sito delle Fraternità Evangeliche

di Gerusalemme di Firenze

 

                   OMELIE anno 2019

            Santa Maria Assunta alla Badia Fiorentina 

                                           

 

 

martedì 31 dicembre 2019 - Messa per la Pace - Is 32,15-20 - Col 3,12-15 – Mt 5,1-12 - Badia Fiorentina - fr. Antoine-Emmanuel


 

Non posso predicare in questa messa per la pace nel mondo

senza un grande dolore per le tante sofferenze

che attraversano la nostra umanità,

per le tante ingiustizie, per lo sfruttamento,

per le tante vittime il cui sangue grida ancora oggi

 

Penso ai rabbi del movimento hasidico che avevano una grande parresia,

per rivolgersi a Dio e per protestare dinanzi alla sofferenza umana.

Il rabbi Levi Yitzhak di Berdychiv, ad esempio, nato in 1740 in Galizia,

era solito dire che la festa di Yom Kippurim era una festa al plurale:

la richiesta di perdono doveva essere reciproca,

anche Dio doveva chiedere perdono.

Una volta, in questa festa, disse:

Oggi è giorno di giudizio, Davide lo proclama nei Salmi;

oggi tutti gli esseri sono davanti a Te perché tu possa rendere la tua sentenza,

ma, io rabbi Levi Yitzhak, dico e proclamo

che sei tu, Dio, che oggi sarai giudicato dai tuoi figli che soffrono per te,

che muoiono a causa di te per santificare il tuo nome, la tua legge e la tua promessa.”

Certamente non facciamo nostre le parole del rabbi,

ma la sua semplicità ci sprona ad essere pieni di schiettezza filiale

per gridare verso il Signore,

e a non nascondere al Signore quanto possiamo essere scandalizzati dal male,

dalla sofferenza che attraversa tante, ma tante vite.

 

Sì, Signore, vogliamo insieme gridare verso di te,

per chiedere giustizia e misericordia per il mondo intero,

per chi soffre, per chi geme, per chi non ha più speranza

 

Sapendo di vivere in un mondo molto privilegiato,

anche se non mancano pure tra noi le sofferenze, le malattie e le avversità.

 

Il Signore, nel passo di Isaia, ci dice oggi

che la pace, la pace vera, la pace di Dio, la pace che è Shalom”,

la pace che è quella pienezza di umanità

che riconcilia l’uomo con sé stesso, con gli altri, con il creato, e con Dio,

questa pace proviene dalla giustizia,

e la giustizia irrompe nel mondo quando viene lo Spirito di Dio. (Cf Is 32,15)

E quindi noi preghiamo per l’irruzione dello Spirito Santo di Dio nelle anime degli uomini che farà sì che essi aprano il cuore alla sorte degli altri,

alla sorte dei poveri,

rinunciando ai propri egoismi.

 

La conversione è sempre possibile!

Il Papa nel suo messaggio odierno mette l’accento sulla speranza:

La speranza è la virtù che ci mette in cammino,

ci dà le ali per andare avanti, perfino quando gli ostacoli sembrano insormontabili.”1

È con questa speranza che noi preghiamo e intercediamo in questa notte.

 

Ma, è anche con la memoria, con il ricordo dei drammi del passato.

E il papa accenna agli hibakusha,

ai sopravvissuti ai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki

che oggi mantengono viva la fiamma della coscienza collettiva2.

La loro testimonianza risveglia e conserva la memoria delle vittime

affinché la coscienza umana diventi sempre più forte

di fronte ad ogni volontà di dominio e di distruzione3 già nei nostri cuori.

*

Ma a noi non basta intercedere.

La preghiera è vera quando noi, per primi, ci impegniamo

ad essere i servi, gli strumenti per la realizzazione della preghiera che facciamo.

E qui, il papa ci invita ad “abbandonare il desiderio di dominare gli altri

e ci dice : “L’altro non va mai rinchiuso in ciò che ha potuto dire o fare,

ma va considerato per la promessa che porta in sé.”

E la stessa affermazione ritorna nell’ultima frase del papa,

nella benedizione finale del suo messaggio odierno.

Scrive Papa Francesco: “Ogni persona venendo in questo mondo

possa conoscere un’esistenza di pace

e sviluppare pienamente la promessa d’amore e di vita che porta in sé.”4

 

Potremmo proporci questo come impegno per l’anno nuovo:

far sì che ogni persona possa sviluppare pienamente

la promessa d’amore e di vita che porta in sé.

Vuol dire che ciascuno di noi porta una promessa d’amore e di vita,

e che possiamo aiutarci gli uni gli altri a far sbocciare questa promessa.

 

Per meglio capire questa intuizione, si può tornare alla ricerca teologica di Papa Bergoglio.

Papa Bergoglio fu colpito da un sogno di Romano Guardini5.

Lo trascrisse e lo commentò nel 1986 mentre lavorava alla propria tesi di dottorato.

L’aveva trovato in una lettera di Guardini:

Questa notte mentre albeggiava, quando di solito arrivano i sogni,

cominciai a farne uno.

Cosa successe nel sogno, non lo so più.

Però qualcosa fu detto, e non so se fu detto a me o su di me.

E fu detto che quando l’uomo nasce gli viene donata una parola,

e ciò ha un significato molto importante.

Non è solamente una capacità o un’attitudine,

ma è una parola.

Questa parola è detta dentro sé stesso, però è una parola d’ordine

per tutto ciò che accade.

È sia forza che debolezza.

È un incarico e un dono.

È una sicurezza e un rischio. (…)”

 

Papa Francesco, nei suoi appunti di lavoro per la tesi, commenta così:

Qui troviamo il riferimento a una nostalgia suscitata dalla prima parola che fu detta.

Quindi abbiamo un kerigma esistenziale previo al Kerigma evangelico

e sul quale si radica il Kerigma evangelico.”

 

Carissimi, noi tutti siamo portatori di una parola, di una promessa,

di una parola unica, irripetibile, che è il mistero del nostro essere.

E la nostra vita consiste nel dare carne”, nel dare storia,

nel dare concretezza a questa parola,

in comunione con la parola che porta ciascun'altra persona.

 

Come servirò la pace nel mondo?

Essendo veramente la parola che sono io,

non sfigurandola, non rinunciando ad essa,

facendo dono agli altri della parola che io sono.

E accogliendo la parola che è l’altro,

facendo spazio dentro di me alla Paola che sei tu.

 

È in questo dialogo di amore tra te, parola di Dio, e me, parola di Dio,

che la pace nel mondo si costruisce.

Facendo silenzio nel cuore io, per accogliere la parola di Dio che sei tu;

e tu, per accogliere la parola di Dio che sono io.

E in cui, insieme, facciamo silenzio per accogliere la parola di Dio

che è il fratello dell’altra cultura, dell’altra nazione, dell’altro gruppo sociale, ecc.

 

, fratelli e sorelle, mettiamoci a servizio della fioritura,

della fruttificazione della promessa di vita e di amore

che porta ciascuno di noi,

che porta ciascun'altra persona !

 

Allora saremo veramente servi della pace

nel piccolo angolo del mondo che a noi viene affidato,

e così serviremo la pace nel mondo intero.

 

 

1 Messaggio per la celebrazione della LII Giornata Mondiale della Pace, 1 gennaio 2020, n.1

2 Idem, n.2

3 idem

4 Idem, n.5

5 Cfr. Prefazione di Diego Javier Fares a “L’opposizione Polare” di Romano Guardini, Ed Città Nuova – Corriere della sera 2014

 

 

mercoledi 25 dicembre 2019 - S.Natale - Is 52,7-10 – Eb 1,1-6 – Gv 1,1-18 - Badia Fiorentina - fr. Antoine-Emanuel


 

La prima cosa da fare, oggi, è di avvicinarci al presepe.

E di lasciare Gesù parlare al nostro cuore.

 

Vi confido quello che ha detto a me.

Due cose.

 

Per prima cosa, mi ha fatto prendere coscienza del salto immenso che Egli ha fatto.

Pensate:

In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio
(Gv 1,1) ed ecco un bambino, un neonato…

Che coraggio!

Vedete il salto?

Lo spogliamento?

Ed il bambino mi dice: “Anche tu, va', non aver paura di fare il salto!

Non aver paura di perderti nell’amore!

Gettati come me! Va'!

Cosa aspetti?”

 

In secondo luogo, mi ha parlato il suo sguardo.

In questo nostro presepe, Gesù guarda intensamente Giuseppe.

Sembra che Gesù Bambino sia totalmente unito nell’amore con la mamma,

Lui in Lei e Lei in Lui,

e guardi a Giuseppe come per dire:

Vieni anche tu nell’amore reciproco!

Rimane in te ancora un po’ di vergogna?

Lasciala!

Dammela!

Vieni!”

Gesù è come sorpreso che ci siano ancora in me, in noi, delle tracce di rimorso,

mentre già la misericordia è venuta!

 

Anche voi, fatevi vicini al Presepe,

e guardate, lasciate Gesù Bambino parlare al vostro cuore!

Papa Francesco ha di recente scritto una bellissima lettera appunto sul presepe,

in cui dice che è “Come un Vangelo vivo, che trabocca dalle pagine della Sacra Scrittura. (Admirabile signum, n.1)

 

Bisogna guardare, contemplare…

La vigilia di Natale del 1943, alle ore 18:30,

La Pira scrive, come quasi ogni giorno, a Fioretta:

 

"Quanta delicata tenerezza in questa scena pura

del Verbo di Dio fatto uomo e posto, bambino, vicino al cuore di Maria;

c'è San Giuseppe; ci sono i pastori; c'è il canto verginale degli angeli!

Quanta povertà, ma quanta intatta purità e quale immacolato splendore! (…)

Perchè non riempirsi gli occhi del cuore di questa scena verginale (…) ?"

 

Ecco… “riempirsi gli occhi del cuore di questa scena verginale”…

Quanto ci fa bene questo!

Per ritrovare, per risvegliare la purezza che c’è nel fondo del cuore di ciascuno di noi.

Perché sotto, nel profondo, in ognuno di noi c’è purezza, c’è verginità,

c’è la freschezza dell’amore!

Perché Dio abita i nostri cuori.

Questo Natale ci faccia ritrovare la purezza del cuore.

Certo c’è il peccato, ci sono le ambiguità, le falsità del nostro cuore,

ma, sotto, vi è una grande bellezza

perché siamo stati creati ad immagine di Dio, per essere sempre più somiglianti a Lui.

 

La seconda cosa da fare, oggi, è di meditare il Vangelo.

Il Vangelo.

Sempre ripartire dal Vangelo.

La conoscenza non la voglio attingere dal giornale o dalla rete internet, ma dal Vangelo!

E il Vangelo del Prologo è tanto, ma tanto concreto! Sì!

Spesso sentiamo delle persone dire che sono perse, che non capiscono quale sia la volontà di Dio, che sono nel buio.

Ma cosa abbiamo ascoltato oggi?

Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
(Gv 1,19)

La vera luce… eccola! Il Bambino!

La vera luce, la vera sapienza è di essere come Lui:

non avere pretese, nessuna pretesa…

Siamo in un mondo fatto di competizione, di rivalità, di vanagloria.

Bisogna tornare al Bambino Gesù!

E cosa fa Lui quando l’accogli?

A quanti (…) lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio
.” (Gv 1,12)

Egli ci dona quello che E’.

Cosa ha nelle mani?

Niente!

Non ci dona qualcosa!

Ci dona quello che è!

Ci dona di essere con Lui, in Lui, figli.

Non siamo più degli orfani, siamo figli di un Padre che ci ama immensamente!

Di un Padre al quale possiamo rivolgerci in ogni momento!

 

Il 27 dicembre del 1948, nella festa di San Giovanni,

lo stesso la Pira scrive di nuovo a Fioretta:

Soavissimo ogni Natale, non è vero? (…)

È una immissione di luce divina nell’anima:

una vera irradiazione del Verbo in noi!

Il Signore scende davvero nelle anime che lo aspettano e lo invocano:

ed il documento sensibile della Sua discesa

è in quella delicata dolcezza e fine purità che pervade tutta l’anima

facendola davvero “sede” di Dio e preannuncio di Paradiso!

 

Ecco quello che avviene oggi: la tua anima diviene sede di Dio e preannuncio del Paradiso,

perché cominci a vivere da figlio, da figlia del Padre!

 

Concludo con la terza cosa da fare oggi:

chiudere gli occhi…

E, allora, ti rendi conto di una cosa.

Chi nasce oggi?

Il Bambino! Certo!

Ma solo Lui? No!

Anche tu! Anch’io!

 

Cosa scrive Giovanni nel Prologo?

A quanti (…) lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
i quali, non da sangue
né da volere di carne
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
(Gn 1,12-13)

 

Sono stati generati…

Quello che riceviamo da Gesù non è solo un nuovo slancio, una ricarica,

No!

È una vita nuova.

Credo che si sia veramente cristiani quando si è fatta questa esperienza:

di essere, per grazia, una persona nuova.

Non sono un altro. Ma sono un uomo nuovo, una donna nuova.

 

Penso al nostro fondatore.

Aveva delle fragilità, dei difetti, viveva le lotte di tutti noi.

Ne era ben consapevole,

a tal punto che si rifiutò sempre di scrivere un'autobiografia vera e propria.

E tante volte gli chiesi di acconsentire ad un libro-intervista autobiografico,

ma non volle mai, assolutamente.

Invece c’è un versetto che torna molto spesso nei suoi scritti:

Non vivo più io, ma Cristo vive in me.”(Gal 2,20)

Perché ne aveva fatto l’esperienza!

Questo è la vita cristiana!

 

Una nuova nascita!

E, sapete il più bello?

Non solo ciascuno di noi nasce oggi…

Ma nasce anche la promessa di un popolo nuovo,

nascono rapporti nuovi,

nasce proprio lì, nella grotta, questo nuovo modo di stare al mondo

che si chiama l’amore reciproco…

 

Il giorno di Natale del 1945, Fioretta Mazzei è a Fonterutoli.

La Pira è malato.

E Fioretta gli scrive una bellissima lettera, e gli confida

che le è rimasto impresso il versetto di Vangelo della messa dell’aurora:

« Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore».(Lc 2,19)

E scrive:

Il suo mondo se lo portava nel suo cuore ed in esso viveva:

in questo modo, quando Gesù è nato

non è avvenuta nessuna separazione tra Lui e sua Madre.

Anche dopo, durante la vita pubblica, la Passione, e l’attesa dell’Assunzione,

la vita di Maria è stata la stessa: la presenza vera di Gesù in Lei.

E per questo la Comunione è come la Natività nell’anima.

 

Ecco quello che stiamo ormai per vivere:

la Comunione, che sarà “la Natività nell’anima”.

Per vivere pienamente in Gesù.

Per una vita veramente NUOVA.

 


martedì 24 dicembre 2019 - IV settimana di Avvento - 2 Sam 7,1..16 – Lc 1,67-79 - Badia Fiorentina - fr. Antoine-Emmanuel


 

Quando sorgerà il sole,

vedrete il Re dei re:

come lo sposo dalla stanza nuziale

egli viene dal Padre.”

 

Questa l’antifona al Magnificat che la Chiesa ci fa cantare oggi, 24 dicembre.

 

Ci dice che quando sorgerà il sole,

quando verrà il dies natalis

il dies natalis solis invicti,

vedremo il Re dei re,

avremo, cioè, la visione del Re di gloria, del Re divino.

 

E come ce lo presenta l’antifona?

Come lo sposo dalla stanza nuziale

egli viene dal Padre.”

Questa immagine è tratta dal Salmo 18

che descrive la corsa quotidiana del sole in questo modo:

(Iddio) “Pose una tenda per il sole
che esce come sposo dalla stanza nuziale:
esulta come un prode che percorre la via.
Sorge da un estremo del cielo
e la sua orbita raggiunge l'altro estremo:
nulla si sottrae al suo calore.
” (Sal 18, 6-7)

E’ la stessa immagine che ritroviamo nella profezia di Zaccaria

che abbiamo appena ascoltato:

parla della tenerezza e della misericordia del nostro Dio,

grazie alle quali

ci visiterà un sole che sorge dall'alto,
per risplendere su quelli che stanno nelle tenebre
e nell'ombra di morte,
e dirigere i nostri passi
sulla via della pace".
(Lc 1,78-79)


Fissiamo nella memoria due meraviglie

che il Signore ci rivela ora.

 

La prima è questa:

in questo momento, lo Sposo sta uscendo per te,

per me, per noi, per i poveri, per i ricchi, per tutti,

dalla stanzia nuziale.

 

Lo Sposo viene a cercarci.

Stiamo per far esperienza dell’eros purissimo del Verbo di Dio.

Il Verbo si è messo in cammino per venire verso di noi.

Il suo desiderio di noi l’ha spinto a infrangere

tutte le barriere, tutti gli ostacoli metafisici, ontologici,

a spogliarsi di ogni gloria,

per raggiungerci,

per essere più vicino a noi

di quanto lo siamo noi stessi…

 

Una voce! L'amato mio!
Eccolo, viene
saltando per i monti,
balzando per le colline.
L'amato mio somiglia a una gazzella
o ad un cerbiatto.
Eccolo, egli sta
dietro il nostro muro;
guarda dalla finestra,
spia dalle inferriate.
(Ct 2,8-9)

 

Preparati all’incontro…

Il Verbo non vuole un incontro che rimanga nell’esteriorità, nella mente o nella fantasia.

Vuole le nozze.

Vuole fecondare tutta la vita che è in attesa dentro di te.

E quanta vita c’è in attesa dentro di te!

 

L’altra meraviglia è l’immagine del sole.

Colui che viene è simile al sole.

Il sole si leva su di te, su di noi,

sul nostro noi…

per risplendere su quelli che stanno nelle tenebre
e nell'ombra di morte,
e dirigere i nostri passi
sulla via della pace".
(Lc 1,79)

 

Viene la luce.

La luce della verità.

Lo dirà lui stesso, il Re dei re:

Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo:

per dare testimonianza alla verità.

Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce". (Gv 18,37)

Si tratta per noi di permettere al sole di alzarsi sulla nostra vita.

Certamente metterà in luce gli errori, i compromessi, i peccati.

Ma metterà anche in luce la bellezza che è in noi,

quella bellezza che perdiamo sempre di vista.

 

Viviamo in un mondo, in una cultura anche ecclesiale

che si compiace dell’accusa, della condanna,

della giustizia senza misericordia che non è più giustizia.

Il Verbo invece ci porta la luce vera

in cui la giustizia non si può separare dalla misericordia…

 

Carissimi,

viene lo Sposo.

Per puro Amore.

Viene la Luce.

Per puro Amore.

È ormai tempo di aprire il cuore,

di disarmare.

E di presentare al Verbo di Luce il mondo intero.


 


Domenica 22 dicembre 2019 - IV Domenica di Avvento -  7,10-14 - Rm 1,1-7 – Mt 1,18-24 - Badia Fiorentina - fr. Antoine-Emmanuel

 

Il Vangelo odierno orienta subito il nostro sguardo su Maria, sulla Madonna,

e ci rivela che, “essendo promessa sposa di Giuseppe,

prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo.”(Mt 1,18)

Lo stesso vangelo ci fa pure intuire che Maria

non dice nulla di questo mistero a Giuseppe.

Non spetta a lei, sembra, rivelare a Giuseppe il mistero.


E subito il nostro sguardo si rivolge a Giuseppe.

Egli scopre che la fidanzata è incinta.

Lo scopre, probabilmente, al ritorno dai tre mesi da lei trascorsi dalla cugina Elisabetta.

 

Maria non le dice il perché.

Se Giuseppe avesse saputo il perché,

l’amore per Maria e il suo senso di responsabilità

avrebbero reso impossibile il ripudio, anche segreto.

Giuseppe non sa.

 

Possiamo quindi capire il dramma interiore di Giuseppe,

il tormento, le tenebre che avvolgono la sua anima.

 

Come interpretare quanto accade?

Maria, la sua bellissima fidanzata, pura, purissima

Vergine, verginissima,…

Amante di Dio

Giuseppe sapeva della sua chiamata alla verginità

Ora, eccola incinta. Incinta!

Sono per Giuseppe tenebre assolute.

L’amore è oltraggiato, l’amore è bestemmiato.

E’ un tradimento.

Giuseppe non considera Maria come adultera.

No!

Se l’avesse considerata adultera, essendo giusto,

l’avrebbe denunciata e fatta lapidare.

Non la crede adultera, ma non la crede neanche innocente:

è entrato in lui il sospetto,

questa cosa molto sottile e mostruosa che è il sospetto.

Da qui la decisione di ripudiarla.

Decisione grave, gravissima,

perché nella legge giudaica con il fidanzamento

il contratto matrimoniale si riteneva già stipulato:

era un vincolo ormai indissolubile.

Eppure Giuseppe decide la separazione, la rottura del legame matrimoniale.

 

Fu quindi la Passione di Giuseppe.

Giuseppe doveva partecipare al mistero della Redenzione.

Doveva partecipare in anticipo alla Passione di Gesù.

Era per te, era per me.

 

E Giuseppe non è senza peccato,

non è immacolato come Maria.

Non solo è soggetto alla tentazione, ma vi entra come noi.

 

Ora che cosa avviene?

Nel luogo stesso della prova, del dolore più cupo,

giunge il dono più stupendo!

dove la prova è più straziante, ha luogo una nascita proprio divina.

Nella notte più assoluta nasce una vita divina

per la quale Giuseppe avrà un compito straordinario:

egli assumerà la paternità di quel bambino divino.

 

Questo è lo stile di Dio:

sei dilaniato dal dolore, ma proprio lì, in esso, nasce una vita nuova,

e ti trovi ad assumere una fecondità che mai avresti potuto immaginare.

 

Questo è il Natale,

ed è questa luce che bisogna porre sui drammi del nostro cuore,

delle nostre famiglie, della società e del mondo.

Sarà la prima lettura della notte di Natale:

Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce,

su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse. (Isaia 9,1)

 

*

Ma facciamo un passo oltre.

In che cosa Giuseppe ha mancato di sapienza evangelica?

Come mai ha lasciato entrare in lui il sospetto?

Cosa leggiamo?

 

Giuseppe era giusto,

era in sintonia, cioè, col volere di Dio, che veniva espresso nella Legge.

Ascoltava la legge divina.

 

Egli non voleva accusarla pubblicamente”,(Mt 1,19)

quindi era in ascolto della propria coscienza,

che gli vietava il ripudio ufficiale, con la conseguente lapidazione.

Bene!

Ma gli mancava un altro ascolto:

l’ascolto dell’altro,

l’ascolto della fidanzata, l’ascolto di Maria, l’ascolto della donna.

Giuseppe non chiede nulla a Maria.

Non chiede a Maria di spiegargli quel che è avvenuto.

Non chiede a Maria la sua "sapienza".

 

Rimane nel modello dell’uomo maschio

che non ha bisogno della donna per conoscere ed aderire alla volontà di Dio.

 

Carissimi, questo modello maschilista è letale, e porta alla distruzione.

Invece è sorgente di luce, di vita, di gioia, la sapienza evangelica

che sa che l’altro sesso è portatore di una sapienza di cui ciascuno ha bisogno

per andare verso Dio, per entrare in Dio.

Quanti santi sono stati ispirati da una donna e viceversa!

 

Il Natale del Signore è anche questo:

l’alba della sapienza evangelica

che trasforma l’opposizione mortifera dei sessi

in tensione polare che dona la vita.

L’altro non è minaccia, l’altro è gioia,

perché oramai la tensione polare fondamentale,

essere Dio e essere uomo,

abita la nostra umanità.

*

Concludo con un terzo punto:

la gioia.

La gioia di Giuseppe.

Giuseppe avrà chiesto perdono a Dio e a Maria.

E, perché era umile, avrà accolto il perdono,

e avrà perdonato a se stesso.

E quindi la gioia sarà entrata nel suo cuore.

 

Non la gioia rumorosa del benessere mondano che non è gioia,

ma la gioia profonda dell’anima che è inseparabile dalla povertà del cuore

e dalla simpatia per i poveri.

Gioia leggera, freschezza dell’anima, alba del cielo sulla terra.

E questo è Natale:

una gioia leggera che non puoi imprigionare,

che non puoi mettere in scatola.

 

Viviamo, è vero, in una società che si è impossessata del Natale,

e ne ha fatto una festa rumorosa e commerciale.

Ma vedo un grande rischio: il rischio della lamentela dei cristiani.

Noi cristiani ci lamentiamo,

perché il mondo è pagano”,

ci lamentiamo perché si celebra un Natale pagano

con delle feste pagane”, un Babbo Natale pagano, etc…

Ci hanno rubato l’essenziale, siamo delle vittime, è triste…”

Io dico: basta! Basta con le lamentele!

 

È questa la realtà. È così!

A noi spetta annunciare a quanti celebrano “le feste",

la bellezza e la gioia del Natale che non conoscono.

Non sprechiamo le nostre energie a lamentarci, neanche un secondo!

Al contrario, approfittiamo delle feste

con tutto ciò che vi è di bello, di solidarietà, gioia ed anche convivialità,

per annunciare la gioia, la vera gioia

 

Niente nostalgia,

ma un grande abbraccio benedicente ai nostri contemporanei

a nome di Gesù Bambino!

 

 

 

sabato 21 diceMBRE 2019 - III settimana di Avvento - Ct 2,8-14 – Lc 1,39-45 - Fr. Antoine-Emmanuel - Badia Fiorentina
 

Mi ricordo come, al nostro arrivo in Badia nel 1998,

l’anziana, e così bella, signora Anna,

mi disse l’importanza di celebrare ogni anno la commemorazione di Ugo di Toscana.

E fu un nostro dovere portare avanti quest'antica tradizione dei monaci della Badia.

 

Ma perché, dall’anno 1001, i monaci della Badia

hanno voluto celebrare questa messa in suffragio del Marchese Ugo

che Dante chiama il gran barone?

 

Perché San Pier Damiani fa di Ugo un modello di Principe

che propone come esempio a uno dei successori di Lui nella marchia di Toscana,

il duca Goffredo il barbuto1?

Probabilmente per la sua fedeltà.

Ugo non si imponeva per virtù guerriere bensì

per capacità diplomatiche di compromesso,

per misura, per equilibrio e soprattutto per lealtà e fedeltà”.

Ernesto Sestan nel suo saggio sulla Badia Fiorentina2 scrive:

Ma ciò che più dovette colpire la mente,

e forse un poco anche la fantasia dei contemporanei,

fu la sua pietà religiosa”.

Come tanti altri nobili dell’epoca fondò chiese e conventi.

Ma in nessuna delle carte di fondazione di nuovi monasteri si riservava diritti sulla nomina degli abati e sui redditi dei monasteri.”

Sembra, anzi, che Ugo abbia sostenuto lo stesso san Romualdo

nella sua riforma monastica, col suo spirito di rigore morale e religioso.

 

Un documento degli ultimi anni della vita di Ugo

ce lo presenta a tavola col vescovo di Firenze.

Leggono la Bibbia e, vedendo come il re Ciro è strumento di Dio

per il ritorno dall’esilio babilonese degli Ebrei,

Ugo capisce quanto un principe cristiano debba mettersi al servizio della Chiesa di Cristo

e fa una donazione alla Cattedrale di Firenze.

 

Ma, come Ugo giunse a questa pietà, a questo senso religioso?

È uno scritto molto più tardivo che può aiutarci,

anche se non possiamo affermarne il valore pienamente storico.

È la cronaca dell’abate Puccinelli.

Vi scopriamo che Ugo, nellinfanzia, fu ferito

dal non conoscere il babbo fino all’età probabilmente di 10 anni.

Ebbe poi una gioventù segnata dalle passioni della carne.

 

Lo storico Giorgio Batini scrive

che “Un giorno proprio dopo una stancante cacciata fermatosi per riposarsi in una radura,

vide apparire davanti a sé una donna bellissima

per la quale provò una grande ammirazione,

ma stranamente nessun desiderio materiale” - direi carnale.

Il cacciatore domandò alla sconosciuta se, essendo lei di quella contrada,

potesse procurargli un po’ di cibo,

al chè la fanciulla lo accontentò.

Gli offrì infatti dei cibi squisiti accompagnati da vini profumati,

che però erano contenuti in luridi piatti e in laidi bocali,

tanto che Ugo mangiò e bevve con un po’ di riluttanza,

facendo osservare alla ragazza quella stranissima contraddizione:

sembrava infatti strano che si offrissero dei cibi così eccellenti e raffinati

in recipienti così ripugnanti.”

 

Come rispose quella donna, che non era altro che la Madonna?

Rispose che questa era precisamente la contraddizione nella quale viveva Ugo,

il quale per un verso proteggeva i deboli, amava la giustizia, proteggeva la chiesa,

e quindi aveva un’anima bellissima,

mentre dall’altro lato custodiva la propria anima dentro un recipiente ripugnante,

ovverosia in un corpo reso sporco dal vizio e dal peccato.”

 

Ugo fu senz’altro colpito da tale Visitazione della Madonna,

ma dopo poco tempo, tornò ai piaceri della carne,

finché avvenne che, in una seconda cacciata nei boschi del Mugello,

entrato in una spelonca a causa di una bufera,

fu accolto dal terrificante spettacolo di diavoli che tormentavano i peccatori,

e vedendo quello che era il dramma dell’inferno,

capì l’urgenza della conversione,

e gridò aiuto a quella donna che aveva incontrato durante la prima caccia,

e da lei fu esaudito.

