sito delle Fraternità Evangeliche

di Gerusalemme di Firenze

 

                   OMELIE anno 2019

            Santa Maria Assunta alla Badia Fiorentina 

                                           

 

 

Domenica 3 marzo 2019 - VIII Domenica T.O. - Sir 27,5-8 – 1 Cor 15,54-58 – Lc 6,39-45 - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel


Vi ricordate del Vangelo di domenica scorsa?

Era una grande chiamata da parte di Gesù a vivere nella misericordia,

fino a dirci: «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso.» (Lc 6,36)

Finiva con la chiamata a «non giudicare, a non condannare e a perdonare.» (cf Lc, 6,37)

Poi all’improvviso, sembra, ecco il Vangelo odierno

in cui Gesù ci avverte che «un cieco non può guidare un altro cieco.» (cfr Lc 6,39)

Come si collegano l'uno con l’altro?

 

Agli occhi di Gesù, chi è cieco?

È cieco colui che non conosce la misericordia del Padre.

Puoi sapere tante cose su Dio, anche sulla sua misericordia,

ma se non conosci la misericordia, sei cieco.

Se non ne hai fatto esperienza, sei cieco.

 

Questo era il dramma di tanti farisei contemporanei di Gesù,

di tanti scribi e dottori della legge.

Sapevano tante cose, erano esperti della legge,

ma mancava loro una cosa:

non avevano fatto l’esperienza della divina misericordia.

Perciò erano dei ciechi che guidavano altri ciechi.

E tutti cadevano nello stesso fosso:

il fosso del giudizio e della condanna degli altri.

 

Luca prosegue, riportandoci un’altra affermazione di Gesù:

«Un discepolo non è più del maestro;

ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro.» (Lc 6,40)

 

È un detto di Gesù che anche Giovanni riporta,

nel capitolo tredicesimo, dopo la lavanda dei piedi:

«In verità, in verità io vi dico: un servo non è più grande del suo padrone,

né un inviato è più grande di chi lo ha mandato.» (Gv 13,16)

È come se Gesù dicesse:

«Non pensare di poter piacere a Dio se non lavi i piedi ai tuoi fratelli,

se non usi misericordia verso di loro.

Non c’è scorciatoia!»

 

Nel capitolo quindicesimo,

Gesù riprende la medesima affermazione:

«Ricordatevi della parola che io vi ho detto:

"Un servo non è più grande del suo padrone".»

E prosegue: «Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi.» (Gv 15,20)

È come se Gesù dicesse di nuovo:

«Non pensare di poter essere amico di Dio senza essere perseguitato,

senza esser umiliato, rigettato.

Non è possibile!

Non c’è scorciatoia!»


Capiamo allora che anche a noi, oggi, Gesù dice:

«Non c’è scorciatoia!

Non pensare di piacere a Dio, di essere amico di Dio,

di essere nella grazia,

se non entri nella misericordia,

e questo ti costerà non poche sofferenze

perché la cultura odierna non ama la Misericordia divina.»

 

Finché sono uno che giudica e condanna, non sono amico di Dio.

Se giudico e condanno senza pietà chi abusa anche dei minori,

non sono nella verità di Dio.

Non ci vedo chiaro.

E Gesù dice esplicitamente:

«Come puoi dire al tuo fratello:

"Fratello, lascia che tolga la pagliuzza – o anche la trave - che è nel tuo occhio",

mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio?» (Lc 6,42)

 

È un discorso forte!

Finché non ho fatto esperienza della misericordia nella mia vita,

finché non ho conosciuto la misericordia di Dio,

ho una trave, come quella di questo soffitto, nell’occhio.

Penso di vederci chiaro,

ma non vedo nulla.

Si vede bene solo nella misericordia.

È la misericordia che ci permette di vederci chiaro.

Ricordatevi del servo al quale il padrone rimette un debito enorme

e che poi si getta sul compagno che gli deve pochi spiccioli. (cfr. Mt 18,21-35)

Era cieco!

Perché non aveva accolto nel cuore la misericordia del padrone.

La misericordia era rimasta per lui un’idea… non aveva pianto di gioia.

È il pianto di vergogna e di gioia dinanzi alla misericordia di Dio

che ci purifica il cuore e quindi ci rischiara lo sguardo.

 

Sentite quel che segue nel brano odierno:

«L'uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene;

l'uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male.» (Lc 6,45)

Cosa significa il «buon tesoro del suo cuore»

Il buon tesoro del tuo cuore

è appunto l’esperienza del perdono.

 

Il nostro cuore è ferito,

ha perso la sua purezza originaria,

la sua bellezza originaria:

è il peccato originale.

Ma viene rivestito di una nuova bellezza,

arricchito di un nuovo tesoro

quando si trova dinanzi alla Croce di Gesù,

e scopre di essere perdonato, amato senza misura, purificato dal sangue di Gesù!

 

Il tesoro del tuo cuore è quello di cui Paolo ci parla oggi:

«La morte è stata inghiottita nella vittoria.

Dov'è, o morte, la tua vittoria?

Dov'è, o morte, il tuo pungiglione? » (1 Cor 15,54-55)

 

Il nostro tesoro è la Resurrezione di Gesù

che è l’esplosione di Misericordia che salva il mondo.

 

Allora, come dice Gesù oggi,

«La tua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda.» (cfr Lc 6,45)

E dal cuore sovrabbonda l’Amore misericordioso.

 

Carissimi, che potenza in questo Vangelo!

Vi si capisce che l’unico sguardo di verità su di noi, sugli altri, sul mondo,

è la misericordia divina.

Essa non nega la giustizia, non finge di non vedere,

non relativizza né giustifica il male.

L’abuso su dei minori è una realtà gravissima.

Distrugge la vita,

ferisce in modo orrendo le anime.

Il male è male.

Lo diceva Papa Francesco domenica scorsa:

«Nessun abuso deve mai essere coperto (così come era abitudine nel passato) e sottovalutato,

in quanto la copertura degli abusi favorisce il dilagare del male

e aggiunge un ulteriore livello di scandalo.» 1

 

Ma la persona che commette il male

non la posso né giudicare né condannare.

Se condanno, devo sapere che sono cieco,

e che porterò gli altri nel fosso.

E il fosso si chiama l’inferno.

 

«Il santo timore di Dio ci porta ad accusare noi stessi – come persone e come istituzione –

diceva ancora Papa Francesco domenica scorsa,

e a riparare le nostre mancanze.

Accusare sé stessi: è un inizio sapienziale, legato al santo timore di Dio.

Imparare ad accusare sé stessi, come persone, come istituzioni, come società.

In realtà, non dobbiamo cadere nella trappola di accusare gli altri,

che è un passo verso l’alibi che ci separa dalla realtà.»2

 

Carissimi, siamo a tre giorni dall'inizio della Quaresima,

e già possiamo chiedere al Signore che in questo tempo

ci doni di conoscere la misericordia di Dio

come non l’abbiamo ancora mai conosciuta.

Gli chiediamo le lacrime del cuore che lavano lo sguardo.

E come sarà bello guardarci a vicenda con l'occhio purificato!

Ne saremo stupiti,

e il nostro sguardo, ormai luminoso, sarà una vera luce per il nostro mondo.


 

1 http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2019/february/documents/papa-francesco_20190224_incontro-protezioneminori-chiusura.html

2 Ibidem.

 

 

sabato 23 febbraio 2019 - VI settimana T.O. - Eb 11,1-7 – Mc 9,2-13 - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel


 

«In verità io vi dico: vi sono alcuni, qui presenti,

che non morranno prima di aver visto giungere il regno di Dio nella sua potenza». (Mc 9,1)

Queste furono le parole di Gesù prima di condurre i tre apostoli sul monte Tabor.

 

«Veder giungere il regno di Dio nella sua potenza.»

Carissimi, questo può essere il dono che il Signore ci vuole fare:

farci vedere il Suo Regno.

Anche per un momento brevissimo.

 

Quando viene l’ora, quando Gesù prende l’iniziativa,

occorre lasciarci portare da Lui in disparte,

talvolta con altri discepoli da Lui scelti.

Lasciarci attirare da Lui.

Acconsentire ad una solitudine.

E dire di sì alla fatica della salita.

Costa lasciare il quotidiano, staccarci dalle nostre sicurezze, andare verso l’ignoto.

E salire l’alto monte con Gesù.

Sudare.

Il passo dell’amore è un passo esigente.

Ti chiede di perderti.

Sai cosa stai perdendo, e non sai dove l’amore di Gesù ti porterà.

Ma ti fidi.

Segui le sue orme, per giungere sul monte.

 

Sul Tabor,

così vicino a Nazareth, e così diverso;

così vicino al vivere quotidiano, e così diverso.

 

E viene il momento in cui, all’improvviso, la presenza di Gesù diviene luce.

Il Suo volto è tutto luce,

una luce che non è di questa terra.

«Nessun lavandaio sulla terra potrebbe rendere le sue vesti così bianche.» (Mc 9,3)

 

Non è un momento di tranquillità, di dolce far niente.

Non è neanche confusione o smarrimento.

Come i tre apostoli, sei – siete – spaventato.

Tutto è più grande delle dimensioni del tuo cuore e della tua mente.

Tutto è troppo grande, troppo luminoso.

