Sito delle Fraternità Evangeliche di Gerusalemme di Firenze

                  Contributi e interventi

2008-2014

   

Quanto contenuto in questa pagina è scritto o segnalato a titolo personale da confratelli delle Fraternità Evangeliche. Non  rispecchia necessariamente il pensiero delle Fraternità Evangeliche di Gerusalemme.

 

 

 

indice

Ricordando il padre Ernesto Balducci - di Mario (FEG Annunziata) - 27 febbraio 2012
In memoria di Emilio Gonzi - di Giuseppina (FEG Immacolata) - 2 settembre 2011
Stare in fraternità…  Essere fraternità….evangeliche di Gerusalemme -  di Giuseppina (FEG Immacolata) - 21 giugno 2011
Riflessioni sul Libro di Vita, al capitolo "Povertà", paragrafi 101 e 102 - di Andrea D.- FEG Nicopeia - per l'incontro di Fraternità del 28 aprile 2011 
Riflessioni sul Libro di Vita, al capitolo "Povertà", paragrafi 93 e 94 - di Andrea M.- FEG Nicopeia - per l'incontro di Fraternità del 3 marzo 2011
Riflessioni sul Libro di Vita, al capitolo "Castità", paragrafi 84 e 85 - di Andrea D.- FEG Nicopeia - per l'incontro di Fraternità del 9 dicembre 2010
Il cammino quaresimale - di Carmela (FEG Assunta) - 21 febbraio 2010
Per una cultura della misericordia che salva tutti… di Mario (FEG Nicopeia) - 16 settembre 2009
Ef 5, 15-20 e le Fraternità evangeliche - di Mario (FEG Nicopeia) - 1 settembre 2009
Le radici di Gesù: Rut- di Carmela (FEG Assunta) – per l'incontro di Fraternità del 17 luglio 2009
Le radici di Gesù: Tamàr - di Carmela (FEG Assunta) – per l'incontro di Fraternità del 3 luglio 2009

Presenza nell'uomo del Cristo e del suo Spirito – di Stanislas Lyonnet – traduzione di Mario, FEG Nicopeia – 7 maggio 2009

"Dio, il potere e le donne: una riflessione al femminile” – Incontro organizzato dall’Ufficio Diocesano Cultura – relatrici: Cettina Militello del “Marianum” di Roma e Gabriella Bruna Zarri, dell’Università di Firenze21 aprile 2009 Istituto degli Innocenti in Firenze - relazione di Carla (FEG Nicopeia).

Riflessioni sull'impegno di Carmela (FEG Assunta) - 20 marzo 2009
Un’esperienza di fraternità - di Carmela (FEG Assunta) - 10 marzo 2009
Messaggio del Consiglio Permanente CEI - XXXI Giornata per la vita - 1 feb. 2009 - posto da Carla (FEG Nicopeia) - 6 marzo 2009 
Vivere tra mille differenze, divergenze, conflitti - di Mario G. (FEG Nicopeia) - 18.feb. 2009
Preghiera di S.Agostino (da Confessioni X) posta da Andrea D. (F.E.G. Nicopeia) - 29.11.2008

La parola di Gesù che salva chi la accoglie: Amico! di Mario (FEG Nicopeia) - 02.11.2009

 

 

RICORDANDO IL PADRE ERNESTO BALDUCCI - di Mario, FEG Annunziata - 27 febbraio 2012

 

scolopio (nato a Santa Fiora nel 1922 e morto per un banale e tragico incidente stradale a Cesena nel 1992).


 

     A vent'anni dalla sua scomparsa, a Palazzo Vecchio, nel salone dei Cinquecento, gremito di una folla di amici, desiderosi di conservare il suo ricordo e ancor più la sua testimonianza, il priore di Bose Enzo Bianchi ha tenuto una lectio magistralis per delineare i tratti essenziali della testimonianza cristiana e autenticamente umana del compianto padre Balducci, suo carissimo amico.

     Non è possibile in poche righe condensare il messaggio di quasi 50 anni di attività apostolica, durante i quali fu sempre in prima linea nella difesa dei deboli e nella promozione dell'utopia di una pace che non esclude nessuno e promuove tutti gli uomini. Si può comunque ricordare la magnifica corona di persone con cui il p. Balducci ha condiviso l'amore per la Chiesa “cattolica” (nel suo significato originario di “universale”) e per l'uomo, soprattutto i più piccoli e reietti della terra. Nel timore – e nella certezza – di dimenticarne moltissimi altri – noti o meno noti – ricordo l'amico sindaco La Pira, il p. Turoldo, don Milani, don Barsotti, don Facibeni, l'abate Benedetto Calati … infine tutto il mondo fiorito nella preparazione e nella celebrazione del Concilio Vaticano II, di cui fu uno strenuo diffusore. Le sue prese di posizione a favore dell'obiezione di coscienza gli valsero una condanna in sede giudiziaria e anche canonica: fu, per così dire, “esiliato” a Roma per qualche tempo, per ritornare a Firenze, alla Badia Fiesolana, nel 1965 per un intervento diretto del papa Paolo VI, che aveva una grande stima per lui.

     Nel nostro modestissimo contesto degli incontri alla Badia Fiorentina sul tema “Cercare l'uomo” vorrei ricordare alcuni flash estratti dalla copiosa mole degli scritti di Balducci.

     Il “principio-speranza”, “l'uomo planetario” erano il suo orizzonte e la sua meta, come attesta un altro suo grande amico – Mons. Tonino Bello -. La metodologia per avvicinarsi a questo ideale è sempre stata la promozione della pace. Riguardo alla pace, diceva “l'utopia della pace è fondata sul più vero realismo” (Persino il nome della casa editrice da lui fondata porta il nome di Edizioni della Pace). Uscire dai confini angusti del mondo autoreferenziale occidentale è stata la prospettiva che ci presenta uno dei suoi ultimi libri La terra del tramonto: saggio sulla transizione.

     Nel confronto con i “diversi da noi” non basta più soltanto la tolleranza – virtù illuministica – ma bisogna favorire attivamente l'emergere delle “potenzialità segrete, risvegliare tutte le vocazioni a vivere insieme che la storia tiene in serbo. Bisogna anche a essere pronti a considerare senza sorpresa, senza ripugnanza e senza rivolta quanto queste nuove forme di espressione possono offrire di inusitato”.

     In un colloquio (17/1/1991) con il sociologo E. Morin, il p. Balducci afferma: “La fase nuova (dell'umanità) nel mio auspicio dovrà essere quella autenticamente planetaria, che non implica affatto l'egemonia di una cultura sulle altre, ma la convivenza tra le culture e la loro mutua fecondazione”.

     A poche settimane dalla sua morte, Tonino Bello di lui diceva: “è stato testimone di una doppia fedeltà: a Dio e all'uomo, al regno di Dio e alla città terrena. Ma non di una doppia morale. E neppure di una doppia coscienza” (Tonino Bello vescovo, 16/4/1992).

 

     Così lo ricordo anch'io, con affetto e con ammirazione per quanto amava ripetere: “Non riduco il messaggio evangelico, lo traduco. E anche se mi trovo in zona laica, non mi sposto di un capello dal mio asse evangelico”.

 

Mario

 

P.S. A breve sarà disponibile il testo trascritto dell'intervento di Enzo Bianchi, che potrà illuminare meglio di queste sparute righe la grandezza e l'attualità (troppo spesso relegata in un … assordante silenzio) delle parole profetiche del p. Ernesto Balducci.

 

In memoria di Emilio Gonzi - di Giuseppina, FEG Immacolata - 2 settembre 2011

 

Ieri è andato al cielo,Emilio..

Emilio Gonzi,il marito della Pina

La Pina,fedele collaboratrice della Fioretta Mazzei…

 

Emilio e la Pina,fedeli amici del prof. La Pira,

di don Bensi, di don Rossi, di don Corso Guicciardini,

di don Zaccaro, di don Cuba e di tanti altri….

di tutte quelle anime sante che hanno profuso dagli anni Cinquanta in poi,

a Firenze, e non solo a Firenze,

lo Spirito del Signore;

quelle persone che hanno dato vita ad una stagione ricca di frutti buoni e segni profetici…

 

La Pina ed Emilio,

una coppia cristiana del gruppo di San Procolo,

della Messa dei poveri,

dall’inizio fino agli  anni più recenti…..

Una coppia “storica”……

 

Personalmente li ho conosciuti dentro le Fraternità di Gerusalemme

quando arrivai, nel Duemila….

Una coppia accogliente, gentile, fraterna, semplice…..,

Si avvertiva che le loro ricche esperienze li avevano spogliati

delle inutili parole, dei gesti superflui…..

Una coppia alla sequela ……….

 

Quando la Pina è stata chiamata dal Signore,

ci siamo ritrovati con Emilio nella sua casa numerose serate

per pregare insieme…….

Ma  Emilio era  lontano da noi…..

si sentiva solo…

la sua metà,

la fedele compagna della sua vita non c’era più…..

proteso verso un'altra realtà,

una nuova realtà…..

invocava il Signore……

 

Adesso,

come stamani mattina ha detto don Rossi, citando don Bensi,

sarà a fare le “capriole in cielo”;

sarà nell’allegra compagnia degli amici del Signore…..

 

e noi lo ricordiamo con grande affetto e gratitudine:

per l’amicizia che ci ha donato,

per la generosità dei ricordi di cui ci ha fatto parte,

per essere stato con noi.

 

Stare in fraternità…  Essere fraternità….evangeliche di Gerusalemme  di Giuseppina (FEG Immacolata)

 

Dopo tanti anni di regolari incontri sulla Parola del Signore..

dopo tanti anni di difficoltà ed incertezze….

di  sperimentazioni  e di riassestamenti,

credo si possa tentare di dirci quale può essere

il modo e lo stile dell’incontro di

una fraternità evangelica di Gerusalemme,

quale il cammino per essere fraternità evangelica

 

Stare in fraternità :

Non si tratta di grandi discussioni o di confrontarsi,

ma semplicemente che ciascuno dica quel che gli viene al cuore

quando si ferma sotto lo sguardo di Dio e guarda all’andamento della fraternità,

…ricerca comune della volontà di Dio dentro il cammino della fraternità…..(fr.Antoine Emmanuel)

Senza pregiudizi e giudizi su ciò che viene detto,

senza che ognuno si senta maestro all’altro,

ricordando che Uno solo è il Maestro,

ricordando sempre che in ognuno c’è la volontà del bene,

ma non la capacità di attuarlo (Rm7,18);

ricordando

di essere sempre sotto lo sguardo di Dio,

di ricercare sempre la carità perfetta,

di gareggiare nello stimarsi a vicenda…

di vigilare affinché l’altro si senta completamente accolto…

e… se ci accorgiamo a volte di cadere, di sbagliare, di prevaricare…..

avere l’umiltà di scusarsi….…

e ….se ci sembra che qualche fratello, sorella sbagli….

praticare con amore la correzione fraterna.

 

Essere fraternità

Il passaggio dallo stare in fraternità ad essere fraternità è certamente più arduo:

è il cuore dell’essere cristiani.

Per la sequela alla proposta  di Gesù

ci soccorre il Libro di Vita di Pierre Marie Delfieux,

prezioso strumento

per la nostra continua conversione ad una vita evangelica.

Riconoscendoci creature sempre sottoposte alla tentazione,

peccatori e mortali,

nei capitoli da 1 a 5 di Fraternità ,

fr.Pierre Marie indica e spiega  gli elementi essenziali della vita evangelica:

amore, preghiera, lavoro, silenzio, accoglienza.

Rileggerli e seguirli con la fiducia dei bambini,

con l’umiltà di riconoscere di dover  tutto ricevere da Dio,

è il cammino  che cerchiamo di  intraprendere e ri-intraprendere ogni giorno con grande pazienza,

ma anche con la grande gioia di sapersi amati sempre e comunque.

Amen

 

 

Riflessioni sul Libro di Vita, al capitolo "Povertà", paragrafi 101 e 102 - di Andrea D.- FEG Nicopeia - per l'incontro di Fraternità del 28 aprile 2011 

 

Sento questa direzione verso la povertà affettiva non come un cammino di solitudine, ma come una purificazione delle mie priorità, un tener presente che “…dove sarà il vostro tesoro, là sarà il vostro cuore.” (Lc 12,26); è una scelta di chi porre al primo posto.

 

Il Signore non ci mette più alla prova come Abramo al sacrificio d’Isacco; legge nel nostro cuore, sa quanta umanità e quanta poca divinità alberga in noi.

 

Immagino la richiesta di una povertà affettiva non come una scelta fra Gesù e i miei cari, ma come l’avere sempre presente l’immagine del Suo volto, la sua presenza accanto a me e di curarla e coccolarla come la cosa più preziosa.

 

Se nella mia vita pongo al primo posto Gesù, la sua Parola, il suo esempio, il suo amore, ciò mi porterà anche ad amare i miei cari con maggiore intensità, con maggiore consapevolezza.

 

L’amore per Gesù al primo posto, fa scaturire i doni dell’amore verso i miei “altri”. Il Padre mi dona il Figlio, il Figlio mi dona la vita con la sua morte in croce: con Lui al mio vertice, può scendere una piramide d’amore per chi mi circonda.

 

Dio esige tutto perché vale più di tutto (LdV §.101); ed esige tutto perché ai suoi occhi io valgo più di tutto.

 

Se i miei affetti saranno subordinati a Lui, moriranno quelli disordinati e da Lui saranno guidati quelli legittimi.

 

Non sarà un sacrificio, una rinuncia, ma solo un modo nuovo di guardare gli affetti attraverso di Lui.

 

Anche la povertà spirituale non è rinunciare ad essere, ma un rinunciare all’amor proprio, all’ideologia di comodo; anche qui lo spogliarsi di me stesso sarà un rivestirmi di Lui.

 

Signore, ti offro la mia povertà nell’essere come tu mi chiedi; ti chiedo una nuova povertà che svuoti il mio cuore per riempirlo di Te.

 

Riflessioni sul Libro di Vita, al capitolo "Povertà", paragrafi 93 e 94 - di Andrea M.- FEG Nicopeia - per l'incontro di Fraternità del 3 marzo 2011

     La nostra speranza è di conseguire la vita eterna che Gesù ci ha anticipato con la Sua Resurrezione.

     Siamo consapevoli che siamo esseri fragili, che cadiamo spesso nel peccato, che la nostra vita in questa terra è condizionata, frenata, oppressa da noi stessi, dall’attaccamento alle cose materiali, al denaro, al nostro orgoglio, a mille illusioni che andranno deluse, che così come siamo, non siamo in grado di aprire davvero il nostro cuore per accogliere il Signore, perché non c’è spazio per Lui, perché siamo pieni di noi stessi.

     Per potergli quindi fare spazio, è necessario alleggerire il nostro cuore scaricando qualcosa. Il cammino della povertà è un percorso che conduce pian piano a liberarci da noi stessi per andare incontro ed alla sequela di Gesù, tenendo lo sguardo fisso su di Lui, confidando nella Sua promessa che già in questa vita riceveremo il centuplo di ciò che abbiamo abbandonato per Lui e più che altro avremo poi la vita eterna. La gioia piena, l’unica vera ricchezza che dura per sempre e ci renderà felici per sempre alla presenza di Dio, nella Sua gloria.

     La perla preziosa sappiamo che c’è nel campo, ma forse non ci rendiamo ancora conto veramente di quanto sia splendente e preziosa e ci attardiamo nelle questioni del mondo, con grande dispendio di energia e con cocenti delusioni.

    Col cammino di povertà possiamo gradualmente capire come tutte queste cose terrene sono niente e sono un freno alla conoscenza di Cristo, della Sua resurrezione, che invece ci conferma nella sua promessa della vita vera.

