere un uomo che è morto? Chi viene da un’altra cultura e non è della nostra religione rimane scandalizzato e c’è da capirlo. Un morto lo fai vedere a tutti. Capire che nella morte c’è la vita, capire che quel gesto è salvifico…. Anche noi cristiani dobbiamo fare un percorso anche se per noi è connaturale, perché fin da piccoli abbiamo visto la croce, ci è stata posta al collo. Quando la vita ti tocca, devi capire che non è facile e allora ci devi arrivare. Ma è sempre per la vita!

D. Questo corrisponde a quel discorso di Giovanni che chiama la crocifissione glorificazione

R. Certo. “Quando sarò glorificato”. La glorificazione è la croce che per Giovanni diventa il trono dove Dio siede. Nella sua fragilità, manifesta la sua onnipotenza. Questo lo può fare solo Dio, ma se l’ha fatto è per stare vicino a ciascuno di noi quando ci sentiamo fragili, smarriti, abbandonati, feriti, malati. La nostra fede, se la capiamo dal nostro didentro esistenziale, è meravigliosa perché Dio si è fatto veramente povero, umile, servo, si è lasciato tradire, si è lasciato abbandonare, si è lasciato condannare e ha manifestato la sua Gloria.

D. Mi piaceva molto il “Se c'è pertanto qualche consolazione”, cioè tutti questi “se” che Paolo mette. Li leggo spesso per verificare se ci credo veramente. Ma noi crediamo veramente che risorgiamo? La carità che facciamo, la facciamo veramente per Gesù o per vanagloria? Ci fermiamo solo a questi “se” o ne diamo conseguenza?

R. In quel “se” c’è la libertà dell’uomo, la libertà di ognuno di noi che può coglierlo o lo può vanificare, ma stando intorno alla Parola, ascoltando la Parola, tutto questo in ciascuno di noi si risveglia con una passione, con un desiderio che poi nella nostra umanità continuamente siamo portati ad annacquare, ad adeguarci, ad adagiarsi. Avere questi momenti dove vi ritrovate, dove staccate dalle preoccupazioni di casa, dormite nello stesso luogo….. Mi veniva in mente quanto questo risveglia in noi la nostra adolescenza: dormire tutti sotto lo stesso tetto fuori casa con persone che non sono del tuo sangue, tuoi parenti, la tua famiglia. Questo ci dice che siamo comunità e questo risveglia in noi questi sentimenti, questi desideri e anche questa passione perché abbiamo il bisogno di dircelo, di dirlo e sentircelo ridire e questo ci accompagnerà per tutta la vita perché è una conversione permanente. Mai ci sarà un momento in cui non avremo bisogno di conversione. Anche il Papa ha detto: “anche io sono un peccatore”. Questo non ci deve meravigliare, però si deve trovare la modalità personale nel rapporto con Dio. Ognuno di noi può dire sì, può fare entrare Gesù anche in cantina o in soffitta, però dopo è qualcosa di comunitario: “abbiate in voi”. Non l’ha detto al singolo. Allora anche questo ritrovarvi insieme sulla Parola di Dio, dare del tempo, uscire fuori dalle vostre quotidianità, dormire sotto lo stesso tetto, ci riappassiona perché non dobbiamo essere dei computer che non hanno sentimenti.

Paolo scrive in prigione e dice sono nella gioia, ma non è scontato. Allora: do i dati, sono cristiano, ci credo, Cristo mi ha salvato alla vita eterna. Risposta: sono sempre così. Non è così scontato.

No, perché ci sono i momenti di sofferenza, ci sono i momenti di lutto. Gesù stesso ha pianto per la morte di un amico, Gesù prova compassione perché li vede come pecore senza pastore. Gesù rimane male con il giovane ricco perché in quello sguardo d’amore non si sente ricambiato.

Anche noi siamo in cammino. Non è perché siamo cristiani, che c’è sempre il sole! Però è importante credere che c’è questa luce anche nella sofferenza, anche nel dolore, anche nel peccato, anche nella prigione, anche nell’ingiustizia. Questo deve dare coraggio, ci deve far rimettere in cammino, ci deve far raccogliere questa sfida che Gesù ha vinto la morte, il peccato, il dolore, la sofferenza o la malattia, l’ingiustizia, la cattiveria. Però non è automatico, allora abbiamo bisogno di ridircelo, continuamente di nutrirci di questo, trovare dei momenti come voi state facendo dove ci abbeveriamo nuovamente, ci rifocilliamo. Dire nella gioia ed essere in carcere (pensate che era un carcere di duemila anni fa, quando i prigionieri morivano di fame o di malattie a causa degli ambienti). Paolo ti dice che è nella gioia non perché le cose vanno bene, ma perché vede in questi figli che ha generati alla fede una luce, una gioia. Perché sa che questa comunità è viva, continua a fare la colletta per mandargli la carità che non ha mai accettato dagli altri ma da loro sì forse perché li sentiva vicini, figli da lui generati.

E così san Francesco scrive il Cantico delle Creature quando ormai è un malato alla fase terminale. Come fa uno a cantare la bellezza della primavera, della giovinezza, quando ormai non hai più tutto questo e con i sensi non puoi più toccare, non puoi più vedere. E’ segno che ha fatto un cammino di fede. Poi certo che c’è la sofferenza perché la croce è dolore, ma non è solo dolore, è amore, è vita. Ma il dolore c’è. In fondo ci dobbiamo passare tutti. Anche chi di noi farà una vita fortunatissima, dove gli andrà tutto bene a livello affettivo, a livello lavorativo o intellettivo, un giorno dovrà lasciare la scena, dovrà fare il passaggio da questa all’altra vita e questo, diciamocelo, ci fa paura. Il mondo rimane scandalizzato perché vede soltanto il dolore, non vede l’amore e noi non ci dobbiamo lasciare ingannare perché non c’è solo il dolore. La nostra fede è amore. Se stiamo accanto a uno che soffre, non è per il gusto di farsi del male o di veder soffrire, ma è per condividere, è la compassione. Ti amo così tanto che sono disposto a stare accanto a te, a vivere questo momento di fragilità e di sofferenza. Quello è l’amore che hai per l’altro. Così la croce non è solo dolore, ma è l’amore che ha fatto addossare a Gesù tutta la cattiveria umana, tutti i tradimenti, tutte le infedeltà, tutte le ingiustizie, tutte le condanne. Le ha assunte e non è sceso da quella croce perché ognuno di noi si possa sentire vicino a questo Dio che si è fatto come noi. Questa è la nostra fede che ci fa vedere la luce anche nella sofferenza, che fa compiere gesti inauditi a persone a cui daresti un centesimo. Madre Teresa al di là della sua apparenza fragile, ha avuto una forza straordinaria. Questo ci deve affascinare e questo non ce lo deve rubare nessuno. In quel dolore c’è la speranza, in quel “finisce tutto”, c’è la vita che continua. La croce è insita nella fragilità umana. Questo affidarsi, questo accogliere un Dio che si è fatto come noi per farci come Lui, passando attraverso la vicenda umana fino in fondo…. Non è stato esentato da nulla