E, quella volta, rinunciò veramente ai piaceri della carne.

 

La santità di Ugo trova quindi un suo fondamento in questa Visitazione di Maria

che rivelò a Ugo le contraddizione della sua vita.

 

La Madonna non accusa.

Ma rivela l’ambiguità, il non senso che abita il nostro cuore.

 

La Madonna è madre dell’unità,

madre dell’unità di tutto ciò che compone il nostro essere.

Ci aiuta a ricomporre l’unità, la coerenza della nostra vita.

 

Le passioni ci disgregano,

creano separazione, lacerazione dentro di noi, e quindi intorno a noi:

nella coppia, nella comunità, nella famiglia, nella società.

 

Maria è madre di un'unità interiore che non è però uniformità e tranquillità,

ma è unità nell’amore di tutte le tensioni polari che abitano il nostro essere.

Perché in noi c’è una continua tensione polare

tra Amore di Dio e amore del prossimo,

tra solitudine e comunione,

tra amicizia e fraternità universale,

tra libertà interiore e obbedienza, e così via.

Il vivere queste tensioni crea dinamismo, crea vita,

e, di questa vita, Maria è madre.

Queste non sono contraddizioni,

non sono schizofrenie,

non sono divisioni interiori,

bensì polarità sane e preziose.

 

Il monumento di Ugo di Toscana,

opera di Mino da Fiesole del 1481,

presenta la figura della Carità come simbolo di quello che fu la vita di questo laico santo.

 

Santo per grazia, santo per un cammino di conversione,

santo grazie a colei che è raffigurata in cima al monumento:

Maria, madre dell’unità della nostra vita.

 

Unità nella carità.

E' la carità che unifica tutto!

 

Maria è madre di questa unità nella carità,

perché genera in noi il figlio di Dio che porta in braccio,

che è, in persona, l’unità della nostra vita.

 

In Gesù la tua vita trova il suo senso.

In Gesù la tua vita si riconcilia.

In Gesù la tua vita trova misericordia.

In Gesù la tua vita trova pace.

In Gesù sei liberato dalle tue passioni.

In Gesù trovi la salvezza.

E Lui viene: questo è il Natale.

 

1 Cfr. La Badia Fiorentina, Ed. Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze, 1982

2 Cfr. Il Gran Barone, Ed. Polistampla, 2002

 


mercoledì 11 dicembre 2019 - II settimana Avvento -
Is 40,25-31 – Mt 11,28-30  - Badia Fiorentina - fr.Antoine-Emmanuel


 

Risulta molto difficile a Israele

capire come Dio possa lasciarlo nella prova dell’esilio, nell’umiliazione, nella sconfitta.

E Israele ripete: “La mia via è nascosta al Signore

e il mio diritto è trascurato dal mio Dio.” (Is 40,27)

Dio non ci vede più,

abbiamo stancato Dio;

la nostra situazione è oltre i limiti della benevolenza di Dio.

Come se il peccato di Israele, le miserie d’Israele,

fossero più grandi delle possibilità di salvezza di Dio.

 

Allora il Signore invita Israele ad alzare lo sguardo, a guardare le stelle

e a ricordarsi che Dio è il creatore.

E, se il creatore conosce le stelle, se le chiama tutte per nome,

se Egli ha creato i confini della terra,

a maggior ragione conosce la situazione del suo popolo,

conosce il grido del cuore di ogni suo figlio.

E si rivela come il Dio che non si affatica né si stanca e la cui intelligenza è inscrutabile.

Anzi è Lui, Dio, che dà forza allo stanco e moltiplica il vigore allo spossato. (cfr Is 40,26-29)

 

Il discorso perciò è rovesciato:

non è Dio che si è stancato, ma è l’uomo!

Anche i giovani faticano e si stancano,

gli adulti inciampano e cadono.” (Is 40,30)

 

Viene ora l’essenziale del messaggio che Dio ci rivolge oggi, attraverso il profeta Isaia:

Ma quanti sperano nel Signore riacquistano forza,

mettono ali come aquile,

corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi.” (Is 40,31)

 

Da dove ci viene la forza?

Dalla Speranza nel Signore!

 

Tutti noi conosciamo momenti di stanchezza.

Se non l'avverte la mente, l'avverte il corpo. Non è vero?

Ma quanti sperano nel Signore riacquistano forza!

Il salmo 102, allo stesso modo, recita:

Dio perdona tutte le tue colpe,

(…)sazia di beni la tua vecchiaia,

si rinnova come aquila la tua giovinezza (Sal 102,3.5)

 

Ecco il nostro desiderio in questo tempo di Avvento:

poter mettere ali come aquile.

Avere nuove forze, non per correre in tutte le direzioni,

ma per camminare, col passo deciso, sulla Via dell’Amore.

Gesù viene a sollevarci, a liberarci da ogni stanchezza, sulla Via dell’Amore.

 

Oggi ci dice: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi" da tanti fardelli,

da tante leggi ingiuste che vi impediscono di amare.

Venite a me", voi che avete i cuori appesantiti da tanti divieti,

da tante paure che impediscono lo sgorgare dell’Amore divino in voi.

"Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro(Mt 11,28)

e io vi darò riposo,

e io sarò il vostro riposo,

perché vi renderò capaci di amare.

Il vostro riposo è amare.

Perché l’anima umana non trova riposo, se non nellamare.

L’Amore è l’unico riposo dell’anima.

"Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso è leggero" (Mt 11,30)

perché è il giogo dell’Amore, il peso dell’Amore.

 

Domenica 1 dicembre 2019 - 1a Domenica di Avvento (A)  - Is 2,1-5 – Rm 13,11-14a – Mt 24,37-44 - Badia Fiorentina - Fr. Antoine-Emmanuel

 

"Gloria al Padre al Figlio e allo Spirito Santo

a Dio che è, che era e che viene.”

 

Dio che viene: quante volte ripetiamo queste parole!

Che meraviglia! Dio che viene!

Dio che si fa vicino, Dio che entra nella storia,

Dio che attraversa lo spessore della storia per farsi vicino a noi.

 

Ma da dove ha origine questa espressione?

 

Deriva dalla traduzione del nome rivelato da Dio a Mosè al Roveto ardente,

che troviamo nel capitolo terzo dell’Esodo;

Il giudaismo dell’epoca ellenistica traduce il nome “Yahveh” con l’espressione

Colui che è”.

Questa è poi ampliata,

nella versione aramaica dell’Antico Testamento chiamata "Targum di Gerusalemme",

nell’espressione: “Colui che è, che era, e che sarà.”

 

Ma poi nell’Apocalisse di San Giovanni la stessa espressione

riceve una nuova tonalità, diviene: “Colui che è, che era, e che viene.”

 

Con la Nuova Alleanza, l’Essere di Dio si è manifestato,

si è rivelato nel suo Venire!

Venire appartiene all’Essere di Dio.

L’Amore per natura esce!

 

Tutto questo non è il risultato di un'elaborazione concettuale,

bensì il frutto di una storia, di un evento:

Dio non ha soltanto mandato degli inviati, dei sapienti, dei profeti,

ma Dio stesso è venuto in Gesù.

Il Verbo di Dio che è Dio si è fatto carne.

E’ stato rifiutato, ma ha trasformato il rifiuto in salvezza. (cfr Gv 1,11-14)

 

Ma c’è di più: Egli stesso, Gesù, ha insistito nel dire vengo di nuovo,

verrò nella gloria.

Ed il Nuovo Testamento si conclude con queste parole:

"Sì, vengo presto!". Amen. Vieni, Signore Gesù. (Ap 22,20)

 

Dio è quindi, essenzialmente, Colui che viene nella storia,

che viene verso di noi.

E, tra la Prima Venuta nella Carne e l’Ultima Venuta della Gloria,

vi è la continua venuta di Dio nella nostra vita quotidiana:

questo continuo venire di Dio

di cui l’Eucarestia è Sacramento.

 

*

 

Ma oggi vogliamo, in modo particolare, lasciarci interpellare dall’ultima venuta di Gesù:

il suo venire nella Gloria, alla fine dei tempi.

È di questa venuta che Gesù ci parla nel Vangelo odierno

per dirci che il giorno e l’ora di questa venuta sono assolutamente imprevedibili.

Nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo.” (Mt 24,44)


Gesù porta come paragone quello che avvenne al tempo di Noè,

alludendo non tanto alla cattiveria della gente di quell’epoca,

quanto al fatto – storico - che nessuno si rese conto di quello che stava per accadere.

La gente viveva la vita normale, il mangiare, il bere,

lo sposarsi, l’avere figli, il lavorare e così via.

E, all’improvviso, arrivò il diluvio.

Lo stesso avverrà per la venuta in gloria di Gesù.

 

Da qui l'appello forte di Gesù a vigilare!

Gesù non ci chiede di stare sempre in chiesa: ci chiede di vigilare.

Ci chiede un’attenzione del cuore,

un cuore sempre attento a Dio,

sempre pronto ad accogliere la venuta di Gesù,

affinché, quando Egli verrà, anche se sei nel campo,

anche se sei a lavorare in cucina,

anche se sei dinanzi al tuo computer,

tu sia pronto a lasciare tutto e a ricevere il dono del Regno di Dio,

tu sia pronto a lasciarti perdonare,

pronto e lasciarti amare, pronto ad accogliere, con tutti, il dono dell’eternità.

 

È questa prontezza che Gesù ci chiede.

 

Mi direte: “Ma questo vigilare è una fatica in più!

Già la vita comporta tanta fatica,

già la vita comporta tanti impegni

ed ecco che il Signore ci chiede in più questa vigilanza!

 

In realtà, la vigilanza, questo cuore allerta è un dono!

È una liberazione!

Perché la vigilanza dà una dimensione nuova alla nostra vita.

Se entriamo in questa vigilanza, le cose della terra non ci opprimono più.

Non siamo più schiacciati dal peso delle cose della terra,

perché c’è un’altra dimensione, c’è un orizzonte escatologico

che conferisce un’apertura nuova a tutto quello che viviamo.

 

C’è poi un secondo frutto.

Con la vigilanza, questa attenzione del cuore,

perdiamo, è vero, la signoria che pensiamo di avere sul tempo.

Ma con questa perdita, ci apriamo alla grazia del momento presente:

non ho più il tempo nelle nelle mie mani,

ma vivo l’istante presente,

vivo pienamente l’oggi in vista dell’eternità.

E non solo dell’eternità per me, ma pure dell’eternità per te,

dell’eternità per tutti.

 

Un terzo frutto della vigilanza, ce lo indica San Paolo nella seconda lettura.

La vigilanza ci aiuta a rompere col peccato.

Perché, se devo essere pronto ad accogliere, oggi, la venuta di Gesù,

non posso rimandare a domani il rigetto del peccato.

Domani smetterò di fare quelle cose di nascosto? No!

Domani smetterò di usare internet per la lussuria on-line? No!

Domani rinuncerò a litigi e gelosie? No!

Oggi, Signore, liberami!

Oggi, fratelli, aiutatemi!

Oggi voglio rivestirmi del Signore Gesù Cristo

perché la notte è avanzata il giorno è vicino.

Perciò oggi scelgo di gettare via le opere delle tenebre e di indossare le armi della luce.

(cfr Rm 13, 12-14)

 

Infine c’è una quarta grazia nella vigilanza,

e la ricaviamo della prima lettura.

In questa lettura, tratta dal Libro del Profeta Isaia,

vediamo tutti i popoli che convergono verso Gerusalemme.

Perché? Per ascoltare la legge, per ascoltare la Parola del Signore,

per essere istruiti, ammaestrati da Dio.

Da Dio ricevono la giustizia,

ed il frutto di questo ascolto è il disarmo, con la bellissima profezia:

Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri,

delle loro lance faranno falci.” (Is 2,4)

Se siamo vigilanti, se lo siamo insieme, se ascoltiamo insieme il Signore,

allora il frutto sarà il disarmo.

Il frutto della vigilanza e dell’ascolto è il disarmo.

Non abbiamo più bisogno di essere in competizione tra noi!

Perché viviamo insieme della vittoria di Gesù,

viviamo insieme della Sua misericordia

il cui trionfo finale è il Suo venire nella Gloria.

 

Ecco, carissimi, i frutti della vigilanza che il Signore ci chiede.

Insieme scegliamola!

Il nostro cuore si orienti verso Gesù che viene,

si orienti verso quest’orizzonte di luce.

E' ormai tempo di svegliarci, dice San Paolo! (cfr Rm 13,11)

Ed è tempo di svegliare il mondo!

Siamo nell’Avvento.

 

Gloria al Padre al Figlio e allo Spirito Santo

a Dio che è che era è che viene.”

 


Domenica 24 novembre 2019 - Cristo Re dell'universo
-
2 Sam 5,1-3 – Col 1,12-20 – Lc 23,35-43 - Badia Fiorentina - fr. Antoine-Emmanuel


Cristo Re dell’Universo.

Che Vangelo avreste scelto per questa festa?

La Trasfigurazione?

L'ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme, acclamato dalla folla?

L'Ascensione del Signore Risorto?

 

La Chiesa ha fatto una scelta diversa.

L’anno A sceglie la Parabola del giudizio universale.(Mt 25,31,46)

Gli anni B e C scelgono episodi della Passione!

 

Lasciamoci dunque guidare dalla Chiesa, che ci porta oggi in cima al Golgota.

Chi pensa che la regalità significhi oro, argento, banchetti di lusso

e reggia super chic… si dirà: ”Ma dove andiamo?

E chi pensa a potere, ministri, esercito potente…

si dirà: “Il Golgota? Ma che rapporto ha con la regalità?”

 

Ma guardiamo da vicino.

Si parla di regalità sul Golgota?

A dire il vero, se ne parla tanto.


Rileggiamo il Vangelo odierno.

Il popolo stava a vedere”. (Lc 23,35)

Guardano Gesù.

In silenzio.


I capi religiosi invece lo deridevano dicendo:

"Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l'eletto". (ibid.)

Quando leggiamo “Cristo”, significa il “Messia”, ossia il Re atteso da Israele.

I capi religiosi parlano della pretesa di Gesù di essere Re.

 

Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell'aceto

e dicevano: "Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso". (Lc 23,36-37)

Qui si tratta dei soldati romani.

Sono pagani, stranieri, rappresentanti del potere che occupa Israele.

E anch'essi parlano di Gesù come di Colui che sarebbe il Re dei Giudei.

 

Sopra di lui c'era anche una scritta”

E che dice la scritta?

"Costui è il re dei Giudei".(Lc 23,38)

Una scritta voluta da Pilato per umiliare i giudei…

Quel che ho scritto, ho scritto.”(Gv 19,22) E rimarrà scritto!


“Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava:

"Non sei tu il Cristo, cioè il Re Messia? Salva te stesso e noi!". (Lc 23,39)

Anche il malfattore parla della regalità di Gesù.

 

Avete notato l’unanimità tra i capi religiosi, i soldati romani

e il malfattore?

Non è banale che ci sia unanimità

tra il potere religioso, il potere civile e il potere della corruzione…

 

Tutti e tre dicono a Gesù la medesima cosa:

Il potere religioso dice:

Salvi se stesso, se è lui il Cristo Re Messia di Dio.”

Il potere civile dice:

"Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso".

Il potere della corruzione dice:

"Non sei tu il Re Messia? Salva te stesso.” E aggiunge: “e noi!".

 

Salva te stesso”…

Tutti e tre hanno quindi la stessa idea della regalità.

Se uno è re, è capace di salvare se stesso.

Chi è re? Colui che è autosufficiente.

È re colui che non ha bisogno di nessuno.

 

Carissimi, questa concezione della regalità, della più grande dignità umana

è sempre più dominante oggi…

 

Quante cose compriamo per non aver bisogno degli altri…

Quanti mezzi tecnologici inventiamo e ci procuriamo anche a caro prezzo,

per non aver più bisogno degli altri…

E quanto diventiamo dipendenti dalla tecnologia…

E quanto il creato grida di dolore…

E, soprattutto, quanto diventiamo soli…

 

Ma torniamo al Golgota.

In mezzo al grido unanime che vuole quest’inferno della solitudine

si sente una voce diversa.

Una sola voce diversa.

La voce di uno che, al contrario, ha bisogno di un altro.

Una voce che grida: “Ho bisogno di te!”

Da chi viene?

Viene dall’altro malfattore che, non ne ho alcun dubbio,

avrà incrociato lo sguardo di Maria ai piedi della croce.

Lo chiamiamo il Buon Ladrone.

La tradizione lo chiama Dismas.

Al suo compagno dice, rimproverandolo:

"Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena?

Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni;

egli invece non ha fatto nulla di male".

E disse: "Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno".(Lc 23,40-42)

Anch'egli parla di regalità!

Ma in modo del tutto diverso.

Vede Gesù appeso alla croce come lui,

vede il suo corpo straziato come il suo, e peggio del suo a causa della flagellazione,

vede e sente l’accumularsi della violenza, dell’odio, delle maledizioni su Gesù,

lo vede morire in un buio indescrivibile,

e confessa che entrerà “nel suo regno.”

 

Anzi, gli chiede con fede di ricordarsi di lui nel momento in cui entrerà

nel suo regno.

Sarà quindi un regno in cui il povero Dismas non sarà dimenticato,

un regno in cui il povero regnerà, il ladro pentito regnerà,

il malfattore convertito regnerà…

 

Nel Regno di Gesù,

non è l’autonomia che regna.

Non è l’autosufficienza che regna.

Non è l’autoreferenzialità che regna.

Regna la misericordia…

Ed è un regno che non passa.

Un regno che attraversa la morte.

 

E infatti cosa risponde Gesù a Dismas?

È una delle ultimissime parole di Gesù,

col pochissimo respiro che gli resta.

Ma Gesù non vuole lasciare senza risposta la confessione di fede di Dismas.

 

"Amen, a te dico: oggi con me sarai nel paradiso". (Lc 23,43)

Non potrebbe esserci una dichiarazione più regale di questa.

È l’annunzio regale della vittoria sulla morte

adempiuta non in un domani indeterminato, ma proprio oggi.

Oggi” l’anima di Dismas conoscerà la gioia del Paradiso,

la gioia cioè di essere con il Re dei Re, con Gesù.

 

Il non aver bisogno di nessuno è inferno.

L’essere con Gesù è Paradiso.

 

Il regno di satana è isolamento.

Il Regno di Cristo è comunione,

Il Regno di Dio è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo.” (Rm 14,17)

Il Regno di Dio è in mezzo a noi!” (cfr. Lc 17,21)

 

E, come Paolo ci dice oggi,

possiamo “ringraziare con gioia il Padre

che ci ha resi capaci di partecipare alla sorte dei santi nella luce.


È lui che ci ha liberati dal potere delle tenebre
e ci ha trasferiti nel regno del Figlio del suo amore,
per mezzo del quale abbiamo la redenzione,
il perdono dei peccati.”
(cfr. Col 1,13-14)

 

Vorrei concludere con la prima lettura.

Vediamo le tribù del Nord, di Israele,

che per interesse politico, vengono da Davide a Hebron nel Sud,

e chiedono a Davide, già re del Sud, di diventare re anche del Nord.

Hanno tre argomenti:

il primo “Noi siamo tue ossa e tua carne” … siamo dello stesso sangue!

Il secondo è il ricordo della storia: “Quando regnava Saul su di noi, tu conducevi e riconducevi Israele” … hai già fatto cose grandi per noi!

E il terzo sono le parole di Dio stesso: "Tu pascerai il mio popolo Israele, tu sarai capo d'Israele"

Davide non può quindi rifiutare… “Ed essi unsero Davide re d'Israele” (cfr. 2 Sam 5,1-3)

 

E noi? Dobbiamo convincere Gesù? Lo dobbiamo ungere?

No!

Gesù è già nostro Re!

Perché l’abbiamo convinto? Perché l’abbiamo meritato? No!

Perché l’abbiamo unto noi? No!

Perché si è consegnato per diventare nostro Re!

Perché ci ama!

È per amore che Egli regna su di noi…


 

 

martedi 19 novembre 2019 - XXXIII settimana T.O. - 2 Mac 6,18-31; Lc 19,1-10 - Badia Fiorentina - fr.Antoine-Emmanuel


 

È splendido contemplare la differenza tra l’atteggiamento di Zaccheo

e il modo di fare di Gesù.

 

Zaccheo desidera vedere Gesù.

C’è in lui un desiderio forte di vedere quel Gesù di cui ha sentito parlare.

Aspetta uno sguardo, aspetta un incontro, aspetta una qualche salvezza,

perché Zaccheo è uno che non ha la coscienza tranquilla,

con il suo mestiere di pubblicano, con le sue ricchezze.

Ma non vuole essere faccia a faccia con Gesù.

Si protegge.

È diviso tra desiderio di conversione e paura della conversione,

tra desiderio di mettersi a nudo e rifiuto di mettersi a nudo,

tra desiderio dell’incontro e resistenza all’incontro.

 

Allora sale sulla pianta.

Sale per vedere, senza essere visto.

Come la donna con le perdite di sangue voleva toccare Gesù,

ma non voleva essere vista da nessuno, nemmeno da Gesù.

Come il centurione di Cafarnao voleva la guarigione del servo,

ma senza che Gesù venisse a casa sua.


Zaccheo quindi si nasconde, come un bambino, nel sicomoro.

È buffo, se non ridicolo!

L’unica cosa che vuole è che Gesù non si fermi e non lo sveli!

A meno che non sia proprio quello che segretamente desidera…

Perché l’anima umana è complessa…

 

E invece, cosa fa Gesù?

Quello che fa Gesù, lo potremmo chiamare un “corto circuito”!

Il corto circuito della misericordia!

Fa passare la corrente dove non era previsto!!!

Dove nessuno se l’aspettava!

 

Gesù va direttamente alla persona,

direttamente occhi negli occhi,

direttamente al cuore,

e chiama Zaccheo.

Lo chiama per nome.

Lo invita,

meglio si invita da lui!

Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua”! (Lc 19,5)

La scintilla del tuo desiderio mi è bastata per varcare la porta del tuo cuore.

Lascia tutte le resistenze, tutti i ragionamenti

secondo i quali non meriti di essere guardato ed amato.

 

E il corto circuito della Misericordia fa scandalo a Gerico!

Ma è appunto di questo corto circuito che noi abbiamo veramente bisogno.

Fa saltare tutte le protezioni contro la Misericordia.

E, se accogliamo il corto circuito della Misericordia Divina,

allora saremo capaci di fare, anche noi, corti circuiti di misericordia verso gli altri.

Appunto, non è quello che fa Zaccheo

quando sceglie di condividere abbondantemente i suoi beni con gli altri, con i poveri?

Senza dimenticare il primo corto circuito da fare:

quello con noi stessi, la misericordia con noi stessi:

Con Gesù io mi perdono questo o quello…”

Anche Zaccheo avrà dovuto fare questo cammino:

accogliere a casa sua anche il povero che era egli stesso!

 

La prima lettura ci dà come esempio il vecchio Eleazaro,

che rimane fedele fino in fondo alla legge del Signore.

Attraverso di lui risuona la chiamata a fare di tutta la nostra vita

un grande corto circuito d’amore!

Il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto”,(Lc 19,10)

per cercare e salvare tutto ciò che in noi e tra di noi

resiste all’amore, tutto ciò che resiste alla misericordia.

Viene ancora questa sera in questa prima Eucarestia nella Cappella Pandolfini.

 

Come non ricordare che in questa cappella avvenne la prima lectio Dantis!

Nel Purgatorio, il re Manfredi, figlio di Federico II,

spiega che, quando in battaglia fu colpito da due lance mortali,

«io mi rendei, piangendo,
a quei che volentier perdona.
Orribil furon li peccati miei;
ma la bontà infinita ha si gran braccia, che prende ciò che si rivolge a lei»

(Purg., III 119-123)

 

Il Cardinale Giovanni Battista Re ricordando che per Dante,

Dio non solo è «l’Amor che muove il sol e l’altre stelle»,

ma è anche colui che «volentier perdona»,

scrive:

 

Come insegna anche Papa Francesco, la misericordia di Dio

è una dolcissima verità che sta al centro del Vangelo

e che costituisce «l’architrave della vita della Chiesa».

Dio non abbandona nessuno, ma dà a tutti la possibilità di un nuovo inizio.

Non ci sono situazioni dalle quali non possiamo uscire.

Nella vita si può sbagliare, ma l’importante è rialzarsi sempre.

Dio ci ama, e proprio perché ci ama,

nella sua infinita misericordia è sempre disposto a perdonarci,

purché da parte nostra vi sia il pentimento del male compiuto

e il proposito di portare i nostri passi sulla via del bene.1

 

Lode a Te, Signore, per ogni corto circuito della tua Divina Misericordia,

Tu che “volentieri perdoni”!


 

1 http://www.osservatoreromano.va/it/news/alighieri-e-la-misericordia

 

 

Domenica 3 novembre 2019 - Dedicazione della Cattedrale di Santa Maria del Fiore - 1 Re 8,22-23.27-30–1 Pt 2,4-9 – Gv 4,19-24 - Badia Fiorentina - Fr. Antoine-Emmanuel

 

Celebriamo oggi l’anniversario della dedicazione della cattedrale di Santa Maria del Fiore.

 

Ha senso oggi celebrare tale memoria,

quando si pensa alle tantissime chiese distrutte in Siria?

Penso anche alle 300 chiese distrutte a Kandhamal in India.

Penso a Notre Dame de Paris così sfigurata.

Ha senso?

 

Eppure la Chiesa continua a celebrare la dedicazione delle chiese.

Perché?

 

Innanzitutto perché ogni edificio-chiesa è un dono di Dio.

L’anniversario della dedicazione o della consacrazione di una chiesa è fare memoria

della gioia grande del giorno in cui una comunità cristiana

ha potuto costruire – e pagare – una chiesa.

Che gioia, che fierezza, avere una chiesa!

Noi siamo abituati, troppo abituati!

 

Una chiesa [è] l’unica cosa degna di rappresentare il sentire di un popolo,

poiché la religione è la cosa più elevata nell’uomo”

scriveva Gaudi, l’architetto della Sagrada Familia di Barcellona.

 

È quindi occasione per noi di ringraziare il Signore per Santa Maria del Fiore,

con tutta la sua bellezza.

 

Ma questa festa va ben oltre,

perché la presente liturgia ricorda una consacrazione:

l’edificio-chiesa è stato segnato da una presenza particolare di Dio.

La preghiera sulle offerte nel Messale

ricorda il giorno santo in cui tu, Signore,

hai riempito della tua presenza questo luogo a te dedicato”,

quindi ricorda un dono particolare di Dio

che ha segnato per sempre l’edificio-chiesa.

E per questo dono siamo ancora a ringraziare il Signore per tanta bontà.

Ma c’è di più:

l’edificio-chiesa è un segno.

Essa dice che, in mezzo alla città, esiste un luogo

in cui c’è un rendez-vous, un appuntamento molto particolare tra Dio è il suo popolo.

 

Certo Dio incontra i suoi figli dappertutto!

Incontra i singoli, i suoi figli, ovunque

perché oramai adoriamo in spirito e verità, (Gv 4,24)

senza necessità di muri, di pietre, di templi.

Dio incontra anche le famiglie, a casa e ovunque.

 

Ma vi è un luogo dove Dio incontra il suo popolo come popolo.

Un luogo riservato ad un incontro molto speciale,

come lo è il letto per gli sposi.

Un luogo dove Gesù Sposo si unisce non ad una sola persona o ad un gruppo,

ma al Popolo.

E il Popolo è un popolo in cui tutti sono benvenuti:

non è un club, non è un gruppo nazionale o tribale,

non è un'élite.

 

In mezzo alla città, l’edificio-chiesa dice che

c’è un incontro amoroso tra Gesù Sposo e la Chiesa Sposa.

 

La Promessa Sposa viene perché sente la chiamata del diletto (Ct 2,8): sono le campane.

Si lascia rivestire di misericordia: è la liturgia penitenziale all’inizio della celebrazione.

Ascolta la parola dello Sposo: è la liturgia della Parola.

Riceve il corpo dello Sposo: è l’unione sponsale, l’Eucarestia.

E la Sposa genera una vitalità missionaria: è l’invio missionario del Popolo Santo,

del popolo che "Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui

che ci ha chiamati dalle tenebre alla sua luce meravigliosa". (1 Pt 2,9)

 

L’edificio-chiesa è quindi il segno di un avvenimento

che si rinnova ogni volta che celebriamo l’Eucarestia e gli altri sacramenti.

 

Com’è bello il Prefazio che recita:

Questa Chiesa, tu la santifichi sempre come sposa del Cristo,

madre lieta di una moltitudine di figli,

per collocarla accanto a te rivestita di gloria.

 

E’ poi un luogo stabile.

L’incontro è sempre possibile, sempre offerto,

come dice Salomone nella sua preghiera:

Tu mantieni l’alleanza e la fedeltà verso i tuoi servi. (1Re 8,23)

Non è a caso che i regimi oppressivi vogliono sempre chiudere o distruggere le chiese

 

Inoltre, in questo edificio, il popolo è trasformato.

Se vi entrano degli individui, ne escono dei fratelli.

L’edificio-chiesa è il luogo dove, se viviamo veramente La Liturgia,

si tesse l’amore reciproco.