     Un cammino di accettazione di quello che siamo e di quello che abbiamo, con la consapevolezza che tutto ci è stato donato da Dio, quindi il distacco dalle ricchezze materiali, dal denaro, dal mondo pur vivendoci, poi la solidarietà col mondo sebbene ne viviamo distaccati. Segue la povertà affettiva, grande sacrificio del cuore con la rinuncia a tutti gli affetti particolari, affidandoli tutti al Signore. Infine la povertà spirituale, rinnegare se stessi, la propria volontà, le proprie idee, la propria cultura per essere finalmente figlio che avendo rinunciato a tutto puoi ricevere tutto da Dio.

     Diventi una cosa sola con Dio, sei con Lui per sempre nella gioia della vita eterna.

 

Riflessioni sul Libro di Vita, al capitolo "Castità", paragrafi 84 e 85 - di Andrea D.- FEG Nicopeia - per l'incontro di Fraternità del 9 dicembre 2010

 

     Come sempre, nella comprensione del LdV, bisogna trovare la giusta via fra la lettura “monastica” e quella “laica”. Questi due paragrafi, in particolare, trattando di celibato consacrato, più si prestano allo sbrigativo “…riguarda i monaci”.

     Se è pur vero che il celibato consacrato è anche una scelta di stato (non sposarsi, come Cristo, nato da una Vergine, ha scelto di non sposarsi), propria del monachesimo, che non è richiesta a tutti i credenti, esiste un celibato spirituale che tutti ci riguarda.

Così come, accanto ai vari Ordini religiosi e di Vita Consacrata, noi tutti ci presentiamo come Ordo Familiae, chi come sposo, chi come figlio. E tutti dovremmo tendere all’imitazione del Cristo, al prendere ognuno la nostra croce e seguirlo (cfr. Lc 9,23).

 

     In me, non consacrato, l’essere fidanzato a un unico Sposo, come vergine casta da presentare a Cristo cosa significa? Trovare nel volto di mia moglie e della mia famiglia il Suo volto; ma anche vorrei trovarlo, nel prossimo, come nel “nemico”, fidanzato di Cristo attraverso l’essere fidanzato all’umanità.

 

     Tu mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre (Ger 20, 7). E mi hai sedotto con il tuo amore assoluto, gratuito, “Noi abbiamo riconosciuto l’amore che Dio ha per noi e vi abbiamo creduto” (Deus Caritas est da 1Gv. 4,16)

 

     E allora il mio “celibato” è il tentare di vivere ponendo l’amore sopra ogni cosa, l’amore per il Signore che diventa amore per chi mi sta davanti; l’amore che deve dare senza chiedere, l’amore che rispecchi la gratuità del Padre.

Fidanzato con Dio…nella giustizia e nel diritto, nella tenerezza e nell’amore, affinché io possa portare giustizia e tenerezza. La vita spirituale ha bisogno di bellezza per espandersi, e la mia castità sia irradiare bellezza, scegliere l’armonia nella mia vita. Anche come testimonianza, come gridare la mia fede per dire e tutti quale speranza ho riposto nel Dio vivente.

 

Il Cammino quaresimale - di Carmela (FEG Assunta) - 21 febbraio 2010

 

 

     Sappiamo che l'unica grande festa liturgica dei primi secoli era la Pasqua e che solo progressivamente si festeggiò il Natale e un po' dopo si introdussero due periodi preparatori, rispettivamente la Quaresima e l'Avvento.

    

     I primi accenni ad un periodo prepasquale li troviamo in Oriente al principio del IV secolo e in Occidente alla fine del IV secolo.

    

     La Quaresima da sempre è il tempo della preparazione dei catecumeni al battesimo che avverrà la notte di Pasqua. A questa preparazione aderisce tutta la comunità che li accoglierà nel "Popolo di Dio". Questo atteggiamento di memoria e riscoperta del proprio battesimo è presente anche oggi, tanto che, nella notte di Pasqua, ci siano o no catecumeni, rinnoviamo le promesse battesimali perchè dal battesimo scaturiscono la nostra identità di creature nuove, la nostra dignità di cristiani, la nostra vocazione e responsabilità nella Chiesa e nel mondo.

 

     Mi ricordo del mio battesimo per gioire della dignità di Figlio di Dio di cui sono stato segnato, per essere coerente con gli impegni che ho assunto, per testimoniare la mia partecipazione attiva alla Chiesa?

 

     Alla fine del IV secolo la struttura della Quaresima è quella di un cammino di quaranta giorni per il cambiamento dell'uomo.

 

     Un itinerario penitenziale in cui si ripercorrono le grandi tappe della storia della salvezza per promuovere la conversione del cuore, perchè se non cambia il cuore non cambia nulla e per riscoprire il proprio essere in Cristo, cioè essere una creatura nuova.

 

     Il mercoledì delle ceneri il sacerdote segnandoci dice: "Convertiti e credi al Vangelo". Convertiti, rinnovati, per celebrare la Pasqua del Signore, l'incontro con Gesù Cristo morto e risorto.

 

     Nel mondo classico: egizio, greco e romano il concetto di cammino penitenziale non esisteva perchè prevaleva l'idea del destino, del fato. Inoltre in Grecia Socrate e Aristotele sostenevano che nessuno fa il male volontariamente, ma solo perchè se ne aspetta un bene. L'agire malvagio dell'uomo altro non è che uno sbagliare bersaglio. Altri popoli come gli Ittiti avevano un forte senso di colpa e della espiazione (vedi la preghiera per la peste di re Mushili II, 1130 a.C. circa). Tra i Sumeri, i Babilonesi e gli Assiri erano diffusissimi i cosiddetti "salmi penitenziali" contenenti confessioni di peccati. Nell'Iran, dove dominava la concezione manichea dei due princìpi del bene e del male, confessione e penitenza erano indispensabili per resistere alla lotta.

 

     Fra le grandi religioni il concetto di cammino penitenziale è essenziale per ragioni diverse, spesso opposte alle nostre.

 

     Per il buddhismo è peccato il desiderio stesso di esistere e cammino penitenziale è l'annullamento di ogni desiderio. Dunque all'uomo, alla sua volontà, al suo impegno personale è affidata grande responsabilità.

 

     Se esaminiamo le tre religioni monoteiste troviamo punti in comune, ma anche differenze. L'ebraismo considera il cammino penitenziale come conversione a Dio di cui accetta anche i castighi come giusta punizione.

 

     Per l'islamismo il punto centrale è la fede in Allah unita ad un preciso cammino di precetti e penitenze: la preghiera cinque volta al giorno, il digiuno nel mese di Ramadan, il viaggio a La Mecca, l'elemosina.

 

     E' proprio del cristianesimo considerare il cammino penitenziale come conversione all'amore. Questa metànoia, cioè cambiamento della mente, ha come modello e meta Gesù Cristo. Il cristiano intraprende un cammino quaresimale che di anno in anno lo trasfigurerà  fino a renderlo sempre più somigliante al suo Signore.

 

     In questo tempo con San Paolo cantiamo: "E' il tempo della grazia, è l'ora della salvezza" (2Cor 6,2).

 

     La Quaresima ci invita a considerare in modo più attento le nostre strade.

 

     Dove sto andando? Che strada sto percorrendo? E' quella giusta? Qual è il mio cammino interiore?

 

     Se la Quaresima è per la nostra conformazione a Cristo, il cammino che intraprendiamo, pur difficile e faticoso, è un cammino di penitenza gioiosa, non un tempo di lutto e lamento.

 

     Cammino fatto di ascolto della parola proclamata, di deserto, di meditazione, di preghiera personale e comunitaria, di offerta di sé e di sacrificio, per sanare le ferite e guarire.

 

     Nella Bibbia si fa penitenza non solo per se stessi ma per tutto il popolo e la sua santificazione. Il cristiano non vive più per se stesso, ma per Cristo e i fratelli.

 

     In Quaresima siamo chiamati a riscoprire la centralità della Eucarestia per la vita personale, familiare, ecclesiale e sociale. Siamo invitati ad una più intensa partecipazione (Sacrosanctum Concilium 48). Parafrasando San Giovanni potremmo dire che se uno non prega con il fratello che vede, come può pregare Dio che non vede? Dio si loda e lo si canta insieme alla comunità dei credenti, consapevoli che il popolo di Dio radunato per pregare è comunione di peccatori che il Padre sempre perdona. Il cardinale Martini afferma che l'Eucarestia con il simbolo del nutrimento, del pasto, ci dice che Gesù vuole stare con noi, vivere in noi, donarci se stesso, è la sintesi di tutta la vita di Gesù. Non dobbiamo misurare il valore e la forza della celebrazione eucaristica dai nostri stati d'animo spesso mutevoli, dobbiamo invece essere nello stupore perchè pur attraverso i nostri stati d'animo imperfetti, lo Spirito danza, ride, crea, agisce; prendere coscienza che è il Signore a dare valore a ciò che stiamo vivendo.

 

     Siamo anche invitati a fare deserto per ritrovare il cammino di fede lasciandoci trasportare dallo Spirito Santo che nella sua libertà parla in noi. Fare deserto non per fuggire il mondo, ma per prepararsi meglio all'incontro con gli altri; consapevoli del nostro nulla. Il deserto ci spinge a cercare la forza solo in Dio, è il luogo della prova per ripartire più spediti e sicuri. Lo è stato anche per Gesù, lì, nella solitudine e aridità dell'ambiente siamo affidati al nutrimento di Jahve come accadde a Mosè e al suo popolo, come accadde anche a Gesù. Questo nutrimento può essere la preghiera personale, preghiera anche arida e tuttavia feconda nel profondo anche se all'apparenza non ne vediamo i frutti, ma anche Dio non ci dimentica, vede nel segreto.

 

      La mia preghiera è abbandonata? Come mi comporto nella aridità? Mi inquieto, mi irrito con me stesso?.

 

      In Quaresima la Chiesa ci chiama ad una vita più sobria e generosa verso gli altri e per aiutarci ci offre alcune pratiche: la preghiera, il digiuno, l'elemosina che vanno approfonditi e reinterpretati, nel contenuto e nella forma, alla luce dei nostri giorni.

 

     A parte quanto già detto, per gustare il tempo della preghiera, personale e comunitaria, dobbiamo affiancarlo al silenzio e alla calma interiore. Occorre abbandonare ogni occupazione frenetica che non ci aiuta a rientrare in noi stessi per stare alla presenza di Dio che, come dice il priore di Bose, è credere, adorare, confessare suo figlio. Il profeta Elia definisce se stesso come colui che sta alla presenza di Dio. Il 1° prefazio di Quaresima insiste sulla assiduità alla preghiera per prepararsi alla Pasqua; prepararsi ad essere liberati per portare frutti. La Pasqua si celebra a primavera, non da soli, ma con tutto il creato, con la natura che torna a fiorire sovrabbondante di vita, luce e colori.

 

     Un mezzo per la conversione è il digiuno, pratica oggi poco capita, vista come rinuncia negativa. Oggi paradossalmente si accetta di digiunare per riacquistare la linea e non si capisce che la rinuncia accettata è esercizio di libertà, segno di conversione, di unione con Cristo e solidarietà con gli affamati e i sofferenti.

 

     Il digiuno è legato alla preghiera, la sostiene e la rende più intensa come ci ricordano i Padri della Chiesa; ci è di aiuto per essere più liberi e più vigili. Nel digiuno riconosciamo la nostra povertà e la presentiamo a Dio. La Didachè raccomanda di praticarlo secondo la forza personale, in assoluta libertà e i Padri ci mettono in guardia da una pratica del digiuno fine a se stessa che può essere frutto dell'orgoglio, cosa che aveva fatto Gesù invitandoci, quando digiuniamo, a non assumere atteggiamenti penitenziali, ma di profumarci e sorridere.

 

     Nel tempo quaresimale viene raccomandata anche la elemosina come mezzo per rendere concreta la carità condividendo con chi soffre ciò di cui si dispone.

 

     Il Giusto è colui che sa donare e non si aspetta nulla in cambio se non la benedizione del Signore.

 

     Nella Bibbia l'elemosina è vissuta come possibilità, per chi la compie, di felicità: salva dalla morte e purifica ogni peccato (Tb 4,10). Le elemosine diventano lode a Dio (At 10, 4,31). Il concilio Vaticano II vede nella elemosina come carità il nucleo essenziale dell'apostolato dei laici, cristiani capaci di donare.

 

     Vorrei tentare una lettura nuova della parola elemosina rifacendomi al termine greco. Userò tre termini: l'aggettivo elemon, il verbo eleo e il sostantivo elemoysiune. Rispettivamente indicano: compassionevole, avere compassione per qualcuno, compassione, pietà. In tutti e tre i casi è forte il senso di compassione, di patire con, di essere coinvolti.

 

     Mi viene da dire che in questo senso l'elemosina non è solo un dare parte di ciò che si ha o ancor peggio, dare del proprio superfluo, ma è quel curvarsi sull'altro di cui parla Enzo Bianchi. Quel curvarsi che tanto ricorda il chinarsi di Gesù verso i discepoli per lavare loro i piedi, per servirli e perdonarli.

 

     Elemosina come servizio e perdono. Elemosina come farsi prossimo dell'altro come fece il samaritano che si curvò sull'uomo ferito e abbandonato, lo caricò sulle sue spalle, cioè se ne fece carico, fino a portarlo dove poteva ricevere cure ed assistenza che pagò personalmente.

 

     Conversione del cuore, preghiera più intensa, digiuno ed elemosina, ci permetteranno di arrivare alla notte di Pasqua rinnovati, gioiosi, creature nuove pronte e cantare l'Exultet, a proclamare: "O notte veramente gloriosa che ricongiunge la terra al cielo e l'uomo al suo creatore!".

 

 

 

Per una cultura della misericordia che salva tutti… di Mario (FEG Nicopeia) - 16 settembre 2009

     In un tempo nel quale le divergenze sono spesso esasperate e si trasformano in conflitti aperti, in aggressioni personali, mi sembra utile riflettere sulla frase evangelica “Amate i vostri nemici”, che, al contrario della cultura dell’odio, ci indica il modo di guardare il mondo proprio di Dio. In questa prospettiva, sono rimasto colpito dalla lettura patristica fatta alla Badia durante i vespri di giovedì 10 settembre u.s.
     E perciò la trascrivo: è il commento di Sant’Isacco Siriano (VII secolo) al Vangelo di Luca (6, 32-35), tratto da Discorsi ascetici, §81.
     Il messaggio di questo testo è profondamente evangelico: se vuoi salvare tutti, anche i peggiori nemici, o, per dirla come Isacco “condurli tutti al bene”, bisogna amare tutto e tutti con “una compassione immensa e senza misura”, cioè con la forza dell’amore propria di Dio. In altre parole, amare significa salvare chi si ama, anche i nemici.

«Non metterti a distinguere colui che è degno da colui che non è degno. Tutti gli uomini siano pari ai tuoi occhi, per amarli e servirli.
Così potrai condurli tutti al bene.
Il Signore non ha forse condiviso la tavola dei pubblicani e delle donne di malaffare, senza allontanare da sé gli indegni?
Anche tu concederai gli stessi benefici, gli stessi onori all’infedele, all’assassino, tanto più che anche lui è un fratello per te, poiché partecipa dell’unica natura umana.
Ecco, figlio mio, il mio comandamento: la tua misericordia prevalga sempre nella tua bilancia, fino al momento in cui sentirai dentro di te la misericordia che Dio prova per il mondo.
Quando l’uomo riconosce che il suo cuore è giunto alla purezza?
Quando considera ogni uomo buono, e nessuno gli appare impuro o macchiato. Allora, in verità, è puro di cuore (Mt 5,8)…
Cos’è la purezza?
In poche parole, è la misericordia del cuore nei confronti dell’universo intero.
E cos’è la misericordia del cuore?
E’ il fuoco che l’infiamma per tutta la creazione, per gli uomini, gli uccelli, le bestie, i demoni (sic! La sottolineatura è mia), per ogni essere creato. Quando pensa a loro o quando li guarda, l’uomo sente i suoi occhi riempirsi delle lacrime di una profonda, di un’intensa pietà che gli stringe il cuore e lo rende incapace di tollerare, di sentire, di vedere il minimo torto o la minima afflizione sopportata da una creatura.
Perciò, la preghiera nelle lacrime si allarga, in ogni momento, sugli esseri privi di parola, come pure sui nemici della verità, o su coloro che le nuocciono, affinché siano custoditi e purificati.
Una compassione immensa e senza misura nasce nel cuore dell’uomo, ad immagine di Dio. »

A questo punto, mi sembra di capire un po’ di più il testo del Vangelo:

Lc 6, [32]Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. [33]E se fate del bene a coloro che vi fanno del bene, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. [34]E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, che merito ne avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. [35]Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell'Altissimo; perché egli è benevolo verso gl'ingrati e i malvagi.