Lo stesso Pietro, pur ispirato in cuor suo nel passato dal Padre celeste,

«non sapeva che cosa dire.» (Mc 9,6)

Eppure c’è la testimonianza di Mosè e di Elia,

i due testimoni necessari per essere certi della verità delle cose.

Vi è, cioè, la testimonianza della Scrittura, della Storia Santa,

della Rivelazione…

Ma tutto è ancora troppo grande, troppo luminoso…

 

Pietro vorrebbe fare delle capanne.

Fare per Gesù e i suoi testimoni una dimora…

 

Ma eccoti – eccoci – in una dimora inaspettata: nella nube. (cfr Mc 9,7)

La nube è chiarezza e tenebra.

Una chiarezza che non è di quaggiù, e che è ombra per la nostra mente.

Ti perdi,

eppure sai che non sei mai stato così vicino alla verità del tuo essere.

La tua anima è fatta per la luce dell’Amore,

ne ha sete,

ma l’Amore si fa abbagliante…

La nube ti spiazza, eppure ti copre, ti protegge…

La nube venne su Maria (cfr Lc 1,26-38)

E fu feconda.

La nube viene su di te, su di noi,

per renderci fecondi.

Vai oltre la tua fecondità naturale,

per giungere alla fecondità del Regno.

 

«E dalla nube uscì una voce.» (Mc 9,7)

La voce esce dalla nube.

La voce del Padre si fa sentire quando ti lasci invadere dalla nube.

 

« Questi è il Figlio mio, l'amato: ascoltatelo (ibidem)

Colui che ti sta conducendo sulla via dello spogliamento è il Figlio mio;

colui che ti parla della Sua Passione e della tua Com-Passione è il Figlio mio;

colui che ti promette di risorgere in Lui è il Figlio mio.

 

Tutto l’Amore del Padre è in Lui.

Non c’è da cercare l’amore altrove.

In Lui sono tutte le ricchezze, tutti i colori, tutti le fragranze dell’Amore divino.

La croce Sua non è la sconfitta dell’Amore,

è la sua Suprema manifestazione…

è il divino vaso dell’Amore celeste che si infrange¸

per diffondersi sulla terra,

è l’unzione dell’Amore che viene su di te, su di voi,

e fa di voi altri Cristi, unti dall’Amore che mai si spegne. (cfr Mc 14,3-9)

 

E quando scendi e ritrovi il quotidiano,

ferito dalla visione dell’Amore,

l’anima tua è in silenzio.

Come in convalescenza dalla dolce ferita di una così grande tenerezza.

Ma ti resta nel cuore, come impresso:

«Questi è il Figlio mio, l'amato: ascoltatelo!» (Mc 9,7)

L’anima tua diviene ascolto.

Hai sete di ascoltare la voce del Figlio,

di stare all’erta per riconoscere l’eco della Sua voce

nella Scrittura,

nel tuo cuore,

nei fratelli e nelle sorelle,

nel creato.

Hai sete della Sua voce…

 

Come Maria, senti il Salmo parlare al tuo cuore:

«Ascolta, figlia, guarda, porgi l'orecchio:

dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre;

il re è invaghito della tua bellezza.

È lui il tuo signore: rendigli omaggio.» (Sal 45,11-12)

 

 

giovedì 21 febbraio 2019 - VI settimana T.O. - VI anniversario della morte di f. Pierre-Marie - Gn 9,1-13 – Mc 8,27-33 - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel

 

«Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo.» (Mc 8,32)

 

Pietro rimprovera Gesù.

Perché, secondo Pietro, Gesù si è sbagliato.

Non avrebbe mai dovuto parlare così.

Non è possibile che il Messia

perché è chiaro per Pietro che Gesù È il Messia –

faccia una fine così brutta, vergognosa.

Il Messia deve trionfare.

Deve far vedere la vittoria assoluta di Dio nella storia.

Deve far vedere che Dio non abbandona mai Israele.

Soffrire molto, essere rifiutato e venire ucciso non può essere la sorte del Messia.

Sarebbe disonorare Dio, il Dio d’Israele, il Dio della Promessa.

«Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai» (Mt 16,22),

esclama Pietro!

«Non ti accadrà mai»

È impossibile!

 

Pietro dice questo a Gesù in disparte.

Non cerca di essere sentito dalla folla.

Vuole rimproverare Gesù, e Gesù solo.

 

Gesù invece si volta e guarda verso i discepoli.

Non parla a Pietro di nascosto.

Tutti devono sentire.

Tutti devono ormai capire.

«Va' dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo,

perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!» (Mt 16,23)

 

Pietro deve imparare a pensare secondo Dio.

Deve acconsentire alla vergogna della croce,

alla via del dolore, dell’umiliazione, della sconfitta.

«Il Figlio dell'uomo deve soffrire molto ed essere rifiutato e venir ucciso». (cf Mc 8,31)

Lo deve!

Questa è la volontà del Padre.

La Redenzione dell’umanità non conosce altra via se non quella della Croce.

Che porta al trionfo – quello vero ed eterno - della Risurrezione!

 

Carissimi, noi tutti dobbiamo imparare a pensare secondo Dio.

È davvero quello che fr. Pierre-Marie ci ha insegnato.

E quello che, prima ancora di insegnarlo, imparò egli stesso.

Dove?

 

Lo imparò certamente nella sua infanzia in una famiglia cristiana

che viveva la propria fede con serietà, con fervore. Anche con gioia!

Vide la fedeltà dei nonni, dei genitori, nel lavoro, nell’educazione dei figli, nella fede.

 

Lo imparò nell’ora della guerra,

quando vide i genitori nascondere degli Ebrei.

 

Lo imparò scoprendo le vicende di Charles de Foucauld,

quest’innamorato di Gesù che desiderava imitare Gesù

fino all’abiezione.

 

Il pensare secondo Dio lo scoprì anche attraverso gli studi teologici

e gli echi del Concilio Vaticano II che risuonavano fortemente nel suo cuore.

 

Ma la grande lezione gli venne dal deserto.

Il deserto l’aveva sedotto quando vi aveva portato degli studenti della Sorbona.

E desiderò restarvi a lungo.

Perché?

Per verificare che Dio basta.

E lo verificò.

«Dio mi basta!»

Non fu mai tanto felice come nel deserto, non avendo nulla.

Nulla se non la presenza di Gesù nell’Eucarestia,

la Sua Parola nella Scrittura;

il Suo sorriso nell’amico Jean-Marie,

e il Suo riflesso nella Bellezza del creato.

 

Il deserto è la grande scuola del pensiero secondo Dio.

E se si vuole insegnare agli uomini a pensare secondo Dio,

bisogna condurli nel deserto,

anche nel cuore della città.

Soprattutto nel cuore della città.

 

«Noi esprimiamo così il primato dell'essere sull'apparire e sull'avere. (…)

Vogliamo essere poveri un pò di tutto per essere più ricchi di Dio

e condividerLo, gioiosamente, con tutti.

Perché la gioia perfetta si colloca sempre in fondo ad una certa privazione.»

(Monaci nella città, ottobre 1974)

 

Ma Pierre-Marie non aveva finito di imparare a pensare secondo Dio.

Ci fu la scuola di 38 anni di vita monastica.

Trentotto anni in cui ogni giorno o quasi cominciava con l’orazione silenziosa

e veniva scandito dal ritmo della liturgia.

Trentotto anni in cui continuò senza sosta a scrutare la Parola di Dio,

cercandovi sempre la Verità che è Cristo,

col desiderio ardente di annunziarlo,

di condividere l’acqua della Sorgente,

di persuadere,

di dimostrare la bellezza e la verità della fede cristiana.

 

Gli fecero da scuola pure le prove

che non potevano mancare nella vita di un innamorato di Gesù.

Come l’apostolo Pietro, suo grande amico e compagno di sempre,

Pierre-Marie conobbe la sofferenza, l’umiliazione, il rigetto.

 

Fu una tortura interiore per lui

vedere i propri fratelli rigettarlo nei primi anni,

vedere alcune sorelle prendere vie tortuose che non potevano portare a nulla,

vedere l’arcivescovo di Parigi metter fine all’esperienza delle sorelle.

Fu pure una tortura negli anni 2000 vedere di nuovo dei fratelli

opporsi al suo zelo missionario, alla sua audacia…

 

E ci fu l’ultima prova, quella della malattia.

A quell’epoca, dinanzi ad un’immagine del Cristo oltraggiato, scarno e dolente,

Pierre-Marie disse: «Mi assomiglia!

No! Assomiglio a Lui!»

 

Poco a poco Pierre-Marie aveva imparato a pensare secondo Dio.

Aveva lasciato l’amore fraterno crescere in lui,

allargare il proprio cuore,

per diventare di più, come frère Charles de Foucauld, «fratello universale».

 

A Magdala, non aveva più nessuna delle molteplici attività di prima.

Non poteva più viaggiare da una fondazione all’altra,

né rendersi disponibile alle tante richieste di colloquio, di interviste, di predicazione.

Divenne triste, nostalgico o arrabbiato?

No!

Era con Gesù.

 

La fede, di cui era stato maestro, lo portava ad un abbandono fiducioso.

 

Non era mai stato malato a lungo.

Era povero.

Povero e gioioso con il suo «caban» blu scuro.