D. Come posso arrivare ad avere gli stessi sentimenti di Cristo?

R. Paolo dice “abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù” e dopo descrive quali sono i sentimenti di Cristo. Domani approfondiremo il sentire profondo che lo ha portato a vivere ed è una fedeltà al Padre. Non è uno sforzo umano volontaristico, di un superuomo capace di passare sui carboni ardenti, impassibile anche al dolore. Non è questo. E’ una obbedienza al Padre. Noi siamo protagonisti nella misura in cui ci rendiamo docili e obbediamo al Padre. Questo ci è dato di farlo. Poi per questo è stato esaltato e gli è stato dato il nome e questo sarà anche per noi.

“Non ritenere un privilegio”. Quante cose noi le abbiamo e altri non le hanno e ci abbarbichiamo invece di donarle agli altri. Così via tante altre cose, domani le vedremo.

“Umiliò se stesso”, cosa vuol dire? Homo, humus, humilitas in latino hanno la stessa radice: l’humus è la terra. Noi sappiamo che l’uomo è fatto dall’humus, dalla terra. Dio crea l’uomo dalla terra. L’atteggiamento dell’uomo deve essere perciò l’humilitas, perché tu sei tratto dal fango. Umiltà vuol dire “poco distante dal suolo”, non lontano dalla terra, vuol dire che, ogni qualvolta ti innalzi, stai perdendo il tuo umano, il tuo essere creatura, il tuo essere vero. Questo ha dei riscontri molto pratici e concreti nel mondo del lavoro, nel rapporto affettivo fra uomo e donna, tra genitori e figli, nell’ambiente sportivo. Vedremo che Adamo ha rifiutato il progetto del Padre, l’ha rinnegato, l’ha contraddetto perché ha voluto appropriarsi di un tesoro geloso. Invece Gesù sarà colui che sarà l’opposto di Adamo, lui che aveva tutte queste prerogative della divinità che gli spettavano, non le considera un tesoro geloso, ma si svuota di questo. Nello svuotarsi, lo dona agli altri

D. Paolo nella lettera ai Filippesi parla dell’unità, dell’essere unanimi e che la vera unità non è quella dell’omologazione, ma della vera espressione di sé, delle singole individualità. Quindi l’unità nella diversità. In questo vedrei, non so se è corretto, anche un messaggio di ecumenismo, perché anche in esso c’è il vedere nelle altre espressioni cristiane i punti in comune, di cercare di avere quello spirito di comunione pur nella diversità.

R. La parola di Paolo viene detta per paura di una divisione interna.

Si può cogliere nella preghiera sacerdotale di Gesù “che siano una cosa sola”, la preghiera che siano tutti una cosa sola coloro che si professano cristiani. La divisione è sempre qualcosa che non ci riconduce all’amore del Padre, alla comunione e in questo c’è un tentativo di superare le divisioni che ormai sono storiche, legate al passato, e il tentativo è di camminare insieme, pur nella diversità, con gli ortodossi, con gli anglicani, con gli evangelici, con tutti coloro che credono in Cristo, tutti coloro che si rifanno al Battesimo, tutti coloro che si rifanno all’Eucarestia, tutti coloro che credono che Gesù è il Figlio di Dio, che si è fatto carne, è morto e risorto, anche se all’interno di una diversità che ormai ha qualcosa di storico, una divisione che ci riconduce a cinquecento, trecento anni fa. Superare queste divisioni è importante. Già Giovanni Paolo II, all’inizio del suo pontificato, ha scritto l’enciclica “Ut unum sint” analizzando la questione del primato petrino, che è uno dei motivi di divisione con gli ortodossi, perché per loro le chiese sono tutte sorelle e non ce ne è una al di sopra. Anche Benedetto XVI è stato sensibile in questo senso e papa Francesco ha incontrato il patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I. La Chiesa di Pietro che incontra la Chiesa di Marco, che incontra la Chiesa di Andrea. La Chiesa si sta dando da fare per attenuare tutto ciò che è stata divisione storica.

Il superamento della divisione è il riconoscimento dell’altro in quanto altro, non è l’uniformità. La comunione si fa sempre nella diversità, invece pensiamo che si fa con chi è uguale a noi, con chi la pensa come noi. La diversità è già iscritta nell’essere uomo e donna. Anche nella chiesa cattolica tutti questi movimenti, tutti questi gruppi…dentro una parrocchia, dentro una famiglia, la divisione è insita nell’uomo.

Tutto quello che è dello Spirito è comunione. La Chiesa è madre e maestra è capace di discernere; per questo prende tempo per discernere quali sono i frutti dello Spirito che rimangono; i frutti dello Spirito si vedono con il tempo.

 

 

3) Terzo insegnamento - domenica 2 giugno, ore 9.15

Allora oggi parliamo del cammino di Gesù attraverso questi cinque verbi importanti all’indicativo aoristo che descrivono le tappe fondamentali e da una serie di participi che ne precisano le modalità.

Vediamo allora quali sono i sentimenti di Cristo Gesù che Paolo indica ai membri della comunità di Filippi perché possano vivere all’unisono, in quella comunione profonda con il Signore, ma anche fra di loro come fratelli e sorelle.

“Pur essendo nella condizione di Dio”. L’inno inizia con questo participio che descrive il modo di essere di Cristo nella sua preesistenza. Cristo nella sua preesistenza condivide le modalità dell’esistenza di Dio, cioè un’esistenza gloriosa, un’esistenza che Gli spettava di diritto, essendo Dio Egli stesso. Gesù Cristo essendo nella condizione di Dio sulla terra, perché Dio incarnandosi non ha perduto la natura divina, tuttavia non ha ceduto alla tentazione di considerare un tesoro geloso, di custodire gelosamente il suo essere uguale a Dio. Ma poi vedremo che spoglia se stesso. Si tratta allora di un ragionamento fatto da Gesù Cristo nella sua situazione storica.