Il “premio”per chi ama non rimane soltanto nella persona che ama, ma diventa la salvezza di chi è stato amato.

 

 Ef 5, 15-20 e le Fraternità evangeliche - di Mario FEG Nicopeia
 

Il testo di Ef 5, 15-20 potrebbe essere preso come il modello per le nostre riunioni quindicinali di preghiera in fraternità. Ecco alcune riflessioni che mi sono sorte spontanee leggendolo versetto per versetto, pensando ai nostri incontri di fraternità.


Ef 5
[15]Vigilate dunque attentamente sulla vostra condotta, comportandovi non da stolti, ma da uomini saggi; [16]profittando del tempo presente, perché i giorni sono cattivi. [17]Non siate perciò inconsiderati, ma sappiate comprendere la volontà di Dio. [18]E non ubriacatevi di vino, il quale porta alla sfrenatezza, ma siate ricolmi dello Spirito, [19]intrattenendovi a vicenda con salmi, inni, cantici spirituali, cantando e inneggiando al Signore con tutto il vostro cuore, [20]rendendo continuamente grazie per ogni cosa a Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo.

Vigilate dunque attentamente sulla vostra condotta, comportandovi non da stolti, ma da uomini saggi
La preghiera in fraternità deve aderire profondamente alla vita. Non si tratta di riflessioni super-spirituali, anche se molto sentite, ma estranee alla vita vera di noi che partecipiamo. L'incontro con la Parola di Dio che leggiamo giudica la nostra personale condotta, i comportamenti reali. La meditazione condivisa mette a nudo la nostra personale stoltezza, e ci guida sulla via della vera sapienza, che è frutto dello Spirito Santo che invochiamo all'inizio dei nostri incontri.
Non si tratta quindi di un "incontro di preghiera" vissuto come una parentesi, un intervallo ritagliato dalla vita, ma tutto sommato estraneo alla vita reale. O meglio, l'incontro di fraternità è certamente una pausa ritagliata dalla vita convulsa e spesso povera di senso di ogni giorno, ma prepara il "dopo", perché la vita vera acquisti sempre più senso.
La preghiera vera richiama fortemente alla revisione attenta della propria condotta… Il vero senso della vita reale di tutti i giorni dovrebbe essere il frutto della nostra preghiera condivisa.

profittando del tempo presente, perché i giorni sono cattivi…
Il richiamo alla concretezza della vita continua, e viene accentuato dall'urgenza che ci viene dal "tempo presente". Il tempo deve essere ben utilizzato, perché gravido di una promessa di eternità; altrimenti, si tratta di "giorni cattivi", non orientati al giorno buono della conversione, al giorno della risurrezione dai nostri peccati, al giorno del godimento della conoscenza del Signore, al giorno dell'amore fraterno, e quindi della pace.

Non siate perciò inconsiderati, ma sappiate comprendere la volontà di Dio…
Il cristiano è consapevole. Vivendo nella fede, conosce il senso della vita. Ma vivendo in "giorni cattivi", a volte perde la sua lucidità. La preghiera è il momento per riacquistare la consapevolezza: la consapevolezza di che cosa? che siamo chiamati alla salvezza da Chi è tanto potente da salvarci e tanto buono e amante da volerlo sempre! Anche quando non ci pensiamo o non vogliamo aderire a questo amore incondizionato.
Per rispondere, cioè, per accettare l'amore che ci viene offerto, ci viene offerta la possibilità di riconoscere la volontà di Dio. La preghiera comune, soprattutto quando basata sulla Scrittura, è un modo straordinario per riprendere contatto con la volontà di Dio, che altro non è che la nostra salvezza. L'abbiamo sperimentato molte volte, tutti e ciascuno di noi!

E non ubriacatevi di vino, il quale porta alla sfrenatezza…
L'alcol, la droga, ma potremmo dire anche la dipendenza dalla televisione, sono quelle realtà della nostra vita che possono rendere i giorni cattivi. Sono i rovi che tentano continuamente di soffocare il seme lanciato da seminatore. Il Signore lo sa, ed è paziente: non vuole estirpare subito la zizzania. Ma rinnova il suo richiamo, la sua vocazione, anche mediante i nostri incontri di fraternità.

ma siate ricolmi dello Spirito Santo…
A ben pensarci, tra una sbornia e la vera felicità - essere ricolmi di Spirito Santo - non c'è paragone! Farsi illudere dalle sirene è proprio da stupidi! Ma capita, purtroppo. Ma il ritorno alla gioia dello Spirito, l'esperienza del perdono, la pienezza di senso della vita rende ancora più felici di prima.
E non si tratta di un avere un pizzico di Spirito, ma di averlo tutto! Per questo, se c'è lo Spirito, c'è in una misura immensa, infinita. Per questo san Paolo dice "ricolmi". Mi viene in mente l'episodio in cui Gesù promette il pane della vita eterna (Gv 6) o l'acqua che estingue ogni sete (Gv 4 ?, la samaritana): gli interlocutori si sentono subito molto interessati - anche se in realtà non hanno affatto capito la portata della promessa -: ebbene, anch'io condivido questo desiderio di essere assolutamente e totalmente soddisfatto (anche se anch'io non capisco la portata della promessa di Gesù). Ma i versetti che seguono della lettera agli Efesini ci dicono "come fare" per essere ricolmati oltre ogni misura dello Spirito Santo. Ed è bellissimo vedere che in realtà è proprio quello che anche noi, balbettando, cerchiamo di fare nei nostri incontri:

intrattenendovi a vicenda con salmi, inni, cantici spirituali…
Noi balbettiamo, ma il risultato non dipende dai nostri balbettii: la Parola che leggiamo con affetto e desiderio produce i suoi frutti molto al di là delle nostre povere capacità. Credo che possiamo esserne certi: quando preghiamo insieme, siamo realmente ricolmi di Spirito Santo, anche se sperimentiamo quasi soltanto i nostri limiti. Per fortuna, nel momento in cui ci si affida alla Parola, il risultato non dipende più da noi…Grazie a Dio!

cantando e inneggiando al Signore con tutto il vostro cuore…
Possiamo ben dirlo e testimoniarlo tutti: al di là delle parole, a volte proprio senza nessuna nostra parola, ma ripetendo soltanto una o due parole del salmo che stiamo pregando, sappiamo che in quel momento stiamo cantando e inneggiando al Signore dal profondo del cuore. E così, le piccole parole che crediamo di dover aggiungere sono spesso soltanto parole di ringraziamento, proprio come dice l'autore della lettera agli Efesini.

rendendo grazie
continuamente
per ogni cosa
a Dio
Padre,
nel nome del Signore nostro
Gesù Cristo.
L'unico commento che a queste ultime parole mi sento di fare è di trascriverle così, parola per parola, per sottolineare,
nelle prime tre righe, il desiderio di aderire sempre, per tutto, a questo "grazie",
e poi immergermi nella realtà infinita del destinatario :
Dio
che è Padre
per mezzo del Figlio,
Gesù
Cristo,
inviato mediante lo Spirito e
risorto nella Potenza di Dio.

 

Le radici di Gesù: Rut - di Carmela (FEG Assunta) – per l'incontro di Fraternità del 17 luglio 2009

 

            Rut è la bisnonna di re Davide. A lei è dedicato un piccolo, delizioso libro la cui redazione risale all’epoca persiana (VI-IV secolo a.C.); nella raccolta ebraica non è posto tra i libri storici, ma è uno dei cinque rotoli, le Meghillôt, che venivano letti nelle feste più importanti.

            Il libro di Rut era riservato alla festa della Pentecoste o festa delle settimane caratterizzata da gioia e gratitudine per i doni concessi da Dio con la mietitura.

            Lo sfondo del libro è il re Moab, il nemico che vive ad oriente del Giordano e vuole distruggere Giacobbe e Israele, Gli israeliti ricorderanno Moab come un terribile avversario da cui guardarsi tanto da escludere i discendenti dall’assemblea del Signore perché i moabiti non sono venuti loro incontro con pane e acqua quando gli ebrei sono usciti dall’Egitto.

            La storia si svolge al tempo dei giudici, condottieri pronti,come abbiamo già visto, a salvare gli ebrei dai ripetuti attacchi degli altri popoli.

            Non ci sono ancora re in Israele; il primo, come sappiamo, sarà Saul. Il libro si svolge tutto all’aria aperta, è formato da quattro capitoli che costituiscono cinque scene. E’ un testo che evoca legami profondi tra le donne che conoscono la durezza della vita perché hanno sofferto molto. I personaggi sono pochi e essenziali, domina il dialogo; si presterebbe bene a una rappresentazione teatrale.

 

            La prima scena è ambientata nella campagna di Maob dove una famiglia ebrea di Betlemme, casa del pane, a causa della carestia nel suo paese, emigra. Se c’è fame nella casa del pane ne soffre tutto il paese. La famigliola va verso i campi di Moab, altopiano ad est del Giordano che resiste meglio alla siccità.

            Questa emigrazione per fame ci ricorda il nostro “oggi” in cui intere popolazioni sono costrette a spostarsi da un paese all’altro in carca di lavoro, casa, accoglienza.

            Nonostante i rapporti non buoni tra israeliti e moabiti, la famiglia viene accolta con generosità; la gente di Moab la ospita e dà spose per i due figli.

            Il capofamiglia di chiama Elimelech, cioè il Signore è re, Noemi, mia delizia o mia dolcezza, è il nome della moglie e i figli si chiamano Maclon, malato debole, e Chilion, consumato. I due figli sposano due donne moabite: Orpa, colei che volge la nuca, e Rut, l’amica. Nell’antico Israele ognuno ha nel nome la sua storia.

            Il libro fa perno sull’istituzione ebraica del go’el, termine del diritto familiare che indica colui che ha l’obbligo di proteggere gli interessi dell’individuo e del gruppo familiare, è il ricattatore. Nel racconto il go’el si intreccia con le leggi del levirato.

            Elimelech muore e così anche i due figli. Ora le tre donne sono senza sostegno, prove di futuro.

            Noemi, che si sente desolata e sradicata, ha saputo che il Signore ha di nuovo dato pane al suo popolo; si mette sulla strada del ritorno, quasi un cammino di conversione, verso la Giudea con le due nuore, che ella pensa l’accompagneranno fino al confine. Esse hanno già sofferto molto, Noemi non vuole essere causa di amarezza per loro, le invita con decisione a tornare dalle loro madri augurando di trovare marito, di essere casa per il proprio uomo.

            Le due giovani donna non vogliono separarsi da Noemi e piangendo esprimono il loro desiderio di rimanere accanto a lei. Noemi per ben tre volte le dissuade: ormai le sono finiti i figli e non ha da darne loro. Chi vuole convertirsi alla fede ebraica va distolto tre volte.

            All’insistenza della suocera, Orpa, colei che volta le spalle, accetta di tornare dai suoi parenti e dai suoi dei. Ella è simbolo di coloro che, pur chiamati a decidersi per il Signore, cedono alla tentazione e rinunciano alla propria vocazione.

            Rut, l’amica, è invece pronta a seguire Noemi ovunque vada. Il Talmud di fronte alle frasi di Rut rivolte alla suocera: “dove sarai tu, arò anch’io, dove dimorerai tu, dimorerò io, il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio”, immagina le parole di Rut come risposta ad affermazioni di Noemi. Si tratta di una specie di scrutinio cui sono sottoposti i credenti al momento del matrimonio, o della professione religiosa.

            Rut, con amore fedele fino alla morte, compie una scelta difficile: sceglie il popolo di Noemi e il suo Dio, quel Dio che, nel suo provvidenziale disegno di salvezza, chiama a sé anche i pagani per farne dei figli di Abramo. Rut stringe un patto per mantenere il legame affettivo con la suocera.

 

            La seconda scena si apre con l’arrivo delle due donne a Betlemme al tempo della mietitura, aprile-maggio, dopo un viaggio di ritorno silenzioso e assorto. Le due donne sono poverissime, non hanno di che mangiare. Noemi è molto triste; riconosciuta dalle conterranee, non vuole più essere chiamata con il suo nome, ma chiede di essere chiamata Mara, l’Amara.

            Era partita da Betlemme piena di speranza, di desiderio, di benessere, il Signore la fa tornare vuota, la mano di Dio preme su di lei. Eppure Dio sta portando avanti il suo progetto posando il suo sguardo benevolo sulla giovane moabita che ha avuto il coraggio di lasciare tutto per non abbandonare la suocera nella desolazione. Rut non si è voltata indietro, anzi di offre per procurare il cibo a sé e alla suocera.

            Siamo al tempo della mietitura dell’orzo e ai poveri e alle vedove è concesso di andare nei campi a spigolare le spighe cadute o abbandonate. Rut, dopo aver ottenuto il permesso dalla suocera, va e spigola dietro ai mietitori (2, 2). Da autentica povera non ha pretese, raccoglie ciò che per gli altri è superfluo come la cananea del vangelo (Mt 15, 21-28) che si merita un grande elogio da Gesù.

 

            Nella terza scena la bontà e umiltà di Rut incrociano l’amabilità e la cortesia di Booz il cui nome vuol dire in lui forza. Tutto l’episodio si colloca in un’atmosfera di religiosità e di fede a partire dal saluto che Booz scambia con i mietitori; fra loro c’è uno scambio di bene, c’è la consapevolezza di essere creature di Dio, viventi per lui.

            Un semplice saluto rivela a quale livello di comunicazione si incontrano le persone, quale attesa hanno nel cuore.

            Booz domanda di chi sia la donna che ha visto spigolare dato che, secondo le usanze di Israele, una donna deve stare sempre sotto tutela di un uomo. Rut non è più di nessuno, ma si è rifugiata sotto le ali del Dio di Israele.

            I mietitori fanno un vero elogio della giovane, allora Booz la invita a rimanere nel suo campo, senza vagare da un campo all’altro. Rimanere è il verbo dell’amore e della fedeltà, stare dove siamo chiamati a stare e lì imparare ad amare intensamente. Rut. Commossa da una così delicata attenzione nei suoi riguardi, si prostra, compie un gesto di sottomissione simile a quello compiuto da Abramo, Mosè, Ezechiele davanti a Dio e a tutt’oggi ripetuto da sacerdoti e vescovi durante l’ordinazione.

            Trovare grazia agli occhi di qualcuno significa che si è trovata grazia agli occhi di Dio. Per la sua umiltà e tenerezza verso la suocera, Rut ha trovato grazia davanti a Dio.

            Il dialogo fra Booz e Rut è ricco di umiltà. Evoca gli atteggiamenti frutto dello Spirito: “carità, gioia, pace, longanimità, servizievolezza, bontà, fiducia negli altri, dolcezza” (Gal 5, 22), si fonda sul rispetto, invita a proteggere e a sentirsi protetti.