Una Chiesa, ebbe a dire Benedetto XVI,

è un edificio in cui Dio e l'uomo vogliono incontrarsi;

una casa che ci riunisce, in cui si è attratti verso Dio,

ed essere insieme con Dio ci unisce reciprocamente. 1


Se viviamo la liturgia come un'azione individuale,

in cui "ricarico le mie batterie", indipendentemente da quello che vivono gli altri,

non è vita cristiana, non è liturgia cristiana.

Si va in chiesa per lasciarsi tessere con gli altri,

per lasciarsi "mettere in rete";

ma non una rete virtuale, da cui ci si può staccare con clic.

Si tratta di una rete reale:

la rete dell’amore reciproco

in cui faccio spazio all’altro nel mio cuore

e faccio dono di me all’altro.

 

Come abbiamo sentito nella Prima Lettera di Pietro oggi:

se ci avviciniamo a Gesù Pietra Viva.

siamo costruiti anche noi come un edificio spirituale (cfr 1Pt 2,5)

diventiamo un corpo unico,

diventiamo membra gli uni degli altri. (Ef 4,25)

La chiesa è il luogo d'incontro con il Figlio del Dio vivente

e così è il luogo d'incontro tra di noi.”2

diceva ancora Benedetto XVI.

 

L’anniversario della Dedicazione di una chiesa

ci fa riprendere coscienza della nostra vocazione come Popolo!

Siamo stati consacrati come Popolo.

E dobbiamo diventare quello che siamo!

 

È pure una chiamata a non perdere mai di vista il traguardo, l’orizzonte.

Recita così il Prefazio:

In questo luogo santo, tu ci edifichi come tempio vivo

e raduni e fai crescere come corpo del Signore

la tua Chiesa diffusa nel mondo,

finché raggiunga la sua pienezza

nella visione di pace della città celeste,

la santa Gerusalemme.”

 

2 Idem.

 

 

venerdì 1 novembre 2019 - Solennità di Tutti Santi - Ap 7, 2-14–1Gv 3,1-3–Mt 5,1-12a - Badia Fiorentina - Fr. Antoine-Emmanuel

 

 

Guardiamo a questi volti!

Ci parlano!

Ci chiamano personalmente e insieme alla santità!

Santo anche tu!

Per grazia, per pura grazia!


Ma bisogna mettersi in cammino,

prendere la via delle Beatitudini che è LA via della santità.

 

Allora, oggi, saliamo il monte delle Beatitudini,

e ci mettiamo in ascolto di Gesù.

 

Su quel monte, Gesù si è seduto come un vero maestro,

si è seduto come un nuovo Mosè, che sul monte ci dona la legge.

Non è venuto ad abolire la legge, ma a portarla a compimento. (cfr Mt 5,17)

Non si agisce più per paura del castigo ma per desiderio del cielo.

 

Perché le Beatitudini sono promesse di gioia,

promesse di felicità evangelica per chi decide in cuor suo il santo viaggio (Sal 83,6),

per chi sceglie la povertà del cuore, la mansuetudine, il pianto per esser fedele a Dio,

la fame e sete di giustizia, la misericordia, e così via,…

 

Le Beatitudini sono gioia, perché queste scelte

ci aprono un orizzonte di vita che ci meraviglia:

Saremo consolati, avremo in eredità la terra, saremo saziati,…(cfr Mt 5,4-6)

e… grande è la vostra ricompensa nei cieli. (Mt 5,12)

 

Ma vorrei fermarmi oggi sulla prima beatitudine:

Beati i poveri in spirito perché di essi è il regno dei cieli (Mt 5,3)

 

Come vivere oggi questa beatitudine?

Questa domanda vorrei farla con voi alla Chiesa di Gesù che è in Amazzonia.

 

Cosa ci dicono i vescovi, i laici, uomini e donne, i diaconi, i sacerdoti,

dell’Amazzonia, e di tutto il mondo, che hanno lavorato nel recente sinodo1?

 

Mi sembra che ci diano tre risposte.

 

La prima è la grande attenzione ai due milioni e mezzo di indigeni

che abitano in Amazzonia.

 

Il sinodo ha affermato la necessità di creare o mantenere

un'opzione preferenziale per le popolazione indigene.

 

La Chiesa deve essere alleata delle popolazioni indigene.

 

La Chiesa oggi ha l’opportunità storica di prendere le distanze

dalle nuove potenze colonizzatrici,

prestando ascolto ai popoli amazzonici,

esercitando la sua attività profetica in modo trasparente.

 

Il Sinodo chiede, ad esempio, una maggiore conoscenza delle religioni indigene e dei culti afrodiscendenti.

 

E quanto bene faranno i profumi antichi dei popoli amazzonici

che contrastano la disperazione che si respira spesso nel nostro mondo moderno!

Quanto bene faranno i loro valori di reciprocità, di solidarietà

e di senso di comunità!

 

Da questo invito, possiamo cogliere una chiamata ad una povertà del cuore

che riconosce che la nostra cultura occidentale, con tutte le sue ricchezze,

non è l’unica cultura,

e che ha tanto da ricevere da tutte le altre culture del mondo.

Un cuore povero si apre alla cultura dell’altro,

fa spazio all’altro con la sua cultura:

Questo è beatitudine.

E questo oggi è essenziale anche tra le generazioni!

 

Un secondo tesoro che possiamo cogliere nel sinodo per l’Amazzonia

è l'appello ad una vera conversione ecologica,

secondo cui tutto è intimamente connesso.

Questo si traduce in un atteggiamento che collega

la cura pastorale della natura alla giustizia per i più poveri e svantaggiati della terra.

 

L’ecologia integrale è l’unico cammino possibile

per salvare l’Amazzonia dall’estrattivismo predatorio,

dallo spargimento di sangue innocente

e dalla criminalizzazione dei difensori dell’Amazzonia.

 

La conversione avverrà quando si capirà

che i criteri commerciali non sono al di sopra dei criteri ambientali e dei diritti umani.

 

Molto preziosa è anche la definizione del peccato ecologico

come un’azione o un'omissione

contro Dio, contro il prossimo, contro la comunità, contro l’ambiente,

contro le future generazione, e contro la virtù della giustizia.

 

Cogliamo da questo secondo punto

che povertà del cuore è vivere il creato in un modo umile,

senza appropriarcene, senza arrogarci il diritto di abusare delle creature.

Si tratta di un rapporto nuovo ed umile con il creato, a partire da sorella acqua.

Questo è beatitudine.

*

Il terzo punto che vorrei sottolineare del dono di questo sinodo

è il rapporto con le tradizioni della Chiesa stessa.

 

Il sinodo invita a superare il clericalismo e le imposizioni arbitrarie

ed a rafforzare una cultura del dialogo, dell’ascolto e del discernimento spirituale.

Parla di una sinodalità che si traduce in corresponsabilità e in ministerialità di tutti,

in partecipazione dei laici uomini e donne ritenuti attori privilegiati”.

 

Il sinodo auspica che le donne possano ricevere i ministeri del lettorato, dell’accolitato,

e che si continui la riflessione sul diaconato permanente per le donne.

E per le comunità cristiane in cui possono passare mesi o addirittura anni

prima che un sacerdote torni per celebrare la messa

o offrire i sacramenti della riconciliazione o dell’unzione degli infermi,

il documento finale propone di stabilire criteri e disposizioni

per ordinare sacerdoti uomini idonei e riconosciuti dalla comunità

che abbiano un diaconato permanente fecondo

e ricevano una formazione adeguata per il presbiterato

potendo avere una famiglia legittimamente costituita e stabile

per sostenere la vita della comunità cristiana

attraverso la predicazione della Parola e la celebrazione dei sacramenti

nelle zone più remote della Regione Amazzonica.

 

Da questo terzo punto colgo

che povertà del cuore è povertà nei confronti del nostro stesso tesoro ecclesiale.

Splendido, bellissimo, ricchissimo, dono di Dio, è il nostro tesoro ecclesiale,

ma niente può essere ricchezza per il nostro cuore.

Unica ricchezza del cuore sarà Gesù.

Questo è beatitudine.

 

Sono convinto che, se questo Sinodo ha dato fastidio,

non è soltanto per la questione dei viri probati,

è perché è un sinodo che ci invita, ci chiama alla povertà del cuore.

Ricordiamoci:

Dio ha scelto quello che è debole per il mondo per confondere i forti(1 Cor. 1,27)

 

Dio sia Benedetto per la bellezza della nostra cultura occidentale!

Dio sia Benedetto per la bellezza del Creato!

Dio sia Benedetto per i nostri tesori ecclesiali!

Ma niente deve diventare ricchezza per il nostro cuore.

Unica ricchezza è Dio, unica ricchezza è Cristo.

Siamo chiamati a perdere.

A perdere delle abitudini, dei modi di fare, delle sicurezze.

Saper perdere” è essenziale alla vita spirituale, diceva Chiara Lubich.

 

E’ questo saper perdere che ci apre il Paradiso!

Beati i poveri in spirito perché di essi è il regno dei cieli

Beati saremo insieme se non abbiamo tesori sulla terra,

se l'unico nostro tesoro è Gesù!

 

1 Cfr: https://www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2019-10/sintesi-documento-sinodo-chiesa-alleata-amazzonia.html

 

 

mercoledì 30 ottobre 2019 - XXX settimana T.O. - Rm 8,26-30 ; Lc 13,22-30 - Badia Fiorentina - Fr. Antoine-Emmanuel

 

 

La porta stretta


Gesù oggi ci chiama a lottare per entrare per la porta stretta.

Il verbo greco è agonizzare. (cfr Lc 13,24)

E’ una lotta severa!

 

Perché la porta non è facile da trovare.

Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita,

e pochi sono quelli che la trovano! (Mt 7,14)

 

Bisogna lottare per non prendere la porta larga e la via spaziosa che conducono alla perdizione.

Per non prendere la via della facilità.

 

E Gesù è chiaro:

Vi è un domani in cui tanti si sforzeranno e non potranno entrare.

E un dopodomani in cui la porta sarà chiusa,

e chi avrà frequentato Gesù e non sarà entrato rimarrà fuori.

 

L’invito di Gesù è quindi chiaro: bisogna entrare OGGI.

E non rimandare a domani.

 

La domanda iniziale era: “Signore, sono pochi quelli che si salvano?” (Lc 13,23)

La risposta è quindi: datevi da fare oggi!

Lottate insieme oggi!

Per entrare insieme!

 

E’ una porta stretta … in cui si entra solamente insieme!

 

Ma che cos’ è la porta stretta?

 

Ci risponde a modo suo Paolo, oggi, nella Lettera ai Romani:

La porta stretta è di dire di SI al disegno di Dio.

Quelli che egli da sempre ha conosciuto,

li ha anche predestinati a essere conformi all'immagine del Figlio suo,

perché egli sia il primogenito tra molti fratelli;

quelli poi che ha predestinato, li ha anche chiamati;

quelli che ha chiamato, li ha anche giustificati;

quelli che ha giustificato, li ha anche glorificati.!(Rm 8,29-30)

 

La porta stretta è dire e ri-dire di SI a questo piano d’amore del Signore.

E’ non scappare dall’amore gratuito di Dio

che ci chiama, ci giustifica e ci glorifica…

 

E’ un triplice SI alla chiamata rivolta al peccatore che sono…

Mi chiama per nome… mi conosce… mi ama!

Alla giustificazione: mi libera dal peccato e mi chiama ad una vita nuova,

mi chiama alla libertà, alla bellezza dell’amore reciproco ormai reso possibile!

Alla glorificazione: mi rende partecipe della sua gioia eterna, per condividerla con gli altri,

specialmente con i più poveri…

 

Porta stretta, vero… ma che conduce alla VITA !

 

 

sabato 26 ottobre 2019 - XXIX settimana T.O. - Rm 8,1-11 ; Lc 13,1-9  - Badia Fiorentina - fr. Antoine-Emmanuel


 

Una vigna.

E nella vigna, un albero di fichi.


C’è la vigna, la grande vigna del creato,

e vi è l’albero caro, carissimo, che è la persona umana, plasmata il sesto giorno,

ad immagine e somiglianza di Dio. (cfr Gn 1,26)

Da questa pianta a Lui così cara, Dio aspettava un frutto,

un frutto maturo, bello, saporoso come lo è il fico:

la vocazione della persona umana è di assomigliare pienamente a Dio,

cioè di portare il bel frutto dell’amore: «Amore, gioia, pace,

magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5,22)

Quello che Dio aspetta da te, da me,

è un amore puro, disinteressato, casto e gioioso…

un amore che trabocca di misericordia:

«Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi.» (Gv 15,12)


E quante volte, sì quante volte, Dio è venuto nella vigna,

e si è avvicinato all’albero di fico per vedere se ci fosse un frutto buono!

Non che Egli avesse bisogno di quel frutto.

Ma desidera tanto che avvenga uno scambio di frutti,

che gli uomini incomincino a donarsi gli uni agli altri.

Il Suo sogno è che l’amore circoli tra tutti, ma tutti!

 

E quale gioia ebbe il giorno in cui scendendo nella vigna

vide germogliare sulla pianta tanto amata un frutto nuovo

un frutto bello, saporoso… il frutto che da sempre aspettava:

vide un ramoscello nuovo spuntato a Nazareth: Maria di Nazareth…

Era sempre l’albero di fico, ma di una purezza perfetta,

di un amore incontaminato…

Un ramoscello pronto a dare un frutto nuovo

che avrebbe potuto rinnovare tutta la pianta…

E il ramoscello nuovo di nome Maria disse di Sì,

diede al mondo il frutto nuovo, il Figlio di Dio…

Egli stesso accettò di fare della sua vita un dono,

anzi di diventare il concime dell’intera pianta, perché essa fosse totalmente rinnovata,

affinché ricevesse una vita veramente nuova.

 

Da quel giorno vi è un dialogo tra la giustizia divina

e la misericordia divina:

Dice la giustizia divina:

«Ecco, sono anni che vengo a cercare frutti su quest'albero, ma non ne trovo.

Taglialo dunque!». (Lc 13,7)

Ma la misericordia divina le risponde: «Lascialo ancora,

finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime.

Vedremo se porterà frutti per l'avvenire; se no, lo taglierai». (Lc 13,8-9)

 

Carissimi, siamo ancora, per poco, nel tempo della misericordia divina.

La misericordia divina sta zappando attorno a te.

Mette il concime.

E aspetta la tua conversione.

E la mia.

La nostra conversione all’amore.

 

Ma vi è una scorciatoia.

Il ramoscello: Maria.

Prendilo.

Mettiti alla scuola di Maria.

Meglio: mettila nel tuo cuore.

Meglio ancora: metti te stesso nel Suo cuore.

E incomincerai a portare lo stesso frutto che porta Lei: Gesù.

 

 

Domenica 20 ottobre 2019 - XXIX Domenica T.O.- Es 17,8-13; 2 Tm 3,14-4,2 ; Lc 18,1-8 - La Badia, Firenze - fr. Antoine-Emmanuel

 

Missione e gioia

 

«In quel tempo,
Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola

sulla necessità
di pregare sempre, senza stancarsi mai.»
(Luc 18,1)

 

Se guardiamo il testo in modo più letterale, leggiamo:

«Egli diceva loro una parabola sul fatto che bisogna pregare sempre

e non scoraggiarsi»

 

Gesù conosce il cuore dell'uomo.

«Egli infatti conosceva quello che c'è nell'uomo» (Gv 2,25)

Egli sa che noi tendiamo a scoraggiarci nella preghiera,

a scoraggiarci nella vita spirituale.

Proviamo facilmente

una forma sottile di stanchezza, di depressione spirituale insidiosa,

che fa sì che non ci si aspetti più granché da Dio.

Si prega, sì, ma con poca convinzione che Dio possa agire

a casa, in famiglia, al lavoro, nella città, negli ospedali, in Siria, in Irak, in Israele o in Venezuela…


Da qui questo richiamo, questo grido:

« Bisogna pregare sempre, senza scoraggiarsi.»

Una specie di NO alla tristezza che insidia la nostra anima,

un no all'accidia, un no al ripiegamento interiore chiuso alla speranza.

 

Per questo Gesù ci presenta una parabola,

e la Chiesa ci offre, come eco, un racconto dal Libro dell'Esodo.

 

Cominciamo dalla Parabola.

C'è una vedova che, avendo subito un'ingiustizia,

si reca dal giudice della sua città.

Il giudice, non avendo timor di Dio né rispetto per gli uomini,

non si cura del grido della donna

e non fa niente per lei.

Ma lei non desiste e non cessa di chiedere giustizia,

inseguendolo con insistenza giorno e notte!

 

Osserviamo, di passaggio, che tanta insistenza ci fa credere

da una parte che questa donna abbia dei figli da nutrire

e dall'altra che non abbia né figli adulti né parenti

in grado di difenderla!

 

E il giudice finisce per farle giustizia,

non per rispetto della giustizia, ma per poter stare in pace.


 

Perché Gesù racconta questa storia triste?

Per farci capire che, se un giudice così spietato

finisce col prendersi cura di una madre di famiglia rimasta vedova,

a maggior ragione Dio, nostro Padre, si prende cura di noi.

 

Ma quello su cui dobbiamo soffermarci in questa piccola parabola,

è l'insistenza, la perseveranza della vedova.

Ella avrebbe tutte le buone ragioni per smettere di chiedere,

per smettere di bussare alla porta del giudice,

per smettere di gridare.

Ma persevera.

Non dà ascolto alle mille buone ragioni

che vorrebbero scoraggiarla dal chiedere giustizia.

Ella dà ascolto al suo senso della giustizia e al suo cuore di madre,

Sa che Dio è dalla Sua parte,

e che l’iniquità, il potere malsano e sprezzante degli uomini non può avere l’ultima parola.

 

Gesù invita anche noi a fare questa scelta:

essere perseveranti nella preghiera.

Quando sentiamo tante notizie che parlano di sconfitte nel campo

della vita, della famiglia, dell'amore, della pace,

siamo tentati di abbandonare la preghiera...

Ed è un errore enorme.

La preghiera non cessa e non cesserà mai di trasformare il mondo.

«Dio farà giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui !»

«Li farà forse aspettare a lungo?

Io vi dico che farà loro giustizia prontamente» (Lc 18, 7-8)

 

Il Padre ascolta le nostre invocazioni, ascolta le nostre grida.

Il Signore è in ascolto della parte più profonda,

della parte più vera, del grido della nostra anima.

Quello che la nostra anima crede veramente e chiede veramente,

il Signore l'ascolta, il Signore l'esaudisce.

Egli fa giustizia!

*

Soffermiamoci ora sulla prima lettura.

Il popolo d'Israele è un popolo in cammino verso la Terra Promessa.

Ma si trova di fronte all'ostilità degli Amaleciti

che «vennero a combattere contro Israele a Refidim ». (Es 17,8)

 

Spinto dallo Spirito Santo, Mosè comprende che deve lottare con la preghiera.

Giosuè lotterà nella pianura, sul campo di battaglia, con gli uomini migliori,

mentre lui, Mosè, lotterà «sulla cima del colle» con la preghiera.

 

«Quando Mosè alzava le mani, Israele prevaleva;

ma quando le lasciava cadere, prevaleva Amalèk.» (Es 17,11)

 

Certamente erano in pochi a vedere Mosè,

si vedevano Giosuè ed il suo esercito.

Ma l’essenziale si giocava sul colle!

Ci voleva Giosuè e la sua fatica nella pianura…

Ma la vittoria non poteva esserci, per Israele, senza l’intercessione di Mosè.

 

L’essenziale si giocava sul colle…

E l’essenziale si gioca ancora oggi sul colle della preghiera...

 

Fratelli e sorelle, noi abbiamo una responsabilità:

la responsabilità della preghiera.

 

La responsabilità di gridare a Dio giorno e notte

come la vedova del Vangelo.

«Giorno e notte»

Che sia giorno o che sia notte

nelle nostre anime, nelle nostre emozioni, nei nostri stati d'animo,

nella nostra vita spirituale …

 

La responsabilità di alzare le braccia dell'intercessione

per tutti quelli che, come noi, combattono le battaglie della vita,

dell'amore, della giustizia, dell'annuncio del Vangelo, nel mondo.

 

La responsabilità anche di sostenere le braccia di quelli

che non riescono più ad alzare le braccia,

come Aronne e Cur sostennero le braccia di Mosè.

 

Noi abbiamo, in fondo, una responsabilità comune,

quella di non cedere alla malattia dell'anima che è l'accidia,

lo scoraggiamento interiore,

e di crescere nella preghiera fiduciosa che Gesù ci chiede,

che la Chiesa ci raccomanda.


Carissimi, oggi, guardo a Mosè, guardo alla vedova,

e mi dico che, davvero, essi non si sono scoraggiati.

Come mai?

Qual è il loro segreto?

Come non cadremo nell’accidia?

 

Mi sembra che ci siano due risposte molto semplici:

la prima è che Mosè persevera nella preghiera

perché ama il suo popolo,

ama in modo viscerale questo popolo per il quale ha dato tutta la sua vita.

E credo che la vedova perseveri nella preghiera

perché ama i suoi figli, con tutto il suo amore di madre.

 

E' l'amore che ci rende perseveranti nella preghiera.

Perseveriamo nella preghiera

quando cominciamo ad amare, senza alcuna esclusione,

gli uomini e le donne del nostro tempo,

di tutte le nazioni, popoli e religioni.

L'amore infiamma la preghiera,

infiamma il cuore!

E' quindi una chiamata a chiedere una nuova effusione dello Spirito Santo

per un di più di amore,

per accogliere sempre di più nel nostro cuore i volti del nostro tempo.

Tutti.

 

La seconda è di andare da un Aronne e da un Cur,

cioè di chiedere aiuto a dei fratelli, a delle sorelle:

Aiutami a pregare”.

Prega per me”.

Insegnami a pregare”.

Osiamo chiedere le cose più semplici !

 

Con il cuore rinnovato nello Spirito Santo ed il sostegno dei fratelli,

potremo, sì, essere perseveranti nella preghiera per il mondo di oggi.

Ed è una gioia!! Una gioia profonda!

Credo che la tristezza sopraggiunga nell’anima quando pensiamo

di non poter più fare nulla per gli altri.

Ma questa è una menzogna.

Possiamo sempre bussare alla porta del cuore di Dio per gli altri;

possiamo sempre alzare le braccia dell'intercessione per gli altri.

La nostra vita fino all'ultimo respiro è una vita missionaria.

Siamo in missione fino alla morte.

Responsabili gli uni degli altri, fino alla nostra stessa morte,

perché possiamo scegliere di offrire le nostre sofferenze e la nostra morte

per gli altri.


Ma, fratelli e sorelle,

« Il Figlio dell'uomo, quando verrà,

troverà la fede sulla terra?» (Lc 18,8)


La risposta dipende da te …

Se tu ti impegni, nel più profondo dell'anima, nella preghiera e nel concreto dell'amore,

avrai dato senza alcun dubbio il tuo contributo

perché Gesù trovi la fede sulla terra

quando verrà nella Sua Gloria.

 

 

venerdi 11 ottobre 2019 - XXVII settimana T.O. - Gl 1,13-15;2,1-2 - Lc 11,15-26 - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel

 

Gesù ha appena guarito un uomo sordo e muto,

un uomo che non poteva sentire, non poteva parlare,

che era come imprigionato, chiuso ,

chiuso dal male, chiuso da Satana.

E Gesù l’ha liberato, ha riaperto i suoi sensi.

Gesù è colui che ci apre,

che ci apre agli altri, che ci apre al creato, che ci apre a Dio.

 

Questa liberazione splendida viene però interpretata da alcuni in modo del tutto negativo.

Dicono che essa è stata opera di Belzebùl.

Perché? Perché non sopportano la libertà e la novità di Gesù.

Non accettano che Dio possa manifestarsi al di fuori di un certo quadro religioso:

Dio deve agire secondo quello che essi sanno e conoscono di Lui, e soltanto così.

Dio non ha il diritto di agire diversamente!

Ma, nella persona di Gesù, Dio si manifesta con una novità,

con un amore, con una libertà splendidi,

e ci chiede di fare posto a questa novità,

di permettere a Lui di agire in modo nuovo nella nostra vita e nella vita del mondo.

Il Vangelo dell’Incarnazione, il Vangelo della Croce e della Risurrezione

è un Vangelo sempre nuovo.

Dio vuole scrivere nella nostra vita una pagina sempre nuova del Suo Vangelo.

Gesù dà la giusta interpretazione del miracolo appena avvenuto:

Se io scaccio i demòni con il dito di Dio, allora è giunto a voi Il regno di Dio”. (Lc 11, 20)

Quel segno, quel miracolo, significa che il Regno di Dio è giunto fino a noi!

Questo regno è Regno di Dio!

Non è il regno del pensiero umano, non è il regno del nostro pensiero limitato!

È il regno di un amore più grande del nostro,

il regno di una libertà più grande della nostra,

il regno di una vita più grande della nostra vita.

 

Il regno di Satana è un regno che ci rinchiude, ci limita, ci schiavizza.

Invece il Regno di Dio è un regno che ci libera,

che spalanca l’orizzonte della nostra vita,

è un regno sempre più grande di noi.

 

Ma bisogna dire di sì a questa libertà!

Bisogna accogliere un orizzonte più grande dentro di noi.

Quante volte assomigliamo ad un uccello in gabbia, a cui si è aperta la porta della gabbia,

ma rimane dentro la gabbia!

 

Viene in mente la lettera ai Galati:

Cristo ci ha liberati per la libertà!” (Gal 5,1)

Il grande dono del Vangelo di Cristo è la libertà, la libertà dell’amore.

La possibilità di amare,

cioè la possibilità di donarci,

la possibilità di morire per l’altro,

perché non siamo più schiavi della morte:

possiamo ormai morire per l’altro.

La Risurrezione è già dentro di noi!


Ma su questa libertà bisogna vigilare:

State dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo Il giogo della schiavitù” (Gal 5,1)

dice ancora Paolo ai Galati.

Perché c’è chi è venuto “a spiare la nostra libertà che abbiamo in Cristo Gesù,

allo scopo di renderci schiavi” (Gal 2,4)

È anche quello che dice Gesù nel Vangelo odierno.

Quando sei stato liberato da uno spirito cattivo, devi essere molto vigile;

perché, se non hai veramente desiderato questa liberazione,

se non sei deciso a vivere per Dio,

lo spirito cattivo vorrà tornare con altri spiriti peggiori di lui,

perché tu divenga di nuovo il “suo” palazzo, e per sempre. (cfr Lc 11, 24-26)

Attenzione alla nostalgia dei piaceri sbagliati,

attenzione alla nostalgia del peccato,

attenzione alla nostalgia della menzogna!

La nostra bella Libertà Cristiana è sempre minacciata

dalla carne, dalla pesantezza dell’io,

minacciata dal mondo, della mondanità,

minacciata dal diavolo,

ma quello che ci rassicura è che questa libertà è divina:

questa libertà è l’opera di Gesù in noi.

L’abbiamo sentito: Gesù si presenta oggi come l’uomo più forte della piccola parabola,

che vince il demonio, gli strappa via le armi e ne spartisce il bottino. (cfr Lc 11, 22)

Gesù è quest'uomo più forte nella vittoria della Croce.

È nell’avvicinarci alla Croce di Gesù che troviamo e ritroviamo la vera libertà.

È quello che viviamo in ogni Eucarestia:

torniamo alla Croce gloriosa di Gesù per ritrovare la nostra bella e gloriosa libertà!

 

 

Domenica 6 ottobre 2019 - XXVII settimana T.O. - Ab 1,1..2,4 – 2 Tim 1,6..14 ; Lc 17,5-10 - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel

 

No alla paralisi spirituale!

 

Sono appena tornato dall’Ecuador,

dove ho accompagnato un pellegrinaggio di giovani disabili,

provenienti dal Canada.

In quest’inizio di mese missionario straordinario,

devo testimoniare quanto questi giovani disabili siano profondamente missionari.

Portano Gesù!

Aprono i cuori della gente e seminano la sapienza evangelica.

 

E noi? Siamo missionari?

Credo che spesso siamo alle prese con una sorta di paralisi spirituale

che ostacola la nostra missionarietà,

una paralisi spirituale che si può riassumere in due tipi di blocco:

Non ho abbastanza fede, e quindi non mi muovo”;

e “Il Signore - o la Chiesa - mi chiede troppo, e quindi non mi muovo”.

 

È questo doppio pericolo che Gesù mette in luce

nel Vangelo odierno.

 

Mi spiego.

 

Gli apostoli dicono al Signore: «Accresci in noi la fede!».

Non dicono di non avere fede in Gesù,

nel suo essere il Messia, il Redentore.

Ma chiedono che la loro fede sia rafforzata, accresciuta.

Aspettano da Gesù il dono di una fede più grande,

più chiara, più evidente, più coinvolgente.

Allora, saranno in grado di praticarla.

Allora, potranno fare anch'essi miracoli.

 

Come risponde Gesù?

«Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso:

Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe.» (Lc 17,6)

 

Significa in qualche modo:

«Non procrastinate!

Non aspettate di avere una fede più forte per vivere la vostra fede».

 

La tua fede grande quanto un granello di senape, impegnala!

Investila subito!

Mettila in pratica.

Traduci in azione la fede che hai oggi.

Altrimenti sarai sempre in attesa di una fede più grande,

e non vivrai mai la tua fede.