Viveva il più bello della vita monastica:

un cuor solo con il Signore.

Un cuore solo con tanti fratelli, sorelle ed amici

che chiedevano di lui per essergli vicini.

 

Già, nel novembre 2012, annunciando alla comunità la sua malattia, scrisse:

«Se di qui a poco, devo trovarmi dinanzi alle porte del Regno dei cieli (quelle della morte sono già state abbattute dal Cristo risorto), non ne sarò triste, al contrario! Tutta la nostra vita qui sulla terra è orientata all'ingresso nell'eternità. Che grazia potersi dire che si entrerà, un giorno forse vicino, nella casa del Padre, come promesso (Gv 14,1-3), e si vedrà la gloria di Dio (Gv 17,24) !

Mi abbandono quindi, in tutta pace e sicurezza, alla scelta di Dio. La morte non è più mortale e la vita è già eterna. Chiunque vive e crede in me non morirà in eterno (Gv 11,26). E se debbo partire, da lassù, più che mai, veglierò su di voi!

Vi amo tutti e vi abbraccio ciascuna e ciascuno. »

Poi, nella sua ultima lettera alla comunità, scrisse:

«La gioia del Signore è il nostro baluardo (Ne 8,10). Siamo dunque delle gioiose sentinelle che risvegliano sulle mura del Signore e di Gerusalemme!

Vi abbraccio con grande affetto e vi benedico +.»

(Lettera del 30.01.2013)

E continua tuttora a benedirci col dolce affetto di chi conosce il cuore di Dio!

 

 

giovedì 14 febbraio 2019 - Santi Cirillo e Metodio C - At 13,46-49 – Lc 10,1-9 - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel

 

Oggi siamo testimoni dell’invio in missione di 72 discepoli,

70 o 72… come le 70 o 72 nazioni pagane elencate nel capitolo 10 della Genesi.

È quindi un invio che già preannuncia la missione verso tutti i popoli della terra.

Il Vangelo non è mai un dono che si può tenere per sé:

è per sua natura da condividere con gli altri,

con chi è diverso.

 

Quest’invio ci indica pure che la missione non è riservata ai Dodici.

Ogni discepolo è un missionario.

Come dice Papa Francesco, sulla scia di Hans Urs von Balthasar: «Siamo una missione».

 

Guardiamo in che consiste la missione.

La prima cosa è la preghiera!

«Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!» (Lc 10,2):

devi subito capire che tu, da solo, non basterai mai per la missione,

che la tua comunità non basterà mai.

«La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai!» … fa parte della natura della missione.

Avrai sempre bisogno del fratello, della sorella, dell’altra comunità,

come si vede pure nel racconto della pesca miracolosa. (Lc 5,1-11)

La missione non può mai essere un’avventura solitaria,

un eroismo individuale.

Occorrono quindi preghiera e apertura del cuore alla collaborazione…

 

Poi c'è lo svolgersi della missione.

Con che cosa comincia Gesù?

Con il contenuto della predicazione,

con l’elenco di tutte le cose da sapere, da portare, da organizzare? No!

Comincia con: «Spogliati!»

«Non portare borsa, né sacca, né sandali…»(Lc 10,4)

E non perder tempo a salutare gli amici… bisogna partire! Andarsene!

«Non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada!» (ibidem)

Abbi il coraggio di partire povero e disarmato,

e di lasciare gli orizzonti conosciuti,

di partire veramente verso l’altro,

verso chi non è della tua famiglia, della tua tribù, della tua lingua, della tua cultura…

Come «Cirillo e Metodio, fratelli, greci, nativi di Tessalonica,

che prima si recarono ad evangelizzare i Cazari della Crimea.

E poi intrapresero la missione nella Grande Moravia

tra i popoli che abitavano allora la penisola balcanica e le terre percorse dal Danubio.

E, per corrispondere alle necessità del loro servizio apostolico in mezzo ai popoli slavi,

tradussero nella loro lingua i libri sacri a scopo liturgico e catechetico,

gettando con questo le basi di tutta la letteratura nelle lingue dei medesimi popoli.

Al punto che sono considerati non solo gli apostoli degli slavi

ma anche i padri della cultura tra tutti questi popoli.» (Giovanni Paolo II, Egregiae Virtus)

 

Quindi occorrono povertà di mezzi e vera partenza verso l’altro, il diverso.

 

Segue poi il concreto della missione, quando arrivi presso l’altro.

Da che cosa comincia Gesù?

Dai tuoi pasti!

«Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno.» (Lc 10,7)

Gesù non dice di tenersi a distanza dalla gente

perché non è ancora evangelizzata,

né che potrebbe recare danno alla tua purezza!

È tutto il contrario: dice di lasciarsi invitare dalla gente,

di mangiare e bere a casa loro.

L’evangelizzazione passa attraverso un contatto umano,

un mangiare e bere insieme.

Non entri nella casa preoccupato della tua purezza,

ma entri offrendo il dono della pace,

la pace di Gesù, il vero «shalom» che è la riconciliazione con Dio

che viene dalla Pasqua di Gesù.

 

E Gesù chiede di «non passare da una casa all'altra» (ibidem):

si tratta, cioè, di stabilire vere relazioni,

non di fare i professionisti della missione.

 

Allora si potranno guarire i malati e

si potrà dire alla gente del paese: «Si è avvicinato a voi il regno di Dio». (cfr Lc 10,9)

Ma per poter guarire i malati,

bisogna ascoltare le persone, capire la loro storia, aver compassione,

empatia per loro, per i drammi della loro vita.

E per dire loro che «il Regno di Dio si è fatto vicino a loro» (cfr Lc 10,11),

bisogna conoscere la loro lingua,

bisogna essere compresi.

 

In breve, non puoi annunciare il Vangelo se non ti avvicini alle persone,

se non stabilisci legami di solidarietà con loro,

se non parli la loro lingua.


Basta pensare a cosa fecero Cirillo e Metodio

per poter comunicare con i popoli slavi.

La medesima cosa avrebbero fatto poi i Gesuiti in America del Nord,

imparando le lingue dei popoli amerindi,

o lo stesso Charles de Foucauld che scrisse un dizionario, raccolse poesie, …

per avvicinarsi ai Tuaregh.

 

E noi, fratelli e sorelle…?

Siamo pronti a partire verso l’altro poveri e disarmati?

Siamo pronti a superare le frontiere della nostra cultura?

Siamo pronti ad imparare le lingue del mondo di oggi?

 

Signore, Tu conosci i nostri cuori.

Aiutaci ad andare oltre le abitudini, i blocchi culturali, le paure

che ci impediscono di vivere la missione che ci affidi.

Aiutaci ad imparare le lingue nuove dei giovani,

a capire, a discernere, a meravigliarci di quello che semini nella Tua divina libertà.

Portaci sulla via dell’incontro vero con chi è diverso,

perché Tu stesso, Tu aspetti quell’incontro

per rivelarti agli altri e a noi in una maniera nuova.

Dacci il coraggio di essere poveri e disarmati

dinanzi all’altro, perché avvenga il vero incontro

in cui scopriremo il Tuo volto, in un modo che non avremmo mai potuto immaginare.

 

Maria, Stella della nuova evangelizzazione e Madre del Bell'Amore,

prega per noi!

 

 

Domenica 10 febbraio 2019 - V Domenica T.O. - Is 6,1..8 – 1 Co 15,1-11 – Lc 5,1-11 - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel

 

Quel giorno ricevettero una formidabile lezione privata di teologia pastorale!

Fu un giorno in cui gli apprendisti apostoli dovettero imparare molto

sull’arte della missione.

 

Allora … quale sarà il contesto, quello vero, quello realistico, della missione?

Sarà come una mattina dopo una notte intera di pesca infruttuosa e penosissima.

Comincerà con il lasciarsi disturbare.

Volevano lavare le reti e andarsene, tornare a casa.

Ed ecco, Gesù, di sua iniziativa, sale sulla barca vuota di Pietro

e chiede di esser portato a breve distanza dalla sponda per poter predicare.

 

La missione comincia subito dopo con un lungo ascolto della Parola.

Si devono lasciare le cose urgenti da fare

e si deve ascoltare il Signore, la Sua Parola, la Sua rivelazione del Regno di Dio.

Si scopre un altro mondo in mezzo al mondo;

un altro modo di stare al mondo,

tutto centrato sull’amore per Dio e sull’amore reciproco,

che sono un’unica cosa.

 

Poi la missione assume concretezza, richiede un impegno, una partenza.

E lì, avviene quello che ci spiazza totalmente.

«Prendi il largo», cioè: «va avanti verso le acque profonde»

«e gettate le vostre reti per la pesca». (Lc 5,4)

Ma che senso ha questo?

Non è l’ora della pesca.

Il lago di Gennesaret è un lago molto profondo,

50 o 60 metri, si dice,

e a quell’ora i pesci sono in fondo al mare.

 

C’è, nella missione, il momento in cui sembra insensato quello che Gesù ci chiede!

I pesci sono troppo in profondità,

non li raggiungeremo mai.

Gli uomini di oggi sono troppo immersi in una cultura senza Dio,

non li raggiungeremo mai.

Perché sprecare energie per una missione impossibile?

Rimaniamo tra noi, in ciò che sappiamo fare e con chi conosciamo già!