           

            La quarta scena si incentra sull’amore che nasce tra l’anziano Booz e Rut con l’aiuto della saggia Noemi. Rut si fa bella, si profuma, si avvolge in un manto e va, di notte, a mettersi ai piedi di Booz addormentato sui covoni d’orzo. Quando verso mezzanotte Booz si sveglia d’improvviso, Rut ne domanda la protezione, chiede implicitamente di essere accolta come sposa.

            La mezzanotte. Ci ricorda madre Cànopi, è l’ora dell’arrivo dello Sposo, è l’ora misteriosa scelta da Dio per far sentire, attraverso eventi salvifici, la sua presenza tra gli uomini.

            Booz, rabbrividendo, intuisce che un intervento di Dio sta cambiando la sua vita. Egli riconosce Rut benedetta del Signore per la sua disponibilità ad essere strumento nelle mani di Dio. Rut vive la logica del dono e della fedeltà del cuore. Per consentire discendenza al marito morto si è rivolta al riscattatore anziano invece di desiderare una vita coniugale più adatta alla sua età.

 

            Nella quinta scena il contratto di matrimonio viene stipulato alla presenza degli anziani della città che fungono da testimoni e augurano alla sposa di essere come Rachele e Lia, mogli di Giacobbe che hanno edificato la casa d0Israele. Ora Rut è inserita nella discendenza messianica. Il popolo di Israele rinasce da Rut, una straniera. Da lei nascerà Obed, servo del Signore, padre di Jesse, padre di Davide, da cui discenderà Gesù. Ella entrerà per sempre a fare parte della storia di Israele e dei cristiani che troveranno salvezza nel figlio di Dio, servo per amore.

 

            La scrittura insegna a nominare le generazioni. Chi ha fede scorge in ognuna di esse un granello di necessità, un frammento del destino di Rut e del nostro.

 

Il messaggio di Rut

 

            Il libro di Rut ci invita ad interrogarci su alcuni problemi esistenziali e religiosi: il disegno di Dio e libertà dell’uomo, fede e fedeltà, amore e sacrificio, fecondità della sofferenza e valore della vita, universalismo della salvezza, perseveranza nelle avversità, amore  rispetto per gli anziani.

 

Bibliografia

 

La Bibbia, Edizioni San paolo, Cinisello Balsamo (MI), 2009

E. Bianchi, Gli amici del Signore, Gribaudi, Torino, 1990

A.M. Cànopi, Sotto le ali del Dio di Israele, Paoline, Milano, 2004

E. De Luca, Libro di Rut, Feltrinelli, Milano, 1999

E. De Luca, Ora prima, Qiqajon, Magnano (BI), 1997

E. De Luca, Nocciolo d’oliva, Messaggero, Padova, 2002

M. Garzanio, Lazzaro, l’amicizia nella Bibbia, Paoline, Milano, 1994

M. Magrassi, Bibbia e preghiera, Ancora, Milano, 1990

C.M. Martini, Davide peccatore e credente, Piemme, Casale Monferrato (AL), 1989

C.M. Martini, G.Sporschill, Conversione notturna a Gerusalemme, Mondadori, Milano, 2008

C.M. Martini, L’evangelizzatore in San Luca, Ancora, Milano, 1980

F. Mosconi, Oggi si è adempiuta questa scrittura, EDB, Bologna, 1994

A. Patente, G. Gomez, Non è tempo di trattare con Dio affari di poco conto, Romena, Pratovecchio (AR), 2006

S. Stevan, Giuda il mistero del tradimento, Ancora, Milano, 2007

G. Zagrebelsky, Giuda il tradimento fedele, Morcelliana, Brescia, 2007

 

 Le radici di Gesù: Tamàr - di Carmela (FEG Assunta) – per l'incontro di Fraternità del 3 luglio 2009

 

            All’inizio del Vangelo di Matteo (Mt 1, 1.17) troviamo un lungo elenco di nomi che da Abramo, passando per Davide, arriva fino a Gesù.

            In mezzo all’elenco, tutto al maschile, si notano i nomi di quattro donne, due delle quali straniere: Tamàr cananea e Rut moabita, antenate di Davide e quindi di Gesù.

            I cananei, abitanti di Canaan in terra pagana, erano forse, secondo il nome, mercanti di lana purpurea, disprezzati dagli israeliti per la loro rozza idolatria; fra loro avvenivano anche matrimoni misti.

            Giuda, uno dei figli di Giacobbe e fratello di Giuseppe, sposa una cananea che gli dà tre figli maschi: Er, Onan e Sela. Giuda per il primogenito sceglie come moglie una cananea di nome Tamàr, cioè palma.

            In tutto l’Oriente la palma è simbolo di vittoria, rinascita, immortalità. Per le sue radici profonde la palma è associata all’oasi, luogo di fertilità del deserto.

            Il profeta Isaia la considera il più regale degli alberi e nel cristianesimo è il simbolo dei martiri.

            Er muore senza eredi e Giuda, seguendo la legge del levirato, dà come marito a Tamàr il secondogenito, affinché al defunto sia assicurata una discendenza. Anche questo figlio muore e Giuda promette alla nuora l’ultimo dei suoi figli, Sela, ma non mantiene la promessa temendo che anche il figlio minore possa morire a rimanda in fretta la nuora a casa di suo padre, tra la sua gente.

            D’un tratto Giuda ha paura della diversità, dell’estraneità della nuora, del suo essere straniera. Nel suo cuore si insinua un dubbio opprimente: che sia lei la causa segreta della morte dei suoi figli?

            Quando gli eventi ci travolgono si cerca spesso un capro espiatorio, un qualcuno, meglio se diverso da noi, che in qualche maniera possa essere la causa nascosta del male che ci ha colpito con forza.

            Tamàr, palma eretta come il giusto di cui canta il salmista (Sal 92, 13), si ribella con determinazione all’ingiustizia e ricorre ad un’astuzia tutta femminile: si vela e quando il suocero, come le è stato detto, passerà lì vicino per fare tosare il gregge, si traveste da prostituta e attende gli eventi. Il suocero la vede lungo la strada e non la riconosce, anzi le chiede un rapporto sessuale. La donna gli domanda qualcosa in cambio e, all’offerta di un capretto del gregge, chiede astutamente un pegno fino a quando non riceverà il capretto.

            Giuda, su richiesta di Tamàr, le lascia il sigillo, il cordone e il bastone. Sigillo e bastone sono segni di riconoscimento che permettono di identificare subito il proprietario.

            Quando un inviato di Giuda ritorna per portare alla donna il capretto, di lei non c’è più traccia. Infatti dopo il rapporto Tamàr riprende i suoi abiti vedovili, non si fa più vedere velata e torna alla vita consueta; ha però ottenuto il suo scopo: è incinta, ora potrà dare una discendenza al defunto marito.

            La voce della gravidanza di Tamàr si sparge presto, giunge a Giuda che di fronte a questo reato, gravissimo a tutt’oggi nel Medio Oriente, la condanna a morte per adulterio.

            Mentre la conducono al rogo, Tamàr fa sapere al suocero di essere incinta dell’uomo a cui appartengono certi segni che per una serie di circostanze non ha consegnato e prega il suocero di verificare chi ne sia il padrone; lo chiama così in causa.

            Giuda riconosce i pegni e di fronte a tutta la sua gente si rimangia la sentenza di morte, pronuncia la più bella frase che un uomo ebreo possa dire ad una donna straniera: “Sei più giusta di me”, riconosce alla nuora il diritto alla maternità seppure ottenuto con un astuto inganno.

            Giuda insegna che ci sono diritti alla vita superiori alle leggi storiche e che queste ultime sono fatte per adattarsi agli esseri umani e non il contrario; ci mostra, come poi farà spesso Gesù, che se c’è un conflitto tra articoli di legge e umanità, va risolto sempre in favore della vita: non l’uomo per il sabato, ma il sabato per l’uomo.

            Tamàr è giusta, il suo gesto sacrosanto in Israele; il suo grembo, da cui nascerà Peres (breccia) antenato di Davide, diventa il luogo in cui si compie un decisivo rito di passaggio della rivelazione.

            Il Messia avrà sangue misto: cananeo, moabita, ebreo; sarà innesto su madri di grandi volontà, libertà e decisione alle quali dobbiamo riconoscere un alto grado di giustizia agli occhi di Dio.

            “Il Signore non fa preferenze di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia a qualunque nazione appartenga (At 10, 34-35).

            Si rinnova così la parola riferita da Isaia (Is 56, 6-7): “I figli dello straniero che hanno aderito al Signore per servirlo e per amare il nome del Signore…..li condurrò sul mio monte santo e li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera”.

            Siamo convocati tutti da Dio nella sua casa, siamo chiamati assieme ad altri popoli per gustare la sua Parola che è per ogni creatura. Siamo invitati ad avere una mentalità di ricerca di vie nuove, anche audaci; una mentalità aperta alla speranza, fiduciosa, creativa. Alla fine dei tempi, come nella “danza dei ridenti” del Beato Angelico in San Marco, in Paradiso danzeremo con gioia non da soli, ma con tutti gli altri figli di Dio amati dal Padre, provenienti da tutte le nazioni della terra.

 

Riflessioni

 

-         Come mi pongo di fronte allo straniero, al diverso?

-         So trovare atteggiamenti che mi aiutino ad entrare in relazione con l’altro?

-         La giustizia è la caratteristica di Dio. Come vivo la giustizia di Dio nel mio cammino concreto?

-         Sappiamo fare casa, aiutarci a inventare spazi nuovi dentro la storia dove vivere, incontrarci, pregare con gli altri?

-         Gustare è un verbo legato alla comunione: abbiamo il gusto di stare insieme, di sentire i dettagli che ci fanno crescere nell’amore?

 

PRESENZA NELL’UOMO DEL CRISTO E DEL SUO SPIRITO – di Stanislas Lyonnet – traduzione di Mario, FEG Nicopeia – 7 maggio 2009

    
Se la “presenza divina” già nell’Antico Testamento “caratterizza l’alleanza di Dio con il suo popolo”, al punto che ogni alleanza si esprime mediante l’abitazione di Dio tra gli uomini (Es 25, 8: Essi mi faranno un santuario e io abiterò in mezzo a loro. ; Nm 35,34: io sono il Signore che dimoro in mezzo agli Israeliti ; ecc.), tuttavia lo stesso Antico Testamento, come vedremo, annunciava per “la fine dei tempi” una presenza tutta particolare di Dio nella comunità messianica e in ciascuno dei suoi membri. Una tale presenza è stata certamente sentita, soprattutto da san Paolo, come la novità, forse la più significativa novità, della rivelazione cristiana.

I  

    Questa fu senza dubbio l’esperienza fondamentale di Paolo stesso, al momento della sua conversione. Vi allude già nella lettera ai Galati, almeno se la traduzione che ci sembra più probabile è corretta: “ Colui che dal seno materno mi ha messo a parte e chiamato con la sua grazia si è degnato di rivelare in me il suo Figlio” (Gal 1, 16). In ogni caso, la confidenza della lettera ai Filippesi non lascia nessun dubbio (Fil 3, 3-12: [3]Siamo infatti noi i veri circoncisi, noi che rendiamo il culto mossi dallo Spirito di Dio e ci gloriamo in Cristo Gesù, senza avere fiducia nella carne, [4]sebbene io possa vantarmi anche nella carne. Se alcuno ritiene di poter confidare nella carne, io più di lui: [5]circonciso l'ottavo giorno, della stirpe d'Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla legge; [6]quanto a zelo, persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall'osservanza della legge.

[7]Ma quello che poteva essere per me un guadagno, l'ho considerato una perdita a motivo di Cristo. [8]Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo [9] e di essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede. [10]E questo perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, [11] con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti. [12] Non però che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch'io sono stato conquistato da Gesù Cristo.

    

     Paolo non ci insegna soltanto fino a che punto la sua conversione sia stata una rottura con il suo passato nel giudaismo, ma anche in che cosa esattamente è consistita questa rottura. Per il Cristo ha “accettato di perdere tutto”; ha rinunciato a tutti i vantaggi che fino ad allora, come credeva, gli avrebbero assicurato la salvezza: l’appartenenza al popolo eletto grazie alla discendenza carnale e alla circoncisione, l’irreprensibile osservanza della legge (v. 6), “superando nello zelo i miei compatrioti”, aggiunge in Gal 1, 14. Ma in questo modo ha “guadagnato il Cristo”: “spogliato di ogni giustizia propria”, quella che sperava di garantirsi un tempo mediante l’osservanza della legge data da Dio, si “è trovato nel Cristo in possesso di una giustizia che viene da Dio”, una giustizia che “deriva dalla fede e che è basata sulla fede” (v. 9); questa in realtà non è più il risultato di una attività essenzialmente mia; suppone che un Altro è morto e risorto per me e che mi comunica la sua vita di risuscitato, chiedendomi soltanto di accogliere questa vita con un atto della mia libertà, che è l’atto di fede in senso paolino. E’ ciò che il versetto 10 chiama “conoscere Cristo con la potenza della sua risurrezione e la comunione con le sue sofferenze”. Paolo ha “sperimentato” questo potere del Cristo morto e risorto la cui vita è diventata la sua stessa vita; “configurato alla morte di Cristo”, che fu per Paolo essenzialmente un atto supremo di amore, partecipa già alla sua risurrezione che l’ha fatto “uscire di tra i morti” per vivere di una “vita nuova con Cristo (Rm 6, 4), … essenzialmente identica alla vita del Cristo glorificato (cf. Col 3, 1: Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio", sebbene non sia ancora sbocciata nel suo splendore eterno.

     Così aveva dichiarato nella stessa epistola: “Per me il vivere è Cristo” (Fil 1, 21), e ancora più chiaramente, dall’epistola ai Galati: ”Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me.” (Gal 2, 20). Anche in questo caso il contesto è quello della polemica antigiudaizzante. A una concezione della giustificazione nella quale questa è considerata, pur essendo un dono di Dio, come una conquista dell’uomo mediante l’osservanza di una legge imposta dal di fuori, “incisa sulle tavole di pietra”, Paolo oppone un’economia in cui l’uomo è giustificato nell’esatta misura in cui la propria vita diventa quella di Cristo, una vita che Paolo accoglie, fa sua in una qualche modo, “nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato la sua vita per me” (Gal 2, 20b).

     Ebbene, ciò che Paolo dice parlando di sé, non esita ad applicarlo a tutti i cristiani. L’unione, cioè l’identificazione del cristiano con Cristo, nel senso in cui ne abbiamo appena parlato, costituisce uno dei punti essenziali e dei più frequentemente ricordati del suo evangelo. Le espressioni sono diverse. La formula “in Cristo Gesù” o altre equivalenti è una di queste: praticamente ignorata dagli altri scritti del Nuovo Testamento, compresa la lettera agli Ebrei , ricorre invece 160 volte nelle tredici lettere paoline, assumendo, secondo il contesto, sfumature di significato che non è sempre agevole determinare con certezza.
     Un’altra formula, altrettanto tipica paolina, è quella che definisce la comunità ecclesiale come “il corpo di Cristo”: essa intende affermare, in realtà, il mistero dell’unità di Cristo e dei cristiani tra di loro. Paolo non l’ha trovata al primo colpo.
     In Gal 3, 27-28, per esempio, esprime questa stessa doppia unità senza ricorrere alla metafora del corpo: tutti i battezzati formano con Cristo “un solo essere vivente” (, al maschile), “di un’unità più profonda che se formassero un solo corpo”, commenta Giovanni Crisostomo. Nella prima lettera ai Corinti e nella lettera ai Romani l’Apostolo utilizza per lo stesso scopo la ben nota apologia ellenistica. Tuttavia, tra gli autori profani, la metafora del corpo serviva soltanto ad illustrare ”l’idea di interdipendenza e di solidarietà dei diversi elementi nel seno di una certa unità”, e l’unità in questione non andava oltre all’unità morale. Invece, in san Paolo, il confronto del corpo serve allo stesso tempo a spiegare l’unità di ciascun cristiano con Cristo (cfr. 1Cor 6,15-17: [15]Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? Prenderò dunque le membra di Cristo e ne farò membra di una prostituta? Non sia mai! [16] O non sapete voi che chi si unisce alla prostituta forma con essa un corpo solo? I due saranno, è detto, un corpo solo. [17] Ma chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito.; 1Cor 10, 17: Poiché c'è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo); in 1Cor 12, 12. 27 L’apostolo sembra anche identificare la comunità (locale) con la persona del Cristo: quella forma “un corpo che è il Cristo” (con un genitivo di specificazione), “Ora voi siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte.” Non era possibile sottolineare meglio l’immanenza di Cristo nella Chiesa, forse anche a spese della trascendenza, mentre nello stesso periodo gli Stoici dichiaravano, in un senso più o meno panteista, come Seneca all’amico Lucilio: “Il tutto che ci contiene è uno, è Dio: noi ne facciamo parte, ne siamo le membra”; o ancora: L’universo che tu vedi, che abbraccia gli esseri divini e umani, è uno: noi siamo le membra di un grande corpo”. In ogni caso, in Rm 12,5, Paolo modifica leggermente l’espressione : “così anche noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo e ciascuno per la sua parte siamo membra gli uni degli altri”.