Vediamo il primo verbo di questi cinque, che abbiamo detto sono tre dove è protagonista Gesù, e gli ultimi due in cui è passivo. L’innalzamento, la Gloria e il nome sono prerogativa del Padre.

“Non considerò un tesoro geloso” appunto questo essere alla pari di Dio. E possiamo dire allora che non godette narcisisticamente della propria condizione, ma andò oltre se stesso e sostenne la sofferenza. Pur essendo, non considera. Per noi che cosa vuol dire? Pur “essendo” noi, a volte, ci consideriamo, teniamo come un tesoro geloso quella posizione che abbiamo raggiunto, quel privilegio. Ecco che i sentimenti di Cristo Gesù sono molto concreti. Quello che abbiamo, lo abbiamo, ma non lo dobbiamo tenere come un tesoro geloso anche se è nostro. Questo ha fatto Gesù!

Essere nella condizione di Dio equivale ad essere alla pari di Dio. Non si tratta allora di definizioni astratte, dell’essere, ma di termini che esprimono il dinamismo della sua relazione con Dio. Pur essendo nella condizione di Dio, non considerò come occasione da sfruttare la sua dignità e i poteri divini. In questo caso “spogliarsi” indica metaforicamente l’atto dell’Incarnazione. Gli interpreti antichi hanno perlopiù visto in questa immagine il rovescio dell’arroganza di Adamo che scioccamente cercò di rapire le prerogative di Dio (Genesi 3,5: il peccato originale). La madre di tutti i peccati non è nient’altro che tentare di sostituirsi a Dio, non fidarsi più di Dio che è buono, che vuole il tuo bene, ma cercare di sostituirsi a Dio. Noi pecchiamo quando ci sostituiamo a Dio. Allora questa antitesi è suggestiva e può essere prolungata a tutto l’inno: la vicenda di Cristo è il rovescio della storia di Adamo. Da una parte un semplice uomo, una creatura che tenta di innalzarsi fino a Dio, quasi per rapire le sue prerogative. Dall’altra il figlio di Dio che invece umilmente discende fra gli uomini spogliandosi delle sue prerogative, anche se Gli spettavano, Gli erano dovute. Da una parte allora possiamo dire l’arroganza, dall’altra il dono. E’ questo ragionamento, dettato dall’amore gratuito, che ha messo in movimento la storia di Gesù, guidandola dall’inizio alla fine. E’ un modo di pensare connaturale con il suo essere che è Amore. Dio è Amore. Il dono di se’ è il modo di essere di Dio. Se noi vogliamo essere di Dio, se vogliamo credere in Lui, deve diventare anche il nostro modo di essere: il dono di se’.

Allora abbiamo visto il primo verbo forte “non considerò”.

Il secondo verbo forte: “spogliò se stesso”. Nella traduzione dal greco, la parola è ancora più forte “svuotò se stesso”. Spogliarsi è qualcosa di esterno: sono degli abiti che ci togliamo e così rimaniamo nudi. Il verbo greco è ancora più forte: “svuotò”. Voi pensate una città come Milano, enorme con milioni di persone, senza una persona, senza mai incontrare nessuno, tutto vuoto. Questo vuol dire “svuotò”.

E’ l’assunzione della condizione umana espressa con questo verbo. Si pensa all’evento storico dell’Incarnazione. E’ una spoliazione, è uno svuotamento: Dio che si fa uomo. E’ l’affermazione fondamentale dell’inno perché dà senso ai due estremi: sia della preesistenza, perché fa intendere quanto enorme sia stato il passo compiuto verso il basso (“E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”), sia della seguente glorificazione che apparirà come esaltazione da una situazione di assoluta insignificanza. L’interpretazione più eloquente del passo cristologico è 2 Corinzi 8, vs. 9 : “Voi conoscete la Grazia del nostro Signore Gesù Cristo poiché per voi si fece povero essendo ricco perché diventaste ricchi per mezzo della sua povertà”.

Da ricco che era si fece povero.

Allora questi sentimenti di Cristo sono sempre di più in crescendo, sono un cammino sempre più impegnativo: se siamo ricchi, dobbiamo diventare poveri, se vogliamo seguire Gesù.

Così anche nella Lettera agli Ebrei, cap. 12, vs. 2:

”Tenendo fisso lo sguardo su Cristo Gesù autore e perfezionatore della fede, il quale invece della gioia proposta , si sottopose alla croce disprezzando l’ignominia e si è assiso alla destra del trono di Dio”.

Alla gelosa difesa dei suoi diritti, il Signore ha preferito la piena condivisione con la situazione umana. Quindi Lui che non doveva soffrire, che non era nato per soffrire, che non era nato per morire, ha voluto condividere fino in fondo la nostra condizione umana. Questo è un Dio che veramente è con noi, non solo quando c’è il sole, è una bella giornata e stiamo bene e siamo in salute. E’ il Dio con noi anche quando le cose vanno male. Qui c’è tutta la vicenda umana anche della sua umiliazione, oltre essersi incarnato (si è fatto uomo) è stato anche umiliato dagli uomini.

Apparso in forma umana, simile agli uomini. Questo è il primo abbassamento: quello dell’Incarnazione espressa con queste precise modalità storiche e concrete.

Particolarmente significativo è che gli estremi dell’Incarnazione non sono come sarebbe logico aspettarsi. Da Dio, condizione di Dio, alla condizione dell’uomo. Ma a una condizione più bassa. C’è per Dio una condizione più bassa di quella di farsi uomo: farsi servo. Perché tra gli uomini c’è una scala di valori, di importanza: il servo è quello più in basso. Allora il paradosso dell’Incarnazione è presentato in tutta la sua forza: da Dio a servo, condizione sociale di essere uomo nella sottomissione, nel servizio.

“Divenuto uomo” non significa necessariamente “divenire schiavo”. Questo ci dice che Gesù non solo si fa uomo, ma si mette alle dipendenze dell’uomo.

Giovanni 13: nell’ultima cena dice “Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene perché lo sono” eppure io ho lavato i vostri piedi. E’ schiavo perché rinuncia al potere sugli uomini, si mette al livello dei più piccoli. Non vuole essere un dirigente, un direttore, un superiore. Non entra nel gioco del tentatore che vorrebbe vederlo imporsi agli uomini mediante la sua potenza di Figlio di Dio. Le tentazione nel deserto sono proprio queste: “se sei Figlio di Dio…”.