Ad esempio, incontro un malato e so che Gesù può fare delle meraviglie nella sua vita.

Ma ritengo che la mia fede sia troppo piccola,

e non oso pregare con quel malato, su di lui.

Questa è una tentazione…

 

Non aspettare di avere una fede gigantesca…

Non aspettare di avere una fede luminosissima, senza nessuna domanda…

Non aspettare di avere una fede che non esisterà mai.

Buttati con la fede che hai….

 

«Custodisci, mediante lo Spirito Santo che abita in noi, il bene prezioso che ti è stato affidato.»

dice oggi Paolo a Timoteo. (2Tm 1,14)

La fede che hai oggi è una perla preziosa.

Tu la ritieni insufficiente…

Ma è una perla preziosa.

Prenditi cura di essa.

Non lasciarti ingannare e tentare.

La fede che già abita nel tuo cuore è bellissima,

perché è dono di Dio.

Non chiamare insufficiente quello che è divino in te…

Non si tratta di sognare una fede che crescerebbe secondo criteri umani,

ma di crescere nella fede che già hai…

 

La seconda forma di paralisi spirituale è questa:

«Il Signore - o la Chiesa - mi chiede troppo, e quindi non mi muovo».

 

Gesù parte da una realtà molto concreta.

Immaginate un servo che abbia reso il servizio che gli era stato richiesto.

Ha lavorato, ha sudato, si è dato da fare con serietà.

Poi, ad un certo momento, ritiene di dover ormai essere servito a sua volta:

«Ho servito, ho quindi diritto ora ad essere servito».

Dopo un certo sforzo, pretende di essere, lui, servito.

 

Mette, cioè, lui, un limite al servizio, al dono di sé.

 

«Ho risposto alla chiamata di Gesù,

ho camminato, ho obbedito, ho sudato, ho anche sofferto.

Ma ora, basta… c'è un limite.

Gesù non può chiedermi troppo.

C'è un limite nel donarsi».

 

Gesù ci fa capire che quest’atteggiamento non può andare bene.

Gesù senz’altro ci ha chiesto, ci chiede e ci chiederà “troppo”!

Perché ci chiede tutto.

E perché ci chiede quello di cui non siamo capaci.

Ci chiede qualcosa per cui è Lui e sarà Lui a darci la forza.

Lo dice Paolo a Timoteo:

«Con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo.» (2Tm 1,8)

Ma spesso dimentichiamo che è Lui a darci la forza…

 

Ci dice oggi:

«Quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite:

Siamo servi inutili.

Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”» (Lc 17,10)

 

Non che quel che facciamo, quando seguiamo Gesù, sia inutile,

ma, letteralmente, siamo servi che non sono indispensabili.

Non siamo noi a salvare il mondo.

Il Salvatore è Gesù.

Il Regno non è opera nostra…

 

Rimaniamo e rimarremo servi del Regno che il Signore ci dona.

La Salvezza è opera di Gesù, nella Sua morte in croce,

nella Sua resurrezione e nel dono dello Spirito Santo.

E noi ne siamo i servi.

Solo servi.

E sempre servi.

 

Non schiavi che operano per paura o per costrizione.

Ma servi che agiscono per amore e per riconoscenza.

Ma sempre servi.

 

Non avanziamo alcuna pretesa dinanzi a Dio.

Non meriteremo mai la salvezza…

«Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, scrive ancora Paolo,

non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto e la sua grazia.»(2Tm 1,9)

 

E se Gesù ci chiede: «Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e servimi,

finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu»,(Lc 17,8)

così faremo.

 

Anche se riteniamo che sia troppo

Sarà sempre troppo.

Perché si tratta sempre di rispondere, di corrispondere a troppo amore!

 

Allora possiamo accogliere l’invito odierno di Paolo:

«Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio, che è in te mediante l'imposizione delle mie mani.

Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza.» (2Tm 1,6-7)

Non aspettare un dono di fede straordinario;

Non pretendere di aver donato ormai abbastanza:

accogli il dono e la chiamata al servizio che sono già ora nella tua vita,

e mettili in pratica…

 

«Il giusto vivrà per la sua fede», ci ha ricordato il profeta Abacuc nella prima lettura.(Ab 2,4)

La fede è un tesoro straordinario che fa di noi dei viventi.

La tua fede è un tesoro straordinario che fa di te un vivente,

nella misura in cui ne vivi,

nella misura in cui, per essa, ti metti al servizio del Regno di Dio

acconsentendo a darti troppo,

ad amare troppo,

a soffrire troppo per il Regno.

Credi e mettiti al servizio del Regno con la fede che hai,

e sarai veramente VIVO.

Sarai il missionario che SEI.


 

 

Domenica 22 Settembre 2019 - XXV settimana T.O. - Am 8,4-7; 1 Tm 2,1-8; Lc 16,1-13 - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel


 

Il nostro Libro di vita di Gerusalemme

ci indica una via molto concreta per vivere il voto di povertà,

ponendo come prima tappa l’umile accettazione delle nostre ricchezze.

La prima tappa della tua pasqua di povertà passa dall’umile accettazione delle tue ricchezze.

Qualunque cosa tu faccia o dica, eccoti ricco della tua fede, della tua speranza,

dell’amore della tua Fraternità, della tua cultura, della tua salute, della tua libertà,

fino a conoscere il perché della tua sete di povertà.

Da ciò non trarre motivo né di vergogna, né di vanità:

Dio non ha preferenze per nessuno.

Non te ne fare una colpa, ma non dimenticarlo mai.” (Libro di vita, n°95)

Dobbiamo accettare umilmente che siamo ricchi,

e questo è vero per tutti noi.

Il Vangelo odierno ci invita anche a riconoscere

che le ricchezze sane e legittime che possediamo ci sono state affidate da Dio

e che, all’ora del giudizio, il Signore ci chiederà conto

di cosa avremo fatto di quello che Egli ci ha affidato

Avverrà per noi quello che avvenne per l’amministratore nel Vangelo di oggi:

Rendi conto della tua amministrazione”. (Lc 16,2)

Ti ho affidato delle ricchezze fisiche, intellettuali, spirituali, familiari, culturali, materiali …

cosa ne hai fatto?

 

Sappiamo attraverso la parabola dei talenti

quanto sia insensato e malsano sotterrare i doni di Dio

per paura di Dio, (cfr Mt 25,25)

perché non conosciamo il suo amore e la sua misericordia.

Al contrario, quello che glorifica il Signore

è far fruttificare tutte le ricchezze che Egli ci ha affidate,

secondo il Suo disegno di Amore, a servizio del Suo Regno;

svilupparle per condividerle;

investirle nella banca dell’amore, come diceva la piccola Teresa del Bambino Gesù,

dove il più grande profitto è il dono.

Donare tutto e donarsi.

Far fruttificare tutte le ricchezze che Dio ci ha affidate

per umanizzare il nostro mondo, e, inseparabilmente,

per parlargli di Dio, per testimoniargli il Suo amore senza limite.

Perché l’orizzonte che abita la nostra anima

è quello che Paolo indica nella seconda lettura:

Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità” (1Tm 2,4)

*

Ma il Vangelo di oggi non ci pone soltanto la domanda

sull’amministrazione dei beni che Dio ci ha affidati.

Ci offre una via, una via molto concreta…

Per toccare i nostri cuori, Gesù racconta una parabola che ci sorprende.

E’ la storia di un amministratore disonesto

che abusa della fiducia del suo padrone.

Il padrone viene a saperlo e, prima di licenziarlo, gli chiede di presentargli i conti.

Cosa fa questo amministratore?

Continua ad essere disonesto!

Utilizza il suo ruolo di intendente per alleggerire il debito dei servi del padrone,

affinché questi, pieni di riconoscenza, l’aiutino

quando egli si ritroverà disoccupato e senza risorse.

L’intendente ha un modo di fare disonesto,

e certamente il padrone non lo loda per questo.

Ma ha un'intuizione molto giusta, e, siccome il padrone è umile e vero,

riconosce il valore di questa intuizione.

L'intuizione è di usare la ricchezza che gli è affidata

per il bene di coloro che sono oppressi dai debiti.

Allora questi lo accoglieranno quando egli sarà spogliato dei suoi beni.

E' un’intuizione geniale:

i beni affidatici hanno una durata limitata;

un giorno non li avremo più… finiranno!

Ma quello che avremo dato agli altri, e specialmente ai poveri,

non ci verrà tolto,

anzi sarà la nostra ricchezza.

Quello che tu doni oggi, sarà il tuo patrimonio domani!

E’ quello che Paolo esprime in modo teologico dicendo:

L’amore non passerà mai” (1Cor 13,8)

Dice Gesù: “Ogni ricchezza puzza di ingiustizia, usatela

per farvi degli amici,

così quando non avrete più ricchezze,

i vostri amici vi accoglieranno presso Dio.” (cfr Lc 16,9)

Chi ci accoglierà in cielo?

Gesù certamente!

La Vergine ed i santi, senza dubbio.

Ma anche quella persona che avremo accompagnata quando era malata e morente;

quell’altra che avremo accolta nella nostra famiglia quando era in difficoltà ;

il giovane che avremo aiutato a studiare;

i migranti che avremo sostenuti;

le persone che avremo veramente portate nella nostra preghiera;

i salariati per i quali avremo creato del lavoro, e così via.

E’ tutto il contrario di quello che denuncia il profeta Amos

rivolgendosi a coloro che calpestano il povero e sterminano gli umili del paese. (cfr Am 8, 4)

 

Ecco la sfida: far fruttificare le nostre ricchezze umane e spirituali

per dare vita, per umanizzare ed evangelizzare il mondo.

 

Vorrei portarvi un esempio che viene da una terra che mi è molto cara: il Canada.

Vorrei parlarvi di Louise Brissette.

Siamo nel 1966, Louise ha vent’anni e ha appena avuto il suo diploma di fisioterapista.

Lavora in un ospedale.

E’ ricca:

ricca della sua fede, della sua energia, della sua creatività e della sua competenza professionale.

A 21 anni, parte per l’America Latina

e si mette a disposizioni dell’Università Centrale di Quito in Ecuador,

e aiuta un'equipe medica militare per il recupero di bambini handicappati.

Là, vede come sono trattati i bambini disabili:

i bambini arrivano dentro delle scatole,

40, 50, 80 bambini scaricati come una merce, spesso senza nome e senza età,

arrivano dalla montagna e dalla foresta equatoriale.

I camion passano zona per zona, e prendono tutti i bambini disabili,

vittime in tanti delle epidemie di poliomielite.

Il lavoro di Louise consiste nel formare terapeuti

che aiuteranno nella cura di tutti questi giovani.

Di ritorno nel Quebec, vi lavora fino al '75, quando riparte per il Camerun,

di nuovo per curare i bambini disabili,

e poi, quando ritorna in Canada, cosa fa?

Continua a far fruttificare i doni ricevuti,

adottando uno, poi due, tre … e infine 37 bambini disabili.

Trentasette figli che la chiamano “mamma” e che quindi hanno ormai una famiglia,

hanno fratelli e sorelle,

che hanno, grazie a dei volontari e ad alcuni dipendenti che collaborano,

una scuola ed una situazione di vita adatta a loro,

ed una vita piena di fede e di gioia irradiante.

Ecco la bellezza che zampilla quando facciamo fruttificare i doni che Dio ci ha affidati.

 

E quello che è magnifico, da Louise, è tutto ciò che danno i bambini:

la loro semplicità, la loro gioia, la loro fede.

Se andate su internet troverete questa bella espressione a proposito dei disabili:

dei “regali mal-imballati che sono un tesoro di amore”.

Questo ci fa capire che le nostre ricchezze sono anche le nostre fragilità,

i nostri limiti, le nostre povertà.

Mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze, scrive Paolo,

perché la potenza di Cristo agisca in me.” (cfr 2 Cor 12,9)

Ecco l’immensa grazia del mistero Pasquale .

Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio ”.(Rm 8,28)

Essendo la morte vinta, tutto nella nostra vita può portare frutto,

anche i nostri handicap, i nostri limiti,

e anche i nostri peccati, se li rimettiamo alla misericordia di Dio.

LA condizione è di non tenere nulla per noi, nei nostri cuori,

né i nostri peccati né qualunque ricchezza.

L’essenziale è mantenere il cuore povero.

Mai, mai, il nostro cuore sia avaro, sia chiuso.

Beati i poveri di cuore perché il regno di Dio appartiene a loro” (cfr Mt 5,3)

Signore, ti rendiamo grazie

per le nostre ricchezze fisiche, intellettuali, spirituali, familiari, culturali materiali,

e per tutte le nostre fragilità.

Il tuo Spirito Santo ci insegni come far fruttificare tutto

per umanizzare ed evangelizzare il nostro mondo

che ha tanto bisogno di amore

che ha tanto bisogno di Te. Amen.

 

 

venerdì 20 Settembre 2019 - XXIV settimana T.O. - 1Tm 6,2-12 - Lc 8,1-3 - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel


 

Abbiamo contemplato ieri i gesti pieni di pentimento e di amore di Maria di Magdala,

che lava i piedi di Gesù con le sue lacrime. (Lc 7,36-50)

E oggi la vediamo già insieme alle sante donne che accompagnano Gesù

nel suo ministero,

nel suo andare di città in città a portare la gioia del Regno,

annunziando La Buona Notizia.

Come sono belle queste donne!

Come sono fedeli!

E sappiamo che le donne saranno le più fedeli quando verrà l’ora della prova,

l’ora del Golgota.

Scrive Marco:

Vi erano anche alcune donne, che osservavano da lontano, tra le quali Maria di Màgdala,

Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome,

le quali, quando era in Galilea, lo seguivano e lo servivano,

e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme.” (Mc 15,40-41)

E molte altre donne

Che santità!

Santità al femminile.

 

L’amore della Maddalena, in particolare, fu così grande,

il suo dolore fu così profondo,

che Gesù, appena risorto, scelse di manifestarsi a Lei,

anche prima di salire al Padre per presentarsi a Lui nel Suo corpo glorioso.

 

Ma come mai le donne, le sante donne,

furono così fedeli, fino alla croce?

 

Mi sembra che l’Apostolo Paolo,

nelle sue raccomandazioni a Timoteo che abbiamo sentite oggi,

ci dia un elemento di risposta.

 

Paolo ci dice che tra le persone religiose ce ne sono alcune

che bramano le ricchezze.

E altre, no.

Per chi non è in ricerca avida di soldi, di denaro, di ricchezze,

la religione è paradossalmente… un guadagno!

Quelli invece che vogliono arricchirsi, cadono nella tentazione,

nell'inganno di molti desideri insensati e dannosi,

che fanno affogare gli uomini nella rovina e nella perdizione.” (1 Tim 6,9)

 

Possiamo adottare questo criterio, anzi allargarlo.

Le sante donne del Vangelo, seguendo Gesù, cercavano delle ricchezze?

Le sante donne del Vangelo, seguendo Gesù, cercavano il potere?

Le sante donne del Vangelo, seguendo Gesù, cercavano la fama?

 

Prendiamo l’esempio di Maria di Magdala.

Cercava il denaro?

No… al contrario, versò un vaso di profumo carissimo

- il che, fra l’altro, testimonia il suo essere benestante -!

Non cercava il denaro.

D’altronde il Vangelo odierno lo dice chiaramente:

Le donne assistevano Gesù ed i Dodici con i loro beni. (cfr Lc 8,3)

 

Maria di Magdala cercava il potere?

Il suo atteggiamento umile e pentito dice tutto il contrario.

 

Cercava la fama?

Se l’avesse cercata, non avrebbe certamente fatto il suo gesto di pentimento,

in modo quasi pubblico.

 

La sua motivazione nel seguire Gesù non è la ricerca di un certo benessere,

o di un potere o di un onore.

Che cos’è?

E’ l’amore.

Lo dice Gesù:

Maria ha scelto la parte migliore e non le sarà tolta”. (Lc 10,42)

 

Ecco il segreto delle sante donne.

Il loro amore è poco inquinato…

 

E quindi è un amore che è capace di salire il monte Calvario.

Invece, la brama dei soldi, del potere e della fama

rende impossibile la salita al Calvario con Gesù.

Non puoi!

 

Ma, per riprendere le parole di Paolo,

per chi non è in ricerca avida di ricchezze, di onore, di potere,

la religione è… un guadagno!

È un guadagnare Cristo!

La nostra ricchezza è Gesù, è il Suo amore, la Sua fedeltà eterna… Cosa c’è di più bello!?

Il potere… è di poter amare, di poter dare la nostra vita.

Un potere che è libertà!

E la fama?

È di esser conosciuti non dagli uomini, ma dal Padre

come figli amatissimi!!!

 

Sante donne, che tanto avete da insegnarci,

pregate per noi!

 

 

venerdì 13 Settembre 2019- XXIII settimana T.O. - 1Tm 1,1-2.12-14 - Lc 6,39-42 - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel



Possiamo essere convinti di vederci chiaro, di porre uno sguardo giusto, vero,

sul marito, sulla moglie, sul confratello, la consorella, il vicino di casa, il collega di lavoro,

ma non è affatto vero perché abbiamo una trave nell’occhio.

Posso essere convinto di porre sugli altri uno sguardo di verità,

ma in realtà non sono in grado di vederli correttamente…

 

Allora, come vederci chiaro?

Gesù ci indica la via da seguire:

bisogna prima togliere la trave dal nostro occhio.

E come la possiamo togliere?

Abbiamo l’esempio di Paolo.

Paolo era convinto di vederci chiaro,

al punto che il Signore dovette renderlo cieco per un tempo

perché divenisse consapevole della sua cecità.

E come ritrovò la vista?

Con il battesimo.

Fu l’acqua battesimale, fu l’acqua viva della Pasqua di Gesù che lavò i suoi occhi.

Ci voleva la stretta unione con Gesù perché ci vedesse chiaro.

Gesù E’ la luce del mondo.

E’ questo che Gesù esprime con la guarigione di diversi ciechi,

anche di un cieco nato.

Sono venuto perché i ciechi vedano,

e perché chi pensa di vedere divenga cieco.”(cfr Gv 9,39)

La retta visione sulle persone ce l’ha Gesù, e Gesù solo.

È quindi a Lui che il Padre ha affidato il giudizio, quello individuale, come quello finale.

*

Cosa ne possiamo trarre?

L'impossibilità per noi di giudicare qualunque persona.

Voler giudicare è già di per sé una trave enorme nel nostro occhio.

Può giudicare una persona solo chi la conosce

in tutta la sua storia e fin nel profondo del cuore.

E conoscere, nel linguaggio che Dio ci ha rivelato,

significa amare, unirsi nell’amore all’altro.

Gesù è Colui che si è unito a noi nell'amore fino ad offrirci di essere con Lui un solo corpo.

Lui ci conosce, Lui vede chiaro, Lui ci ama, e nell'amore ci giudica;

giudica l'intenzione profonda del cuore.

E questo porterà a delle sorprese;

sorprese negative quando diremo: “Abbiamo mangiato con te,

ti siamo stati vicini, discepoli”;

e lui dirà: “Allontanatevi da me, non vi conosco”(cfr Lc 13,26-27),

perché il nostro cuore non era con Lui.

Sorprese positive, spiazzanti, quando diremo:

Ma quando ti abbiamo visto malato, migrante, morente, e ci siamo presi cura di te?” (cfr Mt 25,37-39)

 

A Gesù solo appartiene il giudizio.

Quanto a noi, nel momento in cui riconosciamo di non poter giudicare,

già una trave scompare dal nostro occhio,

perché ci mettiamo a guardare gli altri con umiltà.

Non posso giudicarti, ma posso amarti.

Il giudizio ci separa dagli altri, ci mette a distanza.

Il giudizio è molto spesso prodotto dalla paura o dall'invidia o dal rancore;

ma queste travi cadono quando ci apriamo allo sguardo di Gesù.

Non è più la pagliuzza nell'occhio del fratello che guardiamo, è il fratello che guardiamo:

il fratello come fratello,

il fratello nel suo intimo mistero,

il fratello come uno per il quale Gesù è morto,

il fratello che è diverso,

e questa diversità è veramente un dono ed una chiamata ad uscire da noi stessi.

 

Il giudizio ci fa stare chiusi dentro di noi, come in una fortezza,

mentre l'amore si fa uscire da noi stessi.

 

Allora non possiamo più pretendere di guidare gli altri,

perché saremmo dei ciechi che guidano altri ciechi;

ma possiamo farci carico dell'altro,

accogliendo Gesù come nostra guida sulla via dell'amore.

Nella Luce che è Gesù, il fratello è bello, è amabile!

 

Ciò non vuol dire che siamo buoni-buoni, pusillanimi, come se il male non ci fosse;

anzi nella luce di Gesù, il peccato ci appare in tutta la sua gravità, nel suo orrore;

ma lo vediamo non più identificando il fratello col suo peccato,

ma guardando il peccato come il nemico del nostro fratello,

schierandoci col fratello per aiutarlo ad accogliere Gesù, unico vincitore del Peccato.

*

Signore, liberaci dalla tendenza a giudicare e a condannare;

al contrario, il nostro sguardo sugli altri sia per loro

esperienza di misericordia,

di liberazione dalla condanna che spesso portano su loro stessi.

Donaci il tuo sguardo che ama, che spera, che benedice, che ridona fiducia. Amen.

 

 

martedì 10 Settembre 2019 - XXIII settimana T.O.- Col 2,6-15 - Lc 6,12-19 - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel

 

Una notte.

Una notte intera di preghiera.

Una notte durante la quale Gesù dice di sì.

Sì a Simone che sarà roccia, Pietro;

sì ad Andrea;

sì a Giacomo;

sì a Giovanni;

e così via…

E sì a Giuda.

Anche a Giuda.

 

Gesù sapeva perfettamente quanto questi uomini fossero fragili, poco affidabili nella prova.

Conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza su un altro.

Egli infatti conosceva quello che c'è in ogni uomo.” (cfr Gv 2,24-25)

Sapeva che Giuda sarebbe stato un peso immenso per Lui,

per il suo ministero.

E che sarebbe stato il traditore.

 

E dice di sì.

Era la volontà del Padre.

Era la Sua volontà.

 

Una sapienza solo umana certamente non li avrebbe mai scelti.

Una sapienza solo umana certamente non ci avrebbe scelti.

Ma l’Amore sì!

 

E cosa fa Gesù?

Non discende dal monte per chiamarli:

li chiama sul monte.

Gesù li chiama nel luogo della sua preghiera,

dell’intimità con il Padre.

Li attira nel focolare dell’amore divino.

E, là, li sceglie.

L’Amore li sceglie e ne fa degli apostoli,

cioè degli inviati, degli uomini chiamati a uscire, a partire, ad andare verso gli altri.

 

L’amore divino non si ferma dinanzi alla fragilità umana.

Non fa una inversione ad U dinanzi alle nostre povertà,

ai nostri probabili tradimenti.

 

Ci ha scelti come scelse i Dodici.

La scelta dei Dodici non poggiava sulle sole capacità umane.

L’Amore scelse di donarsi a loro, di renderli capaci di un amore intenso,

di riempirli di Sé.

 

Quando il Signore ci ha scelti per essere suoi discepoli,

ha fatto un grande atto di amore.

E' stato l’inizio di un nuovo dono di Sé.

 

Quando Dio ci sceglie, non è una sfida, è una promessa.

E per noi la certezza che il dono di Dio ci sarà.

Simone non diventerà roccia con le proprie forze!

Diventerà roccia perché l’amore di Gesù lo renderà saldo,

anche attraverso la sua caduta nel cortile del Sommo Sacerdote e tutte le altre sue cadute.

L’esperienza dell’Amore di Gesù, della misericordia di Gesù

farà di lui un innamorato di Gesù,

e quindi una roccia nella fede!

 

Ma tutto ciò è possibile a condizione di vivere come scrive Paolo nella Lettera ai Colossesi:

Camminate dunque nel Signore Gesù Cristo, come l'avete ricevuto,

ben radicati e fondati in lui, saldi nella fede come vi è stato insegnato,

abbondando nell'azione di grazie.

Badate che nessuno vi inganni con la sua filosofia e con vuoti raggiri ispirati alla tradizione umana,

secondo gli elementi del mondo e non secondo Cristo.” (Col 6, 6-8)

 

Questa la nostra parte: camminare nel Signore Gesù…

Non lasciarci ingannare dalle sapienze esoteriche che vanno di moda.

Dimorare in Gesù.

Allora si fa ogni giorno l’esperienza che fecero tanti malati nel Vangelo odierno.

Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti.” (Lc 6,19)

Il Vangelo aggiunge un dettaglio:

Anche quelli che erano tormentati da spiriti impuri, venivano guariti.”(Lc 6,18)

Il verbo greco per esprimere il tormento interiore ha la stessa radice della parola “folla”:

coloro, cioè, che avevano dentro di loro una “folla” venivano guariti.

Gesù ci guarisce, ci libera dalla “folla” rumorosa che ci portiamo dentro:

un caos di idee, di argomenti, di emozioni, di tentazioni, di pensieri cattivi…

In Lui ritroviamo l’unità interiore.

In Lui ritroviamo la pace interiore.

Tutto si unifica nell’unico comandamento dell’amore.

Ecco il frutto della Sua scelta:

l'unità interiore che ci permette quindi di partire,

di essere suoi testimoni, suoi apostoli.

 

Ti benediciamo, Signore, per averci scelti,

TI benediciamo perché la tua scelta è la nostra forza,

e ti chiediamo “la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza,

e che custodirà i nostri cuori e i nostri pensieri in Cristo Gesù.” (cfr. Fil 4,7)

 

Domenica 8 Settembre 2019 - XXIII settimana T.O. - Sap 9,13-18 – Fm 9.17 - Lc 14,25-33 - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel

 

Il Vangelo di Luca è molto preciso:

una folla numerosa andava con Gesù.

In tanti camminavano con Lui, Lo ascoltavano, osservavano.

Se Gesù fosse interessato al successo, al numero dei tifosi,

sarebbe felice!

Una bella autoaffermazione: popolarità, fama! Tanti seguaci!

 

Ma è vero il contrario.

A Gesù non interessa il successo né il numero.

Interessa la verità, la verità dei cuori.

A Gesù non interessa che le chiese siano piene: interessa la verità nei nostri cuori.

 

Egli si voltò e disse…” (Lc 14,25)

Si rivolge a quelli che camminano con Lui, e, in qualche modo, li spinge ad interrogarsi

sul perché camminino con Lui.

Che nessuno si faccia illusioni,

che tutti si rendano conto che camminare con Lui è una cosa, essere discepolo è un'altra.

E bisogna riflettere, discernere, prima di decidere di diventare discepoli di Gesù.

Come ci si deve sedere e discernere

prima di intraprendere la costruzione di un palazzo che costerà tanto,

o prima di partire in guerra contro un avversario molto più potente.

 

E su che cosa bisogna discernere?

Gesù parla di tre esigenze per essere discepoli:

dare a lui la priorità assoluta nell'amore;

portare la propria croce;

e rinunciare a tutti i propri beni.

 

Si capisce che i discepoli siano pochi…

Si capisce che le chiese spesso siano vuote!

 

Gesù agisce in modo contrario a quello della pubblicità odierna.

Sembra, anzi, allontanare i candidati.

 

Chi, di fatto, accetterà queste tre esigenze?

Esaminiamole.

La prima, letteralmente, è di odiare tutti i nostri cari. (cfr Lc 14,26)

Vuol dire che, per seguire Gesù, bisogna avere il cuore libero dagli affetti che ci imprigionano.

Si tratta di odiare la possessività e la passionalità dell’amore umano.

Bisogna essere liberi dalla ragnatela degli affetti che ci tolgono la libertà interiore,

per poter dare a Gesù veramente il primo posto nel nostro cuore.

Allora, sì, potremo amare i nostri cari e i nostri nemici con un amore vero, puro, disinteressato.

Amarli in Gesù, con Gesù.

 

La seconda è di portare la propria croce. (cfr Lc 14,27)

La croce, si sa, è uno strumento di messa a morte dei condannati.

Portare la mia croce significa che acconsento

a portare le conseguenze dei miei errori, dei miei peccati,

di tutto ciò che è stato disordinato nella mia vita.

Assumo le mie responsabilità.

Il peccato è perdonato, e questo è il dono immenso di Gesù,

ma rimane la lotta contro le cattive abitudini.

Ciò che in me appartiene alla morte, vuole ancora regnare su di me,

e devo lottare per accogliere pienamente la vita.

C’è una sofferenza nel combattimento per la verità, la purezza, la tenerezza vera:

ecco la croce che bisogna portare.

 

La terza è di rinunciare a tutti i nostri beni. (cfr Lc 14,33)

Non possiamo essere discepoli di Gesù se siamo prigionieri dei nostri beni.

È come per gli affetti:

bisogna avere la libertà dell’uccello o del vento,

per essere sempre di più disponibili a Gesù, sempre di più nelle sue mani,

e quindi sempre di più nella libertà dell’amore.

 

Ecco…

Bisogna parlare chiaro: Gesù ci chiede tutto.

Tutto.

Perché vuol darci una vita veramente nuova, una libertà veramente nuova.

Quello che a noi appare una privazione, anzi come una forma di morte,

è in realtà l’apertura ad una vita nuova.

Nella nostra vita Gesù vuole poter dire: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”. (Ap 21,5)

 

Un esempio bellissimo di questo è nella seconda lettura.