     L’espressione definitiva: “il corpo del Cristo” (con i due articoli, του ριστου) compare con le lettere ai Colossesi e agli Efesini (Ef 4, 11-13: [11] E` lui che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri, [12]per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo, [13]finché arriviamo tutti all'unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo.; Cfr. Col 1, 18.24: [18]Egli è anche il capo del corpo, cioè della Chiesa. [24]Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa.; ecc.). La Chiesa, l’insieme della Chiesa, forma con il Cristo risorto un’unità talmente intima che si può esprimere mediante l’unità che esiste tra una persona umana e il suo corpo. La trascendenza è qui pienamente salvaguardata, poiché “io non sono il mio corpo”; oltre al fatto che, in queste stesse lettere, viene riservato un posto speciale al Cristo, in quanto testa (1Col 1,18 Egli è anche il capo del corpo; 2,19 …senza essere stretto invece al capo, dal quale tutto il corpo riceve sostentamento e coesione per mezzo di giunture e legami, realizzando così la crescita secondo il volere di Dio.Ef 1,23 [22]

     Tutto infatti ha sottomesso ai suoi piedi e lo ha costituito su tutte le cose a capo della Chiesa, [23]la quale è il suo corpo, la pienezza di colui che si realizza interamente in tutte le cose.; ecc.).
     Infine, Ef 1,23 precisa il senso della metafora della testa e del corpo applicata alla Chiesa con l’aiuto di un’altra nozione introdotta sotto forma di apposizione, la nozione di “pienezza”: la Chiesa è “la pienezza del Cristo”, cioè, essa è riempita da Cristo, come Cristo stesso è riempito da Dio, secondo il significato che ritengo più probabile, esattamente come Paolo spiega in Col 2,9 , dicendo che “nel Cristo abita la pienezza della divinità e che il Lui i cristiani sono associati a questa pienezza”. In altre parole, tutto ciò che c’è in Dio è nel Cristo, e tutto ciò che è nel Cristo è nella Chiesa, corpo di Cristo. Il rapporto tra la Chiesa e Cristo è analogo al rapporto tra Cristo e Dio Padre. Allo stesso modo, nel quarto vangelo, per spiegare i rapporti tra i cristiani e lui, il Cristo invoca ogni volta il suo rapporto con il Padre: (Gv 6,57): Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me.. [14] Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, [15] come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore. Gv 10,14-15 . [14] Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, [15] come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore. Gv 14,20: In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi. Gv 17,21-23: [21] perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato. [22] E la gloria che tu hai dato a me, io l'ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola. [23] Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell'unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me.

     La presenza di Cristo nella Chiesa e in ogni cristiano è legata per san Paolo, come pure per san Giovanni, alla presenza attiva dello Spirito. Essa fa di ogni cristiano un figlio di Dio in senso proprio, permettendogli di rivolgersi a Dio con lo stessa espressione con cui il Figlio unico si rivolgeva al suo Padre: Abba (Ga 4,6: E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre! ; Rm 8,14-15: [14]T utti quelli infatti che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio. [15] E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: «Abbà, Padre!».). La preghiera di Cristo diventa la preghiera del cristiano perché, in realtà, è Cristo stesso che in ciascuno di noi, nello Spirito, prega il Padre suo, così come è lui che, nello Spirito, ama gli uomini e il suo Padre. Così Paolo scrive ai Romani che “l’amore di Dio (l’amore che Dio ha per noi) è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo datoci in dono “(Rm 5, 5). Sant’Agostino, che ha sempre manifestato una predilezione particolare per questo versetto, vi vede, giustamente, l’affermazione della presenza nei nostri cuori dell’amore di Dio mediante la carità fraterna. L’invoca, per esempio, commentando 1Gv 3, 24: “…E da questo conosciamo che dimora in noi: dallo Spirito che ci ha dato”, e mostra che “l’opera dello Spirito nell’uomo consiste precisamente nel mettere in lui la dilezione della carità”

     Sempre nello stesso senso, san Paolo aveva detto di se stesso e degli operai apostolici: “L’amore di Cristo ci spinge” (2 Cor 5, 14a). L’amore di Cristo, cioè l’amore con cui Cristo ci ha amati fino a morire per noi (cfr. ibid. v. 14b), tiene l’Apostolo “stretto” e quasi “inchiodato”, strappandolo a se stesso per lanciarlo nell’opera alla quale Cristo lo chiama, l’opera che Dio aveva affidato al proprio Figlio e che deve essere condotta a termine, la “riconciliazione del mondo” (ibid., vv. 18-20); anzi, san Paolo sembra che attribuisca al verbo συνεχειν, tradotto con “stringere”, il significato che aveva assunto nella terminologia della filosofia popolare, come per esempio nel passo in cui la Sapienza afferma dello “Spirito del Signore” che riempiendo l’universo, tiene unite tutte le cose” (Sap 1, 7): il ruolo che gli Stoici attribuivano a questo fluido immanente nel mondo che essi chiamavano “spirito” e che il saggio attribuiva allo stesso Spirito di Yahvé, Paolo l’attribuisce all’amore stesso che Cristo ha per noi, incarnazione di quell’ “amore di Dio riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito datoci in dono, amore che la teologia chiamerà “teologale” perché ci unisce immediatamente a Dio”, cioè a ciò che è in Dio, se possiamo dire così, dato che “Dio è amore” (1 Gv 4,8).

II

     L’abbiamo accennato fin dall’inizio, san Paolo aveva scorto in questa presenza attiva di Cristo e dello Spirito nell’uomo una cosa tanto radicalmente nuova che la sua conversione aveva segnato per lui una vera rottura rispetto al giudaismo che egli aveva vissuto tanto intensamente. Ma egli non poteva non riconoscervi allo stesso tempo il compimento di ciò che l’Antico Testamento annunciava per i tempi messianici.
     L’Antico Testamento in realtà aveva evocato in diversi momenti un’alleanza futura (fin da Osea 2, 16-25: [16] Perciò, ecco, la attirerò a me, / la condurrò nel deserto / e parlerò al suo cuore. / [17] Le renderò le sue vigne / e trasformerò la valle di Acòr / in porta di speranza. / Là canterà / come nei giorni della sua giovinezza, / come quando uscì dal paese d'Egitto. / [18] E avverrà in quel giorno / - oracolo del Signore - / mi chiamerai: Marito mio, / e non mi chiamerai più: Mio padrone. / [19] Le toglierò dalla bocca / i nomi dei Baal, / che non saranno più ricordati. / [20] In quel tempo farò per loro un'alleanza / con le bestie della terra / e gli uccelli del cielo / e con i rettili del suolo; / arco e spada e guerra / eliminerò dal paese; / e li farò riposare tranquilli. / [21] Ti farò mia sposa per sempre, / ti farò mia sposa / nella giustizia e nel diritto, / nella benevolenza e nell'amore, / [22] ti fidanzerò con me nella fedeltà / e tu conoscerai il Signore. / [23] E avverrà in quel giorno / - oracolo del Signore - / io risponderò al cielo / ed esso risponderà alla terra; / [24] la terra risponderà con il grano, / il vino nuovo e l'olio / e questi risponderanno a Izreèl. / [25] Io li seminerò di nuovo per me nel paese / e amerò Non-amata; / e a Non-mio-popolo dirò: Popolo mio, / ed egli mi dirà: Mio Dio. / ), alleanza di pace (ad es. Is 54, 10: Anche se i monti si spostassero e i colli vacillassero, / non si allontanerebbe da te il mio affetto, / né vacillerebbe la mia alleanza di pace; / dice il Signore che ti usa misericordia.), alleanza eterna ( Is 55, 3: Porgete l'orecchio e venite a me, / ascoltate e voi vivrete. / Io stabilirò per voi un'alleanza eterna, / i favori assicurati a Davide.; Ger 32, 40: Concluderò con essi un'alleanza eterna e non mi allontanerò più da loro per beneficarli; metterò nei loro cuori il mio timore, perché non si distacchino da me.; Ez 37,26: Farò con loro un'alleanza di pace, che sarà con loro un'alleanza eterna. Li stabilirò e li moltiplicherò e porrò il mio santuario in mezzo a loro per sempre.), alleanza nuova (Ger 31, 31: Ecco verranno giorni - dice il Signore - nei quali con la casa di Israele e con la casa di Giuda io concluderò una alleanza nuova.)
     Quest’ultimo passo, unico in cui si trova l’espressione “alleanza nuova”, e al quale naturalmente si riferiscono i testi del Nuovo Testamento o di Qumran che ne parlano, l’oppone, anche con una grande precisione all’alleanza antica. Entrambe sono definite, secondo la formula giudaica come “dono della legge”, il mattan torah. Ma, mentre sul Sinai Dio aveva comunicato la sua legge, espressione della propria volontà, come una norma esteriore all’uomo, Geremia dichiara: “Dopo quei giorni metterò la mia legge nel fondo del loro essere, la inciderò sul loro cuore: Allora sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo (Ger 31,33). Dio non si accontenterà quindi di promulgare la sua legge dall’esterno, come solitamente sono promulgate le leggi; la porrà nell’intimo stesso dell’uomo; la inciderà non più sulle tavole di pietra, ma sul cuore di ogni israelita. La mediazione di un semplice uomo, come era stata quella di Mosè non sarebbe più bastata; il rinnovamento interiore esige un intervento personale di Dio in ciascun membro della comunità messianica. La stessa cosa l’aveva predetta in altri termini anche il Deuteronomio, quando, invece di proclamare il precetto che riassumeva tutta la legge: “Circoncidete il vostro cuore” (Dt 10, 16), annunciava per l’avvenire: “Il Signore tuo Dio circonciderà il tuo cuore e il cuore della tua posterità, così che tu ami il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, affinché tu viva” (Dt 30,6) O ancora Ezechiele, una ventina d’anni dopo Geremia, quando riprenderà la formula del suo predecessore, sostituendovi il termine ‘spirito’ a quello di ‘legge’: Ez 36,26-27: [26]Farò con loro un'alleanza di pace, che sarà con loro un'alleanza eterna. Li stabilirò e li moltiplicherò e porrò il mio santuario in mezzo a loro per sempre. [27] In mezzo a loro sarà la mia dimora: io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo. Il dono della “legge incisa sul cuore” è esattamente identico al dono dello stesso Spirito di Yahvé. La conseguenza si impone: se la legge di Dio è interiorizzata fino a questo punto, se lo stesso Spirito di Dio diventa il principio del nostro agire morale, allora è chiaro che, nella misura in cui sarà compiuta questa interiorizzazione, – che comunque non sarà mai completa quaggiù, mentre saremo “in un corpo mortale” (Rm 6,12) – la nostra condotta si conformerà necessariamente alla legge di Dio, cioè alla sua volontà. E’ esattamente ciò che afferma Geremia: “In quel tempo non dovranno più istruirsi reciprocamente dicendosi l’un l’altro: Conoscete Yahvé! Perché tutti mi conosceranno dal più piccolo al più grande” (Ger 31, 33-34); e più chiaramente ancora , se fosse possibile, Ezechiele: “Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi.” (Ez 36, 27).
    “Non dovranno più istruirsi a vicenda”, perché ormai Dio in persona si farà loro maestro, e un maestro, come abbiamo visto, che è presente e agisce all’interno dell’uomo. Il tema è familiare nella Bibbia: Isaia 48,17:; Is 54,13: Tutti i tuoi figli saranno discepoli del Signore, / grande sarà la prosperità dei tuoi figli; citato da Gv 6,45: Sta scritto nei profeti: E tutti saranno ammaestrati da Dio; Is 55,1-3, che annuncia “l’alleanza eterna”: [1]O voi tutti assetati venite all'acqua, / chi non ha denaro venga ugualmente; / comprate e mangiate senza denaro / e, senza spesa, vino e latte. /[2]Perché spendete denaro per ciò che non è pane, / il vostro patrimonio per ciò che non sazia? / Su, ascoltatemi e mangerete cose buone / e gusterete cibi succulenti. / [3]Porgete l'orecchio e venite a me, / ascoltate e voi vivrete. / Io stabilirò per voi un'alleanza eterna, / i favori assicurati a Davide.; Ct 8,2: Ti condurrei, ti introdurrei nella casa di mia madre; / m'insegneresti l'arte dell'amore. / Ti farei bere vino aromatico, /del succo del mio melograno.; Sal 32,8: Ti farò saggio, t'indicherò la via da seguire; / con gli occhi su di te, ti darò consiglio, ecc; allo stesso modo, il tema della Sapienza che invita alla sua mensa, che è una variante dello stesso tema. Pr 9, 2-6: “[1]La Sapienza si è costruita la casa, / ha intagliato le sue sette colonne. / [2]Ha ucciso gli animali, ha preparato il vino / e ha imbandito la tavola. / [3]Ha mandato le sue ancelle a proclamare / sui punti più alti della città: / [4]«Chi è inesperto accorra qui!».
     A chi è privo di senno essa dice: / [5]«Venite, mangiate il mio pane, / bevete il vino che io ho preparato. / [6]Abbandonate la stoltezza e vivrete, / andate diritti per la via dell'intelligenza». Sir 24, 19-21: [19]Poiché il ricordo di me è più dolce del miele, / il possedermi è più dolce del favo di miele. / [20]Quanti si nutrono di me avranno ancora fame / e quanti bevono di me, avranno ancora sete. / [21]Chi mi obbedisce non si vergognerà, / chi compie le mie opere non peccherà».

     A tutte queste espressioni fa eco il Nuovo Testamento, applicandole a Cristo che comunica la propria vita e il proprio amore ai cristiani.