Cristo non rinuncia solo al suo rango divino, rinuncia anche ad ogni privilegio umano. Qui questi sentimenti di Cristo diventano un cammino sempre più impegnativo, se vogliamo seguire il Maestro. Dal fare la fila alla Posta, a prendere una prenotazione per una visita medica, ci mettiamo in fila. In questo, soprattutto noi religiosi, ecclesiastici, abbiamo dei privilegi: “passi Padre, venga”.

Dall’essere al disopra di tutti (questa era la sua condizione divina) all’essere sottoposto a tutti. Poi ognuno, non solo nella vita religiosa, ma anche in quella familiare o nel mondo del lavoro, può pensare a questo passaggio: dall’essere al di sopra di tutti a sottoposto a tutti. C’è la figura del servo che non è solo quello di essere il livello più basso dell’umanità nel valore di una scala gerarchica, ma riconduce anche a una idea biblica secondo cui il servo è una figura di grande responsabilità, a cui il Signore affida una missione importante. I profeti sono servi di Dio. Vedi il Servo del Signore, i quattro Carmi in Isaia. In modo particolare Maria è la serva del Signore: “Eccomi, sono la serva del Signore”. Ci può essere questo richiamo forte al Servo di Adonai. Non si può pronunciare il nome per rispetto del popolo ebreo. Il tetragramma IHVH è impronunciabile. Siccome ci hanno messo dei puntini sotto, i testimoni di Geova, leggono “Iehovah”, ma quello è un errore grammaticale della lingua ebraica. E’ l’impronunciabile, non si può pronunciare. Noi purtroppo tante volte lo pronunciamo e invece dovremmo educarci a chiamarlo Signore o Adonai quando vediamo IHVH, il nome sacro. Del resto lo schema dell’umiliazione-esaltazione è proprio del quarto canto di Isaia.

Dice Clemente Romano nell’Epistola ai Corinzi, che fa una rilettura di Filippesi e cita anche Isaia 53, 1-12: “Cristo appartiene a quanti hanno sentimenti umili e non a quanti si elevano al di sopra del suo gregge. Il Signore Gesù non è venuto nell’arroganza benché Egli lo avrebbe potuto, ma nell’umiltà”.

Non considerò”, “spogliò (svuotò) se stesso”.

Il terzo verbo forte è “umiliò”. Non bastava servo, umiliò se stesso. Vedete come discende. Non bastava Dio che si fa uomo. E’ già una discesa vertiginosa ma, tra gli uomini, ha scelto di essere il servo, cioè nella categoria sociale più bassa. Non bastava, umiliò se stesso. Umile, “tapeinos”, significa basso, piegato al suolo, sottomesso, di modesta condizione. Quindi si abbassò, si fece piccolo. Dicevamo ieri che nell’ambito greco, l’umiltà non era un pregio, non era un vanto, anzi era qualcosa di negativo. Nel giudaismo invece l’umiltà dice la giusta posizione di fronte a Dio e agli uomini. Nei riguardi di Dio l’umiltà è la totale sottomissione accompagnata dalla fiducia di chi è bisognoso e non ha altri su cui appoggiarsi. Verso gli uomini dice la volontà di stare con gli altri, al loro livello, servendo anziché dominando, chinandosi anziché elevandosi. Un immagine visiva, plastica: non l’arroganza di un grattacielo che si eleva rompendo l’armonia del paesaggio, ma la modestia e la bellezza di un cascinale che si confonde con il paesaggio. Allora l’umiltà è uno stile più che una condizione, anche se nel linguaggio biblico non manca di alludere al povero, alla sua modesta condizione.

Dice Sant’Ilario nel “De Trinitate”: “La sua (di Gesù) bassezza è la nostra elevatezza; la sua debolezza, il nostro vanto. Tutto avviene nella totale libertà divina. E’ in potere di Dio svuotarsi per obbedienza fino alla possibile assunzione della formazione di servo”. Svuotarsi proprio della forma di Dio.

Già dicevamo ieri, Humus, l’uomo tratto dalla terra. Homo, humus, humilitas. Senza abbassamento, non c’è umiltà. Se non ci abbassiamo, non c’è umiltà, sono parole e basta, sono dei discorsi.

E qui tutta la contraddizione anche evangelica, apparentemente contraddittoria come dicevamo già anche ieri. San Paolo dirà: “quando sono debole, è allora che sono forte”. E lo dice riferito a Cristo. Così anche Davide riconosce il proprio peccato dopo essere stato umiliato. San Bernardo diceva: “a una vergine orgogliosa, a un vergine orgoglioso, Dio preferisce un peccatore pentito”. Chi vorrà essere il primo, sarà l’ultimo; chi sarà l’ultimo, sarà il primo.

Per questo Paolo ci ha ricordato, prima dell’inno cristologico in Filippesi 2, 3-4:

“3 Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma

ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso,

4 senza cercare il proprio interesse,

ma anche quello degli altri.”

 E continua l’inno “Fattosi obbediente

E’ nell’obbedienza che si opera l’abbassamento. Obbedire, “ob-audire”, ha a che fare con l’ascolto. L’uomo obbediente è colui che è in ascolto, non è colui che esegue degli ordini, è l’uomo che è in ascolto.

Gesù stesso ha condotto tutta la Sua esistenza nella totale obbedienza alla volontà del Padre. Giovanni 4, 34: “mio cibo è fare la volontà di Colui che mi ha mandato”.

Anche la Lettera agli Ebrei 10, 5-10 dice:

“Entrando nel mondo, Cristo dice Tu non hai voluto ne’ sacrificio, ne’ offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti, né sacrifici. Allora ho detto: ecco io vengo per fare la tua volontà.”

Ed è appunto per quella volontà che noi siamo stati santificati. Per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo fatta una volta per sempre.