 

Ecco quello che ha detto di recente il nostro Arcivescovo,

facendo una rilettura del cammino sinodale diocesano:


«Dobbiamo fare una grande operazione culturale:

attrezzarci per capire il nostro tempo,

per andare al di là della percezione del fenomeno

di fronte al quale ci troviamo spauriti

per andare a decifrarlo,

a coglierne le potenzialità sia in positivo che in negativo.

Questa fatica a leggere il cambiamento fa sì che ancora serpeggi tra di noi,

almeno in alcuni, l’illusione che si possa fare ancora manutenzione dell’esistente,

che basti qualche aggiustamento di quel che è stato così nei nostri tempi.

Ci si rifugia dicendo che ancora possiamo reggere, magari con qualche ritocco.

Ma questo significa non accettare che siamo in un cambiamento d’epoca.

Se si pensa che si tratti di piccoli cambiamenti,

si pensa anche che basti fare piccoli adeguamenti per risolvere i singoli problemi,

ma che l’impianto è ancora buono:

c’è solo da turare qualche falla.

Una percezione tanto falsa quanto illusoria.

Il compito del discernimento dei tempi che viviamo è invece tutto di fronte a noi.»

(Intervento al Consiglio Pastorale diocesano del 23.11.2018)

 

Se Pietro e i suoi compagni fossero rimasti vicino alla sponda del lago,

non avrebbero mai fatto l’esperienza della vera fecondità missionaria.

Hanno obbedito!

Si sono fidati!

Meglio: Pietro si è fidato, e gli altri si sono imbarcati con Pietro.

Cosa dice Pietro?

«Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla;

ma sulla tua parola getterò le reti» (Lc 5,5)

«Sulla tua Parola»…

Ecco il segreto della missione:

quello che dirige i nostri passi, che ispira le nostre scelte,

è la Parola di Gesù!

Gesù, cosa ci chiedi oggi?

La nostra bussola non sarà più: «Si è sempre fatto così alla Badia!»,

ma «La tua Parola, Signore» …

 

Qual è il frutto di questa obbedienza luminosa?

«Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano.» (Lc 5,6)

Sapete quale verbo usa Luca per dire «e presero…» ?

Il verbo è «sunekleisan», letteralmente «chiamarono insieme»

cioè essere Chiesa insieme, essere chiamati insieme

Quando si ubbidisce alla Parola, capita che i pesci irraggiungibili nelle “profondità” del mondo

si ritrovano con noi a fare Chiesa!

 

E fu «una quantità enorme di pesci»

Una quantità tale che hai bisogno dell’altra barca, (cfr Lc 5,7)

cioè del fratello, dell’altra comunità, …

Anzi è indispensabile che tu rompa con il campanilismo,

altrimenti perderai tutta la pesca!


Bene… questa è la lezione di teologia pastorale!

Ma segue un’altra lezione,

una lezione più intima, che viene ad investirci!

Cosa avvenne quando Pietro si rese conto dell’accaduto?

«Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo:

"Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore."» (Lc 5,8)

Non è che Pietro fosse un grandissimo peccatore …

Ma Pietro si trova spiazzato,

prova un immenso disagio interiore davanti alla santità di Gesù…

«Ma come puoi stare così vicino a me?

È impossibile che tale santità mi sia così intima!

È impossibile che un tale amore mi sia così vicino!

Ma impossibile!!

Allora, vattene Gesù, te ne prego…

Per favore»…

 

Carissimi, la missione, la sequela di Gesù, richiede questo momento,

questo passaggio vitale.

Ci vuole quel momento che conobbe pure il profeta Isaia:

«Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono

e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito;

eppure i miei occhi hanno visto il re, il Signore degli eserciti» (Is 6,5)

 

«Non posso essere così intimo a Dio!

Aiuto!»

 

Ma è in quel momento che si diviene discepoli!

Quando l’Angelo del Signore ti purifica le labbra, (cfr Is 6,6-7)

quando Gesù ti dice:

«Non temere; d'ora in poi sarai pescatore di uomini» (Lc 5,10)

Non temere; d’ora in poi, prenderai degli uomini vivi!

Non temere l’intimità con me perché sono io a purificarti!

Non temere la fecondità che io darò al tuo, al vostro operare, in obbedienza alla mia Parola.

 

Un esempio stupendo di questa obbedienza,

di questo SI all’intimità bruciante di Dio, è Paolo.

Avete sentito la sua confessione nella seconda lettura di oggi?

«Ultimo fra tutti, Gesù apparve anche a me, come a un aborto.

Io infatti sono il più piccolo tra gli apostoli

e non sono degno di essere chiamato apostolo perché ho perseguitato la Chiesa di Dio.

Per grazia di Dio, però, sono quello che sono,

e la sua grazia in me non è stata vana.

Anzi, ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me.» (1Cor 15,8-10)

 

È splendido!

Paolo non dice: «Sono un aborto, sono un ex-persecutore

quindi sto zitto, non faccio nulla, e mi nascondo dall’ira di Dio!»

No!

Si apre alla Grazia!

Si apre alla Misericordia!

Non trascorre la sua vita a ripensare ai propri peccati!

Guarda a Gesù e non al proprio ombelico,

e si lascia invadere dalla Grazia!

 

Carissimi, la meta è questa:

che, arrivando nel “mondo nuovo”, possiamo dire al Signore:

«Ecco, Gesù, la tua grazia in me non è stata vana!

La tua grazia in me ha fatto cose splendide!»

«"Signore, mi hai consegnato cinque talenti;

ecco, ne ho guadagnati altri cinque".

"Bene, servo buono e fedele - gli disse il suo padrone -,

sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto;

prendi parte alla gioia del tuo padrone".» (Mt 25,20-21)

 

venerdì 8 febbraio 2019 - IV settimana TO - Eb 13,1-8 – Mc 6,14-29 - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel


 

Beato Giovanni!

Beato, perché è andato fino in fondo nella propria vocazione.

 

Aveva intuito che Gesù «doveva crescere; lui, invece, diminuire» (cfr. Gv 3,22-30)

Aveva capito che l’amore l'avrebbe portato ad una diminuzione di sé,

ad una forma di annullamento.

Ed è andato fino in fondo:

è stato decapitato nella prigione di Erode,

in seguito ad una promessa insensata in un banchetto più che mondano,

ad una danza senz’altro di inebriante sensualità,

ed all'aspro rancore di Erodiade.

Lo stesso Erode ne fu «molto triste». (Mc 6,26)

 

Giovanni è andato fino in fondo nell’amore,

nella testimonianza a Gesù, che era il senso della sua vita.

Voleva dare tutto, perché Gesù potesse essere riconosciuto.

E tutto ha dato.

 

Chiara Lubich scrive così:

«La differenza che passa fra Cielo e terra

è che in Cielo, la Vita Nuova nasce dalla Vita,

mentre in terra nasce dalla morte, dal dolore.

Per questo, amato il dolore,

sulla terra tutto è fatto,

tutto è trasformato in Paradiso.»

E ancora:

«Ove si spegne l’anima

(con ogni lume d’intelletto,

ogni atto di volontà,

ogni ricchezza di ricordo),

ivi è Dio con la Sapienza.»

 

Quel che appare ai nostri occhi come una morte orribile

è il grande, il supremo dono di sé del Battista, del«Più grande tra i figli nati da donna.»(cfr. Lc 7,28)

«Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici.»(Gv 15,13)

«Dare la sua vita per i propri amici»,

letteralmente, «deporre la propria anima per chi si ama».

 

Giovanni lo fece nella prigione di Macheronte,

ma l’aveva già fatto fin dalla sua partenza per il deserto.

Gli anni nel deserto educarono la sua anima

al “semi-buio” dell’anima che si disfa delle proprie certezze,

dei propri sentimenti,

della propria fede,

per entrare nel «nada» dell’amore.

 

E oggi, Giovanni ci chiama su quella stessa strada.

Dal cielo rinnova la sua testimonianza:

«Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo» (Gv 1,29)

e, quindi, tu puoi morire d’amore;

la morte non è più mortale;

il peccato ha perso il suo potere;

Il «nada» si apre sull’eternità divina…

Non temere…

 

Non temere quello che la Lettera agli Ebrei chiama filadelfia e filoxenia.

Infatti il capitolo tredicesimo comincia in questa maniera:

«Fratelli, l'amore fraterno resti saldo. Non dimenticate l'ospitalità» (Eb 13,1)

letteralmente «La filadelfia rimanga, la filoxenia non dimenticate!»

L'amore fraterno, l’amore per i fratelli, sia vivo in te,

sia ardente.

Ma non ti basti mai:

non dimenticare la filoxenia, cioè “l’amore per lo straniero”.

 

Il «nada» interiore, che si traduce in generosità ed ospitalità,

non si spenga né per il fratello né per lo straniero.

 

Qualche versetto dopo, torna il verbo filein:

afilarguros sia il tuo comportamento,

cioè sia “non amoroso del denaro”,

non sia avido, non sia bramoso… (cfr. Eb 13,5)

 

Non farti un tesoro terreno quaggiù.

Il tuo tesoro sia l’apertura del cuore,

che fa spazio al fratello, quello vicino, come quello straniero.

 

Tesoro è il «nada» che ti apre a Cristo.