Paolo chiede a Filemone

di porre sul suo schiavo fuggitivo Onesimo uno sguardo totalmente nuovo.

Lo vede come schiavo, lo vede come fuggitivo, lo vede come colui che l'ha tradito?

Gli chiede di guardare a lui come ormai è, come un fratello carissimo.(cfr Fm 15-16)

Questo significa che Paolo ha fiducia nell’opera dello Spirito Santo

nella persona, nel cuore, di Filemone.

Lo invita a vivere come uomo nuovo e ad incarnare questa novità nelle scelte più concrete della vita.

 

Quanto ci sentiamo inadeguati dinanzi a una tale sfida!

Ci viene in aiuto la prima lettura, dal Libro della Sapienza.

L’autore riconosce che i ragionamenti dei mortali sono timidi e incerte le nostre riflessioni.

A stento immaginiamo le cose della terra;

ma chi ha investigato le cose del cielo?

E risponde: chi avrebbe conosciuto il tuo volere se tu non gli avessi dato la sapienza

e dall’alto non gli avessi inviato il tuo Santo Spirito? (cfr Sap 9,14-17)

È lo Spirito Santo che illumina il fondo del nostro cuore

e ci dà il desiderio, anzi la voglia o la passione, per rispondere di sì alle esigenze di Gesù.

È lo Spirito Santo che fa di noi degli innamorati di Gesù.

È lo Spirito Santo che rivela al nostro cuore l’amore folle di Gesù

e ci fa capire che quello che guardiamo come esigenza durissima

non è altro che una via di liberazione, di libertà, di vita nuova.

 

Perché il desiderio di Gesù è di portare i nostri cuori all’incandescenza dell’amore.

Il suo Vangelo oggi è una chiamata forte ad uscire da ogni forma di morte

per vivere della Risurrezione, per vivere da risorti.

È un grido del cuore di Gesù: “Vieni, vieni alla vita!”

 

Allora emerge dal nostro cuore un grido di ringraziamento:

Grazie, Gesù, di parlarci così chiaro!

Grazie, Gesù, di rivelarci quello che ci impedisce di essere tuoi !

La vita nuova tua, la desideriamo, la scegliamo.

Non ci basta più camminare con te, vogliamo, sì, essere tuoi discepoli.

E, per esserlo, ci fidiamo di te.

Non sarà mai una questione di essere all’altezza:

si tratta di lasciarci attirare a te dal Padre.

Ce l’hai detto:

Vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre.” (Gv 6,65).

Padre Santo, eccoci, ci mettiamo nelle tue mani,

e ti chiediamo di attirarci a Gesù.

Oggi, in questo anniversario di fondazione,

ti chiediamo una sola cosa:

innamorarci di Gesù, innamorarci della sua Passione, della sua Croce, della sua Risurrezione.

Allora, insieme, potremo essere servi di Lui in questa Badia,

che è stata ed è Santuario del Cuore Eucaristico di Gesù;

casa di famiglia aperta a tutti,

dove dal Cuore del Risorto sgorga un fiume di grazia

offerto a chiunque entri.

Vergine Madre, Figlia del tuo Figlio,

a Te ci affidiamo per diventare veramente discepoli del tuo Figlio.

 

sabato 7 Settembre 2019 - XXII settimana TO - Col 1,21-23- Lc 6,1-5 - Badia Fiorentina - fr Antoine-Emmanuel

 

"È lecito, non è lecito, è permesso, non è permesso...

Devi, non devi, fare questo o quello..."

 

Quanti "farisei" ci portiamo dentro, e quanto rumorosa può essere la loro voce dentro di noi.

E così si vive sotto il fardello della legge.

Tutto è legge...

 

E Dio... Chi è Dio? Colui che conta le tue inosservanze della legge!

 

Ma "Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi sotto questo fardello..." (cfr Mt 11,28)

ci dice oggi Gesù in qualche modo.

Difatti il racconto evangelico odierno è uno specchio

di quello che avviene nel campo della nostra vita, del nostro cuore.

 

Non era lecito raccogliere il grano di sabato,

e lo era ancora di meno un secondo sabato del primo mese,

e tale era il giorno di quell'avvenimento, secondo alcuni manoscritti antichi;

a quella data, vicina alla mietitura, era vietato mangiare il grano,

perché i primi frutti della mietitura andavano offerti a Dio.

Ed i Farisei vedono, interrogano, criticano, giudicano...

Quanto rumore anche dentro di noi!

 

Allora si manifesta Colui che è il Signore del sabato: Gesù.

Lui ci porta alla libertà.

Ci dona l' amore come unica legge.

Ci dona l' ascolto obbediente dello Spirito Santo come unico precetto.

 

Ormai, se la necessità di mangiare per vivere, per poter amare ,

ti porta a cogliere il grano e a mangiarlo di sabato,

sii felice e fallo!

Se la legge dell'amore - e non l'amore della legge-

se la fedeltà a Gesù, se la fedeltà alla missione,

ti portano a cogliere il grano e a mangiarlo anche il sabato del primo mese,

sii felice e fallo,

fallo liberamente, accogliendo la libertà che Gesù ci dona.

 

Gesù è nostro Liberatore.

Gesù è la nostra libertà.

 

Non guardare nello specchietto della tua giustizia,

come se tu fossi capace di giudicare te stesso

o come se tu fossi capace di essere giusto con i tuoi sforzi.

 

No! Guarda davanti, guarda l'orizzonte di libertà che Gesù ti offre, ci offre!

 

Ed è quello che ci insegna la lettera ai Colossesi.

Scrive Paolo: "Nessuno vi condanni infatti

in fatto di cibo o di bevanda o per feste noviluni e sabati.

Queste cose sono ombra di quelle future,

ma la realtà è Cristo".

Questo nel capitolo secondo (cfr Col 2,16-17).

Ma già nella lettura di oggi, dal primo capitolo:

"Un tempo, voi eravate stranieri, nemici di Dio,

stranieri alla volontà di Dio.

Ora Dio vi ha riconciliati.

Come? "Nel corpo della carne di Cristo",

mediante, cioè, la morte di Gesù sulla croce.

Dio vi ha riconciliati per presentarvi santi, immacolati e irreprensibili dinanzi a lui.

Se noi accogliamo la morte di Gesù nella nostra vita, nel nostro cuore,

allora siamo santi, immacolati e irreprensibili dinanzi a Dio.

Non a causa dei nostri sforzi, ma a causa della nostra fede in Gesù Cristo.

Perciò Paolo aggiunge: purché restiate fondati e fermi nella fede.

Non in una fede che traballa, non una fede che esita, non una fede piena di paure.

Ma una fede fondata e ferma, essendo noi irremovibili nella speranza del Vangelo.(cfr Col 1,21-23)

 

Ecco quello che chiediamo oggi: diventare irremovibili nella speranza del Vangelo.

Basti pensare a quello che Paolo scrive nella Lettera ai Romani:

"Non c'è dunque più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù." (Rm 8,1)

Se tu sei in Cristo Gesù, se tu dimori in Cristo, se la tua fede è in Cristo,

se per te vivere è Cristo (Fil 1,21),

non c'è più nessuna condanna.

 

Siamo stati liberati e non viviamo più sotto il peso della legge.

La nostra legge ormai è la legge dello spirito,

cioè l'obbedienza allo Spirito Santo, che sempre ci spinge sulla Via dell'Amore.

In questa eucaristia chiediamo a Gesù la Sua libertà, la vera libertà.

 

Domenica 21 luglio 2019 - XVI Domenica T.O. - Gn 18,1-10a – Col 1,24-28– Lc 10,38-42 - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel

 

Oggi facciamo come Abramo:

sostiamo all’ingresso della tenda,

per accogliere il Signore che viene attraverso la Sua Parola e la Sua Eucarestia.

Se Lo accogliamo, non c’è dubbio che una vita nuova sarà seminata in noi!

*

Vi ricordate del Vangelo di domenica scorsa?

Era la parabola del Buon Samaritano.

Era l’invito di Gesù a farci prossimo di chiunque troviamo nel bisogno.

Oggi abbiamo il Vangelo che lo Spirito Santo ispirò a San Luca

di collocare immediatamente dopo quella parabola.

 

Infatti, com’è generosa, com’è bella, l’accoglienza di Marta!

«Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò.»

recita il Vangelo. (Lc 10,38)

Quindi, in questo momento, gli apostoli che sono per strada con Gesù

hanno qualche altra occupazione, qualche compito,

e Gesù solo entra nella casa di Marta.

 

Marta lo ospitò.

Marta accoglie Gesù con tanta premura.

Si dà da fare.

Antipasti, primi, secondi, e così via, e si può ben immaginare che prepari il pranzo o la cena

anche per i dodici e qualche altro discepolo, che verranno più tardi,

perché il Vangelo ce la mostra molto indaffarata.

Ma molto!

 

Che bel servizio!

Marta è tutta presa dal servizio.

Vuole fare bene, vuole fare il meglio, per accogliere,

per onorare il Maestro e i suoi discepoli.

E vede che sua sorella invece è seduta ai piedi di Gesù.

Il testo greco è sorprendente:

dice che Maria si è seduta accanto presso Gesù.

Una doppia insistenza sulla prossimità rispetto al Maestro.

Non è solo l’attenzione di un discepolo che ascolta un maestro, un rabbi,

vi è anche un atteggiamento amoroso.

Maria ascolta amorosamente Gesù.

Dimostra tanto amore. (cf Luca 7,47)

Tanto ascolto.

 

Marta, quindi, vede sua sorella seduta ai piedi di Gesù,

e non capisce.

Come mai Gesù, che vede benissimo che Ella, Marta, si dà da fare per preparare da mangiare

non manda Maria a darle una mano?

«Signore, non t'importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire?

Dille dunque che mi aiuti».(Lc 10,40)

 

Maria ascolta Gesù.

Marta invece dice a Gesù cosa deve fare.

Dice a Gesù in che modo Maria deve farsi prossimo di Gesù e degli apostoli che devono mangiare,

e mangiare bene.

 

La risposta di Gesù è più che sorprendente!

Non asseconda la richiesta di Marta.

Non congeda Maria.

Anzi, dice che Ella ha scelto la parte migliore che non le sarà tolta. (cfr Lc 10,42)

 

Era bello, era generoso, era magnifico, il servizio di Marta.

Ma c’è una parte migliore.

Questa parte migliore si chiama Amore.

Amore per Gesù.

Amore che consegna tempo, affetti, soldi, per Gesù;

che consegna la propria vita per Gesù.

 

«Marta era distolta per i molti servizi.» (Lc 10,40),

letteralmente, era tirata, lacerata, assillata da un servizio molteplice.

Il servire le aveva fatto perdere l’unità interiore.

Era diventata una donna dispersa interiormente.

Faceva tanto, ma aveva perso l’ascolto del cuore.

 

Gesù le dice oggi con chiarezza:

«Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c'è bisogno.» (Lc 10,41-42)

Marta è presa da tante inquietudini.

Tanta agitazione.

Ha perso l’unico necessario.

Fa tanto per Gesù.

Ma perde il rapporto con Gesù.

 

Oggi, Gesù ci invita a riaccogliere, a riscegliere l’unica cosa necessaria,

per non perderla mai:

custodire l’essenziale che è il rapporto vivo, amoroso ed obbediente con Gesù.

 

Prendiamo tempo, «perdiamo» tempo,

per sederci accanto presso Gesù,

amorosamente.

Lasciamo che l’amore abbia i suoi diritti nella nostra vita.

 

Guardate all’esempio di Paolo!

«Con le mie sofferenze», abbiamo sentito nella seconda lettura,

«completo in me ciò che Cristo soffre a vantaggio del suo corpo,

cioè della chiesa.» (Col 1,24)

L’amore per Cristo, l’amore di Cristo ha pervaso tutto nella sua vita.

Anche la sua sofferenza.

La Sua vita è divenuta una vita amorosamente sottomessa a Cristo.

«Per me vivere è Cristo» (Fil 1,21)

«Adesso», dice, «Dio ha voluto far conoscere questo progetto segreto, grande e magnifico,

preparato per tutti gli uomini. E il segreto è questo:

Cristo è presente in voi e perciò anche voi parteciperete alla gloria di Dio.» (Col 1,27)

Cristo è presente in voi.

E noi vogliamo rispondere con amore alla presenza di Cristo.

 

Carissimo, chi nel mondo di oggi dimostra gratitudine, amore, tenerezza a Gesù?

Chi?

Non è questa la nostra comune vocazione?

 

sabato 20 luglio 2019 - S.Elia - Sir 48,1..11b– Lc 9,28-36 - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel

 

Al tempo di Elia andava di moda una nuova religiosità:

si manteneva ancora la fede antica dei Padri,

ma si accoglieva anche la religione dei vicini.

Non per amore dei vicini, non per apertura del cuore,

ma per il proprio interesse.

Questo orientamento veniva dall’alto:

il re Acab aveva sposato la regina Gezabele,

che faceva di tutto per diffondere il culto di Baal, il dio della natura.

Non il dio dell’Alleanza che ama il suo popolo,

ma il dio al quale si fanno dei sacrifici,

e che, in cambio, concede il benessere, il potere, le ricchezze.

Quindi era di moda fidarsi del dio d’Israele e di Baal.

E, man mano, si dimenticava il Dio d’Israele,

perché il piacere è immediato,

mentre la beatitudine non è nell’immediato, nell’effimero, nella superficialità.

 

Elia avrebbe potuto accettare tutto questo,

pensare come tutti, fare come tutti, vivere come tutti;

e lasciare che il popolo cadesse in un inferno di menzogne

che veniva presentato come un paradiso.

Un po’ come le pubblicità di oggi che offrono dei benefici illimitati… e ci si lascia ingannare:

perché tutto ciò che il mondo ci offre di illimitato

mette tanti limiti alla nostra libertà interiore.

 

Elia era un israelita come tutti gli altri israeliti,

ma egli disse di no a quello che andava di moda,

non solo per salvare se stesso,

ma affinché nessuno andasse perduto.

Aveva un cuore grande, e non si preoccupava solamente del suo destino,

ma del destino dell’intero popolo.

 

Per un certo tempo visse fuori dal mondo, attirato da Dio.

Dio non era per lui un’idea: era come una calamita, un amante.

Ed Elia aveva bisogno di tempi di solitudine, di solo a solo con Dio.

Non voleva isolarsi, non voleva chiudersi:

era attratto, aveva sete di Dio,

ma non si estraniò mai dalle vicissitudini del suo tempo.

Anzi si fece avanti sulla scena, anche politica, di allora

per ricordare che c'è un unico Dio.

 

Non ebbe paura di annunciare al re una grande siccità,

un’immensa prova per il popolo, il che lo fece diventare il primo nemico del re.

Non ebbe paura di sfidare pubblicamente e poi di uccidere tutti i sacerdoti di Baal,

il che lo fece diventare il più grande nemico della regina.

Voleva Dio e non voleva altro.

Non voleva compromessi.

Nessun compromesso.

Dio amato, Dio servito.

Dio solo, anche a costo della vita.

*

Ma anche Dio era innamorato di Elia.

Al punto che Dio permise che egli conoscesse un tempo di grande prova interiore,

in cui fu preso da grande angoscia, perché Gezabele lo minacciava di morte,

e fuggì nel deserto, desiderando morire.

Doveva conoscere la sua vulnerabilità.

Doveva conoscere la grande fragilità del suo essere,

per poter conoscere veramente Dio.

Dio che non si manifesta nel rumore del vento, del terremoto o del fuoco,

ma in una voce di fine silenzio. (cfr 1Re 19,12)

Elia doveva conoscere già il mistero Pasquale,

Doveva gustare l’umiltà di Dio.

 

Così fa Dio con i suoi amici:

li attira nel suo mistero, li configura a sé stesso.

Bisognava che Elia conoscesse il vero fuoco di Dio,

il fuoco del Roveto ardente,

il fuoco dell’Oreb.

Doveva fare un'esperienza di morte e di risurrezione.

Doveva essere già tra i discepoli di Gesù.

Allora sarebbe stato pronto ad affidare la missione profetica ad un altro, ad Eliseo,

e a lasciarsi portare nell’eterno Amore dal carro di fuoco.

 

Da Elia impariamo che l’uomo di Dio, quello vero,

è l’uomo consumato dal fuoco di Dio,

da un fuoco che lo brucia anche interiormente,

che lo configura alla passione redentrice di Cristo,

e quindi lo rapisce nella Sua risurrezione.

 

 

venerdì 19 luglio 2019 - XV settimana T.O. - Es 11,10-12,14 – Mt 12,1-8 - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel

 

Questa sera, dobbiamo scegliere.

Da che parte stiamo?

 

Ecco la situazione.

Siamo in Galilea, in mezzo ai campi dove la messe è matura.

Ci sono spighe dorate belle e pronte per la mietitura.

Siamo di sabato, giorno sacro al Signore,

durante il quale ogni lavoro è vietato.

È un giorno per il Signore. (cfr Es 20,10-11)

 

Gli apostoli del Signore, Pietro, Andrea, Giovanni, Giacomo e tutti gli altri,

sono in un campo che non è di loro proprietà.

E stanno cogliendo delle spighe.

Le prendono nelle mani, le schiacciano con le dita

per recuperare i chicchi di grano, che poi mangiano.

Vuol dire che hanno fame, e che non hanno altro da mangiare.

Non hanno ricevuto ospitalità, nessuno ha dato loro da mangiare quel giorno.

Hanno davvero fame, perché il grano fresco, da solo, non è il miglior piatto della Galilea!

 

Ora che pensare di questo comportamento?

Era lecito cogliere del grano in un campo altrui?

Era lecito fare un lavoro di mietitura artigianale il giorno di sabato?

Qui dobbiamo fare una scelta di campo.

 

Da una parte ci sono i farisei che dicono di no.

Non è lecito!

«Ecco, i tuoi discepoli stanno facendo quello che non è lecito fare di sabato» (Mt 12,2)

Loro guardano alla Legge.

Gli apostoli sono colpevoli.

Non importa la loro situazione, il loro vissuto, la loro persona.

Sono colpevoli.

Non si guarda alla persona, si guardano i fatti.

Essi vogliono una casistica precisa, secondo una logica chiara:

con tali azioni si merita la salvezza;

con tali altre azioni si è maledetti.

Punto e basta.

Sei da questa parte?

 

Oppure sei dall’altra parte?

Sarà quella della permissività?

Tutto è permesso?

Fa' quello che ti pare?

Fa' quello che ti senti di fare?

E quindi gli apostoli avevano ragione…

Punto e basta!

Ma non è di questo che ci parla il Vangelo.

 

Il Vangelo ci racconta un'altra storia.

Anzi, tre storie.

La prima è quella di Davide che, insieme ai suoi compagni,

«entrò nella casa di Dio e mangiarono i pani dell'offerta,

che né a lui né ai suoi compagni era lecito mangiare, ma ai soli sacerdoti.» (Mt 12,4)

La seconda è quella dei sacerdoti nel tempio che vìolano il sabato

e tuttavia sono senza colpa. (Mt 12,5)

La terza è appunto il caso dei discepoli, oggi, nel campo di grano.

 

Qui non c'è più una determinazione meccanica, una logica anonima.

C'è l'attenzione alla persona, alla sua situazione, alla sua storia,

ed alla presenza di Dio:

a Davide, l’unto di Dio,

al Tempio, luogo della Sua presenza,

e a Gesù che è più di Davide e più del Tempio.

 

Dio non è un contabile.

Dio non guarda la storia dall’esterno, con un metro o un contatore.

L’uomo guarda l’apparenza, Dio guarda il cuore. (cfr 1 Sam 16,7)

Dio guarda la realtà.

Dio conosce la realtà di Davide, del pio sacerdote nel tempio o degli apostoli affamati.

Se gli uccelli mangiano il grano, non potrebbe mangiarne chi ha fame?

Se gli uomini non sono stati in grado di offrire da mangiare agli apostoli,

Dio vieta loro di mangiare perché è giorno di sabato?

Ma che Dio sarebbe!

No!

 

Cosa chiede Dio?

Qual è l’attesa di Dio?

Risponde Gesù con una chiarezza luminosa:

Misericordia io voglio e non sacrifici. (cfr Mt 12,7)

Dio non vuole sacrifici senza misericordia.

Vuole il sacrificio del cuore che è la misericordia.

Dio non vuole il cuore che accumula meriti e diviene autosufficiente.

Vuole il cuore povero e misericordioso.

 

Era lecito per Gesù esser appeso sulla croce, la vigilia del Grande sabato?

Per tanti uomini religiosi, era un bestemmiatore ed un maledetto!

Eppure Egli compiva l’attesa del Padre,

perché il Suo Sacrificio era tutto Misericordia.

Era l’Agnello il cui Sangue veniva versato per il perdono di tutti,

anche dei farisei, dei Galilei che lo odiavano.

 

Ed è quel medesimo Sangue che si troverà fra un po’ nei calici su quest’altare.

Il medesimo Sangue.

Il Suo Sangue.

Non si mette più, come nella prima Lettura odierna, sugli stipiti delle case,

bensì nella profondità dei cuori.

Beviamo il Sangue dell’Agnello.

Il Calice della Misericordia.

Lo beviamo a nome del mondo intero.

Con la speranza che il mondo scopra la Divina Misericordia.

Così da uscire sia dal regno della legge,

sia dal regno del piacere e dell’io.

Unica via d’uscita è la Misericordia Divina.

Unico Pastore è Gesù.

Unica Legge è l’Amore.

Unico Cibo eterno è l’Eucarestia.

 

 

venerdì 12 Luglio 2019 - XIV settimana T.O. - Gn 46,1..30– Mt 10,16-23 - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel

 

 

«Chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato.»(Mt 10,22)

Nel contesto di persecuzione di cui ci parla Gesù,

cosa significa perseverare fino alla fine?

Significa prendere le armi e lottare fino alla fine?

Significa lasciarsi massacrare fino alla fine?

No!

Si tratta di conservare un atteggiamento di fiducia fino alla fine.

La perseveranza, l’upoménè, è una fiducia nel Signore che non si spegne.

 

Si tratta di dimorare nella fede, quando non c’è più nessuna consolazione,

nessuna luce, nessuna ragione di credere.

Si tratta di partecipare alla fiducia di Gesù nel Padre che perdura fino in fondo.

La perseveranza cristiana consiste nel non riprendere noi in mano la situazione,

perdendo la fiducia in Dio,

ma nel rimanere nell’obbedienza interiore, nella fiducia interiore.

 

Gesù ci insegna oggi un aspetto molto concreto di questa perseveranza,

di questa upoménè.

Nell’ora della prova, non sarete più voi a parlare,

ma lo spirito del Padre vostro parlerà attraverso di voi. (cfr. Mt 10,20)

Sarà quindi un’esperienza molto particolare;

nella prova faremo l’esperienza del Carisma della parola:

una parola che sorge in noi, pur non venendo da noi.

È l’opera tipica dello Spirito Santo.

Quando rinunciamo a difenderci noi,

Lui ci difende.

Finché siamo forti noi, non può essere Lui la nostra forza.

Finché chiacchieriamo noi, non può parlare Lui.

 

La perseveranza cristiana è l’arte di rimanere nel silenzio interiore,

permettendo allo Spirito Santo di parlare Lui.

È la grazia che chiediamo questa sera ai piedi della croce:

la grazia del silenzio interiore,

la grazia di non rispondere al male con i nostri discorsi interiori,

la grazia di non costruire una fortezza di discorsi per proteggerci.

L’ultima parola la lasciamo al Signore;

il giudizio lo lasciamo al Signore.

 

Guardate: sono poche le parole di Gesù in croce.

Non c’è una parola di accusa;

non c’è una parola per affermare che Lui non è colpevole;

non c’è una parola per sostenere che non merita la maledizione.

Non prende le armi della parola,

ma chiede l’assoluzione di coloro che non sanno quello che fanno; (cfr Lc 23,34)

annunzia al buon ladrone la sua canonizzazione: «Oggi con me sarai nel paradiso»;(Lc 23,43)

affida Giovanni e noi tutti alla Co-redentrice: «Donna, ecco tuo figlio!» (Gv 19,26)

Chiede da bere per compiere la Scrittura, (cfr Gv 19,28)

Grida la sua sofferenza di essere abbandonato dal Padre(cfr Mt 27,46; Mc 15,34)

e al Padre si abbandona: «Padre, nelle tue mani, consegno il mio Spirito». (Lc 23,46)

E lancia un ultimo grido (cfr Mc 15,37; Mt 27,50), come tanti moribondi che chiamano la madre.

Nessun rancore, nessuna vendetta, nessuna maledizione.

Gesù ci insegna la vera perseveranza dell’amore,

che acconsente allo spogliamento, fidandosi del Padre.

Ci apre davvero una strada nuova:

un silenzio del cuore che a Dio solo dà fiducia.

Non mi fido dei miei discorsi, mi fido di Te, Signore.

Non è efficace la mia parola: è efficace la Tua parola.

 

 

 

Domenica 7 luglio 2019 - XIV Domenica T.O. - Is 66,10-14c – Ga 6,14-18– Lc 10,1..20 - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel

 

Fa impressione, oggi, vedere la Cattedrale di Notre Dame a Parigi.

Una chiesa sventrata, denudata, che fa pensare ai versetti di Osea:

«La spoglierò tutta nuda e la renderò simile a quando nacque

e la ridurrò a un deserto, come una terra arida…» (Os 2,5).

È un’immagine, un riflesso della Chiesa nella grande prova,

della Chiesa che attraversa grandi purificazioni….

 

Ma oggi la liturgia ci invita a guardare al domani della Chiesa,

a quello che avverrà oltre la grande prova,

oltre il grande esilio.

Abbiamo difatti sentito un invito a rallegrarci con Gerusalemme, (cfr Is 66,10)

con una promessa straordinaria:

saremo allattati e ci sazieremo al seno delle sue consolazioni;

succhieremo e ci delizieremo al petto della sua gloria.

Perché così dice il Signore:

«Ecco, io farò scorrere verso di essa, come un fiume, la pace;

come un torrente in piena, la gloria delle genti.» (cfr. Is 66,11-12)

 

Da dove verranno questa pace e questa gloria?

Da dove vengono già questa pace e questa gloria?

Ci risponde Paolo nella seconda Lettura.

La pace e la gloria ci vengono a patto che,

per ciascuno di noi, e per noi come comunità,

«non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo». (Gal 6,14)

Questo il Credo di Paolo.

L’unico mio punto di appoggio, l’unico mio caposaldo, l’unica mia fierezza,

è la croce di Gesù.

Il mondo ha perso il suo fascino,

il mondo con le sue ricchezze, con la sua arroganza, non mi parla più,

il mondo non può più essere il mio fondamento… impossibile.

Ed io per il mondo sono un morto.

Non entro più nei giochi di potere, di prestigio, di competizione,

di show business, di gara, … del mondo.

 

Per mezzo della croce di Gesù,

«il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo.» (Id.)

E, conclude Paolo, un'unica cosa conta: «l'essere nuova creatura». (Gal 6,15)

Per grazia, per pura grazia.

Tutti i giochi per meritare la stima di Dio e degli altri sono spazzatura…

Conta solo essere nuova creatura,

cioè uomini e donne che vivono non più di sé stessi e per sé stessi,

ma che vivono di Gesù, della Sua morte e risurrezione…

LA novità, l’unica novità è Cristo Risorto.

 

Ed è questa novità che abbiamo la missione di rivelare al mondo.

Soprattutto con la nostra vita.

Il Vangelo odierno manda in frantumi l’idea che la missione sia solamente per i Dodici,

quindi per i vescovi ed i preti!

No… Gesù ha designato 72 discepoli, e li ha chiaramente inviati in missione, a due a due.

Siamo quindi chiamati ed inviati tutti!

A tutti noi, Gesù affida la missione!

A tutti noi, Gesù affida la novità e la bellezza del Vangelo!

Siamo tutti portatori dell’annuncio più bello che ci sia!

 

Pensate a tutti i titoli sui giornali, nelle edicole, sulle pagine web…

Nessuna notizia è più bella e più nuova e più decisiva di quella che a noi è stata affidata!

Lo si capisce già con la prima immagine usata da Gesù: una messe.

Gesù non dice che magari ci sarà un po' di grano…

No!

Dice: «La messe è abbondante.» (Lc 10, 2)

Il dono della Pasqua di Gesù è già operante nel mondo.

La riconciliazione è già offerta.

Il cielo è aperto.

Il demonio è vinto.

«Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni

e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi.» (Lc 10,19)

Si tratta di raccogliere il frutto della messe!

Di raccogliere il frutto della Pasqua di Gesù, perché niente vada perso.

Possiamo lasciare marcire il grano?

Possiamo privare la gente, e specialmente i giovani, del dono che è la Pasqua di Gesù?

Anche se essere missionari significa essere mandati «come agnelli in mezzo a lupi» (Lc 10,3),

cioè essere feriti, e talvolta dilaniati dai media, dalla gente…

 

Come vivere la missione?

Come viverla quest’estate?

Possiamo tenere a mente 7 chiavi.

  1. Pregate il signore della messe…(Lc 10,2): saremo sempre insufficienti. La missione sarà sempre oltre le nostre forze, quindi avremo bisogno della preghiera; e avremo bisogno dell'aiuto degli altri: non è un affare in cui posso farcela da solo.