Questo obbedire può suonare un po’ strano. Le parole per ognuno di noi assumono un significato. C’è un vocabolario, e lì c’è l’etimologia, la descrizione. Poi c’è un vocabolario che ognuno di noi ha per quello che ha vissuto nella sua infanzia, nella sua educazione, per quello di bello che gli è stato dato, ma forse anche per quello di brutto che ha subito. Allora ogni parola non è avulsa dalla propria storia e una parola, un verbo, per uno può aprire una memoria, una finestra di un vissuto bellissimo, per un altro la stessa parola un vissuto non bello, anche se nel vocabolario della lingua italiana c’è l’etimologia perfetta. Questo obbedire non è un piegare il capo e buttare giù il rospo. E’ un gesto di Amore. Gesù ha obbedito al Padre per Amore, il Padre ha inviato il Figlio per Amore. Un buon esempio è: quanta obbedienza avete fatta nella vostra vita anche se non ve l’ha detto nessuno? Chi ha dei figli e la notte non ha dormito, la mattina si deve alzare per andare a lavorare. Sarebbe una prerogativa, gli spetterebbe di non andare a lavorare, se non ha chiuso un occhio per dormire. Nel nostro vissuto quanti sacrifici abbiamo fatto per obbedienza! Abbiamo dato la vita, ci siamo scordati di noi per obbedire all’altro, ma non come un gesto dittatoriale che ti impone “devi fare questo”, ma per Amore. Se voi ci fate caso, se fermate un po’ il vostro pensiero, se fate memoria, quante volte avete obbedito forse anche senza che nessuno vi dicesse “devi fare questo”. Ma è quando si ama che si compiono questi gesti, che si fanno i sacrifici. Gesù ha obbedito al Padre, non chinando il capo come un soldatino, ma per Amore perché il progetto del Padre è quello di amare ogni uomo, di salvare ogni creatura. Ecco che l’obbedire assume una bellezza, un fascino. Dove è richiesta la vita, c’è il sacrificio, il dolore, la rinuncia. Però si esce dal “si deve”, dall’obbligo. Il sì di Maria è il sì dell’Amore, della libertà. Perché se avesse chinato il capo dicendo sì contro la sua libertà, non avrebbe significato. E in fondo Dio lascia libera la sua creatura. Noi lo possiamo anche bestemmiare, Lo possiamo anche rinnegare, Lo possiamo odiare, ma perché siamo liberi. Allora in questa libertà siamo chiamati anche noi ad aderire al progetto del Padre nella consapevolezza che lì c’è il nostro bene, ma non soltanto il nostro bene, il bene anche del prossimo, dell’umanità.

Obbedire oggi non va più di moda. Non si insegna più anche nelle famiglie, non a chinare il capo, a dire che tutto va bene, ma un significato più grande che vivi e che è un bene non soltanto per la tua vita, ma anche di quel prossimo che ti è affidato. Allora ci dobbiamo dire dei no, dobbiamo saper dire dei no, ma per Amore, per un sì che è più grande. Maria ha detto no alla vita di coppia normale con il suo sposo, ormai erano già fidanzati-sposati in quel tempo, ma non ha detto no per distruggere la sua vita, la sua femminilità, la sua maternità, il suo desiderio di vivere una vita normale, di coppia, con una famiglia. Ha detto un no perché ha colto un sì più grande. Certo che c’è un sacrificio in questo! Ma questo sacrificio, questa obbedienza nella libertà e nella gratuità, dobbiamo imparare a coglierla come la volontà del Padre che è il nostro bene. E attraverso il nostro sì passa anche il sì e il bene di tante altre persone perché passa il Padre che continua ad Amare la sua creatura, a perdonarla. In modo particolare questo è in Gesù Cristo. Quindi tutta questa obbedienza del Figlio al Padre è qualcosa di attivo, qualcosa di positivo in nome dell’Amore e non del “si deve “ e dell’obbligo.

Umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte”: può significare “fino alla morte” l’estensione della durata. Gesù fu obbediente per tutta la vita, dalla nascita alla morte fino al punto di dare la vita, di non ritirarsi neppure di fronte all’ignominia della croce. Ecco fin dove giunge l’umiliazione di Gesù, con quali sentimenti Lui ha percorso, è disceso in questo abisso, la completa spoliazione di se’, la piena condivisione della condizione di uomo, la volontà di servire, di vivere sottomesso, di obbedire senza ritirarsi neppure di fronte alla croce. Tutto questo è dono di Gesù, ma nel contempo tutto questo cammino rientra nel disegno del Padre, a cui il Figlio è pienamente sottomesso nell’Amore.

Forse oggi non si sa più neanche amare perché sennò ci sentiamo sottomessi, dobbiamo fare una denuncia per aver leso la libertà. Ma amare è sottomettersi, è far sì che l’altro possa crescere, possa diventare più grande. Abbiamo forse perso anche il senso dell’amore in questa cultura, abbiamo perso il senso dell’educazione, il senso della vita. Prima quando la maestra ti faceva un rimprovero, ti dava uno scappellotto, andavi a casa e i genitori te ne tiravano un altro. Adesso in maniera arrogante si va ad affrontare quel professore dicendo “che cosa ha fatto a mio figlio? Non si permetta più”, se non fino ad arrivare alla denuncia. Oggi abbiamo perso il senso della gratuità, del dono, dell’educazione, ma anche dell’amore. I diritti lesi…Certo dove c’è la violenza e la prevaricazione, questo no…. Ma amare è anche imparare a dare la vita, non solo prendere la vita dell’altro. Quando l’altro in qualche modo te la prende, sempre nel rispetto, non ci può essere una denuncia! Si è persa forse una misura che dovremmo cercare di ritrovare, ma purtroppo questa è culturale, quindi anche noi siamo dentro questa cultura che non è più cristiana, che non ha più i valori evangelici e anche noi siamo figli di questa cultura, tutti anche chi è recluso nella clausura, monaco o monaca, e non vede nessuno, è figlio di questa cultura, di questo tempo.

“Fino alla morte”, ma non bastava, ancora più in giù: “la morte di croce”. La morte di croce è la morte di un malfattore, comportava la “damnatio memoriae”, cioè tu muori, ma sei un dannato, il tuo nome rimane una dannazione. Quindi oltre la morte, c’è ancora un livello più basso, la morte di un malfattore. In rapporto al Padre, la croce appare come il gesto culminante dell’obbedienza. A questo difatti risponde il Padre con gli ultimi due verbi.