Tesoro è il “vuoto d’amore” che ti rende ospitale all’altro.

Unico tesoro della tua vita è Cristo:

è essere con Cristo annientato, abbandonato,

per essere con Cristo nella gloria,

cioè nella comunione, quella che non ha misura umana,

e che corrisponde alle vere dimensioni del tuo cuore.

 

 

martedì 5 febbraio 2019 - IV settimana TO - Eb 12,1-4 – Mc 5,21-43 - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel
 

«Non avete ancora resistito fino al sangue nella lotta contro il peccato.» (Eb 12,4)

È vero, c’è da lottare contro il peccato…

Ma, in questa lotta, non siamo soli.

L’autore della Lettera agli Ebrei ci ha offerto un lungo elenco

di testimoni della fede da cui siamo circondati,

da Abele ai martiri ebrei degli ultimi secoli prima di Cristo.

 

E noi possiamo aggiungere i tanti testimoni della fede da venti secoli,

tra cui Agata di cui facciamo memoria oggi.

Gli Atti del suo martirio sono impressionanti.

Si racconta che Quinziano, pretore della Sicilia, dopo aver tentato invano

di indurre la nobile vergine Agata alla lussuria,

la chiamò in tribunale e con tono benigno le chiese:

«Come mai tu che sei nobile ti abbassi alla vita umile e servile dei Cristiani?»

«Perché,» ella rispose, «sebbene io sia nobile, tuttavia sono schiava di Gesù Cristo.»

«Ed allora», continuò il giudice,« in che consiste la vera nobiltà?»

«Nel servire Dio» fu la bellissima risposta di Agata.

E nell’ora della morte da martire, Agata pregò cosi:

«Signore mio Dio, che mi avete protetto fin dall'infanzia

ed avete estirpato dal mio cuore ogni affetto mondano e mi avete dato forza nei patimenti,

ricevete ora in pace il mio spirito.»1

 

Tanti, tanti testimoni ci circondano e ci incoraggiano.

Sono i nostri tifosi nel cielo!

 

Ma ancora più prezioso per noi, ci dice la Lettera agli Ebrei,

è «tenere fisso lo sguardo su Gesù».

Guardare a Gesù.

Non perderLo di vista.

Tenere l’occhio del cuore fisso su di Lui!

Egli, dice la stessa Lettera, è Colui «che dà origine alla fede e la porta a compimento». (Eb 12,2)

La tua fede ha un’origine: Gesù.

Ed un compimento: Gesù!

La fede ci viene da Gesù e ci porta a Gesù!

 

Guardiamo a Gesù, che, «di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi,

si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio.» (ibidem)

Non volle la gioia di una gloria umana.

Non fuggì la vergogna estrema della croce.

Per te, per me, per noi, per tutti.

«Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé

una così grande ostilità dei peccatori,

perché non vi stanchiate perdendovi d'animo». (Eb 12,3)

 

Guarda a Gesù. Pensa a Lui.

E, guardandoLo, potremo fare come la donna malata di perdite di sangue del Vangelo odierno.

Quando Gesù si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?»,(Mc 5,30)

questa donna non fuggì.

Non si nascose, benché avesse desiderio di non esser vista…

«impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto,

venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità.» (Mc 5,33)

 

Dire a Gesù tutta la verità…

Magnifico, questo!

Cosa avrà detto?

Avrà raccontato la sua storia.

Quei dodici anni di umiliazioni:

l’umiliazione fisica,

l’umiliazione sessuale,

l’impurità legale.

L’essere stata una persona non più persona.

L’essere la rigettata, l’impura, …

E l’aver speso invano tutti i suoi averi senza alcun giovamento.

Nessuno aveva potuto guarirla.

 

E, ora, il suo gesto.

Il coraggio di rischiare di rendere impuro Gesù,

ma toccò solamente il lembo della sua veste.

 

E la fede, sì la fede… Quel Gesù mi può guarire.

Non mi rigetterà.

Non mi maledirà.

Mi guarirà!

 

Ed è quello che avvenne, e che ora ella confessa.

Dinanzi a tutta la folla, incluso il capo della Sinagoga Giairo,

ella confessa la meraviglia che Gesù ha fatto per lei.

Gli dice «tutta la verità.»

 

Carissimi fratelli e sorelle,

anche noi diciamo a Gesù tutta la verità!

DiciamoGli, raccontiamo a Gesù tutto ciò che ha fatto per noi.

Tutto!

Tutta la verità.

E la verità della tua vita è bella.

Bella per tutta l’opera di Gesù in te.

 

Non dimenticare i particolari, i dettagli,

perché per Gesù, non sono dettagli….

È stato sempre attento alla tua vita.

RaccontaGli…

Diamo a Gesù la gioia di riconoscere

le mille attenzioni del Suo Amore per noi.

Specialmente come Egli ha trasformato le nostre prove in incontro con Lui;

le nostre ferite in apertura all’Amore;

i nostri peccati nel luogo in cui Egli ci ha rivelato l’Amore vero…

 

Tutta la verità del Suo Amore per te…

Ed Egli ti dirà: «Figlia, figlio, la tua fede ti ha salvata/o.

Va' in pace e sii guarita/o dal tuo male».(Mc 5,34)

 

1 Cfr. https://www.santodelgiorno.it/sant-agata/

 


venerdì 1 febbraio 2019 - III settimana del T.O. -
Eb 10,32-39 – Mc 4, 26-34 - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel


Entrambe le letture oggi ci parlano di vita!

Della vita che cresce in noi… la vita del Regno.

 

L’autore della Lettera agli Ebrei ci invita ad aprire gli occhi

e a vedere come la vita già ha operato ed opera in noi:

«Richiamate alla memoria quei primi giorni:

dopo aver ricevuto la luce di Cristo,

avete dovuto sopportare una lotta grande e penosa…» (Eb 10,32)

È vero che noi tutti abbiamo attraversato lotte, combattimenti, prove.

Non sono state le stesse della comunità alla quale è rivolta questa lettera,

però ci sono state, vero?

 

Cosa ci ha permesso di attraversare prove e lotte?

«Avete accettato con gioia di essere derubati delle vostre sostanze,»

Come?

«sapendo di possedere beni migliori e duraturi». (Eb10, 34)

Non è vero che la speranza ci abita?

La certezza che Dio prepara qualcosa di più bello per tutti noi...

anzi, che Dio è appassionatamente desideroso

di accoglierci tutti insieme nella Sua divina felicità!

 

Allora, dice l’autore della Lettera agli Ebrei,

«Non abbandonate dunque la vostra franchezza,

alla quale è riservata una grande ricompensa.

Avete solo bisogno di perseveranza,

perché, fatta la volontà di Dio, otteniate ciò che vi è stato promesso.» (Eb 10, 35-36)

 

Facciamo nostra quindi la decisione proposta in questa lettera:


«Noi però non siamo di quelli che cedono, per la propria rovina,

ma uomini – e donne - di fede per la salvezza della nostra anima.» (Eb 10, 39)

 

Ecco: la chiave è la perseveranza, la «upomonè»,

la capacità di dimorare nella via della vita

anche quando ci sono avversità, ostilità o persecuzione.

 

Ma la perseveranza non è uno stringere i denti e dover riuscire con le sole proprie forze!

E qui ci viene in aiuto il Vangelo!

Come sono preziose queste due parabole!

 

In entrambe si tratta della realtà del Regno,

cioè della vita nuova

che comincia a scorrere dentro le nostre vene il giorno del nostro Battesimo.

La vita di Gesù!

«L’Amore di Dio riversato nei nostri cuori». (Rm 5,5),

una sovrabbondanza di amore, di pazienza, di misericordia

che scopriamo in noi.

 

È in noi… ma non viene da noi!

Ne siamo sorpresi, spiazzati, quando la vediamo sia in noi, sia negli altri.

È come una vita nella nostra vita!

 

La prima parabola ci dice una cosa essenziale.

Questa vita nuova bisogna che sia seminata in noi.

E qui è necessario il sì del nostro cuore.

Bisogna aprire il profondo del cuore perché il seme penetri in noi.

Ci vuole un cuore ferito.

Un cuore che non sia una pietra fredda, un blocco di marmo, ma un cuore di carne.

Un cuore che accetti la propria umanità¸

con tutte le sue complessità ed ambiguità…

che non rimanga attaccato ad un'immagine ideale e orgogliosa di sé stesso.

Un cuore anzi, lavorato, rovesciato come si rovescia la terra per gettarvi il seme.

 

Ma quando il seme è stato accolto, cresce!

E tu non capisci come!

Esattamente come nell’antichità un contadino non sapeva spiegare

in che modo dal chicco di grano potesse nascere lo stelo...

Cresce in te… in un modo misterioso.

 

È L’amore di Dio che cresce in noi,

che man mano dà forma, trasforma, converte, abbellisce

le nostre facoltà umane…

E non capisci come…

È troppo bello questo, no?

 

L’altra parabola ci dice la discrepanza

tra la dimensione del seme, del granello di senape, e l’albero che ne nasce!

Sembra impossibile…

E la parabola infatti va oltre la realtà della natura stessa.

Perché è così!

La sproporzione tra il seme che è l’umiltà della Parola,

dell’Eucarestia, dei sacramenti o del sussurrare di Dio nel nostro cuore,

e il frutto che produce,

è immensa!