     Non sempre è stato sottolineato fino a quale punto i due oracoli di Geremia e di Ezechiele, che proclamano questa presenza di Dio e del suo Spirito nell’uomo, guidano e chiariscono molte affermazioni di san Paolo e di san Giovanni. Naturalmente sono citati i passi che vi si riferiscono direttamente o indirettamente, come Gv 6,45, che richiama il passo parallelo di Is 54,13, oppure 2 Cor 3, 3-7 che oppone “il ministero della morte scolpito con lettere sulla pietra” e il “ministero dello Spirito” collegato esplicitamente alla “nuova alleanza”. Si pensa invece meno spesso che la lettera ai Romani riprende questa stessa opposizione tra la “vetustà della lettera” e la “novità dello Spirito”, già in Rm 2, 29, a proposito dei pagani che osservano i comandamenti della legge senza conoscerli, poi in Rm 7, 6 nel versetto che annuncia gli sviluppi del capitolo 8 sull’esistenza cristiana concepita come una vita nello Spirito. Ma, in realtà, è fin da tutta la sua prima lettera (1Tess 4, 8-9: [8] Perciò chi disprezza queste norme non disprezza un uomo, ma Dio stesso, che vi dona il suo Santo Spirito.[9] Riguardo all'amore fraterno, non avete bisogno che ve ne scriva; voi stessi infatti avete imparato da Dio ad amarvi gli uni gli altri) che possiamo vedere l’Apostolo ispirarsi direttamente alle due profezie in questione.
     Questo passo è molto significativo. San Paolo ricorda ai fedeli di Tessalonica “l’insegnamento che ha dato loro sul modo di vivere che piace a Dio” e che essi osservano già nella loro condotta (v. 1): “La volontà di Dio, spiega, è la vostra santificazione” (v. 3), non soltanto nel senso che la loro santificazione è voluta da Dio, ma che “il volere di Dio realizza la santità”, come annota giustamente la Bibbia di Gerusalemme e come san Paolo dirà loro nella seconda lettera: “Dio vi ha scelti per essere salvati dallo Spirito che santifica” (2 Ts 2,13). Così, aggiunge l’Apostolo, “colui che rifiuta” di lasciarsi santificare così “non rifiuta un uomo, ma Dio che vi fa dono del suo Spirito Santo” (v.8): un tale rifiuto non è dunque soltanto una disubbidienza a un comandamento, anche se donato da Dio stesso; ma si oppone a un’attività di Dio che agisce nel cuore stesso del cristiano mediante il dono che gli ha fatto del Suo Spirito; e il participio presente (τον και διδοντα) preferito dagli editori al participio aoristo sottolinea la continuità di questa attività di Dio operante nell’intimo del nostro essere mediante il suo Spirito, come annunciava Ezechiele per i tempi messianici.
     Il versetto seguente si riferisce non meno chiaramente a ciò che Geremia annunciava sul dono della legge incisa sul cuore in virtù del quale gli uomini non avrebbero più avuto bisogno di istruirsi reciprocamente, essendo direttamente istruiti da Dio: “Riguardo all'amore fraterno, non avete bisogno che ve ne scriva; voi stessi infatti avete imparato da Dio ad amarvi gli uni gli altri” (1Ts 4,9). I Tessalonicesi non hanno soltanto appreso l’esistenza di un precetto divino che impone l’amore per il prossimo; Dio stesso ha insegnato loro ad amarsi mettendo nel fondo del loro essere la sua legge (Geremia), il suo stesso Spirito (Ezechiele), detto in altre parole comunicando loro mediante Cristo nello Spirito il suo stesso amore, al punto che con san Paolo ciascuno di loro può dire: “Non sono più io che amo, ma Cristo ama in me” (Cfr. Gal 2, 20).

     In questa luce, si capisce agevolmente perché nell’epistola ai Galati san Paolo fonda la figliazione del cristiano e, pertanto, la sua libertà sul dono dello Spirito (Gal 4, 6-7: [6] E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre! [7]Quindi non sei più schiavo, ma figlio; e se figlio, sei anche erede per volontà di Dio. ; Rm 8, 14-15: [14] Tutti quelli infatti che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio. [15] E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: «Abbà, Padre!»), dono caratteristico della “nuova alleanza”, esattamente come la figliazione d’Israele e la sua libertà erano fondate sulla prima alleanza, caratterizzata dal dono della legge . Non ci si deve più stupire che questa libertà del cristiano sia essenzialmente e al tempo stesso affrancamento dalla legge e compimento della legge, come Paolo spiega in Rm 8, 2-4: [2] Poiché la legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte. [3]Infatti ciò che era impossibile alla legge, perché la carne la rendeva impotente, Dio lo ha reso possibile: mandando il proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato e in vista del peccato, egli ha condannato il peccato nella carne, [4]perché la giustizia della legge si adempisse in noi, che non camminiamo secondo la carne ma secondo lo Spirito.
     E’ vero che questo testo ha messo in difficoltà e ancora mette in difficoltà più di un esegeta; ma il senso diventa chiaro quando vi si legge “come un riassunto di Ger 31, 33 e di Ez 36, 27” (Traduzione Ecumenica della Bibbia).
     Il v. 2 proclama innanzitutto la liberazione del cristiano mediante ciò che Paolo chiama “la legge di Spirito della vita”, cioè, “la legge che è lo Spirito”, ossia la legge incisa sul cuore, annunciata da Ger 31,33, identificata da Ez 36,27 con lo stesso Spirito di Yahvé e la cui visione delle ossa disseccate in Ez 37, 1-14 mostra fino a che punto sia uno Spirito capace di dare la vita. Il v. 4 indica lo scopo che Dio si proponeva quando poneva lo Spirito nelle profondità del nostro essere: “affinché il comandamento della legge fosse compiuto in noi”. Si tratta dello stesso scopo indicato da Geremia e da Ezechiele per il dono della legge interiore o dello Spirito di Yahvé. Ma Paolo ha scelto di proposito una serie di espressioni molto sfumate. Due di esse meritano di essere messe in rilievo. Innanzitutto, invece di parlare al plurale, secondo la formula corrente, dei “comandamenti della legge” (come la versione dei Settanta fa in Ger 31, 33, che traduce “metterò le mie leggi nel fondo della loro anima”) Paolo usa il singolare: “il comandamento della legge”, poiché “un solo precetto contiene tutta la legge nella sua pienezza”, come aveva ricordato in Gal 5, 14 e lo ripete in Rm 13,8-10. Ma soprattutto, mette il verbo al passivo: “il comandamento è compiuto”, poiché un tale compimento è ai suoi occhi molto meno opera nostra che opera dello Spirito, “il quale, producendo in noi la carità, pienezza della legge, è il Nuovo Testamento”..
     Si può ritrovare agevolmente in san Giovanni, sebbene con termini differenti, la medesima dottrina. E’ noto, per esempio, il posto che nel quarto Vangelo occupa il dono dello Spirito. Fin dal prologo il Cristo è presentato, in opposizione a Mosè “Perché la legge fu data per mezzo di Mosé, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo”; Mosè da la legge, da Cristo vengono la grazia e la verità” (Gv 1,17), da lui, spiega Giovanni il Battista, che deve “togliere il peccato del mondo”, “battezzando nello Spirito” (1, 29.33), Senza poi contare la conversazione con Nicodemo e la menzione di una “nuova nascita dall’acqua e dallo Spirito” (3,5), fino all’espressione insolita con la quale descrive la morte di Gesù : “emise lo spirito” (19,30): in tal modo indicava che “l’ultimo sospiro di Gesù prelude all’effusione dello Spirito (Bibbia di Gerusalemme), come d’altra parte è sottolineato piuttosto manifestamente dall’episodio del costato trafitto, dal quale “uscì sangue e acqua”, con la duplice allusione al rituale della prima Pasqua e alla profezia di Zaccaria 13,1, che predice che “In quel giorno vi sarà per la casa di Davide e per gli abitanti di Gerusalemme una sorgente zampillante per lavare il peccato e l'impurità.” (Cfr. Zc 14,8: In quel giorno acque vive sgorgheranno da Gerusalemme e scenderanno parte verso il mare orientale, parte verso il Mar Mediterraneo, sempre, estate e inverno. ed Ez 47, 1ss: [1] Mi condusse poi all'ingresso del tempio e vidi che sotto la soglia del tempio usciva acqua verso oriente, poiché la facciata del tempio era verso oriente. Quell'acqua scendeva sotto il lato destro del tempio, dalla parte meridionale dell'altare. [2] Mi condusse fuori dalla porta settentrionale e mi fece girare all'esterno fino alla porta esterna che guarda a oriente, e vidi che l'acqua scaturiva dal lato destro.).
     In verità Gesù è proprio colui che Giovanni Battista annunciava: “l’Agnello di Dio che toglie il peccato dal mondo battezzando nello Spirito”. Infine, la sera della Pasqua, Cristo comunica alla sua Chiesa lo stesso potere di dare lo Spirito, per rimettere i peccati (Gv 20,22-23: [22] Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: «Ricevete lo Spirito Santo; [23] a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi».)
     Ma nella prima lettera giovannea il riferimento a Ezechiele e a Geremia, come in san Paolo, diventa manifesto. Il padre Boismard notava: “Giovanni ha scientemente presentato nella sua lettera i rapporti tra Dio e gli uomini come il compimento delle profezie di Geremia e di Ezechiele sull’Alleanza nuova”. Più recentemente, il padre de la Potterie, studiando 1Gv 2,12-14 , riteneva che “quasi tutti gli elementi di questi versetti hanno qualche punto di contatto con l’uno o l’altro di questi due testi profetici”. Si tratta in realtà non soltanto di una sola pericope ma di tutta la lettera, le cui affermazioni ricevono una nuova luce. Così 1Gv 2,20: “Ora voi avete l'unzione ricevuta dal Santo e tutti avete la scienza.”; e nuovamente al v. 27: “ l'unzione che avete ricevuto da lui rimane in voi e non avete bisogno che alcuno vi ammaestri; ma come la sua unzione vi insegna ogni cosa, è veritiera e non mentisce, così state saldi in lui, come essa vi insegna”.. E più ancora, senza dubbio in 1Gv 5,20, conclusione della lettera: “Sappiamo anche che il Figlio di Dio è venuto e ci ha dato l'intelligenza (την διανοιαν) per conoscere il vero Dio. E noi siamo nel vero Dio e nel Figlio suo Gesù Cristo: egli è il vero Dio e la vita eterna”.Il P. Boismard sottolinea il parallelo con Ger 24,7: “Darò loro un cuore (καρδιαν) per conoscere che io sono Yahvé. Essi saranno il mio popolo e io sarò il loro Dio, perché ritorneranno a me con tutto il cuore”. La dianoia, unico caso dell’uso di questa parola in Giovanni, corrisponde al kardia di Geremia. Ma l’accostamento non è meno forte con Ger 31,33, dove i Settanta traducono: “Darò le mie leggi nel loro dianoia ( unico caso in cui è stato così tradotto il termine ebraico) e le inciderò sul loro kardia”. Concludendo, se il cristiano “conosce Dio” (2,3; 4,7-8; 5,20), “osserva i suoi comandamenti (2,3), “non pecca” (3,5-6), “Si comporta come il Cristo si è comportato (2,6), secondo il comandamento allo stesso tempo antico e nuovo (2,7; cfr. Gv 13,15.34: [15]Vi ho dato infatti l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi. [34]Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri.), significa che “è nato da Dio” (4,7), che “Dio dimora in lui” e che lui stesso “dimora in Dio” (2,3; 3,5. 24; 4,12-13), che “l’unzione che viene dal Santo dimora in lui” e “lo istruisce su tutto” (2,27), che “Dio gli ha dato del suo Spirito” (3,24; 4,13), che “in lui l’amore di Dio raggiunge la sua perfezione” (2,5), ecc.

     Così, per Giovanni come per Paolo, la presenza di Dio nell’uomo mediante il Cristo nello Spirito costituisce l’essenziale del messaggio di salvezza che Gesù Cristo ha affidato ai suoi Apostoli perché lo annuncino al mondo. Questo è il senso pieno che verosimilmente san Paolo attribuisce all’espressione della lettera ai Colossesi: “il Cristo in voi” (Col 1,27). Essa significa certamente che il messaggio un tempo riservato a Israele è ugualmente predicato ai pagani, ma anche precisa allo stesso tempo il contenuto di questo messaggio: Cristo, sorgente unica di salvezza per gli Ebrei come per i pagani è diventato ormai la vostra vita, comunicandovi il suo Spirito che è lo stesso Spirito di Dio e consentendovi , in virtù di questa presenza attiva nel più intimo del vostro essere, di “condurre una vita degna del Signore”, di “piacere a Dio” e di compiere la sua volontà (Col 1,9-10), cioè, concretamente, di “amarvi gli uni gli altri come Cristo vi ha amato”. Questo è ugualmente il senso pieno della confessione di fede ricordata per esempio in Rm 10,9: “se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore, e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo.” Proclamare la Signoria di cristo e la sua risurrezione dai morti non significa soltanto affermare la divinità di Cristo e la realtà storica di un evento del passato, ma è anche affermare, come faceva Paolo secondo le parole di Festo (At 25,19) che “questo Gesù che è morto” è ancora oggi “un essere vivente”: un vivente certamente “alla destra del Padre” che non cessa “di intercedere per noi” (Rm 8,34), ma anche un vivente nel seno della sua Chiesa e nel cuore di ognuno dei suoi discepoli.
     Presenza attiva che comanda l’agire morale del cristiano, la sua condotta, il suo περιπατειν ed esige di conseguenza da parte sua una docilità continua. L’attività divina è prima a tutti gli effetti. Ancora, è necessario che, dato che questa attività si esercita nel cuore della nostra libertà, quest’ultima l’accolga e vi partecipi.” Il comandamento della legge è compiuto in noi”, ma, aggiunge san Paolo, “per noi che camminiamo secondo lo Spirito e non secondo la carne” (Rm 8,4). I versetti successivi mostrano che una tale docilità del cristiano allo Spirito non si dà senza una lotta incessante, come Paolo aveva ricordato in Gal 5,17-24: [17] la carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste.
     [18]Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete più sotto la legge. [19] Del resto le opere della carne sono ben note: fornicazione, impurità, libertinaggio, [20]idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, [21] invidie, ubriachezze, orge e cose del genere; circa queste cose vi preavviso, come già ho detto, che chi le compie non erediterà il regno di Dio. [22] Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; [23] contro queste cose non c'è legge.
     [24] Ora quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni e i suoi desideri. In realtà, il cristiano può cessare di essere “animato dallo Spirito” e di subirne le conseguenze: “se vivete secondo la carne, voi morirete; se invece con l'aiuto dello Spirito voi fate morire le opere del corpo, vivrete” (Rm 8,13). Paolo osa persino parlare di mortificazione: se fate morire le opere del corpo – le opere dell’uomo vecchio – vivrete. Allo stesso modo aveva dichiarato ai Galati (5,24): “quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni e i suoi desideri.”
     Soltanto che, va notato, questa mortificazione come questa crocifissione è in noi l’opera non della legge ma dello Spirito. Ogni attività del cristiano, soprattutto per la fede, il cui sacramento è il battesimo e per l’esercizio delle virtù cristiane, in particolare della carità, il cui sacramento è l’Eucarestia, è orientata ad accogliere e ad alimentare in noi la presenza attiva del Cristo e dello Spirito.

 

 "Dio, il potere e le donne: una riflessione al femminile” – Incontro organizzato dall’Ufficio Diocesano Cultura – relatrici: Cettina Militello del “Marianum” di Roma e Gabriella Bruna Zarri, dell’Università di Firenze – 21 aprile 2009 – Istituto degli Innocenti in Firenze - relazione di Carla (FEG Nicopeia).

           Davanti ad un attento e folto pubblico, eterogeneo, donne e uomini, giovani e meno giovani, e partecipe nella seconda parte della serata, dedicata alla conversazione, le due relatrici hanno cercato, nel tempo a disposizione, sempre  parco per trattazioni così complesse, di offrire tracce di riflessione sul tema, significative per ulteriori approfondimenti personali .

La  prof.ssa Militello, teologa, ha preso le mosse dal titolo della conferenza, sottolineando come, accanto ai termini Dio, potere, donne, manca la parola salvezza: le donne come cifra della salvezza, nella storia della salvezza, nel cuore della salvezza come gli uomini. Uomo e donna imago dei sin dall’inizio e in tutta la storia della salvezza cristiana, da cui trarre tutte le conseguenze operative: riconoscere una dinamica di soggettualità dello Spirito che non oppone uomo e donna, etnie, classi sociali. Ipotizzare un mondo umano senza divisioni nel quale la Cristianità è testimonianza, come fedeltà alla risurrezione dei morti. Riconoscersi l’uno e l’altro, uomini e donne tempio di Dio, con l’attribuzione del potere inteso come servizio. Il riferimento è biblico: il potere appartiene a Cristo, autorità di dismissione da una condizione potente ad una impotenza: Dio assume la condizione di servo; il modello è quello del servizio, del potere del servizio. All’interno di questa cornice la relatrice ha preso spunto per suggerire interrogativi, provocazioni di una teologia al femminile, neologismo non sempre felicemente interpretato che altro non indica se non dire la fede essendo donne, fare teologia contestuale come chiunque lo fa, legata alla propria identità. Interessanti gli accenni storici alla teologia femminista che, estremizzando certe direzioni critiche, ha portato fuori dalla chiesa, al femminismo di genere, al femminismo della differenza.