Per Gesù la croce è l’ultima parola, ma non lo è per il Padre. Per il Padre l’ultima parola non è ne’ la morte, ne’ la croce: “per questo Dio lo esaltò”. L’esaltazione è la risposta del Padre all’umiliazione, all’obbedienza di croce. La croce non è presentata nell’ottica abituale, qui in questo inno, per i nostri peccati, bensì nel modo più ricco ma insolito della solidarietà: così la croce è inserita pienamente nell’Incarnazione. Nella croce si sono manifestate la profondità e la direzione del farsi uomo. Il processo di condivisione, che comincia con la spoliazione delle prerogative divine, trova sulla croce la massima espressione. Gesù ha condiviso la sorte dell’ultimo degli uomini. Nessuno sulla terra può dire di essere solo perché Gesù è sceso anche in questa estrema solitudine. L’umiliazione e l’obbedienza preparano e includono la croce. La croce non è qualcosa di isolato, di insolito, di inatteso, una triste circostanza, ma si iscrive nel dinamismo della spoliazione e dell’umiliazione, ne è la piena manifestazione. La croce così è pienamente inserita nella vita di Gesù e prima ancora di un ragionamento in Dio. Svuotarsi delle proprie prerogative divine fino al limite estremo della croce non è contro Dio, ma rivelazione di Dio, frutto di un pensiero di Dio. Occorre cambiare radicalmente la concezione di Dio che viene dalla religione naturale; all’idea di un Dio onnipotente si deve sovrapporre l’idea di un Dio condivisione e solidarietà: Dio è amore. Nella manifestazione terrena dell’amore divino è iscritta la croce. La croce manifesta l’amore di Dio per l’uomo.

La famosa pubblicità “quanto mi ami?” e la mamma diceva “quanto mi costi!”.

Dice una biografa di San Francesco, che riconduce alle stigmate de La Verna: si può fare a meno di condividere i momenti felici di una persona che si ama, tanto si sa che è nella gioia, ma non si può fare a meno di condividere i momenti del dolore. Se tu ami una persona veramente vorresti stare con lei sempre, però non ci è dato di stare sempre insieme. Anche marito e moglie non sono sempre appiccicati: la mattina si alzano, vanno a lavorare…..Però si può rinunciare a condividere i momenti della gioia. La persona che ami, se sai che è nella gioia, che sta bene, gli dici una preghiera… però non possiamo fare a meno, rinunciare ai momenti della sofferenza. Lì ci diciamo quanto si ama e lì purtroppo si vede molte volte quanto amore c’era, perché dare la vita non è facile. Vedete questa croce che non è solo appesa al muro o pende dai nostri colli, dalla catenina. E’ un qualcosa che ci chiede di amare ogni giorno anche dinanzi al dolore. L’amore che ho per quella persona è più grande del dolore, è più grande della mia paura di vederla soffrire senza poter fare niente. Che cosa posso fare? Tanto! Perché stare lì con quella persona e condividere quella sofferenza, è dare la vita e non c’è amore più grande. Ecco perché la croce è la manifestazione dell’amore di Dio per l’uomo. Se fosse sceso da quella croce come gli chiedevano molti accusatori, “se sei il Figlio di Dio, salva te stesso”, non sarebbe stato solidale con gli ultimi, non avrebbe condiviso la vita degli emarginati, dei traditi, degli offesi, dei rinnegati. Rimanendo appeso a quella croce, Lui realmente ha amato tutti.

Scrive Origene: “bisogna avere il coraggio di dire che l’amore di Cristo si manifesta in maniera maggiore, più divina e veramente secondo l’immagine del Padre quando si umilia nell’obbedienza fino alla morte e alla morte di croce, piuttosto che se avesse voluto conservare come bene da non cedere la sua uguaglianza con Dio e avesse rifiutato di diventare servo per la salvezza del mondo”.

Allora questa è la discesa e abbiamo visto che ha vari gradini. E’ sceso all’inferno, è sceso al livello più basso dell’umanità, nei bassifondi dell’umanità. Questo è molto bello: sapere di aver un Dio che ha scelto di vivere fino in fondo il dramma della creatura umana.

La croce è l’ultima parola, ma non è l’ultima parola del Padre. Per questo Dio lo esaltò. L’inno non esplicita la Resurrezione, comunque è implicita nell’innalzamento perché pone l’accento sull’esaltazione. L’espressione principale della prima parte è l’abbassamento come abbiamo visto, l’umiliazione. A questa corrisponde l’esaltazione secondo il detto evangelico: “chi si abbassa sarà esaltato”. Questi due movimenti, la discesa e l’innalzamento, sono collegati da questo “perciò”, “per questo”. Va osservato che è Dio, il Padre, ad averlo innalzato, non Lui ad essersi innalzato da solo. Allora nell’obbedienza il Figlio si abbandona al Padre. “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato”. Gesù sulla croce ha voluto vivere la lontananza estrema dal Padre, quasi fosse senza Dio, atheos, perché ognuno di noi in quel momento non si senta solo perché Gesù prima di noi ha vissuto quello che ognuno di noi sarà chiamato a vivere.

Nel quarto vangelo, qualcuno aveva osservato ieri, l’innalzamento di Gesù in croce è la sua glorificazione. La croce per Giovanni è il trono dove Dio manifesta la sua Gloria. Impossibile per l’uomo, anche per il più potente, per l’uomo più ricco e potente del mondo, solo Dio poteva manifestare la sua onnipotenza nella fragilità, nell’umiliazione, nella morte e nella morte di croce.

Forse noi come cristiani, come credenti, dovremmo imparare un po’ di più a non leggere solo in maniera orizzontale la nostra vita. Stiamo perdendo piano piano (perché  questa è la cultura che viviamo) il senso della vita eterna, dell’altra vita, questo passaggio che siamo chiamati a fare, anche perché forse l’età media è allungata. Noi viviamo tranquillamente due, tre, quattro vite rispetto ai paesi dell’Africa e dell’Asia dove si muore ancora a 40 anni, 38 anni, l’età media è quella. Noi abbiamo due vite, tre vite e, se ti riguardi un po’, non usuri il fisico, anche quattro vite, forse anche questo ci fa perdere il senso del passaggio, dell’attesa. Ma tutta la nostra vita è in funzione dell’incontro che sarà nella pienezza nella vita eterna.

“9 Per questo Dio l'ha esaltato

e gli ha dato il nome

che è al di sopra di ogni altro nome”

Gesù allora è riconosciuto e adorato in cielo, in terra, sottoterra (gli inferi) e da tutti: “ogni ginocchio, ogni lingua proclami che Gesù è il Signore”

Dietro questa frase c’è la teologia del nome che sta per lo specifico di Dio di Israele, l’impronunciabile, il Kyrios.

Occorre a questo punto rilevare un aspetto importante, una tensione che è dentro questo testo. Se l’innalzamento è la contropartita dell’abbassamento, la Gloria è il frutto dell’obbedienza della croce, dall’altra il verbo “gli donò”, eucaristo, suppone la gratuità. La Gloria è un dono del Padre e frutto dell’obbedienza. Non ce la possiamo dare da noi stessi la Gloria, non ci possiamo mettere le medaglie anche se le compriamo, anche se c’è un folto pubblico che ci applaude. La Gloria è un dono del Padre, frutto dell’obbedienza.