 

Non cerchiamo Dio negli effetti speciali o nelle grazie più appariscenti!

Non ce n'è bisogno!

Il seme più piccolo, se è di Dio, è capace di trasformare

la tua esistenza in una grande pianta,

ove tanti uccelli, cioè tante anime,

verranno a trovare ombra, cioè amore e verità!

 

Che splendida parabola, anche questa!

Che speranza per tutti noi!

Non c’è bisogno di essere bravi, eroici, perfetti…

C’è solo bisogno di accogliere nel profondo del cuore

il seme che trasforma la nostra vita, perché è un seme divino!

 

Carissimi,

lasciamo che la vita cresca in noi,

perseverando, sì, nell’amore e nella verità;

fidandoci del misterioso lavorio di Dio dentro di noi;

e anelando ad essere quella grande pianta che dà gioia agli altri!

 

L’inventività divina non è spenta!

Dio vuole fare cose nuove nella nostra vita…

Occorre dire di SI a questo sovrappiù di vita

che ci viene di nuovo offerto nella Eucarestia!

 

Divina Ostia,

Presenza viva del Signore della Vita,

Tu sei il seme che l’anima nostra desidera.

Vieni, e penetra fin nel profondo del nostro cuore

affinché tante anime, come uccelli, ti possano trovare in noi!

Amen.

 

 


giovedì 31 gennaio 2019 -
III settimana del Tempo Ordinario - Eb 10,19-25 – Mc 4, 21-25 - San Paolo, Pistoia - f. Antoine-Emmanuel

 

Oggi Gesù ci parla di una lampada,

una lampada che «viene». (Mc 4,21)

Una lampada che arriva,

che ti viene consegnata.

E dice che, ovviamente, quando ricevi una lampada fatta per illuminare la stanza,

non la metti sotto un armadio o sotto un letto.

La metti su un supporto, un candelabro, così che possa illuminare la casa.

Cosa vuol dirci il Signore?

 

Guardiamo: questa immagine ci viene data

subito dopo la Parabola del seminatore (Mc 4,1-9)

in cui si tratta del modo col quale accogliamo la Parola,

ora che il Seminatore, Gesù stesso, è «uscito» dal Padre per seminare. (Gv 16,28)

 

Cos’è questa lampada accesa che viene a te?

È il dono che ricevi quando accogli la Parola!

Ogni volta che accogliamo seriamente, veramente, la Parola,

è come se ci venisse consegnata una lampada

capace di rischiarare la nostra vita e la vita di chi incontriamo.

 

Riservi un tempo per la lectio divina;

ascolti la Parola, la mediti, cerchi di capirne il senso;

poi tu lasci che la Parola possa donarti il Suo frutto di grazia.

Il tuo cuore ne è riscaldato.

Avviene un vero e proprio incontro con il Verbo di Dio.

E la tua lectio diviene preghiera, adorazione, unione col Signore.

Ebbene, in quel momento, una lampada ti è stata consegnata,

una lampada fatta per illuminare i tuoi passi

e per dare luce anche agli altri.

 

Ora la posta in gioco è questa:

di questa lampada che ne fai?

Finita la lectio oppure finito l’ascolto comunitario della Parola

nella liturgia o in una condivisione con altri,

che ne fai?

Sei stato colpito, il cuore si è riscaldato…

Bene!

Ma, quella Parola è fatta per illuminare, non per esser messa sotto l’armadio!

 

E a che condizione illumina?

A condizione che tu scelga di metterla in pratica!

«Non vi è infatti nulla di segreto che non debba essere manifestato», ci dice Gesù,

« e nulla di nascosto che non debba essere messo in luce.» (Mc 4,22)

Quello che il Signore ti sussurra nel cuore,

offrilo agli altri, vivendolo nella tua vita,

e, se necessario, anche con le parole.

 

Cristiano, la tua vita è fatta per parlare!

Per dire la Parola.

La tua vita è uno scrigno vivente, per far udire la Parola di Dio al mondo.

Tu sei una Parola di Dio.

Ed ogni ascolto della Parola ri-accende questa missione in te!

 

A patto che tu ascolti veramente,

cioè che scelga di obbedire alla Parola.

«Se uno ha orecchi per ascoltare, ascolti!» ci dice Gesù!

Ed aggiunge: «Fate attenzione a quello che ascoltate.» (Mc 4,23-24)

Se ascolti, ma non metti in pratica,

la Parola diverrà vuota per te, non ti parlerà più,

e la tua anima diverrà terra arida,

perché «a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha.» (Mc 4,25)

 

«Con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi; anzi, vi sarà dato di più.

Perché a chi ha - cioè a chi ascolta -, sarà dato.» (Mc 4,24)

Il Signore ci dona «grazia su grazia», (Gv 1, 16)

cioè a chi apre il cuore, dà sempre di più.

Dio attira sempre di più in Lui chi si lascia istruire da Lui.

 

Facciamo un esempio.

Oggi, attraverso la Lettera agli Ebrei, il Signore ci dice tre cose essenziali:

la prima è che «abbiamo piena libertà di entrare nel cuore di Dio per mezzo del sangue di Gesù»:

vi è ormai una «via nuova e vivente»

che Gesù «ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne». (Eb 10,19-20)

Possiamo quindi accostarci a Dio,

andare verso il Padre.

La via non è più chiusa, murata, … è aperta.

 

Poi il Signore ci rivolge una doppia chiamata:

«Prestiamo attenzione gli uni agli altri, per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone.» (Eb 10,24)

Basta con la competizione, basta con il chiacchiericcio, basta con lo sguardo di giudizio sugli altri…

Si tratta al contrario di prestare attenzione gli uni agli altri nella compassione,

nell’amore,

avendo come desiderio la felicità, la santità degli altri.

È così che si entra in Paradiso.

Non vi si entra distruggendo la reputazione degli altri e primeggiando,

bensì avendo a cuore la gioia e la salvezza degli altri più della nostra!

 

La seconda chiamata è pure chiara.

«Non disertiamo le nostre riunioni, come alcuni hanno l'abitudine di fare,

ma esortiamoci a vicenda, tanto più che vedete avvicinarsi il giorno del Signore.»(Eb 10,25)

È chiaro che vediamo avvicinarsi il giorno del Signore,

a tal punto il nostro mondo è malato.

E quindi non è l’ora di disertare la liturgia e gli incontri di preghiera.

Al contrario: «Non disertiamo le nostre riunioni, (…) ma esortiamoci a vicenda.»

Che bello!

Ci ritroviamo in chiesa per «esortarci a vicenda»,

per incoraggiarci, per sostenerci nel cammino….

 

Carissimi, che faremo di questa lampada accesa che ci viene offerta questa sera?

La piena libertà di entrare nel cuore di Dio;

Il prestare attenzione gli uni agli altri nella compassione;

l’incoraggiarci a vicenda.

 

Non sono soltanto delle indicazioni, dei precetti che poi dobbiamo realizzare con le nostre forze!

Non è una lampada spenta!

No! È una lampada accesa!

La Parola di Dio, quando ci comanda qualcosa

ci dà pure la grazia di cui abbiamo bisogno per compierla.

Ma va messa in pratica.

 

Che farai di questa luce?

 

Vai a dare luce a chi si trova senza luce ed aspetta proprio te!

Ricordati di Anania… c’era un Saulo che aspettava la luce!

Ci sono non pochi Anania attorno a te ... Aspettano!

 

 

Domenica 27 gennaio 2019 - Ufficio dei Vespri - Parrocchia di S.Piero in Palco a Firenze - 1 Cor 12,12-30 f. Antoine-Emmanuel

Fraternità Monastiche di Gerusalemme

 

Innanzitutto, grazie per la vostra accoglienza!

Siamo venuti per amicizia, per uno scambio di doni.

 

Voi avete ricevuto il dono della comunità parrocchiale, della missione,

della vicinanza alla gente del territorio a voi affidato.

Avete questa bella chiamata all'universalità:

non si viene in parrocchia per una scelta “sentimentale”.

E non vi si accoglie solo chi risponde ai propri gusti...

 

Noi abbiamo ricevuto il dono della vita monastica,

il dono di consacrare la nostra vita

a cercare e gustare Dio nel cuore del mondo.

Con la chiamata ad offrire un’oasi di preghiera monastica a tutti gli assetati che vengono.

 

Non è difficile per noi riconoscerci nel membro più piccolo del corpo ecclesiale,

di cui Paolo ci ha parlato nella lettura appena ascoltata.

Siamo una piccola comunità, con una storia di solo pochi anni,

...e chiamati ad amare l’umiltà...

 

Ed è questa piccola comunità che vi fa visita

per vivere insieme ciò che S. Paolo ci ha appena detto:

prendersi cura gli uni degli altri.

 

Questa sera, vorremmo offrirvi quello che abbiamo di più prezioso: la preghiera.

Un grande dono della vita monastica è di vivere una vita strutturata

in modo tale da poter dedicare molto tempo alla preghiera.

 

Non tanto a dire delle preghiere, ma a pregare,

a vivere l'incontro con Dio che, certo, può passare attraverso le parole,

ma va oltre.

 

“La preghiera è un cuore a cuore con Dio

e non ha bisogno di grandi idee e di tante parole.