In riferimento alla metafora del pinnacolo del Tempio in Matteo (4, 1-7), la relatrice ha ricordato come il diavolo è colui che separa, c’è una potenza di separazione, una identità separatrice e c’è il potere dello Spirito che porta Gesù nel deserto, c’è la sottomissione di Gesù allo Spirito che urta, sconfessa la visione di satana. Nel versetto 5 lo portò sul pinnacolo del tempio, Gerusalemme, la città santa, è centro del potere religioso e politico: e lì Gesù deve rintuzzare il potere in base alla Scrittura. Le domande provocazione della relatrice prendono l’avvio dalla metafora del pinnacolo per un dire come le donne non hanno nessun potere e non  possono essere portate sul pinnacolo: è un vantaggio? E’ provvidenziale? Oppure è questa una incapacità delle donne? E ancora, per noi credenti, il vero tempio è il cristiano stesso.

Si è ricordato come il Cristianesimo al suo nascere, fatto storicamente inedito e unico, ha dato Battesimo ed Eucaristia alle donne come agli uomini, mentre per il sacerdozio sono emerse le categorie del Vecchio Testamento. E ancora un accenno alla mistica della femminilità secondo la quale la donna ha un potere così profondo (dare la vita, la passività, la ricettività, la cura…) che non ha bisogno di sacramentali. E ancora, incalzante, come contro canto, la domanda se l’uomo possa stare al mondo solo nella cifra dell’estroversione, incapace di fare cose che solo la donna può fare.

La prof.ssa Zarri, storica, presenta una traccia a partire dal ruolo attivo delle donne nella evangelizzazione nelle prime comunità cristiane: nell’età apostolica c’era uguaglianza fra uomini e donne, che erano diaconesse e profetesse. Con la caduta dell’attesa del Regno di Dio che si pensava fosse prossima a compiersi, prende forma una chiesa diversa, tuttavia permangono in oriente le diaconesse; nel Concilio di Nicea di parla di diaconia  e nel quinto secolo ci sono testimonianze  su alcune donne sacris altarae e presbitere, che alcuni storici hanno interpretato come ordinazione sacerdotale femminile ed altri invece come mogli di presbiteri. Nell’epoca patristica si delineano tre ordini che rimangono immutati fino al ventesimo secolo, con una gerarchia ben delineata: le vergini consacrate, le vedove, le maritate.

            La relatrice accenna al monachesimo benedettino, costruito sul modello della società feudale, costituito perlopiù da monache aristocratiche, le badesse avevano la dignità del pastorale. E’ ricordata inoltre la nascita degli ordini mendicanti nelle città. La Prof.ssa Zarri evidenzia come le testimonianze siano così tante che ognuno può scrivere la storia secondo il suo profilo ideologico. Alle donne nella Chiesa viene riconosciuto quel potere informale legato al carisma della profezia e al carisma del consiglio. E’ ricordato come teologi spesso vivessero accanto a “carismatiche” che studiavano, approvavano, come l’esempio di Angela da Foligno che dettò al suo confessore un memoriale di alta spiritualità. La relatrice accenna anche al pericolo, nel basso medioevo e nel rinascimento, del fenomeno carismatico come imitazione delle vere carismatiche, con il tentativo di screditare in tal modo la Chiesa.

Molte donne divennero madri spirituali, dedicandosi alla cura delle anime, donne di elezione con il carisma della saggezza, della prudenza, del consiglio. Altro aspetto era quello della predicazione femminile che diventava pubblica quando aveva un carattere profetico, frutto di estasi e digiuni, composti in convento e pronunciati in chiesa.

Nella conversazione tra pubblico e relatrici è emerso un approfondimento sul tema donne e Scrittura con il rilevare il fatto che donne colte e ispirate non abbiano costituito una tradizione, una scuola, ad esempio San Girolamo era circondato ed aiutato da donne che conoscevano molto bene l’ebraico; il rapporto donne e Scrittura è legato alla preghiera, nel ‘500 le donne che leggevano i salmi leggevano l’ebraico e il greco ed uscire dalla clausura poteva significare perdere la soggettualità nel leggere la Scrittura.

Un altro aspetto evidenziato è stato il potere temporale della Chiesa, limitato ad un fazzoletto di territorio, comunque necessario per la sua libertà. In sintesi si è riconosciuta la centralità della storia della salvezza per tutte le donne e per tutti gli uomini, il bisogno di ritornare per noi chiesa a farci attenti ai segni dei tempi, nel solco tracciato dal Concilio Vaticano II, ad aprirci al dialogo, a costruire i nuovi modelli relazionali fra uomo e donna utilizzando quegli strumenti culturali che oggi abbiamo a disposizione, a crescere nella reciprocità ricordandoci che lo stile ecclesiale è lo stile vicendevole, il potere salvifico del servizio come ci ha insegnato Nostro Signore Gesù.

 

Riflessioni sull’impegno – di Carmela (FEG Assunta)  – 20 marzo 2009

 

            Nelle Fraternità spesso si obietta: perché l’impegno? Non basta il Battesimo? Perché il Libro di Vita se c’è già il Vangelo? Come potrò nella mia vita piena di impegni familiari e di lavoro trovare tempo e spazio per la preghiera personale e liturgica?

            Queste domande non son dappoco, vanno prese in considerazione.

            Vorrei provare a rispondere proprio a partire dalla preghiera di adesione e impegno.

            In un primo momento vorrei guardarla nella sua struttura per poi fermarci sui singoli aspetti.

            La preghiera è costituita da quattro punti.

            1 – Inizia con una proclamazione personale di fede, di fiducia, un “io credo” nella potenza salvifica e vivificante della Trinità che accolgo in me.

            2 – Rispondo a questo “oceano di fuoco e d’amore” a partire dalla mia vocazione battesimale che mi unisce alla Chiesa universale, a quella locale, alla città e ai fratelli cristiani e non. Il cristiano ha nel suo DNA l’ecumenismo.

            3 – Mi sforzo, cerco di seguire un progetto coniugato al futuro, segno di una speranza che mi abita e mi muove pur nella fragilità: vivere il Vangelo nell’oggi di Dio.

            4 – Pongo il mio impegno sotto la protezione di Maria che San Francesco chiama “La Vergine fatta Chiesa”. E’ lei, specie nella Visitazione, l’immagine perfetta della creatura che si mette al servizio degli altri per amore. Canto lode e gloria alla Trinità che mi inabita.

            Credo, battesimo, Vangelo, Eucarestia e preghiera, questi cinque pilastri non appartengono solo alle Fraternità Monastiche e Evangeliche di Gerusalemme, ma a ogni cristiano. Sono tra le pietre fondanti della Chiesa tutta, tramite esse diventiamo, a nostra volta, “pietre vive”.

            Eucarestia, preghiera personale, liturgica e comunitaria, adorazione, incontri di Fraternità, ritiri, “Libro di Vita”, sono tutti doni spirituali di cui Dio ci fa grazia, che accolti in una vita evangelica fatta di servizio, semplicità, accoglienza, vissuti nella Chiesa locale e tra i fratelli, ci aiutano a essere nella storia, con le nostre qualità e i nostri limiti, testimoni gioiosi del Vangelo.

            Il Battesimo, come ogni altro sacramento, non è statico, ma dinamico. E’ segno, via che ci conduce ad una realtà spirituale.

            Mediante la grazia battesimale siamo chiamati lungo la nostra vita a fare emergere il seme dell’uomo nuovo posto in noi; siamo invitati a crescere “in Cristo”, a guardare a Lui, a rispondere al suo amore.

            La risposta richiede libertà e responsabilità.

            Assumere come laici un impegni pubblico nella Chiesa manifesta la nostra volontà di rispondere “eccomi” alla chiamata di Dio.

            Laico non è un termine, come spesso si pensa, opposto a credente e nemmeno ha in sé un valore gerarchico: laico opposto a clero, anche se per lungo tempo lo ha avuto. Viene dal greco laos, popolo. Significa la maggioranza del popolo. Nei primi secoli dell’esperienza cristiana esprimeva la vita della maggioranza del popolo, quel popolo che si sapeva già salvato dalla Croce di Cristo. Popolo di Dio, dirà secoli dopo il Vaticano II.

            Rispondiamo liberamente si o no al Signore che ci ha chiamati qui, a Gerusalemme, attratti dal silenzio adorante, dalla gioia trasmessa dai monaci, dalla bellezza e profondità della liturgia e del canto polifonico, questi ultimi due, ponti tra la Chiesa d’Oriente e d’Occidente.

            Perché qui e non altrove, nella parrocchia o in un movimento ecclesiale, rimane un mistero racchiuso nel cuore di Dio. Sappiamo però che rispondere a Dio ha a che fare con l’amore e come ogni amore autentico presuppone una scelta  da rivedere, verificare, approfondire; indica un cammino sempre da ricominciare.

            Per questo rinnoviamo l’impegno ogni anno. Pur sapendo che tutto sarà imperfetto, povero, limitato, rischio il mio sì.

            Mi impegno in prima persona perché il mio sì possa diventare un “noi”, possa essere Fraternità.

            Mi impegno nella Chiesa che è nostra madre, è l’utero, il grembo che mi accoglie e mi tesse perché diventi sempre più Figlio-a del Padre.

            E una volta divenuta tale formi con gli altri il corpo di Cristo. Corpo mistico, ma anche reale. Padre Cantalamessa sostiene che nel corpo di Cristo, come nel corpo di ogni uomo, si può annidare il pericolo degli emboli che ostacolano la comunione: giudizi, incomprensioni, chiusure, rigidità. Ogni tanto occorre un’ecografia, un esame profondo di noi stessi, per verificare che non ci siano emboli che dipendano da noi, e se ci sono, tentare, con pazienza e delicatezza, di rimuoverli.

            Mettere l’Eucarestia al centro della nostra vita, mi pare voglia dire almeno tre cose:

1 ) mettere il Cristo al centro; vivere con Lui, che è così innamorato di noi da voler essere per noi pane, vino, carne, sangue, una comune-unione.

2) Comunione che ci dà la forza di trasformare noi stessi e il mondo in cui viviamo lasciando agire liberamente lo Spirito Santo.

3) Forti di questa speranza diventare donne e uomini eucaristici, consegnarci, lasciarci spezzare e mangiare dagli altri.

            Vorrei sottolineare che non si tratta di atteggiamenti eroici, ma quotidiani, piccoli, gratuiti, umili: metterci a disposizione della famiglia, dei colleghi di lavoro simpatici e non, degli amici, della Fraternità, di chi nella città ha bisogno.

            Cristo è risorto, morendo ha vinto la morte. Noi, suoi discepoli, se vogliamo portare frutti, dobbiamo accettare di essere sconfitti agli occhi del mondo.

            Per nutrire e far vivere gli altri dovremo prima fortificarci con la preghiera per poi spezzarci e consegnarci nelle tante morti e risurrezioni quotidiane.

            Per vivere dove il Signore ci ha voluti ci è stato donato il “Libro di Vita” come fondamento spirituale intessuto della Parola.

            In Iran ho conosciuto una bella leggenda. Due innamorati sono ostacolati dalle famiglie e non possono incontrarsi. La giovane allora, spinta dall’amore, ricorre ad uno stratagemma: tesse una stoffa dai mille colori. Ogni colore indica un stato d’animo, un desiderio, un fatto. Vedendo la tela esposta alla finestra, il giovane, se pure lontano, vive in comunione con l’amata.

            Il “Libro di Vita” è per noi il tessuto di mille colori dove ogni capitolo tesse, con un colore diverso e tante sfumature, l’amore, la gioia, il lavoro, l’accoglienza, la preghiera. Nasce così una storia che è la nostra vita intessuta di Vangelo, Parola di Dio, Eucarestia, servizio; una vita che è storia quotidiana.

            Ogni nostra giornata trova il ritmo del respiro nei Salmi e nella preghiera che ci ossigenano nel profondo.

            Non si tratta di un dovere soffocante, moralistico, ma di un dono dello Spirito per rinnovare la comunione con la Trinità e i fratelli.

            E se un giorno non posso, non ho il tempo? Nessun timore o senso di colpa, nessun turbamento, perché dal cuore unito a Cristo salirà alle labbra il versetto di un Salmo, un’antifona, un’invocazione per mantenere la comunione con Dio e i fratelli.

            In quel giorno riceverò un dono piccolo, ma vitale che accoglierò in umiltà e gioia.

            L’ora di adorazione settimanale non è un devozionismo popolare, ma un invito alla contemplazione volta a rendere più personale e interiore la vita di preghiera che, male intesa, potrebbe essere ridotta a “cose da fare”. Adorare significa sottomettersi ad un mistero, al piano di salvezza che Dio ha nel cuore e vuole realizzare nel mondo con la nostra disponibilità.

            Adorare significa anche portare accanto a sé, ad orem, alla bocca, Colui che nel silenzio ci attira con infinita dolcezza.

            Non adoriamo una generica divinità, ma quel Dio che è Gesù Cristo e nessuna icona è più vicina alla realtà misteriosa della vita di quella piccola ostia consacrata offerta a tutta la città.

            La santità, recita la “Lumen Gentium”, è per tutti.

            Noi laici di Gerusalemme non condividiamo solo il Vangelo, ma anche il carisma del fondatore donato dallo Spirito Santo, grazia per tutta la Chiesa. Tale carisma mette in luce una chiamata dei laici, del popolo di Dio, alla famiglia di Gerusalemme, in particolare una chiamata alla preghiera nella città per portarla nel cuore di Dio.

            Il sogno di G.La Pira, fare di Firenze la città sul monte, potrebbe realizzarsi.

            Nell’esortazione apostolica “Vita consacrata” si dice: Nell’unità della vita cristiana, le varie vocazioni sono raggi dell’unica luce di Cristo riflessa nel volto della Chiesa.

            Il regno di Dio, cioè la sua presenza tra gli uomini, è affidato a gente come noi, che trascorre le vita tra feste di nozze, fatiche sul lago, malattie di bambini e di adulti, ricerca di qualche pane per ospiti improvvisi (F.Scalia). Il regno di Dio è donato al popolo delle Beatitudini.

 

Un’esperienza di fraternità - di Carmela (FEG Assunta) - 10 marzo 2009

 

             Dopo aver meditato il Vangelo di Luca, di Giovanni e gli Atti degli Apostoli, questo anno la nostra fraternità ha avvertito il bisogno di un cambiamento, di qualcosa che la “risvegliasse” in modo da essere più attenta e vigile davanti Dio che parla all’uomo di ieri e di oggi. Abbiamo scelto la storia di Davide (Sam 1 e 2) in quanto storia di un uomo e allo stesso tempo parola di Dio.

            Perché Davide? Per diverse ragioni:

    -  è un uomo secondo il cuore di Dio (At 13, 22)

    -  è peccatore e credente come noi

    -  è il re umano da cui discende il Cristo, figlio di Davide, figlio di Dio

    -  è amico del Padre (v. Salmi) e allo stesso tempo ci suggerisce di contemplare l’amicizia umana (v. Davide e Gionata) e l’amicizia di Gesù per gli Apostoli.