  2. Non portate borsa, né sacca, né sandali…(Lc 10,4): avremo come appoggio non dei mezzi umani ma la grazia di Dio. La nostra fiducia non è nell’ultima App, anche se può essere utilissima per l’evangelizzazione. Mio punto di appoggio è il Signore e la Sua Parola.

  3. Non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada...(Id.) Quando è l’ora della missione, la priorità è la missione, non è lo star bene con i conoscenti.

  4. In qualunque casa entriate, prima dite: «Pace a questa casa!».(Lc 10,5) Il primissimo passo è annunciare e trasmettere il dono inestimabile che è la Pace di Gesù, la riconciliazione con il Padre: Dio ti ama, Dio ti perdona, Dio ti aspetta, Dio è appassionato di te… Se la persona ha un cuore anche lievemente aperto, il dono di pace entrerà in lei. Se no, ritornerà su di noi.

  5. Chi lavora ha diritto alla sua ricompensa.(Lc 10,7) Occorre accettare di essere amati, benvoluti, senza cercare però quello che ci piace di più. Si tratta di entrare in una relazione, nell’amore reciproco.

  6. Guarite i malati... e dite loro «È vicino a voi il regno di Dio» (Lc 10,9): potremo infine entrare nel vivo della predicazione, con i suoi due aspetti ossia la preghiera per delle guarigioni che sono i segni del Regno e l'annuncio stesso: «È vicino a voi il regno di Dio».

  7. «Non rallegratevi però perché i demoni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».(Lc 10,20) La settima chiave, Gesù la dà ai 72 discepoli, al loro ritorno. Ed è essenziale. È la chiave che mantiene la comunità nella carità e nella fede, ed evita il settarismo orgoglioso…

La missione senz’altro è una gioia:

una prova, quella degli agnelli in mezzo ai lupi,

una fatica, quella degli operai della messe,

ma una gioia, la gioia della messe,

la gioia di vedere il Regno di Dio entrare nei cuori, trasformare le relazioni,

irrigare il mondo…

La gioia di vedere la chiara sconfitta di Satana, totalmente vinto,

la liberazione dal peccato,

la morte vinta…

Ma la gioia deve essere sempre di più una sola:

la gioia di sapere i nostri nomi scritti nei cieli.

 

Sì, fratelli e sorelle,

i nostri nomi sono scritti nei cieli.

Scritti con il Sangue di Gesù.

Scritti nel Cuore del Padre.

Scritti con la Scrittura dello Spirito Santo.

Per pura grazia.

Per puro amore.

Anche se la missione può essere sorgente di profonde gioie, e lo è,

Gesù ci chiede di attingere la nostra gioia a questa scritta celeste,

che non è una scritta individuale,

bensì una scritta in cui ci siamo tutti noi…

«I vostri nomi sono scritti nei cieli.»

 

martedì 18 giugno 2019 - XI settimana T.O. - 2 Co 8,1-9 – Mt 5,43-48 - Badia Fiorentina - fr. Antoine Emmanuel

 

«Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.» (Mt 5,48)

 

Insegnando sul Monte, Gesù tratta di tanti argomenti:

del digiuno, della preghiera, della castità, del non fare giuramenti, e così via…

Ma una sola volta troviamo questa affermazione:

«Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.»

o meglio: «Sarete perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.»

In che contesto?

Quando Gesù parla dell’amore dei nemici. (cfr Mt 5,44)

 

Il cammino della perfezione è quindi unico: è l’amore dei nemici.

Serve - e tanto! - il digiuno.

È vitale - e quanto! – la preghiera.

È preziosa - e come! – la castità.

Ma tutto ciò ha per meta la carità,

l’amore, che arriva all’amore dei nemici.

 

Abbiamo vari obiettivi immediati, come quello di vivere con serietà un digiuno

o vivere appieno un’ora di adorazione.

Ma abbiamo un unico obiettivo finale: la carità.

 

Il greco distingue bene lo scopos che è l’obiettivo immediato

dal telos che è l’obiettivo finale.

Unico è il nostro telos: amare.

 

Appunto, nel versetto:«Sarete perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.»(Id)

la parola «perfetto» traduce il greco teleios.

Il Padre è teleios.

Il Padre è perfetto: il Padre eternamente adempie il fine suo che è l’Amore.

Dio È Amore!

Anche noi, siamo chiamati ad essere «teleios»,

ad andare, cioè, fino in fondo nella nostra chiamata all’amore.

 

È quindi un appello a non fermarci a metà strada sulla via dell’amore,

a far sorgere il sole della nostra benevolenza sui cattivi e sui buoni,

e a far piovere gesti di tenerezza e di bontà sui giusti e sugli ingiusti.

Accettando anche noi il sole e la pioggia degli altri

quando siamo cattivi o ingiusti!

 

E quest’andare fino in fondo nell’amore è esigente.

Non è più il solo «amare il prossimo», in cui siamo ancora noi il centro,

ed amiamo chi è intorno a noi, alla nostra famiglia, alla nostra religione,

al nostro pensiero politico…

No!

«Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo” e odierai il tuo nemico.

Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano.»

(Mt 5,43-44)

Il centro non siamo più noi, bensì chiunque il Signore metta sul nostro cammino.

Ed è questo rinunciare ad essere noi il centro

che ci fa diventare figli del Padre celeste.

 

Di quest’amore che trabocca, abbiamo oggi un esempio

nelle Chiese di Macedonia,

nella prima lettura odierna.

Come hanno potuto sovrabbondare nella ricchezza della loro generosità?

Come hanno potuto dare secondo i loro mezzi

e anche al di là dei loro mezzi, spontaneamente?

Anzi, domandando a Paolo con molta insistenza la grazia

di prendere parte alla colletta in favore della Chiesa di Gerusalemme? (cfr 2Cor 8,2-4)

 

Grazie a due cose.

Due cose li hanno aiutati a dare, ad amare,

pur essendo nella grande prova della tribolazione:

la loro gioia sovrabbondante

e la loro estrema povertà. (cfr 2Cor 8,2)

 

Ci rendono capaci di amare al di là delle nostre capacità

la gioia e la povertà!

 

È prezioso questo…

Perché spesso ci diciamo che saremo capaci di fare tanto,

di amare tanto, quando saremo più comodi, più tranquilli, più ricchi…

Non è per niente vero.

L’amore non cresce con la ricchezza e le comodità.

L’amore cresce con l’accoglienza dello Spirito Santo in noi…

 

È lo Spirito Santo che ci porta verso il nostro telos,

che ci guida verso la verità tutta intera, (cfr Gv 16,13)

che ci accompagna verso un amore sempre più grande.

È quello che sta facendo in modo particolare dall’ultima Pentecoste.

Il dono ricevuto sta crescendo in noi….

 

 

Domenica 16 giugno 2019 - SS.Trinità - Pr 8,22-31; Rm 5,1-5; Gv 16,12-15 - Badia Fiorentina - Fr. Antoine Emmanuel

 

 

Vivere la Trinità


 

« Molte cose ho ancora da dirvi,

ma per il momento non siete capaci di portarne il peso.» (Gv 16,12)

Cosa sono queste «molte cose» di cui Gesù ci parla oggi?

Queste molte cose che Egli aveva ancora da dire ai suoi apostoli ?


Quel che è certo è che gli apostoli “quella”sera, alla vigilia della Passione,

non sono capaci di « portarne il peso » …

E' troppo pesante per loro.

Essi non possono intuire il peso di sofferenza

che Gesù deve portare

per liberarci dal peccato e dalla morte

ed aprirci le porte del Cuore di Dio.

Questo richiede un dono di sé, un amore,

a cui non sono ancora pronti …

 

Essi non possono ancor meno immaginare

la quantità smisurata ed eterna di gloria, di felicità, di gioia,

che la Pasqua di Gesù ci apre. (cfr 2Cor 4,17)

Essi non possono ancora comprendere

l'altezza, la larghezza, la profondità, la grandezza (cfr Ef 3,18)

del mistero d'amore di cui sono i testimoni …

 

«Quando verrà lui, lo Spirito della verità,

vi guiderà a tutta la verità.» (Gv 16,13)

Verrà Lui, lo Spirito della Verità, il soffio divino della verità,

che scaccerà tutte le semi-verità e tutte le menzogne su Dio …

Lo Spirito della Verità che li condurrà, che ci condurrà, passo dopo passo,

verso «tutta la verità»,

che ci svelerà questo Amore sempre troppo grande per noi!

 

E Gesù aggiunge una frase molto sorprendente:

«Vi guiderà a tutta la verità,

perché non parlerà da sé stesso ...» (Id.)

 

Lo Spirito Santo non parla da sé stesso!

Non racconta il suo proprio mistero:

Egli è tutto rivolto verso il Padre e verso il Figlio.

 

Egli ci parla del Padre e del Figlio …

E' come se Gesù ci dicesse:

non aspettatevi che lo Spirito Santo vi riveli delle cose misteriose

che non hanno niente a che vedere con Gesù!

Non aspettatevi soprattutto che vi riveli i cosiddetti segreti

delle stelle, delle lettere, delle mappe...

Tutto questo è l'armamentario dei ciarlatani e la trappola di Satana.

 

Lo Spirito Santo è il frutto dell'Amore del Padre e del Figlio

e ci dice questo Amore, ce lo dona,

lo depone in noi.

 

E Gesù prosegue:

«E vi annuncerà le cose future» (Id.)

Le cose future che cosa sono?

Siamo alla vigilia della Passione.

Le cose future sono la Passione, la crocifissione,

l'abbandono del Padre, la morte, e la resurrezione di Gesù,

sono la Pentecoste e la Chiesa.

In breve, sono tutto il Mistero Pasquale!

Lo Spirito Santo ci racconta le ricchezze infinite

del Mistero Pasquale di Gesù!

 

Lo Spirito Santo è Colui che ci dice questo mistero, questo Amore,

che ce lo dona, che lo depone in noi.

Il più grande «segreto» della storia, della mia storia, della tua storia,

della storia dei popoli e delle civiltà,

-che non è un segreto ma un mistero-

è Gesù!

Tutto ciò che esiste ha in Gesù la sua chiave di interpretazione,

perché tutto è stato creato in Lui e tutto converge verso Lui! (cfr Col 1,16)

Egli è il nostro Alfa e il nostro Omega.

In Lui tutta la nostra esistenza trova il suo significato;

e tutto nella nostra vita acquista senso.

 

Allora cosa fa lo Spirito Santo?

Non ci fa un corso di teologia!

Ci fa vedere il legame vivo tra la nostra vita e Gesù.

Ci fa scoprire che c'è un legame molto profondo, molto intimo, unico,

tra Gesù e noi; un'articolazione profonda, qualcosa di inseparabile,

che rende la nostra vita più bella e più preziosa di quanto noi l'immaginiamo.

 

Noi non siamo un « caso » o un « numero »,

o un « problema » o un « fallimento »,

perché tutto nella nostra vita trova in Gesù

il suo significato, la sua realizzazione, la sua liberazione,

anche e soprattutto le nostre miserie, i nostri peccati, quello che ci procura vergogna …

 

Allora noi cominciamo a guardare la croce con stupore!

Ecco la mia salvezza, la mia speranza, la mia gioia …

Lo Spirito Santo si ritira ed eccoci nelle braccia di Gesù!

 

Noi accogliamo il suo giudizio, perché Egli è il giudice,

e perché il male è male, il peccato è peccato.

 

Ed accogliamo al tempo stesso la sua misericordia, il suo sangue.

Il sangue di Gesù penetra nelle pieghe della nostra coscienza

e ci permette di guardare quello che non osavamo guardare in noi,

ci permette di ri-sollevarci e di ritrovare la nostra dignità

o piuttosto di scoprire la nostra vera dignità:

quella di discepoli perdonati,

di figli e figlie di Dio tanto amati,

fieri di essere amati d'un amore così gratuito!

 

E che fa Gesù?

Anch'Egli fa un passo indietro.

E ci invita a condividere il suo sguardo tutto rivolto verso il Padre,

ad amare il Padre con Lui, come Lui.

Gesù condivide con noi il suo cuore per amare il Padre!

E' quanto ci ha detto l'apostolo Paolo nella seconda lettura:

«Noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo.

Per mezzo di lui abbiamo anche, mediante la fede,

l'accesso a questa grazia nella quale ci troviamo.» (Rm 5,2)

 

E anche di questo lo Spirito Santo è l'artigiano discreto.

E' sorprendente: le Persone divine lavorano nell'ombra;

nell'ombra dell'Amore,

per condurci non a sé, ma all'Altro …


In Dio non c'è possesso:

tutto è dono.

Per Dio noi non siamo degli oggetti di possesso:

siamo il faccia a faccia di un amore eterno!

 

Festeggiare la Trinità è un poco questo!

E' dire di SI all'Amore dei Tre!

Prendere una boccata d'aria fresca,

per vivere meglio il quotidiano

con le sue pesantezze, le sue angosce, i suoi problemi,

per farvi una potente infiltrazione di speranza e di tenerezza.

*

Poiché i miei fratelli e le mie sorelle hanno suggerito di rendere grazie

oggi per i miei primi 25 anni di sacerdozio,

vi dico con molta semplicità qualche parola.

 

Per prima cosa, ieri sera, mi sono congratulato con Gesù

per i suoi 25 anni di sacerdozio in me!

Non è retorica, perché per me

è molto chiaro che il sacerdozio è Gesù!

E Lui mi ha risposto che l'aveva fatto con Maria …

 

Poi due parole

su quello che la Trinità ha significato per me nel corso di questi anni.

 

Quello che ha certamente segnato

i miei primi anni di sacerdozio a Parigi e a Strasburgo

è lo sguardo sulla Trinità.

Cercare di guardare…

Ed io vedevo come un'altissima cascata in montagna,

simile a quella che avevo visto in uno dei grandi parchi della California.

Un'acqua pura che sgorga dal cuore del Padre.

E il Figlio che riceve questo puro amore con una gioia infinita,

che l'offre di nuovo al Padre … e che l'offre a noi.

 

Questo mi ha aiutato ad uscire da me stesso,

come l'uccello che esce dal suo nido e guarda il mondo.

 

In seguito c'è stata, nel 1996, la grazia dell'effusione dello Spirito Santo,

grazie al Rinnovamento carismatico.

In questa occasione sono stato aiutato da alcuni laici a mettermi sotto la cascata!

E ne avevo tanto bisogno,

soprattutto per imparare ad amare.

Lo Spirito Santo ha lavorato molto per liberarmi da tante paure,

per liberare la Parola,

per liberarmi dalla regola,

dalla preoccupazione per l'immagine mia e della comunità,

per ciò che brilla, …

E continua a lavorare!

 

Non si tratta soltanto di guardare alla Trinità:

ma di immergersi in essa!

Mi piace molto l'immagine di sant'Agostino che dice che il mistero di Dio

è come l'acqua del mare:

non la si può mettere in un bicchiere!

Ma ci si può tuffare in essa!

 

Poi è arrivata la grazia di conoscere

l'esperienza di Chiara Lubich e Igino Giordani,

fondatori del movimento dei focolari.

Io avevo scoperto il loro insegnamento qui a Firenze nel 2002,

ma, dopo un ritiro nel 2015 in Québec, è divenuto essenziale nella mia vita.

La Trinità credo che siamo chiamati a viverla tra noi!

Vivere la Trinità! Sì!

Vivere delle vere esperienze trinitarie

che sono un po’ di cielo sulla terra.

 

Dio vuole stabilire tra noi il suo modo di amare.

Egli vuole tessere tra noi dei legami che sono quelli del Regno dei cieli.

Questo si chiama amore reciproco,

interiorità reciproca,

amicizia pasquale, …

Ho amato ancora di più quello che Pierre-Marie ci ha dato

come prospettiva nel nostro Libro di vita:

«Accogli l'invito all'amore fraterno come l'aprirsi ad un grande mistero,

perché con esso entrerai nell'essere stesso di Dio» (n.6)

 

Cari fratelli e sorelle,

lo dico con tutto il cuore:

sono profondamente felice di essere sacerdote.

Ma non lo sono da solo.

Sarei incapace di esserlo da solo.

Lo sono in Gesù. È evidente.

Lo sono con Maria. È evidente.

Lo sono con voi.

Sono con voi prima d'essere per voi.

Il Signore mi conduce con vincoli d'amore, come dice il profeta. (Os 11,4)

So che io sono veramente quando amo

e quando mi lascio amare …

Ed è il mio continuo lavoro di conversione …

 

Sacerdoti lo siamo tutti.

Diventiamo quello che siamo quando facciamo della nostra vita un dono.

E' per questo che celebriamo l'Eucarestia:

per immergerci nuovamente nel dono di Gesù,

per poter meglio donarci.

 

 

venerdì 7 giugno 2019 - VII settimana d Pasqua - At 25,13-21 – Gv 21,15-19 - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel


 

Il frutto dello Spirito Santo è … fedeltà

 

Il frutto che chiediamo oggi in questa novena di preparazione a Pentecoste

è la fedeltà,

la fedeltà nell'amore.

 

Ricordiamoci che c'è un solo frutto dello Spirito: l'Amore;

mentre ci sono tante opere carnali,

tante passioni, tanti desideri carnali (cfr Gal 5,24).

L'uomo vecchio, il mondo, il diavolo ci portano

alla dispersione, alla divisione, ci dis-articolano.

E fanno sì che ci divoriamo gli uni gli altri (cfr Gal 5,15)

L'uomo nuovo invece è unificato.

Unificato intorno ad un solo amore: l'Amore di Dio.

Tutto è ordinato, unificato dall'amore per Dio.


Ciò che chiamiamo “i frutti dello Spirito” sono i colori

dell'Amore di Dio «riversato nei nostri cuori»

dallo Spirito Santo. (Rom 5,5)

Lo Spirito Santo effonde in noi un modo di amare

che è quello di Dio.

E questa arte di amare è caratterizzata

dalla gioia, dalla magnanimità, dalla benevolenza, ecc ...(Gal 5,22-23),

che sono tutti colori dell'Amore.

 

Quindi oggi benediciamo il Signore che ci vuole

rendere fedeli nell'amore;

ci vuole dare un amore fedele,

cioè un amore sul quale si può contare:

gli altri potranno contare sul nostro amore.

 

Se facciamo spazio allo Spirito Santo,

se ci lasciamo guidare da Lui,

se obbediamo alle sue mozioni,

ameremo di un amore sempre più vero

e sempre più fedele.

 

Oggi gli altri possono contare sul nostro amore?

Oppure il tuo, il mio amore

è come rugiada del mattino

che presto scompare? (cfr Os 6,4)

Siamo entusiasti, generosi per un momento

e poi dimentichiamo gli altri?

Come il figlio della parabola che dice di sì,

ma non va a lavorare nella vigna... (Mt 21,28-31)

 

Pensate che dono saremmo per gli altri

se il nostro amore fosse stabile?

Dico «stabile» perché la parola “pistis” corrisponde all'ebraico “Amen”,

e quindi vuol dire “stabilità”, come di una roccia.

Se il mio, il tuo amore, avesse la stabilità di una roccia …!

 

Mi direte che è impossibile...

e che comunque “come una roccia” sarebbe triste!

Vi rispondo che certo è impossibile all'amore umano

perché il cuore umano è così “malato” (cfr Ger 17,9)!

Ma quando l'Amore di Dio è riversato (cfr Rom 5,5) nei nostri cuori,

allora riceviamo la fedeltà del divino amore...

che è più solido della roccia

più solida.

E' eterno.

E non è triste. Non è ripetitivo.

L'amore di Dio è sempre nuovo.

Ed è pieno di tenerezza.

Le bontà del Signore non sono terminate.

Le sue tenerezze non sono finite.

Sono nuove ogni mattina.

Grande, Signore, è la tua fedeltà! (cfr Lam 3, 22-23)

 

L'Amore di Dio non si ripete mai.

E' tenerezza sempre nuova.

In questo stesso momento in cui vi parlo

Dio Trinità ha una tenerezza tutta nuova

per ciascuno di noi e per il popolo che formiamo.

 

In Dio, la fedeltà non è noia … tutto il contrario.

Ed è questa tenerezza sempre nuova

che lo Spirito Santo viene a deporre nei nostri cuori.

Se l'accogliamo, gli altri troveranno

in noi un amore stabile e sempre fresco.

Saremo gli uni per gli altri dei servi buoni e fedeli! (cfr Mt 25,21.23)


Allora preghiamo, come Gesù ci ha insegnato...

«Se noi che siamo cattivi

sappiamo dare cose buone ai nostri figli,

quanto più il Padre darà lo Spirito Santo

a coloro che glielo chiedono».(cfr Lc 11,13)

Ma ricordatevi dell’inizio della parabola:

si tratta di un uomo che chiede del pane non per sé,

ma per darlo a chi ha bussato alla sua porta.(cfr Lc 11,5-8)

Chiediamo lo Spirito Santo non per potenziare il nostro io,

ma per amare gli altri di più,

molto di più.

 

martedi  4 giugno 2019 - VII settimana di Pasqua - Atti 20,17-27 – Gv 17,1-11a - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel


 

«Padre, è venuta l'ora: glorifica il Figlio tuo»

Perché Gesù chiede al Padre di essere glorificato?

Innanzi tutto, per glorificare il Padre:

«perché il Figlio glorifichi te.» (Gv 17,1)

E poi, inseparabilmente,

siccome il Padre gli ha dato potere su ogni essere umano,

perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che il Padre gli ha dato. (Cfr Gv 17,2)

 

Gesù chiede la gloria per donare a noi la vita eterna.

Ecco quanto siamo cari a Gesù!

 

Ma cos’è la vita eterna?

È la vita che non è più bloccata, asfissiata, distrutta dal peccato e dalla morte!

E questa vita, Gesù la vuole per noi fin d'ora, su questa terra:

La vita eterna quaggiù è che conosciamo il Padre, l'unico vero Dio,

e colui che ha mandato, Gesù Cristo. (Cfr Gv 17,3)

 

Siamo vivi quando conosciamo il Padre e il Figlio.

La conoscenza di Dio, che è l’unione amorosa con Dio,

l’immergersi nella Trinità, questo è VIVERE.

*

Avendo fatto questa preghiera, Gesù fa al Padre una confessione bellissima:

«Io ti ho glorificato sulla terra, compiendo l'opera che mi hai dato da fare.»

(Gv 17,4)

Gesù, nel suo pellegrinaggio terreno,

aveva un’opera da compiere.

E l’ha compiuta!

Ed è esattamente la stessa cosa che Paolo,

in quanto imitatore amoroso di Gesù, desidera compiere!

Agli anziani di Efeso, dice oggi:

«Non mi sono mai tirato indietro da ciò che poteva essere utile» (At 20,20)

Ed insiste:

«Non ritengo in nessun modo preziosa la mia vita,

purché conduca a termine la mia corsa e il servizio

che mi fu affidato dal Signore Gesù,

di dare testimonianza al vangelo della grazia di Dio.» (At 20,24)

Ecco il vero discepolo!

Non ha che un desiderio: condurre a termine la sua corsa

e il servizio che gli fu affidato dal Signore.

 

Carissimi, non sarebbe tanto bello

che, anche noi, potessimo dire a quelli a cui siamo stati inviati:

«Non mi sono sottratto al dovere di annunciarvi tutta la volontà di Dio»? (At 20,27)

 

Anche noi abbiamo un’opera da compiere!

Anche noi abbiamo un servizio che ci è stato affidato dal Signore!

Un’opera, un servizio, che non è, innanzi tutto, fare delle cose,

ma un essere:

essere chi siamo in verità;

non scappare dalla missione che siamo;

non sottrarci al dovere di dare noi stessi agli altri.

*

Allora, quanto ci è necessario invocare lo Spirito Santo!

Come vorremmo, anche noi, come Paolo,

essere letteralmente «legati» dallo Spirito Santo!

Avete sentito quel che dice Paolo?

« Ed ecco, dunque, costretto dallo Spirito,

io vado a Gerusalemme, senza sapere ciò che là mi accadrà.» (At 20,22)

Paolo si è lasciato costringere dallo Spirito Santo!

Letteralmente è «legato» dallo Spirito Santo!

Perché lo vuole!!

 

Anche noi, lasciamoci «legare» dal legame d’Amore che è lo Spirito Santo!

È legame di obbedienza.

Perché la vita nello Spirito Santo È obbedienza alle mozioni dello Spirito Santo.

Rimani sveglio, guardi al tuo schermo interiore,

e appena discerni un WhatsApp dello Spirito Santo,

ti metti in ascolto, col desiderio di obbedire.

 

E quale sarà il frutto?

Lo Spirito Santo ci personalizza!

Ci fa diventare di più persone, nella nostra unicità,

nella nostra bellezza, e nella nostra capacità di amare e di essere amati.

In altri termini, ci fa diventare la missione che siamo!

 

Ed un bel frutto ne è la makrothumia, parola tradotta con magnanimità.

In origine è una qualità del Dio di Israele.

Dio è longanime, ha la narice longa,

cioè, allontana la propria collera,

è longanime, paziente, usa misericordia…

Lo Spirito Santo ci dona questa stessa magnanimità,

che è pazienza dinanzi alle miserie nostre e degli altri.

Lo Spirito Santo, allarga la nostra anima, ci rende magnanimi.

Ci dà una tolleranza che non è cecità né perdita del senso del peccato,

bensì una pazienza simile a quella del Maestro della Parabola

che rimette l’enorme debito del servo

che l’aveva pregato: «Sii longanime con me…» (cfr Mt 18,26)

La longanimità è la pazienza dell’amore.

Non è un fatto di carattere, ma una scelta libera di amore.

Ti do il tempo di cui hai bisogno,

come mi do il tempo di cui ho bisogno.

È un rapporto di misericordia nel tempo,

un dare tempo.

È l’amore paziente.

È il frutto che chiediamo oggi di poter portare al mondo

che ne ha tanto bisogno…

 

 

 

Domenica 2 giugno 2019 - Ascensione del Signore - Atti 1,1-11 – Eb 9,24-10,23 - Lc 24,46-53 - Eremo di Lecceto - Ritiro delle Fraternità dei laici di Firenze e Pistoia - f. Antoine-Emmanuel


 

Una cosa è certa:

quando si va in Terra Santa, non vi si trova nessun santuario

dove si venererebbe il corpo intatto di Gesù!

 

Se ci fosse, l’Incarnazione sarebbe stata

un teatro, un travestimento, un’ipocrisia!

 

Se l’incarnazione fosse finita con il lasciare il corpo di Gesù sulla terra,

avrebbe significato che in cielo, in Dio, l’umanità non ci entra!

 

No! Non avvenne così!

Dov’è il corpo di Gesù?

Dov’è l’umanità ferita e gloriosa di Gesù?

«Fu assunto in cielo» ci dicono gli Atti degli Apostoli. (Atti 1,2)

 

L’Amore trinitario, la gioia trinitaria, circola ormai

tra l’Eterno Padre e il Figlio umanato.

Non un Figlio disumanatosi.

 

Le piaghe, le ha fatto scomparire, perché non farebbe bella figura in cielo?

No!

Il sorriso, l’ha perso?

No!

La tenerezza umana, l’ha persa?

No!

Il cuore, non ce l’ha più?

No!

Il Verbo umanatosi condivide ormai la piena ed eterna gloria del Padre!

 

Ora, la natura divina è l’Amore,

cioè il donarsi, il perdersi.

Gesù in cielo è uomo ed è dono.

Natura umana in continua donazione di sé stesso.

A chi si dona?

Al Padre e a noi.

 

È tutto dono!

Lo vorremmo circoscrivere in un luogo? Impossibile!

È tutto dono, sempre dono!

E sempre uomo…

 

Non cessa di accogliere l’amore del Padre e di offrirsi al Padre.

E non cessa di fare a noi il dono di sé.

Come? In che modo?

Come sposo!

Sposo che si dona alla sposa che siamo.

Ma, a differenza dal nostro, il suo donarsi non è parziale né limitato nel tempo.

È dono totale: corpo, sangue, anima e divinità,

per diventare con noi una cosa sola.

 

Cosi, il corpo di Gesù, la sua umanità ferita e gloriosa, dov’è?

Siamo noi!

 

A che serve il prete?

Ad essere il segno, il «sacramento» di Gesù Sposo

che si dona a voi

perché diventiate il corpo di Cristo, una cosa sola con Lui.

Ad essere il servo del donarsi di Gesù

che si manifesta visibilmente e corporalmente nell’Eucarestia!

 

Carissimi, perché gli apostoli

poterono tornare a Gerusalemme con grande gioia? (cf Lc 24,52)

Perché Gesù era partito? No!

Ma perché la sua Ascensione inaugurava

una Sua nuova presenza.

Una presenza non più circoscritta a qualche apparizione, pur sempre breve:

«Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo.» (Mt 28,20)

 

Nuova presenza e nuova misericordia,

come ci ha fatto intuire la Lettera agli Ebrei:

«Cristo non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo,

figura di quello vero, ma nel cielo stesso,

per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore.» (Eb 9,24)

 

E le ultime parole di Gesù prima dell’Ascensione,

su che cosa insistono?

Sul prepararsi a ricevere lo Spirito Santo.

 

Gesù ha esperienza dello Spirito Santo:

come Amore ricevuto dal Padre,

come Amore donato al Padre,

e come frutto del reciproco Amore.

Lo Spirito Santo, comunione nella Trinità.

 

E cosa desidera Gesù?

Che noi possiamo fare tante, ma tante, piccole e grandi esperienze trinitarie.