Deve condurti a poco a poco al puro ascolto

di Colui che ha le parole della vita eterna “(Libro di Vita di Gerusalemme, n.18)

 

La preghiera come ascolto

La preghiera come visitazione, che fa esultare di gioia il nostro cuore.

Non una preghiera disincarnata.

Non una preghiera per evadere dal mondo.

Anzi siamo servi dell'incontro tra Dio e il mondo:

da una parte per presentare il mondo a Dio,

dall'altra per destare nel mondo il desiderio di Dio.

 

La preghiera è un affare di cuore...oppure non è preghiera!

La vita monastica stessa è un'avventura amorosa.

A Gesù Sposo si vuole dare tutto,

lasciando a Lui, però, la libertà di darci il centuplo, come vuole Lui.

 

Per noi la vita monastica non è una realtà formale,

si vive innanzitutto nel cuore.

O sei monaco, monaca nel cuore o non lo sei affatto!

 

Ora vi faccio una confidenza: credo che noi non siamo in questa chiesa i soli monaci.

Non è che anche voi portate nel cuore un desiderio “monastico”?

Non è che avete sete di una vita unificata dalla passione per Dio?

Non vi attira talvolta l'essere solo a solo, cuore a cuore con Dio?

Nel fondo dell'anima, non siete anche voi un po' monaci?

Innamorati di Dio?

Innamorati dell'Amore?

 

Com'è bello, com'è luminoso, il santuario del profondo delle nostre anime.

Il nostro fondatore, P. Pierre-Marie era solito dire che

“nel cuore di tutti, anche di chi ha commesso i più gravi peccati,

c'è una parte verginale... un diamante...”

 

Ecco, lì, tutti siamo monaci.

Cioè siamo “uno” con Dio. E siamo “uno” gli uni con gli altri.

 

La vita monastica cerca, sì, la solitudine, ma in vista della comunione.

Essere monaco, monaca è essere uno:

uno con Dio,

uno gli uni con gli altri,

perché divieni una cosa solo con Gesù.

 

Che bella vocazione condividiamo tutti nel fondo del cuore!

 

 

Domenica 27 gennaio 2019 - III Domenica T.O. - Ne 8,2..10 – 1 Cor 12,12-30 – Lc 1,1-4 ; 4,14-21 - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel



 

Quella narrata nel vangelo di oggi

fu la prima visita di Gesù a Nazaret… e finì male.

Molto male!

Eppure Gesù aveva fatto quel giorno un grande dono ai suoi concittadini.

Lo si capisce quando si contempla Gesù che srotola attentamente il rotolo del Libro d’Isaia

che gli è stato consegnato da chi guidava la liturgia:

«Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia;

aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto:

Lo Spirito del Signore è sopra di me.» (Lc 4,17)

Gesù cercava quel passo che conosceva, l'inizio del capitolo 61 di Isaia.

Cercava quel passo che svelava, spiegava al meglio

il suo ministero, la sua missione.

Voleva fare agli abitanti di Nazaret il dono di sé stesso.

 

Il testo, letteralmente, dice che lo Spirito Santo è su Gesù,

perché il Dio d’Israele ha fatto due cose:

ha unto, ha consacrato, l’umanità di Gesù, per evangelizzare i poveri,

e l’ha inviato a prendersi cura dei prigionieri, dei ciechi e degli oppressi.

Gesù è stato consacrato ed inviato

È «colui che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo» come scriverà Giovanni. (Gv 10,36).

 

Per che cosa l’ha mandato?

Fin da quella predica a Nazaret, Gesù chiaramente rivela che il Padre

«non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo,

ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.» (Gv 3,17)

In Gesù si manifesta, come mai prima, la benevolenza del Padre, la Sua Misericordia,

cioè la potenza, la larghezza, l’immensità del Suo Amore.

 

Già Neemia nel suo discorso al Popolo d’Israele, diceva

Che «l’allegrezza di Dio è la nostra roccaforte», il nostro rifugio…(Ne 8,10)

E ormai l’allegrezza di Dio ha un volto: il volto di Gesù.

L’Amore di Dio, la tenerezza di Dio si è resa visibile,

ridando la speranza ai prigionieri , ai ciechi e agli oppressi.

 

Questo annuncia il Profeta Isaia e Gesù lo riprende chiaramente,

con un'espressione splendida:

è venuto, è stato inviato, per «proclamare l'anno di grazia del Signore» (Lc 4,19),

letteralmente: «un anno accogliente».

C’è dietro questa espressione la realtà dell’anno giubilare,

in cui tutti i debiti erano rimessi.

Era un anno tanto atteso dai poveri, dagli schiavi, dagli oppressi.

Luca definisce quest’anno col termine «accogliente».

Con la venuta di Gesù, si apre un tempo nuovo in cui Dio ci accoglie.

In Gesù si rivela l’apertura del cuore del Padre,

la sua attesa, il suo desiderio di accoglierci, di farci festa,

come Gesù racconterà nella Parabola del figlio minore accolto dal Padre.

 

Ma a questo punto è necessaria una precisazione.

La Buona Novella non è l’accoglienza di te, di me come individuo, solo, separato dagli altri,

una sorta di «happy end» egoista tra me e il mio Dio.

Tutto, nel Vangelo odierno, è al plurale:

i poveri, i prigionieri, i ciechi, gli oppressi...

Gesù non ci offre una strada privata verso il cuore del Padre,

né una camera singola nel Suo cielo!

Basta ascoltare l'insegnamento di Paolo nella seconda lettura odierna.

Quando ci lasciamo evangelizzare,

quando diciamo di sì alla tenerezza di Dio,

siamo come proiettati in una realtà comunitaria, fraterna, che spezza l’individualismo.

 

Il peccato è esaltazione dell’individuo, re di sé stesso.

La grazia è immersione nella comunione.

Paolo dice questo con forza…

Non dice che diventiamo come l’equipaggio di una nave.

Non dice che siamo come una famiglia.

Dice che diventiamo un corpo.

E non siamo «come» un corpo, ma siamo un corpo!

E non un corpo anonimo, non un corpo come metafora un po’ vaga…

Siamo il corpo di Cristo!

«Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo,

Giudei o Greci, schiavi o liberi.» (1 Cor 12,13)

Le opposizioni sociali le più forti, le più radicate nella mentalità, sono totalmente superate

dall’essere questo corpo, dall’essere il Corpo di Cristo.

 

Noi, qui, siamo un corpo.

Ognuno di noi è un membro prezioso,

un membro che certamente ha dei doni, delle competenze, dei carismi preziosi per il corpo intero,

ma è più di questo:

sei membro a causa di ciò che sei.

Il tuo essere stesso, la tua persona, la tua personalità è il dono prezioso che arricchisce il corpo.

A patto che tu faccia dono di te stesso, e non ti rinchiuda in uno sguardo negativo su di te.

È così che fa il diavolo per paralizzare il corpo…

 

Fermiamoci un po’ su questo.

Non è vero che nei secoli passati, il pensiero cristiano si è purtroppo centrato

sull’individuo e sulla sua salvezza particolare?

Ci siamo appassionati a dispute intellettuali sulla salvezza individuale.

Aggiungete poi il moralismo, il giansenismo, e le prediche sull’inferno,

e vedete come abbiamo aperto la strada al disprezzo della fede cristiana,

e all’esaltazione dell’individuo propria del pensiero contemporaneo.

 

Il dramma dell’Occidente oggi è anzitutto la solitudine…

Si lotta per ottenere delle leggi che esaltano il libero arbitrio e negano la legge naturale,

e ci si ritrova in una solitudine disperata, in un abisso di solitudine e di ansia.

 

Vi suggerisco di andare su internet e di cercare «gilet gialli» e «fraternità».

Vedrete apparire questo:

Une fraternité retrouvée.

Quand la fraternité se réinvente.

La fraternité malgré tout.

Retrouver la fraternité perdue.

Des gilets jaunes trouvent une famille sur des ronds-points.

 

Ecco il grido del nostro tempo… l’ansia di ritrovare la fraternità.

E l’impossibilità di ritrovarla perché ci siamo creati delle leggi, delle strutture, anzi una cultura

che ha messo l’individuo al centro di tutto, al posto di Dio.

Già i giovani «vanno in pensione con la pena della rassegnazione e del conformismo»

come ha detto Papa Francesco nella Via Crucis a Panama.

 

In questo contesto, come sono forti le parole di Gesù!

Egli è presente in mezzo a noi per proclamare ai prigionieri la liberazione

e rimettere in libertà gli oppressi.

 

Siamo prigionieri della cultura della sovranità dell’io,

ma Gesù è la nostra libertà.

 

E questa libertà si legge, si vede già, nell'impegno di tanti cristiani e non cristiani

che aprono dei solchi di solidarietà, di compassione, di rinnovata vita famigliare.

Lo Spirito Santo agisce con incontenibile libertà!

«Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va:

così è chiunque è nato dallo Spirito". (Gv 3,8)

Basta pensare a Erika e Rogelio, che hanno accettato di diventare genitori della piccola Ines

e di amarla con tutto il cuore, nonostante sia nata con handicap.

È la bambina che Papa Francesco ha accarezzato teneramente ieri a Panama,

dicendo ai genitori: “Voi avete creduto che il mondo non è soltanto per i forti”.