    -  Il Nuovo Testamento mette in luce come nei Salmi di Davide è il Messia promesso che già parla (Eb. 2, 12; 10, 5).

    -  Davide previde la Risurrezione (At 2, 31). Per la sua testimonianza possiamo confessare la nostra fede nel Risorto.

    Attraverso la lectio divina, ognuno fa risuonare la Parola nel suo cuore, coglie aspetti nuovi, proposte di cammino quotidiano, che condivisi, arricchiscono la fraternità tutta, donano vita nuova, illuminano i nostri passi. Filtrando il messaggio biblico attraverso la sensibilità religiosa del nostro tempo gli diamo un sapore di attualità e la nostra vita diventa storia sacra.

    In un certo senso creiamo quasi un angolo di monastero nel nostro cuore, un clima di raccoglimento, di silenzio e di ascolto profondo.

    Inoltre alternare Vecchio Testamento e Nuovo Testamento ci aiuta a vedere meglio come Dio conduce la storia. Alla meditazione abbiamo aggiunto spunti per la riflessione sulla nostra fede da continuare personalmente nella propria vita.

    Abbiamo visto come tutta la storia di Davide sia guidata dall’iniziativa d’amore di Dio. Iniziativa di salvezza, di tenera misericordia che suscita in Davide il forte desiderio di cercare Dio. Iniziativa d’amore e tenerezza del Padre che ciascuno di noi ha sperimentato nella sua vita. Gratuità che interpella la nostra libertà e chiede di assumerci il rischio della fede, di avere coraggio, di guardare anche alle circostanze banali come occasioni facenti parte della chiamata. Vivere l’amicizia come un dono prezioso (v. Davide e Gionata) che può cambiare la nostra vita. Ancor più meditare l’amicizia che Gesù ha per i suoi discepoli, in particolare per Lazzaro, testimone silenzioso, Giovanni il discepolo che Gesù amava e Giuda che vive il mistero del tradimento.

    Allontanarsi con il peccato dalle vie del Signore è accaduto a Davide e accade a ciascuno di noi, per imprudenza, superficialità, orgoglio, superbia; ma se, come Davide nel salmo 50, riusciremo a dire: “Fammi grazia o Dio secondo la tua misericordia, nella tua tenerezza cancella il mio peccato “ (Sal 50, 1), la fiducia in Dio, decisiva nel cammino di conversione, ci renderà creature nuove, trasfigurerà la nostra vita.

    Il nostro cammino è giunto qui: con l’aiuto di Davide scopriremo nei prossimi incontri la sua messianicità nel Nuovo Testamento, vedremo come Gesù, il Messia, si trova in una discendenza, è una persona che porta a compimento e perfeziona le promesse antiche, ci libera dalla nostra umanità cattiva, da ogni forma di schiavitù, ci insegna, come a Davide, a entrare nelle prove e a superarle. Contempleremo la realtà di Gesù figlio di Davide, re universale, salvatore dell’umanità.

    Abbiamo ancora da fare un bel cammino, per il momento siamo contenti di averlo intrapreso e di essere stati condotti, cuore e mente, dall’amore di Dio.   

 

Messaggio del Consiglio Permanente CEI - XXXI Giornata per la vita - 1 feb. 2009 - posto da Carla (FEG Nicopeia) - 6 mar. 2009

 

    "La forza della vita nella sofferenza"

    La vita è fatta per la serenità a le gioia. Purtroppo può accadere, e di fatto accade, che sia segnata dalla sofferenza. Ciò può avvenire per tante cause. Si può soffrire per una malattia che colpisce il corpo o l'anima; per il distacco dalle persone che si amano; per la difficoltà a vivere in pace e con gioia in relazione con gli altri e con se stessi. La sofferenza appartiene al mistero dell'uomo e resta in parte imperscrutabile: solo "per Cristo e in Cristo si illumina l'enigma del dolore e della morte" (GS 22).

    Se la sofferenza può essere alleviata, va senz'altro alleviata. In particolare, a chi è malato allo stadio terminale o è affetto da patologie particolarmente dolorose, vanno applicate con umanità e sapienza tutte le cure oggi possibili.

    Chi soffre, poi, non va mai lasciato solo. L'amicizia, la compagnia, l'affetto sincero e solidale possono fare molto per rendere più sopportabile una condizione di sofferenza. Il nostro appello si rivolge in particolare ai parenti e agli amici dei sofferenti, a quanti si dedicano al volontariato, a chi in passato è stato egli stesso sofferente e sa che cosa significhi avere accanto qualcuno che fa compagnia, incoraggia e dà fiducia.

    A soffrire, oggi, sono spesso molti anziani, dei quali i parenti più prossimi, per motivi di lavoro e di distanza o perché non possono assumere l'onere di un'assistenza continua, non sono in grado di prendersi adeguatamente cura. Accanto a loro, con competenza e dedizione, vi sono spesso persone giunte dall'estero. In molti casi il loro impegno è encomiabile e va oltre il semplice dovere professionale: a loro e a tutti quanti si spendono in questo servizio, vanno la nostra stima e il nostro apprezzamento.

    Talune donne, spesso provate da un'esistenza infelice, vedono in una gravidanza inattesa esiti di insopportabile sofferenza. Quando la risposta è l'aborto, viene generalmente ulteriore sofferenza, che non solo distrugge la creatura che custodiscono in seno ma provoca anche in loro un trauma, destinato a lasciare una ferita perenne. In realtà, al dolore non si risponde con altro dolore: anche in questo caso esistono soluzioni positive e aperte alla vita, come dimostra la lunga, generosa e lodevole esperienza promossa dall'associazionismo cattolico.

    C'è poi, chi vorrebbe rispondere a stati permanenti di sofferenza, reali o asseriti, reclamando forme più o meno esplicite di eutanasia. Vogliamo ribadire con serenità, ma anche con chiarezza, che si tratta di risposte false: la vita umana è un bene inviolabile e indisponibile, e non può mai essere legittimato e favorito l'abbandono delle cure, come pure ovviamente l'accanimento terapeutico, quando vengono meno ragionevoli prospettive di guarigione.

    La strada da percorrere è quella della ricerca, che ci spinge a moltiplicare gli sforzi per combattere e vincere le patologie - anche le più difficili - e a non abbandonare mai la speranza.

    La via della sofferenza si fa meno impervia  se diventiamo consapevoli che è Cristo, il solo giusto, a portare la sofferenza per noi. E' un cammino impegnativo, che si fa praticabile se è sorretto e illuminato dalla fede: ciascuno di noi, quando è nella prova, può dire con San Paolo "sono lieto nelle che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne" (Col 1,24). Quando il peso della vita ci appare intollerabile, viene in nostro soccorso la virtù della fortezza. E' la virtù di chi non si abbandona allo sconforto: confida negli amici; dà alla propria vita un obiettivo e lo persegue con tenacia. E' sorretta e consolidata da Gesù Cristo, sofferente sulla croce, a tu per tu con il mistero del dolore e della morte. Il suo trionfo il terzo giorno, nella risurrezione, ci dimostra che nessuna sofferenza, per quanto grave, può prevalere sulla forza dell'amore e della vita.

 

Vivere tra mille differenze, divergenze, conflitti - di Mario G. (FEG Nicopeia) - 18.feb. 2009


    Come dunque vivere nelle differenze, quando queste portano al conflitto? Evidentemente, prima di parlare di errori altri, bisogna purificare il proprio sguardo e togliere la trave che è nel nostro occhio…Limito il mio discorso al caso più semplice: come deve porsi il cristiano di fronte agli errori e agli orrori di cui è spettatore o forse è addirittura invitato a partecipare? Come porsi di fronte a prospettive nefaste, foriere di altrettanto mortifere conseguenze?
    Credo che sia un grave errore ragionare in astratto sulla “verità”: nella realtà, gli errori non sussistono in sé, ma sono deformazioni che ineriscono in persone. Allora, il problema vero si pone non solo in termini di verità/errore, ma di rapporti con le persone che sbagliano. Come dunque rifiutare la violenza, senza doverla a nostra volta praticare? Senza rifiutare (cioè, senza condannare o giudicare) le persone che la praticano e che addirittura cercano di trascinarci nello stesso baratro?     Perché il giudizio e la condanna rivolte a una persona costituiscono già di per sé una porta spalancata alla violenza, e forse è già di per sé violenza.
    L’insegnamento neotestamentario è chiaro: Non giudicare. Lasciare a Dio il giudizio!
    Il modello unico di soluzione ci è insegnato dal nostro Signore Gesù Cristo, che non ha mai ceduto al male: penso alle tentazioni, alla cecità , all’ipocrisia e alla crudeltà dei farisei, ecc.). Gesù ha invece amato fino a morirne proprio coloro che lo pressavano ad allontanarsi dal cammino tracciato dal Padre-Amore (non solo i crocifissori, e i loro mandanti, ma anche Pietro, chiamato ‘satana’ quando cercò di distogliere Gesù dalla sua missione redentrice). Dopo Gesù, per il cristiano non è più legittimo contrapporre amore e verità.
    La doverosa affermazione della verità non può evocare, o solo far ricordare la cosiddetta ‘santa inquisizione’ (e a quale strana santità faceva riferimento??), dovrebbe manifestare, senza ombra di dubbio, la volontà di condividere la grazia con l’errante, prima di enunciare la stessa condanna dell’errore. E questa volontà di annuncio e di speranza di salvezza deve apparire nello stesso atto di denuncia di falsità dell’errore, che certamente è una via-per-la-morte. Il cristiano propone la buona notizia per tutti, ama tutti, ama i peccatori, nostri fratelli. La Chiesa non solo nella sua preghiera liturgica, ma anche nella preghiera umile del rosario, al termine di ogni decina, chiama ‘i più bisognosi della misericordia’ divina coloro per cui prega, e di cui evidentemente non condivide gli errori.
    In altre parole, il modo proprio dei cristiani di convincere di errore chi sbaglia è da sempre l’umile e amorosa testimonianza, il martirio fino all’effusione del proprio sangue (e non il sangue di chi sbaglia!) Anche Stefano, prototipo della testimonianza cristiana più radicale (ma può forse esistere una testimonianza cristiana che non poggi sull’unica radice, Cristo morto e risorto per noi?), ha proclamato il perdono (il dono al superlativo assoluto) a coloro che gli toglievano la vita.
    La verità vera non può essere mai violenta verso gli altri, non si impone, ma si propone umilmente, a proprio rischio e pericolo, fiduciosa di una speranza fondata in Cristo. Mentre la condanna che non “trasuda di amore speranzoso”, benché argomentata su principi e regole morali assolutamente veri, spesso fa da schermo alla lettura della serena certezza che ci ispira la solenne affermazione di Gesù: “Io ho vinto il mondo”, con l’amore, non con la comminazione del massimo castigo.
    Mi ritorna alla mente un canone di Taizé: ‘De noche, iremos de noche que para encrontrar la Fuente: sólo la sed nos alumbra, sólo la sed nos alumbra’. Nell’oscurità delle tenebre, la nostra unica Luce è il Desiderio che ci è stato donato (e tale Desiderio altri non è che lo Spirito Santo) di arrivare alla Sorgente, Cristo morto e risorto.
    Una conseguenza logica di questa riflessione: quando nell’affermazione della verità la visibilità della proposta di amore e di condivisione della grazia è offuscata e non in primo piano, quella verità rischia di non venire accolta, e quindi perderà di efficacia.
    Mi viene alla mente la parola del Vangelo: ‘se quando porti l’offerta all’altare ricordi che tuo fratello…’ (Mt 5, 23-24)… ‘prima riconciliati con il fratello’… Non dice che il fratello aveva ragione, anzi…
    Ma il ripristino della fratellanza sociale e psicologica (perché la fratellanza ontologica in nessun caso può mai essere messa in discussione, perché fondata direttamente in Dio – cfr.’nessuno uccida Caino’ –) è la pre-condizione perché il proprio culto sia puro e gradito a Dio, che fa piovere sui giusti e sugli ingiusti.

 

 

Preghiera di Sant'Agostino (Confessioni X) - posto da Andrea D. (F.E.G. Nicopeia)

 

Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato.

Ecco, eri dentro di me tu, e io fuori: fuori di me ti cercavo, e informe nella mia irruenza mi gettavo su queste belle forme che tu hai dato alle cose.

Eri con me, io non ero con te.

Le cose mi tenevano lontano, le cose che non ci sarebbero se non fossero in te.

Mi hai chiamato, e il tuo grido ha lacerato la mia sordità; hai lanciato segnali di luce e il tuo splendore ha fugato la mia cecità, ti sei effuso in essenza fragrante e ti ho aspirato e mi manca il respiro se mi manchi, ho conosciuto il tuo sapore e ora ho fame e sete, mi hai sfiorato e mi sono incendiato per la tua pace.

 

(dal foglietto liturgico degli Esercizi Spirituali nel quotidiano, chiesa di S. Maria Maddalena de'Pazzi , novembre 2008)

 

La parola di Gesù che salva chi la accoglie: Amico! di Mario G. ( FEG Nicopeia)

Mt 22,8-14
[1]Gesù riprese a parlar loro in parabole e disse: [2]«Il regno dei cieli è simile a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio. … [8]Poi il re disse ai suoi servi: Il banchetto nuziale è pronto, ma gli invitati non ne erano degni; [9]andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze. [10]Usciti nelle strade, quei servi raccolsero quanti ne trovarono, buoni e cattivi, e la sala si riempì di commensali. [11]Il re entrò per vedere i commensali e, scorto un tale che non indossava l'abito nuziale, [12]gli disse: Amico, come hai potuto entrare qui senz'abito nuziale? Ed egli ammutolì. [13]Allora il re ordinò ai servi: Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti. [14]Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

 

    Signore, tu non ti lasci scoraggiare dal rifiuto all’invito che gli invitati si ostinano ad opporti. Alla fine, forse per nostra fortuna – se così si può dire – i veri invitati non accettano e ti rivolgi a tutti, e ci chiami al banchetto, buoni e cattivi, come dice il vangelo. Anch’io ora sono stato invitato, sono già nella sala del banchetto. Te ne sono grato: vorrei dire infinitamente grato, ma non sono capace di una tale immensa e necessaria gratitudine… Per questo, non mi sento del tutto a mio agio. Capisco che tu mi hai dato la veste bianca con il battesimo e con tutti i sacramenti. Ma quante volte l’ho gettata via…
    Mi sento come l’invitato che è al banchetto, ma non ha l’abito nuziale.
    Per questo, anche quando oso avvicinarmi al tuo banchetto eucaristico, sento che è molto vera l’invocazione. “Signore, non sono degno…” Per questo vorrei fermarmi, andarmene triste e disperato, forse vorrei scomparire per sempre, se Tu non mi avessi suggerito di continuare l’invocazione “… ma di’ una sola parola e io sarò salvato”…
    Qual’è, Signore, la parola che mi può salvare?
    E’ proprio quella parola che Tu hai pensato dall’eternità, quando mi hai invitato, tante volte, anche quando rifiutavo l’invito. E’ la stessa parola che mi rivolgi anche ora, per chiedermi che cosa ne ho fatto dell’abito nuziale: Amico!
    Anche a Giuda, ti seri rivolto con quella parola, la notte nell’orto degli ulivi: Amico!
    La tua amicizia, Signore, il tuo amore per noi non dipende dalla nostra risposta. Per te tutti noi siamo per Te “l’amico” che Tu cerchi, che non cessi di chiamare, anche quando ti respingiamo.
    Ma io so, io credo che la parola della tua bocca, quando esprime un desiderio, è anche potenza creatrice, perché Tu, Signore Gesù, sei Dio: chiamami dunque sempre “amico”, perché così mi trasformi in un tuo vero amico, vincendo tutte le mie resistenze, finché anch’io, come il nostro fratello Pietro, possa risponderti: Tu lo sai che ti amo, unico vero Amico dell’uomo.

 

 

 

  

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