L’ultimo atto della storia di Gesù allora: la sua glorificazione, la sua signoria universale e l’adorazione della Chiesa. L’ultimo atto della storia e della salvezza è però anche un altro: “a Gloria di Dio Padre”. E Paolo conclude così l’inno ai Filippesi.

Tutto questo “a Gloria di Dio Padre”. Qui tutta la vicenda trova il suo approdo finale e la sua ultima ragione. Tutta la vicenda di Cristo e tutta la storia della Salvezza è finalizzata alla Gloria del Padre. Gloria, doxa, non equivale a Lode, ma a manifestazione gloriosa, visibile di Dio, una manifestazione che l’uomo non può che ammirare e lodare.

Dalla parte di Dio è manifestazione, dalla parte dell’uomo è la lode.

Allora due perciò sono le finalità della storia della salvezza: permettere a Dio di manifestarsi e permettere all’uomo di stupirsi riconoscendo chi è Dio.

Per riassumere: i versetti 6-11, l’inno ai Filippesi, ci dicono che Gesù Cristo si trovava da sempre nella condizione di Dio, nel modo di essere Dio. Secondo punto: Gesù non si abbarbicò al fatto di essere uguale a Dio, non considerò un tesoro geloso, una rapina, il suo essere Dio (qualcosa di rubato che uno non ridà più indietro, lo considerò qualcosa di ricevuto in dono, un dono di Dio da sempre). Ecco il terzo punto: che cosa è accaduto? Spogliò se stesso. E questo fa pensare alla rinuncia delle sue prerogative oppure possiamo dire che consumò se stesso, diede se stesso cioè il suo essere divino. Ecco il quarto punto: fino a dove? Fino a diventare schiavo, dunque un uomo povero e dipendente. Il quinto punto: questo non gli bastò abbassò se stesso. Cosa c’è di più basso di uno schiavo? C’è uno schiavo morto e morto in croce. Il sesto punto: accettò l’umiliazione di una morte da malfattore. Fu un’obbedienza fino alla morte e alla morte di croce. C’è un crescendo. Lassù nel suo essere divino, quaggiù un uomo, uno schiavo, un malfattore. Questo può apparire un inconcepibile autoabbassamento che solo Dio può compiere. Così in basso solo Lui può giungere, solo Lui può rendere così sè stesso e ciò nonostante, come abbiamo visto nella seconda parte, manifestare la sua Gloria e la sua Signoria.

Ecco questi sono i sentimenti che Paolo propone a questa comunità che gli stava a cuore, come dicevamo, come un buon padre.

Terminato l’inno, Paolo riprende al versetto 12 il modo con cui aveva iniziato il capitolo 2:

“12 Quindi, miei cari, voi che siete sempre stati obbedienti, non solo quando

ero presente, ma molto più ora che sono lontano, dedicatevi alla vostra

salvezza con rispetto e timore.

13 È Dio infatti che suscita in voi il volere

e l'operare secondo il suo disegno d’amore.

14 Fate tutto senza

mormorare e senza esitare,

15 Per essere irreprensibili e puri,

figli di Dio innocenti in mezzo

a una generazione malvagia e perversa , in mezzo a loro voi risplendete come astri nel mondo,

16 Tenendo salda

la parola di vita.”

Riconduce Paolo a questa umiltà. A questo dover fare tutto senza mormorare, senza esitare.

 

“17 E anche se io devo essere

versato sul

sacrificio e sull'offerta della vostra

fede, sono contento, e ne godo con tutti voi.

18 Allo stesso modo anche

voi godetene e rallegratevi con me.”

Paolo è disposto a offrirsi per il bene di questa comunità.

 

Domande o interventi (qui sintetizzati) e risposte di Padre Paolo 

D. Vorrei tornare su quel passo in cui lei ha detto che c’è una certa tensione nel testo e da una parte c’è il frutto e dall’altra il dono. Vorrei un chiarimento.

R. C’è una conseguenzialità. Il dono e il frutto. La vita di Gesù è stata un dono perché non ha tenute per se tutte queste prerogative. Questo dono poi porta a un frutto, alla vita eterna. Comunque è dono di Dio. La Gloria nessuno di noi se la può dare e anche per Gesù l’ultima parola è la croce, la morte. E’ il Padre che dà la Gloria, è il Padre che dà la vita, la vita eterna. Questa obbedienza del Figlio è una obbedienza filiale che lo porta per amore alle estreme conseguenze della morte e della morte di croce. La croce è l’ultima parola, ma non è l’ultima parola per il Padre. La Gloria, l’esaltazione, la Resurrezione, la vita è un dono del Padre che non ci possiamo dare da noi stessi. Gesù stesso per primo lo ha vissuto da buon Figlio. Noi siamo figli del Figlio. Pur essendo di natura divina, ha voluto viver fino in fondo questo percorso che è il nostro. Anche questo cammino che facciamo nella fede, noi lo viviamo, ma poi ci affidiamo al Padre, consegniamo al Padre.

D. Volevo tornare a quando lei accennava alla cultura greca. Pensavo alla storia di Socrate che si avvelena pur di non venire meno al suo essere uomo, mentre Gesù accetta la morte in croce. Questo anche noi oggi non l’accettiamo. La società vede in Socrate il vero uomo e in Gesù un perdente. Mi piace ricordare la figura di Salvo d’Acquisto che si è offerto come vittima al posto di alcuni innocenti. Quanto c’è di Socrate e quanto di Gesù in noi?

R. Anche Socrate accetta una condanna ingiusta e accetta di morire. Socrate è per il mondo pagano una figura altissima perché, in nome della giustizia e della verità, accetta una ingiusta condanna e sceglie di morire senza voler fuggire o scappare. Bisogna distinguere la sottomissione di Gesù, questo farsi schiavo. Gesù è mansueto, è colui che porge l’altra guancia, è colui che non reagisce, ma allo stesso tempo è Gesù che fa saltare i tavoli dei cambiavalute perché vendevano dentro il Tempio. Proviamo a immedesimarci e pensare di andare noi al mercato e rovesciare un banco scacciando le persone. Con quale violenza Gesù, che è l’Agnello mansueto che si lascia condurre al macello, che porge l’altra guancia, deve aver compiuto questo gesto! Gesù è sì mansueto, ma dentro di Lui c’è anche una forza, c’è una virilità. Allora non è che dobbiamo chinare il capo ed essere sottomessi a tutti. Dinanzi all’ingiustizia, dinanzi alla prevaricazione, questo essere servo entra dentro un progetto che è di amore, dentro un progetto che è più grande del mio beneficio e del mio interesse, entra dentro l’amore verso gli altri, verso questo amore che Dio ha verso le creature.