 

Sì, nello Spirito Santo, vivremo la Trinità tra noi!

 

Sì, nello Spirito Santo, vivremo la Trinità con i poveri, i malati che visiteremo, che serviremo.


Sì, nello Spirito Santo, vivremo la Trinità

con le persone verso le quali andremo

per portare loro la benevolenza di Dio, la gioia del Vangelo.

La missione, l’evangelizzazione non è convincere delle persone

ad aderire a delle idee.

È un essere servi della diffusione dell’Amore trinitario.

 

Perché ormai, vivere la Trinità tra noi non è impossibile.

Ormai, nella Trinità l’uomo c’è:

l’umano è entrato nella gioia trinitaria.

La gioia trinitaria è entrata nell’umanità!

 

 

Domenica 26 maggio 2019 - VI domenica di Pasqua - Atti 15,1..29 – Ap 21,10..23 - Gv 14,23-29 - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel


Gli Atti degli Apostoli ci raccontano una crisi molto grave

che si verificò nei primi anni della Chiesa nascente.

La crisi fu particolarmente viva ad Antiochia,

perché, là, dei missionari venuti dalla Giudea insegnavano questa dottrina:

«Se non vi fate circoncidere secondo l'usanza di Mosè, non potete essere

salvati». (At 15,1)

 

La posta in gioco, la sfida era enorme!!

Infatti, da secoli, era impensabile per un ebreo entrare

nella casa di un pagano,

ancor più mangiare alla stessa mensa.

Ma se un ebreo diveniva cristiano e se un pagano si convertiva anche lui,

avrebbero potuto ormai mangiare alla stessa mensa?

Se il pagano si era convertito, voleva dire davvero che era puro?

Anche se non era circonciso?

Anche se non osservava il sabato e tutti i precetti della legge di Mosè?

 

Ma non era solo questo.

La questione era più profonda.

Se avessero accolto il pagano senza chiedergli la circoncisione,

voleva dire che la salvezza, l’essere gradito a Dio,

non richiedeva la circoncisione?

Bastava la fede in Gesù?

Davvero?

 

Cosa ne pensate?

Era davvero la pietra d’inciampo!

Accetti o non accetti!!

 

Ebbene, ad Antiochia vennero dei predicatori di Gerusalemme,

- non di un posto qualunque, di Gerusalemme! -

che dicevano

che certo Gesù ci salva,

ma ci vuole la circoncisione,

così noi ebrei divenuti cristiani non perdiamo la nostra purezza legale.

Perché, sì, crediamo in Gesù,

ma vogliamo pure custodire la nostra purezza legale.

 

Cosa avvenne ad Antiochia?

Una grossa crisi!

Perché lì si trovavano pure Paolo e Barnaba

che si opponevano risolutamente e discutevano animatamente

contro questi predicatori.

 

L’unica soluzione che trovarono fu di trasferire la questione a Gerusalemme

presso gli apostoli e gli anziani.

E fu il primo Concilio della Storia della Chiesa:

Gerusalemme I,

come ci sarebbe stato il Vaticano II.

 

Vado direttamente alla conclusione del concilio.

Gli apostoli e gli anziani scrissero una lettera alla comunità di Antiochia

in cui davano una risposta molto precisa.

E vorrei fermarmi su un'espressione di questa lettera:

« È parso bene allo Spirito Santo e a noi,

di non imporvi altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie:

astenersi dalle carni offerte agli idoli, dal sangue, dagli animali soffocati

e dalle unioni illegittime. Farete cosa buona a stare lontani da queste cose.

State bene!». (At 15,29)

 

«È apparso buono, è piaciuto (edoxen) allo Spirito Santo ed a noi …»

 

Questo vuole dire che gli apostoli e gli anziani,

al termine del loro incontro,

riconobbero che lo Spirito Santo era presente,

anzi, che era stato Lui a avere il primo posto nel discernimento.

 

A dire il vero, la situazione era estremamente delicata,

e c’era una grande probabilità di un'esplosione della comunità.

 

Ebbero la sapienza di ascoltare la realtà,

cioè i racconti di Pietro, Paolo e Barnaba,

- la realtà è superiore all’idea -,

presero momenti di silenzio, ci racconta Luca, (cfr At 15,7-21)

accolsero la diversità dei pareri, fecero un vero dialogo,

ma era grande il rischio di voler accontentare i discepoli di origine farisaica.

Paolo non avrebbe mai accettato questo.

Allora anche Pietro si sarebbe distaccato.

E dove sarebbe andato a finire Giacomo?

 

No…

Ci fu un lavoro sottile dello Spirito Santo in tutti,

ed in particolare in Giacomo,

che pur essendo di un temperamento piuttosto duro, forte,

propose una via di accoglienza reciproca,

che invitava tutti alla conversione.

 

«È apparso buono, è piaciuto (edoxen) allo Spirito Santo ed a noi …»

 

Carissimi, e noi? Siamo in ascolto dello Spirito Santo?

 

Cosa ci dice il Vangelo odierno a proposito dello Spirito?

 

Siamo nel Cenacolo.

Sono le ultime parole di Gesù prima della Passione.

Il suo Testamento.

Gesù ha già detto una cosa essenziale:

Ha detto che pregherà il Padre ed egli ci darà un altro Consolatore

perché rimanga con noi per sempre. (cfr. Gv 14,16)

Gesù è Consolatore, presenza divina, Dio in mezzo a noi.

Ma ci sarà un’altra presenza divina in mezzo a noi: lo Spirito della verità.

 

Gli apostoli già ne avevano una certa conoscenza,

perché da tre anni erano vicini a Gesù,

e lo Spirito dimorava stabilmente su Gesù:

«Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi.»

 

Ma ora, Gesù annuncia loro una cosa immensa:

«Egli rimane presso di voi e sarà in voi.» (Gv 14,17)

 

Ecco la novità straordinaria:

«Sarà in voi.»

Non solo presso di voi, ma in voi.

 

E cosa farà in noi?

Gesù ce lo dice oggi:

«Il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome,

lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.» (Gv 14,26)

 

Il Consolatore, quindi, ci insegna.

Ci insegna spesso «senza rumori di parole»,

per riprendere l'espressione di Santa Teresa di Lisieux.

 

L’avete già sentito?

Meglio, l’avete già ascoltato?

Dovrei piuttosto dire, ma ci credete che Lui sia presente e ci insegni?

Non è che insegni solo ai santi!

No!

I santi sono persone molto imperfette che si sono messe alla Sua scuola!
 

Una sera, La Pira chiese a don Bensi le chiavi di San Michelino Visdomini

per pregare.

Un po' più tardi, don Bensi andò a dormire, dimenticando di scendere

per salutare La Pira e chiudere la chiesa!

La mattina, si svegliò, cercò le chiavi della chiesa,

e si ricordò che aveva lasciato La Pira nella chiesa…

Andò in chiesa… e trovò La Pira che era lì, ancora in preghiera.

 

Ecco, La Pira era un uomo che si era messo alla scuola dello Spirito Santo.

 

Sì, bisogna inginocchiarsi interiormente ed accogliere

gli insegnamenti dello Spirito Santo.

Bisogna aprire le mani,

e bere alla sorgente dello Spirito che sgorga dal nostro cuore.

Il nostro cuore è roccia?

Sì!

Ma – ecco il mistero pasquale – dalla roccia del nostro cuore

sgorga l’acqua viva dello Spirito Santo!

 

Certo, bisogna discernere!

Perché dal nostro cuore zampilla anche acqua sporca, vero!

Però non siamo soli!

Abbiamo la Scrittura, e sappiamo che lo Spirito

ci ricorda tutto ciò che Gesù ci ha detto.(cfr Gv 14,26)

Così quel che esce dal nostro cuore, ma non è conforme alla Parola di Gesù,

non lo riteniamo.

Abbiamo allo stesso modo l’insegnamento della Madre Chiesa.

E, poi, ci aiutiamo a vicenda a discernere le mozioni dello Spirito Santo.

 

Quanti progressi nell’amore faremmo

se ci mettessimo alla Scuola dello Spirito Santo!

 

Sì, bisogna raccogliere gli insegnamenti dello Spirito Santo

che sgorgano dal nostro cuore,

come quelli che sgorgano dal cuore degli altri,

dei piccoli, dei novizi, dei poveri…

 

Allora, avverrà quel che avvenne negli Atti degli Apostoli.

Lo Spirito Santo ci insegna la via dell’unità.

Non una via facile.

Non una via alla moda.

Ma La via.

La via di un'unità che non conosciamo ancora.

La via di un'unità che non immaginavi fosse possibile su questa terra.

Perché lo Spirito Santo non è solo il Maestro dell’unità.

È l’unità.

Quella divina.

 

 

 

venerdì 24 maggio 2019 - V settimana di Pasqua - S.Maria Ausiliatrice - Atti 15,22-31 – Gv 15,12-17 - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel


 

Grato per la liberazione dalla prigionia avvenuta il 24 maggio 1814,

il Papa Pio VII istituì la festa di Maria, aiuto dei cristiani.

Festa dapprima limitata alla Chiesa di Roma,

fu poi adottata dalle diocesi della Toscana nel 1816,

infine estesa alla Chiesa universale.

 

Questa festa fu particolarmente cara a don Bosco,

che pregava la Vergine ausiliatrice in questi termini:

 

O Maria, Vergine potente,
Tu grande illustre presidio della Chiesa;
Tu aiuto meraviglioso dei Cristiani;
Tu terribile come esercito schierato a battaglia;
Tu sola hai distrutto ogni eresia in tutto il mondo;
Tu nelle angustie, nelle lotte, nelle strettezze
difendici dal nemico e nell'ora della morte
accogli l'anima nostra in Paradiso!
 

Maria, aiuto meraviglioso dei cristiani

 

Che aiuto chiediamo questa sera a Maria santissima?

Che aiuto, O Maria, vorresti donarci?

 

A Maria piace senz’altro aiutarci a vivere il comandamento di suo Figlio,

il Suo comandamento,

che è l’amore, il deporre la propria vita per gli amici.

Ma non solo.

È l’amore reciproco, l’amore gli uni per gli altri.

 

Ma non solo.

È l’amore reciproco con una misura ben precisa:

come Gesù ha amato noi ,

fino a sentirsi totalmente abbandonato dal Padre sulla croce.

 

Come Gesù ha amato noi, e perché Gesù ha amato noi in questo modo.

Gesù è misura ed è fondamento!

 

Poi, avete notato questo «noi»?

Come vi ho amati?

Questo vuole dire:

Gesù ha amato te.

Gesù ha amato me.

Gesù ha amato «noi» che formiamo noi due.

Gesù ha amato noi della comunità,

della famiglia, della città, dell’umanità intera…

 

E questo è il fondamento e la misura

dell’amore reciproco al quale siamo chiamati.

 

Allora ci rendiamo conto

che l’amore reciproco, che ha per misura il modo in cui Gesù ha amato noi,

non è altro che accogliere Gesù-in-mezzo-a-noi.

 

A Maria, aiuto meraviglioso dei cristiani, chiediamo

di obbedire sempre di più a questo comandamento;

di progredire nell’amore reciproco;

di fare dei passi, anche piccoli;

cioè di accogliere Gesù in mezzo a noi.

Perché è questo l’amore reciproco!

E chi, meglio della Madre di Gesù,

ci permette di accogliere Gesù-in-mezzo-a-noi?

 

Nel concreto, si tratta di gustare la comunione dei santi.

Di gustarla dapprima nella preghiera.

 

Un bell'esempio lo troviamo in una lettera del Professore La Pira.

La sera dell’11 maggio 1944,

Giorgio La Pira scrive a Fioretta Mazzei da Roma:

«La mia anima va oltre le frontiere del visibile,

verso quel regno invisibile delle anime

che in quest’ora di tramonto a Dio più intimamente si uniscono.

Provo sempre più beneficio in questa unione con le anime oranti; (…)

com’è bella questa invisibile Città di silenzio e di preghiera!»

 

Anche noi possiamo gustare questa unione con le anime oranti…

 

Ma la comunione dei santi va vissuta pure nella vita.

Ecco quel che scrisse Chiara Lubich:

 

«La Comunione dei Santi, il Corpo mistico c’è.

Ma questo corpo è come una rete di gallerie oscure. (…)

Ma Gesù non voleva solo questo quando si rivolse al Padre, invocandoLo.

Voleva un Cielo in terra: l’unità di tutti con Dio e fra loro:

la rete di gallerie illuminata;

la presenza di Gesù in ogni rapporto con gli altri,

oltre che nell’anima di ognuno»1.

 

È bella la comunione dei santi!

Ma non è solo «bella» nell’invisibile … possiamo farne questa esperienza viva!

Possiamo superare la paura della relazione, della verità tra noi,

uscire dalle nostre tane, deporre le maschere,

e deporre la vita, per gli amici, come dice Gesù!

Lo possiamo perché Gesù ce ne ha dato il comandamento!

 

Quel che ci rassicura, appunto, è che la reciprocità dell’amore

e la misura della croce

non sono un progetto umano,

bensì un comandamento divino.

E quindi la grazia c’è.

E, poi, la Madre della grazia c’è!

La grazia ha una Madre, la vita nuova ha una Madre…

Gesù-in-mezzo-a-noi ha una madre!

 

Cos’è l’Opera di Maria in questo nostro tempo?

Credo che sia, in modo del tutto particolare,

di far risplendere

e la reciprocità dell’amore tra noi

e la profondità dell’amore di Gesù crocifisso ed abbandonato.

È, questa, una doppia - e in realtà unica - risposta potentissima

ai mali del nostro tempo,

ed è una consolazione, una carezza, straordinaria che il Padre ci dona.

Anzi, è salvezza!

 

1 Chiara, Le parole d’un Padre, in La dottrina spirituale, Mondadori, Milano 2001, p.142; Città Nuova, Roma 2006, p.157.

 

Domenica 19 maggio 2019 - V Domenica di Pasqua - Atti 14,21..27 – Ap 21,1-5a– Gv 13,31..35 - Basilica della Madonna dell’umiltà, Pistoia - f. Antoine-Emmanuel


 

La prima lettura ci fa vedere Paolo costantemente in movimento.

Ma perché questi continui spostamenti?

Perché Paolo sapeva di dover diffondere il Vangelo.

Un «Vangelo», un «Euaggelion» era, all’epoca di Paolo,

un annuncio solenne dell’imperatore,

ed era detto «Eu-», cioè «buono», perché veniva dall’imperatore!

I cristiani ripresero questo termine,

per l’Annuncio che veniva non dall’imperatore, ma dal Kurios, dal Signore!

Ed è, questa volta, veramente, una buona novella!

Anzi è LA notizia che cambia il destino dell’uomo,

il destino di tutti gli uomini,

come ci dimostra il fatto che il Signore apre ai pagani la porta della fede.

(cfr. Atti 14,27)

 

Di questo «Vangelo», abbiamo oggi due echi splendidi:

uno nella seconda lettura ed uno poi nel Vangelo.

 

La seconda lettura ci parla dell’eternità,

ma vorrei iniziare con una testimonianza personale.

All’origine della mia vocazione monastica,

c’è un semplice colloquio con un compagno di classe

quando avevo 19 o 20 anni.

Lui mi parlò della felicità del cielo, di come saremmo stati felici.

Non ci avevo mai pensato!

Questo colloquio mise il fuoco nel mio cuore,

e questo fuoco non si è mai spento!

Ma, in quel momento, non avevo capito una cosa:

che questa felicità non sarebbe stata una felicità individuale:

sarebbe stata condivisa!

Saremmo stati felici insieme!

Saremmo stati un cielo gli uni per gli altri.

Tu sarai la mia gioia e io sarò la tua gioia!

 

Appunto, quale immagine usa il Signore per parlarci oggi dell’eternità?

Una città!

Cioè uno stare insieme!

L’eternità non assomiglia ad una camera singola con un divano

e delle cuffie sulle orecchie!

È una città!

 

Mi direte che la città può essere disumana!

Mi ricordo di alcuni quartieri di Calcutta dove i profughi del Bangladesh

vivono in una miseria spaventosa…

 

Ma bisogna leggere bene l’Apocalisse.

Cosa dice il testo?

«Vidi la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio.»

(Ap 21,2)

Il vivere insieme viene da Dio!

Non è il risultato di sforzi umani.

 

Carissimi, Dio è capace di farci felici lassù insieme?

Si o No?

Lo desiderate?

Credete che Dio ci voglia far misericordia?

 

Il «Vangelo» è che questo orizzonte di felicità eterna è certo

per chi crede nella misericordia divina!

Gesù morendo sulla croce ha vinto tutte le forze del male

che impedivano questa felicità condivisa tra noi, tra tutti noi.

Dio «asciugherà ogni lacrima dai nostri occhi;

e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno,

perché le cose di prima sono passate.» (Ap 21,4)

 

Mi direte: «Ma a che servono questi pensieri?

Noi siamo immersi nei problemi del quotidiano:

le bollette da pagare, le gelosie nella famiglia,

i figli che vanno male..., le guerre…»

 

Vi racconto una storia.

Il 16 febbraio 1944, ci furono dei bombardamenti a Roma.

E un figlio della famiglia che ospitava il professor La Pira fu ucciso.

Due giorni dopo, La Pira scrisse a Fioretta Mazzei:

«L’avvenire pare sempre più carico di incertezze?» (…)

Ma … «Niente paura: non c’è che da fare una sola cosa:

trascendere con più intenso desiderio e con più viva orazione

l’ordine del tempo

per fissarsi e quasi inserirsi in quello dell’eterno.

Guardare il Paradiso. (…)

 

Ma come, si potrebbe dire, la tempesta infuria

e noi restiamo con la mente estatica in Dio?


Si, proprio cosi: per vincere nel tempo c’è bisogno di una forza dell’eterno;

perché per ordinare il mondo dell’uomo,

c’è solo la forza che dona il mondo di Dio.

È così; è questo il cristianesimo.» (Lettera a Fioretta Mazzei del 18.02.1944)

*

Ora passiamo al Vangelo di Giovanni

in cui troviamo l’altra eco della Buona Notizia!

Siamo nell’ultima cena.

È appena uscito Giuda.

Quindi, ormai, non si tornerà più indietro, Gesù sarà tradito,

Gesù sarà condannato.

I giochi sono fatti.

E, per Gesù, questo vuole dire: GLORIA!

Glorificazione del Padre, glorificazione di Lui…

 

Ma è pure giunto il momento di dare il SUO comandamento.

Il SUO.

Un comandamento nuovo.

In greco ci sono due parole per dire «nuovo»:

neos e kainos.

Neos significa solo qualcosa di recente,

mentre kainos è una novità qualitativa, essenziale…

ed è questo termine che usa l’evangelista.

 

Ma qual è la novità del comandamento di Gesù?

L’amore? No! La coscienza già ce lo comanda.

L’amore del prossimo come noi stessi?

No! L'Antico Testamento già lo comandava.

L’Amore di Dio con tutto il cuore?

No! L'Antico Testamento già lo insegnava.

La novità sta in quattro parole: «gli uni gli altri».

La novità sta nell’amore reciproco.

Ed è imbarazzante, perché non posso adempiere

questo comandamento da solo!

 

Ma non è la sola novità!

La novità sta pure nella misura:

Qual è la misura che Gesù dà all’amore reciproco?

Di amarci tanto? No!

Di amarci con tutte le forze? No!

Di amarci come Lui ci ha amati: ecco la misura!

 

La misura e la grazia:

Siccome vi ho amati, allora potete anche voi amarvi gli uni gli altri!

 

Carissimi, questo è talmente nuovo e raro,

che se lo viviamo, se lo vivete qui a Pistoia,

vi assicuro che la gente vi riconoscerà come discepoli di Gesù!

 

Ma non è facile vivere questo comandamento, vero?

Ora, la grande rassicurazione è, appunto,

che l’amore reciproco è un comandamento di Dio!

Se fosse un comandamento umano o un nostro progetto,

avremmo motivo di scoraggiarci!

No!

Ce lo comanda Dio!

Ce lo comanda oggi Gesù! Proprio oggi.

 

Allora cosa ci vuole?

Ci vuole qualcosa come un apriscatole… ma per il cuore.

Qualcosa che apra il nostro cuore per sprigionare la fede.

Quel che ci manca è la fede.

Ma, in realtà, non ci manca: è imprigionata dai legami del mondo.

 

Signore, la fede l’ho persa in me!

L’ho coperta con tante distrazioni, tanti rumori, tante tentazioni.

Ho messo la preghiera tra parentesi,

come qualcosa che farò quando ne avrò il tempo.

 

Siamo impantanati nel fango del mondo,

di un mondo che fa a meno di Dio,

che scansa Dio, non ne vuole sapere, ne prende il posto.

 

Carissimi, qual è La grande risposta di Dio a questo grido?

Anzi qual è il dono della misericordia di Dio, anche prima che gridiamo?

La Madonna!

La Madonna del nostro tempo.

La Vergine del XXI.mo secolo.

Non credo che la Vergine sia stata finora tanto attiva nel mondo,

come lo è nel nostro secolo.

Posso sbagliare…

Credete che una madre rimanga passiva

quando vede i figli prendere vie storte,

anzi stortissime?

Care mamme, ditecelo!


La Vergine Maria ha una forte personalità.

È un'educatrice.

Una donna forte.

Unisce in lei tenerezza e forza, come nessuna mamma quaggiù.

Ricordatevi che è divenuta mamma in modo divino:

la sua maternità è divina,

quindi è ampia fino a abbracciare tutti gli uomini,

ed è di una sapienza divina che ci spiazza e ci spiazzerà sempre.

Le vie di Maria non sono le nostre!

 

Allora è a Lei che ci affidiamo perché il nostro cuore si apra alla fede,

per accogliere veramente lo Spirito Santo,

e così poter vivere l’amore reciproco.

 

Ora bisogna celebrare l’Eucarestia per ricevere quest’amore

per poi viverne gli uni per gli altri.

 

E vi dico che se viviamo tra noi di quest’amore

e se lo offriamo a chiunque incontriamo,

anche con tutti gli scandali di preti pedofili,

le chiese si riempiranno.

perché è questo che tutte le anime cercano.


Riassumiamo.

Abbiamo un futuro chiaro: la Gerusalemme celeste,

la città, l’essere insieme che Dio vuole darci eternamente,

dove saremo un cielo gli uni per gli altri.

Ma già ora Gesù ci comanda di amarci a vicenda come Lui ci ha amati.

E noi, affidandoci a Maria e attingendo al cuore di Gesù,

diciamo di SI!

 

 

sabato 18 maggio 2019 - IV settimana di Pasqua - Atti 13,44-52 – Gv 14,7-14 - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel


 

Il vangelo di Giovanni letto ieri

ci diceva che, per conoscere il Padre, bisogna passare per Gesù.

 

Attraverso la natura, scopri qualcosa del Padre;

attraverso l'intelligenza, la filosofia, capisci qualcosa del Padre;

attraverso le religioni del mondo come l'Islam e l'Induismo,

puoi fare un incontro con il Padre;

attraverso la Prima Alleanza puoi entrare in contatto con il Padre.

Ma per "conoscere" veramente il Padre,

per conoscere il Padre nel senso biblico,

ci vuole la Nuova Alleanza, ce lo dice la Bibbia,

ci vuole Gesù.

«Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me» (Gv 14,6)

 

Oggi Gesù ci spiega il rovescio della medaglia,

ossia che, quando conosci Gesù, necessariamente conosci il Padre.

 

Questo Filippo non l'aveva capito.

Filippo da tre anni seguiva Gesù.

Aveva sentito Gesù insegnare con autorità,

Aveva sentito il suo insegnamento nuovo, diverso da quello degli scribi,

aveva visto liberazioni e guarigioni,

aveva visto lebbrosi mondati e resurrezioni di morti.

Aveva percepito la grandezza di Gesù.

Certamente, come Nicodemo pensava:

«Nessuno può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui» (Gv 3,2)

Quindi credeva che Dio fosse con Gesù.

Ma non aveva capito che il Padre fosse in Gesù

e Gesù nel Padre.

 

Allora Gesù gli fa capire: «Chi ha visto me ha visto il Padre» (Gv 13,9)

quindi...Filippo ha visto il Padre!

 

E qui, bisogna capire che non vuol dire che Gesù assomigli al Padre;

e, quindi, che, vedendo Gesù, vedi qualcuno che assomiglia al Padre,

che ha gli stessi tratti! No!

Chi ha visto me ha visto il Padre...

perchè il Padre è in Gesù

e Gesù è nel Padre.

 

Questo è un legame che noi,

piccole creature terrestri e transitorie... e peccatrici,

non conosciamo: l'interiorità reciproca.

Solo Dio vive questo tipo di legame.

E questo tipo di legame non è altro che una persona divina:

lo Spirito Santo !!

 

Noi facciamo tanta fatica ad ospitare gli altri nel nostro cuore.

Manca lo spazio.

E facciamo fatica ad affidarci al cuore di un altro

fino a prendere dimora in lui o in lei.

Abbiamo paura di perderci.

*

Non ho detto la verità... Questo tipo di legame

è ormai possibile... Questa è la buona novella di Pasqua...

E' la Pentecoste dell'Amore.

Oramai, Gesù è in noi e noi in Gesù,

e, quindi, possiamo ospitarci gli uni gli altri !

Possiamo diventare con gli altri un cuor solo ed un'anima sola

come il Padre e il Figlio sono Uno,

allo stesso modo,

nel medesimo legame di amore

che è lo Spirito Santo.

 

Questo fa lo Spirito Santo:

ci rende capaci di accogliere gli altri nel nostro cuore.

Egli trasforma il nostro cuore in "convivenza",

non solo per pochi eletti,

ma anche per i nemici, i noiosi, gli stranieri.

Egli fa pure sì che siamo felici di essere accolti

nel cuore degli altri, anche di chi ci dà fastidio...

 

Questo è il bell'Amore di cui Maria è la Madre !

È il bell’Amore che chiediamo al Signore

in questa Eucarestia!

 

 

venerdì 17 maggio 2019 - IV settimana di Pasqua - Atti 13,26-33 – Gv 14,1-6 - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel


 

Il Vangelo odierno è un invito a consegnare a Gesù

ciò che turba, ciò che agita il nostro cuore.

 

Non è vero che talvolta abbiamo il cuore agitato?

Cosa può placare il cuore?

«Abbiate fede in Dio, ci dice Gesù oggi,

e abbiate fede anche in me.» (Gv 14,1)

 

Quando abbiamo il cuore come un mare in tempesta,

spesso cerchiamo delle risposte, accumuliamo degli argomenti,

delle riflessioni.

Ma invano.

Allo stesso modo, anche le consolazioni dei sensi non bastano.

Perché il cuore umano non è soltanto intelligenza,

e non è solo sentimenti.

Ha delle profondità divine.

 

Una pianta ha bisogna di luce, del sole.

Allo stesso modo, il cuore umano ha bisogno di Dio.

E come viene Dio? Attraverso la fede.

 

La fede, il credere, non è soltanto supporre che Dio esista ed agisca:

è attaccarci a Dio, è dar fiducia a Dio.

È aver più fiducia in Dio che in noi stessi o negli altri.

 

La fede è estremamente potente sul nostro cuore.

È la fede, è il fidarsi, che mette la calma nel nostro cuore.

*

Ma il Vangelo odierno ci spinge più avanti.

Per gli apostoli, l’ultima cena è il momento

in cui entrano in un' immensa prova.

Sono come noi, quando la croce entra nella nostra vita.

quando un avvenimento ci scandalizza.

Quando sembra che Dio tradisca le sue promesse;

quando entriamo nel buio,

quando tradiamo anche noi,

rinneghiamo anche noi…

 

Ora, Gesù ci dice oggi una cosa essenziale:

in questi momenti, in realtà,

Lui ci sta preparando un posto in cielo.

Lo sta preparando per noi e per gli altri.

Noi vediamo solo la croce, solo la prova, solo il dolore,

ma la realtà è che Lui ci sta preparando un posto nella gloria eterna,

nel cuore del Padre.

Non solo un posto per me, per te,

ma per ogni essere umano.

 

E la creatività divina si dispiega per portare ogni persona in cielo,

per lottare contro le nostre resistenze a lasciarci amare.

 

Ricordiamoci di questo nell’ora delle prove.

Siamo nella prova?

La croce è pesante?

In realtà, Gesù sta preparando un posto a noi e a tanti altri in cielo…

*

Una terza ed ultima cosa.

Quando viene superata la prova,

quando appaiono la luce e la pace,

quando Gesù risorto si manifesta,

cosa avviene?

«Verrò di nuovo e vi prenderò con me,

perché dove sono io siate anche voi.» (Gv 14,3),

cioè verrò di nuovo,

e vi prenderò perché siate con me presso il Padre.

Ma non ci prenderà come singoli, come individui.

Ci prenderà insieme!

Ci prenderà insieme nel cuore del Padre.

Ecco il frutto della prova, il frutto della croce:

essere insieme nel cuore del Padre.

 

La croce non è una via senza uscita

né una via con uscita individuale:

sboccia nella comunione, nell’amore reciproco.

Sboccia nel cuore del Padre.

 

Quando entriamo nella consolazione spirituale,

bisogna lasciarci portare da Gesù in questa comunione.

Non riprendiamo il controllo della situazione,

perché siamo nella consolazione!

Al contrario!

La consolazione richiede un maggiore abbandono,

cosicché Gesù possa compiere fino in fondo

il suo progetto d’amore.