 

Carissimi, che tesoro e che responsabilità ci sono stati affidati!

Come ha detto Papa Francesco, siamo chiamati ad essere

«maestri e testimoni della cultura dell’incontro».

«Molte sono le membra, ma uno solo è il corpo.

Non può l'occhio dire alla mano: "Non ho bisogno di te";

oppure la testa ai piedi: "Non ho bisogno di voi".

Anzi proprio le membra del corpo che sembrano più deboli sono le più necessarie (…)

Dio ha disposto il corpo conferendo maggiore onore a ciò che non ne ha,

perché nel corpo non vi sia divisione,

ma anzi le varie membra abbiano cura le une delle altre.»

(1 Cor 12, 20-25)

 

Questa è la logica del Vangelo.

Questa è l’unica via per ritrovare la fraternità,

Anzi, è la via del Cielo!

 

 

venerdì 25 gennaio 2019 - Conversione di San Paolo Apostolo - Atti 22,3-16– Mc 16,15-18 - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel

 

La conversione di Paolo… ma che conversione?

Paolo non era un ladro né un mafioso dell’epoca né un corrotto…

Niente dei suoi scritti, potremmo dire, delle sue confessioni,

ci parla di lussuria o di amore per i soldi,

mentre non pochi farisei erano «attaccati al denaro» .(Lc 16,14)

 

Paolo, anzi, era un giovane formato nella prestigiosa scuola di Gamaliele,

un uomo di grandi convinzioni religiose,

profondamente attaccato alla Legge.

Non ignorava la fede cristiana, la cosiddetta «via» che seguivano i discepoli di Gesù.

Ne aveva capito l’importanza, al punto di accanirsi contro di essa per eliminarla.

Considerava la fede cristiana come un tumore

contro il quale si doveva lottare con ogni mezzo,

anche con la violenza fisica, anche con la tortura, anche con l’uccisione dei cristiani.

 

Ma Paolo non sapeva che il tumore l’aveva nel proprio cuore.

Stava lottando contro Dio.

Lottava contro l’Amore di Dio,

non accettando che Dio potesse prendere l’iniziativa di un compimento della Legge

che andasse oltre quello che lui, Paolo, poteva immaginare.

Lottava contro la gratuità dell’Amore di Dio,

non sopportando che la Salvezza non fosse il frutto dei meriti dell’uomo.

Lottava, se si può dire, contro la carne di Dio,

rifiutando assolutamente che il Dio d’Israele potesse farsi carne.

 

Lottava e questo rendeva il suo cuore sempre più duro.

Il tumore diventava sclerocardia… un’eccessiva durezza di cuore.

 

Nel terzo racconto della sua conversione negli Atti degli Apostoli,

Paolo si esprime cosi:

« Tutti cademmo a terra e io udii una voce che mi diceva in lingua ebraica:

"Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?

È duro per te rivoltarti contro il pungolo", in greco,

σκληρόν σοι πρὸς κέντρα λακτίζειν.”» (Atti 26,14)

 

Un pungolo è un bastone munito di puntale che può essere di ferro,

per stimolare le bestie da lavoro.

Gesù sta dicendo a Paolo che è duro,

è motivo di sofferenza il suo ribellarsi contro il pungolo.

 

Questo vuol dire che Gesù stava già “pungolando” il cuore di Paolo.

Lo chiamava, lo invitava alla conversione, lo invitava ad abbandonare la violenza…

Ma Paolo rifiutava.

Non voleva un pensiero diverso dal suo.

Non voleva il «pensiero di Cristo» che poi avrebbe accettato.

Non voleva lasciare la «sua» religione …

 

E, finalmente, ci fu il SI sul cammino di Damasco.

La conversione di Paolo non fu una semplice conversione morale.

Neanche una conversione solo intellettuale.

Fu una conversione di tutto l’essere.

Tutto il suo essere, fino ad allora rivolto contro Gesù, si volse verso Gesù.

La sua conversione fu la trasformazione del suo rapporto con Gesù,

e questo giunse ad influenzare, a cambiare tutti, tutti, gli aspetti della sua vita.

 

Accogliere Gesù nella propria vita non può mai essere

solo una questione di convinzioni o di condotta morale.

Ti prende tutto.

Ti cambia tutto.

È un terremoto interiore ed esteriore!

Perché Gesù è il Signore,

perché Gesù è l’Alfa e l’Omega della nostra vita,

perché Gesù è la Risurrezione e la Vita.

Il che avrebbe fatto scrivere a Paolo un giorno:

«Sono stato crocifisso con Cristo,

e non vivo più io, ma Cristo vive in me.

E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio,

che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me.» (Gal 2,19-20)

 

Carissimi, non è vero che anche noi siamo “pungolati” nel cuore da Gesù?

Non c’è una chiamata ad una conversione precisa che risuona nella nostra anima?

Un richiamo…

Un ritornello…

Una voce che si fa sentire in diversi modi?

 

Anche a te, a me, Gesù dice:

«È duro per te rivoltarti contro il pungolo!»

È ora di cedere.

È ora di lasciare cadere le nostre resistenze,

di dire il SI che il Signore aspetta da noi, senza rimandare a un domani…

«Sii dunque zelante e convertiti.

Ecco: sto alla porta e busso.

Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta,

io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me.

Il vincitore lo farò sedere con me, sul mio trono,

come anche io ho vinto e siedo con il Padre mio sul suo trono.

Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese.» (Ap 3,19-22)

 

 

martedì 8 gennaio 2019 - Ferie dopo l’Epifania - 1 Gv 4,7-10– Mc 6,34-44 - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel


 

A partire dal Natale del Signore, la Chiesa ci fa leggere la Prima Lettera di Giovanni,

che è come un inno all’amore reciproco!

E' come se, con la nascita del Bambino,

fosse sgorgato un fiume di Amore che va accolto!

La sorgente del puro Amore è ormai offerta alla nostra umanità.

Attraverso la Lettera di Giovanni,

la Parola di Dio, come spada affilata, vuole raggiungere il profondo del nostro cuore

per farci credere all’Amore.

Si… credere all’Amore!

Credere che l’Amore è possibile,

che l’Amore non è illusione,

che l’Amore non è peccato,

che l’Amore non è vietato,

che l’Amore ci viene donato!

 

Non è facile, perché siamo talmente abituati ad un'acqua inquinata,

che abbiamo paura dell’acqua pura!

 

Eppure è acqua pura che zampilla dal mistero dell’Incarnazione,

e Giovanni, che non cessa nella sua Lettera di insistere sulla verità dell’Incarnazione,

ribadisce ancora oggi:

«Carissimi, amiamoci gli uni gli altri».

Perché?

«Perché l'amore è da Dio.»

L’amore non è fuori legge, l’amore non disturba Dio.

L’amore è «da Dio».

Perdersi per l’altro, dare la propria vita, non è essere infedeli a Dio.

È ciò che Dio si aspetta da noi.

Anzi, «chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio.»(1Gv 4,7)

Se accogliamo il divino Bambino,

se ci mettiamo alla Sua scuola,

diventiamo capaci di un amore che ci sorprenderà!

 

Ma che cos’è l’Amore?

L’amore non è un'invenzione degli uomini,

non è «produzione propria» di nessuno di noi!

«Non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi.» (1Gv 4,10)

L’Amore è un fiume che ha in Dio la sua sorgente.

È l’Essere stesso di Dio… nientemeno!

E quando ci attraversa, fa dei danni!

Dei danni all’uomo vecchio, alle nostre paure, al nostro amor proprio!

L’Amore è Dio che «ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito,

perché noi avessimo la vita per mezzo di lui.» (1Gv 4,9)

È dare quel che hai di più prezioso, affinché l’altro abbia la vita.

E ancora?

L’Amore è Dio che «ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati.»(1Gv 4,10)

È dare quel che hai di più prezioso, perché l’altro sia reso libero da ogni male.

 

Ma l’Amore che il divino Bambino è venuto a gettare come Fuoco sulla terra

è anche amore reciproco!

L’Amore è accettare che l’altro dia quel che ha di più prezioso, affinché io abbia la vita.

L’Amore è accettare che l’altro dia quel che ha di più prezioso, affinché io sia reso libero da ogni male.

 

Mette tutto sottosopra!

Esattamente come avvenne per gli apostoli sull’altra sponda del lago

che essi speravano fosse tranquilla.

Quel giorno dovettero rinunciare al riposo meritato...

Anche Gesù lo considerava meritato!

Poi dovettero rinunciare a congedare la folla

e farsi servitori di un immenso picnic sull’erba.

Dovettero dare tutto ciò che avevano:

i loro cinque panni ed i loro due pesci… tutto! (cfr. Mc 6. 30-44)

Ecco l’Amore!

Ed il frutto dell’Amore è una folla che fa festa,

non solo che ha pane da mangiare,

ma che scopre la meraviglia della presenza di Gesù in mezzo a loro.

 

Carissimi, dal Presepe è nato un fiume.

Dall’Eucaristia zampilla lo stesso fiume in piena.

Un fiume che vuole riempire il nostro cuore e cambiare le nostre abitudini.

Un fiume più potente di tutti i nostri egoismi.

Il fiume del divino Amore!

Non temere l’acqua pura…

Viene dal Cielo…

 
 

  

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