In questa cultura che è molto competitiva, molto dominante, non c’è più spazio per chi si ferma ad aiutare chi è rimasto indietro, chi è rimasto solo. E’ una corsa e, se ti fermi, hai già perso perché non fai carriera, non hai successo. Invece noi crediamo a un altro valore che è quello del dono, è quello di farsi prossimo a chi rimane indietro. In questa cultura di oggi siamo liberi di essere schiavi delle nostre fragilità, per assurdo. Questa cultura ha bisogno del Vangelo, ha bisogno di Cristo, ha bisogno dei cristiani che nella vita quotidiana fanno delle scelte controcorrente. Controcorrente vuol dire pagare sulla propria pelle. In virtù di quel di più che pensi sia il bene, sia la volontà di Dio per chi crede e il bene comune per chi non crede, si paga di persona. Vuol dire avere meno, vuol dire avere qualche disagio in più. Se ti fermi e esci da questo sistema così competitivo per aiutare l’ultimo, tu paghi, sei deriso, ti mettono l’etichetta. Questa è una cultura di dominio, è avere di più, arrivare per primi. Questo è il male di ognuno di noi, è quello che ci portiamo dentro del peccato originale.

D. Vorrei capire meglio la sua frase “l’umiltà è uno stile più che una condizione”, questo anche in rapporto alla povertà. Come divento umile?

R. Ognuno nel suo piccolo deve fare la sua fatica. Ognuno ha la sua strada. Anche Papa Francesco quando gli hanno chiesto come ci si deve comportare davanti a povero, ha risposto: se lo guardi negli occhi, se gli dai la mano, se gli chiedi come si chiama. Cioè riconoscerlo come persona con una dignità al di là di quello che ti chiede e al di là di quello che gli puoi dare. E’ uno stile che ti porta a vedere i bisogni degli altri, non soltanto i nostri. Nella Bibbia i poveri sono una categoria come qui nella vita. E’ uno stile che ti fa riconoscere anche i bisogni del fratello, non soltanto i tuoi; che ti fa in qualche modo vedere anche l’altro, perché noi siamo molto ripiegati su noi stessi. Tutte le volte cambia. Quello che si ha, quello che si è….. Se sono avvocato le prerogative che ho le porto anche fuori dall’ufficio. Se invece sono capace di incontrare l’altro, di vedere che anche l’altro ha bisogno, è uno stile, un assumere un modo di essere che ci rende molto più vicini alle necessità degli altri. L’umanità deve essere in ogni ruolo che assumiamo nella società.

D. Volevo tornare al dono gratuito del Padre, dopo l’offerta assoluta senza condizioni di Gesù che però aveva consapevolezza che il Padre non l’avrebbe abbandonato, dell’amore del Padre e dice (citazione a braccio) : per questo il Padre mi ama, perché do la vita per poi riprenderla. Sa che il Padre gliela farà riprendere a Lui. Gesù aveva un asso nella manica: era consapevolissimo che il Padre lo amava così proprio perché era disposto veramente a tutto, anche a morire sul serio. Però sapeva che poi l’avrebbe ripresa questa vita.

R. Anche San Francesco aveva un asso nella manica, San Paolo aveva un asso nella manica, ma perché anche noi dobbiamo avere una asso nella manica, cioè avere questa consapevolezza che il Padre ci ama e ha dato se stesso nel Figlio e la morte che ci aspetta noi la viviamo nella fede, nella fiducia nella vita eterna. Anche noi che crediamo abbiamo un asso nella manica nella misura in cui abbiamo un rapporto di fede veramente profondo. Come fa a scrivere San Francesco il Cantico delle Creature quando è cieco, malato alla fase terminale? Se umanamente non puoi più vedere nulla, come fai a lodare il creato? Questo ci deve interrogare perché la fede sia in noi nel profondo della nostra vita, non solo in gesti esteriori, nella ritualità, ma nella profondità del nostro essere perché è lì che abbiamo paura, che dubitiamo, è lì che ci vorremmo abbandonare, ma sentiamo anche una resistenza. E’ un cammino che siamo chiamati a fare. Rispetto a coloro che non credono, che cosa ci differenzia? Non è che siamo più fortunati. Questa è una visione magica della fede: ti accendo la candela, ti dico la preghiera, allora mi deve andare tutto bene. Ci differenzia da coloro che non credono solo una cosa, perché anche noi veniamo feriti, traditi, contraddetti, ci ammaliamo, siamo incompresi, veniamo abbandonati, criticati. Una cosa sola: che noi crediamo che Gesù è morto e risorto e, come Lui, anche noi nella Gloria del Padre. Non tutta la vita è su questa terra. Allora se la luce dell’eternità entra nella quotidianità, anche il dolore e la sofferenza, pur rimanendo dolore e sofferenza, sono illuminati da una luce. C’è quella speranza che ti accompagna.

Dobbiamo avere anche noi questo asso nella manica, altrimenti siamo anche noi come i  non credenti: viviamo la vita di osservanza come credenti, ma poi in fondo, in fondo siamo come coloro che non credono. Il nocciolo della nostra fede è il kerigma Gesù Cristo è morto e risorto secondo le scritture. Se Gesù non è morto e risorto, vana è la nostra predicazione. Siamo da compiangere più di quelli che non credono. Dobbiamo ricordarcelo, dobbiamo aiutarci a ridircelo. Questo è il centro della nostra fede. Un teologo ha scritto un libro “Il Messia sconfitto”. Se noi diamo una lettura orizzontale della vita di Gesù, Gesù è uno sconfitto, perché c’era l’attesa nel popolo di Israele in colui che avrebbe riscattato le sorti del popolo ebraico sotto la dominazione romana. Ma se diamo solo questa lettura umana, orizzontale, Gesù è soltanto un perdente. La fede ci dice che il terzo giorno, secondo le scritture, è risorto e siede alla destra del Padre. Non dobbiamo scordarlo perché, se togliamo questo dalla nostra fede, siamo una filosofia, una ideologia, ma non ci differenziamo da tutti gli altri ragionamenti umani.

Cristo è morto e risorto!

 

 
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