 

Il desiderio di Gesù è di allargare il nostro cuore

verso gli altri e verso il Padre.

perché siamo veramente vivi!

*

Riassumiamo.

Hai il cuore agitato?

Torna alla fede: Gesù, confido in te!

Sei nella prova?

Ricordati che Gesù in questo momento sta preparando un posto in cielo

per tanti e per te.

Sei nella consolazione?

Lascia che Gesù ti porti ad una maggiore comunione

con gli altri nel cuore del Padre.

 

Gesù, tu sei la via, le verità e la vita!

 

Domenica 12 maggio 2019 - IV Domenica di Pasqua - Atti 13,14..52 – Ap 7,9..17– Gv 10,27-30 - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel


 

E così posso tendere la mano a tanti altri…

 

La prima lettura oggi ci porta nella città di Antiochia di Pisidia.

Paolo e i suoi compagni vi sono appena arrivati.

Di sabato, vanno nella sinagoga e si siedono.

Dopo la lettura della Legge e dei Profeti,

i capi della sinagoga mandano a dire loro:

«Fratelli, se avete qualche parola di esortazione per il popolo, parlate!».

Paolo si alza e, fatto cenno con la mano, comincia a parlare.

Rilegge la storia d’Israele e giunge all’annuncio del Vangelo,

cioè della Risurrezione di Gesù, e del perdono dei peccati.

(Cfr. Atti 13,13 ss.)

 

Tanti fedeli sono profondamente colpiti ed esortano Paolo

ad esporre ancora queste cose il sabato seguente. (cfr At 13,42)

Anche durante la settimana, Paolo incontra Giudei e proseliti

e li invita a dimorare sempre nella grazia di Dio,

a perseverare nella grazia! (cfr At 13,43)

Come se dicesse loro:

«Non lasciatevi rubare la grazia

e la gioia che vi viene dalla Resurrezione di Gesù!»

 

Tutto ciò si sa nella città, e, il sabato seguente,

quasi tutta la città si raduna!

Allora subentra una tensione immensa…

Alcuni Giudei, quando vedono quella moltitudine,

sono ricolmi di gelosia

e con parole ingiuriose contrastano le affermazioni di Paolo.

 

Perché quest’odio?

Perché questo rifiuto del Vangelo?

Perché ancora oggi sono in tanti a rifiutare il Vangelo?

E perché anche dentro di noi, c’è questa resistenza

ad abbandonarci al Vangelo?

 

Paolo e Barnaba ci danno oggi una risposta molto precisa:

 

« Paolo e Barnaba con franchezza dichiararono:

Era necessario che fosse proclamata prima di tutto a voi

la parola di Dio,

ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna,

ecco: noi ci rivolgiamo ai pagani.”» (Cfr Atti 13,46)

 

Avete sentito?

«...non vi giudicate degni della vita eterna.»

Ecco il perché!

C’è qualcosa in noi che dice: «Non sei affatto degno della vita eterna.»

 

Questo vuol dire, per prima cosa, che ci poniamo come giudici di noi stessi.

Siamo noi i giudici di noi stessi!

E vedendo la discrepanza tra quello che viviamo

e quello che può essere la vita eterna,

ci giudichiamo indegni…

 

Allora il Vangelo ci fa andare in collera!

La misericordia ci scandalizza!

Come Dio può pensarla diversamente da noi?

Salvarci? Si!

Essere salvati… no!

Non vogliamo essere dei rifugiati soccorsi

nell’alto mare della nostra vergogna e delle nostre passioni.

 

Ora, il cuore del problema è questo:

non possiamo giudicarci degni o meno della vita eterna da noi stessi!

Non ha senso!

Solo Dio può giudicarci degni o no!

E la Buona Novella è questa:

«SI, Dio ci ha giudicati degni della vita eterna!»

 

«Quando apparvero la bontà di Dio, salvatore nostro,
e il suo amore per gli uomini,
egli ci ha salvati,

non per opere giuste da noi compiute,

ma per la sua misericordia,

con un'acqua che rigenera e rinnova nello Spirito Santo,

che Dio ha effuso su di noi in abbondanza

per mezzo di Gesù Cristo, salvatore nostro,

affinché, giustificati per la sua grazia,

diventassimo, nella speranza, eredi della vita eterna.» (Tt 3,4-7)

 

Accettiamo questo giudizio di Dio?

Accettiamo di essere amati, di essere già salvati dal Sangue di Gesù?

 

Il Signore ci invita oggi a contemplare la «moltitudine immensa,

che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua.

Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all'Agnello,

avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani.

E gridavano a gran voce: "La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all'Agnello"». (Ap 7,9-10)

 

Carissimi, diciamo di sì all’essere domani in questa moltitudine

che canta la gioia della salvezza?

 

Non vuol dire che la nostra vita sarà senza tribolazione!

Anzi, essi «sono quelli che vengono dalla grande tribolazione».


Non vuole neanche dire che siamo o saremo senza peccati!

Essi «hanno lavato le loro vesti,

rendendole candide nel sangue dell'Agnello.» (Ap 7,14)

 

Si tratta di lasciarci lavare dal Sangue di Gesù!

E di lasciarci guidare da Lui.

«L'Agnello, che sta in mezzo al trono,
sarà il nostro pastore
e ci guiderà alle fonti delle acque della vita.»
(cfr. Ap 7,17)

 

Ecco quello che conta: dar fiducia a Gesù Buon Pastore.

Si tratta di imparare a riconoscere la voce di Gesù,

e ad ascoltarla.

Allora comincia un’avventura piena di amicizia tra Lui e noi:

Lui ci conosce, nel senso biblico più profondo,

e noi Lo seguiamo. (Cfr Gv 10,27)

 

E cosa avviene se ci lasciamo conoscere ed amare da Gesù,

se Lo seguiamo?

Lui ci dona la vita eterna.

Non dice: «Io darò loro la vita eterna»,

bensì «Io do loro – al presente – la vita eterna.» (Gv 10,28)

 

Carissimi, la vogliamo oggi questa VITA?

Questa vita eterna?

Questa vita che è unione con Dio e amore reciproco tra noi?

 

La vogliamo o ci ripieghiamo su noi stessi come i fedeli di Antiochia,

che, per superbia, si giudicavano indegni della vita eterna?

 

Si tratta oggi di dire di SI a Gesù Buon Pastore.

Sapendo che nessuno poi ci strapperà dalla sua mano.

Se prendiamo la mano che Gesù oggi ci tende,

nessuno più ci strapperà dalla sua mano.

Ed, in Gesù, è il Padre stesso che ci tende la mano,

perché sono una cosa sola. (cfr Gv 10, 29-30)

 

No!

Voglio nuotare io.

Voglio salvarmi da solo.

Voglio giungere alla riva dell’Amore vero con le mie forze…

 

Oppure:

 

Si!

Accolgo la tua mano, Gesù!

Prendo per sempre la tua mano.

E così posso tendere la mano a tanti altri

perché li hai giudicati degni della vita eterna e non lo sanno.

So che mai, mai, lascerai la mia mano,

e, così “agganciato” a te, potrò essere di aiuto a tanti.


Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla.

2 Su pascoli erbosi mi fa riposare,

ad acque tranquille mi conduce.

 

3 Rinfranca l'anima mia,

mi guida per il giusto cammino

a motivo del suo nome.

 

4 Anche se vado per una valle oscura,

non temo alcun male, perché tu sei con me.

Il tuo bastone e il tuo vincastro

mi danno sicurezza.

 

5 Davanti a me tu prepari una mensa

sotto gli occhi dei miei nemici.

Ungi di olio il mio capo;

il mio calice trabocca.

 

6 Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne

tutti i giorni della mia vita,

abiterò ancora nella casa del Signore

per lunghi giorni. (Salmo 23)

 

 

 

 

mercoledi 1 maggio 2019 - San Giuseppe Lavoratore - Gn 1,26 – 2,3 – Mt 13,54-58 - Saint Gervais - Parigi - fr. Antoine-Emmanuel

 

la santità non fa rumore

 

La liturgia di oggi ci porta nella sinagoga di Nazareth,

nel giorno in cui Gesù vi insegna,

suscitando grande stupore nell'assemblea dei fedeli.

 

Erano « pieni di stupore e dicevano :

«Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi?» (Mt 13,54)

 

Sorge quindi la domanda :«Non è costui il figlio del falegname?» (Mt 13,55)

Una domanda significativa per noi in questa festa di San Giuseppe!

La gente di Nazareth non dice :

« Gesù è il figlio del grande santo

o del grande esperto della legge che è Giuseppe!».

Ma: « Non è costui il figlio del falegname ? »

 

Ecco quello che ci dice la discrezione di Giuseppe.

La santità di Giuseppe non ha fatto rumore a Nazareth.

E tuttavia è proprio nella sua casa che si è svolto

in gran parte l'avvenimento

che più di tutti ha sconvolto la storia dell'umanità!

E Giuseppe ne è stato, dopo Maria, il primo servitore.

 

La santità non fa rumore…

 

Papa Francesco,

nel suo intervento alla fine del vertice

sugli abusi sui minori nella Chiesa,

ha citato queste parole di Edith Stein, Santa Teresa Benedetta della Croce :

«Nella notte più oscura

sorgono i più grandi profeti ed i più grandi santi.

Tuttavia la corrente vivificante della vita mistica rimane invisibile.

Sicuramente gli avvenimenti decisivi della storia del mondo

sono stati essenzialmente influenzati da anime

sulle quali nulla viene detto nei libri di storia.

E quali siano le anime che dobbiamo ringraziare

per gli avvenimenti decisivi della nostra vita personale,

è qualcosa che sapremo soltanto nel giorno

in cui tutto ciò che è nascosto sarà svelato».1

 

E' importante per noi essere coscienti di questo :

la nostra santità, cioè la nostra unione con Dio,

non si misura dal successo, dalla fama.

Si può essere santi e non essere su Wikipédia!

 

Possiamo anche spingerci oltre :

ciò che è da Dio poco a poco si nasconde, diviene più celato.

Ciò che è dal male, al contrario, fa sempre più rumore.

 

Divo Barsotti scriveva così:

«Se il male cresce, cresce l’apparenza:

la rovina sul piano sociale, sul piano cosmico, appare.

 

Il bene quanto più cresce, tanto più si fa intimo,

tanto più fa sì che gli uomini affondino in Dio.

Dio è puro mistero. (…)

Egli è l’invisibile.

La presenza di Dio è una presenza assoluta ma invisibile.

Il bene, quanto più è grande, tanto meno appare.

Entra precisamente nel mondo di Dio,

nella Realtà ultima che rimane nascosta2

 

San Giuseppe non ha fatto rumore..

Anzi si è come eclissato.

 

Di più: egli ha partecipato in anticipo alla Passione di Gesù,

all'annientamento di Gesù nella sua Pasqua.

Basti pensare alla Passione di Giuseppe

quando scopre che Maria è incinta

senza che né il Signore né Maria stessa gli diano alcuna spiegazione;

alla Passione di Giuseppe e di Maria quando Gesù, a 12 anni,

non si trova per tre giorni;

un vero martirio dell'anima.

E alla Passione di Giuseppe che muore senza ave visto dispiegarsi la missione di Gesù.

 

Tre Pasque che sono state anche tre ingressi successivi nella Vita.

I suoi occhi si sono aperti

sulla comunione con Maria di cui scopre la maternità divina

e che prende con sé;

sulla comunione con Gesù

che proclama la sua filiazione divina e si sottomette a Giuseppe;

sulla comunione con il Padre quando Gesù, in spirito, viene come Salvatore

a liberare i giusti dalla dimora dei morti e ad aprire loro il Paradiso.

 

La discrezione, la santità nell'ordinario, il passaggio nel crogiolo

ci aprono ai più grandi tesori di comunione.

L'amore scaturisce nella sua splendida novità dalla terra buona dell'umiltà.

Il Cielo appare quando si resta vicini alla terra.


 

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2 « Forti nella fede» Ed Grimaldi, p.67

 

 

venerdì 26 aprile 2019 - ottava di Pasqua - Atti 4,1-12- Gv 21,1-14 - Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel


 

Il mio «nulla» offerto a Gesù

 

«Quella notte, non presero nulla.» (Gv 21,3)

Nulla.

La rete è vuota dopo un’intera notte,

durante la quale hanno gettato e tirato su la rete tante, tante volte.

All’alba: nulla.

Niente gioia, niente fierezza, niente da mangiare.

Niente.

 

Ed è proprio questo «nulla» che una voce venuta dalla riva sollecita.

«Avete qualcosa da mangiare?» (cfr Gv 21,5)

No! Niente!

 

Il Risorto, fattosi mendicante, si rivolge al loro «nulla»,

al niente che ha reso il loro operare penoso e vergognoso.

 

Questo niente, il Risorto, ancora nascosto, non riconoscibile,

lo chiede loro.

 

Lo chiede pure a noi questa sera.

Quel «nulla» che si trova nella nostra vita,

quel senso di sterilità, di vergogna,

è appunto là che il Risorto vuole manifestarsi.

 

E come si manifesta?

Con una Parola!

Una parola da accogliere proprio dove il nostro niente ci fa soffrire.

 

Ora, alla richiesta di «gettare la rete a destra», (cfr Gv 21,6)

gli apostoli avrebbero potuto rispondere con rabbia o con una bestemmia.

No!

Si sottomettono alla Parola sentita nella barca di Pietro.

Lasciano la Parola dell’Uomo della riva entrare nel loro nulla.

La vita entra là dove regnava la tristezza e l’amarezza.

 

E la rete fu piena.

Piena come non mai!

Là dove regnava la vergogna, proprio là, la loro vita divenne traboccante.

Fu una pesca dell’altro mondo, pur in questo mondo.

Un dono dall’Alto.

Era la Resurrezione che entrava nel loro quotidiano,

trasfigurandolo come loro non si sarebbero mai aspettati.

Semplicemente perché avevano consegnato al Risorto il loro nulla.

 

Ma la meta non era solo quella.

Gesù li voleva portare ad un’altra esperienza,

quella della colazione mattutina sulla riva.

Un momento d’eternità.

Una dolcezza straordinaria.

Dovevano sperimentare la dolcezza della presenza del Risorto,

che per loro aveva preparato il fuoco ed il pasto.

 

Dovevano imparare a gustare la presenza nuova del Risorto:

un po’ di cielo sulla terra.

 

L’ascolto della Parola nella barca di Pietro,

l’ascolto obbediente vissuto insieme,

li portò ad una comunione con il Risorto

di una bellezza straordinaria.

 

«Gesù si avvicinò» (Gv 21,13), Gesù venne,

e, attraverso il dono del pane, del pesce,

li fece commensali del Regno.

Il niente offerto a Gesù divenne l’aggancio della comunione.

Il Risorto si unì al loro niente,

alla loro sterilità,

per farne il luogo della comunione.

 

Non una comunione ristretta a pochi eletti:

I 153 pesci sono il segno dell’insieme delle nazioni,

perché si conoscevano in quel tempo 153 specie di pesci.

La comunione è offerta a tutti.

E la rete non si spezzò.

L’amore divino è capace di radunare, di unire

le più profonde diversità.

Ma a partire dal «nulla» di ciascuno.

 

Il pesce sovrabbondante profetizzato da Ezechiele (cfr Ez 47,10)

dice che il nuovo Tempio è già presente.

E dal Suo costato aperto zampilla una sorgente divina

che trasforma la morte in vita,

la solitudine in comunione.

Ma bisogna affidargli il nostro «nulla».

 

Gesù Risorto, ti affidiamo il «nulla» della nostra vita.

Ti accogliamo là dove non c’è più nessuna gioia,

nessuna speranza, nessuna felicità.

È tuo.

Anzi, sei Tu!

Il nostro «nulla» ormai, l’hai fatto tuo,

sei Tu, Tu crocifisso, Tu abbandonato,

Tu glorificato nel tuo annientamento.

E il nostro «nulla» in Te diviene comunione.

Lode a te, Gesù!

Non hai avuto paura del nostro «nulla» …

Si, hai avuto paura,

ma quella paura, l’hai superata con l’Amore.

«Non quello che voglio io, ma quello che vuoi tu, Padre.» (cfr Mc 14,36)

E il nulla è divenuto il tutto.

Tutto amore, tutto comunione.

 

 

21 aprile 2019 - Veglia Pasquale - Rm 6,3-11 – Lc 24,1-12 -  Badia Fiorentina - f. Antoine-Emmanuel


 

Cerchiamo questa notte di capire un po’ quel che è avvenuto.

Venerdì, eravamo sul Golgota, e siamo stati testimoni della morte di Gesù,

proprio della sua morte.

Infatti quando i soldati si avvicinarono a Gesù per spezzargli le gambe ed accelerarne la morte,

videro che Egli era già morto.

Il centurione impressionato da come Gesù era morto

disse: «Davvero quest'uomo era Figlio di Dio!», (Mc 15,39)

e per una forma di rispetto, credo, fece sì che non gli spezzassero le gambe,

ma «uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco». (Gv 19,34)

 

Quindi, Gesù è morto.

Gesù non ha finto di morire,

non è un fantasma, un’ombra, che sarebbe morto al posto suo.

 

E non è morto nella serenità, senza agonia.

Tutto il contrario.

 

Per non perderci, è entrato nelle tenebre più fitte,

nel buio assoluto, là dove regna la mancanza assoluta di Dio,

dove l’amore è completamente rifiutato, rigettato, bandito:

«Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». (Mt 27,46)

 

Nel suo morire, Gesù divenne un’immensa ferita d’amore.

Una piaga spalancata

Un grido infinito.

E venne l’instante della morte.

Gesù ha conosciuto la morte come tutti gli uomini.1

Assolutamente come tutti gli uomini.

Ha vissuto la realtà terrificante della morte,

la solitudine estrema della morte,

la violenta separazione del corpo e dell’anima.

 

Il suo corpo pende dalla croce, morto.

E l’anima sua?

L’anima non muore.

L’anima umana è per natura immortale.

Ogni anima spirituale, insegna la fede cattolica, è creata direttamente da Dio

non è «prodotta» dai genitori – ed è immortale:

essa non perisce al momento della sua separazione dal corpo nella morte.2

 

Gesù ha conosciuto la morte come tutti gli uomini.3

Quindi Gesù, nella sua anima, è entrato nella dimora dei morti,4

la dimora di cui ci parla, ad esempio, la Parabola del povero Lazzaro,

con l’Ades, dove soffre terribilmente il ricco che fu insensibile al povero Lazzaro,

ed il seno di Abramo ove il povero Lazzaro fu portato dagli angeli. (cfr Luca 16,22-23).


Ma come è entrato Gesù nella dimora dei morti?

Vi è disceso come Salvatore,

proclamando la Buona Novella agli spiriti che vi si trovavano prigionieri.5

 

Vi è disceso come Salvatore.

Non come uno sconfitto, ma come Salvatore.

Ed è per questo che, al momento della sua morte,

 

dal suo costato «subito uscì sangue e acqua.» (Gv 19,34)

Probabilmente poco sangue, perché la Sua Passione gli avrà fatto perdere sangue,

ma anche acqua.

La sua morte è già sorgente di vita, anche se non si vede ancora,

se non in questo segno dell’acqua.

È pure per questo che al momento della sua morte,

Matteo ci parla di sepolcri che si aprirono

e di molti corpi di santi, che erano morti, che risuscitarono. (cfr. Mt 27,52)

 

È disceso quindi nella dimora dei morti come Salvatore,

secondo quanto scrive l’Apostolo Pietro:

«Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio;

messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello spirito.

E nello spirito andò a portare l'annuncio anche alle anime prigioniere,

che un tempo avevano rifiutato di credere.» (1Pt 3,18-20)

 

Gesù, ci insegna il catechismo, non è disceso agli inferi per liberare i dannati,

né per distruggere l'inferno della dannazione,

ma per liberare i giusti che l'avevano preceduto.

È questo che raffigura l’icona della discesa agli inferi

oppure il meraviglioso affresco del Beato Angelico.

Ma va ricordato che quello che nell’arte si vede raffigurato con dei corpi

non è ancora avvenuto nei corpi, bensì nelle anime.

Furono le anime a essere liberate da Gesù disceso all'inferno nella sua anima.6


Mistero insondabile…

Fu il grande avvenimento nascosto del sabato santo.

«Oggi sulla terra c'è grande silenzio, grande silenzio e solitudine.

Grande silenzio perché il Re dorme:

la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato

ed ha svegliato coloro che da secoli dormivano. [...]

Egli va a cercare il primo padre, come la pecora smarrita.

Egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell'ombra di morte.

Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva, che si trovano in prigione. [...]

Io sono il tuo Dio, che per te sono diventato tuo figlio. [...]

Svegliati, tu che dormi!

Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell'inferno.

Risorgi dai morti. Io sono la Vita dei morti.»7

 

Avvenimento immenso:

perché la dimora dei morti era fino a quel momento uno «spazio» chiuso:

non c’era nessun accesso al Paradiso.

 

Ma, in Gesù, con Gesù, ecco che le prime anime entrano nel Paradiso.

E possiamo contemplare l’allegrezza di Adamo, di Eva, di Abramo, di Sara,

di Mosè, di Elia, di Geremia, di Giuditta, di Ester, di Giuseppe;

l’allegrezza di tanti poveri e piccoli di ogni nazione, razza, religione …

«Viene l'ora - ed è questa - in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio

e quelli che l'avranno ascoltata, vivranno.» (Gv 5,25)

 

Cosa avvenne allora?

Alla misericordia divina non bastò quella liberazione delle anime dalla dimora dei morti,

avvenuta nell’invisibile e senza il corpo umano.

La misericordia divina non è solo per l’anima.

Vuole salvarci in tutto il nostro essere.

Vuole portarci alla gloria in corpo ed anima.

 

Allora, al mattino del terzo giorno,

avvenne quaggiù il Miracolo in assoluto;

un’esplosione di vita e di gioia qui sulla terra;

una primavera di grazia inaudita nella realtà ben visibile nostra!

 

L’anima immortale e trionfante di Gesù si unì di nuovo

al suo corpo martoriato e sfigurato che riposava nel sepolcro.

 

La separazione drammatica, inumana, terrificante tra corpo e anima fu vinta.

La morte stessa fu vinta.

L’opera distruttrice del diavolo, del peccato, della morte è fallita.

Totalmente fallita.

La tomba è vuota.

Vuota.

«Perché cercate tra i morti colui che è vivo?

Non è qui, è risorto!» (Lc 24,5-6)

 

Ma la tomba vuota, anche se era cosa sconvolgente,

poteva essere interpretata in tanti modi.

Allora la Misericordia divina si dispiegò ancora:

Gesù, anima e corpo, Gesù nel suo corpo glorioso,

volle manifestarsi, rendersi visibile.

Perché lo vedessimo.

Perché lo toccassimo.

Perché sapessimo che la morte non ha avuto l’ultima parola.

E sono le apparizioni del Risorto,

alla Vergine Maria, ci dicono Teresa di Avila e Ignazio di Loyola,

poi alla Maddalena, alle donne, agli apostoli…

Ecco l’immensa opera della Misericordia.

 

Carissimi, l’ultima parola in questo mondo non è la morte, è l’Amore!

Già Il Cantico dei cantici affermava che «l’amore è forte come la morte». (Ct 8,6)

È vero: «L’amore, di per sé, è, per così dire, un grido che reclama infinità.»8

L’amore, nel suo anelito, va oltre la morte.

 

Ma noi sperimentiamo che «se l’amore anela all’infinito, non può darlo!

L’amore aspira all’eternità, ma si trova imprigionato nel mondo della morte».9

 

Ma, ormai, è avvenuta la Resurrezione.

La Resurrezione, la vittoria definitiva dell’amore sulla morte.10

È avvenuta la Resurrezione che colma il nostro più profondo desiderio di amore.

In Gesù, l’amore non è più prigioniero del peccato e della morte.

In Gesù, l’amore è salvato!

La Resurrezione rende possibile l’Amore reciproco, l’amore coniugale, l’amore familiare,

l’amore fraterno ….

Ecco la bellezza della Resurrezione!

Anzi… il frutto della Risurrezione è la comunione.

Infrange tutte le barriere, le paure, i pregiudizi …e ci fa diventare una cosa sola!

 

In Gesù risorto, il nostro amore si spalanca a delle dimensioni

che non possiamo ancora immaginare!

Evviva la Resurrezione!

 

1 Catechismo della Chiesa cattolica, n.632

2 Id, n.366

3 Id, n.632

4 Id n.632

5 Id n.632

6 Id n.632

7 Antica Omelia del Sabato Santo citata dal Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 635

8 Joseph Ratzinger, Introduzione al Cristianesimo, Queriniana, 2005, p.292

9 Cfr. : idem

10 Cfr. : Idem.

 

 

venerdì 19 aprile 2019 - Venerdì Santo - Is 52,13-53,12 – Eb 4,14 ..5.9 - Gv 18,1-19,42 - Cattedrale Santa Maria del Fiore - f. Antoine-Emmanuel

 

Il Suo dono è che possiamo dargli tutto.



«Mi ha amato e ha consegnato sé stesso per me.» (Gal 2,20)

Gesù mi ha amato e ha consegnato sé stesso per me.

 

Carissimi fratelli e sorelle,

nell’Amore Gesù è andato fino in fondo.

Non si è tirato indietro. (cfr. Is 50,5)

Non ha cercato né scappatoie, né scorciatoie.

«Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine.» (Gv 13,1)

Fino a essere «un verme e non un uomo,

rifiuto degli uomini, disprezzato dalla gente.» (Sal 22,7)

 

Isaia l'aveva già descritto cinque secoli prima:

«Molti si stupirono di lui,

tanto era sfigurato per essere d'uomo il suo aspetto,

e diversa la sua forma da quella dei figli dell'uomo.» (Is 52,14)

 

Gesù ha così portato a compimento la volontà del Padre

che era di «cercare e salvare chi era perduto». (cfr Lc 19,10)

 

Per non perderci, Gesù è entrato nelle tenebre più fitte,

nel buio totale,

là dove regna l'assenza assoluta di Dio;

là dove l’amore è completamente rifiutato, rigettato, bandito.

Lui, l’Amore, è entrato nel non-amore:

«Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27,46)

 

Nel momento della sua morte, Gesù si trova là dove l’amore non ha più senso,

non ha più ragion d’essere.

In quel momento, Gesù non è più che un’immensa ferita d’amore.

Una piaga spalancata.

Un grido infinito.

 

Da quel momento, dove noi siamo nella più amara solitudine, Gesù c’è.

Dove siamo nella più estrema fragilità, Gesù c’è.

Dove siamo nel peccato più tenebroso, Gesù c’è.

Dove regnano la rabbia, la collera, il rifiuto della vita, il rifiuto di Dio, Gesù c’è.

Ha voluto esserci. (cfr. Gv 10,18)

 

È un immenso mistero che trasfigura totalmente la nostra vita.

«Colui che non aveva conosciuto peccato», scrive l’Apostolo Paolo,

«Dio lo fece peccato in nostro favore,

perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio.» (2 Cor 5,21)

 

«Gesù», dice Papa Francesco, «si “è fatto peccato”

e ha preso su di sé le sporcizie tutte dell’umanità, le sporcizie tutte del peccato.»

(Omelia a Santa Marta, 4 aprile 2017)

 

Sì, Gesù è «l’Agnello di Dio che prende su di sé il peccato del mondo» (cfr. Gv 1, 29),

come Isaia aveva profetizzato:

«Si è caricato delle nostre sofferenze,

si è addossato i nostri dolori.» (Is 53,4 - cfr 53,11)

 

Una giovane mi ha scritto di recente:

«Prova a metterti sulla croce, dalla parte di Gesù:

abbandono, dolore, tradimento, solitudine, stanchezza mortale,

violenza, parole amare, esser considerato un nulla, …

Tu sei lì sulla croce con Lui, e il tuo dolore non è distinto da Lui, è Lui,

il tuo peccato non è soltanto preso da Lui, è Lui.»

 

Che abisso!

 

Il peccato è sempre un isolamento.

Chi ha lasciato l’odio avvelenare il proprio cuore è terribilmente solo;

chi è davanti allo schermo per guardare pornografia è solo, terribilmente solo;

chi è affamato di onori è sempre più solo.

Il peccato è sempre un ripiegamento su di sé.

Ma… ecco, Gesù è lì e ci viene incontro!

Il nostro peccato, Egli lo prende, lo assume.

 

Il tuo, il mio peccato è l’orgoglio?

Se lo rimettiamo a Gesù oggi,

il nostro orgoglio diviene Gesù.

Il tuo, il mio peccato è la lussuria?

Se la rimettiamo a Gesù oggi,

la nostra passione diviene Gesù.

Nel luogo stesso della nostra vulnerabilità e del nostro peccato,

noi incontriamo Gesù!

 

Anzi, Egli si fa il compagno più intimo e più fedele,

l’Amico della nostra più stretta intimità,

la consolazione più profonda delle nostre ansie.

 

Il Suo perdono non è come quando si cancella una lavagna:

il Suo perdono è un conoscerci per quello che siamo

ed un amarci nella nostra fragilità.

 

La nostra solitudine più radicale oggi è infranta!

Siamo visitati, benedetti, amati.

Là dove in noi regna la vergogna, oggi entra l’amore.

E possiamo finalmente accoglierci gli uni gli altri

senza paura, senza maschera.